Archive for aprile, 2013

Del “Finché ce la faccio”. Ora si agganci il matrimonio al papato

lunedì, aprile 15th, 2013

Per quegli insondabili motivi,  in realtà sondabilissimi solo a volerci spendere da un analista l’equivalente di una multiproprietà, da giorni andavo racimolando sostanze solvibili e risorse emotive per effettuare il bonifico all’avvocato divorzile. Giusto stamane mi sembrava arrivato il momento giusto. Quindi mi recavo solertemente nella deserta banca (Meripo’ è perché tu sei Flinstones e ancora non li fai con l’onlàin) ove compilavo tutto il compilabile. Poi, alzando lo sguardo sull’orologio e il datario dell’istituto di credito ma soprattutto di debito, venivo folgorata dalla data. Non paga dello stupore (e non paga è proprio il caso di dirlo) chiedevo all’omino

-Scusi ma questo coso va bene?
-Si signora sono le nove e trenta
-No scusi ma è giusta anche la data?
-Si signora è lunedì 15 aprile
-No, ma, che veramenteee???
-Signò se ne deve fa’ una ragione: è lunedì

Il punto è che giustappunto il 15 aprile di venti anni fa io giustappunto a quest’ora (11,30) contraevo concordatario matrimonio. Una coincidenza sulla quale Woody Allen ci avrebbe campato una decina d’anni. Che se ci pensate già una cosa che si chiama come una malattia (ha contratto matrimonio e anche morbillo) non è che preluda a radiosi futuri. E però mi è sembrato anche che il problema fosse quell’illusione del “finché morte non ci separi”: che tranne i diamanti e Andreotti che sono per sempre ormai anche il Papa è “finché ce la faccio”. E allora mi è anche sembrato che, nel mordi e fuggi generale, vent’anni fossero un onorabilissimo record di buona volontà. Oltre il quale è inutile accanimento.

Dunque ora mi sento meglio. Tranne il fatto che, al netto di questo problema del 15, oggi è comunque lunedì.

La primavera incalza

sabato, aprile 13th, 2013

Giovedì sono stata a pranzo con la mia amica Grace. Al posto dove fanno le insalate, in una bella piazzetta romana. Era la prima giornata di luce. Nel senso primaverile. O comunque la prima che a me sembrasse così. Lei mi ha fatto i complimenti per i capelli (“Uh e che bella piega che tieni, Meripo’” “Beh l’ho lavati io” “Ah si? E allora stavolta ti son venuti bene”, e voi capite che dunque ciò gettava un’ombra di inquietudine a ritroso su tutte le autopieghe della collezione autunno-inverno). Poi mentre leggiadre ci godevamo quel sole mi ha fatto il bodyscanner e ha aggiunto:
-Meripo’ mo’ però ti dovresti togliere pure le calze coprenti 100 denari

Ed è stato da quel momento che, giuro, ho focalizzato che il peso che mi accompagnava da qualche giorno era, si, determinato da tutto il nostro italico, scoraggiante contorno. Ma stava anche lì: nelle calze 100 denari. Total black. E’ così che, congedatami da miss Calzedonia, mi tuffavo nel primo Oviesse su un 20 denari. A pois. E, magicamente, tutto ha iniziato a sembrare più lieve. Sembrare, eh.

Ve lo scrivo oggi, che a Roma è esplosa la primavera. E la prima cosa che ho fatto stamattina è stata ritirare il piumone dalla lavanderia e, quasi mi avesse letto nel fumetto, la signora ha detto: -Signò, me raccomanno, pure se dovesse venì na glaciazione sto coso da oggi lo deve inchiavardà (trad. chiudere a chiave ma proprio bene, antiscasso).

Poi sono tornata a casa e ho messo le calze a pois.

Ecco io mica lo so se gli uomini hanno questa fortuna. Quella di alleggerirsi l’animo al prezzo di 3, 70 euro.

Vai a chiamare Marconi

venerdì, aprile 12th, 2013

La parola di oggi è “saggi”. Anche “catoblepa” ma su catoblepa non ho nessuna testimonianza in famiglia. Invece su saggi si.

Qualche giorno fa se ne è andato lo zio Carlo. E mentre se ne andava si è portato via pure un pezzo della nostra bambinità, mia e di mia sorella. Era “lo zio matto”. Geniale. Zio Carlo la sua, di bambinità, e anche l’adolescenza, le aveva investite in un paesello di montagna e s’era fissato con le radiocomunicazioni delle quali è stato un antesignano. Immaginate la scena: cucuzzolo del Molise anni ’50, sto ragazzo chiuso tutto il giorno nella stanzina ove incombono aggeggi autocostruiti che emettono incomprensibili gracchiolii. Giusto ieri ho incontrato il suo amico, suo di zio Carlo, Roberto che mi ha raccontato
-Ma ti ho mai detto di quando tuo zio costruì l’antenna con le canne di bambù?
-Eehh??
-Si, che tutti noi ci chiedevamo “ma dove l’ha rimediate le canne di bambù, che qui stiamo a mille metri e lui non si muove mai?” e io le guardavo con invidia
-Perché volevi fare pure tu il radioamatore?
-No, Meri, perché avrei voluto andarci a pesca

Ecco, per dirvi, quando con le canne al massimo ci si poteva andare a pesca. Quel periodo lì. E dunque vi dicevo che zio Carlo da quel cucuzzolo, adiuvato da canne di bambù in foggia di parabolica sul tetto, dopo estenuanti tentativi di trovare un modo per connettersi col resto del mondo laggiù dal cucuzzolo, tipo il “Doc” di Ritorno al futuro ma con l’età del giovin Martin McFly e senza la DeLorean, dopo ore e ore di tentativi otteneva solo un “CQItalia1LB ti sento” e poi era di nuovo “cccccssshhhhhhh cccchhhhhssssshh” fino al giorno dopo.

Ecco mentre tutta la famiglia sfiancata, incacchiata e incredula tentava inutilmente di stanarlo da quell’antro radiattivo nel senso attivo per le trasmissioni radio, arrivò un giorno nonna Giovannina (che oggi sarebbe la mia bisnonna) e, con la minestra ormai fredda sul tavolo, pregò tutti di calmarsi, poi si rivolse a mia madre e disse:

-Vai a chiamare Marconi. E digli che è pronto

Insomma, zio, è così che mi piace ricordarti: con l’aria stupefatta di “Doc” e di Martin.


E poi, siccome la vita è generosa e ci vuol bene, sapete in che via abita mia madre? In Via Guglielmo Marconi

Cercatevi il Princeton azzurro

mercoledì, aprile 10th, 2013

Meripo’, scusa, ma che ci sarebbe di male a cercarsi un marito a Princeton? Mammagari ci fossi potuta andare io, a Princeton, a cercarlo. E magari l’avessi trovato, uno che avesse potuto garantirmi quando io non ce l’ho fatta più a farlo da sola.

Perché, per fartela breve, io oggi dall’alto dei miei 42 anni, un figlio con un compagno che non ho voluto sposare e col quale ci siamo lasciati al compimento del primo anno del pupo, io che la laurea l’ho presa alla Sapienza, oggi arranco tra contrattini a tempo non sempre rinnovati, io che lui non l’avevo scelto a Princeton ma incontrato a San Giovanni, dico che oggi mi farebbe comodo -e come- aver fatto investimenti diversi, senza per questo dover mettere una pietra tombale sulle conquiste delle donne.

Meripo’ lo confesso: a me il consiglio di questa poveraccia sbertucciata per aver detto alle ragazze di Princeton “la cosa migliore che potete fare è sposarvi con uno dei vostri compagni di corso”, oggi col senno di poi, pare pieno di buon senso.
Tua Daria

Cara Daria,
stavo lì a rimuginare sulla letterina quando d’in su la vetta di una scala antica, insieme alla mia amica C, abbiamo incontrato un vecchio e saggio amico col quale, dopo un’ora di angosciata analisi dell’attuale orlo del precipizio sociale, e dopo averci lui distillato pillole di possibili soluzioni socioeconomiche, approfondite e argomentate, infine ha infine scosso la testa, ci ha guardate e ha detto:
-e comunque però che ve devo dì, bellemie, sposateve uno ricco

Ecco, Daria, che te devo dì io? Che la mia amica C a sposarsi non ci pensa proprio e anche io modestamente ho già dato. Ma aggiungo anche che  fallite tutte le ricette possibili, da Keynes a Friedman da Che Guevara a Madre Teresa, sembra che l’unica strada sia tornare da dove eravamo partite: sposatevi uno ricco. Abbiamo fatto tanta strada, ci hanno detto che potevamo conquistare tutto ma mentre iniziavamo la scalata per l’indipendenza qualcuno stava già tagliando la corda dell’arrampicata. Così magari abbiamo preso la laurea a Bologna, il master a Londra e la fregatura a casa nostra.

Ancora ricordo il sacrosanto assalto alla giugulare di Berlusconi che contro la precarietà raccomandava alle studentesse “sposatevi mio figlio o uno ricco“.  Sposatevi uno ricco è l’allargata di braccia finale, è la resa imbarazzata, è la bandiera bianca trasformata in velo nuziale, è l’arrangiatevi deflagratorio finale.

E io, Daria bella, mentre faccio rileggere questa risposta alla mia amica S. per trovare conforto, mentre le dico che “no, noi non dobbiamo cercarci il Princeton azzurro, noi abbiamo diritto a farcela da sole” ecco che S. mi dice:
-Meripo’, stavo in un grande quotidiano a fare uno stage, il capo un giorno si avvicina e dice “Ma lo sai che è un mestiere difficile, che farai una vita del cavolo e che sarà tutto in salita? Senti a me, fai una cosa: trovati uno ricco”.
-S. e tu che gli hai risposto?
-Bello mio, guarda che è più difficile trovare uno ricco che fare la giornalista. Ecco perché, Meripo’, faccio ancora la giornalista

Il metodo Passacelli&Filobotti

martedì, aprile 9th, 2013

DRIIIIIIIINNNNNN

-Ziaaaaa senti il prof di italiano mi ha chiesto se posso fare ripetizioni a Passacelli e Filobotti, che dici?
-Eehh? E chi sono Passacelli e Filobotti?
-Due miei compagni di classe
-Tesoro non ho capito: TU devi dare ripetizioni e due tuoi compagni?
-Si, allora che ne dici?
-Scusa TU fai loro lezione e il prof che fa?
-Zia, Passacelli e Filobotti non vanno bene e allora il prof mi ha chiesto se le cose gliele spiego io che vado un po’ meglio. Due ore a settimana, le prime due del giovedì
-E mentre voi fate le ripetizioni il resto della classe che fa?
-Beh altre due mie compagne spiegano ad altri quattro che vanno male pure loro e il prof rispiega cose che abbiamo già fatto a chi non le ha capite bene. Poi se Passacelli e Filobotti migliorano a me alza il voto e se invece non migliorano me lo abbassa, ma non tanto. Senti allora che ne dici?
-Eh beh eh certo cheeee ehm eh maaa…
-Zia ho pensato questo: adesso Passacelli e Filobotti hanno 4, il mio obiettivo è farli arrivare a 7, basterebbe 6 ma è brutto lavorare per arrivare solo alla sufficienza, in realtà sarebbe meglio 8 ma non glielo dico perché se non ce la facciamo poi loro ci rimangono male. Il prof dice che così glielo spiego con parole mie e tra noi magari ci capiamo meglio.

Ora non vorrei dire ma secondo me sto metodo Passacelli e Filobotti potrebbe darci grandi soddisfazioni pure in altri tipi di Aule. Vabbè mo’ vedo se la giovane older ha un paio d’ore pure per Crimi e Lombardi.

Forza e scoraggio

lunedì, aprile 8th, 2013

La giornata essendo iniziata con un funerale valutavo attorno alle 11 che essa potesse solo migliorare. Essendo alle 12 uscito un sole che lévati, essendomi poi arrivati ingiustificatamente da svariate parti sms e belle sorprese da inaspettati amici, valutavo che effettivamente si poteva virare all’ottimismo più tenace. La sequela di notizie della giornata, però, già alle 15 ricacciava il sole -che perdurava in cielo- dietro inquietanti nuvole. La più nera delle quali credo sia questa:

++ LAVORO: SEMPRE PIU’ SCORAGGIATI, OLTRE 1 MLN OVER-34 ++
ISTAT, +10% IN 2012; IN TUTTO SONO 1,6 MILIONI DI PERSONE

Lascio il lancio di agenzia con con tutto il carico di ansia che le crocette e le maiuscole dell’originale trasmettono. E solo per inciso ricordo che già l’anno scorso il numero era “record”.

Parliamo non di chi il lavoro non ce l’ha ma di chi ha proprio smesso di cercarlo perché si è convinto che non lo troverà mai. E’ “mai”, temo, la parola chiave.

Mai è la Cassazione, è l’assenza di domani, che domani è uguale a oggi possibilmente peggio, mai è l’assenza di ciò che secondo me ci tiene in vita: il “puoi”. Mai è il killer di puoi. E della possibilità di vedere le cose in un  modo diverso.

Mai è la battuta di arresto non solo di chi si arrende: mai è la resa di un Paese in cui cresce solo chi rinuncia a far progredire se stesso. Condannando tutti a non progredire. Mai.

Insomma se c’era un modo per peggiorare una giornata iniziata come vi ho detto, quel modo era certificare con i numeri il “non puoi più”. E, incredibile, è successo.

Fuga per la libertà

domenica, aprile 7th, 2013

“Ogni sua giornata inizia con Bach”: è questa la riga che prediligo dello sterminato curriculum di Mario Ruffini, musicologo, compositore, direttore d’orchestra ma soprattutto spargitoreinognidove di Bach. Finora sono riuscita a incontrarlo solo sul socialcoso nonostante da tempo lo stia pedinando dove posso in questo suo globale spargimento. Ho provato a farmi largo al World Bach Fest di Firenze un anno fa senza successo ma felicemente incredula di fronte a quello snodarsi di file da Michelangelo a Brunelleschi.

Ed è così che oggi ho visto, sul socialcoso, che è riuscito a portare l'”Arte della Fuga” dove mai avrei immaginato: in carcere. Lì dove la Fuga per la libertà può realizzarla solo Bach. E Mario Ruffini.

Ecco il suo post:
“LA PASQUA DEGLI ULTIMI CON GLI ULTIMI
150 fra detenuti e autorità hanno vissuto nel Carcere di Castrogno (Teramo) il dono musicale che abbiamo fatto a quella Casa Circondariale con “L’Arte della fuga” di Johann Sebastian Bach. Un momento bellissimo che speriamo possa far parlare del problema carceri e portare le case di pena a condizioni di vita umane per i detenuti. Solo così potranno vivere la detenzione come momenti di rinascenza in attesa della libertà”.

Al divorzio bisogna arrivarci con qualcuno all’altezza

venerdì, aprile 5th, 2013

E’ stato quando oggi la mia amica Stefania ha postato questo (un documentario della Hbo su Nora Ephron, la donna che nel 1989 fece cadere l’altro muro oltre Berlino, quello orgasmatico) che mi sono ricordata di quest’altro (il “ti presento Nora” di Guia Soncini quando Nora se ne andò). Tra le istruzioni sull’Universo che la Ephron consegnò all’intervistatrice mi è gradito oggi, alla luce dei recenti fatti quivi narrati, riconsegnarvi questa:

“Bisogna scegliere un marito che non diventerà troppo pessimo quando l’amore finirà, perché il divorzio è più tosto del matrimonio e bisogna arrivarci in compagnia di qualcuno all’altezza”.

Fatene tesoro se la cosa vi riguarda da vicino. E fatene tesoro lo stesso perché vi riguarda comunque da lontano. Che qui succede che con qualcuno all’altezza non si riesca ad arrivare manco al matrimonio.

Mai dire giammai

giovedì, aprile 4th, 2013

Caro Signor giudice, no, non ce l’abbiamo fatta.

Ci creda, ci abbiamo provato in ogni modo. Ci siamo entrati di corsa ed entusiasti come due astronauti sulla sonda per Marte e ne siamo usciti bastonati come due impiegati della Lehman Brothers, con tanto di scatoloni in mano. Libri in tribunale, appunto. Glielo assicuro, le abbiamo provate tutte, prima di arrenderci. Ma no, non ce l’abbiamo fatta.

Una cosa sola, signor giudice, le vorrei però chiedere, prima che ci si riveda all’udienza: mi rendo conto che da qualche parte nei sotterranei di quei palazzoni della Giustizia ci sia rinchiuso un incartapecorito e stantìo omino che su una scrivania polverosa e tarlata sta lì a predisporre moduli uguali per tutti quelli che si avventurano senza meta e senza speranza verso un Calvario chiamato separazione e divorzio. Però che le si debba dichiarare che “i due coniugi hanno cessato ogni tipo di convivenza non essendo più possibile ricostruire nessun tipo di rapporto, giammai affettivo” ecco questo no. “Giammai affettivo” non lo so gli altri ma io questo mi dispiace ma no.

Che anche questo, signor Giudice, le volevo dire. Che son momenti un po’ tosti e non è vero che è una formalità: non lo è mai, anche quando è finita. E allora aiutateci almeno voi quando predisponete i moduli. Se ne legga uno. E pensateci. Pensateci che in ogni riga, su quel modulo, c’è la certificazione del nostro fallimento. E di tutto abbiamo bisogno tranne che si certifichi pure il fallimento dell’italiano. Che è una lingua ricca, almeno lei. E in grado, ne sono certa, di offrire un minimo conforto persino in momenti come quelli.

Vabbè, eccellentissimo, voglia predisporsi alle modifiche in calce al presente atto.

Cordialmente Sua
Meri Pop

I facilitatori

martedì, aprile 2nd, 2013

E dunque mentre Napi chiamava i saggi al Colle, il professor Pi chiamava la qui presente per gli as-saggi al toscano montarozzo. Dopo un rapido giro di consultazioni (che fai a Pasqua?) al binomio si aggregava la coraggiosa Shylock, mia contigua condominial amica discendente dal Granducato del Tortellino. L’insediamento degli assaggi si avvaleva del fondamentale apporto dei sabaudi contributi dei Savoiardi, intesi sia come i due coraggiosi amici discesi dal Piemonte che come materia prima di superbi tiramisù.

Insediatesi dunque le due commissioni, Lasagne al forno e Taglieri Toscani, ci si rinchiudeva per giorni tre in loco non raggiunto da televisori, radio e quant’altro e schermato da medievali mura da qualsivoglia passaggio di onde telefoniche. Il rabdomantaggio col telefonino usato tipo mouse volante in cerca di spiragli di tacche veniva abbandonato dopo evanescenti tentativi di connessioni.

Così, rinchiusi nella medieval fortezza con l’unico conforto del continuo lavorìo di mascelle, ganasce e sinapsi, ci si sollazzò variamente. Ogni tanto qualche camminatore portava notizie da questo o quel contado in cui si verificavano nomine di saggi affiancati ai seggi, insediamenti di commissionamenti, transumanze di varie umanità e financo l’avvento dei “facilitatori”.

Ora voi capite che un Paese in grado di partorire la figura del “facilitatore” o è alla frutta o all’olio di ricino o alla Citrosodina. O anche a tutti e tre a giorni alterni.

Lì, nel Granducato di Toscana, noi si guardò tutto con un distacco la cui facilitazione ci pervenne dallo stappaggio di svariate bottiglie di Chianti, Rosso di Montalcino e altre facilitazioni delle quali ricordo a malapena il disegno dell’etichetta.

Shylock, per capire il clima interno -che della bufera di quello esterno sapete-, aveva recato con sé il libro di Alicia Gimenez Bartlett “Exit“. Exit è una villa di campagna immersa nella natura (per l’appunto) contornata da un giardino lussureggiante, stanze e saloni arredati con gusto (ecchevvelodicoaffà che pure noi), quadri antichi, candelabri sul caminetto ove pervengono sei persone che non si conoscono tutte fra loro e condividono colazioni e banchetti, passeggiate, escursioni, chiacchiere e battibecchi. (eccoci eh) . Solo che loro sono lì per suicidarsi. Che Shylock in realtà la dovremmo chiamà Otelma, a sto punto.

Evitata la soluzione finale del finale, in tutti i sensi, decidevamo quindi di attenerci strettamente alle parti dei banchetti, colazioni ed escursioni (poche).

A malincuore, ieri, in contemporanea con le salite al Colle, noi si riprese invece la discesa dal toscan montarozzo. E si ritenne, non certo per mancanza di fiducia nei titolati saggi, che anche noi dovessimo schierare atti facilitatori. Il professor Pi, poco prima di scodellarci sul Frecciarossa, ci condusse dunque in un amarcord tour dedicato alla Shylock e ai suoi trascorsi di studente di architettura.

Giunti in quel capolavoro che è la Basilica della Santissima Annunziata nell’omonima piazza, accanto allo Spedale degli Innocenti, il professor Pi, dall’alto del suo agnosticismo militante, asseriva che c’era un unico modo per facilitare qualsivoglia iniziativa in questo Paese e ciò convintamente facemmo: “accendere un cero alla Madonna”.