Archive for aprile, 2013

Centovioline

martedì, aprile 30th, 2013

Ve lo ricordate il violoncellista multato nell’artistica piazza dal solerte roman pizzardoneper lo sforamento di cinque minuti della bachiana suite dalla capitolina ordinanza? Beh guardate un po’ che c’era ieri nella stessa piazza:

Cento. Là dove ne avevano azzittito uno se ne sono presentati cento. Cento violoncellisti. In prima fila lui, Fabio Cavaggion. Il multato. Ora è chiaro che le ordinanze si rispettano. E’ chiaro che se c’è un orario c’è un orario. E’ chiaro che se si inizia a suonare cinque minuti prima e dico cinque, sei fuorilegge anzi fuoriordinanza. Ora però è pure chiaro che a questo punto io mi aspetto e pretendo che lo stesso criterio da sceriffi venga applicato ovunque e a chiunque. E che dunque, nel giro di cinque minuti, io possa risvegliarmi in una città nella quale ogni cosa fili come fosse la costruzione di una suite di Bach: alla perfezione.

Ah e anche domani Fabio Cavaggion suonerà all’aperto. Sul palco del Primo maggio a San Giovanni. Vedi poi quando pensi di arginare un problema e ti si scatena un po’ più in La.

E ora musica maestro:

Un posto al sole

lunedì, aprile 29th, 2013

Il mio amico Effe è tornato da un viaggio di lavoro all’estero.
Il mio amico Effe è tornato entusiasta per quello che ha visto in questo estero.
Il mio amico Effe ha visto questo estero inguaiato ma in crescita e orgoglioso del proprio cammino. E gli hanno detto che però non basta crescere, tocca pure crescere bene. Una crescita se non proprio felice quantomeno contenta. E ambientalmente accettabile.

Il mio amico Effe dice che in quel posto ha lavorato su alcuni progetti di sviluppo per i quali qui non aveva avuto grande ascolto.

Si Meripo’ ma dov’è sto posto?

Ah si: il mio amico Effe è tornato dal Togo. Non il biscotto.

Partire è un po’ restare

sabato, aprile 27th, 2013

Come vi dicevo qualche governo fa, il Professor Pi si trova attualmente impegnato in una missione scientifica internazionale in quel di San Paolo del Brasile a studiare l’algoritmo della samba. La missione lo terrà lontano ancora -almeno- per il voto di fiducia e un paio di consigli dei ministri. Non è escluso che abbia scelto l’espatrio anche in ragione degli ultimi accadimenti geopolitici ma mi pare più probabile la tesi del richiamo scientifico delle oba oba. Va anche detto però che, in ragione delle mie caduche condizioni di psicolabilità già in situazioni normali e vieppiù alla luce degli ultimi politici accadimenti da due mesi in qua, egli -mossosi a pietà- mi abbia messo a parte della rivoluzionaria scoperta dello Skype.

Trattasi di un insondabile mistero attraverso il quale due corpi immersi in due diversi emisferi terrestri sono condannati aiutati a non perdersi mai di vista. Il corpo immerso in Brasile clicca una iconcina azzurra sul computerino e nel giro di qualche squillo si materializza in formato A4 il corpo immerso nel casino nell’Italia.

In realtà, non so per quale inceppamento, il corpo immerso in Italia lo vede ma quello in Brasile non vede quella in Italia. Il che si è rivelato provvidenziale sia quando ho trovato chiuso il parrucchiere che quando mi è scoppiato il raffreddore ciclopico.

Tutto questo per dirvi che, ora che lui sta al Tropico del Capricorno e presumibilmente io in quello delle capricorna, in realtà ci vediamo più di prima. E a fronte dei fine settimana con 300 km di separazione, ai 10.000 km ci si vede tutti i giorni, anche un paio di volte al giorno. Sostanzialmente una convidenza di fatto.

L’occasione, poco fa, gli è stata proprizia per osservare che:
-Certo Meripo’ che la tecnologia è una cosa molto bella. Ma ci ha di fatto reso impossibile andarcene da qualsiasi luogo. In qualche modo si rimane. Si rimane sempre lì. Lì da dove si è partiti.

Che ora che ci penso certe volte non succede solo coi viaggi. E con Skype. Che certe volte uno pensa di aver fatto chissà quanta strada e aver fatto chissà quali cambiamenti e poi si ritrova al punto di partenza senza nemmeno il conforto di Skype. Mh. Ora devo chiedere al Professor Pi se ha un rimedio scientifico anche per questi casi. Non so tipo l’algoritmo della capoeira.

Ora però vado che Skype sta suonando, tipo Toquinho. E gli devo spiegare che è successo oggi.

La Passione secondo Alemanno

venerdì, aprile 26th, 2013

Succede nella patria del Belcanto e nella Capitale d’Italia e anche un po’ del barocco, Capitale ahimè sempre più di declino ostello e un po’ bordello, che un solerte pizzardone appostato in anfratto di artistica fontana, abbia eroicamente assicurato alla giustizia amministrativa l’incivile atto del violoncellista diplomato che suonava Bach in strada con cinque minuti di anticipo sulla solerte ordinanza che disciplina il sol maggiore nonché quello dell’avvenire.

La storia ce la racconta oggi Daniela Amenta sull’Unità a pagina 13 (non ho il link. Si ora ce l’ho: eccolo qua). Fabio Cavaggion è un quarantenne maestro diplomato al musical Conservatorio. Son tempi nei quali un diploma di tal fatta difficilmente può aiutare a sbarcare il lunario. E il maestro Cavaggion ha ripiegato sulla strada. “Sono appena tornato dal Portogallo -racconta sul quotidiano- ho bussato alle porte di tante orchestre, ho provato anche a Santa Cecilia. Ma non c’è niente da fare”.

Il maestro allieta dunque dove può. Educa le nostre orecchie, ingentilisce il nostro cuore e per quanto di sua competenza, e probabilmente a sua insaputa, sta contribuendo a salvare il mondo come I Giusti di Borges.

Per lui non ci sarebbe ricompensa. Dovremmo solo dargli una medaglia al valor civile. In compenso c’è una multa e non è neanche la prima. Pare che il pubblico abbia rumoreggiato e preso le sue difese davanti al pizzardone. Ma niente.

Ora, sindaco Alemanno, ascolti se non Cavaggion almeno un consiglio: faccia questo bel gesto. Esca da questi cinque anni di dolore ostello e bordello da statista: ci vada lei da Cavaggion. E lo inviti a suonare sulla Piazza del Campidoglio. Tipo come fece Rostropovich sotto al muro di Berlino. Che sempre di cadute rovinose parliamo.

Grazie


E già che ci siamo ascolti anche questa:

L’uomo che verrà

mercoledì, aprile 24th, 2013

Andai a vederlo un pomeriggio da sola, fresca di separazione, al secondo spettacolo. In un cinema nel quale non fanno l’intervallo. Che quando si va al cinema da soli il momento peggiore è quello. Ero l’unica sotto i settanta. Anni. Il film era in bolognese stretto, sottotitolato. E dunque stavo gettando le premesse per una disperazione senza ritorno. Eppure quel pomeriggio resta nella mia personale Hall of fame delle scelte azzeccate. Una classifica non affollatissima ma di qualità.

Si chiama “L’uomo che verrà” e il regista è Giorgio Diritti, quello di”Un giorno devi andare”. Brutalmente riassumendo c’è Martina che ha 8 anni. Non parla più da quando le è morto il fratellino. La mamma ora ne aspetta un altro. Per lei è il 1944 in quel dell’Appennino emiliano, per noi che la guardiamo è la strage di Marzabotto vista in diretta con i suoi occhi di bambina. Il fratellino di Martina nasce in casa, a fine settembre. Senonché allo spuntar del giorno arrivano anche le SS. Le mitragliate contro vecchi, donne e bambini che vengono trucidati, dopo esser stati rastrellati, arrivano fino alle rosse poltroncine. Vengono chiusi tutti dentro a una chiesetta dopodiché lanciano le granate della strage. Martina, illesa, torna a casa ma trova solo stanze vuote e silenzio.

E’ a quel punto che prende la cesta con il fratellino, esce e gli canta una ninna nanna. Lei riacquista la parola noi un po’ di fiato e  fiducia: eccolo lì, è lui l’uomo che verrà.

E’ che viviamo aspettando. Ma è come se in questo 25 aprile avessimo perso anche la fiducia nel declinare i verbi al futuro. A malapena si declina il presente. Anzi certi giorni si declina e basta. Poi mi è tornata in mente questa faccina qui:

e pensando che è da questa e altre immani tragedie che arriviamo forse uno dei più grandi atti rivoluzionari, in questo momento, è proprio credere di poter liberare il futuro. Anche nel senso della declinazione del nostro.

Richard nel Paese delle Meraviglie

martedì, aprile 23rd, 2013

Nel disastro generale, e dopo la speranza di poterci aggrappare ai capelli di Maria D’Antuono per la risalita, informo che volendo potremmo anche agganciarci a una teiera Ginori. Che l’unica notizia sulla quale vorrei concentrarmi stamattina è che, quand’anche fosse tutto perduto, la stoviglieria  e un pezzo della nostra storia -oltre a 230 posti di lavoro- pare siano salve: Gucci ha acquistato la Richard Ginori di Sesto Fiorentino salvando teiere, piatti e un pezzo dei nostri corredi di porcellana dal baratro di un ignominioso fallimento. Me l’ha scritto Grace stanotte. Che una volta io postai sul socialcoso la foto di un servizio di piatti del Museo di Sesto e la ricoprirono di mi piace più di Justin Bieber. Oasi di intenditori in un mare di altro. E tutti, appena sanno qualcosa di Richard non Burton, mi avvertono.

E’ che qualche mese fa, andando a trovare il Professor Pi, mi portò a visitare il Museo della Richard Ginori, già data per spacciata, a Sesto Fiorentino appunto. Mi ci portò con la stessa aura di rispetto e reverenza con la quale mi aveva già introdotta alle magnificenze di quello del Bargello e degli Uffizi. Perché probabilmente l’unità d’Italia l’hanno fatta non solo Garibaldi e Mike Bongiorno ma anche i servizi di piatti “buoni” della Ginori.

Certo è che io stamane proprio come Alice mi sono sentita: che questo un Paese delle Meraviglie è. Ma a volte preferiamo non saperlo. E mentre le case reali di tutto il mondo apparecchiano italiano noi nel frattempo siamo in fila da Ikea per accaparrarci il Fargrik e l’Overens. Che, ve lo dico, all’outlet di Sesto Fiorentino costano quasi uguale. Ma a Sesto c’è meno fila. Anzi, vi dico anche questo, le ultime due volte che ci sono andata non c’era nessuno.

Fatevi questo regalo: andateci. Per altro non mi stupirei affatto se incontraste il Cappellaio Matto e il Leprotto Bisestile. Perché prima o poi si si scoprirà che anche il servizio sulla tavola di festeggiamento del non compleanno di Alice arrivava da Sesto Fiorentino.

Aggrappati per i capelli

lunedì, aprile 22nd, 2013

Nell’assoluta impossibilità di trovare da giorni un qualsiasi appiglio barra punto di riferimento barra lumicino barra spiraglio per risalire dal gorgo, sono appunto giorni che continuano a tornarmi in mente solo i capelli di Maria D’Antuono.

Maria D’Antuono, 98 anni, fu  trovata viva dopo 30 ore sotto le macerie a Paganica, nel terremoto che sconquassò L’Aquila.

Appena la tirarono fuori, dopo un giorno e mezzo trascorsi sotto ai calcinacci, oltre ai soccorritori trovò pure l’assedio di telecamere  e giornalisti che, nell’assoluta impossibilità di tacere, le chiesero cosa avesse fatto in quelle 30 ore là sotto. Che un bel tacer non fu mai scritto e meno ancora televisionato.

Lei, frastornata ma più lucida degli interlocutori, non si sottrasse e replicò: “cosa ho fatto tutto questo tempo? Ho lavorato, ho fatto l’uncinetto, ho mangiato qualche cracker”. Poi sbottò: “Ma almeno fatemi pettinare!”.

Da giorni mi aggrappo a quei capelli, a quell’uncinetto e quella spazzola. Non necessariamente in quest’ordine. Cioè mi aggrappo all’idea, o quantomeno alla speranza, che dalle macerie si possa non solo riemergere ma farlo con dignità e vigore. Certo ci vorrebbe non dico una corda di sicurezza ma almeno una spazzola. Quantomeno un uncinetto.

Se una notte d’estate un elettore

venerdì, aprile 19th, 2013

C’è che, tra l’altro, il professor Pi è espatriato. In Brasile. Sostiene di essere stato invitato dall’Università di Copacabana
(-Meripo’, San Paolo, l’Università di San Paolo)
Va bene: sostiene di essere stato invitato dall’Università di San Paolo dove le oba oba locali chiedevano a gran voce di saperne di più sulle equazioni differenziali. Ci resterà lo stretto necessario per trovare l’algoritmo della samba, possibilmente anche quello della bossa nova: mesi, tipo. (-No, Meripo’, ti ho detto che starò via giusto il tempo che voi troviate la quadratura del cerchio istituzionale). Ecco, mesi appunto se andiamo avanti così.

E c’è che io, nell’occasione, sto sperimentando le infinite possibilità della tecnologia avventurandomi nel mondo dello Skype. Dunque qualche volta mi aggiro per il Uaifai con l’Aipadio tenuto in alto come fosse un Ostensorio, come dovessi captare onde random del corridoio perché mi sembra strano telefonare di fronte a una tavoletta A4.

E c’è che lui in questi giorni mi chiede affranto
Meri ma che succede?
E c’è che io davvero, davvero non so come dirglielo, quello che sta succedendo perché non lo capisco neanche io qui vicino.

E c’è che è stato poco fa che mi è venuto in soccorso Italo non il treno. E oggi io, professor Pi, mi sento così’:

“Ho provato un senso di vertigine, come non facessi che precipitare da un mondo all’altro e in ognuno arrivassi poco dopo che la fine del mondo era avvenuta”.

Italo Calvino – “Se una notte d’inverno un viaggiatore”


Il nome della Rosa

mercoledì, aprile 17th, 2013

Alle 15,45 ancora non essendo pervenuta nessuna risposta dalla designata candidata pentastellata alla Presidenza della Repubblica monostellonata ma in compenso essendomi pervenuti in bacheca sul socialcoso o per messaggino privato sempre sul socialcoso sollecitazioni, intimazioni a desistere, altre a delinquere oltre a minacce ovemai si verificasse l’elezione dei nomi della rosa, mi corre l’obbligo di chiarire quanto segue:

1) Mi avete sempre sopravvalutata. La mia influenza ma anche il mio grado di conoscenza di qualsivoglia notizia legata non dico alla designazione del Capo dello Stato ma neanche a quella del Capo Del Mio Condominio è pari alla vostra nella designazione dei premi Nobel, forse anche meno.

2) Qualsivoglia stato di avanzamento dei lavori di designazione mi è ignoto. Di ciò dovreste rallegrarvi e constatare che, tutto sommato, questa democrazia ancora regge nei suoi fondamentali, tipo la designazione dei designatori.

3) Si, sono fra gli “eleggibili”. Ma per ora mi accontenterei di rimanere nel vostro gradimento in quota “leggibile”

4) No, la Gabanelli ancora non ha risposto. E mi ricorda quei momenti di snodo della nostra sentimentale vita che sono i rimorchi via sms, attimi nei quali ci giochiamo mesi, quando non anni, di accumulo di credibilità. Attimi nei quali, dopo aver speso settimane, mesi se non anni, di energie per far sì che le cose vadano in una certa direzione, ovviamente dissimulando e facendo finta che noncipensoproprioate, finalmente l’Oggetto Del Nostro Supremo Interesse si manifesta in 19 lettere spaziesclusi.
-Ti va di uscire stasera?

L’attimo della vita, quello nel quale decidere ENTRO QUANTO DEVO RISPONDERE? Meglio subito o fra mezz’ora? Meglio ancora dopo un paio d’ore? No, non vorrei pensasse che stavo qui a pendere dalla sua Vodafone. Ecco no, forse allora meglio tre, tre ore è quel giusto distacco che prelude però a un prossimo interesse.

Solo che nel frattempo s’è fatta una certa e mentre tu stai lì a fare le prove della risposta da scrivergli, mettendo in bozza le cinque possibilità, dopo aver interpellato tutte le amiche raggiungibili a pioggia come fossi la Doxa, si è a quel punto che Romina ti informa che

-Ma guarda che esce con Rosa, l’ha incontrata al bar venti minuti fa

Mario Pisani, venuto a mancare all’affetto di nessuno

martedì, aprile 16th, 2013

Il post-umo di oggi è per Mario Pisani, originario di Atrani nato ad Amalfi, che ha lasciato questo mondo ma prima di lasciarlo ha contestualmente lasciato questo messaggio alla badante come iscrizione postuma sul suo manifesto funebre:

“E’ venuto a mancare all’affetto di nessuno, per il gaudio di parenti e conoscenti. Coloro che in vita non mi hanno accolto nella più atroce sciagura della mia esistenza, io non li voglio neppure da morto”.

Sono ore che ci penso. A Mario Pisani. Tipo il cinese sulla riva che però aspetta il suo, di cadavere. Sul quale ha lasciato scritta la vendetta postuma. Per l’eternità. Quante volte si sarà morso la lingua per non catafottere di mazzate (copyright Grace) o di improperi tutto il parentado. Lui stava lì ad aspettare. E a sognare. Il momento in cui la badante si fosse recata all’agenzia funebre a commissionare i manifesti per metterli alla gogna tutti.

Mario Pisani. Un eroe dei nostri tempi. Tempi di solitudine. E di vendetta. Che, mai come in questo caso, è stato un piatto servito freddo.