Archive for febbraio, 2013

Professorè, ma ora che c’è Internet lei a che serve?

lunedì, febbraio 11th, 2013

So che la notizia è del tutto secondaria rispetto all’impatto atomico della principale ma non riesco a non pensare che oggi, nell’era del 2.0, l’annuncio del secolo l’ha dato una donna -italiana- che sa il latino: Giovanna Chirri, vaticanista all’Ansa. Le cose le racconta bene l’Huffington Post e sono andate più o meno così: “Quando il Papa ha cominciato a sussurrare in latino il discorso di addio sono andata in panne: ho pensato che era assurdo. Sapevo, come tutti, quel che aveva scritto nel suo libro. Ma ero convinta che non si sarebbe dimesso (…). Sapevo della portata della notizia: ho cercato di contattare l’agenzia, di farla ri-verificare, anche se non avevo dubbi sul mio latino, poi a fare il flash ci hanno pensato loro. Ed è così che ho dato la notizia”.

E’ a quel punto che mi è tornata in mente una frase che sta scritta sui muri di Barbiana, nelle stanze che furono le aule di Don Milani:
“L’operaio conosce 100 parole, il padrone 1000: per questo lui è il padrone”

E poi me ne è tornata in mente anche un’altra, quando una volta un’insegnante mi raccontò che, entrata in classe, uno studente con aria di sfida le chiese:
-Professorè, ma ora che c’è Internet lei a che serve?
E lei rispose
-A insegnarti quello che devi cercare su Internet

Insomma mi sa che alla fine si può cercare di conquistare tutto nella vita: ma se sai un po’ di “latinorum” e “mille parole” sei già a buon punto.

Todo cambia

lunedì, febbraio 11th, 2013

“Meripo’, io ho visto la fine del comunismo, la Juve in serie B e le dimissioni del Papa.  Tutto in vent’anni. Non sono cattolico ma ti dico la verità: al mistero tocca crederci. E oggi ho pure un po’ paura”. E’ il mio amico Remo che al bar, dopo tre, ore trova finalmente le parole. Le parole per dirlo. Per dire di questo sbigottimento, confusione, disorientamento, sconvolgimento, scombussolamento, impressione, turbamento, emozione e tutto il cucuzzaro dei sinonimi che quelle cinque parole hanno innescato: il-Papa-si-è-dimesso. E, come sempre accade subito dopo uno choc, ognuno reagisce come sa e come può.

(Continua qui)

Quello che rimane

venerdì, febbraio 8th, 2013

-Cara Meri, sparisco un po’ dai socialcosi, devo riprendermi il mio tempo. Ti volevo salutare
-Tutto il giorno a rincorrere dichiarazioni di questo e di quello ma non vedere l’ora di tornare a casa per rivedere il tuo appena arrivato bambino e quell’ora non arriva mai
-Da oggi la mia amica non c’è più. E io non ho fatto in tempo a salutarla un’ultima ultima volta. Ma che vita facciamo? Ma perché?

Dice che la vita è quella cosa che ci accade  mentre siamo occupati in altro. E che ci costringe, ogni tanto, a fermarci un attimo per ricordarcene.

Tutto ciò premesso un grande abbraccio a Grace e a tutte e tutti gli amici di Tania.

Che confusione, sarà perchè ti chiamo

giovedì, febbraio 7th, 2013

“Come bisognerebbe chiamare la persona con cui si dorme tutte le notti?” Comincia così un articolo del Corrierone su “la parola che manca alle coppie non sposate” e volto a risolvere il problema del nome della rosa, della rosa di possibilità che si aprono per chi, non sposato, ha comunque un perlappunto. Un-una che? Dice l’articolo che “compagno fa pensare a Berlinguer, partner a un contratto d’affari” e “fidanzato” o “ragazzo” dopo una certa fa strabuzzo di occhio, dunque che rimane? Premesso che pensare un po’ a Berlinguer oggi non potrebbe che far del bene, vista la deriva da cani presa dalla campagna elettorale, c’è che nelle presentazioni pare scatti il momento dei puntini di sospensione con strascinamento delle vocali “ti presentoooooooooooooo”.

Premesso che non è che nelle presentazioni si debba fare l’analisi al carbonio degli stati civili, scusate, maaaaaaaaaaaaaaaa il nome? E infatti deve arrivare Piero Chiambretti, dopo un discreto sproloquiamento di eccelsi pareri, a rivelare la scoperta del Sacro Graal:
“Noi ce la caviamo così: lei è Federica, lui è Piero”.

E se proprio sta soluzione non vi convince invito a calare il jolly: “Ti presento Coso”. E ora fatemi sognare. E ditemi un po’: e voi come vi presentate, ciccini?

La stoltitudine dei numeri privi

mercoledì, febbraio 6th, 2013
Sarà pure solo ma è lunghissimo: pare che l’esimio professor Curtis Cooper della University of Central Missouri abbia identificato il piú grande numero primo finora mai calcolato. Appartiene alla famiglia dei cosiddetti “numeri primi di Mersenne” e precisamente equivale a 2 elevato a 57.885.161 a cui viene poi sottratto 1, un numero di 17.425.170 cifre.

Ogni volta che si parla di queste cose io mi trovo in uno stato di ammirazione, soggezione ed incredulità pari solo ai fedeli davanti alla teca del sangue di San Gennaro. Va detto che la storia dei numeri primi non mi ha mai affascinata fino all’età adulta, adultissima e in coincidenza con l’uscita del libro che ne narrava il dramma dell’eterna solitudine.

E va anche qui confessato che del non sapere una mazza di matematica io andavo bellamente fiera e ne facevo finanche un vezzo finché ho conosciuto il professor Pi. Il quale mai, sia detto, mi ha fatto pesare la disparità di conoscenze in materia fra i numeri due, cioè lui ed io. Ma un giorno, a una affollata assise godereccia un po’ radicalchic e cachemerizzata durante la quale l’ennesima avventrice gli si avvicinava fieramente imbracciando la propria ignoranza al grido di

-Ah, lei insegna matematica? Che invidia, io non ci ho mai capito nulla
egli mestamente rispose
-Signora, comprendo il dramma: è come se Di Pietro e Scilipoti andassero fieri della propria conoscenza dell’italiano.

Da quel giorno ho capito. No, non la matematica, quella ancora no: ma che andar fieri di qualcosa che non si sa non è un vezzo ma una stoltezza della quale, semmai, umilmente dolersi.

Democrazia dal basso. Verso l’alto: la minigonna

martedì, febbraio 5th, 2013

Ha cinquant’anni pure lei. La minigonna. Una rivoluzione in dieci centimetri. Quelli sopra al ginocchio che quella gonna scopriva.

Mary Quant, accreditata come l’inventrice, andava ripetendo a tutti che “né io né Courrèges abbiamo avuto l’idea della minigonna. È stata la strada a inventarla”. Un’anticipazione della democrazia diretta, partecipata, dal basso o per meglio dire dal basso verso l’alto.

Tra scandalo ed entusiasmo la povera Quant ha avuto il suo bel da fare nel difendersi dalla qualunque. Tipo il fatto che «Nelle nazioni europee dove vengono vietate le minigonne nelle strade, dicendo che sono un invito allo stupro, non comprendono l’uso delle calze».

Pensavo a Mary Quant mentre poco fa andava in onda in tv un servizio su una mostra allestita a Roma per i cinquant’anni della mini. E pensavo che le rivoluzioni nascono tutte, si, da un atto di ribellione. Ma quelle delle donne hanno, di norma,  il pregio di farlo senza imbracciare fucili. Tipo questa. Che ha cambiato la storia accorciando un orlo.


(non lo so perché a un certo punto il testo diventa tutto in neretto, ho provato a toglierlo ma persiste. non so, non vorrei stesse iniziando una rivoluzione dal basso verso l’alto della tastiera)

Cambiare stanca

lunedì, febbraio 4th, 2013

Che poi tutta sta storia di quelli che ogni giorno te ne offrono una in più, tombale o trombale, se li riprendi con te e se gli ricredi e se ti rifidi mi ha fatto venire in mente la mia amica Teresa.

Teresa sta a fasi alterne con un mariuolo travestito da gentlemen. Mariuolo nell’anima. I peggiori. Uno che la banda della Magliana ce l’ha dentro ma fuori fa il menagger. Uno abituato a manipolare, circuire, illudere e sparire. Per poi tornare. E ricominciare. A manipolare, a circuire, a illudere. E risparire quando capisce che non è aria perché l’ha fatta  grossa assai. E tornare appena lo spirito di sopravvivenza ci fa dimenticare perché ce ne eravamo liberate.

Il punto è che Teresa lo sa. Lo sa chi è lui. E che non cambierà. Ma ogni volta ci ricasca e mi dice
-Ma magari questa volta è diverso, magari cambia

E io mi ci disperavo a vedercela ricascare. Finché proprio poco fa m’è venuta in mente una cosa: ma non sarà che è Teresa che non vuol cambiare? Perché come è lui lei, ormai, lo sa. E lei? Lei dice che con lui stava male. Ma poi dopo un po’ se ne dimentica.

Però dice
-Meripo’ tu mi devi salvare da questo

E allora non sarà che invece lei non vuol essere ancora salvata per niente? Perché la salvezza implica cambiamento. Ma non cambiamento dell’uomo: implica che prima di tutto cambiamo noi. E cambiare, come lavorare, stanca. Però salva.

Pensaci, Teresa.

Cos’ha da farsi perdonare

domenica, febbraio 3rd, 2013

Una volta un AIT, Amore In Transito, che è quello che già dall’inizio si configura come “di passaggio” -cioé del quale sai dall’inizio che non ci si approderà da nessuna parte ma è comunque un’ottima sala d’aspetto verso il successivo- dicevo un Ait si presentò al secondo appuntamento, cena in verychic ristorante, con un very highcost gioiello. Dopo le insistite mie schermaglie del
-nonpossoproprioaccettare
e dei di lui conseguenti
-tipregoinvecesì
capitolai davanti ai tortelli di zucca e conseguentemente accettai anche il resto.

Narrato l’episodio la mattina successiva a una mia amica psicologa, che la criminologa mi sembrava prematuro scomodarla, condito dai particolari che solo tra “donne del giorno dopo” sono comprensibili, ella a un certo punto mi chiese:
-Cos’ha da farsi perdonare?
Lì per lì mi misi a ridere e pensai che, tra i mestieri che possono rovinarti una vita sentimentale, gli psicologi certamente competono per la vetta.

Cosa, invece, aveva lui da farsi perdonare lo scoprii poco dopo. E, per quanto poi una non voglia tirarsela e fare la signora, trovai che in effetti trattavasi di indennizzo anche piuttosto al ribasso.

E così quando oggi s’è aripresentato lui a dirci che ci paga in contanti se lo votiamo e beh visto che la mettiamo su questo piano, e che sappiamo bene cos’ha da farsi perdonare, no, dico, Silvio, ma che veramente pensi di cavartela con questa miseria? Cioè dopo tutto quello che ci hai fatto passare ti ripresenti con una borsa di Carpisa?

Birkin, Hermes

Everybody needs somebody

sabato, febbraio 2nd, 2013

Beh è stata una giornata particolare. Di quelle che non sai manco da dove cominciare a raccapezzare le idee. E ti senti più o meno come John Belushi e e Dan Aykroyd al termine delle riprese e degli inseguimenti dell’esercito. Cioè che gnaafaipiù.

Ma, forse non ne avresti nessun motivo, anche… ancheeeee (aò non mi viene la parola) anchee… dai, usiamola una volta. Solo oggi. Felice. De che? Di aver fatto più o meno quello che fai tutti i giorni, lavorare. Ma di averlo fatto tutti insieme. Al punto che alla fine, quando va bene e oggi lo è andata anzi deppiù, nessuno sa più di chi sia il merito. Perché il merito è di tutti. E paradossalmente non diminuisce il tuo: lo raddoppia.

Vabbè secondo me non si è capito niente ma volevo solo dirvi che un po’ nei matrimoni e negli amori e nel vivere in due bisognerebbe vivere così: non in due. Insieme. Che, anche se sei solo due, usare “insieme” anzichè “noi due” è diverso. Vuol dire che, pur avendo ben presente che io so’ io (e no eh, qua non vale come per il Marchese del Grillo) Everybody needs somebody, come insegnano i maestri: ognuno ha bisogno di qualcuno. Non solo To love, da amare. Ma ha proprio bisogno e basta. E ve l’avevo detto: giornata difficile.

Mo’ vado. Che mi stanno inseguendo. L’esercito e i nazisti dell’Illinois. E dell’Ohio.