Archive for gennaio, 2013

Ma un bel libro?

venerdì, gennaio 18th, 2013

Enoteca interno sera.

La serata scorre lieve tra un Primitivo di Manduria e un primitivo e basta. Che sarebbe l’ultima sòla maschia rimediata sul mercato dei saldi. La cronistoria degli eventi collegabili al primitivo minuscolo si alterna a sorsate del maiuscolo. Sul tavolo transitano sublimi tartine e piccantissimo cous cous. E’ al terzo rabbocco del maiuscolo che troviamo finalmente la quadra:

-Meripo’ allora io ho detto alla mia amica che ormai trovarne uno decente è un’impresa e siamo circondate di narcisi e immaturi e le ho raccontato le ultime dieci disavventure serali appresso a questo o quello
-E lei?
-M’ha detto: ma un bel libro?

Jean-Honoré Fragonard, Fanciulla che legge, 1770, Washington, National Gallery of Art

Sei nell’animà e lì ti lascio abbastanza

mercoledì, gennaio 16th, 2013

Insomma Bersani ha scelto Gianna. Nannini. Ascoltatevela che secondo me non so se vi metta addosso voglia di scendere in campo o salire in politica però un bel momento ve lo regala di sicuro. E di sti tempi non è poco.

Per me però Gianna è, da sempre, prevalentemente una e una soltanto: quella di “Sei nell’anima”. Già una che con quel titolo poi invece inizia con “vado punto e a capo” e “spegnerò le luci e da qui sparirai” fa ben comprendere lo spread fra intenzioni e realtà: starai pure nell’anima ma intanto vediamo come portarci avanti col lavoro per il control cancel.

Poi però dice una cosa che è “Quanta tenerezza, non fa più paura” e qui veniamo al punto: che certe volte le cose che fanno più paura sono proprio quelle che partono piano e senza fuochi d’artificio ma a un tratto t’hanno conquistato e manco te ne sei accorta-a accorto-o. E sono quelle nelle quali si rischia di più: perché quello-o quella-a te la ritrovi piazzata lì, nell’anima, e non sai manco come caspita ci sia arrivata-a arrivato-o.

Insomma succede che, sì, “Sei in ogni parte di me” ma siccome  tu quel “Ti sento scendere Fra respiro e battito” invece non l’avevi sentito proprio, datosi che ormai quello s’è piazzato “In questo spazio indifeso” e datosi che non avevamo attivato le difese Onu e datosi infine che “Inizia Tutto con te e Non ci serve un perché” allora già che sei nell’animà e manco me ne ero accorta tanto vale che ti ci lasci.

E dunque sì, “Sei nell’anima/ e lì ti lascio per sempre/ sospeso e immobile/ fermo immagine un segno che non passa mai”, senonché avendo dal vocabolario abolito -alla luce dei pregressi e per scaramanzia dei futuri- le parole “per sempre” e “mai” è chiaro che sei nell’anima, si, e lì ti lascio. Abbastanza.

Baciami ancora

martedì, gennaio 15th, 2013
Beati coloro che si baceranno sempre al di là delle labbra, varcando il confine del piacere, per cibarsi dei sogni.
Alda Merini (da qui)

Mamme

lunedì, gennaio 14th, 2013

Scusate ma solo a me a vedere questa donna viene in mente non chi ami ma quanto sia strafica a cinquant’anni?

Tutto ciò premesso oltre le cose bellissime che ha detto dedicando il premio alla sua ex compagna di vita, ha calato un jolly anche quando ha parlato della madre ottantaquattrenne Evelyn Almond, che soffre di demenza senile:
-Mamma, lo so che sei dentro quegli occhi azzurri da qualche parte. Ti amo, ti amo, ti amo, e spero che se dico questo tre volte, le parole sapranno magicamente raggiungere la tua anima, e potranno riempirla di grazia, con la gioia di sapere che hai fatto bene in questa vita, sei una mamma grande.

Chapeau

La pietà e il coraggio

lunedì, gennaio 14th, 2013

Premesso che ciascuno a casa propria fa entrare e parlare chi desidera, forse proprio questo è il punto: di chi è “la casa del Signore”? Me lo chiedo da due giorni, da quando cioè a Emma Bonino non è stato permesso di ricordare Mariangela Melato in chiesa. ”Nuove regole” ha detto il rettore della chiesa degli artisti a un già scosso Renzo Arbore che non se ne capacitava. (continua qui)

La solitarietà

domenica, gennaio 13th, 2013

Ci sono parole che fanno paura solo a sentirle pronunciare. Ci sono poi altre parole che si incaricano di spaurirle. Una di queste parole del primo caso, per me, è sempre stata “solitudine”. Forse troppe pippe scolastiche sull’uomo “animale sociale” o forse troppi spauracchi culturali soprattutto se a “sola” ci aggiungi “donna”. Donna e sola fa sfigata. Faceva. Forse un po’ fa ancora. O forse, semplicemente, troppo poco coraggio nel mettermi alla prova continuando, per anni, ad aver paura di una cosa che sostanzialmente non avevo mai manco provato a vivere di persona. Fatto sta che intanto solitudine -nella mia testolina- era abbinata a singletudine come se lo stato civile potessee direttamente influenzare lo stato sociale. E allo stesso tempo mai mi era venuto in mente di associarla, chessò, tipo, per dire, a indipendenza.

Alla fine, dopo una serie di tentativi malriusciti di ogni genere, sperimentato che sentirsi soli in due è molto più doloroso che esser soli da soli, timidamente mi avviavo all’effervescente e sia pur tardiva scoperta della stessa. Indipendenza. Che le tre guerre in confronto fecero meno danni. Ma insomma piano piano poco poco pare che ogni tanto pure essa faccia capolino vittoriosa.

Ora, giusto ieri, leggendo Gianni Mura che ricordava Mariangela Melato, dunque nel pieno di un abbinamento di Titani, ha fatto capolino in quel magistrale pezzo una parola che ha d’improvviso illuminato a ritroso anni e anni di sfigata ricerca: solitarietà. Quella parolina in grado, come si diceva all’inizio, di spaurirne altre. Signore e signori, ecco dunque la solitarietà:

«Sono cresciuta con l’idea dell’indipendenza. Non sento la mancanza di un marito o di un figlio. Non sopporto le donne che elencano i loro amori sbagliati, è come darsi dell’imbecille. Io sono selettiva, non ho mai perso tempo o spartito la vita con un cretino». Mariangela Melato (da qui)

Una voce poco fa

venerdì, gennaio 11th, 2013

La prima cosa che mi appare pensando a lei è una foto:

ma quella più potente è un suono. Il suono della sua voce. E davvero non trovo un modo migliore per pensare a lei se non sentirla insieme a un’altra grande signora, Alda Merini. Qui, in “Quando gli innamorati si parlano”:

Quando gli innamorati si parlano
attraverso gli alberi
e attraverso mille strade infelici,
quando abbracciano l’edera
come se fosse un canto,
quando trovano la grazia
nelle spighe scomposte
e dagli alti rigogli,
quando gli amanti gemono
sono signori sulla terra
e sono vicini a Dio
come i santi più ebbri.
Quando gli innamorati parlano di morte
parlano di vita in eterno
in un colloquio di un fine esperanto
noto solo a Lui.
Il loro linguaggio è dissacratore,
ma chiama la grazia infinita
di un grande perdono.
Del tuo ultimo tempo senza colore,
delle tue arringhe senza popolo,
della tua vasta legge d’amore,
che da ozi e digiuni,
girando intorno a una grande solitudine
hai scoperto il baricentro del cuore,
o mio sudato amore senz’arte
che mi hai fallito le carte del pudore. ”

Da: folle, folle, folle amore di Alda Merini

Il gol migliore è quello di testa

giovedì, gennaio 10th, 2013

Tra gli innumerevoli vantaggi della rinuncia alla macchina esiste quello della socializzazione alle fermate degli autobus. La socializzazione è vieppiù agevolata tanto più raramente gli autobus passano.  E in questo va detto che tra gli innumerevoli vantaggi del vivere a Roma, soprattutto nell’attuale gestione, questa socializzazione è ai livelli di Facebook.

Sarà stato pressapoco fine novembre quando una sera, rientrando a casa tardino e apprestandomi a scendere alla prossima, un avventore del mio stesso autobus mi avvertiva di fare attenzione che giusto la sera prima, lì alla fermata, avevano scippato una vecchina. Escludendo volesse mettermi in allerta per motivi di anzianità ne deducevo che lo facesse per preservare la borsa e volesse contestualmente scongiurare un suo eventuale coinvolgimento nell’inseguimento del mariuolo. Si premurava quindi di controllare che l’attraversamento della strada procedesse senza intoppi e poi arrivederci arrivederci.

Ci siamo poi rincontrati, in orario diurno, sul percorso inverso casa-lavoro. E dopo un paio di socializzazioni da ascensore (-salve -brutto tempo eh -pare peggiori ancora) ho scoperto che è il papà di un giovane calciatore della serie A. La circostanza mi veniva rivelata solo al terzo fortuito incontro parlando dei problemi della scuola italiana. Per specificare che lui, a quel figliolo già sulla rampa di lancio stellare che è il calcio in Italia, ha detto solo una cosa:

-Ricordati che la prima cosa è l’istruzione. E che devi essere il campione di te stesso. Poi puoi anche allenarti. Ma guai a te se non continui a studiare.

E’ da allora che penso a questa cosa. Il ragazzo ha già collezionato una serie di gol, titoli di giornale, soldi e benefit. Suo padre continua a fare il suo lavoro, in un ristorante. E ogni volta che lo sente -perché non gioca a Roma- la prima domanda che gli fa è:

-Oggi hai studiato?

Questo papà l’ho rincontrato oggi. “Il ragazzo studia” sta diventando la frase in codice. E mi è tornata in mente quella volta in cui chiesero a Piero Angela quale fosse a suo avviso la migliore forma di investimento. E lui rispose: “Il miglior investimento è mettere i soldi nel cervello dei figli”.

I pensieri sono importanti

mercoledì, gennaio 9th, 2013

“Ma io pensavo”. Ecco, care ultime dieci letterine che mi avete inviato, mi sa che -me compresa- il nostro primo problema all’origine di una serie di evitabili sciagure del dopo è il prima e il prima proprio proprio dall’inizio, da quando lo vediamo, lo scrutiamo, PENSIAMO che è proprio quello giusto e cinque secondi dopo già PENSIAMO a come cambiarlo. Per miglioralo, è chiaro. Ecco, lasciamo perdere le migliorìe.  Che, come diceva anche la Nostra Mia, “gli uomini non cambiano”. Prendere o lasciare. Pensiamoci.

« Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero. È con questo che dobbiamo nobilitarci e non già con lo spazio e con il tempo che non potremmo riempire. Studiamoci dunque di pensar bene: questo è il principio della morale »

Blaise Pascal




Zazie

martedì, gennaio 8th, 2013

Ho una nuova amica. Si chiama Zazie. Appena ho letto il suo nome mi è comparso un profumo, di madeleine. E mi si è parata dinnanzi lei, Zazie nel metro. Il librò. Di Chenò. Queneau. Ne sentii parlare per la prima volta dal poveruomo, il mio primo marito. Mi fece una specie di colloquio di assunzione. Non ne sapevo una. Tollerò persino che non conoscessi i Trace, rock prog per capirci cioè per continuare a non capirci. Però su Zazie non sentì ragioni. E mi regalò il librò di Chenò. L’occasione mi è dunque gradita non solo per dare il benvenuto a Zazie nel blog oltre che nel metrò ma anche per -ovemai occorresse- raccomandarvi caldamente di leggerlo. Senza per questo dovervi sposare.

Approfittatene

Zazie nel metrò nel film