C’è che domenica si vota. In Birmania. Una cosa che qui facciamo ogni venti minuti, circa. Al punto che ogni volta uno dice “ancoraaaa? ma non avevamo già votato l’anno scorso?”. Insomma invece in Birmania no (vado proprio al sodo eh, che lì è un casino, da cinquant’anni) e c’è un regime di militari.
E c’è una donna, in Birmania, che si chiama Aung San Suu Kyi. E c’è un film che parla di lei che si chiama The Lady. Questa signora è stata chiusa in casa vent’anni. Venti. Agli arresti domiciliari. Con marito e due figli a Londra.
Una cosa che la vedi scorrere dalla poltroncina di velluto rosso del cinema Fiamma e ti commuove. Ma quando esci fuori e ci ripensi e ti dici ma io venti anni chiusa in casa, con l’amore della tua vita che muore di tumore a migliaia di chilometri di distanza senza di te, da solo, e non vedi i tuoi figli crescere e anzi non vedi proprio nessuno, solo i militari sull’uscio che ti tengono dentro e il filo spinato fuori che tiene fuori quelli che vorrebbero venire da te dentro e insomma io guardate mica lo so, se l’avrei fatto.
Che qua a fare le rivoluzioni su twitter siamo capaci tutti. Ma poi basta che una manifestazione faccia arrivare tardi l’autobus e già sbuffiamo. Vabbè insomma se per caso vi capita andate. Forse è un po’ troppo sdolcinato sulla storia d’amore. Però magari al prossimo corteo ce ne faremo una ragione e senza sbuffare ci incammineremo mestamente a piedi.
(Ciò detto forse andrebbero riviste le priorità e l’effettiva utilità dei nostri, di cortei).










