6 e 7 gennaio 2012
Non so se pure Moravia, nel senso Alberto, viaggiasse con i matti con i quali ho viaggiato io. Ma forse qualcosa di simile doveva essergli capitato quando ha scritto che “Viaggiare non è veramente piacevole. Si va incontro all’ignoto e l’ignoto è qualche volta sgradevole e sempre traumatico. Però fa bene.“
E un altro che pure, secondo me, doveva essersi prenotato una quindicina di giorni tipo questi era coso, quello cinese,
(-Lin Yutang
-Esatto, grazie Professor Pi (che v’avevo detto?))
che dice che “Non ci si rende conto quanto sia bello viaggiare, finché non si torna a casa e si posa la testa sul vecchio, caro, cuscino”. Anzi questo, secondo me, il Professor Pi se l’era portato proprio nell’Omo. Nel senso river.
Ma a te non ti sta mai bene niente! E po’ esse, certo. Però ora i miei 25 lettori considerino, tanto per fare un esempio, che il giorno della Befana ci si inerpicava per tre+tre ore di viaggio su uno sgarrupo tale che io, che non ho sofferto mai di mal di macchina in vita mia, manco quando guidavo io, e che -perdipiù- con l’occasione rendo noto che dal punto di vista degli sballonzolamenti io non ho uno stomaco: ho proprio il tunnel dei neutrini, che ci passa tutto alla velocità della luce senza colpo ferire, beh insomma quel giorno mi so’ sentita tornare su pure i confetti della Prima Comunione. La mia.
Dunque, sei ore di Camel Trophy per andare a vedere un promontoriuccio del lago Abbaya (nel senso nome proprio non imperativo presente) che io ancora non ho capito come caspita gli sia venuto in mente. Certo poi per strada si incontrava anche qualche avamposto dei famosi documentaristi del National Geographic:

Photo sciò (Foto Meri Pop)
che quando vedete quelle belle foto di zebre, dik dik, kudu, aquile reali, ma chi vi credete che le fa?
E poi dopo quete sei ore di fiera dello stomaco rivoltato lui che fa, il pomeriggio? Ci mette sopra a un barchino. E dice pure:
-Pare che faremo avvistamenti interessanti.
E infatti, guardate qua che robetta:

Finché la barca va (Foto Meri Pop)
Certo poi ci stavano pure sti due:

Ci son due coccodrilli (Foto Meri Pop)
E anche le Sirenette, eh:

Ciaffff (Foto Meri Pop)
Poi il 7 gennaio ci siamo sciroppati altri 600 chilometri per arrivare in tempo ad Addis Abeba. A festeggiare. Il Natale. Copto. Ma anche il compleanno del Professor Pi. Che Laura gli ha avvolto il regalo in una foglia di banano bellissima, legata con le fibre della canna da zucchero. Lui lo ha aperto la sera a cena, mentre mangiavamo l’Enjera con le mani. E intanto passava un cameriere con una brocca d’argento, un piatto sempre d’argento tutto lavorato sotto ma con i buchi, e sotto ancora un altro recipiente.
E a me è preso un colpo. Perché io quell’oggetto in casa ce l’ho da venti anni, diciannove, tanti anni: è stato uno dei regali per il mio matrimonio. Di una zia che viveva in Turchia, in realtà. Poi il matrimonio è finito ma la brocca coi sottocosi è rimasta. E io non ci ho mai capito nulla. Non solo del mio matrimonio ma pure di quel regalo. Era bellissimo: ma chissà a che serviva. E pensa un po’, serviva a questo: a farmi arrivare fino a qui, 20 anni dopo, per emozionarmi una sera di Natale copto mentre mi lavavo le mani unte in un ristorante di Addis Abeba, dopo aver mangiato Enjera con altri quindici matti mentre, dentro di me, finalmente mi rispondevo:
-del matrimonio non ci ho ancora capito un tubo mattugguardaacchesservivaquelcaspitadicoso
Così i matti hanno rimediato pure una bottiglia di Martini. Bevuto nei bicchieri. Poi nel ristorante hanno abbassato le luci e tutti gli avventori etiopi hanno cantato gli auguri. No, non di Natale: gli auguri al professor Pi.
Insomma, hai fatto 3000 chilometri di st’iradiddio, seguendo al limite dello stalking pezzi di quei 1000 km di fiume, 15 giorni, con 15 nuovi amici, in 10 tribù.
Eppure a condurti nel disastro di norma non sono mai i grandi numeri ma gli attimi: a partire da quello in cui gli dici agitatamente “prenoto” per finire in quello nel quale gli dici incoscientemente “grazie”.
Diceva Alice, quella nel Paese delle meraviglie:
“Per quanto tempo è per sempre?”
e Bianconiglio: “A volte, solo un secondo.”
P.S.
E comunque nessuno mi toglie dalla testa che una puntatina col Professor Pi l’aveva sperimentata pure Cesare. Nel senso Pavese: “Viaggiare è una brutalità. Obbliga ad avere fiducia negli stranieri e a perdere di vista il comfort familiare della casa e degli amici. Ci si sente costantemente fuori equilibrio. Nulla è vostro, tranne le cose essenziali – l’aria, il sonno, i sogni, il mare, il cielo – tutte le cose che tendono verso l’eterno o ciò che possiamo immaginare di esso”.
-Meripo’?
-Eh?
-Beh, e che chiudiamo così?
-No, guarda, non ho altro da confessare, che poi le notti dopo le abbiamo passate dentro aerei e aeroporti e quindi anche volendo di zanzariere non ne ho più divelte.
-Si, ma allora?
-0286574636875025
-Che è?
-Il numero del mio avvocato. Senza il quale non intendo rilasciare più dichiarazioni di nessun tipo attinenti a viaggi che esondino oltre Abano Terme
-E perché ha tutte quelle cifre? (aò questo non abbandona la serie di Fibonacci manco alla penultima riga del post, santapace)
-Perché è il numero di un avvocato internazionale, Professor Pi, Patrocinante all’Onu.

(Foto David)
Grazie a:
Alessandra, Alice, Angelo, Carla, Elio, Fabio, Giancarlo, Laura, Loriana, Maria Luisa, Julie, Pietro, Silvia, Sven, Walter
e David: