Archive for gennaio, 2012

Separati e accoppiati di tutto il mondo Unitàtevi

martedì, gennaio 31st, 2012

Volevo dirvi che per una che si occupa di cuorinfranti approdare anche in un posto che si chiama L’Unità più che ascriversi al capitolo giornalistico attiene al profetico: un segnale di speranza, in controtendenza con la deriva dei Maya. E’ la zattera lanciata al naufrago, l’Oroscopo 2012 di Paolo Fox tutto con Saturno pro, il gemellaggio con Lavoisier:
nulla si crea ma soprattutto nulla si distrugge; tutto si trasforma e una volta tanto non si trasforma in mazzate.

Insomma siamo qui e saremo ogni tanto pure allì con il “Sentimental Pop“. Una cosa tipo separati e accoppiati di tutto il mondo Unitàtevi.
E siccome me sto a invecchià e pure de brutto mi sono anche emozionata, a iniziare con il Giorno della Memoria.
Ora lo sapete, si, che se solo mi ricordassi tutti i vostri nomi ve dovrei inizià l’elenco dei ringraziamenti? Che fino a qui io mi ci so’ trascinata pure perché c’eravate voi.
E perché Ramon ha salvato sto sito dalla profezia dei Maya.

P.S.
-Meripo’ allora sta foto per il Sentimental Pop arriva o no?
-EEhh?
-U-NA-FO-TO
-Ma veramente io una foto decente non ce l’ho, ho guardato, ho guardato e allora ho chiesto alla mia amica Francesca che è una bravissima fotografa se me  ne fa una più tardi
-Io pensavo a una del viaggio in Africa
-EEehhh?
-NON-SER-VE-BE-REN-GO-GAR-DIN. MANDAMI-UNA-FOTO-DEL-VIAGGIO-IN-AFRICA
-Ah. Si. Si cel’ho. Te la mando. Eccola. Io sono quella con gli occhiali. Grazie. Ciao
-CI-A-O

Extreme Makelover

martedì, gennaio 31st, 2012

Capisci che la situazione è grave quando vai a farti la messa in piega per evitare che la sua prossima telefonata ti trovi con i capelli in disordine.

Mo’ torno, comunque, eh.

Bloggami ancora

lunedì, gennaio 30th, 2012

-Meripo’?
-Ramòn!
-Stai scadendo
-Nel senso troppe espressioni colorite?
-Meripo’ il sito
-Eh?
-Il dominio del sito, sta finendo: che devo fa’?
-Ma è una cosa che ha a che vedere tipo con la profezia dei Maya?
-Lo devo rinnovare per due anni oppure no sto Supercalicoso?
-Ma che, scade tipo l’Activia?
-Si. Allora? Vuoi proprio continuare?
-Ramòn, io in realtà certe volte penso effettivamente di chiuderlo
-Bene
-Come bene?
-No, dico, allora non rinnovo il contratto?
-Lo penso ma poi ci ripenso. Per i commenti
-Hai paura dei commenti che possono fa’ se chiudi? Ma guarda che devi sta’ tranquilla su sto punto, anzi…
-No, io volevo dire che penso di chiuderlo ma poi lo tengo aperto per i commenti che ci lasciano, che mi piacciono molto
-Cioè noi teniamo aperto sto coso tipo una casella postale, ‘a segreteria telefonica?
-Beh si, anche. E poi, Ramòn,come dice Glattauer
-EH?
-Daniel Glattauer “Scrivere è come baciare. Solo senza labbra

-A Meripo’ me sembri Vendola, macchestaiaddì? A baciarsi così sarebbe come mangià la vaschetta e buttà la Nutella. O ingoià er bigliettino e buttà il bacio Perugina.
-Ramòn, guarda, va bene: altri due anni così e poi vediamo
-Voi passà altri due anni a baciatte a sta maniera? 
-No, il sito: rinnoviamolo ancora, per stavolta
-Occhei
-Ciao Ramòn, grazie eh
-Ciao……..
…..Meripo’?
-Si?
-Però famme na cortesia: in questi due anni cercatelo, anzi, trovalo.
-Ma chi?
-Uno da bacià come se deve. Ciao Meri

“Tutto quel dolore? E’ la guerra: per questo l’Italia la ripudia”

domenica, gennaio 29th, 2012

Per quelle strane coincidenze della vita due giorni fa vi ho parlato degli “ebbrei“. O meglio, ne ho fatto parlare quella bambina di dieci anni che è mia madre. Quella storia la raccontai in un libro (quello che ricordava Nomfup): misi mia madre davanti a un registratore e le chiesi di raccontarmi che cos’è la guerra, quando hai 10 anni. Poi chiesi a Oscar Luigi Scalfaro di scriverne una Prefazione.
Mi rispose che ormai scriveva poco ma soprattutto mi disse:  “e cosa posso aggiungere io a quel mare di dolore che parla così bene da solo?”.
Però lo fece. “Per quella bambina”. Mi mandò quattro cartelle scritte a macchina, mentre eravamo in pieno conflitto iracheno. Queste sono le ultime righe:

Tutto quel dolore? “E’ la guerra. Per questo l’Italia la “ripudia”. (…) Mentre esce questo diario così vivo e doloroso altra guerra non ha ancora cessato di insanguinare l’umanità. Ed è sorta la teoria della guerra preventiva che non trae legittimazioni nel diritto internazionale e tanto meno nei principi generali dell’etica e con le bombe intelligenti sono apparsi, nel linguaggio che tutto aggiusta, i morti e i feriti del fuoco amico! (…)
Per chi legge qui c’è il breve diario di una sofferenza dovuta alla guerra; una sofferenza piccola di fronte all’immane devastazione della guerra. Ma l’umana sofferenza può mai essere chiamata piccola?
Questo certamente non è il pensiero di Dio.
E quanti di questi piccoli e ignoti episodi di guerra? Migliaia? No, milioni e milioni, un’alluvione di umano dolore: e questo dolore quanto vale?
Quanto vale per ciascuno di noi?
Quanto vale per te che leggi?”.

#ioricordo e #ioringrazio

venerdì, gennaio 27th, 2012

Nomfup, quello, non fa dimettere solo i ministri inglesi: fa sobbalzà dalla sedia pure le Meri Pop italiane.

E ora direi che ci meritiamo un po’ di Gam Gam. Che parla del Salmo 23: “Anche se andassi nella valle oscura/ non temerei alcun male/ perché tu sei sempre con me”:

A chiunque la vogliate dedicare. Anche agli amici, tipo.

 
(Grazie a Massimo Faggioli)

Gli ebbrei

venerdì, gennaio 27th, 2012

Io in questa masseria poi alla fine non è che ci sto tanto male. Certo fa un sacco freddo. E non c’è tanto da mangiare. Però mia nonna quando trova un uovo mi mette sotto alla sua mantella e me lo fa mangiare. L’uovo alla mantella: me lo fa così per non farmi vedere dagli altri bambini che stanno qua e non ci hanno manco l’uovo.
Mamma e papà e Carlo e Teresa non lo so dove sono. Però dice nonna che fra poco li ritroviamo.
Pure quelli vestiti di nero con gli stivali che si sono presi casa mia poi si vede che avevano freddo. Perchè hanno fatto un fuoco. E però hanno bruciato pure la casa. E poi anche tutto il paese.
Noi l’abbiamo visto da quassù che bruciava. E nonna piangeva. E anche questi altri qui sfollati nella masseria. Però pure loro la sera si fanno il fuoco e ci mettiamo tutti intorno per scaldarci. Ma non abbiamo bruciato la masseria. Ancora no.

E ieri sera diceva la comare che ci abbiamo tante sciagure ma per fortuna non ci abbiamo gli ebbrei da nascondere, che sono già scappati. Gli ebbrei li prendono sui treni, ha detto. E poi ha abbassato la voce. E allora io ho capito: gli ebbrei sono una malattia contagiosa e perciò nessuno la vuole prendere e, se la prende, la deve nascondere.

Allora ho chiesto a nonna: come sono fatti gli ebbrei? E i bambini ebbrei? E lei è stata zitta. E quando nonna sta zitta sulle malattie vuol dire che è una cosa grave.
Speriamo che non mi prende pure a me gli ebbrei. Che ci manca solo questo. Speriamo che gli ebbrei non gli venga a nessuno.

Io mi chiamo Tilde. E sono  la mamma di Meri Pop. Ho 79 anni. Ma il 27 gennaio, ogni anno, ne ho di nuovo 10. Per dimenticare. Che questo è stato.

Omo arriver

giovedì, gennaio 26th, 2012

6 e 7 gennaio 2012
Non so se pure Moravia, nel senso Alberto, viaggiasse con i matti con i quali ho viaggiato io. Ma forse qualcosa di simile doveva essergli capitato quando ha scritto che “Viaggiare non è veramente piacevole. Si va incontro all’ignoto e l’ignoto è qualche volta sgradevole e sempre traumatico. Però fa bene.” 
E un altro che pure, secondo me, doveva essersi prenotato una quindicina di giorni tipo questi era coso, quello cinese,
(-Lin Yutang
-Esatto, grazie Professor Pi (che v’avevo detto?))
che dice che “Non ci si rende conto quanto sia bello viaggiare, finché  non si torna a casa e si posa la testa sul vecchio, caro, cuscino”. Anzi questo, secondo me, il Professor Pi se l’era portato proprio nell’Omo. Nel senso river.

Ma a te non ti sta mai bene niente! E po’ esse, certo. Però ora i miei 25 lettori considerino, tanto per fare un esempio, che il giorno della Befana ci si inerpicava per tre+tre ore di viaggio su uno sgarrupo tale che io, che non ho sofferto mai di mal di macchina in vita mia, manco quando guidavo io, e che -perdipiù- con l’occasione rendo noto che dal punto di vista degli sballonzolamenti io non ho uno stomaco: ho proprio il tunnel dei neutrini, che ci passa tutto alla velocità della luce senza colpo ferire, beh insomma quel giorno mi so’ sentita tornare su pure i confetti della Prima Comunione. La mia.

Dunque, sei ore di Camel Trophy per andare a vedere un promontoriuccio del lago Abbaya (nel senso nome proprio non imperativo presente) che io ancora non ho capito come caspita gli sia venuto in mente. Certo poi per strada si incontrava anche qualche avamposto dei famosi documentaristi del National Geographic:

Photo sciò (Foto Meri Pop)

che quando vedete quelle belle foto di zebre, dik dik, kudu, aquile reali, ma chi vi credete che le fa?
E poi dopo quete sei ore di fiera dello stomaco rivoltato lui che fa, il pomeriggio? Ci mette sopra a un barchino. E dice pure:
-Pare che faremo avvistamenti interessanti.
E infatti, guardate qua che robetta:

Finché la barca va (Foto Meri Pop)

Certo poi ci stavano pure sti due:

Ci son due coccodrilli (Foto Meri Pop)

E anche le Sirenette, eh:

Ciaffff (Foto Meri Pop)

Poi il 7 gennaio ci siamo sciroppati altri 600 chilometri per arrivare in tempo ad Addis Abeba. A festeggiare. Il Natale. Copto. Ma anche il compleanno del Professor Pi. Che Laura gli ha avvolto il regalo in una foglia di banano bellissima, legata con le fibre della canna da zucchero. Lui lo ha aperto la sera a cena, mentre mangiavamo l’Enjera con le mani. E intanto passava un cameriere con una brocca d’argento, un piatto sempre d’argento tutto lavorato sotto ma con i buchi, e sotto ancora un altro recipiente.

E a me è preso un colpo. Perché io quell’oggetto in casa ce l’ho da venti anni, diciannove, tanti anni: è stato uno dei regali per il mio matrimonio. Di una zia che viveva in Turchia, in realtà. Poi il matrimonio è finito ma la brocca coi sottocosi è rimasta. E io non ci ho mai capito nulla. Non solo del mio matrimonio ma pure di quel regalo. Era bellissimo: ma chissà a che serviva. E pensa un po’, serviva a questo: a farmi arrivare fino a qui, 20 anni dopo, per emozionarmi una sera di Natale copto mentre mi lavavo le mani unte in un ristorante di Addis Abeba, dopo aver mangiato Enjera con altri quindici matti mentre, dentro di me, finalmente mi rispondevo:
-del matrimonio non ci ho ancora capito un tubo mattugguardaacchesservivaquelcaspitadicoso

Così i matti hanno rimediato pure una bottiglia di Martini. Bevuto nei bicchieri. Poi nel ristorante hanno abbassato le luci e tutti gli avventori etiopi hanno cantato gli auguri. No, non di Natale: gli auguri al professor Pi.

Insomma, hai fatto 3000 chilometri di st’iradiddio, seguendo al limite dello stalking pezzi di quei 1000 km di fiume, 15 giorni, con 15 nuovi amici, in 10 tribù. 
Eppure a condurti nel disastro di norma non sono mai i grandi numeri ma gli attimi: a partire da quello  in cui gli dici agitatamente “prenoto” per finire in quello nel quale gli dici incoscientemente “grazie”.

Diceva Alice, quella nel Paese delle meraviglie:
“Per quanto tempo è per sempre?”
e  Bianconiglio: “A volte, solo un secondo.”

P.S.
E comunque nessuno mi toglie dalla testa che una puntatina col Professor Pi  l’aveva sperimentata pure Cesare. Nel senso Pavese: “Viaggiare è una brutalità. Obbliga ad avere fiducia negli stranieri e a perdere di vista il comfort familiare della casa e degli amici. Ci si sente costantemente fuori equilibrio. Nulla è vostro, tranne le cose essenziali – l’aria, il sonno, i sogni, il mare, il cielo – tutte le cose che tendono verso l’eterno o ciò che possiamo immaginare di esso”.

Meripo’?
-Eh?
-Beh, e che chiudiamo così?
-No, guarda, non ho altro da confessare, che poi le notti dopo le abbiamo passate dentro aerei e aeroporti e quindi anche volendo di zanzariere non ne ho più divelte.
-Si, ma allora?
-0286574636875025
-Che è?
-Il numero del mio avvocato. Senza il quale non intendo rilasciare più dichiarazioni di nessun tipo attinenti a viaggi che esondino oltre Abano Terme
-E perché ha tutte quelle cifre? (aò questo non abbandona la serie di Fibonacci manco alla penultima riga del post, santapace)
-Perché è il numero di un avvocato internazionale, Professor Pi, Patrocinante all’Onu.

(Foto David)

Grazie a:
Alessandra, Alice, Angelo, Carla, Elio, Fabio, Giancarlo, Laura, Loriana, Maria Luisa, Julie, Pietro, Silvia, Sven, Walter

e David:
 
 

 

Certe notti

mercoledì, gennaio 25th, 2012

5 gennaio 2012
Trascorsa una notte tranquilla (toni da referto post operatorio) nello sfolgorante hotel Swaynnes, la mattina del 5 gennaio ci vedeva in marcia verso il villaggio dei Dorzè.
(-Tranquilla un par di pa
-E mo’ chi è?
Meripo’, vedo che hai rimosso, dopo la mia zanzariera, anche il ricordo dell’annessa performance
-Professor Pi questa però si chiama esondazione non autorizzata in post altrui
No, Meripo’, questa si chiama omertà
-Vabbè allora mentre il resto dei viaggiatori trascorreva presumibilmente una notte tranquilla, io anche. Però poi a un certo punto ho sentito dei rumori fuori in giardino ed era già tutto buio che avevano tolto la luce e io non trovavo la torcia sul comodino cioè non trovavo neanche il comodino perché ero avvolta nella zanzariera. E ho cercato di scansare la zanzariera ma mi si è impicciata nel comodino e allora quando ho tirato la zanzariera è venuto giù anche il comodino con sopra la sveglia, la torcia, l’Autan e la bottiglia dell’acqua. E allora il Professor Pi si è svegliato di soprassalto e ha detto una cosa che non posso ripetere e quindi poi io gli ho detto che c’era un casino sospetto fuori e lui mi ha detto che invece ce n’era uno certo dentro.
Ecco, mo’ possiamo andare avanti col racconto??)

Allora stavo dicendo che ci incamminavamo verso il villaggio dei Dorzè. Che sti Dorzè abitano in montagna, sull’altipiano, 2.800 metri in quel di Chencha. Bel freschetto. Sono maestri di tessitura e coltivano il cotone. Ma anche, e soprattutto, risse. Se ne aveva un primo inequivocabile segno già arrivati al parcheggio: manco facevo in tempo a scendere dalla gippetta sedili posteriori che fuori dalla gippetta posizione sedili anteriori si sprigionavano urla amariche, nel senso in amarico, da certi energumeni che avevano circondato David.
-Guide locali
chiosava poco convintamente il Professor Pi a dieci minuti dall’inizio delle ostilità e in assenza di ricomposizione delle parti ma, anzi, essendo nel frattempo sopraggiunti esponenti della Polizia locale nonché tutto il villaggio.
(-Scusa e perché litighiamo con le guide locali?
-Perché sono finte guide locali, Meripo’
-Ah. E chi sarebbero?
-Boss locali)
Preso atto di trovarci in una specie di Gomorra notavo che però David, solo contro tutti, non era affatto scoraggiato dalla superiorità numerica e muscolare degli energumeni e, anzi, dopo aver rifiutato -per fortuna sua nel senso del professor Pi- il soccorso che gli aveva offerto il suddetto professor Pi, David andava esponenzialmente aumentando i decibel e l’incazzatura finché, osservatici tutti lì attoniti, riacquistava un mezzo sorriso e ci congedava con un
-Avviatevi pure tranquillamente al mercato, che qui ci penso io
Dal che si evince l’uso disinvolto che, presso i Dorzè, viene fatto dell’avverbio “tranquillamente”.

Ciò detto ci catapultavamo, raggiunti fin lì dall’eco della faida ancora in atto, in una spianata di cotone che sembrava di stare tipo dentro un Permaflex.

Mercato Dorzè (Foto Professor Pi)

Una volta sedata la controversia, che ormai aveva coinvolto tutta la vallata, David tornava vincitore come Radamès nell’Aida. E ci portava a casa dei Dorzè. Nel senso nelle capanne. Che questi costruiscono capanne altissime, fino a 16 metri. Perchè poi ci pensano le termiti a ridurle fino a un paio. E sono a forma di elefante. Giuro.

Capanna Dorzè (Foto Meri Pop)

Porte basse e dentro altissime ma buissime. La nostra guida, un rasta figo da paura
(-Meripo’
-E quando ce vo’ ce vo’, eh)
ci faceva entrare a tentoni, co’ sto buio che non si capisce nulla (chi abbia visitato Abercrombie&Fitch a New York sa di cosa parlo, anche nel senso dei commessi), poi ci faceva sedere su panche di legno e diceva:
-ora piano piano gli occhi si abituano a inizierete a vedere
Essantocielo è vero: stai al buio ma ci vedi. E io in cosa mi imbatto mentre mi giro un attimo? Due mucche a ore nove dietro un precario separè.
-I Dorzè vivono nelle capanne insieme agli animali. Per favorire il riscaldamento
Il famoso metodo Betlemme, capanna-Gesù Bambino-bue-asinello. Ecocompatibile.
E poi vivono prevalentemente della coltivazione di Ensete, “finto banano”: ci fanno dal pane alle impalcature delle capannucce.  E a un certo punto ci hanno cotto pure una specie di piadina di banano. E poi ci hanno detto
-A tavola, è pronto
E siamo entrati in questa cosa bella così:

Buon appetito dai Dorzè (Foto Meri Pop)

Quando, belli satolli di falsobanano ma soprattutto di una suprema insalata di riso, ci alzavamo dalla fastosa tavolata, trovavamo il modo di misurarci in esercizi ginnico-digestivi di vario genere fra i quali spiccavano le flessioni del risplendentissimo Elio:

Casca il mondo ma non casca la terra (Meri Pop)

 

 

Quel ramo del lago di Chamo

martedì, gennaio 24th, 2012

4 gennaio 2012
Forza, che fra un paio di giorni torniamo a casa.
Allora stavamo dicendo che si peregrinava fra desert flowers e strade similasfaltate, destinazione finale il lago nonmiricordocomesichiama, vicino Arba Minch, prima della risalita verso Addis Abeba. La meta era quasi vicina quando ci ritrovavamo improvvisamente immersi anziché nel lago in un mare. Di mucche: centinaia di mandrie sulla carreggiata. Un’ora e mezza di slalom.

Ed era all’improvviso che, dal pre Simmenthal, sbucava fuori un paesaggio alpino, Heidi compresa ma con i riccioli scuri scuri: una corona di montagne circondava pianure e distese erbose piene di mandrie e capanne. E un lago. Cioè due: uno azzurro e uno rosso.

The red lake (Foto Meri Pop)

Che non era né effetto della birretta scolatami a pranzo e manco di una precipitazione improvvisa nel daltonismo. Erano proprio due laghi uno accanto all’altro e di colori diversi: il lago Abbaya e il lago Chamo (ho ritrovato l’appuntino di viaggio del Professor Pi, tre agevoli cartelle di spostamenti, istruzioni e dissuasioni).

Ma la cosa davvero incredibile doveva ancora arrivare ed era l’albergo di Arba Minch: lo Swaynnes. Segnatevelo perché non lo so quando vi ricapita una cosa del genere: bungalow biposto con terrazza aggettante sul lago, letti puliti, belli, interi, che non cascano a terra di notte, zanzariere senza buchi (ah ma io sono riuscita a inciampare anche con queste sane, di notte, ca va sans dir), animali solo fuori, saponetta al bagno, bagno con la porta.

Veduta d'insieme (Foto Meri Pop incredula)

Il Professor Pi ci teneva a specificare, scusandosi, che “ho considerato che, essendo alla fine del viaggio, potesse essere utile stare tre notti nello stesso posto, possibilmente decoroso”. (Traduz: scialiamo ma non vi ci abituate, proprio).

Veduta dal balcone (Foto Meri Pop)

Molte delle stanze affacciavano sullo stesso giardino e dunque ci ritrovavamo fuori, increduli e guardinghi, immaginando che da un momento all’altro ci ci potesse notificare un errore di prenotazione. Invece si annunciava che dalle 18,30 alle 21 avremmo avuto anche acqua e luce e l’acqua persino calda tiepida.

Perché poi l’altro indubitabile vantaggio è che, una volta rientrata dalla Letiopia, sono dovuta partire per lavoro. In Italia. Sono arrivata nell’albergo della metropoli nordica, ho poggiato la borsa e, all’attonito concierge che mi aveva accompagnata al piano, iniziavo a rivolgermi con una raffica di vocali:
“OOOhhhh ma c’è un letto tutto pulito,  Aaaahhhh ma il bagno è in camera E HA LA PORTA, Uuuuhhhh gli asciugamani ah ma allora il mio non lo uso, Eeehhh ma anche l’armadio per i vestiti, Iihhhhh la luce, ma che cosa fantastica”.
Insomma il poverino alla fine m’ha dato, lui, a me, due euro di mancia.

Quanto allo Swaynnes Hotel, Arba Minch, Etiopia, avvicinandosi l’ora di andare a dormire, siccome ieri ho incontrato il mio amico che mi ha detto: “Meripo’, belli sti tuoi racconti africani! Ho apprezzato soprattutto le tue incursioni notturne nel letto del Professor Pi al quale va tutta la mia umana comprensione”, vorrei chiarire con l’utenza tutta che, tranne pochi e circostanziati bofonchi, il destinatario dell’umana pietas, comunque, non s’è mai lamentato. Credo. Penso. Tipo almeno con me non l’ha fatto. Ancora. Ne’ ho avuto notizie in tal senso dal mio avvocato. Per ora.

La Grande Spaccatura

lunedì, gennaio 23rd, 2012

4 gennaio 2012

Quanto poi alla geolocalizzazione del viaggio è qui il caso di ricordare che, trovandoci nella zona della Rift Valley, la grande spaccatura della crosta terrestre che attraversa l’Africa, anche l’italica spedizione omorivica trovava il modo di onorarla. E dunque dopo giorni e giorni di perfetta unità e sintonia il gruppo si spaccava: gruppo Dissenten vs gruppo supposte di glicerina. La giornata del 4 segnava, drammaticamente, gli ultimi significativi passaggi da glicerina a Dissenten senza passare dal via. Smottamenti episodici si erano già verificati nei giorni precedenti, in modulazione di frequenza varia, ma solo il 4 era possibile avere un quadro più preciso degli schieramenti in campo. In tutti i sensi. Soprattutto nel senso che si facevano più frequenti, in viaggio, le soste pe’ campi.

Il tema non è di quelli che si trattano volentieri ma temo sia necessario attardarmici per chiarire che, pur avendo viaggiato non alla Marco Polo ma comunque un pochetto purìo, è come se in Africa cambiasse la percezione di tutto: si viaggia, o almeno io, in due, tu e una perenne, sottile, discreta ma stanziale ansia. Per qualsivoglia anche trascurabile malessere. Il maldipancia che ti prende al quartiere Prati è un conto. Quello per prati africani un altro. Magari è solo la maledizione di Montezuma ma potrebbero essere diecimila altri accidenti contro i quali, se avessi voluto vaccinarti, t’avrebbero dovuto ridurre a buchi come uno scolapasta.

Non parliamo, poi, della legge secondo la quale un corpo, immerso nell’habitat delle zanzare, è molto probabile che venga punto. Ogni puntura è una specie di Camera di Consiglio di Tribunale che si riunisce: te tocca aspettà. E vedere che succede da qui a non si sa quanti giorni. Nonostante si sia tutti, anche qui, divisi nell’altra grande Sottospaccatura, quelli del Lariam e quelli del Malarone. Chevvelodicoaffare se ve spunta una macchietta, un’abrasione, una feritina: nulla si richiude, nulla si ricompone, nulla si schiarisce ma tutto tende solo a peggiorare.

Allo stesso modo un corpo, sia pure immerso nell’Autan extrastrong, viene punto lo stesso. E qualsiasi tentativo atto a panarcisi dentro non produrrà alcun effetto barriera sulle disgraziate. Lo produrrà invece sul primo e secondo strato di epidermide che, cementata nella miscela Autan-cremasolare bianca-polverelocale rossa- vi renderà simile a un calco di terracotta semovente.

Insomma tutto intorno a te sembra avere il disagevole sapore della precarietà. La giornata, di qualsiasi numero e tipo di ore sia composta, sarà un continuo susseguirsi di atti di legittima difesa: dal sole, dal caldo, dall’afa, dalle mosche e da ogni genere di insetti invisibili che non mancheranno però di lasciarvi indelebili tracce di variegati bubboni.

E dunque perché si continua a partire? Ecchenesoio, mannaggia. Che qua ce ne vorrebbe più d’uno bravo, di dottore, per rispondere. Più di quello di via Plinio delle vaccinazioni. Perchè è questa la sindrome peggiore: non riuscire più a fare a meno di non farlo più. Lamentarsi ma poi voler chiudere la tenda e gli occhi, la sera, qui davanti:

Karo sunset (Foto Meri Pop)

e poi riaprirli qui:

Villaggio Borea (Foto Meri Pop)

o incontrare l’occhiolino suo

Villaggio Dorzè (Foto Meri Pop)

Fatto sta che giusto il 4, dopo esserci sciroppati i fondamentali musei di Jimka e di Konso, strada facendo l’apparentemente imperturbabile David inchiodava il mezzo su strada stranamente non sgarrupata, innestava breve marcia indietro, poi di nuovo avanti, poi poco indietro e, sbirciando fra zeppi e rovi, indicava con il dito un buio oltre la siepe nel quale risaltava questo:

Desert flowers (Foto Meri Pop)

“fiori del deserto”- chiosava con grande fierezza. E siccome David ne ha viste di ogni, tra guerre e “desert storm”, mi sembrava che il suo poter finalmente indugiare sui “desert flowers” fosse cosa degna di essere segnalata anche a voi.