Archive for novembre, 2011

Tutto in una notte

mercoledì, novembre 30th, 2011

In ottemperanza alla cura omeopatica che ho deciso di adottare contro le esalazioni di Langone, Camillo, che su Libero oggi suggerisce “Togliete i libri alle donne e torneranno a far figli”, vi propongo la gestazione della mia lettura di “Mirador – Irène Némirovsky mia madre” di Elisabeth Gille, Guanda.

L’ho tenuto almeno un mese, facciamo due, a fare la spola dalla scrivania al tavolinetto alla mensola al letto (avendo così esaurito tutti i pezzi d’arredamento dei 25metriquadri della Pop house). Leggevo qualche pagina poi accadeva qualcosa che me lo faceva traslare. Lo riprendevo dieci giorni dopo ricominciando da capo e sempre lì finivo. Era diventata una sfida. Anche perché mi attizzava parecchio. Ma non c’era verso di superare sta linea Maginot di pagina 25.

Inoltre me lo ha prestato laMichela (noddica iè) e mi dicevo “cheffigurameripo’, non riesci manco più a leggere un bel libro”.

Di frustrazione in frustrazione e di tavolino in strapuntello ha vagato per il monolocale fino a stanotte. Quando alle 4,30 del mattino la qui presente sperimentava prove tecniche di insonnia. Gira che ti rigira a un certo punto lo intercetto e lo prendo.

E’ così che Mirador si è impossessato di me. Tutto in una notte.

Un libro scritto da una donna che racconta la vita di un’altra, sua madre, Irene, e della sua: cioè quella di una bambina di cinque anni sconvolta dalla deportazione ad Auschwitz dei suoi genitori nel 1942 e dalla morte di entrambi.

E dunque, oltre alle donne che leggono, pensi Langone che ce ne sono addirittura che leggono e scrivono: cose da estinzione dell’umanità.

Che invece, a legger Langone, ci sarebbe da iscriversi al Movimento per l’autoestinzione.

La patata deve girare

mercoledì, novembre 30th, 2011

Per la serie “Grandi donne del nostro tempo” ieri Gì aveva un pranzo di lavoro con un collega.
Gì è una bellissima donna, morbida quanto basta ad attenuare l’impatto di un caratterino che lèvati. Gì, che pure tiene molto alla propria cura, non è tipo da insalatinascondita e acquanaturaleresiduofissobasso: no, lei possiede e trasmette una innata predisposizione al godimento papillare.
Dunque Gì arriva all’appuntamento al ristorante col collega. Pranzo di lavoro. Si siedono e ordinano. Lei, chevvelodicoaffà,

-Pollo con patate al forno e un calice di rosso, grazie
-Signora mi scusi ma abbiamo finito le patate. Cosa le porto?

Gì, che si stava già dedicando alla pratica lavorativa, rialza lo sguardo interdetta, fissa il Malcapitato cameriere e dice
-Nooooooo lei non può darmi una notizia del genere così

Lui, comprensibilmente, sgrana l’occhio e tenta un’apertura di mascella per replicare ma gli vengono a mancare, dopo le patate al forno, pure le parole. Riprende lei:
-Non posso pensare di mangiare un pollo senza le mie patate al forno

E’ in quel momento che, dietro al Malcapitato, passa un collega cameriere con due piatti inequivocabilmente pieni di patate al forno. Dopo aver fatto il papatascanner Gì rilancia

-Scusi e quei due piatti?
E il cameriere – Sono gli ultimi due e sono per questi signori
dice indicando due altri avventori sciaguratamente accomodatisi al tavolo dietro a quello di Gì.

Gì si volta e vede planare le sue due ultime speranze sul tavolo. Altrui. Uno dei due commensali, impegnato al telefonino, neanche le guarda. Lei sì, lei comincia, voltatasi, a sorridere intensamente al signore che siede di fronte al piatto incriminato. E l’altro ricambia. Divertito. E ignaro. E’ a quel punto che lei gioca il jolly:

-Sa che il suo amico ha preso l’ultima possibilità di una cosa che io desidererei molto?

Il poveraccio sorride. Non un sorriso da emiparesi, un sorriso vero. L’altro chiude la telefonata e si rende improvvisamente conto che una bellissima donna girata di spalle lo fissa. Fissa, per meglio dire, il suo piatto di patate.
-Salve
-Salve, sa che lei ha l’ultimo piatto di patate disponibili in questo posto e il mio pollo è solo?

Il resto è consegnato alla storia. Della psichiatria. Perché il tizio sorride, si alza e consegna il malloppo sul tavolo di Gì.
Non ho avuto notizie sull’esito del pranzo di lavoro. Dico solo che ve l’ho raccontato perché io, mentre me lo raccontava lei, vedevo improvvisamente illuminarsi ogni cosa, che Jonathan Safran Foer se lo sogna (“Ogni cosa è illuminata“, volendo anche film).
Illuminarsi d’olio extra vergine d’oliva. Anche. E di piacere. Del piacere di godersi la vita. Di non sentirsi in colpa, oltre a tutte le pippe mentali delle quali siamo capaci, pure di fronte a una coscia di pollo con le patate.

Perché la vita, diceva il poveruomo (trattasi dell’ex marito, il mio, non di Gì), non si misura solo in lunghezza ma anche in profondità. E a volte in deliziose patatine al forno. Che la patata, lo diceva anche quell’altro, deve girare.

PS.
Al momento del conto, l’avete capito, si, il cameriere la informa: “Il signore ha voluto pagare le sue patate”. Roba che nelle intercettazioni di Tarantini farebbe curriculum. Se non fosse che qui ha, effettivamente, pagato le sue patate. Al forno.

I sottosoprasegretari

martedì, novembre 29th, 2011

Stamattina la mia amica entra in ufficio e dice: “Oh, c’era il gruppetto di ministri e sottosegretari tranquillamente a chiacchierare fuori dal bar di Largo Colonna. Allora ho detto ‘Salve’ e loro hanno detto ‘Salve'”.

Ieri invece uno su Twitter scriveva “ma pensa te che io ieri stavo con un sottosegretario e non lo sapevo. E secondo me manco lui. Che parlava di tutt’altro”.

E poco fa un’altra amica dice: “Meripo’, arrivando c’era un gruppetto de sottosegretari freschi freschi che stavano a chiacchierà indisturbati senza transenne, senza macchine, senza lampeggianti”.

E mo’ ve lo devo dire: pure io lunedì esco dalla banca e chi ti incontro? Un futuro sottosegretario che dall’altra parte del marciapiede si sbraccia e dice “Ciao, Meripo’” e io “Uh, ciao caro, come stai? Tutto bene in famiglia? I ragazzi?”.
Insomma sono stata lì a parlare con lui venti minuti di cose della vita e non cose di sottosegretari.

Che poi giusto due settimane fa ci abbiamo fatto i titoli a sei colonne che “ILPRESIDENTEDELCONSIGLIOVAAPRENDERELAMOGLIEALLASTAZIONE”.

Cioè, voi capite, si, come eravamo ridotti? Che non ve lo vorrei dire: ma avrebbe dovuto sempre essere così. Solo che ora sti sottosoprasegretari e sopramontani noi non ci siamo abituati.

E dobbiamo fare una faticaccia per pensare che, forse, dico forse,  magari chissà, po’esse, che jelapotremmopersinofa’.

Finchè Pippa non ci separi

lunedì, novembre 28th, 2011

Riguardo alla saga della Lamicamia c’è pure che mica solo io avevo il frullatore in testa, eh. Pure lei quanto a Pippe sta messa bene.

di Lamicamia
Se c’hanno fatto pure un film, dico io, qualcosa significherà no? Infatti io proprio a un matrimonio l’ho conosciuta, e c’ero andata un po’ intimidita che non conoscevo nessuno, nemmeno gli sposi a dirla tutta, e mi ci aveva portata un’amica di quelle che lo sai che se le segui sicuro capita qualcosa di bello ma una sorpresa così proprio non me l’aspettavo.

Adesso devo rivelare che la prima cosa che si nota di me non è la timidezza e nemmeno la ritrosia, però a quel tavolo di donne così brillanti un pochetto mi contenevo e quasi stava per avvenire il miracolo che m’azzittivo, ma siccome per i miracoli ci vogliono almeno almeno la barba e le stimmate, meno male che non è successo.

Che va bene che mi sono tanto divertita, ma tornare a casa con il pelo in faccia e le mani bucate più di quanto già non siano insomma, era un prezzo troppo alto.

E così me ne stavo buona buona a godermi quel fuoco continuo di battute brillanti e scemenze ingegnose, m’infilavo giusto ogni tanto che quando sei tra persone intelligenti metà del lavoro lo fanno loro e basta seguire l’onda.

Certo, devi saper nuotare, che non è che il sale in zucca segue il principio dei vasi comunicanti altrimenti avremmo risolto il problema dei cretini e invece si sa, quelli c’hanno le mamme fertili e sono impermeabili, altroché.

Intanto pensavo che quella ragazza (che ‘donna’ fa molto Cugini di Campagna e ‘femmina’ troppo Piero Angela) mi piaceva tanto e pure pensavo ‘e quando mai mi si fila, dopo oggi’ perciò mi godevo il presente che del doman, lo sappiamo com’è.

Così quando la festa è finita e io me ne sono tornata a casa, beh, quell’altra casa, quella che per entrarci serve la chiave e non la password, mi sentivo come quando hai passato una giornata bella con amiche che conosci da una vita e siccome invece la vita precedente non c’era bisognava fare in fretta che vabbè ‘ragazze’ ma mica si può confondere la semantica con il calendario e insomma, era meglio sbrigarsi.

Così ho cominciato ad andarla a trovare lì, nella casa con la password, a vedere un po’ cosa le piaceva e cosa no, ad ascoltare le sue storie e me ne tornavo sempre con un sorriso. E se volete, vi racconto anche il seguito.

Ah, il matrimonio però era un po’ una pippa, no scusate, c’era Pippa perché si sposava la sorella. Che secondo me si poteva chiamare Pippa pure lei.



M’eri sport

lunedì, novembre 28th, 2011

DRRRRRIIIINNN
-Signora è l’Ipsos sondaggi posso farle domande sullo sport in tv?
-Grazie ma non guardo sport
-Ma posso fargliele lo stesso?
-Può farmele lo stesso
– Quali di queste partite ha visto in tv nel weekend?(elenco)
-Le ho detto che non guardo sport
-Ma nemmeno per sbaglio mentre le guardava suo marito?
-Mi sono separata apposta per vedere in pace il tenente Colombo

Silenzio. Poi

 -Il sondaggio è un disastro ma eventualmente posso richiamarla come consulente matrimoniale?

ćevapčići

domenica, novembre 27th, 2011

Io pensavo che fosse una cosa tipo Dasvidania. Un saluto. Ungherese. No, no un salume, proprio un saluto. Allora ieri sera mia sorella mi porta in un ristorante. A Bassano romano. Apro il menù e trovo Dasvidania. Cioè ćevapčići.
-Oohhh ma allora è una cosa che si mangia?
-Che cosa Meripo’?
-Cevapcici
E mia nipote, dieci anni:
-Beh certo, zia, che pensavi che ci si potesse fare con le polpette?

Esaurite così le figure di cavolo mi appresto a chiedere consiglio a Missischef. Ma arrivate ai dolci trovo pure lui.
-OOOhhhhhhh STRUCOLO de POOOMIII???
Mia nipote guarda prima la mamma, poi il papà, poi il nonno poi infine la qui presente e traduce
-Zia è lo strudel, si mangia pure questo

Il fatto è che io su Facebook sono amica della Franca. Che cucina in modo spaziale, vive lassù lassù ma che quaggiù quaggiù pubblica delle foto al limite della molestia acquolinica, soprattutto per chi da almeno due anni è entrata nella pace dei sensi. Di colpa. Non avendo più cucinato ma approfittando del fatto di essersi intelligentemente circondata di amiche e amici chef di prima grandezza.
Dicevo dunque che Franca cucina, fotografa, pubblica e spesso irrompe nel bel mezzo di un’insalata prelavata con pane fatto in casa e, nell’ultima settimana, strucolo de pomi.

E dunque ieri sera allo strucolo coi pomi ho realizzato che
-Ma scusate ma allora questo è un ristorante che cucina come Franca?
Mia nipote mi ha accarezzato la mano, tacendo
Io allora ho collegato i primi due neuroni disponibili e ho urlato in un entusiasmo incontenibile
-Quindi siamo in un ristorante tipo triestino?

Mia sorella ha lanciato un’occhiata ai libri su Trieste riposti in ogni tipo di scaffalature che circondavano i tavoli e ha allargato le braccia

Il fatto è che io Franca non l’ho mai vista. E neanche sentita. Come Lamicamia. Ma è a tutti gli effetti una di famiglia. Come Lamicamia. E lo so che Fèisbuc è solo per rimorchiare ma evidentemente io rimorchio parenti, che ve devo di’?

Insomma al momento dell’ordine io quasi mi sono alzata in piedi sull’attenti e ho declamato
-ćevapčićipatateintecia eeeeeeeeeeeeeeee   STRUCOLOCOIPOMIDIFRANCA

A Bassano romano va detto che c’è gente molto comprensiva, abituata a ogni genere di ordinazioni.

E ma insomma il punto è questo: che io tutta la sera ho pensato a Franca e che in quel ristorante si mangiava come Franca e si scriveva come scrive Franca con le sue amiche e amici. E ditemi un po’ voi che mi tocca fare per uscire il sabato sera pure io con loro. Da qua.
Comunque ve li consiglio. Sti Dasvidania. Buonissimi.
Ah e poi ho pensato che io una settimana fa stavo mangiando delle cose nelle Lemarche, buonissime pure quelle: arrosticini, si chiamano. Me le ha fatte trovare la Lamicamia. Insieme a un paesaggio che lèvati, a una stanza tutta per me e altri amici e pure Scrat. Il cagnone bonsai.
E insomma sto Fèisbuc io per ora rimorchio parenti e colesterolo che è una bellezza.

P.S.
Si ma allo strucolo de pomi mica ci so’ arrivata. Mi sono arresa alle patate in tecia. E ho sgraffignato un pezzettino di krapfen di mia nipote. Io lo strucolo aspetto che me lo cucini Franca. Coi pomi. D’ottone. E manici di scopa. Che sicuramente sarà una roba così, casa sua.

Carampana tibetana

venerdì, novembre 25th, 2011

C’è che per il mio compleanno due santedonne mi avevano regalato un buono per un massaggio cinese. “Meripo’, guarda che vale due mesi”, aveva giustamente ricordato pochi giorni fa quella che monitora il mio progressivo sfarinamento mentale. E allora avevo telefonato, tipo Plonto io dovel fale massaggio cinese. Così sono andata.

Piccole luci, candele, un aroma, tipo incenso, lettino riscaldato, coperte, respirazione, prestidigitazione, inspira, espira, tira, rilassa, chiudi gli occhi, lievita, ascendi, tendi, pensi, benedici, sempresiatebenedette santedonne che me l’avete regalato e allora vi volevo dire che si, si, si, il nirvana se po’ raggiunge. Alla fine, a un tiro di schioppo dal nirvana, posizione a pancia sotto, mi mette un qualcosa che profonde leggera corrente e un suono che non so dirvi. Indimenticabile.
Alla fine lei dice: “Grazie” e fa per uscire dalla saletta.
Io la blocco e dico “E no, e mo mi dice che è st’aggeggio elettrico che me lo compro subito?”
E lei dice “campane tibetane”. Poi si scansa e mi fa vedere queste:

E il fatto è che quando sono entrata io mi sentivo, a buon motivo, invece, una carampana.
Quindi procuratevi due santedonne che vi regalino questo:

E sennò regalatevelo voi. Che ve lo sarete pure meritato, no?

Ti amo ma non mi piaci più

venerdì, novembre 25th, 2011

Me l’aveva detto l’altroieri Francesca: “Meripo’, vai a vedere One day“. E quando Francesca mi dice le cose io di norma le faccio. Anche perché sennò mi licenzia. Questa però era facoltativa. Ma io l’ho fatta uguale. E ho fatto bene. One day è un film che c’è anche Anne Hathaway che con i capelli alla maschietto mi piace ancora di più. E poi in questo film si ride bene. E si sorride. E un po’ anche si piange. Ma poco. E ci sono delle battute che la gente in sala le ripeteva e io penso che quando una cosa ti viene da ripeterla va bene.

E allora Francesca mi aveva mimato un pezzetto del film che io l’ho aspettato e quando è arrivato meritava da solo i 6 euro del biglietto (al Fiamma ore 18,20, sennò 8 euro). Lei lo ama da sempre. No, non Francesca. Lei Emma (Anne) ama lui (Dexter). Lo vede solo un giorno l’anno. Lo continua ad amare anche mentre tutti e due crescono e tutti e due cambiano. Ma lui cambia male. E lei alla fine glielo dice: “Ti amo ma non mi piaci più”.

Ecco io ci ho pensato tanto anche quando sono uscita dal cinema. Che quindi amare non sempre vuol dire mipiacere. Certo sarebbe meglio. Ma non è detto. Una/uno ama apprescindere, in qualche modo. Ami perché è più forte di te. Ti scappa. E puoi farlo anche senza vederlo/vederla o sentirlo/sentirla. Che in fondo se una/uno ci pensa è una cosa tipo l’uovo di Colombo: per amare non hai bisogno di niente altro che amare. Però comunque ricambiati è meglio. Mi pare. Ecco si, in questo film si pensa anche quando esci. E ti viene una gran voglia di amare. E poi di accendere il telefonino. E di dirglielo. A Francesca. Che aveva ragione. Francesca. E pure il film.

Ah e poi nel film c’è anche un pezzettino di questa canzone che a me piace molto, tutta, a cominciare dal titolo che dice “Sowing the seeds of love. Come Pollicino.

La musica esiste perché è esistito anche Freddie

giovedì, novembre 24th, 2011

Venti anni. Ripeto: venti anni. Fa. Porcamiseria. Io mi ricordo ancora dove ero seduta. E dove era seduta Paola. La mia collega. E pure Emanuela, per dire.
Redazione Interni, io alle agenzie. Tipo vigile urbano.
 -Meripo’ avverti se succede qualcosa
-Certo

Un giorno di ordinaria calma semipiatta. Certo c’era sto nome ricorrente ma era a Spettacoli. E che io sono Spettacoli? No, Interni. Certo arrivavano i messaggi di cordoglio. Parecchi. Un fiume. E che io sono Fabozzionoranze?

Poi a un certo punto arriva il cordoglio della Regina d’Inghilterra. Ed è lì che calo il jolly. Sottovoce:

-E’ morto un certo Freddie Mercury
-EEHH????? (Paola)
-CHECCOSAAAA???? (il capo)
Schiarendomi la voce
-E’ MORTO UN CERTO FREDDIE MERCURY. TRE ORE FA

Beh è stata un’esperienza interessante spolverare scrivanie nei sei mesi successivi.

Io ogni 24 novembre ci penso. Ci penso a te, Freddimercuri che non sapevo chi fossi, che m’ero dedicata solo a Bach e Mozart e che ti ho saputo solo quando non c’eri già più. E credo che in qualche modo avesse ragione persino il poveruomo (nel senso il mio ex marito):

-Ma che caz caspiterina studiavate, tutto il giorno, al Conservatorio?

E allora com’è che si incontrano solo sòle?

mercoledì, novembre 23rd, 2011

Dunque allora la teoria era che “qualunque persona può essere collegata a qualunque altra persona attraverso una catena di conoscenze con non più di 5 intermediari”.  Trattavasi della teoria dei “sei gradi di separazione”. 

Ora pare che, grazie a Facebook, i sei si siano ridotti a cinque anzi 4.74 e in caso di connazionali scendiamo a 3 passaggi.

Allora mo’ scusate io vorrei sapere solo una cosa: come mai è assolutamente impossibile trovare non dico l’uomo ideale ma almeno uno decente, porcamiseria? E perché Facebook al diminuire degli intermediari ti avvicina prevalentemente solo alle sòle?