Archive for marzo, 2011

Un uomo una donna una donna un uomo

venerdì, marzo 25th, 2011

Risultati della Pop Love:

Un abbraccio (donna)
Una vocina (donna)
Quella vocina (donna, un’altra)
Una carezza. Sul cuore (donna)
Una spada di Damocle. Sulla testa (donna)
Una fregatura (donna)
La paura di stare soli (uomo)
La paura di stare insieme (uomo, un altro)
La paura continua. Di perderlo. L’amore (donna)
Non lo so (donna)
Sentire una presenza (uomo)
Sentire un’assenza (uomo, un altro)
Una cosa che prima finisce prima ti svegli (donna)
Una cosa bellissima (donna)
Una fortuna trovarlo (uomo)
Una fortuna se ti trova (uomo, un altro)
Volare. Da fermi (donna)
Fermarsi. Dopo averlo rincorso (donna)
Energia (uomo)
E chi può dirlo? (uomo)
Farsi trovare (donna)
Trovarsi (donna)
Perdersi (donna)
Una giustificazione nobile per consentirsi il sesso (uomo)
Una parentesi rosa tra le parole non esiste (donna)
E’ quel che resta del mio cuore (donna)
Tu (uomo)

Cos’è quella cosa chiamata amore

giovedì, marzo 24th, 2011

La pizza, l’amore, il cielo stellato. Sarebbero le cose più amate dagli italiani secondo l’odierno elencario Savianeo. Ammesso e non concesso che si sappia cosa sono la pizza e il cielo stellato rimangono tuttavia decisamente atroci dubbi su cosa sia l’amore. Alcuni ne mettono in dubbio la stessa esistenza in vita.
Io, per dire, sono mesi che ve lo chiedo a tradimento. E voi, femminucce e maschietti, mi avete risposto così. Adesso indovinate quali sono le risposte degli uomini

Un abbraccio
Una vocina
Quella vocina
Una carezza. Sul cuore
Una spada di Damocle. Sulla testa
Una fregatura
La paura di stare soli
La paura di stare insieme
La paura continua. Di perderlo. L’amore
Non lo so
Sentire una presenza
Sentire un’assenza
Una cosa che prima finisce prima ti svegli
Una cosa bellissima
Una fortuna trovarlo
Una fortuna se ti trova
Volare. Da fermi
Fermarsi. Dopo averlo rincorso
Energia
E chi può dirlo?
Farsi trovare
Trovarsi
Perdersi
Una giustificazione nobile per consentirsi il sesso
Una parentesi rosa tra le parole non esiste
E’ quel che resta del mio cuore
Tu

Deep purple

mercoledì, marzo 23rd, 2011

Tutto avrei immaginato tranne che la donna che amò così tanto potesse morire per “insufficienza cardiaca”.

Addio, occhi viola.

Chi lascia il fidanzato vecchio per il nuovo sa di certo che lo lascia ma non sa se lo ritrova

mercoledì, marzo 23rd, 2011

Cara Meri,
non è che chiederesti al Professor Pi che cosa si può fare in caso di indecisione fra “meglio un uovo oggi o una gallina domani”? Intendo dire che, alle prese con un fidanzato A di lungo corso, avrei più o meno appurato che su alcune cose è irrecuperabile, tipo odia il cinema e le mostre, cose alle quali però, passata la sbornia iniziale del mi-ve-bene-tutto, io in realtà tengo. Ma è anche vero che, consultate le statistiche e data anche un’occhiata ai fidanzati delle amiche, mi chiedo: fino a che punto è il caso di osare, o di azzardare, alzando l’asticella delle pretese? La scienza ci insegna qualcosa in questo senso?
Grazie
Ginevra
 
Gentile Ginevra,
la questione che Ella pone riguarda essenzialmente il caso di chi non abbia dato ascolto ai campanelli e, di conseguenza, ora sia alle prese con un problema di “ottimo”: vincolato o meno?
La ricerca dell’ottimo vincolato tiene conto dei limiti del sistema in cui ci muoviamo. La ricerca dell’ottimo assoluto la si esplora in tutto il dominio possibile.
Non vi è dubbio che l’ottimo assoluto sia migliore di quello vincolato ma nell’allentare i vincoli non sempre si riesce a capire dove si arriva.
Ad maiora, Suo Pi

Traduzione a cura di Meri Pop: a Ginè, qui c’è gente che soffre. E non ci ha nulla. Un po’ di rispetto. Tieniti ‘st’ottimo vincolato a, al limite, alla scadenza della cedolare secca, glielo cedi a qualche altra povera disgraziata in usufrutto.

Dai peccati mortali a quelli natali

mercoledì, marzo 23rd, 2011

Informo la gentile utenza che da lunedì scorso anche la fecondazione assistita va aggiunta alla lista dei peccati mortali. A stabilirlo è stato un foro interno  promosso dalla Penitenzieria apostolica, il foro esterno essendo già peccato da Adamo ed Eva.

Dunque ricorrere alla Fivet è uno degli “atteggiamenti peccaminosi nei riguardi dei diritti individuali e sociali” nonché pratica “non moralmente accettabile”.

Senonchè lo stesso foro, poco dopo, si sorprende del fatto che il 60% dei credenti non si confessa più. E’ il Reggente della Penitenzieria, monsignor Girotti, a chiosare che “attualmente nella Chiesa la posizione di questo sacramento non è delle migliori mentre, tra i fedeli, si va affievolendo la coscienza del peccato» e dunque “va rilanciato”. Insomma bisogna cambiare posizione.

Ora, lungi da Meri Pop l’idea di contestare la classifica così aggiornata delle mortali, peccaminose nefandezze umane, anche perché mia nipote ha la Prima Comunione a maggio e ha detto mia sorella che se gliela faccio saltare a causa di qualche mia epistolare nefandezza mi uccide. 

Però mi chiedo prima di tutto se per “rilanciare”, tipo, un cibo che non piace più la strategia migliore sia proprio quella di allungare la lista degli ingredienti dannosi in esso contenuti.  

Poi mi chiedo se i Penitenzieri non ritengano che, nella lista d’attesa delle nuove e urgenti peccaminose nefandezze da stigmatizzare fosse proprio la fecondazione assistita quella, a proposito di posizioni, in pole position.

Infine, cari Penitenzieri Apostolici, vorrei che mi aiutaste a risolvere il seguente e conseguente dilemma che, se mi permettete, è anche il più importante: la mia amica Graziella, nata con la fecondazione assistita circa venti anni fa e dunque portatrice sana di peccato mortale, può essere ancora una delle migliori amiche mie o mo’ la devo cancellare dalla mia vita, da Facebook e indi gettarla nella Geenna?

Per chi suona la campanella

martedì, marzo 22nd, 2011

Caro Professor Pi,
che Lei sappia esiste una formula per tenersi alla larga dai guai sentimentali?  Un avvisatore acustico di pericolo?
Sua Carla
 
Cara Carla,
l’avvisatore acustico è dentro di noi. E’ quella sorta di cortocircuito che gli anglosassoni chiamano “chemistry”, quella sensazione impalpabile ma chiara, qualcuno dice legata ai feromoni, che ci prende anche solo sfiorando qualcuno, fossanche un estraneo. L’ha presente? Occhiate di tralice, sudore alle mani, calori in varie parti del corpo…

Il campanello suona, il problema è ascoltarlo. Infatti quasi mai scappiamo.
Suo, Pi

 

À la recherche du slip perdu

martedì, marzo 22nd, 2011

Ci sono dei momenti nella vita in cui occorrerebbe che ci fosse ancora la penna di Proust. Ora, tipo. Ora che devo narrarvi di Giorgio e della sua Recherche: la Ricerca dello slip perduto. Giorgio, detto il Nesbitt, si è distinto nella spedizione dancalica per aver fatto da forbito contrappunto nel quotidiano dipanarsi della tremebonda sorte che, nelle sembianze or dei feroci Afar or degli incacchiati cammelli e degli sfaticati asini, vieppiù si accaniva contro i 18 eroi.

Mite d’aspetto, ritroso nei modi, parco nelle parole ma profondo nei sentimenti, il senese Giorgio aveva sin qui taciuto di pene d’amor perduto delle quali solo dopo il terzo bicchiere di Morellino di Scansano, in quel della Valdichiana, ha finalmente trovato il coraggio  di metterci a parte.

I miei 25 lettori vorranno perdonarmi se indugerò su un episodio se vogliamo secondario rispetto ai perduti amori dei quali il qui presente blog è stato sin qui foriero ma capirete strada facendo che spesso, dietro un piccolo episodio, si può nascondere una grande verità.

E dunque  i fatti dei quali narriamo si svolsero in quel delle crete senesi in un tempo ormai consegnato all’eternità ma presumibilmente collocabile nel presente anno solare. Il Giorgio, di ritorno dal quotidiano logorìo della vita moderna, si ritirava come ogni giorno nella propria magione ove attendeva con scrupolo, in bagno, alle abluzioni corporali nonché, in balcone, alla quotidiana manutenzione dei capi di vestiario fra i quali segnaliamo un antico esemplare di slippe (lo slip nel locale idioma) testè usato.

Nell’atto della messa a bagno nel catino situato sul proprio balconcino dell’ultimo piano della senese palazzina, improvvisamente un gesto sconsiderato strappava lo slippe all’affetto del suo caro (Giorgio) facendolo precipitare dal sopracitato balconcino nel vuoto. Un sodalizio di anni si interrompeva così, tragicamente, alle cinco de la tarde in quel del Granducato di Toscana. A nulla valevano le tardive rincorse e le dolorose imprecazioni.

Affacciatosi un’ultima volta per dare l’estremo saluto allo slippe, il Giorgio, già provato, veniva richiamato da una visione, se possibile, ancora più tragica: lo slippe usato giaceva non già spiaccicato al suolo del cortile ma incagliato sullo stendino della sottostante inquilina. L’orrore si arricchiva improvvisamente di venature di profonda disperazione e vergogna all’idea che, inequivocabilmente, la traccia di un antico, usato e perduto amore potesse far bella mostra di sè sul balcone della pettegola vicina.

Sia mai: accantonato il dolore dell’amor perduto scattava in Giorgio quello dell’amor proprio, che all’idea di un incontro ravvicinato con la vicina già rabbrividiva e valutava che una figura costì proprio nun se poteva manco immaginare. E dunque passava dalla prostrazione all’azione protendendosi nel vuoto con uno straccio nel vano tentativo di disincastrare lo slippe dall’angolo dello stendino sul quale si era andato a impigliare, onde favorirne la definitiva caduta nel vuoto con conseguente sparizione di ogni traccia a lui riconducibile. Ma a nulla portava cotanto scomposto agitarsi.

Occorreva dunque una rivisitazione del piano di attacco e stacco. Prima di tutto occorreva attendere il favore della notte, per evitare di essere visto da tutto il circondario mentre sfruculiava sullo stendino della vicina. Il Giorgio si riproponeva dunque un paio d’ore dopo aguzzando vieppiù l’ingegno e aggiungendo al primo straccio un secondo più lungo cencio legato a doppia mandata, onde poter con più agio sfruculiare lo slippe per la rimozione dall’alto.

Purtroppo anche questo secondo tentativo non portava i risultati sperati. Sudori freddi imperlavano la fronte di Giorgio alla sola idea di dover giustificare con la propria vicina l’invio dal cielo diuno slippe usato, la vicina essendo single nonché attempata. Persa ormai ogni speranza e vicino all’abbandono finale, oltre che dello slippe, pure delle forze, il Nostro veniva sorpreso da un guizzo di pura genialità: ove non riesce lo straccio potrebbe riuscire un gancio. E dunque ecco l’uovo di Colombo: una gruccia. ‘Na stampella. Il primo straccio legato al secondo cencio veniva dunque completato con l’aggiunta finale di una stampella il cui gancio veniva posizionato come manco il bombardiere B-29 Superfortress Enola gay si sognò.

Iniziava così una lunga operazione di calaggio del georgico marchingegno, con il Nostro dimenantesi a penzoloni sulla ringhiera del balcone per ore. Ma ecco che, al gancio della gruccia qualcosa sembrava finalmente impigliarsi: il reggiseno della vicina, steso sullo stendino di pertinenza, confinante con il clandestino slippe.

Il falso allarme non dissuadeva il Nostro Giorgio che, come uomini d’altri tempi, fedelmente inseguiva al limite dello stremo il perduto amor, compagno di tante avventure.  

E siccome la costanza paga ecco che, proprio sul punto di gettarsi nel vuoto appresso al marchingegno, finalmente qualcosa si agganciava nuovamente: lo slippe.

Oh di quale gioia e  di qual eccitazione si sentì improvvisamente invaso il Nostro, in un fuoco incontenibile di inedito e notturno piacere, mentre vedeva risalire a sè l’amato fino alla sublime, finale, ricongiunzione carnale.  

Possan dunque le odierne generazioni, disincantate, scoraggiate, sfiduciate, ritrovar coraggio e motivazione per mai perder la speranza. E lo slippe usato.

 E qui, a futuro monito, Meri Pop pose e Giorgio, a bagno nella bacinella, ripose.

Lost in Colesterolèscion

lunedì, marzo 21st, 2011

Che uno direbbe: vabbè, ringraziate il Padreterno (Marx, Professor Pi, Marx) che ve ne siete usciti vivi da , fatevi il segno della croce (l’addizione, Professor Pi, l’addizione) e non pensateci più, no? E invece noi non solo ci pensiamo, a lei là, ma ci pensiamo pure fra noi qui. E allora Niki Sventola ha detto “e vabbè e allora vediamoci pureqquà”.

E così venerdì, in occasione dei festeggiamenti dei 150 dell’Italia e dei 105 di Strafanto (eddai, stiamo a scherzà), abbiamo rifatto lo zainetto e siamo atterrati dal Professor Pi che ci aveva invitati e mal gliene incolse: aò, tutti puliti, azzimati, pettinati, improfumati, benvestiti mica ci riconoscevamo, eh. Al punto che Matteo ha dovuto esibire la carta d’identità (le infradito nere) e Giorgio le fotocopie dei diari del Nesbitt. A Rosetta abbiamo invece chiesto il replay dell’indimenticabile acuto esibito nella hall dell’etiopico albergo a seguito della locale inospitalità.

Insomma ci siamo blindati in quel della Valdichiana per tre giorni, che sembravamo l’anello di congiunzione fra Little miss Sunshine e Il grande freddo. Che in effetti ieri tirava una giannella mica da poco.

E comunque diciamoci la verità: io questi l’avevo visti una volta sola in vita mia, per 15 giorni, e che caspita di quindiciggiorni lo sa solo Dio (Engels, Professor Pi, Engels) con tutto quello che abbiamo passato là. E mo’ lo sapete pure voi, però, dopo quelle 57 puntate di resoconto del viaggio che in confronto Sentieri vince il festival del corto.

Epperò a me questi mi sembra che siamo amici da quando ero piccola (Strafanto, non è però che non si può fare manco una  battuta, eh. Lo so che tu non eri nato quando io ero piccola, sennò mo’ le amiche lettrici pensano che tu sia un babbione e quando ti sistemiamo attè?). E allora abbiamo deciso di vederci anche senza gli Afar, le guardie del corpo, i kalashnikov, le munizioni, gli interpreti, le guide, i cuochi, i tagliatori di sale e quelli di teste, gli sgozzatori di capre e quelli di cristiani. Poi però per non perdere l’abitudine soprattutto alle ultime quattro categorie abbiamo visto bene di trastullarci con lo sbranamento di una quantità inenarrabile di sanguinolente fiorentine. Nel senso di bistecche, Mario, bistecche, si hai ragione lo specifico. Che sennò non ci tiri fuori dalle patrie galere manco se sei Ghedini.

Mo’ però sarà che a ogni corpo immerso nella Dancalia corrisponde una spinta uguale e contraria allo stesso corpo immerso nella Valdichiana, fatto sta che vi volevo tanto raccontare di questo elenco di amarcord di affetti del cuore ma non riesco a ricordarmi altro che elenchi di affettati nello stomaco; che abbiamo spazzolato via come fa la lava sull’Erta Ale, bruciando in meno di 48 ore anni di palestra, pilates, trekking e corsa campestre. Quindi come lì si era fatta praticamente l’alimentare fame qua si è fatta concretamente la gastrica strage.
E dunque vogliate gradire la Pop Ten della gastronomica emozione, elencata non già per scalata di bontà ma come i contestuali, svariati tipi di alcol riescono a farmeli vagamente ricordare in ordine di transito nel palato:

10) sfogline alle noci, cioccolata e uvetta traslate dalla Padania dai Lost in Traslèscion Patrizia e Massimo
9) collane di salsiccette e salamini traslati da Voghera da Antonello Colonna, alias Stefano
8 trancio XXL di mortadella traslato dal giovin bolognese Strafanto
7) Morellino di Scansano traslato dal senese Giorgio insieme ai biscottini di riso della Hoppe (la Coop quando la pronuncia il Giorgio)
6) Pici all’aglione, al pecorino e pepe e al ragù d’anatra
5) Stracotto al Chianti
4) Gnocco alla crema
3) Oh Susina (marmellata autoprodotta dal Professor Pi)
2) Vinsanto (laico, professor Pi, laico) autoprodotto dal padrone di casa o eterodiretto dal proprietario della Maggiolata sul tavolino del ristorante
1) mi repelle la sola idea delle fauci mai sollevate dal fiero sanguinolento pasto ma pare che ‘ste fiorentine di ieri a pranzo fossero paradisiache (spaziali, Professor Pi, spaziali).

E quindi, come cantavano quelli, “No, non puoi avere sempre ciò che vuoi. Ma se cerchi a volte trovi. E trovi ciò di cui hai bisogno”.
E insomma io mi sa che l’ho trovato. Non (solo) nel palato.

E buona primavera a tutti. Ovunque vi sia spuntata.

Riceviamo e volentieri ci deprimiamo

venerdì, marzo 18th, 2011

Cara Meri Pop, a mali estremi…
Ale

Una donna sta passeggiando in un bosco quando si imbatte in un’antica lampada ad olio; inizia subito a strofinarla e appare il Genio: “Posso avere i miei tre desideri?” chiede la donna.

“No -dice il genio- a causa dei cattivi tempi, della recessione, della globalizzazione, dell’inflazione, degli scioperi e di tutte le altre menate mondiali, oggi come oggi posso offrirti un solo desiderio da esaudire”.

La donna allora prende una cartina geografica e dice: “In tal caso vorrei la pace in Medio Oriente. Vedi questa cartina? Vorrei che questi Paesi la smettessero di farsi la guerra”.

Il Genio butta un occhio alla cartina e sbotta: “Ma questi stanno in guerra da tempi biblici! Non credo di poterci fare niente, sono potente ma mica così. Assolutamente niente da fare. Non pensarci neppure.  Dai, chiedimi qualche altra cosa “.

La donna ci pensa un po’ e dice – “Non sono mai riuscita a trovare l’uomo giusto: un uomo sensibile e affettuoso, colto e intelligente, che mi faccia ridere, che mi rispetti, che sappia capirmi e sostenermi, che sia un amante premuroso e mi riempia di complimenti, che mi faccia sentire bella e desiderata, che non passi tutto il tempo a guardare il calcio in tv, che mi porti ogni giorno la colazione a letto e che non mi tradisca… “.

E il Genio sospirando: “Damme qua, famme un po’ rivedè ‘sta cazzo de cartina”.

 
 
 
 
 
 
 
 

 

Auguri anche a te, Daniel

giovedì, marzo 17th, 2011

E insomma, si, caro Daniel, noi oggi festeggiamo i 150 anni da quando ci siamo messi tutti insieme.
Chi è Daniel? E che non ve l’avevo presentato? Ma come, tutta quella sbrodolata sulla Dancalia e non vi avevo parlato di Daniel? Ossantocielo.

Daniel è stato uno degli angioletti custodi di quelle due settimane di iradiddio, il capoautisti, caposcorta, capodanno, capoesploratore. Quello che ci aiutava a uscire indenni dalla leggendaria ferocia degli Afar, per dirne una.

Daniel ha 29 anni, una moglie, due bambini e un solo desiderio: scappare. Scappare qui. E portarci tutta la sua famiglia. Che in Africa è durissima. Ma non vi fate un’idea di quanto è dura in Dancalia, Etiopia.

E insomma Daniel una volta ci ha provato. Ha fatto la fame più del solito per anni e anni e alla fine si era messo da parte quei 3.500 dollari -ripeto tremilacinquecento dollari- perché “mi avevano detto che era pronto il viaggio”.
Quale viaggio, Daniel?
“Quello sul barcone”
Ma che sei partito pure tu su una di quelle carrette?
“Nooo, io ho aspettato una barca buona. Mica potevo morire: io ci dovevo far arrivare pure i miei bambini, quando poi stavo in Italia”
E allora?
“E allora ho pagato di più e ho aspettato. E una notte sono partito”
E com’è che stai di nuovo qua?
“Eh, perchè mi hanno preso”
Ma dove?
“A Lampedusa. Ma ci ero arrivato eh, essì che ci sono arrivato”
E poi?
“E poi ci aspettavano all’arrivo. E dopo due giorni mi hanno rimandato in Libia”
Oggesù
“Allah”
Allà e aqquà, figliomio. E in Libia che è successo?
“Io meglio non rispondo a questo. E da Libia mi hanno rimandato a Etiopia”
Mi dispiace molto
“Anche io. Ma io ritorno. Io lo so che torno. Io già iniziato a risparmiare dollari. Io riparto, io arrivo, io resto”

Ecco si. E allora io ti aspetto.
E sai che c’è? Già che ci sei inizia a imparare l’inno, che quando arrivi almeno una cosa già te la trovi fatta. Che qui purtroppo, invece, c’è gente che esce quando si canta.
No, Daniel, non è perché sono stonati: è perché sono cialtroni. Che vuol dire cialtroni? Te li faccio conoscere quando arrivi, lo capirai subito che vuol dire.
Allora auguri anche a te, Daniel, futuro italiano.