Archive for gennaio, 2011

Se tu ci fai toccare il fondo perché noi ancora non strappiamo ‘sto fondale?

lunedì, gennaio 31st, 2011

Ho fatto un sogno: che anche io, come Truman, ce la farò. Ne ho fatto anche un altro: che non ce la farò da sola ma che ce la faremo insieme. E mi piacerebbe cominciare a farcela insieme ad altre donne. Bello smacco, eh, per Toro Sedutoflaccido.

Che in tutta questa storia una cosa mi ha spaventata: quando ho visto che dopo l’arrabbiatura, il disgusto, l’umiliazione arrivava al massimo la nausea. Cambiavo canale, chiudevo i giornali, spegnevo la radio. Finché mi sono accorta che quello che stavo provando non era stanchezza: era rassegnazione. E cioé “la disposizione di chi si adegua consapevolmente a uno stato di dolore o di sventura”. Brutto, eh? 

E’ che aspettavo che ci pensassero Di Pietro, Bersani, Fini, Casini e mi sono attaccata pure a Iva Zanicchi. E quando lui da Lerner le ha intimato di alzarsi mi sono alzata io dal divano, avvicinata al televisore e le ho detto: non lo fare, ti prego non lo fare e resta seduta su quella caspita di sedia.

Ma, pur parteggiando per la seduta della Zanicchi, non arrivava mai il momento di rialzare la testa io. E lo so, l’immagine in questo caso non favorisce quel clima di assoluta eleganza e decoro al quale invece lui ci ha abituate in questi anni. E però che-cosa-posso-fare-io che manco siedo non dico in Parlamento e nemmeno a Kalispera ma al massimo sul divano di casa mia?

E poi hanno cominciato a raccogliere le firme. Si, capirai, stiamo freschi. Poi a mettersi le sciarpe bianche. Poi pure a imbracciare pentole. E, mentre io stavo ancora sul divano,  ho visto, ieri, che qualcuno iniziava persino a timidamente fischiare Ruby. E siccome questo è il vero danno e il vero male che ci sta facendo, che ormai misuriamo tutto non più dall’Osservatorio di Pavia ma solo da quello di Lele Mora, beh insomma io ieri a un certo punto ho sentito che stava succedendo qualcosa. Che stavo alzando il mio fondoschiena dal divano per ripoggiarlo sulla sedia della scrivania, aprire il pc, andare a cercare sto caspita di link delle firme, e poi pure cercare dove si rivedono queste che protestano con le padelle. E se la parabola del nostro Paese è passata dalla Costituzione alla Prostituzione, allora embeh va bene pure che si faccia qualcosa per passare dalle mignotte alle pignatte.

Io, ieri, guardando le immagini di un servizio di riepilogo di tutta ‘sta storia, mi sono ricordata di te, caro Truman. Quando eri nel mare in tempesta sulla barca e hai sentito “Toc”. E ti sei accorto che non eri andato a scogli: eri andato a finire sul fondale. Avevi bucato con la prua la quinta della scena che ti teneva prigioniero, alla Scajola, a tua insaputa. Sono andata su Iutùbb e me lo sono riguardato.

E ho capito che, io, per farcela, è a te che devo guardare. Perché se ce l’hai fatta tu a ribellarti e  affrancarti dall’uomo-Creatore beh allora magari je la famo pure noi con l’uomo-Cerone.

Sei stato bravo, quando lui ha provato a fermarti.
Quando, per fermarti, ti ha detto che aveva creato tutto, tutto lo Show, per te.
E tu gli hai detto “E io chi sono?”
E lui ti ha detto: “Tu sei la star”.
Ma tu, per la prima volta, hai messo la mano non nel costato (del Creatore) ma sul fondale e non gli hai creduto.
Eh, Truman, se riuscissimo pure a noi a non credere più a chi ci dice che siamo le Star quando invece siamo solo le sue comparse.
E poi lui ti ha detto: “Dove vai? Guarda che là fuori ci sono le stesse ipocrisie. Ma nel mio mondo tu non hai niente da temere”.

Quanto ti ho amato quando non gli hai creduto per la seconda volta di seguito e hai fatto quell’inchino prima di prendere la porta del fondale e andartene. Per uscire e andare a sbattere il muso non su un fondale ma su qualche altro muro. Però vero. E tu, perciò, libero.

E guarda eh, te lo scrivo io che sono tenutaria di un blog sentimentale su tacco 12, se poi come donne riuscissimo a farlo non solo in politica ma anche in amore ebbeh allora si che non ce ne sarebbe più per nessuno.

Vabbè però intanto cominciamo da qualche parte, no? Ecco, Truman, io ho deciso di seguire te.
E ora mi alzo da questa caspita di scrivania e vado. Vado a strappare il fondale.
Con una penna e una padella, forse anche una sciarpa bianca.

Perché vedi, Truman, non vorrei che a forza di aspettare che venga a liberarmi qualcun altro, io alla fine, per dirla in un modo che forse non favorirà un clima di assoluta eleganza ma certamente favorirà me, rinunciassi alle palle perché sono ormai rassegnata alla prevalenza numerica dei coglioni.

 

Che poi, riguardandolo, mica me la ricordavo questa bella musica. Apperò. Burning benches nel Bignami del film, tiè:

Dei relitti e delle pene

lunedì, gennaio 31st, 2011

7 e 8 gennaio 2011

A questo punto potrei senz’altro passare a illustrarvi la perlustrazione, altare per altare, delle dieci Chiese di rito ortodosso scavate nella roccia vulcanica a Lalibela e dintorni. Si dice che ci lavorarono 40.000 operai per 24 anni. Ed eccole qua, nel loro inquietante splendore. Ripeto: scavate nella roccia, dieci maesose cattedrali rupestri. Ora se qualcuno vuole informarne anche i responsabili della costruzione della Salerno Reggio Calabria, che non si riesce a fare manco uno svincolo, a parità di anni di lavorazione, io ve ne sono grata.

La Chiesa nella roccia - Foto Meri Pop

Come potrei senz’altro intrattenervi sull’arrampicata di trekking al quale l’ala Messner (Nicoletta, Massimo, Patrizia, Luca, Bruno, Rosetta, Matteo, Stefano) dell’eroico gruppo si sottopose per raggiungere la chiesa di Ashetan Maryam, 4000 mt in cima ad una montagna dalla quale ammirarono un panorama che io non c’ero ma ve lo voto sulla fiducia che era mozzafiato, sì. Che però mo diciamolo: io non ce la facevo più. E dopo essere scampata al titolo in cronaca nera della Santa ressa, allorquando la Sventola disse “domani ci arrampicheremo fino a 4.000 metri, sei ore di impettata, a tratti difficile, in bilico sul costone”, Meri Pop si aggrappò solo all’ultima parolina: “facoltativo”.

Ecco, Vinè, diamola per vista. E non fui l’unica a sottrarmi. Però gli eroi andarono. E cominciarono a salire pure i termometri. Perchè ora com’è come non è, Luca, Massimo, Gianni nonché la stessa Sventola, si inebriarono della santità di Ashetan Maryam ma pure, al ritorno, della maledizione di Montezuma.

Diciamo che, in questo, eravamo in inquietante, inspiegabile ritardo su tutti i ruolini di marcia: l’atteso evento e la preannunciata maledizione virale che aveva costretto il precedente gruppo a un ricovero di massa nel presidio ospedaliero di Makallè, con strascichi che non li avevano abbandonati fino al volo di ritorno dieci giorni dopo, aveva sin qui risparmiato la spedizione.

Su questo preciso punto avevamo potuto usufruire del puntuale e quotidiano monitoraggio di Giorgio che, di capannello in capannello, si assicurava del corretto evolversi della situazione gastro-intestinale. E, come Virgilio nelle -appunto- Georgiche, illustrava a seconda dell’itinerario le possibili criticità: “Qui, caro Mario, si verificarono gli inquietanti sintomi dei nostri predecessori”. “Qui, miei cari, si dovette procedere al ricovero coatto dei primi caduti sul campo”. “Siamo dunque giunti nell’epicentro del sisma virale”. Non un vero poema, eh, più che altro componimenti sciolti, molto sciolti. Non proprio il massimo per favorire la generale tranquillità ma, innegabilmente, puntuali.

La spedizione, ormai certa di averla sfangata, si abbandonava ad eccessi alimentari di ogni tipo quali, ad esempio, la libera assunzione di sorsi di un’inqualificabile bevanda artigianale a base di miele e acqua in quel di Yemrehanna Kristos accompagnata dalla richiesta “Hai del Bimixin a portata di mano, che nel caso, dopo, attingo copiosamente?”.

Ridiscesi con un invidiabile colorito, spia di una devastante insolazione che col passare dei minuti sprigionava dai loro corpi energia alternativa tale da illuminare a giorno Lalibela, i Messner accedevano a ranghi ridotti alla regal cena da Seven Olives, luogo situato su un cucuzzolo inaccessibile peggio del trekking di cui sopra.

E dunque altra impettata al buio nelle lalibeliche strade ormai abbandonate dall’orda di pellegrini i quali però, prima di togliere il disturbo, si erano premuniti di lasciare olezzanti ricordi del proprio passaggio ovunque.

Visto che il post si sta dipanando all’insegna della deriva intestinale e vescicale del viaggio, mi è qui gradito lasciare anche io un ricordo, narrativo (paura, eh?), scrivendovi del fatto che Meri Pop arrancava mestamente al buio guidata solo dal suo innato senso di orientamento, ma opportunamente arpionata dal professor Pi a ogni svincolo che inspiegabilmente imboccava invece di procedere per la retta via, quando un cittadino lalibelico che la precedeva improvvisamente inchiodava in mezzo alla strada, slacciandosi l’etiopico pantalone e ivi depositando, senza manco accostarsi al ciglio della strada, una pipì la cui portata acquea non ce l’ha manco la Fontana di Trevi.

Che stavamo a dì? Ah, il ristorante. E si insomma il Seven Olives è il suggestivo nome dietro il quale si celava l’inganno dei rinomati e omonimi spaghetti: con sette olive dentro. E basta. Si noti comunque nella foto a corredo la professionalità delle ordinazioni alle quali si procedeva una volta conquistata la postazione mangereccia: classe allo stato puro.

Noios volovam ordinuar - Foto Rosetta

Vi dico solo che per tornarcene in albergo evitando st’altra ora di camminata abbiamo pietito un passaggio nel pulmino del valoroso altro gruppo capitanato da Mario, sempresialodato.

Ristorante nel quale si riaccorreva l’8 sera per il festeggiamento clou dell’happening lalibelico che in confronto il Natale copto è un dopolavoro ferroviario: il compleanno del Professor Pi. A questo proposito, il 7 sera, la Sventola si recava in delegazione con Meri Pop presso il proprietario del ristorante per ordinare una torta con candeline. Dopo un quarto d’ora di strabuzzamento occhi dell’etiopico che, come gli avessimo chiesto di rintracciare il Sacro Graal scuoteva anche la testa dicendo “ma quale torta, se, capirai, che sarebbe poi ‘sta torta? E candeline in che senso? Qui solo quelle della Chiesa”, la Sventola mai perdendosi d’animo rilanciava:
“Vabbè, almeno una montagnetta di frutta con un cero votivo sopra”.

Il malcapitato, stremato dalla mezz’ora di trattativa, usciva arrendendosi a mani alzate e promettendo il reperimento della suggestiva composizione augurale. Che, infatti, planava sul tavolo di un visibilmente commosso, ma forse più che altro esterrefatto, Professor Pi che, in barba ad anni e anni di apprendistato laico, con perfetta nonchalance soffiava a pieni polmoni sull’ecclesiale moccolo.

Che se ami non è mai finita

venerdì, gennaio 28th, 2011
“L’ultimo tentativo, se è vero amore, è sempre il penultimo”.

E’ che ieri notte due notti fa stavo in giro e ho incontrato due mie amiche. Su Fèisbuc, eh. Una aveva postato il virgolettato che sta qui in cima e l’altra le aveva scritto sotto “verissimo”. Undici parole in tutto.

Ora sarà il mio stato di prostrazione post-Dancalia, sarà il post-ribolo che ormai ci circonda,  non lo so. Però mi è successa una cosa strana: che a trovarmi lì, a osservare quelle due donne (belle, toste, intelligenti quindi presumibilmente anche, a tratti, sole) scambiarsi quel piccolo cenno di intesa e solidarietà notturna senza bisogno di dirsi neanche una parola, io ci sono rimasta inchiodata davanti. Volevo aggiungere un commento ma non l’ho fatto. Per non disturbare. 

Che si dice che le donne parlino molto. Ed è vero. Ma le cose importanti, tra loro, sanno dirsele soprattutto in silenzio.

E questa è una: che se ami non è mai finita. Che non vuol dire che l’amore non finisce mai: vuol dire che, finché ami tu, l’amore non ti molla (l’amato magari si, eh, però). E che “stavolta basta” è spesso solo un’intenzione di voto, di vuoto anche. Che riempiamo con un’altra porta lasciata socchiusa, in attesa di sbatterla. Ma magari la prossima volta.

Ecco, pensavo che quando una donna ama davvero potrebbe farlo all’infinito. Per fortuna e per statistica ci pensa la controparte prima o poi a restituirci a noi stesse.

Però pensavo anche che spesso davanti a certi uomini diciamo, come davanti alle sigarette e alla Crema di gianduia di Marilla, “smetto quando voglio”.
Perché l’amore è una dipendenza. E di fronte alle dipendenze si mente. Non è “una mancata verità che prima o poi succederà”: è proprio una bugia.
Che continueremo a ripetere. Perché “cambia il vento ma noi no”. E quindi no che “non andiamo via”. Là stiamo: un passo oltre l’ultimo tentativo.

E  se è vero che “lasciano una scia le frasi da bambine” lo fanno purtroppo pure quelle da cretine. Di norma una scia di lacrime. E qui siamo ancora nei grandi classici intramontabili. Ma con lodevoli, apprezzabili nonché sempre più numerose eccezioni.

Però sapete che pensavo, anche, leggendo le mie due amiche ? Che, “nelle sere tempestose” le donne non chiedono più “portaci delle rose”: le rose, Fiorè, hanno imparato a scambiarsele da sole.

(Grazie a Betta e Francè)

P.S.
Ah e “quello che le donne non dicono” mo’ se lo scrivono. Anche su Fèisbuc.

Professorè, da Auschwitz nun po’ tornà nessuno

giovedì, gennaio 27th, 2011

Un governo, una separazione e due lavori fa Meri Pop decise di non farsi mancare proprio nulla e accettò di verificare se era in grado di sopravvivere anche al Ministero della Pubblica Istruzione.
Un giorno la chiamò il ministro e le disse: “Meripo’ sto andando ad Auschwitz. Con i ragazzi. Copriti bene”.

Arrivarono una mattina di gennaio davanti a una montagna di neve bianca dalla quale spuntava un cancello di ferro nero. E sotto una gelida nevicata iniziarono a camminare a fatica tra le stradine dell’inferno. I ragazzi accompagnavano il ministro, Meri Pop i giornalisti, il ghiaccio e il silenzio accompagnavano tutti.

Andarono nelle baracche delle donne, in quelle degli uomini, in quelle dei bambini. Poi andarono anche al museo: cataste di abiti, occhiali, capelli, protesi dentarie, scarpe. Davanti a una scarpina singola taglia bambina la linea Maginot di Meri Pop crollò.
E cominciarono a scendere: tante, calde, veloci.

E’ a quel punto che, dal gruppetto degli studenti, se ne staccò uno -primo liceo scientifico, 14 anni massimo 15- e le si avvicinò, facendo cadere un’altra Maginot, quella che in qualche modo aveva tenuto una distanza di sicurezza e di comprensibile reverenzial timore tra i due.  E, dopo ventiquattr’ore di viaggio e di “Dottorè”, il ragazzo le poggiò un vigoroso braccio sulla spalluccia piangente, ed ora anche scossa, ed esclamò:
“Professorè, io me sto a trattenè da un’ora e mo’ tu sbraghi?”

E’ uno dei momenti salienti della Hall of Fame della mia vita. Uno di quelli ai quali ogni tanto attingo nei fotogrammi No. Insieme al fatto che, poche mattine fa, ero su un autobus e a un certo punto ho sentito uno che richiamava l’attenzione di tutto il jumbobus con:

“Professorèèè! Se ricorda?”
e con aria complice e abbassando la voce come dovesse rivelarmi la comune appartenenza alla Massoneria aggiungeva
“semo stati insieme ad Auschwitz”.

Ovviamente non l’ho riconosciuto ma dimenticare è, appunto, impossibile.
Ci siamo scambiati qualche battuta, ha già fatto la maturità. Poi gli ho chiesto quanti anni erano passati da quando eravamo tornati da Auschwitz. 

Mi ha guardata e ha preso fiato. Poi:

“Professorè, mica lo so. Me sa che da Auschwitz nun po’ tornà nessuno. Io certe volte ce ripenso e me sembra che sto ancora là”.

Un uomo solo al comando

giovedì, gennaio 27th, 2011

Avevo già preparato un post che parlava dell’amore secondo le donne. Era pronto anche quello sul diario dancalo. Poi è arrivata quella montagna di merda delle intercettazioni.

Credo di non meritarlo e credo che non ve lo meritiate neanche voi. E così, come terapia d’urto, ho pensato che invece era ora di far scendere in campo qualcuno che vi riparlasse di amore, di sentimenti, di donne, di feste, sì anche di feste e non di festini, di cuore e soprattutto di bellezza, quella vera.

Se un uomo solo al comando del Paese ci tiene in ostaggio della tristezza e dello squallore del suo declino io gli rispondo con un uomo solo al comando della poesia.
E più lui cercherà di trascinarmi nel baratro dello scadimento e della vergogna più io cercherò di opporgli la bellezza.

Io a Silvio Berlusconi voglio rispondere con Giacomo Leopardi.

Signori, “La sera del dì di festa

“Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai nè pensi
Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m’affaccio,
E l’antica natura onnipossente,
Che mi fece all’affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già, ch’io speri,
Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate! Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell’artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov’è il suono
Di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
De’ nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio
Che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s’aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s’udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,
Già similmente mi stringeva il core”.

 (da “I Canti”)

Questione di piling

mercoledì, gennaio 26th, 2011

Cosa è davvero chic per una signora oltre la frangia? 

 

 Il modulo per le firme “Berlusconi dimettiti” che spunta dalla borsa: 

Tendenza vattene - Foto Arianna Barbieri

Qui:
http://beta.partitodemocratico.it/doc/202281/10-milioni-di-firme-per-mandare-a-casa-berlusconi.htm 

(E’ una Pubblicità Progresso – A cura di e grazie a Bruna “Scianèl” Dini)

Cogli la prima Mecca

mercoledì, gennaio 26th, 2011

6 gennaio 2011 – Lalibela, Natale copto

Avete presente il classico titolo di Repubblica.it “Pellegrini alla Mecca, in 350 muoiono schiacciati nella calca”? Ecco noi, modestamente, abbiamo tentato in ogni modo di emularlo con “Natale copto a Lalibela, 18 pellegrini italiani fanno la stessa fine di quelli della Mecca”.

No, guardate, io non ce la posso fare a ripensarci manco per raccontarvelo.

Intanto questi fanno il Natale alla Befana. E vabbè. Poi siamo al 2003. No, non è tanto che stanno indietro di otto anni: ma è che di ‘sti 8 se ne sono evitati 6 di Berlusconi e 2 dell’Unione. Una figata pazzesca. Ma è l’unica, eh. Dunque funziona così: pur avendo a disposizione un numero spropositato di Chiese essi si vedono tutti in questa di Lalibela scavata nella roccia, in una cosa tipo i concorsi per postino: posti disponibili 180, partecipanti 450 mila. Ci arrivano a piedi. Ovunquemente si trovino essi si avviano verso Lalibela, tutti vestiti di bianco riparandosi dal sole sotto ombrelli coloratissimi. Sostanzialmente un sabato pomeriggio di saldi all’Ikea ma togliendosi le scarpe prima di entrare.

Meri Christmas - Foto Meri Pop

E dunque Nichi Sventola ci raduna nell’atrio del locale Lalibela Holiday Inn e, come il sergente istruttore con il soldato Palla di lardo nell’indimenticato Full Metal Jacket, così ella ci istruisce per la bisogna:
Primo: non portatevi niente appresso, né borse, né soldi, né marsupi, né buste né un caspita di niente che rubano e rapinano a tutto spiano (e se questo succede per festeggiare il Santo Natale, pensa che accade quando vai al mercato, per dire)
Secondo: appena inizieremo la fila per entrare in Chiesa tenetevi per mano (no non era un empito di fratellanza universale della Sventola, è che questi possono uccidere per scavalcarti nella fila, e se ti perdi lì altro che il sito “dovesiamonelmondo” della Farnesina: non ti ritrova più manco la Sciarelli)
Terzo: portatevi un paio di calze che poi butterete perché in Chiesa si entra senza scarpe e si camminerà su tappeti e persone che non è che siano proprio certificate igienicamente con Napisan 2010
Quarto: la cerimonia durerà dalle otto di sera alle sei di mattina, noi entreremo alle quattro del pomeriggio per tentare di trovare un posto. In piedi
Quinto: però sarà un’esperienza indimenticabile.

Abbè, guardate, su questo vi ci potete giocare quello che vi pare, roba che non vi abbandonerà mai manco se vi resettano il cervello come in Nirvana di Salvatores. Cose da rimpiangere la salita sulla Metro A alle 8 del mattino.

Siete in un bianco fiume di gente nera, stipati da un chilometro prima dell’arrivo. Volendo potreste anche chiedervi come mai siete gli unici stranieri ma ormai è tardi per le domande e soprattutto per le risposte quindi state in fila e zitti. C’è poi che vi manca l’aria, vi spingono, vi strattonano, vi infilano gomiti nei fianchi e calci negli stinchi, vi apostrofano malamente in una lingua sconosciuta e non saprete mai perché. Finchè capirete che state pestando il vestito di quella davanti e pure il suo bambino. State tranquilli e mantenete la calma che tanto anche se vi viene da svenire non c’è possibilità né spazio alcuno per accasciarsi sul pulcioso suolo.

Lalipiena - Foto Professor Pi

Vi perquisiranno scrupolosamente a un certo punto del percorso ma solo il giorno dopo verrete a sapere che state camminando verso un grado di allarme attentati Defcon2, perché in Dancalia non ci avevate manco una radiolina e dunque vi siete risparmiati di sapere quello che è successo in Egitto.
Avrete le vostre scarpe in una mano e vi farete il segno della croce con l’altra, pure se siete atei da tre generazioni, invocando gli dei perché vi facciano almeno uscire vivi ma non a causa degli attentati bensì della calca.

En attendant Meripo' - Foto Professor Pi

Mai capirete come possa accadere che se uno clicca “viaggio” poi si ritrovi a un passo da “ultimo, viaggio”. Non avrete però manco la forza di esalare un “aiuto”. Ci penserà Pino a cercare di rianimarvi urlando “Oh, questa è piccola, lasciatele un varco in alto almeno per l’aria”.
Quando vi renderete conto di far parte di una ressa di 100.000 persone che tentano di entrare tutte insieme in un luogo che ne contiene a malapena 200 da una porticina di dimensione lillipuziana scavata nella roccia sarà troppo tardi per fare le conseguenti valutazioni.
Intorno a voi continueranno a ballare, cantare, dimenarsi, agiteranno mani e piedi in spazi nei quali voi a malapena riuscite ancora ad azionare i polmoni per respirare.
Mentre percorrete la navata centrale, sempre nello stipaggio, vedrete improvvisamente tutti inchinarsi al vostro passaggio e riverirvi imbarazzantemente: così scoprirete che dietro di voi c’è il codazzo dei preti celebranti che non riescono a scavalcarvi e dunque siete nell’unico varco di accesso. Deciderete di buttarvi in braccio a quelli ammassati in terra e stesi ai lati.

Sono solo le 19,45 e il vero, unico, miracolo vi sembrerà, improvvisamente, riuscire ad arrivare vivi al Tg1 delle 20.

Capito l’andazzo della serata, dopo un’altra ora di inni, lodi, salmi, incensi e tamburelli, deciderete che ne avete abbastanza, vi volterete verso Mariò, Gianni, Pino, Piz, Michela, Giorgio, Stefano, Luciana e il professor Pi e direte “beh quasi quasi basta” e incontrerete solo un punto interrogativo che vi fa capolino dalle loro testoline per dirvi “e come pensi di uscire, ora, tesoro?”. E così succederà che lo farete, si, lo farete: vi aggrapperete a Mariò e gli direte “fai quello che ti pare ma fammi uscire di qui”. E così comincerete a camminare ovunque, pure sulle persone stese a terra, per guadagnarvi un’uscita, uno spiraglio d’aria, la salvezza. Fuga da Alcatraz sarà roba da Gardaland.

La grande muraglia - Foto Professor Pi

Ed è così che tornerete a riveder le stelle, dopo averne fatte vedere un po’ pure a quelli involontariamente acciaccati là dentro. Vi accascerete tutti sul primo muretto disponibile, in fila uno appresso all’altro, in silenzio, al buio. Piz comprerà una bottiglia d’acqua e ve la passerete tipo narghilè. Rifletterete sulla follia umana. Soprattutto sulla vostra.

Tempo cinque minuti, però, e qualcuno lo farà. Dirà quello che state pensando facendovi orrore da sole: “accidenti, non avrei mai creduto se non avessi visto coi miei occhi”. Ecco, sappiatelo, sappiate che la vostra rovina, da qui in poi, sta in quelle tre paroline: coi miei occhi. Che, se ve lo raccontano non vi basta? No, porcamiseria, non vi basterà più.
Tornerete a casa giurando a voi stessi che “maippiù maippiù maippiù”. Vi ritroverete dopo pochi giorni a Viale Trastevere, in anticipo su un appuntamento. Starete ancora lì a pensare alla calca di Lalibela, all’insopportabile caldo di Dallol, all’inferno della Dancalia, alla sete e alla polvere. Ma è quando deciderete di ingannare l’attesa entrando da Bodum che certificherete per sempre la vostra resa. Perché ne uscirete poco dopo sapete con cosa? CON UN MUG DA VIAGGIO, SANTOCIELO. Avete scampato per un pelo il titolo di Repubblica.it e qual è l’unica cosa che vi viene in mente di comprare là dentro?  UNA TAZZA DA CAMPEGGIO.
E’ una cosa che se la sa mia sorella mi toglie la patria ziita’ sulla giovane older. Ma se lo sa il Direttore del 118 mi ricovera e butta la chiave del reparto.

Riceviamo e volentieri non ci preoccupiamo

martedì, gennaio 25th, 2011

Vi ricordate l’annosa vicenda?

Ecco, siccome Thumper sta sempre un pezzo avanti, ci documenta come il motto che accompagna Meri Pop nella vita dalla preadolescenza, a lei l’accompagna anche nell’accesso al frigorifero e alla cabina armadio: i luoghi principe della tentazione e del senso di colpa. Quindi cedete, cedete pure senza preoccuparvi.

E lo so, un tempo era la camera da letto. E’ finita: desiderio di seduzione, complicità, piacere? Ormai o in cucina o da Braccialini. Aloha.

Caro monsignor Bagnasco

martedì, gennaio 25th, 2011

Caro monsignor Bagnasco,
pfiuuuuuuu.

No, dico, bella questa cosa che la carica politica impone sobrietà, disciplina e coerenza.
 
Ora però, a proposito di coerenza, le sarei grata se volesse anche ridare un’occhiata a quel libro di Monsignor Giampaolo Crepaldi dal titolo “Un manuale per la ripresa dei politici cattolici”. Soprattutto alla regoletta che recita:

“Tra un partito che contemplasse nel suo programma la difesa della famiglia fondata sul matrimonio e il cui segretario fosse separato dalla moglie e un partito che contemplasse nel programma il riconoscimento delle coppie di fatto e il cui segretario fosse regolarmente sposato, la preferenza andrebbe al primo partito”.

Glielo dico perché, non so se ricorda, Lei gli ha firmato la Prefazione, a quel libro, scrivendo che era “utile e tempestivo” e che coglieva “un bisogno reale, affermando alcune verità della vita del politico che spesso vengono invece stemperate”.

Ecco, magari c’è qualcuno che, in un clima di assoluta eleganza sia chiaro, ma potrebbe approfittare di quel varco da voi lasciato aperto tra quello che si scrive e quello che si fa. Un varchetto, lo so. Ma Lei non ha idea delle infinite possibilità che a volte offre un varchetto.
E sa com’è, stempera oggi stempera domani e il prossimo passo è direttamente il bianchetto.

A Lei un reverente ossequio e mi saluti anche il collega Fisichella, sempresialodato.

Sua Meri Pop

Alcatraz era Disneyland in confronto

martedì, gennaio 25th, 2011

Avviso all’utenza: in seguito ai disagi verificatisi con l’autosdoganamento del post del 5 gennaio in luogo di quello del 4, rendo noto che il qui presente segue dunque quello del chenyon che è il migliore amico dell’uomon. 

4 gennaio 2011 – Bere Ale  

Dopo ben 20 minuti di birrette, cerimonie, cocacole e derive emozionali, ci pensava il capoguida Daniel a riportare tutti a una sana e consapevole botta di realtà irrompendo nel bar al grido di
“TUTTI ALLA POLIZIAAAA”. 

Tre paroline che unite alle altre due costanti della zona (ferocia e Afar) inquietavano ulteriormente l’ipotiroidea Meri Pop già in astinenza forzosa da tiroxina per le note vicende. 

Giunti compostamente in fila davanti alla locale sede di Polizia dancala, i nostri avvistavano nere e scheletriche braccia protese da finestre a sbarre: trattavasi dei detenuti della locale prigione.  

Agghiacciati dal cambio panorama i nostri 18 intrepidi, memori di “Fuga da Alcatraz”, prefiguravano una altrettanto inquietante “Fuga da Bere Ale”. 

Ho sin qui, ma scientemente, trascurato di presentarvi ufficialmente uno dei componenti la spedizione: Giorgio, detto “il Nesbitt“. Dovendo sintetizzare direi che Giorgio è un’enciclopedia Treccani ambulante ma niente affatto noiosa: una Treccani sagace e godibilissima, il cui  eloquio chic&vintage irrompe a sdrammatizzare i contesti più complessi e i cui siparietti viaggiano arricchendosi spesso di Mario come volontaria spalla, essendo i due appaiati – oltre che da un ormai sperimentato repertorio di successo- anche dalla contiguità territoriale toscana. 

E dunque lì, davanti alla stazione di Polizia in quel di Bere Ale, impietrito come il resto del gruppo in osservazione delle galeotte braccia protese, Giorgio chiosava:
“Eh si, cari amici, la situazione potrebbe complicarsi in un Amen e non a nostro favore”. 

Non pago poi specificava: “Siamo forse al corrente del motivo per il quale si è stati convocati da questa gente?”. 

Non avendo ricevuto alcun cenno di riscontro dalle imbalsamate facce dei suoi 15 compagni di Avventura, vigilati a vista nel cortile da due poliziotti, mentre dei due coordinatori sapevamo solo che si trovavano all’interno della stazione di Polizia da almeno venti minuti, a Piz che coraggiosamente allungava un paio di sigarette alle protese mani dei galeotti, il Nesbitt senese infine proferiva: 

“Caro, siamo sicuri che questa tua iniziativa umanitaria, pur lodevole, possa essere apprezzata anche da questi due esponenti delle locali forze dell’ordine che qui ci trattengono contro la nostra volontà?”. 

Due sigarette, un accendino, una decina di ansiose domande rimaste inevase dopo, i nostri vedevano riapparire le amate sembianze dei due capigruppo nonché quella di Daniel che, senza dare ulteriori spiegazioni, comunque pronunciavano le uniche cinque parole in grado di fare da spartiacque fra “viaggio” e “incubo” nonché segnare la differenza fra Alcatraz e Bere Ale: “ragazzi-ce-ne-possiamo-andare”. 

Coffee break al Bereale's bar - Foto Professor Pi

L’entusiastico dietrofront veniva accompagnato da un passaparola che si condiva di minuto in minuto di ipotesi e arrovellamenti sul motivo della nostra convocazione, culminanti nella seguente teoria: “Pare che la jeep di Daniel abbia la targa davanti legata con la corda anziché inchiodata e quindi dobbiamo pagare una multa di 500 birr”. 

Ora, per carità, lungi da me l’idea di giustificare chi tratta la targa davanti della jeep dancalica come una valigia da emigrante italiano anni ’50. Però scusate eh: ma l’avete visto in che caspita di condizioni viaggiano in Africa? No, dico, ma avete presente da che razza di catorci è costituito di norma il locale parco macchine? Avercela, la targa: non ci hanno manco i sedili e la leva del cambio, a volte. Ecco noi, sia chiaro, ‘sti 500 birr (25 euro) ve li avremmo portati pure con le orecchie. Ma dico io ci volete fa’ morì d’infarto a quel modo, EH? Che poi a quell’ora ‘manco c’era il poliziotto cassiere e quindi il Professor Pi, visibilmente turbato dalla mezz’ora trascorsa nella sede dei dancalici poliziotti Afar, mezz’ora della quale a tuttoggi nessuno ha ancora saputo un italico tubo, dicevo che il Professor Pi specificava: “ragazzi, domattina la partenza slitta dalle 7 alle 8,30 circa, perchè alle 8 dobbiamo tornare qui a pagare la multa”. 

Nel frattempo fattasi ‘na certa (ora) i nostri erano in grado di potersi trasferire armi e bagagli, soprattutto armi, nel cortile della locale scuola per prendere possesso dei propri alloggiamenti e dare inizio alle operazioni di allestimento cena a cura dell’ormai unico cuoco sopravvissuto all’ammutinamento dancalo, cioé il nostro Stefano, avendo i due cuochi ufficiali nonché lautamente pagati praticamente deciso di dedicarsi ad altre più interessanti attività. 

Afar school - Foto Meri Pop

L’apparente tranquillità degli ultimi 10 minuti veniva quindi interrotta da inequivocabili grida di dolore provenienti da un locale ragazzino Afar, dell’apparente età di anni 13, che non ho capito bene in base a quale procedimento mentale aveva improvvisamente deciso di saltare come un ossesso sul nostro instabile tavolino da campeggio sul quale si era infine sfracellato un piede. 

Alla vista del copioso sangue e all’udito dell’ululante ragazzo Meri Pop si chiudeva nuovamente in uno sconsolato silenzio fatta eccezione per un iniziale “Ommioddio” seguito da un forzoso strattonamento del Professor Pi versione Hugh Laurie-Dr.House con pila-cerotti-garze e disinfettanti-munito verso il luogo dell’incidente ove il saggio Pi provvedeva con incredibile perizia a rabberciare il disastroso esito della inspiegabile giovanil cazzata. 

L’occasione era gradita a Meri Pop per un’ulteriore riflessione sociologica: arrivato anche un altro gruppo di italici pazzi a soggiornare nottetempo nel cortile, avendone individuato un medico all’interno, esso veniva convocato per un consulto sull’operato del professor Pi. Ottenuto anche l’imprimatur ufficiale con un “ottimo-proprio-ciò-che-andava-fatto”, si chiedeva al medico se non fosse stato però il caso di chiudere la ferita con dei punti. “Si – affermava stentoreo- Ma poi chi glieli toglie, visto che noi partiamo tutti domani?”.
Ecco, l’idea che il piede sgarrato di quel ragazzino non avesse diritto manco a qualche punto di sutura, in totale assenza di medici nel raggio di centinaia di chilometri, improvvisamente imponeva a Meri Pop la forzosa inclusione di latitudine e longitudine rilevabili alla nascita tra i fattori determinanti dei diritti fondamentali dell’uomo. Male. Molto male. 

Esaurite le formalità poliziesche, chirurgiche e infine culinarie, alle ore 21,30 il dancalico gruppo decideva, avendo presoci il caffè ma saltato l’happy hour, di recarsi al bar dei rifugiati per l’ammazzacaffè. Nella fattispecie giurerei 1) di aver visto in quel bar nel pomeriggio due ragazze locali strepitose e 2) di aver visto Matteo e Gianni cambiarsi abito prima di andare al dopocena al bar. Ma non vorrei andare all’Inferno per rispondere di spergiuro né in tribunale a rispondere di querela per diffamazione. Dunque nulla vidi. 

Tavola calda dancalica: l'injera - Foto Professor Pi

Meri Pop invece svaniva in tenda dove, sopraffatta dagli eventi, sveniva anche in un profondo sonno. Svenimento dal quale si ridestava di soprassalto ad una imprecisata ora della notte in preda a un dancalo incubo del quale ricorda solo fantomatici sgozzatori di capre che decidevano di diversificare gli sgozzamenti anche con italici umani cercando di irrompere nella tenda. 

L’appena addormentatosi Professor Pi, nonché suo condomino di tenda, anziché assecondare il riflesso condizionato di riagevolare il sonno di Meri Pop con una botta in testa, cercava invece di ricondurla alla ragione tramite dibattito. 

All’agitatissima nonché improvvisamente balzata a sedere nonché urlante: “ecccoliii, vogliono entrare nella mia tendaaaa”, il Professor Pi sfoderava doti di oratoria e sintesi nonché di pazienza bloccandola prima che si precipitasse fuori dal sacco lenzuolo e così apostrofandola: 

“MERIPO’, primo la tenda -semmai- è mia,
secondo non c’è nessuno,
terzo ho avuto una giornata pesante,
quarto mi ero appena addormentato,
quinto rimettiti giù
e sesto dormi” 

con ciò riavvolgendola nel sacco lenzuolo ma più che altro legandocela dentro come in una camicia di forza di ospedale psichiatrico tipo “Qualcuno volò sul nido del cuculo“. 

Niente affatto convinta della sequenza logico matematica delle precedenti motivazioni addottele, Meri Pop si rassegnava comunque al sonno ripromettendosi però di contestarle punto per punto. Ma magari un’altra volta. Anche perché della leggendaria ferocia degli Afar si è  fin qui diffusamente disquisito ma di quella, eventuale, di un Professor Pi esasperato oltre un certo limite Meri Pop preferiva né suscitare esperimenti nè provocare inutili dimostrazioni. 

Chiusa nel suo incompreso panico e nel sacco lenzuolo, a quel punto a Meri Pop non restava altro se non abbandonarsi nelle braccia di Morfeo nonché in quello destro del Professor Pi in versione Joe Montana che la bloccava sul materassino con un esemplare placcaggio

Gli sgozzatori di capre avrebbero continuato comunque a inseguirla e tormentarla nottetempo nell’indifferenza generale.