Archive for ottobre, 2010

Che imbroglio se per innamorarsi basta un’ora

martedì, ottobre 19th, 2010

Cara Meri,
conosciuto su Facebook, scocca la scintilla, fiumi di messaggi, chat a manetta, mi piace, gli piaccio. Stessi gusti, stessa sintonia, stessa musica.
Poi mi chiede il cellulare e lì qualcosa comincia a incepparsi Perché un conto è scrivere un conto è parlare. Però bene anche le telefonate. Certo non si decideva mai a chiedermi di uscire. Alla fine lo faccio io. E prendiamo anche un appuntamento. Rimanda una prima volta, rimanda anche una seconda. Rimanda la terza. E’ passato un mese. Non ne ho più saputo nulla.
Due mesi di simbiosi: che fine gli ha fatto fare? E io, ora, che faccio?
Lory

Cara Lory,
sono trent’anni che quella poveraccia della tua omonima Goggi si sgola per avvertirci. Ma noi niente. Che fretta c’era maledetta primavera. Abbiamo pensato solo a stare in guardia dagli amori fioriti nella stagione dei pollini: e invece la maledizione era la fretta.

Fretta di sapere, di prendere, di avere. Poi sono arrivati gli essemmesse e infine è arrivato pure Fèisbuc e la situazione si è planetariamente avviluppata attorno alle chat, ai messaggi privati e ai commenti, precipitando verso il baratro delle passioni virtuali tarate al massimo su 160 caratteri e della durata media di 160 minuti.

Certo è una gran cosa aver ricominciato a scrivere. Che a un certo punto si credeva di potersi incontrare solo sul filo di interminabili strazi telefonici rubati al resto della famiglia, origliante in attesa in corridoio. Jurassic love.

Stelle una sola ce n’è/che mi può dare/la misura di un amore. Ora che siamo digitali, invece, la misura ce la dà Zuckerberg e, in subordine, Jobs. E quindi parole, parole, parole. Parole scritte. Parole che iniziano a cercarsi, ad aspettarsi, a rincorrersi. Parole che ne chiamano altre, che si annusano, si scrutano, si occhieggiano, si fanno piedino, ammiccano, sfacciatamente propongono, imprudentemente promettono, a volte cocentemente deludono. Perché li si fermano. Senza più attraversare il rischio di incontrarsi anche fuori dai tasti.

“Se a mani vuote di te/non so più fare/come se non fosse amore”. Che ora invece le mani vuote non sanno più stare di tasti e di parole. Che volant. E spesso non ti ritornant. Anche se sul telefonino nascont ma non sempre restant.
Soprattutto illudont: che il più sia stato fatto finalmente incontrandosi, si, ma solo su una riga. Costruendoci un’oasi di T9 dove si ticchettano piccoli amori take away. L’amore che corre anche mentre scrive.  Che entusiasma. Che brucia. Che consuma. E lo fa in fretta. Ma, appunto: quando avete avuto il tempo di “scegliervi”? A mala pena c’è stato quello di essere travolti.
E quindi, ora che è autunno ma praticamente è già inverno, “se/ per innamorarmi ancora/tornerai maledetta primavera, che importa se/ per innamorarsi basta un’ora”?

Certo, Lorè. E se invece, per innamorarsi ancora, bastassero solo un po’ di pazienza e chiudere ‘ste tastiere?

Vi prego, l’Actimel di placenta di scrofa no

lunedì, ottobre 18th, 2010

L’ho trovato qui. Sono inorridita qua.
Poi ho visto che, per non farci mancare nulla, ne è arrivata sul mercato pure una versione strong, qui.

Adesso però giuratemi che non lo farete: ditemi che non vi scolerete questo Actimel di placenta di maiale.

Non lo farete perché siete personcine tutto sommato preparate al fatto che, si, effettivamente il tempo passa e il corpo cambia e porre un argine al declino è doveroso e a volte anche piacevole quando ciò avvenga in una beauty farm ma che, prima del crollo del contorno occhi, voi siete ancora in grado di monitorare il precipitare delle vostre capacità critiche.

Non lo farete perché, più ancora che il drink di placenta di scrofa, vi insospettisce l’idea che i giapponesi possano aver trovato l’elisir del sex appeal e non farne alcun uso.

Non lo farete perché, più ancora che l’Actimel di placenta, vi inorridisce l’idea di bervi qualsiasi cosa vi si propini dando per scontato che i primi a cui non piacete siete voi stesse.

Non lo farete perché se davvero qualcuno avesse trovato il rimedio per sconfiggere la cellulite, le smagliature e il rilasciamento cutaneo, sarebbero già crollate le quotazioni di Photoshop.

Càpita

lunedì, ottobre 18th, 2010

Deragliamo, pur se momentaneamente e non del tutto -come dimostreremo in seguito- dal normale andazzo di questo sentimental blog, perché dopo aver passato in rassegna una decina di sentimental argomenti da proporvi oggi, proprio non riuscivo a togliermi dalla mente un’immagine: Maricica Hahaianu che cade a terra al rallentatore dopo il pugno del boxer dell’Anagnina.

Ilvo Diamanti, prove e dati alla mano, ci ha già inchiodate e inchiodati al nostro destino di moderne tricoteuse, le signore che sferruzzavano ai piedi della ghigliottina sedute sulle seggiole. Taccio su quanti ne stia radunando, ai piedi del televisore seduti sul divano, la morte di Sarah Scazzi: cifre da mondiali di calcio. “È come sporgersi sull’orlo del precipizio – scrive Diamanti – e ritrarsi all’ultimo momento. Per reazione. Si prova senso di vertigine. Angoscia. Ma anche sollievo. E un sottile piacere”.

Quindi c’è anche un sottile piacere in quel nostro inorridito dis-piacere.

Ma non è questo ciò che ho provato quando, in uno degli interminabili tg monopolizzati da improbabili interviste e raccapriccianti racconti, mi sono imbattuta – a commento della morte di Maricica – in un’altra immagine che non riesco più a togliermi di dosso, come l’altra: una rassicurante signora anziana, vicina di casa del boxeur accusato ora di omicidio, una signora anziana che potrebbe essere stata tranquillamente mia zia Mariuccia, camminata tracagnotta, messa in piega da bigodini, borsetta a mano, cappottino con maniche a tre quarti, ha spiegato che di un bravo ragazzo si tratta. E fin qui boh, vabbè. Ma quando l’intervistatrice che la inseguiva le ha detto: “Signora, ma la donna è morta, quel ragazzo l’ha ammazzata”, zia Mariuccia si è voltata e, allargando le braccia, ha risposto: “Càpita”.

Càpita. Ecco, a vedere zia Mariuccia che diceva “Càpita” io non ho provato un sottile piacere né un inorridito dis-piacere. Io ho provato paura. Perché se incontro un ragazzotto tronfio e attaccabrighe forse, dico forse, un barlume di prudenza magari mi sovviene e me ne tengo alla larga. Ma se incontro zia Mariuccia, ormai è chiaro, sono già spacciata.

 Soprattutto perché magari, onorevole Giro permettendo, l’omicida potrebbe finire e restare in galera. Zia Mariuccia, invece, continuerà ad andare al mercato a piede libero.

La costruzione di un attimo

domenica, ottobre 17th, 2010

di Deriva Sfuggente

15 minuti. Giri la chiave nel quadro. La macchina si spegne. Io e te sotto la luce di un lampione. La sensazione di essere nell’unico posto in cui avrei voluto essere, con la sola persona con cui avrei voluto vivere quell’istante. Respirare la stessa aria, con naturalezza, come se un angolo di mondo fosse li. Ci sono momenti che durano un secolo, ma che sono intensi solo per la brevita’ del loro essere vissuti. Lasciarsi andare ad una carezza.

Cosa c’e di più entusiasmante della costruzione di un attimo? E il tempo scivola via. E scivola il tuo profumo. Non lo vorresti, vorresti durasse ancora, ma forse la perfezione di quei 15 minuti e’ solo li. Ti allontani, con la mia domanda che resta in gola, ma “c’e un po’ del tuo profumo, dentro al mio maglione”. Ti rivedro’? Non lo so. E forse, non importa, perche’ una fettina del mio cuore sara’ nel giusto cassetto. E sono felice di aver vissuto con te questa magia. E sorrido, rientrando a casa, annusando la maglia. Mi e’ solo mancato un bacio. Un solo bacio. Ma la mia anima sa che c’e’ stato.
“La sensazione che in un attimo qualunque cosa pensassimo poteva succedere…”.

E il cuore fa pum pum. Ed e’ tutto malinconicamente bello. Non so se avro’ mai quel bacio, ma il pensiero mi scalda. Come scalda l’aver paura di innamorarsi troppo.
Ti voglio bene, anima allo specchio.

Oggi è il 16 ottobre. Quello.

sabato, ottobre 16th, 2010

Tempo fa lavoravo in un posto di Roma che si chiama Piazza del Gesù. Dietro Piazza del Gesù c’è il Ghetto. Nel Ghetto c’è un forno che fa i bruscolini caldi e la torta di ricotta e visciole. Fa anche dei biscotti pesantissimi e untuosi che fanno ingrassare come la torta di ricotta e i bruscolini.

Passeggiare al Ghetto mi piace molto. E anche allora, appena potevo, scappavo dall’ufficio e ci andavo. Con l’occasione seguivo la scia di profumo del forno e, in un colpo solo, davo una sistemata ai trigliceridi, alla glicemia e alla massa adiposa.

Un giorno ero lì nella pasticceria di Piazza Costaguti a scegliere biscotti quando a un certo punto iniziò a suonare, fortissima, una sirena: un allarme antiaereo.

Uscirono tutti dal negozietto. Uscirono tutti da tutti gli altri negozi. Uscirono tutti da tutte le case. E si precipitarono in piazza.

Io, all’inizio, ero rimasta dentro: mi tappavo le mani con le orecchie mentre mi batteva forte il cuore dalla paura. Perchè non capivo. Era il 2001 ma improvvisamente era di nuovo un tempo sospeso.

Alla fine uscii anche io sulla piazza. La sirena smise di suonare. Scese un silenzio immobile, come le persone. Grandi, bambini, anziani, turisti, clienti, rabbini, negozianti. Nessuno fiatava. Nessuno si muoveva. Il silenzio durò un tempo infinito. Forse un minuto.

Poi, improvvisamente, si rimise tutto in moto. Come prima.

Quel giorno era il 16 ottobre. Non l’ho più dimenticato.

«La grande razzia nel vecchio Ghetto di Roma cominciò attorno alle 5,30 del 16 ottobre 1943. Oltre cento tedeschi armati di mitra circondarono il quartiere ebraico. Contemporaneamente altri duecento militari si distribuirono nelle 26 zone operative in cui il Comando tedesco aveva diviso la città alla ricerca di altre vittime. Quando il gigantesco rastrellamento si concluse erano stati catturati 1022 ebrei romani.
Due giorni dopo in 18 vagoni piombati furono tutti trasferiti ad Auschwitz. Solo 15 di loro sono tornati alla fine del conflitto: 14 uomini e una donna. Tutti gli altri 1066 sono morti in gran parte appena arrivati, nelle camere a gas. Nessuno degli oltre duecento bambini è sopravvissuto

(F. Coen, 16 ottobre 1943. La grande razzia degli ebrei di Roma)

Meri Pop s’incalza

venerdì, ottobre 15th, 2010

Riguardo alla vicenda “Se lui si sfila anche noi ce le sfiliamo: no Omsa se parti” mi giunge l’elenco completo dei marchi Golden Lady-Omsa ed è una catastrofe: Golden Lady, Omsa, SiSi, Filodoro, Philippe Matignon, NY Legs, Hue, Arwa.

Nel frattempo Gimbo ci informa che da domani arriva un’ondata di freddo a Nord e da domenica pure nel resto d’Italia. Sopra i mille metri neve.

Forza con i “caltezzoni Biglia”, le calzette di lana e una bella e solitaria stagione invernale senza più un uomo nel raggio di centinaia di chilometri.

D’altra parte la rivoluzione non è una scampagnata. E neanche una scompagnata.

L’occasione mi è infine gradita per sdoganare  le Sore Palin della rivoluzione anti-Omsa.

Lui se la fila e noi ce le sfiliamo: no Omsa se parti

venerdì, ottobre 15th, 2010

Interrompiamo momentaneamente le trasmissioni sentimentali di Supercalifragili per informare tutte le utenti che è ufficialmente ora di andarsi a ricomprare le calze e che questa estate la Omsa ha deciso di fare, oltre alle calze, pure le valigie e andarsene dall’Italia in Serbia lasciando a casa 346 operaie.

Libero il signor Omsa di alzare le gambe e andarsene? Libere pure le nostre gambe di andarsene fuori dalle sue calze. Quindi, stavolta, se lui se la fila pure noi ce le sfiliamo. E facciamoglielo sapere: no Omsa se parti.
Mi aiutate?
Maschietti, pure voi. Ce l’avete una fidanzata, di solito anche due, no?

Allora, intesi: basta Omsa, Golden Lady, Sisi e Filodoro.

E siccome Meri Pop ormai ha preso il filone epistolare ha deciso di proseguirlo degnamente inviando pure questa:

Gentile signor Omsa,
in seguito alla sua decisione di traslocare altrove la produzione delle calze ho deciso anche io di traslocare altrove le mie gambe: non più nelle sue calze. Quindi con te partirò: tu in Serbia, io in altre marche.
Le ricordo con l’occasione che in Italia ci sono circa 30 milioni di donne alle quali si sfila in media un paio di calze a settimana.
Buon viaggio.
Meri Pop

qui: http://www.omsa.com/ita/contatti-consumer.asp

L’ultima partita

giovedì, ottobre 14th, 2010

Mi costituisco spontaneamente e dalla prima riga: l’ho comprato per affetto, ho dovuto sospenderlo per l’emozione, l’ho ripreso per la curiosità e l’ho finito per passione. Si chiama “L’ultima partita. Vittoria e sconfitta di Agostino Di Bartolomei”. Lo hanno scritto due giornalisti che normalmente si occupano di tutt’altro. Ma la prefazione l’ha scritta Luca, Luca Di Bartolomei. E’ un collega che per un po’ ho incrociato unicamente nel tempio dell’imbarazzo: l’ascensore dell’ufficio. Luca ha molte qualità ma tra queste non includerei l’affabilità a prima vista. Ci siamo a lungo attenuti a un classico “Ciao-secondo?-terzo-grazie-ciao”. Dovendo esemplificare al massimo il collega era stato archiviato al file “scostante” e lì avrebbe potuto tranquillamente continuare a stare.

Senonché poi a volte la vita si incarica di farti sdoganare i file. E dunque con Luca mi sono ritrovata a dividere anche il tempio dello stipendio: l’ufficio. Non che allargando la cubatura comune si fossero proporzionalmente dilatate le conversazioni però, indubbiamente, il passaggio al “Ciao come va bene tu grazie novità prego ciao” era avvenuto con reciproca soddisfazione. Oddio, reciproca. Vabbè. Insomma viene il giorno che accendo un televisore e Luca lo trovo lì invece che al piano. Ed è il giorno che gli sento dire “Ago”. Non “mio padre”. Ago. La mia preparazione calcistica è pari a quella culinaria, assai rivedibile. Ma Ago non è stato solo un grande giocatore che se ne è andato troppo presto e troppo male. Per una romana romanista leggermente attempatella è un riflesso condizionato. E’ il “Costantinopoli” di Woody Allen. E’ un moto dell’anima seguendo il quale sono automaticamente uscita dal tempio dello stipendio ed entrata prima in quello dei libri, Feltrinelli, e poi in quello di un’intimità che mai avrei pensato di vedermi scorrere tra le mani da una riga all’altra.

 Ed è così che dopo appena due pagine ho dovuto mollare il libro e prendere prima fiato, poi un fazzoletto di carta e infine un telefono per fare una cosa che mai avevo fatto prima d’ora in vita mia: comporre il numero, aspettare qualche squillo farmi coraggio e dopo il “Pronto” dirglielo: “ciao papà. Volevo sentirti”.

“L’ultima partita – Vittoria e sconfitta di Agostino Di Bartolomei”
di Giovanni Bianconi e Andrea Salerno
Prefazione di Luca Di Bartolomei
(Fandangolibri)

Le 10 regole del Personal sòla

mercoledì, ottobre 13th, 2010

Allora, io posso comprendere tutto: non c’è strazio sentimentale che mi senta di sottovalutare, dall’infatuazione di mia nipote per un concorrente di X Factor alle mazzate della signora Woods. E tutto giustifico purché la pena d’amore possa alleviarsi (ma sulle mazzate ho comunque delle perplessità di ordine puramente penale nel senso di Codice).

E’ quando si usa la pena d’amore per alleviare l’altrui portafoglio che un po’ mi incazzo adiro.

Dunque, sono certa che sapete dell’esistenza dei “dating coach”: in America spopolano e quindi possiamo forse noi farci mancare un bel “consulente di seduzione”, un allenatore da primo appuntamento, un personal happy hour? Certo che no.

Come potremmo fare, noi sole e abbandonate, a decidere che metterci, dove andare, cosa dire? Un tempo c’erano le amiche ma oggi se non hai il dating coach sei non solo una zitella ma anche una pezzente.

In America c’è questo David Wygant, con un sito da 51.000 pagine al giorno (Grazia – Il sesso ai tempi dell’Happy Hour, pagina 98), tariffa dai 55 ai 95 euro l’ora. Ripeto: fino a 95 euro l’ora.

E dunque ora non voglio privarvi, e gratis, delle 10 regole-base per l’appuntamento perfetto partorite da questa mente illuminata. Illuminata dal saldo del suo conto in banca quando va allo sportello del Bancomat.

1) Scegliete luogo, musica, vestito in sintonia (senza esagerare)
(Sono una rompicoglioni e lo so però mo’ scusate, avete mai dato appuntamenti alla discarica di Malagrotta vestite come Lady Gaga?)

2) Non lasciate nulla al caso, soprattutto l’ora.
(Vi prego, l’appuntamento con l’ora a casaccio no, giuratemi che non l’avete mai fatto anche in assenza di David Wygant).

3) Attenzione ai piccoli gesti: interessatevi all’altro, ascoltatelo.
(Presentarvi a un uomo che vi attizza indossando le cuffiette dell’Ipod e anzi alzare il volume mentre vi disturba dicendovi quanto gli piacete, un grande classico)

4) Siate maliziose con ironia: la seduzione passa da piccoli segnali, non dalla sfacciataggine.
(Il reggicalze lo esibisce in diretta solo la Brambilla, tranquilli)

5) Baciatevi al momento giusto. Non forzate le cose, fate in modo che si crei l’occasione.
(Basta con questa abitudine di sbatterlo al muro appena entrate nel bar avviluppandovici come un pitone in calore)

6) Il giorno dopo trovate il modo di fargli sapere che siete state bene.
(Il giorno dopo da che mondo è mondo sono LORO che devono farci sapere che come-te-nessuna-mai)

7) Un Sms della buonanotte va bene, una telefonata di due ore e 10 sms notturni no.
(Se uscite con delle psicopatiche non vi salva certo David, dovete chiamare il 118 forse anche la squadra antistalking)

8) Evitate le stravaganze: meglio un banale pizza+cinema che un rodeo di tori meccanici a rischio frattura.
(Io non ce la faccio più, toglietemi questo dalle mani)

9) Niente ex: con una persona nuova siamo nuove anche noi. Vietato parlare degli errori del passato.
(Non è che Alberoni ce l’abbiamo solo noi, eh)

10) Sesso: si o no? Non ci sono regole, solo buon senso. Se l’atmosfera è giusta perché no? Altrimenti rimandate.
(Cioé io ti ho pagato solo per risolvermi il punto 10 e tu spari ‘sta cazzata sciocchezza? Ma il 118 ora lo devi chiamare tu, anzi chiama proprio i caschi blu per liberarti dalla pressione che sto esercitando sulla tua glottide mentre ti interrompo il normale deflusso di aria con le mani strette attorno al tuo collo)

No, perchè io a questo punto non ho scelta e devo, purtroppo devo, ricorrere al lodo di missis Woods. E prenderlo a mazzate.
Perchè queste non sono regole per single: SONO REGOLE PER RINCOGLIONITI.

Il grande tinello/3- Rogito ergo sudo

martedì, ottobre 12th, 2010

Prosegue il reality sciò dei nostri eroici aspiranti conviventi alle prese con l’acquisto della casa.

di Tina e Nello del Grande Tinello

Ci siamo. Dopo mesi di battaglie senza tregua e alla stregua di quella strega della notaia arriviamo al momento della firma. Siamo abituati a prendere la penna in mano e a firmare praticamente da quando siamo nati. La firma è un modo di affermare la propria personalità, dicono gli psicologi. Lo sanno
bene i proprietari dei muretti su cui i writers la cercano (la personalità). Questo autografo, al contrario, rischia di farla vacillare, la personalità faticosamente costruita a prezzo di un callo sulla mano. La notaia (o il notaio? O la notaio? Conta poco, questa non è una storia di pari opportunità) inizia la sua liturgia eucaristica.

“Prendo e ne mangio tutto, questo è il vostro corpo” sembra dire, e forse lo dice davvero. Tanto dice talmente tante cose in così poco tempo che noi ne capiamo sì e no un quinto. Cessione del quinto? No, mutuo, in pratica una cosa simile. Il (lo, la, egli, ecc…) notaio/a ce lo ricorda, elencando a velocità quintupla tutti i nostri futuri obblighi.

Inizio a sudare. Cerco conforto nello sguardo di Nello, ma non lo trovo. E’ basso e perso nel vuoto. Conoscendolo, o alla seconda riga ha perso il filo del discorso, o sta pensando a come troverà i soldi, o, più probabilmente, non vede l’ora che finisca perché più tardi ha una partita. Cerco mamma e papà, ma non ci sono. Continuo a sudare. Mi guardo intorno e vedo solo gente che annuisce alle parole del notaio, di qualunque genere sia, e uno con lo sguardo perso nel vuoto che sta firmando. Come? Cosa? Sì, Nello ha firmato tutto e il (articolo scelto per convenzione) notaio sorride. Smetto di sudare. Però, vedi? Nello ha il potere di tranquillizzare tutti, perfino il
notaio-strega. “Bene, tutto fatto, chiavi in mano. Voi siete la  conferma che si possono fare le cose fatte bene, non quelle cose irregolari tipo chiavi in mano solo dopo 20 giorni o dopo mesi. Anzi, vi faccio lo sconto”. Ma tu guarda Nello che bravo…

(Qualche giorno dopo)

Sì, Nello è proprio bravo. Gli ho detto di andare nello studio del notaio-ex-strega a ritirare tutti i documenti e ci è andato senza battere ciglio. Torna e me li porta. Finalmente posso leggere e rileggere quello che abbiamo firmato. Ricomincio a sudare ma stavolta non mi fermo. “Nello, ma la ricevuta? Nello, non fare quella faccia, mica stiamo facendo il rogito… Nello???”.

Ci sono silenzi che valgono più di mille parole. Ci sono cose fatte bene e cose irregolari. Ogni sconto ha un tornaconto. Notaio, un giorno faremo un libro su tutto ciò e vinceremo il premio strega.