Archive for settembre, 2010

Rimettiamoci le mutande

giovedì, settembre 30th, 2010

A malincuore e con le statistiche del blog alle stelle mi trovo purtroppo costretta ad abbandonare prematuramente la corrente del guardonismo, non prima di aver scritto un altro paio di volte “mutande, mutande”. Torniamo dunque a un sano e consapevole nascondismo: signore e signori, Tonino Mutandari.

Donne senza mutande

mercoledì, settembre 29th, 2010

Se avete sobbalzato al titolo vi capisco. L’ho fatto anche io: quando sono andata a controllare le chiavi di accesso a questo blog sentimentale su tacco 12. E dunque che parola compulsano i visitatori occasionali? Dopo i classici riconducibili a Mary Poppins, il catalogo – in ordine di preferenze – è questo:

donne senza mutande
hai incontrato Ligabue
ricostruire un amore
fidanzamento non consumato
sex
amore spiegato
come bucare ruote camion
marina bsex foto
è sincero il dolore di chi piange in segreto
ti prende in africa
ultime grida dalla savana

Bene, immagino che le smutandate siano giustificabili con questo che a tuttoggi risulta infatti uno dei post più cliccati. Palpati, per meglio dire. Particolarmente graditi anche le ruote bucate del camion e le grida dalla savana – grazie Professor Pi per il devastante viaggio africano senza il quale avremmo perso metà dei lettori- mentre anche Ligabue offre un discreto contributo travasando fan e qui lo sapete tutti grazie a chi.
Sto ancora cercando di individuare, invece, la “marina bsex foto”: se la trovate fatemi un fischio grazie.

E’ del tutto evidente, vista la mole di compulsamento su Google, che da ora in poi prenderò in seria considerazione l’ipotesi di iniziare qualsiasi post con “donne senza mutande”.

E comunque benvenuti pure su questo, cercatori di donne senza mutande, donne senza mutande, donne senza mutande, donne senza mutande.

P.S.
Per la parte musicale, in linea con il trend del “senza”, opterei invece per un altro grande classico.

I migliori danni della nostra vita

martedì, settembre 28th, 2010

Cara amica che mi hai detto che hai un piccolograndenonsocchè che nasce,
mi sono sbagliata.

Cara amica che mi hai raccontato che è iniziato con un “aggiungi agli amici”, poi è proseguito con un “condividi”, “commenta”, “sgomenta”, “contenta”, mi sono sbagliata.

Cara amica che mi hai raccontato che poi c’è stato un sms e poi un altro ancora, mi sono sbagliata.

Cara amica che mi hai raccontato che piccoli battiti hanno cominciato a salire, mi sono sbagliata.

Cara amica che mi hai detto che a volte la felicità è anche una casellina rossa dei nuovi messaggi arrivati, mi sono sbagliata.

Cara amica che mi hai detto che quando non ci pensi le cose accadono, mi sono sbagliata.

Cara amica che mi  hai mandato un bip bip alle 6,20 e mi è preso un infarto perchè quella è l’ora in cui i cuori si fermano sul serio e invece il tuo aveva appena ricominciato a battere dopo un sacco di tempo, mi sono sbagliata.

Cara amica che mi hai detto che ancora non sai cos’è e ancora non sai bene chi è ma ti ci vuoi abbandonare lo stesso,
e io ti ho detto “si ma mettiamoci il paracadute che stavolta ci facciamo male, ma male sul serio”
e tu mi hai detto “no, io il paracadute non lo voglio”
e io ti ho detto: “almeno mettiamolo e teniamolo chiuso”
e tu mi hai detto: “no, io non me lo voglio manco mettere, basta paura”
e io ti ho detto: “che bip di testa dura che ci hai” e mi è venuta paura del vuoto a me,
mi sono sbagliata.

Ora che tu l’appuntamento l’hai preso, una cosa sola volevo, alla fine, veramente dirti: mi sono sbagliata, quando ti ho detto “seta”:
E’ MEGLIO IL PIZZO.

Psssss
Che tanto in infermeria, alla fine, ci andiamo a finire tutte lo stesso e allora meglio avvolte di pizzo che col nylon. Del paracadute.

 

Il matrimonio della mia migliore amica

lunedì, settembre 27th, 2010

Cara Meri Pop,
un anno fa mi sono sposata. Ma non come si sposano tutti. Eravamo sdraiati nell’erba, nel posto più bello del mondo. Quei posti dove vedi solo verde e nuvole, senti il rumore della natura, alzi lo sguardo e ti chiedi se sei in paradiso.
Ci conoscevamo da meno di due mesi e quel giorno siamo stati sdraiati un sacco di ore ad ascoltare i nostri cuori.
Sdraiati sulla schiena, guardando il cielo, mi ha chiesto: perchè non ci sposiamo?
E io ridendo e col cuore gonfio ho risposto che potevamo anche sposarci subito.
Perchè i testimoni indispensabili erano solo i nostri cuori.
Mi sono alzata e ho cercato due legnetti. Di quelli teneri da arrotolare. Le nostre fedi. E lì ci siamo promessi che, l’uno per l’altro, saremmo stati sempre come quel giorno sdraiati in riva al nostro lago.
E’ stato un anno fa, che mi sono sposata la prima volta.
Poi sabato scorso, improvvisamente, mi ha guardata e mi ha chiesto: mi vuoi sposare? Così, improvvisamente, inaspettatamente. E io gli ho semplicemente risposto che noi siamo già sposati.
Mi ha guardata: ma non sposati in quel senso, sposati come fanno le persone normali.
Noi non siamo persone normali, amore.
E se sposandoci come le persone normali poi diventiamo normali?
Io quello che dovevo promettere l’ho promesso al suo cuore un anno fa. Gli ho promesso che mi sarei impegnata a conoscerlo, ad ascoltarlo anche nei giorni in cui non aveva nulla da dire. Ho promesso che mi sarei emozionata e l’avrei fatto emozionare. Ho promesso che, qualsiasi cosa fosse successa, noi due saremmo sempre rimasti i due che si sono sposati quel giorno al lago.

Concludendo, Meri Pop, mi tremano le gambe.
Non è che poco poco, io non sono normale? Ogni donna sogna il giorno del matrimonio da quando è bambina.
Io no.
Mi vedo pronta alla fuga, su un tacco 12, vestita di bianco, con gli invitati che cercano di bloccarmi. Ma io mi sono già sposata. E nell’unico modo che poteva risultarmi credibile.
Promettendo davanti al mio cuore.

Squinter Nata

 
Cara Nata Squinter e Ps, Parzialmente saggia,
a me sembra mancasse solo una cosa: la colonna sonora. Ho una proposta e te la lascio qui sotto. Se il Comitato Lascia un commento avesse suggerimenti in proposito è pregato di farsi avanti ora o di tacere per sempre.
E, davvero, il resto c’è tutto. Il problema è far sì che duri. Ma non c’è, per questo, polizza, certificato o attestato che possa minimamente aiutarti.
Meri Pop
P.S.
Ti prego, fai tutto quello che ti pare tranne una cosa: diventare “normale”. Che poi ci vogliono decine di anni e un avvocato per riuscire a ridiventare io.
  

Accavallare

venerdì, settembre 24th, 2010

di Marilla

Sono seduta in sala d’attesa, nello studio del dentista.

Accavallo le gambe. Ma solo dopo alcuni istanti mi rendo conto di quello che ho appena fatto.

Io ho accavallato le ginocchia, sono li, una sull’altra e il piede destro è tanto, tanto vicino al polpaccio sinistro. Sorrido come un’ebete e so perfettamente che questo è un gesto normalissimo per la maggior parte delle persone.

Ma non lo è per me. Non lo era più da vent’anni.

Sono un’obesa dimagrita. Attorno a me c’erano almeno 50 kg di troppo. Ora ce ne sono molti, molti meno. Così tanti meno, da consentirmi di accavallare le gambe, e non solo le caviglie, come potevo miseramente permettermi.

Vent’anni di obesità grave sfumati guardandomi le ginocchia. Vent’anni che avrebbero potuto uccidermi, non avessi scelto di salvarmi la pelle, non avessi scelto di vivere. Grazie ad un intervento chirurgico per sconfiggere l’obesità.

Non riesco a distogliere gli occhi, come quando non riuscivo a smettere di guardare quanto spazio in meno io occupassi sulla poltrona, o come mi districassi con mosse da anguilla, nel parcheggio iper affollato, o come la porta girevole della banca non fosse più un incubo, nel terrore di sentire la voce: “Entrare uno alla volta”…

Piccoli, ma per me, enormi doni che la vita mi sta facendo. Pur con la paura di tornare indietro, la paura di non farcela più, la paura di non riuscire più a sorridere come adesso.

Mi dispiace che l’infermiera mi stia chiamando, perché devo smettere di guardarmi le ginocchia. Ma so che, fra pochi minuti, potrò rifarlo e rifarlo e rifarlo ancora.
E, qui, in questo preciso istante, io sono felice.

 

MCC, mai contente cazzo

giovedì, settembre 23rd, 2010

Interno sera, enoteca, tavolo da tre

“Allora una Menabrea e due bicchieri di Sauvignon”
“Si e pure una parmigiana di melanzana e una fetta di torta rustica”
“Scusi ci porta tutta la bottiglia del Sauvignon?”
“Ah e pure un po’ di tarallini, grazie”
“E pure un’altra Menabrea, ramata”
“Ramata?”
“Scura”
“Ah”
“Dunque allora questo com’era?”
“No, per carità, carino eh, moro, alto, ben messo, gentile, a modo”
“Punto di caduta?”
“Esce dalla doccia e mi lascia tutte le pedate. Dico, ti ho messo il tappetino, sei cecato?”
“Mh. Dopo quanto l’hai messo alla porta?”
“Sta sulla rampa di lancio, capirai, si è pure innervosito mentre cercavo un parcheggio. Voi?”
“Beh no, per carità, carino eh, biondo, alto, fico assai”.
“Questo com’è uscito dalla doccia?”
“No, questo alla doccia non c’è proprio arrivato. Torno dalle vacanze e tu ci metti tre giorni a farti vivo e inoltre mandi solo un sms e manco chiami?”
“Rampa di lancio?”
“No, beh, questo sta già in orbita. Vabbè, tu?”
“Iooooo eccoooo”
“Ecco che? Mica avrai trovato uno normale?”
“Siete pazze? No. Peròòòò certoooo”
“Mh, ci porta un’altra bottiglia, grazie. Però che?”
“E’ che tutto sommato mi ci trovo bene”
“Sommato quanto?”
“Sommato il fatto che non lo vedo quasi mai”
“Ambeh. Tipico idillio telefonico, soglia rischio zero, massimo rendimento suo, minimo sforzo tuo. Brava”.
“Vabbè, allora?”
“Sta parmigiana ci ha un po’ troppo sugo”
“Però la torta rustica è fantastica”
“Mi passi la bottiglia?”

Cazzo se è dura, oggi. Essere un uomo.

(Grazie a Marilla per il titolo)

Giuliana e Peppino

mercoledì, settembre 22nd, 2010

Caro amore eterno che chissà se ci sei,
mi stavo chiedendo di quante Sandre e Raimondi avremmo bisogno per darti un po’ più di fiducia che tu, povero amore eterno, certo bene non te la passi.

E’ così che mi sono ricordata di Giuliana e Peppino che in televisione non ci sono andati mai ma se la guardavano sempre insieme, la sera, la televisione. Che Giuliana e Peppino la loro vita l’hanno passata tutta, oltre che insieme, in silenzio.

Giuliana e Peppino il primo bacio se lo sono dati la prima sera che si sono sposati. Ma si amavano da morire anche solo a guardarsi. A guardarsi in mezzo a tanti, chè non si poteva manco uscire a spasso, da soli.

Giuliana la prima volta che l’ha visto aveva 14 anni e da allora  non ha più avuto voglia di guardare nessun altro. Ancora oggi eh, che di anni Giuliana ne ha 80.

Giuliana e Peppino hanno avuto una vita piena d’amore. E di guai. Ma i guai non me li hanno mai raccontati. Io certe volte andavo da loro la domenica a pranzo solo per vedere come si guardavano. E per il risotto alla milanese.
Giuliana e Peppino hanno avuto tre figli. Ma si sono avuti loro, prima di ogni altra cosa.

Giuliana non l’ho mai vista dargli un bacio. Giuliana l’ho solo vista amarlo.
Giuliana non le ho mai sentito dirgli “amore”. Giuliana ho solo sentito che era sua.

Giuliana e Peppino sono sposati da 63 anni, anche se Peppino non c’è più da 13.

Ma a Giuliana non lo dite, perchè lei ogni sera, tutte le sere da 13 anni, quando gli altri vanno a dormire, spegne la tv, resta al buio e gli parla. In silenzio.

Pssss…  dai Meri Pop, andiamo: lasciamoli soli.

Una volta che lo hai incontrato nella vita

martedì, settembre 21st, 2010

“Una volta che lo hai incontrato, nella vita, non puoi stare troppo tempo lontano dal tuo Amore”.

Grazie a Sandra e Raimondo per aver infilato una fastidiosissima, costante, infrantumabile zeppa in quella porta sbarrata che si chiama “io all’amore eterno non ci crederò mai più”.

Meripo’, ti ricordi quanto abbiamo pianto?

martedì, settembre 21st, 2010

Circa una vita fa Meri Pop incrociò una mattina al bagno delle signore, sito in località ufficio, la sua amica Patù.

Correva il mese di novembre dell’anno di disgrazia 2004 ed entrambe si ritrovavano, dopo pluriennali convivenze con o senza il sacro vincolo del matrimonio, contemporaneamente spaiate. La conversazione si risolse in un paio di tirate su di naso davanti allo specchio accompagnate da pochi, illuminanti monosillabi tipo “E’ finita?”, “Si”, “Anche io”, “Ah”, “Come stai?”, “Mh”, “Oh”, “Eh”.

Nel vano tentativo di fare qualcosa di sensato, in alternativa all’allacciamento alla canna del gas, decidemmo di andare insieme al cinema. A vedere Closer. Il cui sottotitolo, ma lo noto solo oggi, è Chi ama a prima vista tradisce ad ogni sguardo”.

Avevo rimosso questa concatenazione di eventi, surclassati nel tempo, nell’intensità e nello spazio,  quando a un certo punto del pomeriggio, l’altro giorno, condividendo ancora con Patù dei comuni spazi lavorativi e soprattutto il bagno delle signore, ella ha interrotto un generale e prolungato silenzio pomeridiano, con un: “Meripo’, ti ricordi quanto abbiamo pianto?”.

Ecco, si, io mi ricordo.
Ed è significativo che, pur avendolo lei detto con la stessa inflessione con cui poche ore prima aveva chiesto “Meripo’,  ti ricordi il telefono dell’amministrazione?” nessuno dei colleghi abbia tradito la benché minima sorpresa di fronte al dual outing: anni e anni di comune lacrimazione al bagno delle signore hanno evidentemente lasciato il segno. Anzi, la scia.

Bene, la musica di Closer era questa:

Però, Patù, non vorrei metterti ansia ma oggi è il 21 settembre: è finita pure questa, di estate, di musica e fotografie come diceva Venditti. E, finalmente, senza lacrime.

Ora io qui ci volevo mettere una bella musica sull’estate per salutare l’estate, con belle immagini di estate, ma mica l’ho trovata. Se vi venisse in mente…

Come è profondo amare

lunedì, settembre 20th, 2010

Esterno giorno, litorale romano, spiaggia.
Pubblico di fine stagione. Cioé pochi.
“Un lettino, grazie”
“‘Ndo’ lo voi, che oggi puoi sceglie?”
“In riva al mare”
Sistema il triclinio vicino agli estimatori del mare di settembre.
Tra i pochi c’è una sedia a rotelle con un ragazzo che ha il capo reclinato. Accanto due anziani. Due anziani genitori. Il padre comincia a sfogliare un giornale.

Anche io ho i miei, di giornali. Mi ci tuffo ancora più dentro e continuo a leggere.

Anche il padre: glieli legge e glieli commenta.
“La Roma è il solito casino. Ma pure er Milan, Francè, pure er Milan”.
La madre gli asciuga le labbra e la fronte.
Il padre: “La politica la saltamo che nun ce se capisce un cazzo”.
La madre: “No, je devi legge pure quella”.

Io non leggo più. Guardo le pagine e guardo anche loro ma di nascosto. Il padre a un certo punto cerca di prenderlo in braccio. Non lo aiuta nessuno. Vorrei alzarmi. Peso 45 chili, dove caspita vado?
Il padre lo solleva, la madre asciuga la sedia, il padre lo ripoggia. Ed è come se alzasse un fuscello. Forse lo è. Ma a 70 anni non esistono fuscelli: esistono solo sforzi.

Ricomincia la lettura commentata.
“Poi allora pure la politica è come la Roma e il Milan: un casino”.
La madre contrariata: “Ma prima leggi e poi fai i commenti, noo?”.

Non ce la faccio più: abbasso il giornale e la guardo. Mi guarda anche lei. Restiamo in silenzio.
Poi gli stringe la mano, si volta verso di me e dice: “Io non m’arrendo. E nun se deve arrende manco lui”.

(Grazie a Rob)