Archive for agosto, 2010

Riusciranno i nostri eroi – Diario africano/1

martedì, agosto 31st, 2010

1 agosto 2010 Johannesburg
Nelspruit
 
Si comincia alle ore 20 con una scassinamento di lucchetto valigia, la mia, ad opera di Liano. Con un cucchiaio. Qualcuno ne tragga le dovute conseguenze: sull’utilità di blindare valigie con scassinabili lucchetti e su quella di avere un Arsenio Lupin come compagno di viaggio.
Si prosegue con un grappino a stomaco vuoto e un allestimento cena dopo giorni due – ripeto: due – di viaggio con un sontuoso brodino Knorr con dispersi chicchi galleggianti, presumibilmente farro.
La serata inaugurale si chiude alle 21,30 in una celletta frigorifera a temperatura costante 7 gradi sontuosamente chiamata bungalow di suggestivo Bed and Breakfast africano dall’evocativo nome “Hippo Waterfront”, evocativo al punto che la mattina dopo, all’alba con sveglia puntata a ore 6, Meri Pop si dirigeva nella sala colazioni, all’aperto, imbacuccata come un inuit e già facendo una serie di irripetibili osservazioni critiche sull’idea di aver cliccato il tasto “prenota” sotto la dicitura “Safari australe est”.
 
Mentre passeggiava bel bella assorta tra svariati accidenti, Meri Pop veniva improvvisamente destata da non meglio identificati rumori provenienti dal lago costeggiato, accompagnati da una serie di spruzzi a pelo d’acqua che, complice ancora il grappino a stomaco vuoto della sera prima, sbrigativamente archiviava con un “Uh, staranno accendendo l’irrigazione”.
L’irrigazione, del peso di circa 2 tonnellate, emergeva improvvisamente dal lago travestita da ippopotamo e sbuffando a più non posso.
D’altra parte si chiama Meri Pop e non Piero Angela.
 
2 agosto – Phalabora, South Africa. Ripeto: Phalabora, non Bora Bora.
 
Si comincia con lo svaligiamento del Despar di Sabie dove una folla di curiosi si radunava per commentare, anche con le generazioni future, la razzia di beni più imponente dai tempi del Piano Marshall.
Tralascio ogni commento sul mezzo di locomozione, il “camion”, all’apparire del quale all’aeroporto Meri Pop esclamava “Uh, ci deve essere un raduno di mezzi militari d’epoca, oggi a Johannesburg”. Meri Pop, per la cronaca, non riusciva ad arrivare neanche ad agganciarsi alla scala per salirci, sul mezzo d’epoca, a bordo del quale si preparava gioiosamente a trascorrere i 23 giorni successivi, sempre ripensando a quanto, a volte, un attimo di distrazione e di incoscienza mentre si clicca “prenota”, possa segnare una vita.
 
Nulla in confronto al momento dell’arrivo al campeggio di Phalabora dove, dopo una prima, superficiale osservazione altimetrica, si certificava ufficialmente che l’alto nonché d’epoca mezzo, mai e poi mai sarebbe passato dall’ingresso unico e principale.
Una squadra di guastatori scelti, capitanati dall’intrepido capogruppo, saltava prontamente giù dal mezzo per disboscare, sminare e smantellare una parte di savana vergine onde aprire un varco alternativo al mezzo d’epoca che, infine, si piazzava in una radura polverosa e brulla stile aia per polli.
 
Quello che Meri Pop archiviava come “il parcheggio del mezzo” veniva invece contestualmente annunciato dall’intrepido capogruppo come “Eccoci”. Inutilmente Meri Pop esclamava “Eccoci che?” che l’intrepido le rispondeva “eccoci arrivati a destinazione”.
 
Potendo peggiorare la situazione l’intrepido capogruppo si affrettava a farlo depositando ai piedi di Meri Pop un involucro verde sbiadito simil militare dimensioni scatola stivali Baldinini, annunciandole: “Ecco la suite, madame”.
Le 10 suites imperiali venivano tosto montate da un provato reparto di genio d’assalto in men che non si dica, salvo qualche sporadico urlaccio tipo: “Sto ferro dove va?”, “Sto coso come si apre?”, “Sto coso come si chiude?”.
 
Meri Pop si limitava ad obbedir tacendo ma con un fumetto dimensione poster sulla testa dal titolo: “Se pensate che io possa entrare a dormire qua dentro siete dei pazzi”.
Essi infatti lo sono. Dei pazzi. L’unica alternativa essendo dormire nella savana all’aperto, Meri Pop alla fine optava per dormire nella savana al chiuso.
Essendosi il capogruppo offerto di dividere l’igloo con la neofita, la incoraggiava infine dicendole: “Forza Meri Pop e vedi di non tirarla giù mentre ti ci infili, che deve durare fino al 22”.
 
E siccome la Divina provvidenza, al contrario della tenda, è grande, dopo una cena finalmente degna di questo nome, allestita dal reparto Gambero Rosso capitanato dai fusilli sugopronto Barilla rivisti e corretti da Ruggero, e dopo svariati giri di rum e Amarula attorno al falò, Meri Pop in evidente stato di ebbrezza, si trascinava gattonando infine nella tenda. Dei vicini. Ma al secondo tentativo, nella buia savana rischiarata solo dal barcollante tremolio di una torcia da testa, infine ci caracollava, esausta, dentro.
 
3 agosto – South Africa, Kruger Park
 
Si comincia, a un quarto d’ora dall’entrata nel Parco Kruger, che per la cronaca è più grande della Toscana, con il leone che ci attraversa la strada, costeggia il camion e poi si volta e ci guarda. Lì, a due metri. Meri Pop si è così emozionata che non è riuscita a scattare manco una foto. D’altra parte si chiama meri Pop e non Robert Capa. Per fortuna di lì a poco si scatenava una tempesta magnetica di clic clic clic dei 19 valorosi compagni di viaggio.
 
Poi è stato tutto un susseguirsi di zebre, gazzelle, antilopi, kudu, dik dik, elefanti, bufali, giraffe.
A un certo punto Andrew the driver ha inchiodato il mezzo. Meri Pop guardava guardava senza avvistare nulla. Ma proprio nulla. Solo gialla savana. Finché due gialle savane si sono alzate pole pole (piano piano) e hanno puntato i loro neri occhi di leonesse su un sentiero. Poi, di corsa, sono sparite di nuovo.

(Io ora qui ci dovevo mettere le foto. Io le foto le ho fatte ma sono gigantesche e non c’entrano e non so come si fa a farle diventare bonsai, Ramoooooon….)

 (Blyde River Canion – South Africa – Foto Professor Pi)

 (Il mezzo d’epoca – Foto Professor Pi)

Curly e la carica dei 400

lunedì, agosto 30th, 2010

Informazione di servizio: si avvertono le utentesse e gli utenti del Meri’s bar che al post n.400, raggiunto in data odierna, si sta festeggiando con liquore Ginjinha recato in dono dal Portogallo dalla nostra amica Curly, corredato di nutrita serie di tazzine di cioccolata. Affrettatevi.

Informo anche del fatto che l’amica Curly ha ricevuto un’irresistibile offerta lavorativa ed è in partenza per Brucsel dove raggiungerà la nostra amica Caroletta.  Aggiungo che l’amica Curly, che nella triade caratteriale Ferrarelle è indubbiamente in quota “effervescente”, ama il sole e un’altra serie di cose che a Brucsel non troverà facilmente. Se doveste incontrarla al Meri’s bar tenetene conto. E versatele qualcosa di forte. Ah, Curly ama anche Fossati.

Quello che ho imparato

lunedì, agosto 30th, 2010

A montare e smontare una tenda nella savana. E in un campo di calcio e in riva al mare e in riva al lago.

A forare due gomme di camion in meno di due ore senza più ruote di scorta e senza copertura di cellulari in mezzo a una tribù che balla nel Parco del Limpopo.

A disinsabbiare 15.000 kg di camion sulle rive del Limpopo.

Ad attraversare 180 km di Caspita di Parco del Limpopo in 12 ore.

A essere certa che sarà la prima e ultima volta che lo faccio.

A essere anche certa che ho visto posti e persone che mai avrei visto se non ci fossi finita per sbaglio e disperazione e che forse in pochi possono dire di aver visto.

A stare seduta in circolo attorno a un falò notturno facendo la “passatella” con una tazza di rum e una di Amarula divise per 20.

A sopravvivere quattro giorni senza lavarmi.

Ad aprire, dopo quattro giorni, il rubinetto di una doccia calda e ringraziare gli dei.

Ad accarezzare una saponetta come fosse il Santo Graal.

Ad attraversare un ponte di 3 km. sospeso sull’Oceano Indiano con raffiche di 50 nodi di vento. Ripeto: 50 nodi.

A essere sballottata dal vento pur stando abbarbicata al corrimano e a un eroe che mi reggeva.

Ad aspettare soccorsi per un giorno in quel di Nampula su una pista polverosa, sotto la pioggia, nella savana, ma tutti insieme. Che ti viene persino da ridere. A un certo punto, eh, non subito.

A considerare 5 bulloni di ruota di camion più preziosi di un solitario di Cartier.

A pensarci meglio prima di scoraggiarmi la prossima volta che perdo l’autobus 117 per un pelo.

A fare i conti con i miei limiti.

A fare i conti con le mie paure.

A non arrendermici.

A capire che in un viaggio spesso non è importante arrivare ma mettersi in cammino e andare.

A mettere il tramonto sul lago Malawi e l’alba sul fiume Zambesi fra i 10 motivi per cui vale la pena vivere. E fare un viaggio. Pure questo.

A lavare piatti senza acqua.

A lavare piatti senza detersivo.

A mangiare senza piatti.

A bere senza bicchieri.

A fare pipì dove capita e dove si può.

A fare qualsiasi cosa dove capita e dove si può.

Ad avere più rispetto della natura.

E più fiducia in me.

Ad approntare un campeggio di emergenza a notte fonda in una presunta radura in mezzo alla savana mozambicana e accorgersi all’alba che sei in mezzo all’incrocio principale del villaggio.

A capire dove caspita sei finita se due indigeni all’alba ti bussano alla tenda all’incrocio principale del villaggio e ti chiedono “Ma voi di che Missione siete?”.

Ad attraversare villaggi e capanne di fango per 15 giorni senza incontrare mai un altro “straniero”.

Ad essere sorpresa da un abbraccio, una pacca sulla spalla o un “Forza Meri Pop” quando ne avevi giustappunto un gran bisogno.

A compilare un nuovo, breve elenco delle priorità della vita.

A ringraziare i miei 20 compagni di viaggio perchè, anche nei momenti più difficili, non sono mai mancate due cose: una battuta per ridere e una cosa buona da mangiare.

A sognare il prossimo viaggio.

Grazie ad Andrew, Andrea, Emanuele, Enza, Fabrizio, Fausto, Franco, Giorgio, Giovanni, Kira, Liano, Luca, Maurizio, Michela, Monica, Paola, Paola, Pietro, Rosella, Ruggero. Grazie anche e soprattutto a te, Professor Pi, per avermici trascinata.

Secondo piano, letto 4

giovedì, agosto 26th, 2010

Meri Pop ha un’amica.
Che lunedì si è presentata ad un appuntamento che rimandava da tempo. Con se stessa.
In un ospedale. Secondo piano, letto 4.
Meri Pop l’ha accompagnata in camera la mattina presto. Ma non quando è scesa in sala operatoria. Non ce l’ha fatta.
Meri Pop l’ha aspettata quando è risalita e l’ha guardata di nascosto dal corridoio. Ma non è entrata in camera. Non ce l’ha fatta.
Meri Pop è stata dodici ore in ospedale, lunedì. Ma vicino vicino a lei solo dieci minuti. Scarsi. Non ce l’ha fatta. A vederla piena di tubi come il polpo Paul.
Meri Pop se ne è stata su una sedia per un bel po’. Poi si è alzata e, approfittando dell’anestesia, le ha preso la mano sperando che dormisse. Invece lei glie l’ha stretta. Imbrogliona.
Meri Pop ha un’amica coraggiosa. Che però, ormai è ufficiale, ha una Meri Pop abbastanza pappamolla.
Però per fortuna questa sua amica ci ha pure una discreta squadra di caterpillar che non si fermano davanti a niente e che hanno vivacizzato il secondo piano. E il letto 4. E pure Meri Pop.
E diciamo pure, allora, che in questa sgarrupata Sanità, di questo sgarrupato Paese, di questi sgarrupati tempi, sul secondo piano e intorno al letto 4 sono stati rintracciati un’oasi e un viavai di professionalità, gentilezza e umanità che camminavano e correvano dentro divise bianche, verdi e azzurre, munite di stetoscopi, provette, carrelli e ramazze.  

Domani la mia amica torna a casa. E siccome la vita non ci risparmia nulla e certo “si potrebbe poi sperare tutti in un mondo migliore” ma per ora questo è, ecco, volevo dirle: vengo anch’io.

Sensazionale scoperta: quando finisce un amore fa un male pazzesco

mercoledì, agosto 25th, 2010

Scusate, interrompo un attimo la mia Africa per occuparmi della loro America.

Ora io dico, studiosi dell’Università di Niù Iorc che avete fatto ‘sto studio che Repubblica ce lo spara così, quanto ci avete messo a dimostrare che quando un amore finisce fa un male pazzesco? E che se vedi la sua foto soffri? E che ti manca da morire? E veramente ci voleva la risonanza magnetica per appurarlo?

No, perchè io posso pure capire che fino ad oggi vi ha detto sempre bene e non avete mai ricevuto una bella porta in faccia, ma santocielo non ci avete manco un televisore là dentro? Un lettore Dvd? No, dico, ma oltre alle fasi dello sviluppo affettivo primario e secondario avete saltato a piè pari decenni di cinematografia mondiale sul tema? L’ultimo metrò? Jules et Jim? La mia droga si chiama Julie? Voi niente ma per fortuna il mio amico Gimbo se li è visti e se li ricorda tutti a menadito e dunque, tanto per dire, è da 30 anni che Catherine Deneuve e  Jean-Paul Belmondo lo dicono:

-L’amore fa male, forse?
-Sì, l’amore fa male. Come un grande avvoltoio plana sopra di noi, si immobilizza e ci minaccia. Ma la minaccia può essere anche promessa di gioia. Sei bella, Hélèna, così bella che guardarti è una sofferenza.
-Ieri dicevate che era una gioia.
-È una gioia e una sofferenza.

Allora, per piacere, almeno l’amore teniamolo fuori. Dalla risonanza magnetica.

Quando i bambini fanno “eeeeeehhhh”

mercoledì, agosto 25th, 2010

I bambini dell’Africa io non so perchè ho bisogno di scrivervi di loro.
I bambini dell’Africa piangono molto meno dei nostri ma ne avrebbero molti più motivi.
I bambini dell’Africa ti corrono incontro e ti rincorrono ovunque, quando passi con un camion, gridando tutti “eeeehhhhh” allo stesso modo.
I bambini dell’Africa io non lo so come fanno a essere bambini, in Africa.
I bambini dell’Africa hanno denti e occhi bianchissimi.
I bambini dell’Africa non ti chiedono soldi ma una penna. Anche un dolcetto. Ma ti dicono di non darglieli, i dolcetti, perchè una concentrazione di zuccheri tutta insieme gli farebbe malissimo.
I bambini dell’Africa ti chiedono soprattutto una penna. E quando tu gliela regali lei ti prende la mano e ti ci scrive il suo nome sul palmo, poi ti guarda fiera negli occhi e con il dito sul suo cuore ti dice “I can”, io so scrivere.
I bambini dell’Africa sono pieni di polvere.
I bambini dell’Africa portano i fratellini avvolti addosso.
I bambini dell’Africa portano secchi d’acqua in testa, fascine di legno sotto al braccio e lavano i panni al fiume e sono gli unici momenti nei quali non ti sorridono.
I bambini dell’Africa in tanti non diventeranno mai grandi.
I bambini dell’Africa diventano grandi troppo presto.
I bambini dell’Africa si ammalano e muoiono più per l’acqua che hanno che per il cibo che non hanno.
I bambini dell’Africa ti chiedono una foto.
I bambini dell’Africa ne ho incontrati che non avevano mai visto una foto.
I bambini dell’Africa ridono di sé quando non conoscono le foto, tu gliela scatti e poi gliela fai vedere. E ridono anche di te.
I bambini dell’Africa io ora vorrei dirvi che ti viene voglia di prenderli in braccio tutti. Però quando ti hanno presa per mano e la loro era tutta sporca, appiccicaticcia e piena di saliva tu hai avuto paura. E poi ti sei vergognata di te.
I bambini dell’Africa non sono mai meno di tre. Perchè i bambini dell’Africa stanno insieme tra loro.
I bambini dell’Africa sono soli e lontani dalle mamme quando giocano per strada. I bambini dell’Africa io non ne ho mai visto uno insieme al padre.
I bambini dell’Africa giocano nello stesso modo in tutta l’Africa.
I bambini dell’Africa giocano con un copertone fatto correre con un legnetto.
I bambini dell’Africa adorano le bottiglie vuote dell’acqua.
I bambini dell’Africa se tu gliene regali una piena loro buttano l’acqua e giocano con la bottiglia.
I bambini dell’Africa spesso hanno occhi cisposi. Ma molto grandi.
I bambini dell’Africa in tanti hanno la pancia gonfia. Ma non è piena di cibo.

I bambini dell’Africa io non so perchè ho avuto bisogno di scrivervi di loro.
Forse perchè l’Africa è soprattutto i bambini dell’Africa.