Archive for the ‘Laustralia’ Category

Rolling balls

giovedì, settembre 15th, 2011

Sempre 15 agosto, da Jim Jim Falls a Pine Creek

Dunque eravamo rimasti che stavamo finendo il trekking delle Jim Jim Falls e le truppe, per un motivo o per l’altro, avevano già accumulato sei ore di ritardo nonostante lo sbomballamento di uallera del professor Pi che continuava a incalzarci con “ragazzi, vi ricordo che col buio è preferibile non guidare, che i canguri ci si buttano sotto in un amen”.

E’ giusto il caso di precisare che il professor Pi, per incacchiature fino alla classificazione AA++, tipo rating di Moody’s, non parla né reagisce: mette i Rolling Stones a palla. E il volume è crescente in quantità direttamente proporzionale alla criticità dell’evento. Contestualmente Carlina odia i Rolling Stones.  Anche io non li amo perché fanno parecchio rumore ma lei proprio li aborre. Senonchè un giorno che li avevamo messi, ma bassi, lei aveva opposto resistenza passiva aprendo tutti i finestrini quando facevano 6 gradi.

A un ennesimo intoppo autoprodotto, mi pare un bivio sbagliato tipo noi da una parte le altre due jeep dall’altra, l’esimio iniziava a produrre fuoriuscita di fumo dalle orecchie. Ed è stato a quel punto che il professor Pi ha messo Ruby Tuesday a 42 tutto d’un botto:

Carlina però non fiatava. E manco noi. Tuonavano solo i Rolling Stones, accompagnando il di Pi movimento di rolling balls.

Si arrivava a Pine Creek alle 20,30 con buio pesto e Ruby Tuesday a 54.
Precipitatici nell’unico locale-saloon-ristorante-camping-pizzeria si ordinavano pizze Bbq Chicken, Meetlovers, Aussie e Hawaian e corrispondenti birrette. Infine, dopo un montaggio tende al buio, alle 22,30 svenivamo esausti sui giacigli.

16 agosto – verso Roper Bar (che non è er baretto de Roper)
390 km. In 8 ore. Non so se avete presente: manco 50 all’ora di media (mi pare. Oddio, Sunny, Boss, Professor Pi, l’8 nel 39 ci sta 4 volte e riporto 7 poi…). Si partiva da Pine Creek, ci si fermava a Katherine per riparare i danni provocati a una jeep da uno degli attraversamenti fiume guadone: aggiustamento specchietto sgarrupatosi e targa anteriore penzolante.
Si giungeva infine a sera a Roper Bar dove veniva allestita la cena. In terra. Sui sacchi della mondezza. Che tavoli non ce n’erano. E manco sedie.

Dining room (Foto Meri Pop)

 E nemmeno un barbecue per cuocere. E noi, per la prima volta, avevamo comprato un quintale di cotolette. “E che problema c’è? Facciamo il fuoco” diceva  Mangiafuoco Pi. Tipo come nel Pleistocene.

Room of fire (Foto Meri Pop)

E non c’era manco la carta al bagno

Paper room (Foto Meri Pop)

E uno stendino

Laundry room (Foto Meri Pop)

Fatto il giro dei possedimenti ora scusate se qui lascio anche traccia di un marginalissimo ma personalissimo figosissimo accadimento. Dunque vi avevo già accennato che, a fronte di una spesa di 140 euro, con la patente internazionale di Carlina e mia ci si poteva al massimo fare usi irriferibili, poiché noi non arrivavamo ai pedali. Senza contare il fatto che 1) a me guidare non mi piace proprio dunque evito l’esercizio frizione acceleratore freno come l’Ikea la domenica mattina 2) da un anno e mezzo non guido proprio che se dio vuole mi sono liberata pure della macchina e 3) nell’anno prima avevo guidato solo una macchina col cambio automatico.

Comunque arrivati al Roper Camp&Caravan Park (che vi ho lassù illustrato) un cartello avvertiva: “Guai a voi se entrate qua dentro e vi piazzate senza prima essere passati al bar di Roper Bar a pagare” cioè tornare indietro di alcuni chilometri in puro sterrato rosso.
Senonché il Professor Pi, insieme alle truppe scelte, memore dei fasti del ’68, occupava la piazzuole e intimavaci di sistemarcisivi. Dopodichè intimava pure “Meripo’, accompagnami a pagare”. Accompagnamento coatto. Nel senso non di trucido ma obbligato. Ci si rimetteva sul gippone e si perveniva a sto baretto di Roper Bar, sorta di emporio del Far West.

Apprestandomi a risalire trovavo però il posto passeggero occupato. Dall’esimio. Che, chiavi in mano sventolanti, me le avvicinava nuovamente intimando:
-Andiamo
-Andiamo dove?
-Da dove proveniamo
Il dialogo alla Franco Catalano si concludeva con la sottoscritta seduta nell’unico posto disponibile, quello della guida, zampe penzolanti nel vuoto. A quel punto lui  avvicinava il sedile e -oplà-abbassava il volante. Si: mi abbassava il volante. E così in assetto Schumacher mettevo la chiave nel cruscotto, spingevo il piedino sinistro sulla frizione (mi pare) ingranavo la prima, il destro progressivamente sull’acceleratore (così, no?) e puf, partivo. Sulla corsia di sinistra da posto di guida a destra con 4500 cavalli sotto il c sedere.

Meri Driving in (Foto Professor Pi)

E mo’ ve lo dico: i 2 km più esaltanti della mia vita, a parimerito con la soddisfazione per quelli che mi separano dalla mia parrucchiera al ritorno da un viaggio.

P.S.
Pssss vi devo dì una cosa: poi, quando siamo rientrati al camping, il Professor Pi ha fatto scendere me e salire Carlina. E il giretto se lo è fatto pure lei. Faceva lo slalom fra le tende che manco Alberto Tomba. S’è divertita un sacco. Lei. I campeggiatori meno. Ma lei era proprio felice. E poi gli ha fatto sentire i Rolling Stones per il resto del viaggio. A 30, però.

Però, quand’è tranquillo, come fa sto coccodrillo?

mercoledì, settembre 14th, 2011

15 agosto – Yellow Waters, Twin Falls e Jim Jim Falls

Alle ore 6,25 gli italici spedizionieri venivano prelevati da un laustrale pulmino e depositati in un laustrale barchino per fare un giro di ore 2 alle Yellow Waters. 98 dollari a cranio, tipo 50 dollari l’ora di cui la seconda, ora, veniva inaugurata dal frontale del barchino con questo:

Mr. Crocodile&me (Foto Meri Pop)

E comunque la prima, ora, s’era inaugurata con questo:

Alba sul cocco (Foto Meri Pop)

Dice: si ma te so costati come il Topkapi e il Cullinan messi insieme. Tirchi. Comunque il professor Pi aveva specificato che nel prezzo “era inclusa la colazione”. Che ovviamente, una volta risbarcatici al pontile, non si era vista se non per i coccodrilli, vari, grossi e corpulenti, avvistati.
Ma proprio quando ci rassegnavamo alla tradizionale fetta di pane in cassetta rinsecchita con avanzo di marmellata del discount sopra, ecco che un emissario del Cielo, travestito da autista di pulmino, ci scaricava nel ristorantone del campingone ove, effettivamente, trovavamo una specie di Uluru di cibo in quantità e qualità a noi finora sconosciute. I nostri eroi si gettavano sul buffet con slancio e, dopo aver razziato ogni derrata alimentare rintracciabile nel giro di chilometri, con evidenti difficoltà motorie si avviavano verso lo smontaggio tende.

Le difficoltà deambulatorie si aggravavano con quelle smontatorie e sussultorie di paletti, teli, materassini poiché obiettivamente aggravati da:
uova con pancetta
salsiccia a metro
crocchette di patate fritte
affettati a piramide
pane di 10 specie con burro e marmellata
muffins
cornetti
frutta
yogurt
muesli
BURP.

In ritardo di 2 ore di 2 chili sulla tabella di marcia, ariburp, si caricavano le jeep e ci si dirigeva, attraverso il Jim Jim track, vero le Jim Jim Falls: 60 km. di sterrato, buche, sgarrupi con una trentina di guadi di creeks (ruscelli) ma a un certo punto ti compare un fiume vero: 70 cm. di altezza. Che io sono scesa e ho detto: “E mo’ basta eh”:

Meri Splash (Foto Professor Pi)

E però dopo invece sono risalita e ci siamo inabissati tipo Caccia a ottobre rosso che però invece di Sean Connery c’era il professor Pi che guidava e mo’, Pi, io te vojo bene, però non è che faceva proprio lo stesso effetto. Pure se pure Pi secondo me si cantava l’inno nazionale sovietico Sojuz njerushimij rjespublik svobodnjch mentre l’attraversavamo. Insomma guadate che roba:

Guadone (Foto Meri Splash)

Ci avevamo pure il periscopio pure noi, eh, quel coso nero di lato che poi mi hanno detto che è la presa d’aria. Insomma tutto sto casino per poi arrivare a fare indovinate che? Un trekking, signori miei, 1 km di caspita di trekking che ci faceva sbucare in effettivamente splendida spiaggetta aggettante su acque infestate da coccodrilli con ste due belle cascate a picco sulla cabeza:

Twin Falls One little woman (Foto mi sa Carlina o Paola)

Dice vabbè, se volevi fare il bagno e camminare sulla battigia non c’era bisogno di fare sto casino che c’è Follonica che è tanto bella. Insomma qui niente bagno, il bagno -viene annunciato- si farà fra poco alle Jim Jim Falls. Fra poco, ha detto. Cioè dopo altri chilometri di sgarrupo in gippona e, chevvelodicoaffà, un’altra chilometrata di trekking, un’impettata fra le rocce che persino loro ci hanno scritto alla partenza “guardate che sono cavoli”. No, dico, ma che vi credete che quello si ferma perché c’è scritto che èmeglioselasciateperdere? Che c’erano passaggi di terzo grado superiore nonché strapiombi di due metri, come certificato dal rappresentante del Cai di Vicenza che avevamo al seguito, Santo Tino dammi la mano che casco.
Insomma sta di fatto che il professor Pi, che pure ne ha fatte in vita sua, a un certo punto plana di culo sedere esimio sedere su una roccia. Una botta che ho sentito proprio Big Bang. E siccome un capo cade ma non molla, ma tutto il calendario che ha tirato giù je l’ha ammollato eccome, ecco che si rialzava lesto come da una sedia a sdraio di Rimini. Massaggiandosi l’esimio molto molto dolorante. Beh, dice, tu non sei caduta. Ettecredo, o stavo avvinghiata alle rocce tipo geco o in discesa strisciavo da una all’altra roccia di culo sedere ma non esimio.

A 100 metri dall’arrivo, come spesso mi è capitato nella vita, alzavo bandiera bianca. E approfittando del grido di Cris, montanara e scalatrice di classe, “beh ma qui è impossibile, io torno indietro” mi accodavo alla retromarcia. Strisciati altri bei massi indietro sentivo improvvisamente ergersi dalle rocce alle mie spalle una inconfondibile e devastante sestina: “Meripo’ e allora?”
-Professor Pi sto tornando indietro, con Cris
-Lo vedo. A una curva dall’arrivo?
-A una curva impossibile e a uno sfinimento dall’arrivo, si, che io non ce la faccio più e sta cascata mi fa anche parecchio schifo. Oh.
Silenzio.
Irreale, sospeso, inquietante silenzio.
Faccio il devastante errore di girarmi. E lo vedo ergersi sui massi neri e infuocati, ancora massaggiandosi il dolorante esimio, con l’autorevolezza del Gran Capo Culo Dolente, osservarmi con sguardo atarassico cui seguiva un luciferino lampo nell’occhio condito solo da un “Meripo’!”.

Dopo 5 minuti e un’altra serie di irriferibili, interiori, meripoppiche imprecazioni che elargivo tra un “metti un piede là” e uno “striscia di sedere qua, aggrappati, no a me Meripo’ alla roccia”, effettivamente io ce la facevo: io arrivavo a quella caspita di spiaggetta del cavolo.

Ed era proprio all’arrivo, quando avrei voluto corrergli incontro e… mollargli un pugno, che -mentre ancora mi lamentavo dello sforzo- vedevo arrivare insieme a me un ragazzo. In calzoncini corti. Con un arto artificiale. Applicato alla gamba sinistra sotto il ginocchio. Saltellava tra una roccia e l’altra, veloce, quasi sospeso.
Così sono effettivamente corsa incontro al professor Pi però non l’ho menato. E gli ho detto “grazie”. Ma sottovoce, che quello poi si monta la testa, che già ce l’ha a due metri dal suolo.

Billaboing boing

martedì, settembre 13th, 2011
13 e 14 agosto, da Elliott verso Cooinda

Partenza ore 7 da Elliott si perveniva già a ore 9 a Daly Waters (vi ricordate il pub coi reggiseni sulla capoccia?) e si passava a Katherine per fare la spesa trovando il primo supermercato degno di questo nome.
Apro una parentesi per far presente che di certo qui non ce la passiamo bene con lo stato dei prezzi al consumo però darei di seguito un approssimativo elenco di beni di prima necessità corredati da laustraliani dollari:

banane australiane: 14,90 dollari/chilo. Ripeto: banane 15 dollari, viste anche a 19
pomodori: 7,50
mele: 4,50
acqua bottiglia da un litro e mezzo: 3,50
latte un litro: 3 dollari
scatoletta 250 gr. biscotti: 4 dollari

Si perveniva dunque, dissanguati dalla locale Coop e dal benzinaio, al campeggio di Cooinda, bello. Veniva annunciato trionfalmente che “qui staremo due notti”, come avesse annunciato che ci si trasferiva permanentemente. Al contrario di quello di Elliott, very scrauso, il campeggio di Cooinda risultava essere very naaaaisss. E reduci da sta caspita di spesona si allestiva dunque una luculliana cena. Solo che il cibo, ci si rende conto ben presto, siamo noi: e le zanzare pasteggiano che è una meraviglia fino a notte. Ma comunque dopo che noi, a nostra volta, pasteggiavamo tipo il Conte Ugolino. Che avevamo comprato delle bistecche da un chilo l’una, che il professor Pi serviva ancora sanguinolente nonostante si fosse rosolato -pure lui con le bistecche- un par d’ore davanti al locale barbecue. La testa dunque sollevavano dal fiero pasto Dario, Ago, Tino & friends non prima di aver completato il cruento ingurgitamento. 

Alle 7,30 si partiva per il parco del Kakadu dove, a Ubirr, iniziavamo il giro delle pitture rupestri degli aborigeni. No, per carità, belle eh. E’ che, dopo che alla seconda grotta ci abbandonava il ranger Cicerone -una specie di boyscout di quarant’anni che sembrava uscito da Yellowstone compreso il cestino di vimini in cui teneva brandelli di flora locale-  arrivata alla dodicesima grotta mi rivolgevo con deferente rispetto aborigeno rupestre al professor Pi per chiedere “ne abbiamo ancora per molto o possiamo ritenerci soddisfatti di aver ripercorso tutto il cammino dal Paleolitico a oggi?”.

Per tutta risposta ricevevo un “Meripo’ risparmia il fiato” insieme all’indicazione “ragazzi, iniziamo a salire verso il lookout”. Non credo ci sia bisogno di specificare che nella Laustralia si sale solo. Io non so com’è ma non mi ricordo manco una discesa. E insomma scala scala a un certo punto, non essendoci altro da salire, arrivo. E guardo sotto. E vedo una delle cose più belle che abbia mai visto. Una pianura a perdita d’occhio, verde smeraldo, intervallata da pozze d’acqua azzurrissima. Io in quel momento mi sono sentita sul tetto. Del mondo.
(E vi metto la foto ma non si capisce, ci dovete andà)


Io non lo so che si vede dall’Everest, né dal Kilimanjaro. Ma io, da sto cucuzzolo, mi sono sentita in braccio a Dio. E a chi mi ci ha issata nell’ultimo tratto.

Volevamo poi perderci altre pitture rupestri a Nourlangie Rock? E forse non volevate farvi tutta la circumnavigazione del billabong Anbangbanga che porcamiseria ci vuole Bartezzaghi della Settimana Enigmistica solo per scriverlo? I billabong sono delle pozze d’acqua tipo stagnoni giganti. Pieni di mosquitos, come è evidente da quella specie di cappello a burqa con retina nera che ci siamo dovuti comprare di corsa a inizio viaggio. Insomma facciamo pure sti altri 5 km. di circumnavigazione della pozza, con Paola Darwin estasiata da volatili di nomi incomprensibili, Ago da presunte cicogne che si rivelavano essere aironi, Tino da un cinghialone rufolante e Dario dalle arance. Le arance che sbocconcellavamo, esausti, a fine giro e delle quali lui rimaneva senza essendo arrivato ultimo. A quel punto nella gara “tieni uno spicchio, tieni pure il mio, eccone metà” ne mangiava tipo il corrispondente di un aranceto.

Billa-boing boing (Foto Professor Pi)

Alle ore 17 si decideva che, con una tal giornata di tutto relax alle spalle, era davvero un peccato rientrare così presto in campeggio. Dico io: fatevene una ragione. Che vorrei solo sentir scorrere l’acqua di una doccia sopra la mia esausta, ribollente e rupestre capoccia. Sentivo già il Badedas farsi largo col machete tra le nuvole di polvere dell’abitacolo della gippona quando un’interferenza da Marte diceva:
-Vabbè, allora se volete si potrebbe andare a vedere quall’altro lookout lassù

Ci sono momenti nei quali l’accoppamento è solo e soltanto legittima difesa. Questo: questo momento. L’idea di un soggiorno nelle laustrali prigioni, con un ritorno all’originaria vocazione di colonia penale del loco, mi sembrava preferibile a qualsivoglia, ulteriore impettata. Purtroppo però l’unico oggetto contundente rintracciabile nel suddetto abitacolo era una scatola di gallette laustraliane al burro, oltre alla mia torcia da testa. Opzioni, entrambe, che avrebbero richiesto un impiego di energie sovrumano, che far fuori 100 chili di cristiano ateo a colpi di Premium Biscuit ce ne vuole. E io non ce l’avevo. A quel punto, imprecando in aborigeno e ancora a capoccione fumante innescavo il turbo e scalavo il caspita di chilometro e mezzo di roccione con tempi che Messner fa ridere.

Il presunto lookout in cima -360 gradi di veduta- era, chevvelodico, immerso in una pozza di nebbia. Per un attimo si rifaceva strada l’ipotesi di contunderlo con la torcia da testa, almeno. Che però avevo lasciato nella gippona. Due chilometri di impettata al contrario più in basso.
Fu così che restai a piede libero. E discendente.

Tropico del CapriPOPcorn

lunedì, settembre 12th, 2011

12 agosto – Tropico del Capricorno, Wycliff Well, Marble Devis

Non si capisce perché, dopo aver attraversato confini tipo quello tra Zambia e Zimbabwe, tra scapola e ammogliata, tra ammogliata e felice e tra Portuense e Corviale poi una sta lì che s’emoziona quando attraversa una linea immaginaria parallela all’Equatore da esso distante 23° 27′ in direzione sud.

Ma così è. E quando, alle ore 7,30 del 12 agosto i tre esimi guidatori di laustraliane gippone inchiodavano innestando una retromarcia chilometrica e ivi annunciando “Oh ma c’era scritto Tropico?”, tutti gli equipaggi scendevano festanti a lasciare il segno del passaggio ai Caraibi ovviamente indossando un pile da Polo che faceva un freddo che lèvati.

Meri CapriPopcorn (Foto Professor Pipcorn)

Ripreso il frizzante cammino si approdava nell’alienante sito alieno di Wycliff Well: trattasi di loco nel quale, pare, ci sia stato il più grande avvistamento di Ufo, dopo il Parlamento italiano. Nella foto un particolare dei locali alienici cessi.

Alienic toilets for femaliens (Foto Meri Pop)

Alle ore 11,20 superato indenne il sito alieno si procedeva ad altro tipo di avvistamento luminoso intermittente: trattavasi della polizia stradale nel numero di due terrestri. Essi si esprimevano gesticolando e invitando inequivocabilmente le nostre tre navicelle Apollo ad accostare. Il terrestre policeman n.1 iniziava a esprimersi anche verbalmente, con ciò disorientando vieppiù gli Apollo. Si intuiva che voleva la patente. Trovandosi in quel momento Paola Darwin alla guida, il poliziotto invitava invece il professor Pi a scendere. Al suo stupore spiegava: “E’ per quelli dietro, non capiscono un tubo di quello che dico io nè capisco un accidenti di quello che mi dicono loro, che mi traduce grazie?”.

Intanto Paola Darwin cercava di geolocalizzare mentalmente la lochéscion della internazionale patentèscion che, infine, trovava incartata nel Domopak nella cartellina formato A4 accanto ai tomi scientifici sulle laustraliane, velenose irediddio insettivore.

Superato l’esame cartaceo elle veniva invitata a farsi anche una pompatina di palloncino (che nel pub degli alieni servivano birra alle 11 di mattina ai nostri vicini di tavolo a tutto spiano). Trattandosi delle 11,15 del mattino, ma soprattutto dell’unica astemia di tutta l’italica spedizione, le venivano scovate solo tracce di cannella del biscotto della colazione più la salsiccia di canguro della cena precedente.

Dopodiché il laustrale policemen, dopo aver ammonito Carlina, sorpresa seduta dietro senza cintura di sicurezza, le spiegava che per ora la ammoniva ma che alla prossima avrebbe estratto il cartellino rosso. La sventurata rispondeva.
“Yes” “Oh yes”, che Carlina tre cose sa di inglese ma sa usarle al momento e nel luogo geografico opportuno.
A Cuba, per dire, la parola chiave fu “strong”. Era riferito al mojito.
Lei il mojito lo voleva?
Yes. Ma strong, very strong.

ROLLED STONES
Col sangue aromatizzato alla cannella e alla salsiccia di canguro (che anche Mariella e Ago uscivano indenni dall’etilometro ma non dal colesterolo) si riprendeva la strada con destinazione Marble Devis.
Trattasi, in mezzo a desolata landa piatta con un caspita di piatto niente a perdita d’occhio, dell’apparizione improvvisa di immensi, maestosi, imponenti cumuli di grosse pietre tonde. Le uova del serpente, dicono gli aborigeni. Le biglie del diavolo, dicono i laustraliani. I palloni di Gulliver pensavo io.

Rolled stones (Foto Professor Pi)

Dice: vabbè, embeh? Embeh un par di ciufoli perché sembrano spuntate davvero dal cu sedere di un serpente dell’età del sogno, su una delle vie dei Canti.
Tempo altre tre ore e dalle vie dei canti si ripiombava, tramite quelle sgarrupatissime, alle vie dei campeggi di Elliott -amena località a 250 km a nord da Tennant Creek- 700 anime, 1 solo campeggio. Scrauso. Very scrauso, Carlì.

Però in quel di Elliott, al very scrauso camping, al femminile cesso (io voglio vedere dove la trovate un’altra che vi fa fare il dettagliato giro dei cessi australiani, manco Susy Blady la sanguinaria) entrata Cris al bagno e richiusasi la porta alle spalle, si sentiva l’ineffabile urletto:
“uuuuhhhhhhhmammamia c’è una ranaaaaaa, due raneeeeee”, che le rane smeraldine laustrali si rifugiano al fresco e all’umido della sottotazza cessica. Che infatti a un’approfondita analisi noialtre in fila scorgevamo, infine, questo:

Pliiiis chiudi sta tavoletta che scappano le rane (foto Meri Pop)

Io ora voglio sapè quanti ne conoscete che stavano in fila al cesso con le rane smeraldine. Che Paola Darwin ci farà conferenze a scuola per il prossimo quinquennio di maturandi.

Yes, we canyon

venerdì, settembre 9th, 2011

10 agosto – Kings Canyon, Watarrka National Park

Primo Teorema del Professor Pi: un corpo, immerso in un trekking, riceve una spinta dal basso verso l’alto direttamente proporzionale al blocco che gli prende mentre tenta di scavalcare sti caspita di roccioni a strapiombo. Nel dettaglio la spinta prendeva le sembianze della manona del professor Pi che, posizionata sullo spazioso fondoschiena della qui presente in precaria arrampicata su un’impettata di scalini di roccia, la spingeva verso l’alto tentando così di liberare il passaggio che ella, terrorizzata dallo strapiombo di metri 271, ostruiva al resto della cordata di viandanti.

Inoltre, Corollario al Primo Teorema, un corpo immerso in un trekking deve portarlo fino in fondo a costo di morì. Che io ci ho pure le vertigini ma ve l’ho detto che purtroppo sono attratta da sti Canyon. E da Pi che me li fa attraversare lo stesso quando all’improvviso inchiodo, mi avvinghio alla parete, abbraccio la roccia, chiudo gli occhi e comincio fermissimamente a dire “No, No e No, qui No. Torno indietro”.
Comunque quando poi finalmente mi deposita in cima…

I canyon (Foto Professor Pi)

Ora, tra l’altro, scusi eh Professor Pi e Dario, Tino, Cristina, Paola, Carlina, Enza, Mariella, Ago e Mauro, se il tempo stimato da tutte le guide planetarie per farsi sti 6 km. è di ore 3 e mezza, si può sapere perché caspita l’abbiamo dovuto fare in 2? Eh? E perché poi di un tempo stimato di quell’altro di 4 ore per 9 km. noi ce ne abbiamo messe 3 e mezza facendone 13, cioè 4 in più, pure?

E poi non è per fare inutili polemiche ma la guida diceva proprio: “Cimentatevi in una prova di circa 6 km lungo un percorso circolare effettuabile in 3-4 ore. Esiste anche un percorso più breve e più facile che si snoda nella parte bassa del canyon”.
Mo’ perché noi ogni volta che leggiamo “più breve e facile” lo schifiamo in partenza? Eh?

11 agosto Palm Valley

Postulato al Primo Teorema di Pi: un corpo, immerso in una jeep insieme ad altri 3 corpi che si ostinino a percorrere strade sgarrupate per le quali occorre persino un’autorizzazione a procedere, riceve una spinta da tutte le parti, anzi uno sballonzolamento e stordimento, che non vi fate un’idea.
Già il fatto che, a una certa ora della mattina, il professor Pi accostava alla prima cabina telefonica (che nell’outback ce ne stanno a pacchi, proprio, comunque l’unica possibile la intercettava tipo rabdomante, guardate che robetta qua sotto):

compulsava un numero e poi chiedeva ai rangers: “Hello, can I go on the Mereenie Loop Road, pliiiiss?” (più o meno) v’ha già detto tutto. Poi quelli gli dicevano “Oh, yes, per ora non ci so’ allagamenti, frane e sgarrupi supplementari oltre ai soliti”.
Solo per la cronaca aggiungo che ‘ste strade sono sgarrupi tali che, tra autisti -che se ne incontra uno ogni due giorni, veloggiuro, ci sono stati giorni che non abbiamo incontrato manco una macchina- ci si saluta alzando solo il dito indice dal volante (ho detto indice), con il resto delle mani a tenaglia incollate sopra.
Insomma sta Palm Valley però era bellissima. Credo. Non lo so, io metà viaggio in macchina stavo con gli occhi chiusi per gli sgarrupi e poi il trekking -chevvelodicoaffà- è stata na specie di corsa, come avessimo una muta di dingo alle calcagna, che manco ho avuto tempo di guardarmi intorno. Poi naturalmente, in un aspero passaggio di terzo grado scalatori Cai, sono pure finita  con un piede dentro al fiume che, finchè sono riarrivata alla jeep, lo stesso (il piede) mi si è lessato tipo cotechino di Natale.
Che, come direbbe mia nipote, “zia scusa, ma tu paghi pure?”

Ayers Pop

giovedì, settembre 8th, 2011

8-9 agosto, Olga Mountains & Ayers Rock

Ognuno ha la sua Samarcanda, il suo Tibet, la sua Terra del fuoco, il suo Capo Nord, il suo Rapa Nui  insomma il suo luogo del sogno. Io Ayers Rock. Del perché, avendo a disposizione il Colosseo, il Pantheon e la Cappella Sistina fossi irresistibilmente attratta da un monolite di 9 km di diametro piazzato agli antipodi del mondo non si sa. Ma così è. E dunque sono vent’anni circa che aspetto di trovarmici, un giorno, al cospetto.

Sempre consapevole del fatto che al mondo esistono due grandi tragedie: una è avere un sogno irrealizzato e l’altra è realizzarlo. E dunque ho considerato che 20 anni di marcia di avvicinamento a un sogno fossero un tempo sufficiente per darsi una mossa e andargli incontro. Parimenti consapevole dell’altro fatto, che potendo cioè comodamente atterrarci in aereo a 10 km di distanza, perché invece non farlo precedere da 2.500 km di strada sterrata, dossi, mandrie vaganti, notti al gelo in una tenduccia piazzata nell’outback e nel deserto?

Che il momento più esaltante e più terribile di un sogno è proprio avvicinarcisi: quando il tasso di desiderio e aspettative viene aggredito dal direttamente proporzionale livello d’ansia e di strizza che ti prende all’idea di restarne deluso.

Un po’ come accade per l’amore: gli uomini -pur di tutto riguardo- che ci traghettano sono come la Costa Crociere, sali, parti, scendi, risali, fai un altro tratto, riscendi, ne prendi un altro, riparti. A volte ti buttano loro a mare, prima di raggiungere la riva. Ma è proprio quello il momento nel quale impari a nuotare. E scopri che, a volte, è più utile e istruttivo il viaggio a nuoto che l’arrivo in prima classe. Ho detto a volte.

Vabbè non si è capito un tubo. Che stavo a dì? Ah, l’avvicinamento ai sogni.

L’ho visto sbucare a un certo punto dopo un dosso. Già cominciava a battermi il cuore quando si incaricava Paola Darwin, navigatore non a caso, di ridimensionare gli entusiasmi crocieristici:
-Quello di fronte gli assomiglia ma non è ancora Ayers Rock, è il Monte Conner.

Due dossi dopo annunciavo la mia personale disfatta:
-Sarà pure il Monte del signor Conner ma io mi sto emozionando pure di fronte a questo
Al che Paola calava la mannaia della salvezza con un:
-Meri Pop, il Conner è già passato 30 km fa, quello che hai di fronte è finalmente ed effettivamente Uluru.

Ai sogni bisogna avvicinarcisi lentamente, vederli crescere piano, sentire che sono lì ma “non ancora”. La magìa del non ancora è durata altre ventiquattr’ore, preceduta persino da un travolgente caso di serendipity che si chiamano Olga Mountains:

Olga Mountains (Foto Meri Pop)
Ci siamo arrivati al tramonto e loro erano così:

il capolavoro più sfigato della terra, che ergersi a fianco di Ayers Rock è veramente sfiga nera. Blu. Sono mozzafiato come poche cose sin qui viste ma hanno il nome e la latilongitudine sbagliate: e mo’ ve lo dico, la vera emozione sono state loro. Inaspettate, sconosciute, sbucate così, a sopresa e a tradimento in mezzo al percorso del sogno.
Hai presente quando vai a una festa per rimorchiare il figo della V C e, improvvisamente, intercetti uno sconosciuto al tavolo accanto e non riesci più a togliergli gli occhi di dosso?

E insomma a me è tornato in mente un giorno di un anno e mezzo fa, quando partii per cercare Cuba e mi trovai io. Mi piacqui un bel po’, forse per la prima volta in vita mia. Non sapevo che ero così. E che ero così lo scoprii proprio viaggiando e specchiandomi in una “casa particular“, in un tavolino all’aperto sulla piazza di Trinidad e nell’amicizia di un gruppo di sciroccati e fino allora sconosciuti compagni di viaggio, capitanati dal sempresialodato Professor Pi.

E così pure adesso, qua sotto queste montagne della signora Olga, con altro gruppo di laustraliani viaggiatori e l’inamovibile Pi, ho trovato un altro pezzetto di Meri, non Pop, manco Rock ma Olga. Serendipity: parti per cercare una cosa e ne trovi n’altra. Bello.

Sia chiaro: la mattina dopo all’alba, ma soprattutto la sera al tramonto, io mi sono piazzata là sotto e gli ho detto:
-A Uluru, ma dove caspita stavi così lontano che t’ho cercato ovunque e tu mi stavi qua?
E poi ci siamo fatti la foto insieme io e lui. E Pi, che l’ombra è la sua:

Meri Rock Pop Jazz

Che allora vi volevo sostanzialmente dire che se una cosa è lontanissima, costosa, difficile, scomoda e complessa non per questo è irraggiungibile. Eccheccaz Eccheccavolo.

Quindi, se avete un sogno, andategli incontro. Punto.

P.S.
Non vorrei che, presi da sta deriva tardonaromantica nonché onirica, trascurassimo di rendere noto all’utenza che il giro a piedi di ‘sto sogno ventennale è durato 15 km e 4 ore. Ripeto: 15 km, 4 ore. Che, ovviamente, potendo avvicinarci con le macchine agli 11 km previsti, perché non farsi a piedi pure i 2+2 di accesso?

Sulla Luganda Sventola bandiera bianca

mercoledì, settembre 7th, 2011

Cara Meri, scusa eh ma nel diario della Laustralia siamo già al 6 agosto: ma quando entra in scena Nicki Sventola?
Grazie
Giulio

Caro Giulio,
visto che qua ormai siamo sostanzialmente appaiati alla saga di Un posto al sole, richieste di notizie di personaggi via SMS compresi, allora vabbè Sventolo bandiera bianca e m’arrendo. Devo quindi informare l’utenza che Nicki Sventola non era nella Laustralia ma nella Luganda. Con il silver black Humba e i suoi famigli:

Humba (Foto Mario Catani)

Una compagnia che potrebbe aver gradito vieppiù della nostra in Dancalia, non ho dubbi.

Humba che non è quello del Crodino (Foto Mario Catani)

Mamy humba (Foto Mario Catani)

Mi auguro che potremo presto ritrovarla nella prossima saga, che ne so, in un bel safari nella Latoscana, tipo.
Baci
Meri

Ghosts

mercoledì, settembre 7th, 2011

6 agosto – da Marree a Marla
Ripresa la terraferma (si fa per dire, l’asfalto l’abbiamo lasciato 500 km. fa e chissà se lo ritroveremo mai) si decideva che era ora, dopo 800 km, di fornire un cambio guida all’esausto Pi.
E’ anche ora, mo’, di mettervi a parte del fatto che, dopo due tentativi, 140 euro io e 70 Carla , 4 fototessera e la fila all’Aci di Piazza Nicosia, si scopre che con la mia-nostra patente internazionale l’unico uso possibile non è qui menzionabile: su queste belve laustrali da 4000 cavalli delle due l’una, o sto seduta imbracciando saldamente il volante o pigio i pedali ma in piedi. Non arrivo ai pedali da seduta. Lo stesso dicasi per la Carlina. Forse una sopra all’altra. Ma non riteniamo opportuno suggerire questa eventualità al resto dell’equipaggio.

Quindi Paola Darwin prendeva saldamente il comando del possente mezzo, sedile praticamente attaccato al lunotto anteriore, busto proiettato fuori dall’abitacolo, occhio vigile ma sbarrato, mani a tenaglia sul volante.

Si, lavare (Foto Meri Pop)

(nella foto Paola Schumacher intenta alla principale attività, poi -si- ogni tanto il finestrino l’ha pure guardato da dentro). Dunque, perché questi si ostinino a guidare a sinistra Dio solo lo sa e perché ci ostiniamo noi ad andare a guidare da questi a sinistra non lo sa manco Otelma. Comunque, appurato che la parola aborigena per cacciare gli spiriti negativi è “Arrà” si decideva di incoraggiare la neofita al grido di “hip hip Arrà”.

Giunti dunque a Marla e dissanguatici dei soliti 300 dollari di benzina ci trascinavamo nel locale ristorante. Calma. Trattavasi di una specie di self service con unico piatto caldo proposto dalla famiglia Ingalls: pork a fette con saksina, patate al cartoccio, fettina di zucca, mais, broccoletto e birretta XXXX. Locale spartano ma con juke box.

La mia coda dell’occhio, addentata la prima fetta di arrosto, veniva richiamata da un’altra coda che faceva capolino dal sottosedia degli avventori del tavolo di fronte. Trattavasi di coda di TOPO, cui infatti seguiva anche il topo accompagnato da un altro topo intercettati nel bel mezzo di un rodeo di topi sotto al tavolo.
Se pensate che a quel punto io mi sia messa a urlare saltando sulla sedia vi sbagliate di grosso: ci sono momenti nei quali occorrono doti di autocontrollo e sangue freddo non comuni. Io, che non li ho entrambi, sono stata sopraffatta dalla stanchezza che di zompare sulla sedia non je la potevo proprio fa’.

Ma proprio sul punto di andar via avvistavo sulla porta d’ingresso l’immagine plastica di una delle più grandi sconfitte della storia: una bimba aborigena, scalza, vestita di stracci sporchi, si teneva stretto al petto una specie di Happy meal Mc Donald. Avrà avuto cinque anni: capelli arruffati scuri con qualche venatura gialla, occhi chiari, pelle scurissima, un piedino sopra l’altro, aspettava che arrivasse la mamma, anche lei sporca e trasandata nonchè scalza (ricordo all’utenza che io indossavo maglione e piumino, che stavamo sui 7 gradi) anche lei con il suo bel box take away in braccio. La bimba ci ha guardati a lungo. O meglio: ci ha fatto una radiografia che m’è scesa fin nello stomaco.

Chi e perché abbia deciso di prendersi sulle spalle la responsabilità di questo genocidio bianco per me resta un mistero. So solo che non ho mai incontrato un aborigeno sobrio o vigile o decentemente messo o che sorrida: vivono ai margini di tutto, anche di se stessi. Ti guardano come non ti vedessero. Fantasmi. Fantasmi neri che vagano tra i bianchi.

Io, quando li ho incontrati, mi sono sempre vergognata. Ho provato ad alzare lo sguardo e cercare gli occhi ma non ce l’ho fatta. Tanto meno a imprimermi i loro nei miei.

E’ per questo che in questo diario non troverete neanche una foto, di aborigeni. Perché tutto si può fare. Ma non fotografare i fantasmi.

SuperSquark

martedì, settembre 6th, 2011

5,6,7 agosto e seguenti insettivori giorni. Verso William Creek
Insomma, a quel Mungerannie che vi dicevo ieri, oltre al minimalismo dei cessi, c’era anche una massimamente bella oasi, con la duna di sabbia, il laghetto, la palude, la pozza d’acqua termale. La qui presente, pur non essendosi appassionata mai in vita sua a nessun genere di essere alato, viaggiava nella gippona anche con Paola Folco Quilici Piero Angela, il cui bagaglio era composto prevalentemente da una serie di faldoni e tomi scientifici tipo: “Tutti gli insetti della Laustralia”, “Tutti gli insetti più velenosi del mondo stanno nella Laustralia”, “Tutti i coccodrilli più incazzati del mondo. Essi stanno pure loro nella Laustralia”, “Uccelli di rovo” (no, no il film), “Uccelli di nuovo”, “Uccellacci e uccellini” e via dicendo. Che Paola è una scienziata. Nel senso che insegna scienze. E io non volevo fare la figura dell’ignorante quale io effettivamente sono e allora ogni volta che avvistava dalla macchina con l’occhio a periscopio -che io dico come fai a vedè ste cose a 100 all’ora con la polvere- e urlava “GUARDATEGUARDATE, UN CLAMIDOSAURO”, io scattavo subito in cerca di simil dinosauri e brontosauri e invece quella aveva visto una lucertola, benedettadonna.

Il clamidosauro, Clamy per gli amici della gippetta

Vabbè poi ha visto anche delle cose che io ho sempre detto “UUUHHH” ma non vedevo nulla. Il 4 agosto, per dire, sostiene che abbiamo visto “LA PRIMA ECHIDNA”, annuncio seguito da ingiustificato entusiasmo nel veicolo, del quale poi specificava che trattavasi di “Tachyglossus ACULEATUS, ovvero il secondo tipo di monotremo australiano dopo l’ornitorinco”, rendetevi conto. Il monotremo. Vabbè

E mica è finita: pare che abbiamo ravvisato anche l’Australian bustard (Ardeotis australis), tacchino delle pianure per gli amici; sarà, ma io devo averlo fatto alla Scajola, a mia insaputa. E poi un uccellaccio rapace che aveva appena acchiappato un serpente e se lo porta via in volo. Ma questo l’ho visto sì e persino io mi sono un pochetto emozionata.
E ancora: a Birdsville, nella zona degli aborigeni, si avvistava il primo “airone bianco”, Ardea ibis, con la specifica: “guardate, questi sono completamente bianchi ma in periodo nuziale hanno le piume arancioni su testa e collo”. E il 6 agosto che t’avvista? “RAGAZZZZZZIIIIIIIII il primo DINGO selvaggio, proprio il Canis lupus dingo, unico carnivoro placentale considerato nativo australiano, probabilmente arrivato dall’Asia circa 4000 anni fa, ulula ma non abbaia”. Il carnivoro placentale, ha detto. Gesummio.

Che ora ve lo confesso: una vita, la mia, trascorsa a ignorare pure le PERENTIE. “Vivono nel deserto dell’Australia centrale – leggeva a voce stentorea Paola Pieroangela, cercando di sovrastare il rombo infernale del motore di un 4000 che arranca sugli sterrati in avvicinamento al deserto, appunto- e non dovrebbero essere importunate. Hanno artigli affilati come rasoi. Se disturbate -sottolineava- saltano addosso alla cosa o persona più alta“. E la uccidono, ovvio.

E’ giusto il caso di osservare che, appuratolo, la qui presente donna bonsai si attaccava vieppiù alle calcagna del Professor Pi la cui possenza, lo ricordo ai neofiti, è distribuita su 1,94 metri di altezza sul livello del mare.

Io comunque, quando Paolapieroangela iniziava st’elenco di concentrazioni di calamità della Laustralia semoventisi su ali o zampe, alzavo il volume del Cd dei Rolling Stones a 45 (che io sti Rolling Stones non li frequentavo quasi mai però ora me li ha regalati il Professor Pi e poi usano abbastanza ferraglia per coprire la lettura delle disgrazie velenose). Ma lei continuava.

E il SIDNEY FUNNELWEB SPIDER? Eh? “Il ragno dei cunicoli”, annunciava Paola Darwin: “vive nelle periferie di Sidney (per fortuna ci mancano circa 7000 chilometri ma hai visto mai), si nasconde tra le fenditure dei muri e delle piscine e da lì balza sulla preda. E’ il cugino della vedova nera, che invece sta in tutta la Laustralia”. Ambeh.

E poi, signori, l’HUNTSMAN. Che non è la controfigura che fa le acrobazie al posto degli attori: è un’iradiddio che ti uccide in un amen pure lui. “Sta negli impianti di aerazione delle macchine o sotto gli schermi parasole rotolando sulle ginocchia dei guidatori nei momenti meno opportuni”, urlava Paola Pieroangela Darwin, mentre il Professor Pi alla guida iniziava a sbiancare e toccarsi gli zebedei. Quindi, concludendo, se non muori per il veleno, muori d’infarto.

Sostanzialmente, allora, se non venite morsi, punti, azzannati, masticati, graffiati o inghiottiti dalle 2.354 specie più velenose del pianeta che qui si concentrano allegramente, potete sperare di continuare il vostro viaggio a Canguria. (Io intanto alzo Start me up a volume 51).

Praticamente, quindi, mancavano solo i Gormiti. Ma abbiamo altri 7000 km di strada per incontrare pure quelli.

Che, a proposito di strada, mentre Paola leggeva in macchina io quasi m’ero tutto sommato sentita molto ornitologo di “Tutti pazzi per amore” e andavo riflettendo sul fatto che, partita con le solite prevenzioni rafforzate dalle precedenti dancaliche e africane traversie, stavolta registravo un insolito momento di caos calmo nelle congiunture laustrali.
Quella ancora parlava del ragno di Sidney quando, gettando un occhio sulla strada anziché sul clamidosauro, dopo frenata improvvisa del conducente Professor Pi, mi accorgevo che la stessa -cioè la strada- finiva. In un fiume. Ripeto: la strada finiva in un fiume. Alto 4 metri. Questo:

(Foto Meri Pop)

sulle cui sponde riluceva il seguente, veloggiuro, cartello: “WARNING, ACHTUNG – tutto maiuscolo e tutto rosso: zona infestata dai coccodrilli. Si ricorda che il morso del coccodrillo può arrecare ferite gravi e/o la morte“. Ah, grazie, che me lo ero giusto dimenticato.

Ma ndo vai (Foto Meri Pop)

Avendo deciso, olimpicamente, di non offrire inutili spunti polemico-ansiogeni la vostra Meri attendeva un cenno, una parola, un qualcheccosa dal capo macchina esimio Professor Pi. Il quale, come fosse arrivato al parcheggio della Coop, scendeva e si dirigeva sulla riva. Lì stazionavano altre due macchine e, sull’altra riva, una improbabile zatterona di ferro che ne caricava un’altra da traghettare di qua.
A quel punto tentavo un indifferente
-Eeeehhh, ora che si fa?”
-Si aspetta il nostro turno, Meripo’
-Turno di cosa?
-Di essere portati di là. A proposito, cominiciate a indossare i giubbotti salvagente
Le mie dividenti macchina, nonchè il resto dell’equipaggio, si predisponevano festanti a farsi scarrozzare in luogo infestato da coccodrilli da zattera instabile stile Caronte. Io preferivo raccattare gli ultimi sussulti di buon senso per proclamare al Professor Pi che:
-Se pensi che io salgo su quel coso instabile ti sbagli di grosso
Assolutamente impermeabile al proclama egli rilanciava:
-Meripo’, se preferisci andarci a nuoto comincia ad avviarti, che fra poco tocca a noi

Perché mi guadi e non favelli? (Foto Meri Pop)

Il fatto che io non so nuotare e il cartello Warning coccodrillo risolvevano velocemente la questione. Dunque di lì a 5 nanosecondi mi salvagentemunivo e venivo testè aiutata da due omaccioni a issarmi sul predellino passeggeri, mentre il prode Pi issava la potente 4X4.

Meri Pub

lunedì, settembre 5th, 2011
6 agosto -Mungerannie Hotel & Laustralian Pub tour

Sarà che in questra Laustralia non ci sta un cappero di niente ma i pub andrebbero inclusi nel patrimonio dell’umanità, quella ‘mbriaca. Ma pur sempre patrimonio.
Per dire, arrivi a Mungerannie. Una casa sola: il Mungerannie Hotel. Un’oasi nel deserto Simpson ma senza Homer. Entri a sto Mungerannie per un caffè e ops, tu guarda che architettura da accumulo ti ritrovi sulla cabeza:

Meri Mungerannie Pop (Foto professor Pi)

Si noti il contrasto architettonico: eccole, le stratificazioni di cappelli viandanti lasciati in ricordo dagli avventori che, in barocco arroccamento, fanno da contrasto all’essenzialità dei fuoristanti cessi:

Mungerannie toilets (Foto Professor Pi)

Rientrati nel pub, dopo aver rinunciato alla sosta pipì, ci si sofferma sulle pitture rupestri dei soffitti lasciati liberi dai cappelli, ove stratificazioni di copppiette lasciano, dopo il cappello, il segno tangibile di un se non imperituro amore, di una certamente imperitura penna: “David&Joanna”, “Marc&Betty”, “Jo&Lucy”. (no, state calmi: almeno qua, per ora, ancora niente lucchetti).

Chevvidevodire. Io stavo là con l’occhio alla Betty Boop, flap flap, sospirante a naso in su che comunque leggevo a malapena, che il soffitto mi distava un bel po’. Ed è stato allora, che di fronte alla mia faccia a “maporcamiseriatuttiviaggianodoppinellavitaeiono” il professor Pi si è innalzato (cioè ha allungato un pochetto il braccio, che già toccava il soffitto di suo), ha tirato fuori la pennabbic e ha scritto “Meri&Pi”. Tipo la marca di un Whisky.

E insomma, visto che ci siamo, allora poi vi presento pure il pub del 7 agosto, William Creek (10 abitanti, di cui 1 fa il pubbista e 1, per fortuna, il gommista, che mica ve starete a crede che quest’anno le ruote se ne so state tutte intere al posto loro, no?):

E qua il professor Pi ha lasciato un biglietto da visita che c’è scritto proprio Professor Pi, siamai arriva qualcuno che s’è spaiato almeno chiede la consulenza e si riappaia.

E allora guardate un po’ quello di Oodnadatta, dove tutto è rosa per chilometri e chilometri:

Meri Pinkpop (Foto professor Pi-nk)

Che io solo al ritorno ho scoperto che st’iradiddio di posti che nessuno l’ha sentiti nominare mai -e dice ah ma dove sei stata in Australia, a Brisbane, a Perth, a Adelaide, a Melbourne? “No, caro, a William Creek e Oodnadatta, a Birdsville”, chi non è mai stato a Birdsville, no?- ecco dicevo che io solo al ritorno ho saputo che ho fatto la strada dei pionieri e quella degli stockmen che trasportavano il bestiame nonché, in parte, il percorso della prima ferrovia australiana che manco c’è più. Fico eh? Come no, la mia lavatrice sta ancora in sala rianimazione.
Comunque sti pionieri e sti stockmen almeno a pub si trattavano bene. Quindi, dove stavo? Ah ecco: e vuoi mettere Meri e Carlina, WonderBRAwoman? (Daly Waters, 13 agosto):

No, il mio non l’ho lasciato. Manco Carlina. Manco il Professor Pi. Il cappello, dico.

Si consideri che noi, a sti pub, ci arrivavamo tra le 7 e le 7,30 del mattino per opportune endovene di caffè quindi niente pinta di birretta.

Perché è giusto il caso di osservare -lo dico per quelli che “ohbeatattèlaLaustralia”- che la sveglia, per tutto il mese, è suonata alle 5,30 cui seguivano le seguenti funzioni vitali:
-chisonodovestochecaspitacistoafare
-ripiegare saccoapelo, sgonfiare e ripiegare materassino, fare fila al bagno, sbrigarsi a fare la plin plin, darsi una veloce lavata, cercare di vestirsi da sdraiati (il professor Pi, che io modestamente mi vesto anche in piedi nella tenduccia alta 1 metro e 20), infilare tre strati di maglioni, infilare pila da testa, smontare tenda al buio, trascinarsi fino alla gippona con una fetta di pane in cassetta spalmata di residui di marmellata che verrà sbocconcellata fra un dosso e un guado, sentirsi dire “Meripo’ se poi vuoi spegnere e toglierti pure la pila dalla testa che ti riserve direttamente stasera, magari stai più comoda”.
Cioè una sale in macchina alle 6 che già mezza giornata è andata, eh. E alle 7 già sta al pub. Una vita all’incontrario, Santaromagnaetichettanera.

Lo so che sto post è lunghissimo

Però una cosa, a proposito dei pionieri, ve la volevo raccontare. Manco mi ricordo più quale sera fosse, mi sa il 5, il 6, boh, insomma arriviamo in un posto semideserto e semifreddo (nel senso che faceva un freddo polare) di nome Marree, che non c’era niente tranne uno spaccio e una specie di camping ma ricavato da un deposito di roba ferroviaria, che lì solo la ferrovia un tempo passava e mo non ci passa più manco quella, solo noi.
Piazziamo ste tenducce, comincio a imbacuccarmi e cerchiamo di organizzare una cena: in un anfratto al buio coperto da una lamiera c’erano tre omaccioni tipo cercatori d’oro del Klondike, barbuti, duri, camicia di flanella a scacchi e con la birretta in mano che cercavano di accendere un fuoco dentro a un coso tondo.
Il Professor Pi dice: “Andiamo pure noi”. Io dico “Ma è già occupato”. E lui, ovviamente, parte e familiarizza. “Hi” “Hi” (Salve Salve punto fine della conversazione). 

A quel punto gli undici pionieri italici iniziano a occupare l’unico tavolaccio disponibile, fatto con le traversine dei treni. E ci piazzano il pappone tonno-fagioli-mais, lo Scatoletta party.  Senonché, via i due omaccioni, arriva a chiacchierare e mangiare col terzo (due piatti pronti, cucinati e portati lì da un ragazzo) una specie di donna del Klondike: scarpe da ginnastica, pantalonacci, maglioncione informe, capelli dall’improbabile taglio. Niente di femminile. Dice il professor Pi, che io già non so l’inglese figurati il laustraliano, che parlava stile camionista. E a un certo punto lei dice al tizio, che ugualmente le faceva notare l’eloquio un po’ tosto: “Io sono questa e sono così. E non cambio”.

Ecco, io ho sentito una botta di libertà ma anche di tristezza e solitudine nello stomaco. No, non era il pappone, che ancora dovevamo iniziare a cenare. Mi sono vista questa donna, forse mia coetanea ma che sembrava mia zia, indurita dagli inverni e dal Klondike, mangiare in mezzo a cataste di legna fra le quali si rincorrevano i topi, davanti a un fuoco rimediaticcio, in quel posto ai confini -davvero- della realtà e del mondo. Ma libera. Non glie l’ha certo ordinato il dottore di starsene lì. Ma ci sta. Ho pensato alle vite che passiamo in gran parte cercando di piacere a qualcuno, qualcun altro. Mentre lei piace a se stessa e questo le basta. Strappa ogni giorno, come tutti i pochi che ci vivono, la vita adeguandosi a quel posto con le unghie e con i denti. E resta lì. Nel niente. Ma è il suo. E volevo presentarvela. E’ lei:

Pioneer free woman (Foto Professor Pi)

P.S.
Ah, comunque a un certo punto uno dei barbutoni del Klondike è tornato con due bottiglie di vino rosso (Shiraz australiano, Gimbo) , un pezzo di formaggio, un salamino fatto da lui e una scatola di gallette. Per noi. Li ha messi in mezzo al tavolaccio e abbiamo brindato. E ha detto: “Ciao”. Che il pioniere del Klondike, lo credereste?, era di origini italiane.
E comunque il formaggio è fra i più buoni assaggiati in carriera. E quel momento pure.