Archive for the ‘Laustralia’ Category

La Laustralia

mercoledì, marzo 11th, 2015

Una madeleine a forma di mammozzone australiano, a forma di Ayers Rock, Uluru: è quella che m’è sovvenuta oggi, aprendo Repubblica sezione Viaggi pagina 45. Dove troneggiava questa:

E mi ha fatto rimembrare questa:

Meri a Oodnadatta (foto Professor Pi)

L’occasione mi è peraltro propizia per inviare una lacrimuccia nostalgica al resto del gruppone viaggiante. E anche a quel cappello con la retina proteggi mosquitos.

Mi ci trascinò, al solito, con l’inganno. Lui, il professor Pi.

-Meripo’, andiamo in Australia?
-Maccerto professor Pi, che beeello
Dopodiché dal radar della cartina immaginaria sparirono tutte le località più note di norma associate con l’idea di questa terra del desiderio, la Laustralia. Niente Perth, Adelaide, Canberra, Hobart… Però, signorimiei, mo’ ditemi chi conoscete che sia stato a William Creek (10 abitanti, di cui 1 fa il pubbista e 1, per fortuna, il gommista, che mica penserete che in quel viaggio le ruote se ne so state tutte intere al posto loro, no?).

Insomma quella nostra Laustralia durò un mese, UN MESE IN TENDA, dal gelo in quel di Orange al deserto, senza risparmiarci nulla dei gradi Celsius possibili, né delle millemila specie di schifosissimi insetti ovverossia anche dei mastodontici coleotteri nonché animali più velenosi dell’Universo che lì trovano la più alta concentrazione planetaria.

Che avrei dovuto capire tutto dal primo incontro al primo cesso del primo campeggio, quando una indigena locale mi apostrofò in fila dicendo:

Ohueriùcamfrom? (da indove caspita vieni?)
e tu rispondi “Italy”
e lei anziché dirti entusiasticamente ”Ohhhuuuu-welcome-in-our-wonderful-land”
si ferma, very perplessa, si incupisce e chiede:
-E che ci siete venuti a fare?

Ecco, appunto. E invece vedi poi che il tempo è galantuomo e oggi, a onor del vero, credo sia stato uno dei viaggi più belli. Perché mi costrinse, come spesso accade, a fare i conti con gli insetti di fuori e i fantasmi di dentro. Che tutta quella terra difficile, spesso ostile, dura, infinita, disabitata e pericolosa, ti si srotola davanti come fosse, davvero, un po’ la vita tua. E capisci che l’unico modo per sopravviverle è affrontarla un pezzetto per volta. E insieme, in gruppo. Perchè pure se vedete tutto nero alla partenza poi andate lì e se trovate le persone giuste vedete improvvisamente tutto rosa, come nella fotona qua sopra.

Però certe volte pure se andate là e pure se siete felici improvvisamente arivedete tutto nero, ma per poco. Cioè finché non se ne vanno le mosche:

Meri Burka (Foto Professor Pi)

E certo potreste trovare parecchi ostacoli sulla vostra strada

Rolled stones (Foto Professor Pi)

ma l’importante è scansarsi in tempo:

Ahia (Foto Meri Pop)

Potrà capitarvi di trovarvi in mezzo a un guado e pensare di non farcela (ma intanto famose na doccetta)

Quel ponte sul fiume Indovai (Foto Carlina)

e scoprire che invece potete osare dove pochi avevano già osato, anche fare cose osè Mosè

Meri M-osè (Foto Professor Pi)

E insomma se poi, come diceva poi quell’altro, “Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”, vedendo come ero ridotta io capite bene che caspita di viaggio è stato. Indimenticabile. Specie per i poveracci che m’hanno dovuto sopportare.

Tutto sto sproloquio per dirvi: se vi capita, meglio ancora se vi trascinano, andate. Andate alla Laustralia. E’ lontanissima, si, vero. Ma vi avvicinerà a risorse e parti di voi che manco pensereste mai di avere. E a volte occorre fare 38 mila chilometri (15 mila andare, 15 mila tornare e 8mila in mezzo) per scoprire qualcosa che vi è a un tiro di schioppo dal naso, una cosa che si chiama cuore.

Tutti i numeri che abbiamo dato:
Km. 8888
Dei quali sballonzolati su pista 6000
Km a piedi: 70
Ore di volo: 63. Ripeto: ses-san-ta-tre
Jeep: tre due
Eroi: 11
Tende: sei cinque
Fusi orari cambiati: 3
Stati attraversati: 5
Bagagli in chili alla partenza: 220
Bagagli in chili al ritorno: 180
Chili di zavorra lasciati in cestini ostello Cairns: 40
Temperatura minima 0 (aò ma quale 0, famo pure -10)
Temperatura massima 35
Litri d’acqua consumati nel bush: 400
Litri di gasolio: 5.100
Casuari avvistati a casuaccio: 1
Canguri vivi: 30
Canguri morti: 300
Aquile: 20
Coccodrilli: 10

Grazie -ancora- ad Ago, Carla, Cris, Dario, Enza, Mariella, Mauro, Tino, Paola, Pietro


Last Laustralian post/ Crocodile Pop

mercoledì, settembre 28th, 2011

Lo sapete che abbiamo finito, si?

E’ che pure stavolta non riesco a staccarmi. Dal racconto. Che se ci pensate aveva ragione quello che diceva che “La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla”. E quindi chissà che caspita è successo veramente, in sta Laustralia. Ma quello che volevo dirvi, e ci ho messo trenta giorni e ancora non ci riesco, è che a questa Laustralia voi ci dovete proprio andare.

Perchè pure se vedete tutto nero alla partenza poi andate lì e se trovate le persone giuste vedete improvvisamente tutto rosa:

The Pink Panthers: Carlina, Meri, PaolaDarwin (Foto Professor Pi)

Però certe volte pure se andate là e pure se siete felici improvvisamente arivedete tutto nero, ma per poco. Cioè finché non se ne vanno le mosche:

Meri Burka (Foto Professor Pi)

E certo potreste trovare parecchi ostacoli sulla vostra strada

Rolled stones (Foto Professor Pi)

ma l’importante è scansarsi in tempo:

Ahia (Foto Meri Pop)

 Potrà capitarvi di trovarvi in mezzo a un guado e pensare di non farcela (ma intanto famose na doccetta)

Quel ponte sul fiume Indovai (Foto Carlina)

e scoprire che invece potete osare dove pochi avevano già osato, anche fare cose osè Mosè

Meri M-osè (Foto Professor Pi)

E insomma se poi, come diceva poi quell’altro, “Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”, vedendo come so’ ridotta io lo capite si che caspita di viaggio è stato. Indimenticabile. Specie per i poveracci che m’hanno dovuto sopportà.

Però mo’  basta eh. Basta tende, basta materassini gonfiabili, basta pane in cassetta, basta cessi dei campeggi, basta campeggi, basta chemmoppropriobbasta. Io gliel’ho detto così al Professor Pi: mobbasta. E lui manco m’ha risposto. Cioè si stava a leggere una cartina geografica, in aereo al ritorno.  Che aveva finito tutto Guerra e pace e I Fratelli Karamazov e ancora dovevamo arrivare a Dubai. Insomma non mi si è filato di pezza. Poi, mentre lui ripiegava la cartina per far posto al quarto vassoietto di cibo, io ho intercettato un lampo luciferino nella sua pupilla. Lui s’è girato, ha fatto scendere un po’ l’occhialetto sul naso, m’ha dato una sommaria occhiata e ha detto:
“Meripo’, Omo river?”
 

VAI CON LA SIGLA. Di coda. De coccodrillo

Tutti i numeri che abbiamo dato:
Km. 8888
Dei quali sballonzolati su pista 6000
Km a piedi: 70
Ore di volo: 63. Ripeto: ses-san-ta-tre
Jeep: tre due
Eroi: 11
Tende: sei cinque
Fusi orari cambiati: 3
Stati attraversati: 5
Bagagli in chili alla partenza: 220
Bagagli in chili al ritorno: 180
Chili di zavorra lasciati in cestini ostello Cairns: 40
Temperatura minima 0 (aò ma quale 0, famo pure -10)
Temperatura massima 35
Litri d’acqua consumati nel bush: 400
Litri de sudore: ancora in corso
Litri di gasolio: 5.100
Casuari avvistati a casuaccio: 1
Canguri vivi: 30
Canguri morti: 300
Aquile: 20
Coccodrilli: 10

Grazie ad Ago, Carla, Cris, Dario, Enza, Mariella, Mauro, Tino, Paola, Pietro

Unforgettable (Foto: Signora laustraliana sulla spiaggia)

E grazie anche a:
Dire Straits
Rolling Stones
John Denver
Beach Boys
Animals (quelli che suonano)
Simon e Garfunkel
Franco Battiato (
che cantava Ruby Tuesday pure lui però meno a caciara dei Rolling Stones e quindi a Carlina la Ruby Tuesday de Franco je piaceva e non ci apriva i finestrini per protesta quando fuori faceva meno cinque. E una volta per fargliela sentire meglio avevamo messo il volume a 58 e lei terrorizzata ha detto “oddio ma quanto sta incazzato oggi il professor Pi?”, che ve l’avevo detto che quello quando s’arrabbia non fa una piega ma mette a palla i Rolling Stones. E mo’ ogni volta che uno alza il volume di qualsiasi cosa a Carlina purtroppo è rimasto, della Laustralia, il riflesso condizionato. Vabbè mo’ basta davvero. Fine. De end. Ciao).

Meri Popera House

martedì, settembre 27th, 2011

26 agosto – Sidney

Era da un mese prima di partire che continuava a mandare mail: “ragazzi, che ne direste una volta a Sidney di andarci a sentire un concerto all’Opera House?”. Silenzio. “Ragazzi sono sempre io, se n’è più fatto nulla del concerto?”. Niente. Aveva ritentato anche ammiccando alla particella di sodio in acqua Lete: “Ehi, c’è qualcuno percaso interessato ad accompagnarmi al concerto a Sidney?”. Che Paola Darwin oltre agli uccelli ai volatili, ai microrganismi e agli insetti preferibilmente letali s’era fissata pure con l’Opera House che però, almeno, non uccide all’istante. La questione era caduta nel dimenticatoio generale fino a che, arrivati di corsa la prima sera e sbarcati direttamente dalla stiva dell’aereo, piombavamo al tramonto qui:

Sidney CapolavorOpera House (Foto Meri Pop)

A quel punto prima uno sparuto drappello e poi una sparita PaolaDarwin si appropinquavano alla locale biglietteria ove scoprivamo che sto concerto in programma per la sera successiva era proprio l’inaugurazione della stagione concertistica. Mo’ io so dieci venti trenta quaran insomma so’ alcuni anni che, dopo aver infastidito a lungo tastiere di pianoforti, vado a sentirmeli direttamente suonati da altri. E un po’ di costumanza me la ricordo: che, cioè, non ti ci puoi presentà in costume e ciabatte. Manco in felpa e scarpe da trekking. E dunque si incaricava Paola Darwin, arrivata alla biglietteria, di impietosire il botteghino: “sorry, noi stiamo in giro da un mese pe’ deserti e bush, al freddo e al gelo però pure al caldissimo ma soprattutto in tenda e lo vede pure lei, no?, come siamo vestiti ma noi sto concerto lo vogliamo tanto sentire. Chessepoffà?” che Paola Darwin però gliel’ha detto in milanese, che lei è padana, che fa più chic. E anfatti quella è uscita dal gabbiotto, ha squadrato dall’alto in basso lei, Carlina e il drappello e poi ha detto “Well, noi siamo abbastanza informali: basta che vi mettete le scarpe”.

Un compromesso onorevole e alla nostra portata. Venivano acquisiti subito 11 biglietti. E ci si preparava all’evento: alla ricerca del pile o della felpa da sera. Un bagno de sangue. Io l’unica pulita ce l’avevo rosa shokking tipo la Pantera rosa, Carlina sballava dalla naftalina una maglia in verità discreta assai e financo una collanina. Ma considerando che io e la Carlina quando siamo nella folla manco ci vediamo, decidevamo di puntare tutto sul Professor Pi: nel senso che ergendosi a 1,94 cm da terra al netto degli scarponi, magari potevamo mandarlo avanti e mimetizzarci dietro.

La sottoscritta aveva giustappunto regalato all’esimio un laustrale papillon. Che però sulla felpa o anche sulla maglietta Napapijri a scollo largo non faceva proprio pendant. E dunque quello che ti fa? Mentre ci recavamo nella laustrale sera all’appuntamento con gli altri, si ferma davanti a un negozio con l’italiana insegna “De Carlo”, entra e dice: “Una camicia bianca da sera con i gemelli, pliiis”. EH? Si. Signori, il professor Pi si è cambiato dentro allo stanzino di De Carlo, e tipo Houdini, si è liberato di un mese di vagabondaggio in Laustralia per riemergere da piccolo Lord.

Si entrava così nel tempio dell’architettura e della musica dove, alla faccia del siamoinformali, sfilavano toelette da sera con picchi di laustrale pacchianità ma anche con punte di raffinata eleganza. Tutti, rigorosamente, in nero. Lungo. Tacchi. Cravatte. Giacche. Però, all’ingresso nel foyer, noi giocavamo il jolly e piazzavamo ‘sto made in Italy qua. Tiè:

Professor Papillon (Foto Meri Pop)

che fino al mezzobusto era Rodolfo Valentino (vabbè, si fa per dire, veniva bene nella metafora letteraria) ma all’impeccabile camicia con  papillon e giubetto blu seguivano pantaloni da montagna e scarpe da trekking. Un successo. Ha preso più stending ovescion lui nel foyer che quell’iradiddio di direttore d’orchestra sul podio. La laustrale buona società di Sidney passava, tornava indietro, lo squadrava e gli dava la mano.

Così confortati entravamo in sala. Questa. Un incanto. Che manco se poteva fotografà ma aò quandoscappascappa:

Inside the Opera House (Foto nonsipuòddire)

E insomma a un certo punto si sono spente le luci, si è fatto silenzio in sala e mentre tutti iniziavamo a trattenere il respiro Carlina ha iniziato a trattenermi il braccio. Che era tale l’emozione che me lo stava a staccà di netto.  Le si sono riempiti gli occhi di lacrime e a quel punto pure le cateratte e le cataratte mie si trattenevano a stento. Che però un po’ tiravo su col naso e allora il Professor Pi m’ha passato uno Zerinol. Pe ‘l raffreddore.

E ora se vi volete fare un regalo chiudeteli pure voi, gli occhi, sistematevi sulla sediola e fatevi portà dove vi porta il clicca (forza pigroni, almeno i primi 50 secondi due minuti e 50 secondi):

 

Dirige Simone Young, avevo letto.
Benedettiddio, Simone era una donna! E che caspita di donna. Una furia. E a un certo punto, finito Wagner, nel buio della sala irrompeva la preistoria: un suono tipo “sto-nella-foresta-degli-antenati-all’inizio-del-mondo-e-ci-ho-pure-una-discreta-strizza”. Era il didgeridoo. Suonato da questo signore aborigeno qua che si chiama William Barton e non è parente di Richard: (iniziate dal terzo minuto)

A quel punto Carlina, smesso di accanirsi sul mio braccio ormai inservibile, iniziava con il bracciolo della poltrona e financo al professor Pi, che ha la delega al controllo dei sistemi, je partiva un “ooh”. Ma piano e poco poco. 
E dopo la creazione della terra (che infatti si chiamava “Earth cry”, di tal Peter Sculthorpe che stava pure seduto in sala) la ricreazione dei padiglioni auricolari con Tchaikovsky (Pathetique, è il titolo, che invece era un trionfò). 

Ed è stato così che, dopo tre ore di crescendo rossiniano di emozioni da tutte le parti, occhi, orecchie, testa, cuore, io me so’ abbracciata Paola Darwin e ho detto: “grazie. Grazie per averci scassato i cabbasisi per mesi”.

E poi me so abbracciata pure il Professor Pi, perché mai avrei immaginato un’accoglienza simile a Sidney, per Meri Pop. Che vabbè che erano vent’anni che l’aspettavo sto viaggio. Ma cavolo: me stava ad aspettà pure Sidney!! Che guardate che robetta:

Meri Magical Poppins (Foto Professor Pi)

Eh? Come che c’entra il Professor Pi? Ma che ve credete che il sindaco se muoveva da solo, a imbandierà tutta la città per lo sbarco di Meri?

Meri cittadina onoraria (Foto autocelebrativa)

Beh insomma, Professor Pi, lo so che v’ho dato il tormento. Però è stato un viaggio bellissimo. Quasi sempre. Quasi. Professor Piiiiii??

Se non lasci non sale

lunedì, settembre 26th, 2011

25 agosto – Cairns verso Sidney

Coraggio, solo un’altra puntata e vi rilascio.
Dunque avevamo invece lasciato il Professor Pi neutralizzato dal mar di mare e chiuso in una stiva di laustrale barcone, Carlina in fiorato Saint Tropez e la qui presente alle prese col patteggiamento ma in assenza di Ghedini. Dopo la traversata di ritorno verso la Grande Sbarrata Corallina tutti i nostri eroi venivano abbandonati in evidente stato di prostrazione all’attracco del molo di Cairns.

Un laconico comunicato stampa informava che “domani tanaliberatutti, ognuno per i cavoli suoi”. Imperativo che il terzetto Carlina-Pi-Meri traduceva in una epocale attraversata di 10 chilometri ostello-giardino botanico, naturalmente a mezzogiorno, naturalmente col sole a picco e tasso di umidità da acquario di Genova, interno vasche. Alla flebile obiezione della sottoscritta “scusate ma non si potrebbe prendere un taxi? lo vedete che, a piedi, per strada, ci siamo solo noi tre e gli aborigeni?” veniva obiettato che “Meripo’, perfetto: ci muoviamo come i locali”. Non intendendo commentare oltre aggiungo solo che, nei 10 chilometri di ritorno, facevamo tappa al locale cimitero. Non in nome e per conto della società viaggiatori necrofori ma perché attratti da questo:

In loving memory (Foto Meri Pop)

e da tanti altri. Che quel posto è pieno di italiani. Che sono andati a finire fino a là costretti da come si stava aqquà. E in tanti casi hanno fatto grande il posto là. Come oggi tanti vengono di qua, diperati per come stanno allà. Ecco, scusate questa parentesi ma ci tenevo a presentarvi anche loro.

Ho però sin qui trascurato di informarvi di una pesantissima ipoteca che gravava sull’equipaggio. E’ che un bel giorno il Professor Pi ci convoca e ci dice: “Avete presente quando ci hanno detto che il bagaglio massimo consentito per il volo interno Cairns-Sidney era 20 chili? Beh manco per il cavolo: sono diventati 15. Ogni chilo in più si paga. O si resta a terra. Comunque niente panico”. Un silenzio di piombo cadeva sui già provati eroi. Una vita in un lampo: immagini di maglioni, scarponi, attrezzi da campeggio, posate, fiumi di shampocremedeodorantischiumedabarbageldentifrici ai quali dire addio, considerando che c’era chi aveva addirittura la tenda da far rientrare in quel peso. Insaccare un mese di vita in campeggio in un bagaglio da 20 chili, credetemi, è un miracolo. Ma in 15 è un suicidio. “Insomma – specificava Pi- Tino ha un dinamometro per pesare i bagagli: cominciate a svuotare”.

Ok, panico. E dunque gli ultimi due giorni di permanenza a Cairns venivano costellati da episodi di inqualificabile autolesionismo fra i quali ci è gradito qui ricordare fra tutti quelli di Carlina che, prostrata dalla consapevolezza di non potercela fare mai, iniziava una forma di resistenza attiva e passiva che le faceva alternare momenti di ottimismo (“magari se butto la lima delle unghie…”) a quelli di edonismo (“Ah si? E io mi spalmo tutto il chilo di crema idratante e andatevenaff…..omissis)”, a quelli di autolesionismo (“potrei farmi frequenti sciacqui gengivali con il bagnoschiuma”) culminata nel “Bene, vorrà dire che mi presenterò al check-in imbottita  come l’omino Michelin: tutti i vestiti addosso e andatevena…omissis”.

Il momento più impegnativo era la sera quando, rientrate nella comune camera e dividendo il letto a castello lei sotto io sopra, una volta apparentemente addormentatasi, la sentivo bofonchiare nella notte: “oddio e l’asciugacapelli? Lo so io, indove glielo ficco l’asciugacapelli, icchevipossavenìuncolpattuttalastiva”. Ma tutto l’equipaggio era preda della sindrome da alleggerimento coatto. Si vedevano vagare anime per i corridoi recanti in braccio coperte di Linus o il maglione infeltrito che accompagnava i viaggi dalla rivoluzione del 1977 e che sembrava implorasse “se mi lasci non vale“. Che effettivamente “la valigia sul letto era quella di un lungo viaggio”. E “dentro quella valigia tutto il nostro passato non ci può stare”. Che Julio Jglesias, mo’ ve lo dico, è sempre stato l’uomo più sottovalutato della storia della canzone. E pure della storia. E della geografia.

E Tino? L’uomo più richiesto del momento: anche per via di quel dinamometro. Ogni giorno recava la sua pena e soprattutto il suo peso. Così come tra reduci del post crollo in Borsa ci si chiedeva, incontrandoci tra un butting, e l’altro: “a quanto stai?”, “oggi a quanto è?”, “fino a quanto arrivi?”. Non vi dico chi, come il Professor Pi, in quei 15 chili doveva farci stare anche la tenda. Che lui per fortuna e grazie alla sottoscritta almeno doveva buttà un paletto di alluminio ormai inservibile, ma gli altri? Quelli che la tenda se l’erano montata per bene tutto il periodo e non gli era implosa?

Tentavo di convincere Carlina che je la poteva fa’ (che io mica lo so come mai per arrivare a dama ho dovuto buttà solo 4 magliette e la crema solare, che è da Cuba che me la tiravo dietro ed è da Cuba che non si riesce a spalmarsi un po’ al sole e quindi sai che c’è mavaffanomissis pure te, cremasolaredelcavolo). E un giorno misuravo e le dicevo “Carlina, ci siamo, sei a 15” e lei: “si ma ce ne ho un’altra, di borsa, Meripo’”. Nei momenti di grandissimo sconforto tentavo jglesianamente di avvicinarla per jglesianamente confortarla: “metti a posto ogni cosa e parliamone un po’, di errori ne ho fatti e di colpe ne ho”.

Annullate le ultime gite e saltati tutti i tour di shopping (“che cacchio gli riporto a casa, che pesano pure le cartoline, accidentalloro?”) ci si recava infine aggravati di spirito ma alleggeriti di zavorre al bancone del check in. Nel frattempo alcuni generosi avevano dichiarato di avere 1 o 2 chili in meno, da mettere a disposizione di trasbordi eccedenze ed era iniziata la più grande transumanza di schiume da barba, libri e taccuini della storia.
Stremati si giungeva finalmente all’imbarco: nessuno si filava di pezza alcun tipo di problema di peso. E a Mariella, che si presentava con un bagaglio simil Lady Gaga-Madonna-Elton John, del peso di 35 chili -ripeto: 35-, l’imbarcatrice riservava solo un’occhiata di grandissimo disprezzo apponendo il cartello rosso “HEAVY”. Non credevamo ai nostri occhi. Ci guardavamo increduli vedendoci passare davanti le paccate di roba buttata.

A quel punto il Professor Pi je voleva saltà al collo e strozzarla. Ma, per fortuna, egli è jglesianamente “un pirata e un signore” e quel giorno optava per il signore, risparmiando la poveradonna. Ed è così, imbarcati sull’aereo con la stiva più vuota del mondo i bagagli più autocensurati del globo, che i nostri decollavano verso Sidney.

La Grandebarrieracorallinatuttamaiuscola

venerdì, settembre 23rd, 2011

23 agosto – Great Barrier Reef

Il presente post è sconsigliato a un pubblico debole di stomaco. E debole in generale. Anche al pubblico, in effetti. Tutto.

La più grande struttura del mondo fatta da un unico organismo vivente. No, non è il cervello mononeurone del Trota. E’ la Grande Barriera Corallina tutta maiuscola come la direbbe Fantozzi: 2.600 chilometri di minuscoli polipi di corallo. Tanto grande che può essere vista persino dallo spazio. Ma non da Meri Pop e dai vostri eroi. Che questo vi devo dire: dopo aver attraversato il globo terracqueo, i fusi orari, i fusi viventi, guidanti e camminanti, dopo che è un mese che ve sto a rompere i cabbasisi co sto viaggio ecco noi siamo arrivati a Cairns, abbiamo preso la nave, fatti sti altri 50 chilometri a Oceano forza 3 e quando siamo arrivati c’era la tempesta perfetta.

Che naturalmente le altre barriere coralline dove va la gente normale stanno attorno all’atollo, Oceano piatto come l’Oliosasso, le mante che ti nuotano intorno, i pesci Nemo ti fanno ciao, Somewhere over the Rainbow nel sottofondo, insomma quella.

Noi iniziamo invece staccando un assegnino di 120 australian dollars a cranio alla società di navigazione la quale ci spiega che qui la barriera dista 60 km. dalla costa e ci vuole almeno un’ora e mezza per avvicinarsi. Dopodichè non è che ti ci scaricano sopra come la Costa crociere, che ovviamente è patrimonio dell’Umanità e sarebbe auspicabile non prenderla a pinnate. Però ci si avvicina parecchio e si raggiunge a nuoto. Si parte di buon mattino e, a 5 minuti dal via, il professor Pi sbianca, si eclissa sul pontile e consegna definitivamente la sua partecipazione alla Grande Avventura Corallina con il più Grande Svomitazzamento che la storia del mal di mare ricordi. Scatta una prima e unica foto, mossa in verità, alla balaustra e al sacchetto di carta e poi ciao.

La Grande Barriera sul pontile (Foto Professor Pi)

Calcolerà, una volta ripresi i sensi dieci ore dopo, che la gita gli è costata circa 15 dollari a vomitino. Il resto della ciurma resiste impavido, fatta eccezione per Mariella e Carlina che continuano a ostentare normalità nonostante il colorito generale, già a un terzo del viaggio, le faccia somigliare più a Mastrolindo che alla Sirenetta. Mariella stramazza nel corridoio a metà giornata, Carlina si aggrappa ad occhi chiusi, seduta, al tavolino e inizia a raggiungere il Nirvana come Sai Baba ogni tanto emettendo un “ooohhhhhhmmmmm”.  Il resto della barca, altra novantina di elementi, sono americani, giapponesi e scemi. Sbevazzano e mangiano a quattro palmenti assolutamente imperturbabili di fronte all’Oceano forza 3 che gli sta montando sotto al culo sedere.  

Il capitano si ferma per la prima tappa di snorkeling e immersioni: i Visigoti indossano mute, pinne, maschere, bombole, fanno un casino della miseria e poi, quando si affacciano per buttarsi, si rendono conto che la temperatura esterna è da foche, l’acqua è incacchiata come un puma in amore e la barriera manco si vede da quanto si deve nuotà per raggiungerla. Si buttano. Alcuni.

Io, chevvelodevodire?, ho con l’acqua la stessa dimestichezza che Di Pietro ha con l’italiano e Calderoli con il ragionamento. So che avevo promesso a tutti i miei compagni incoraggianti e ottimisti che, comunque, ci avrei provato. Ma non mi butterei de sotto manco se fossi inseguita da La Russa. Vado da Carlina e le dico “non ce la posso fa’” e persino lei che, ve lo ricordo, è quella che s’è fatta tutto il Mali trekking con la broncopolmonite addosso e altre cose che non vi posso di’ sennò non la fanno più partire, beh anche Carlina, che passa due terzi dell’anno a nuotare in quel dell’Elba e il terzo rimanente a nuotare per il resto del mondo -e oggi indossa per l’occasione un costume intero fiorito stile Sophia Loren a Capri- guarda perplessa nel gorgo scuro delle acque e dice “iccheqqua mica lo so se anche io ce la fo eh Meri”.

Non aspettavo altro: la Cassazione. Mi rintabarro al piano di sotto, sotto coperta, dove giace da ore anche il professor Pi senza coperta il quale, a barca ferma, riprende i sensi per un nanosecondo, prova ad alzarsi, contestualmente rinunciando e al mio “io non mi butto” dice “mi sa neanche io”.

E’ che io sta Grande Barriera Corallina l’aspettavo come un appuntamento con la mia grande barriera: la discreta fifa dell’acqua. E pensavo che fosse ora di superare un altro limite, quello. E’ che poi, a volte invece, non è che devi vincere proprio tutto tutto, eh.
In presenza di un legittimo impedimento anche un sano patteggiamento, a volte, ha il suo perchè.

I can’t get no Tribulation

giovedì, settembre 22nd, 2011

21 agosto – Cairns, Cape Tribulation

Recuperati la sera prima Dario e i Mars dalla corriera, presa confidenza coi letti a castello nelle nostre magnifiche stanze da 4 dell’Ostello Cairnese, effettuata una cena con buono gratutito offerto dall’Ostello medesimo in locale presunto ristorante che in realtà rivelavasi essere una specie di saloon con musica a palla che si poteva parlare solo con il linguaggio dei gesti, di buon mattino ci si recava alla locale sezione dell’Apollo per recuperare la macchina sostitutiva della defunta in quel di Normanton: bianca, splendente, nuova di pacca. Insomma il fratello fighetto in una famiglia di hippies.

Dopo circa 100 chilometri (che ormai consideravamo una passeggiata di salute tipo autobus “scendeallaprossima”) si perveniva a Cape Tribulation, foresta pluviale a picco sull’Oceano con annessa spiaggia di dimensioni tipo Santa Monica California ma senza Baywatch e sdraiette. Spiaggia deserta. Bella. Tanto. Tanto così:

Cape Tribulation (Foto Meri Pop)

E’, ovvio, nuvoloso. Ma è bellissima lo stesso. E io me la vorrei abbracciare. Così:

Meri Tribulation (Foto Professor Pi)

E’ che però, appresso a questi, un corpo immerso in una spiaggia, che a un certo punto comunque il sole è uscito, non è che giustamente ci si può spalmare sopra a quattro di bastoni, dopo 25 giorni di iradiddio. No. Si scrutava, invece, l’orizzonte e si trovava, matugguarda, un bel trekking in arrampicata da fare pure qua, su uno sperone di roccia agevolmente raggiungibile dopo 4 km di marcia in spiaggia.

E qui introduciamo, già che ci siamo, il tema “Oh, ma sei stata un mese in Australia e torni bianca?”. rendo noto che tornai bianca anche dopo tre settimane in Africa australe est -delle quali due in Mozambico- e due in Etiopia che, col Professor Pi i luoghi di mare e di Oceano si percorrono o in camion, o in macchina, o a piedi o appesi a rocce o quando è nuvoloso.

Il percorso veniva costellato, naturalmente, di pericoli di ogni genere

Dice perchè non ti fai il bagno? (Foto Meri Pop)

ma opportunamente segnalati:

Attenti al tacchino (Foto Meri Pop)

Paura eh? Sta specie di fagiano si schiama, per dire, casuario. Casuario australiano. Beh voi non vi potete immaginare, fra i cartelli e Paola Darwin, che sequela di “attenzione, qui vive il casuario”, “ehi, sai che sei nella terra del casuario?”, “senti, ragazzina, se sei fortunata avvisterai il casuario ma non ci sperare troppo che è rarissimo”, “ragazzi, attenzione, siamo nella patria del casuario, animale rarissimo in via di estinzione”, uno sbomballamento al limite dello stalking. Senonchè ovviamente non se ne era visto manco uno, quando, dopo una curva a gomito in discesa a pendenza 45 gradi, Paola urla “AAAAAAALLLTTTTT FERMAFERMAFERMA” che il povero Pi alla guida inchiodava immaginando ci stesse colpendo un meteorite a picco. Al nostro “ehi ma checc….” Paola Darwin “SSSSHHHHHHH zitti zitti e fermi, guardate là,  ella indicava il lato strada foresta pluviale ove stava razzolando un tacchino nero, orrendo. E poi, sospirando come avesse rintracciato il Sacro Graal o il centrosinistra unito, si lasciava andare a un liberatorio “il casuariooo”. Mo’ io a sta ragazza je vojo un bene che non vi fate n’idea. Però, Paolè, l’indirizzo di uno buono te serve pure a te. Dello strizzacervelli. Tralascio di commentare il fatto che il casuario veniva a quel punto investito da una pioggia di flash quale un tacchino mai nella storia, manco al Thanksgiving.

Esaurita zoologicamente la pratica Cape Tribulation e fatto rientro nella ridente Cairns, Queensland, State of Sunshine -stato del sole, dico sole- che ti scopro? Questo, ti scopro:

Hole in the ozone (Foto Professor Pi)

Signori, stamo nel buco. Nel buco dell’ozono: Cairns è situata nel culmine del buco dell’ozono. Che su questa bella Esplanade c’è il bel segnalatore Weather col grafico su quanti caspita di raggi X te stai a beccà, peggio che abitare in Radiologia.

Ma se po’?

Un uomo in corriera

mercoledì, settembre 21st, 2011

20 agosto – da Normanton a Cairns settecentochilometri

La mattina alle 7,30 si accompagnava quindi Dario alla corriera. Scene inqualificabili nei saluti. Appaiabili a quelle dei parenti degli emigranti all’imbarco del piroscafo.

Baibai (Foto Meri Pop)

Si conforta l’autoimmolatosi prestandogli una Lonely Planet (“così quando arrivi non ti perdi”) e un litro d’acqua che lui, dignitosamente, rifiuta. Che Dario l’unico bene di conforto che pratica è il Mars: Dario è dunque un Marsiano.

L’ho visto nutrirsi quasi esclusivamente di questo concentrato di caramella mou e cioccolato, trigliceridi e glicidi, che non a caso negli anni ’40 era dato in pasto agli eserciti in guerra: in pasto al nemico, intendo, per ammazzarlo di diabete. E dunque nei momenti più impensati lui estraeva l’abominevole barretta e riusciva ad approvigionarsene e trovarlo anche dove non si riusciva a trovare manco la strada.

Dunque Dario in corriera  noi strizzati nelle gippone si parte. Dietro alla corriera. A tratti anche uno avanti, corriera in mezzo, uno dietro. Tipo staffetta del pullman della Roma in Trigoria-stadio Olimpico. Una tirata da paura: 700 chilometri in 11 ore, interrotte solo da poche soste pipì -giusto perché non potevano cateterizzarci, a noi donne- e un fondamentale caffè stop a Croydon. Che chi non conosce Croydon, voi gente di mondo?

Croydon, Laustralia (Foto Meri Pop)

Dai, stappa un Croydon, dove c’è il più antico negozio laustraliano pieno di memorie dell’età dell’oro ma che per fare un caffè sta tipo all’età della pietra che santocielo c’è voluta un’ora per farlo e un’altra per farlo raffreddare che sembrava piombo fuso.
Si prosegue sempre rincorrendoci con la corriera e a tratti sbracciandoci dalle jeep superandoli e urlando “Dariooooooo” tipo “Adrianaaaaaaaaaaa” di Silvester Stallone. Finché si giunge in un fantomatico confine tra due niente dove un cartello ci chiede: “Portate spore, semi, fuscelli? Subito alla disinfestazione, brutti zozzoni, chiudete i finestrini e passate lentamente ma senza fermarvi sotto le docce” con ciò costringendoci a passare in una specie di autolavaggio a spruzzo che però invece del Mastrolindo ci ha il DDT.

Seguirà poi un’altra sosta volante in un posto in cui c’è un albero di fico figo enoooorme (Big Fig Tree) che c’era pure la spiega di come caspita è nato ma quella chiedetegliela a Paola Pieroangela che io non ci ho capito un fico secco:

Meri Big Fig (Foto Professor Pi)

e poi ancora passaggio dal desierto alla vallata di Heidi, bellissima, tipo Val Badia, proprio, che mica lo so come ci è finita là in mezzo.
E insomma a un certo punto si svolta da questa pace e POF si precipita improvvisamente in quel di Cairns: una specie di Santa Barbara, California. In piazza c’è una piscina all’aperto, per dire. Che nell’Oceano che gli si spalanca davanti, chevvelodicoaffà, ci stanno i coccodrilli. Estuarini, si chiamano, quelli salati.

Cairns (Foto Professor Pi)

Impatto devastante. Macchine quante non ne abbiamo mai viste neanche in tutto il viaggio, clacson e, soprattutto, la prima, immensa, giallaerrossa insegna di McDonald.

Ci muoviamo come ebeti, nel senso più ebeti del solito e anche gli autisti risentono del Tropico dei Capricornuti, che questi ci strombazzano e ci ci mandano da tutte le parti. Siamo in una dimensione tipo lo sbarco del povero E.T. La prima tentazione è l’inversione di marcia. Perché, è chiaro, la Laustralia e il viaggio, in qualche modo, finiscono qui: da ora ne inizia un’altra. E, se je la famo, un po’ di vacanza. Mare, barriera corallina, Tequila bum bum.

Il problema serio è che però, davvero, in questo preciso istante io vorrei essere teletrasportata indietro, a Marree fra i pionieri del Klondike e la mitica pioneer woman, a Birdsville o William Creek. Si lo so che vi avevo scassato le balle lamentandomi del freddo, dei topi, del saccappelo, del professor Pi, del caspita di niente a perdita d’occhio e pure degli uccelli  dei volatili, delle alzatacce all’alba e della tenda ma il punto è proprio, devastantemente, questo: è lì che, ora, io vorrei stare.

Se conoscete uno bravo segnalatemelo. Di strizzacervelli, dico.

Non è nulla, caro

martedì, settembre 20th, 2011

19 agosto

Tutte le grandi catastrofi, di norma, iniziano con il seguente tipo di dialogo:
-Capo, scusa, si sente uno strano odore in macchina, puoi venire a controllare?
-Non è nulla, caro 

Nonènullacaro si manifestava all’incirca alle ore 9, lasciata Burketown da circa 60 chilometri. In realtà al rientro nella nostra, di macchina, giurerei di aver sentito il professor Pi nonènullacaro bofonchiare invece “maporc….”.
Il puzzo aumentava ma noi eravamo in un posto mozzafiato, questo:

Che robetta (Foto Meri Pop)

e dovevamo pensare, nell’ordine, a :
1)cascate
2)laguna
3)dune di sabbia
4)formazioni rocciose
5)pinetina con canguri saltellanti

Nonènullacaro, alla ripartenza, veniva monitorato con la radiola interna dal professor Pi che chiedeva “E la puzza?” e quelli “ormai ci siamo abituati” ma, fatta un’altra decina di chilometri, la gippona si rifiutava di prendere ulteriori ordini dal guidatore Mariella.
Escluso si potesse trattare di un caso di misoginia, si iniziava a valutare l’ipotesi che il nonènullacaro fosse invece unbelcaspitadicasino, come il “maporc….” aveva fatto presagire.
Si apriva il cofano e, dopo un consulto di cinque virili capoccione appozzatesi dentro, si diagnosticava:
-la frizione è andata.
Ago estraeva con nonchalance i 10 metri di corda da traino rossa e blù che aveva provvidenzialmente imposto di comprare a inizio viaggio, mentre con gli altri iniziava le operazioni di ancoraggio:

Rimorchiatori (Foto Meri Pop)

Nonostante l’evidenza dei fatti mi avventuravo comunque a chiedere a Pi:
-E ora?
-E ora la trasciniamo
-Quindi torniamo indietro?
-No, andiamo avanti
Ora io nel professor Pi, si sa, nutro la massima stima al punto che mi ritrovo in mezzo a un caspita di deserto del bush senza coperture telefoniche con una macchina in panne. Però ugualmente obietto:
-Scusa, ma indietro abbiamo 70 chilometri, davanti più di 200
-Infatti la trascineremo per i prossimi 200. In avanti

Le truppe, pur scettiche, annodavano il cavo. Poche, essenziali altre parole cadevano in un silenzio di gelo ma a 30 gradi Celsius:
-Tenete il cavo sempre in tensione e andate piano
Disposizioni che venivano infrante già al secondo chilometro, mancandone quindi solo 198 al traguardo. La nostra jeep era terza, chiudeva la fila della trainante e della trainata e la nuvola di polvere rossa che ci avvolgeva ci rendeva ormai simili a Marte. Si tentavano inoltre due affiancamenti da stuntmen per urlare da una macchina all’altra, abbassati i finestrini e busto in fuori, RAL-LEN-TA-TE-E.
L’andatura rallentata durava un altro chilometro dopodichè li vedevamo inchiodare. E “intrupparsi” (trad. tamponarsi), fortunatamente senza conseguenze escluse le carrozzerie e la sequela di irriferibilità uscite dall’esimia bocca del Capo Pi. Il quale, sceso come John Wayne da un cavallo imbizzarrito (che mo’ che ci penso ma un po’ non ci assomiglia? no, no al cavallo imbizzarrito, a John Wayne, dico. Vabbè) e chiamati a rapporto i due autisti, ribadiva che era meglio andare piano per 197 chilometri che spingere per 197 chilometri.
Le parti convenivano trattarsi di proposta irrifiutabile.

Ripreso con animo lieto il cammino e con Ruby Tuesday a 63 la via, ci sciroppavamo sti altri100 chilometri a 35 all’ora, sempre nella nuvola rossa di Marte, finché l’esimio, aguzzando lo sguardo come un Sioux, avvertiva:
-quel cavo sta troppo in terra, rischia di spezzarsi
Devo aggiungere altro?
Altri 2 chilometri e TRAC, il cavo esalava l’ultimo filo.
“Ora sono volatili per diabetici”, chiosava Dario, il trainato.

E finalmente anche per me veniva l’ora del “machiccaspitamel’hafattofarammè, che manco ancora ho mai visto la costiera amalfitana??” quando Stino, con imperturbabilità epicurea e aplomb veneto, nel generale agitarsi, zitto zitto apriva lo zainetto e tirava fuori i suoi metri di cordino per il bucato. Non so se si è capito bene: tirava fuori il cordino per i pedalini. Poi chiamava la sottoscritta, sottovoce, dicendo:
-Meripop, dammi una mano
e dunque la vostra, in stile labellalavanderina, iniziava a torcerlo insieme a lui.

Stending rimorchiescion (Foto Meri Pop)

Ora io voglio sapere quanta gente conoscete che sia entrata a Normanton, Queensland, Australia, trainata da un cordino da bucato.

Entrata indimenticabile persino per gli aborigeni del luogo che, abitualmente rintanati, accorrevano ad osservare lo sbarco dei rossi marziani.
L’esimio si precipitava a telefonare alla società di noleggio Apollo denunciando il sinistro della navicella e usciva dal breve colloquio rinfrancato al grido di
-hanno detto di non muoverci da questo incrocio che fra un’ora, massimo un’ora e mezza saranno qui.
Non so perché queste 19 paroline evocassero nel nostro immaginario una scena tipo Apocalypse Now sbarco elicotteri di salvataggio con al seguito macchina di ricambio.

Le ore, intanto, diventavano due. E non si avvistava nessuno. Però si allestiva nell’attesa, sul locale bidone della spazzatura, unico appoggio rintracciabile nel raggio di chilometri, un frugale pasto a base di pane in cassetta un po’ ciancicato, avanzi di sottilette, di prosciutto e di mele.
Fattesi due ore e mezza l’esimio arichiamava e gli veniva spiegato che “I meccanici” erano in viaggio ma purtroppo si erano dovuti fermare all’ospedale di Normanton. Alle tre ore e mezza nuova, veemente telefonata, per sapere se sti meccanici erano direttamente trapassati nell’Aldilà. Finché alle 17  un carroattrezzi monoguidato faceva il suo ingresso trionfale in quel di Normanton, Queensland.
Il meccanico rimorchiatore, date un paio di superficiali occhiate nel cofano e sotto il cofano, senza proferire parole iniziava le operazioni di issaggio:

Oh issa (Foto Meri Pop)

mentre noi di corsa provvedevamo allo sbarcaggio. Bagagli, cassa viveri e uomini. Rassegnati a passare la notte in quel di Normanton.

Lo sbarco (Foto Meri Pop)

E, domanda, se 11 persone con relativi bagagli e casse viveri, albergano in 3 jeep ma 1 improvvisamente sparisce, come faranno gli 11 a proseguire in 2 jeep? Aò e che vi siete dimenticati la Greyhound Australia?

Parte di equipaggio, Dario autoimmolatosi con parte dei bagagli proseguirà in corriere fino a Cairns. Gli altri, 5 per jeep, si spareranno sti 700 chilometri domani, onde ricongiungersi sulla Barriera Corallina nell’ostello Backpacker: un letto, signori miei, vuol dire un letto. E un cuscino. Dopo 20 giorni di tenda io lo sto rincorrendo come il Sacro Graal, sto caspita di ostello di Cairns e intendo arrivarci con ogni mezzo. Domani.

 

Knockin’ on Hell’s door

lunedì, settembre 19th, 2011

18 agosto – ancora sta Savanna Road

900 chilometri di sabbie, sterrati, scarpate
50 guadi di fiume
70 clacsonate agli unici incontrati per strada: gru, emù, wallabies, cornacchie
Ci si ferma a un certo punto all’Hell’s Gate, che co sto nome cancellodellinferno io che altro vi devo aggiungere?

Autogrill laustrale

Ora immaginatevi sta spianata di terra rossa, sabbia, rovi nel nulla, a 300 chilometri dal primo vicino di casa da una parte e a 250 da quell’altra, sul confine tra Northern Territories e il Queensland. E uno dice: “Sai che c’è? Quasi quasi ci apro un autogrill”. Si giunge dunque a sera, ben frullati, a Burketown dove, giusto il tempo di assaggiare un hamburger di barramundi e perdere conoscenza sul materassino della tenduccia che, lo specifico, veniva prontamente riparata con un tutore.

19 agosto

No, scusate, oggi è lunedì e io non ce la posso proprio fa’ a dirvi che caspita è successo e ve lo dico domani. Intanto ascoltatevi Bob.

Supersquarc: la ruotona e la tendona della sfortunona

lunedì, settembre 19th, 2011

17 agosto – Barroloola, Limmen National Park

Ore 8 partenza. Siamo sulla Savannah Way che tradotto vuol dire circa 1.000 chilometri di sterrato rosso lungo lungo dritto dritto. A un’ora dalla partenza, praticamente all’unico bivio su mille chilometri, non si ha più traccia della Dariomobile, la gippona Darioguidata. Passata la soglia dei 10 minuti di attesa (la tolleranza prevista per “si saranno fermati a fare due foto” che infatti quali caspita di foto devi fare su un rettilineo? e vabbè) si evince che, avendoli invano attesi altri 25, a meno che dalle foto non siano passati ai filmati e, nel caso, tutto “Guerra e Pace” trasposto in Laustralia, tocca andarli a cercare.

Li si incrocia a 10 minuti di dietrofront, Dario guidante, che fanno il segno OK col pollicione in su. Ma appena iniziamo l’inversione di marcia per riaccordarcicisivi, avvistato il lato B della gippona appare uno spettacolo inquietante, alla Dario sì ma Argento. Questo:

La ruotona della sfortunona (Fotona Meri Poppona)

Un relitto di ex ruota giaceva esanime sul retro. Scesi tutti dalle macchine si incaricava Darioargento di tranquillizzare gli astanti:
-Ebeh, tutto bene, comunque ci è scoppiata una ruota
seguito dalla di Mariella compagna di abitacolo postilla
-Che botto
e dal di Carlina e mio
-Uggesùggesù

Alle ore 11 si seguiva la deviazione per Maria Lagoon che non è una piantagione acquea di avetecapitobenecosa de canapa ma una simil pozzona gigante con la spiaggetta che però, presa la deviazione chilometrica segnalata come “venite un po’ a vede’ qua che spettacolo”, aveva il cancello sbarrato con su scritto “nun se po’ più passà e se lo fate so’ cavoli vostri”. Ora dico io: perché sto cartello non me lo metti all’inizio, eh? Vabbè allora ci si avviava a mangiare il pane in cassetta con sottiletta a Butterfly Springs. Il panino lo capite da voi che roba che era però le butterflies erano bellissime, sia pur non commestibili, e volavano a centinaia nella laguna con cascatella in laghetto.

Dopo altri 400 km di agevole dolon dolon su sterrato rosso e guadi

Ciafffff (Foto Professor Pi)

si perveniva a Barroloola, in camping dove per la prima volta avvistavamo una, e una sola fino alla fine del viaggio, famiglia di aborigeni in simil vacanza. Effettuata la lauta cena a base di pappone tonno-fagioli-mais-fagiolini, un terzetto degli eroi annunciava “Vabbè, noi ci andiamo a fare una birretta al pub”.  Ma, tempo un quarto d’ora, li avvistavamo già di ritorno. Si incaricava Enza di metterci al corrente della locale strategia di dissuasione dal consumo di alcol che vige in questa Canguria. Dunque, ordinate e aperte davanti al loro naso numero tre birrette una per uno, alla domanda “e cosa mangiate?” avendo loro risposto “niente cara, grazie, ma abbiamo già mangiato”, con scatto felino la barista, ululando come un dingo vagante nel bush, strappava dalle di loro mani e dalla di Enza bocca la bottiglia lanciando incomprensibili anatemi. I nostri provavano a placcarla e placarla, la barista, impegnandosi a mangiare un piatto di patatine fritte ma “NOU”, le patatine fritte erano troppo poco: non abbastanza per bere.

Ora è del tutto evidente che in questo Paese c’è un problema serio di alcolismo. Esclusi gli aborigeni, che vagano come fantasmi anche nei pochi momenti nei quali li ho visti sobri, pure gli altri non scherzano. E’ però ugualmente evidente che questa politica strappativa di bottiglie di bocca non sta producendo grandi risultati. Diamo qui di seguito, tanto per capirci, alcune delle altre norme nelle quali il gruppo laustrale si è basitamente imbattuto.
1) Nei supermercati gli alcolici si vendono in locali attigui e a parte, segregati in forzieri e non si possono acquistare prima delle 14, sono razionati e occorre esibire passaporto, codice fiscale e quant’altro.
2) Il giorno in cui il Professor Pi ha preso una confezione di 2 litri di Merlot, avendo poi calcolato che diviso 10 (che Paola sempre astemia era) ne veniva un contagocce a testa, si rivolgeva alla signorina dicendo “anzi, scusi me ne dia due” e lei incacchiata come un ragno dei cunicoli di Sidney lo male apostrofava “e no, eh, lei ne ha appena presa una confezione, non può per altri tre giorni. Eventualmente può prenderla qualcun altro”, chiosava avvistando il gruppazzo in attesa fuori. Si offriva Dario di fare la parte dell’avvinazzato e, richiestole “bene, quasi quasi prendo anche io due litri di Merlot che però paga il mio amico professor Pi” ella non batteva ciglio. Ha senso?
Insomma qui la disciplina in materia è federale però mi sa che se ne sta a occupà Calderoli.

Come Bacco vuole, dunque, rientrati i tre cacciati dal pub, ci si avvia a dormire. E’ giusto il caso di sottolineare che, per la prima volta, arrivati a sto camping nel tardo pomeriggio, dovendo correre il professor Pi a dirimere non so quale cavolo di laustrale controversia alla Reception, mi aveva mollato con il tendame ancora impacchettato dicendo “Meripo’, io devo andare, la tenda la montiamo dopo”. E che stiamo a pettinà i fili d’erba? Lesta e agile, oplà, Meri la tenda se la montava DA SOLA, ripeto DA-SO-LA. Che so’ soddisfazioni. E quindi, alle ore 23 calava finalmente il sipario sulla giornata e ci si introduceva nella meripoppica da sola montata tenda:

Il capolavoro autoassemblato (Foto Meri Pop)

Senonchè, nel cuore della notte, un rombo di tuono squarciava il laustrale accampamento. Un botto che lèvati. Il Professor Pi scattava come una molla al grido di “machecca….omissis…..”, io dall’infarto in atto manco riuscivo a respirà figurati a dire qualcosa. Signori, la tenda era autoimplosa e ci ricadeva addosso da ogni dove. Il Professor Pi, avvoltolato nella Ferrino ricaduta, tentava di divincolarsi per tentare almeno di riaprirla e fuoriuscirne, invece di consegnarsi all’alba avvolto come un salame nel domopak. Fortunatamente il resto dell’accampamento continuava a ronfare, nonostante le reiterate urla notturne e tentativi di “metti questo ferro qui, sposta l’asta, guarda il paletto”: signori, era esploso un asse portante, di alluminio.

Ve lo ridico: è autoimplosa na sbara de fero! Il Professor Pi tentava un rabbercio almeno per dormire un altro paio d’ore, trasformando la tecnica Ferrino in una perfetta tenda sioux puntellata di stecchi, legni, canne:

Ci si sistemava alfine dentro ma uno a capo uno a piedi e si attendeva l’alba, che veniva da lla voce di Cris annunciata all’accampamento con “UUHHH ma che caspita è successo a sta tenda stanotte?”. 
Una visione che manco un impatto con un meteorite. Manco Poltergeist.
L’innata signorilità del Professor Pi riusciva nonsisaccome a prevalere sul sanguigno toscanaccio che ivi in lui alberga e al mio

-Oddio ma mica sarà colpa mia?
rispondeva serafico con un pat pat sulla spalla e con un
-No, Meripo’, stai tranquilla. Però, soprattutto, stai ferma. Almeno fino al prossimo atterraggio a Fiumicino