Archive for the ‘Baciare’ Category

La Fase

venerdì, aprile 24th, 2020

Fase2. Per l’amore si profila la soluzione esame di maturità: solo orali da remoto fino al vaccino.

Le cinque fasi

martedì, aprile 21st, 2020
Le cinque fasi dell’amore:
Attrazione
Innamoramento
Esplosione delle emozioni
App di tracciamento
Ci vediamo dopo il vaccino

Di cosa abbiamo veramente paura

martedì, marzo 3rd, 2020

Penso alla mia amica Sara. Che è partita un mese fa e rientrerà domani in Italia. E’ andata in un posto molto bello, a lavorare, un posto pieno di sole e di programmi di sviluppo da coordinare. Quando è partita, un mese fa, era lei che atterrava da loro per portare aiuti. Poi ieri un medico locale tutto bardato ha bussato alla sua porta. L’ha interrogata, le ha misurato la febbre e l’ha visitata. E lo ha fatto perché è “italiana”. Me lo ha scritto lei ed è da ieri che mi si è stretto il cuore pensando a Sara e immagino come si sia stretto anche il cuore di Sara.

Cara Sara, domani, quando atterrerai,  troverai un Paese cambiato, spaventato, diffidente, smarrito. Rientrerai in un’Italia in cui è sconsigliato darsi la mano, abbracciarsi, baciarsi. Sentirai spesso odore di alcol e l’Amuchina è inodore altrimenti sentiresti anche quella. Rientrerai in un Paese più sterilizzato, nell’igiene e nei sentimenti. Perché anche il contagio della paura è velocissimo.

Domani rientrerai in un Paese in cui una mattina ci siamo alzati e ci siamo scoperti tutti più spaventati. E soli. E forse è di questo che abbiamo più paura: di essere lasciati da soli. E’ che non siamo più abituati a non sapere, a non controllare, a non avere in mano la situazione, a essere in ostaggio di cose sconosciute. Che è un po’ uno smarrimento simile a quello che ci viene quando ci innamoriamo, quella paura che scorre silenziosa ma presente sotto la felicità. La paura di quello che ora c’è ma potrebbe non esserci più. La paura di perdere tutte le cose che davamo per scontate e che per questo ci sembravano senza molta importanza.

Cara Sara, ieri ho pubblicato una storia, una storia d’amore, quella fra Marina Abramovich e Ulay: ha battuto il record di tutto quello che ho pubblicato finora. E ho pensato che ieri -e oggi- avevamo bisogno proprio di questo: di credere ancora. Di credere ancora in qualcosa di così impalpabile ma anche di così concretamente avvertibile come l’amore. Che lui -l’amore- non aspetta che noi gli si apra le porte: lui le sfonda e si piazza. Avevamo bisogno di stringerci insieme attorno a qualcosa. Di stringerci col pensiero, certo. Che ora ci consigliano di stringerci solo così. Proprio ora che invece avremmo bisogno di un bell’abbraccio stropiccioso.

E io però a pensarci mi sono sentita meglio. Mi sono detta che dai, se abbiamo ancora voglia di credere all’amore, e di farlo insieme, non tutto è perduto. Ecco, Sarè, pensa come stiamo.

Dai, su. Ti aspettiamo. E lavati spesso le mani.

Il viaggio più lungo si chiama addio

lunedì, marzo 2nd, 2020

Sai cosa è stato veramente quando finisce. Per come finisce. Ci si prepara sempre a iniziarli, gli amori. Mai a finirli. E infatti si vede. Di norma finiscono come fossero la sceneggiatura di un ubriaco. Peccato. Perché di una cosa che statisticamente sai per certo solo che è destinata a finire, dovresti prepararti e curarla, un’uscita di scena degna di ciò che è stato.

Ci penso oggi, mentre leggo che è morto Uwe Laysiepen, detto Ulay. Ulay di Marina,  Marina Abramovich. 
Ma può davvero morire un artista?

Ulay e Marina, due grandi artisti uniti anche dall’amore. Ma soprattutto dalla fine dell’amore. Che l’amore è così: decide lui quando, se e dove chiudere la porta.

Loro due nel 1988 capiscono che l’amore li sta lasciando. E cosa fanno? Vanno insieme in Cina. Poi partono dagli estremi opposti della Grande Muraglia cinese, lui dal deserto del Gobi e lei dal Mar Giallo, e iniziano una monumentale camminata di 90 giorni per 2.500 chilometri, per poi incontrarsi nel centro del percorso, abbracciarsi forte, dirsi addio e non vedersi mai più.

Perché, è vero, ci si incontra e ci si lascia sui (e per i) confini.

Marina Ulay Muraglia

Marina e Ulay, The Lovers

Passano gli anni. E’ il 2010. Lei aspetta nessuno seduta 700 ore su una sedia: è al Moma di New York, ed è quella una delle performance artistiche più lunghe della storia, “The artist is present”.

Finché a un certo punto a sorpresa lì davanti si siede lui, Ulay. Lui inizia a fissarla, non dice una parola. Lo guarda anche lei. Ma nel silenzio gli occhi di lei iniziano a parlare e a riempirsi di lacrime. Poi si protende sul tavolo verso di lui e gli prende le mani. E’ una scena struggente.

Marina Ulay sedia

Eccola:

Una cosa che il genio che l’ha pensata merita la gloria eterna e anche un amore, eterno, se ciò fosse considerata una ricompensa e non piuttosto una condanna.

E dunque cosa resta oggi, di Ulay, in tutti noi? Credo soprattutto questo sguardo. Cioè qualcosa di immortale.

Le Cinque

lunedì, febbraio 17th, 2020

Le cinque fasi dell’amore:

Attrazione
Innamoramento
Esplosione emozioni
Disillusione
Mi prendo un gatto

#Giornatadelgatto

 

San Valentino

venerdì, febbraio 14th, 2020

Un pensiero solidale a tutti quelli che stasera entreranno al ristorante come Al Bano e Romina e usciranno come Morgan e Bugo.

 

…io ti rispondo ho amato, ho amato tutto, eh

giovedì, febbraio 6th, 2020

E insomma eravamo lì, sedute sul divano, bevevamo la Barbera delle Langhe, che la Mongu quando porta il vino non si fa parlare dietro, e mangiavamo cose che le papille stavano facendo la ola da mezz’ora, che quando cucina Ippo non si fa parlare dietro e manco davanti, ed eravamo in una casa bellissima le cui finestre si affacciano su Giordano Bruno, lì sempre a ricordarci che basta poco per essere mandati arrosto.

E insomma avevamo cantato a squarciagola “Perdere l’amore”, soprassedendo sul rosso Biscardi dei capelli di Massimo, gesummio massimì ma pecchè?, imbracciando lo spicchio di pizza di Roscioli come microfono.

E insomma era la serata perfetta per volare leggere, nonostante la lasagna e il riso pilaf e la pasta crema di broccoli e pancetta croccante, che ci vuole ben altro a noi per appesantirci.

E insomma a un certo punto la Rizzi tenta di sedare il combinato disposto provocato da Prosecco e Langhe ma non ci riesce. Noi ancora sulla scia di Perdere-l’amore-maledetta-sera, ma sulla scia di perdere soprattutto la malinconia di quel tempo passato che sta scolpito sui capelli di Massimo e sulle rughette di Tiziano e che da qualchepparte hai certamente anche tu.

E insomma a un certo punto, a quel punto, “Tre passi e dentro alla finestra il cielo si fa muto e resto lì a guardare”. E si fa muto anche Giordano. E financo noi. “Perché io so cantare so suonare so reagire ad un addio. Ma stasera non mi riesce niente”. Adesso, poi, non ne parliamo proprio. Passa ancora un calice di Barbera ma “è Perfettamente inutile cercare di fermare l’onda che Ci annega e ci lascia senza fiato”.

E insomma “Se è vero che il tempo ci rincorre” è vero soprattutto che ci prende sempre alle spalle. A tradimento. Qui, su un divano.

Ed è lì. E lì “L’attimo fatale in cui mi sono arresa. E come un pesce che non può più respirare Come un palazzo intero che sta per cadere”, Tosca mannaggiattè. “Tu sei l’unica messa a cui io sono andata Un treno che è partito Sparito in mezzo al blu”. Tosca, mannaggia a questa voce, mannaggia persino a quei ferretti in testa.

“E io adesso farei qualsiasi cosa Per averti fra le braccia Per rivederti” ma anche solo per tornare al rosso Biscardi dei capelli di Massimo. E io adesso farei qualsiasi cosa solo pe’ sapè che cazzarola di stregoneria ci ha fatto questa ieri sera -altro che Giordanobbruno- che ancora oggi non riesco ad ascoltare, e a pensare, ad altro.

Ma Se tu mi chiedi in questa vita cosa ho fatto io ti rispondo ho amato. Ho amato tutto. Eh.

Se desiderando

martedì, luglio 9th, 2019

L’hai desiderato e aspettato tanto. Finalmente eccolo lì, alla tua portata. Ed è allora, mentre ti avvicini desiderosa, che il tuo occhio devia sulla Nuova Collezione. L’unica, nuovamente, a prezzo pieno.
I Saldi, altra grande metafora dell’amore.

Hilda Glasgow

Quando si chiude una porta ma si riapre un portone. Del cuore

mercoledì, giugno 19th, 2019

Capita raramente, che a scrivermi sia un uomo. E che uomo. Ma per ora non l’ho ancora convinto a svelarsi. Ci scrive, dunque, il nostro amico Mister X. Anzi Mister XY.

Ogni volta che leggo Meripop mi si aprono universi interi sull’argomento amore.
Dice: “Scrivi che te passa”.
Dico: “Ma non mi piace. M’annoia”.
Me fa: “Sei solo pigro. Scrivi”.
E vediamo un po’, allora.

Stamattina apro FB e mi compare il post di Meripop che parla d’amore (il che non sarebbe nemmeno più una sorpresa, ormai). La sorpresa l’ho avuta nel momento in cui ho capito di cosa si stesse parlando: cuore,
le stanze del cuore.

Eh. Capito perché non commento? Troppa roba da scrivere.

Però rifletti: sulle tue idee, le tue convinzioni, su come possa funzionare il cuore rispetto a questo sentimento che tutti cercano, tutti vogliono ma che poi alla fine, per un motivo o per l’altro, tutti odiano (escluse le rare eccezioni di coppie che stanno insieme ancora adesso dopo più di 50 anni di matrimonio, che tutti conosciamo).

L’amore. Qualcuno ha dato una definizione ben precisa di amore.
Lo definisce come quell’innata necessità di occuparsi del benessere, sia esso fisico o psicologico, della persona che si ha di fronte.

Attenzione!!! PERSONA. Non partner. Certo, perché l’amore non è solo quello che c’è (leggi dovrebbe esserci) tra due partners. Ovviamente ne cambia la natura, ma sempre di amore si parla.
L’amore, quello puro, esiste. Ed è quello che ti porta a tenertelo nel cuore nonostante le varie esperienze che ti possano capitare durante tutta la vita. Se l’amore vero non viene vissuto, verrà di conseguenza immagazzinato come evento che avremmo voluto. Ed è in questo momento che il nostro cuore apre la sua bella stanzetta, immagazzina e chiude la porta. Porta che solo la corrispondenza esatta di quell’amore sarà in grado di riaprire nonostante il tempo o le esperienze avute.
A me così è capitato.

A 15 anni conosco questa ragazza più grande di me. E’ amore. Totale. Inespresso per la timidezza di un quindicenne. Dopo due anni decido di fare qualche passo, forse un po’ goffo, verso di lei. Un anno di “un passo avanti e due indietro”. Alla fine ci riesco. Agosto 1998. 9 agosto 1998. Domenica 9 Agosto 1998. Erano le ore 19.45. Nella camera da letto di un amico. Il bacio più bello. Quello che non scordi. Quello che ti porti nel cuore per sempre. Nella stanza del cuore.
Il tutto dura  una settimana. Ancora mi ricordo il mio primo pensiero: “ Chiedevo un mese. Solo un mese per farti capire quanto tu già sia dentro al mio cuore”. Rimase un pensiero.
Da qui in poi esperienze lunghe. Dieci anni con una donna, di cui 5 di matrimonio, un figlio. Separazione. Altra relazione lunga, 4 anni. Convivendo.
Siamo arrivati nel 2014. Il solito gruppo di amici organizza un’estate in Puglia tutti insieme. Vado anche io con la mia compagna. Tra tutti, anche lei. Ancora lei. Sempre lei.

Non so esattamente cosa io possa aver potuto fare, ma devo averle smosso qualcosa. Anche solo a livello ormonale. Siamo in acqua a fare il bagno. All’improvviso mi sento una presenza che vuole salire sulla mia schiena. E’ lei. Lei che, con quell’abbraccio, ha riaperto la stanza del mio cuore.

La mia proverbiale forza di volontà vacilla. Inizia una storia clandestina. Dopo un anno lascio la mia compagna e finalmente corono il sogno di una vita. Avere una storia d’amore con lei.
E’ durata due anni. Lei non andava bene per me. O io per lei, vai a sapere.
Ora la domanda viene spontanea: era amore vero, il mio? Le altre donne con cui sono stato le ho amate veramente? Oppure non ho amato nessuna poiché amavo di un amore puro solo lei?

Leggo alcuni scrivere: “Perché in tutti questi anni non si sono dati da fare per cercarsi nuovamente?”. Semplice. A volte la vita ti mette davanti a situazioni o esperienze che ti portano a mettere da parte quell’amore inespresso o vissuto solo per poco, per affrontare le tue responsabilità o anche solo la diretta conseguenza di una tua scelta.

Ciò però non può voler dire che non hai amato veramente. O che non ami ancora tuttora.
Hai amato. Segretamente. Nella stanza del tuo cuore. E proprio perché è lì, proprio perché è solo per te, sicuramente non può che essere un amore puro, vero.

Mister XY

Quante stanze ha il cuore?

giovedì, giugno 13th, 2019

Lei aveva 17 anni quando incontrò lui, che ne aveva 23. E si amarono. Per due settimane. Ma è il 1944, c’è la guerra e lui a un certo punto scompare e non torna più.

Ciascuno prosegue la propria vita. Si sposano. Restano anche vedovi. Poi arriva l’anniversario dello sbarco in Normandia e France2 intervista lui, Robbins, in America. Lui parla della sua storia d’amore, di QUELLA storia d’amore. Con lei, francese. E France2 si mette in ricerca di lei, di Jeanine.

La trova. E quando lui arriva in Francia per partecipare alla cerimonia trova lei ad aspettarlo. Settantacinque anni dopo. Lui trasecola: “pensavo che fosse morta”. Lei pure.  E te credo: lui ha 98 anni lei 92. Le telecamere riprendono il loro abbraccio, il loro bacio sulle labbra e le loro lacrime. La favola fa il giro del mondo. Applausi, sipario.

Ma da stamattina almeno in dieci (la prima è stata Gloria, il secondo Pierluigi) mi hanno mandato il link dicendo

-Meripo’ makkome… untummi commenti questa notizia ? (questo è Pierluigi, dal Granduhato)

E’ che io stavo imbambolata su una frase di lui. Quando le dice

Ti ho sempre amato Jeanine. Non hai mai lasciato il mio cuore”.

Non hai mai lasciato il mio cuore. Ecco, secondo me, il punto: in quel cuore c’è stato spazio sincero per altri amori, per la moglie per altre vite. Eppure. Eppure nel cuore di Kara Troy Robbins una stanza è rimasta sempre aperta per Jeanine Ganaye. “Non hai mai lasciato il mio cuore”.

Dell’amore abbiamo sempre un’idea di spazio contingentato, di esclusività, di monopolio.
E invece, allora, quante stanze ha il cuore?
E quanto possono restare aperte le sue porte?