Archive for the ‘Baciare’ Category

Carmèn, l’amore zingaro

venerdì, novembre 4th, 2016

Corroborate da un previo Spritz del baretto completamente rinnovato del teatro Olimpico di Roma (tuttoarimessapposto dopo i crolli di gennaio), ieri sera la Lorenza ed io ci dirigevamo da Carmen. Che quando c’è da assistere a vicende di cuori straziati ci si reca ormai automaticamente. Senonché questa è Carmèn secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio: 18 musicisti che provengono da 10 Paesi e parlano 9 lingue diverse ma tutti insieme ne parlano una sola, la musica, e che musica.

La faccio breve: abbiamo passato due ore a perdifiato, appresso alla carovana di migranti e contrabbandieri che arriva dal Rajastan alle porte di Siviglia e alle porte del cuore, sballottati in una centrifuga di salsa, flamenco, tecno, lirica, blues, tango, reggae e tuttisuoni arabi, indiani e africani. Ne ho fatte di scarpinate appresso al professor Pi ma un viaggio dalla Francia alla Spagna, dalla Tunisia al Senegal, dal Brasile alla Persia tuttinsieme no, non l’avevo provato mai. Come l’amore che è zingaro per definizione. E comunque anche Nicola Di Bari ne ricordò le migrazioni: “Che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va, catene non ha, il cuore è uno zingaro e va” (scusate).

carmen-piazza-vittorio

Carmen secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio

Senonché, in quanto Meri Pop, avevo il privilegio di stare assisa, oltre che vicina a Lorenza e a Giancarlo Magalli (e beh), anche a una mia assistita che aveva il suo amore sul palco. E dunque ella trascorreva le intere due ore tesa a busto in avanti e con le dita intrecciate come Giandomenico Fracchia (misisonointrecciatiiditi. Oggi non l’ho ancora sentita ma la immagino con una contrattura lombare ancora in corso).

A un certo punto, travolti dall’energia di una strepitosa Carmèn che dalla Puglia viene e cantante reggae è e ha quel giusto punto di ambiguità timbrica tra femminile e maschile e risponde al nome di Mama Marjas, e dalla bravura multicolore di tuttitutti (sempresialodato Mario Tronco, direttore artistico) anche il ciglio della Lorenza, che di norma riesce a dominare eventi ed emozioni, ha vacillato. E, dico la verità, quando è arrivato il “Toreador” in arabo, e beh ho vacillato purìo.

Ora, siccome sta meraviglia è fatta per essere ascoltata e non letta la chiuderei qui. Non prima di dire a Pino Pecorelli che a un certo punto ho sperato che ce la lasciassero viva, Carmen, e non la facessero accidere anche stavolta.

In conclusione: fatevi un regalo, fatevelo anche voi questo viaggio. Che vi farà cantare, ballare, sognare. Restando seduti.

Carmen con l’ Orchestra di Piazza Vittorio
Stagione dell’Accademia Filarmonica Romana
direzione artistica e regia Mario Tronco
Teatro Olimpico
, Roma
Fino al 13 novembre

Non sempre il matrimonio è la tomba dell’amore

mercoledì, novembre 2nd, 2016

Lei cattolica, il marito protestante. Non gli permisero di essere seppelliti insieme. E loro…
Roermond, Olanda, 1888

tomba-matrimoniale

Fenomenologia di Pretty Woman

mercoledì, luglio 20th, 2016

Se n’è andato pure Garry Marshall. Il papà di Pretty Woman. E anche di Happy Days e Mork e Mindy.

In ossequio al re delle repliche televisive mi è dunque qui gradito riproporre l’omaggio supercalifragilistico (che è del 5 febbraio 2014 ma sempervalido):

Insidiato solo dal video-anniversario di Facebook ieri sera è riandato in onda il Pretty Woman Pride. Femminazze di ogni ordine e grado annunciavano urbi et orbi la disfatta del cedimento alla venticinquesima replica della più grande illusione di massa dopo la Weight Watchers.

La qui presente, dopo mezz’ora di strenua resistenza su La7d in compagnia del capolavoro Capote con il compianto Philip Seymour Hoffman, dopo clandestini zapping su Raiuno ci si spaparanzava definitivamente in compagnia di un barattolo di Nutella da 600 grammi personalizzato (per noi sarai sempre Meripo’) del quale recentemente La giovane older mi aveva fatto omaggio.

Ora, vendittianamente, sarebbe lecito chiedersi Dimmi cos’è cos’è che batte forte forte forte forte in fondo al cuore che ci toglie il respiro e ci parla d’amore -che in quel caso era Grazie Roma- ma che in quello di Pretty davvero non si sa, perché perché perché perché ci batta (nel senso il cuore) pure alla venticinquesima volta.

Ma tant’è: lì stavamo tutti (4.163.000 spettatori), pure ieri, a farci aggrovigliare le budella (cit). Insomma, femminazze, cos’è? Il mio amico Rob dice che probabilmente è il sogno di redenzione, il Professor Pi dice che magari poesse che sia quello della carta di credito illimitata, il mio amico Andrea dice che è il sogno e basta.

Fateci sognà, dunque. Prendete l’ultima notte insieme: l’ultima che diventa la prima. Il primo bacio e la prima notte dopo la trasvolata all’Opera per “Traviata” (cit nella cit): chiunque sia stato innamorato una volta la riconosce, quella roba lì. Hai voglia a “questa donna pagata io l’ho”: se so’ già incastrati. Nel senso sentimentale.

Eppure il realismo sopravvive ancora nell’indimenticabile scambio

Lui -Tra noi cosa vorresti?
Lei -Non lo so
Lui -Per ora di più non riesco a fare
Lei -Lo so

Fateci sognà con l’amore che ti cambia. E ti aiuta. “Mi hai cambiata tu. E puoi cambiarmi ancora”. Generazioni di utentesse di sentimental blogghe potrebbero testimoniare la disfatta e la sòla di questo assunto. Eppure insistiamo: “Voglio la favola”.

Fateci sognà. Che c’è gente che ci campa, e altra che ci  resta fregata, tutta la vita con “Per ora di più non riesco a fare”. E invece qui dura dieci minuti. Finché lui arriva con la limousine bianca e la rosa sotto al terrazzino.

-Vedo lacrime

aveva inutilmente avvertito mezz’ora prima la sciamannata amica ruminando un chewingum. Noi niente. Guardiamo la rosa. Le più avvertite anche la limousine. Perché sarà che io sono mia ma alla fine vorrei essere soprattutto tua.

Fateci sognà e fateci aggrovigliare le budella. Al Maalox penseremo domani. Che, come non è riuscita a insegnarci manco Rossella, domani è un altro giorno. Ma con le stesse sòle di oggi.

Perché quando il saggio indica la fregatura noi guardiamo la rosa, qualcuna il terrazzino, quasi nessuna la limousine.

Pretty woman bacio

 

Molto Daje wedding edition

venerdì, maggio 20th, 2016

Smentendo in pieno il Primo Principio dello Stato Civile contenuto in “Insonnia d’amore” secondo il quale “E’ più facile essere sparata da un terrorista che trovare marito dopo i 40”, c’è che ultimamente alcune qualificatissime amiche intorno ai 50 si son sposate o sono nell’imminenza imminenzissima di farlo, alcune proprio tipo una domani e un’altra dopodomani.

Intendo qui lasciare a verbale che, per ciascuna, in qualità di reduce, ho operato la moral suasion del caso, citando dal maestro Oscar Wilde: “Si dovrebbe essere sempre innamorati. Ecco perché non bisognerebbe mai sposarsi”.

Contestualmente osservo che le statistiche sono benevole, assai benevole, sui secondi fioridarancio, -quelli fatti a nacerta- come ebbi modo di certificare persino al Tg2, con ciò indirettamente dando ragione a Jules Verne secondo il quale “La scienza non esclude gli errori; anzi, talora sono proprio questi a portare alla verità”.

E dunque, bellemie, direi che qui ci vuole un bel corale Daje, Molto Daje. Che, pure le statistiche lo dicono, Buona la seconda. Riguardo poi tutto il casino che c’è voluto pe’ arrivà davanti all’ufficiale di stato civile ricordate che, alla fine, pure l’Universo è nato esplodendo.

Just married again

Ci hanno fottuto un altro posto in cui poterci innamorare

mercoledì, maggio 18th, 2016

Era in quel di giugno di due anni or sono quando una mattina presto presto Grace si annunciò così

-Meripo’ stanotte ho fatto le 4
-Mi compiaccio vivamente, ho paura di chiedere i dettagli
-Ho rivisto dei film fra i quali “Falling in love” con Meryl Streep e Robert De Niro. Ed è stato bellissimo essere di nuovo innamorata per 106 minuti

E ancora di più mi trafisse la chiosa finale:

-Loro si incontrano per la prima volta nella libreria Rizzoli di New York. E quella libreria l’hanno appena chiusa: la casa antica che la ospita verrà demolita per far posto a un grattacielo… Meripo’ ci hanno fottuto un altro posto in cui potersi innamorare.

Falling in love Rizzoli

Nel frattempo la libreria Rizzoli ha riaperto tra la 26ma e Broadway. Ora succede che domani Grace parte. E va a New York. E io le ho chiesto di andare. E in un empito di lirismo ottimista le ho detto

-Grace, vai, fotografa, dicci. E vedi seppeccaso ci trovi pure l’ammore. Quantomeno De Niro

E lei:

-Meripo’, a New York è più facile trovare 100 dollari a terra che l’amore

Amare è un lavoro duro

domenica, maggio 1st, 2016

Dovete perdonarmi ma per me il Primo Maggio sono sempre e ancora loro.

Giacomo e Maria, sposati da quindici anni. Avete presente, si? Quando va di lusso ci si sente come due fratelli. Altrimenti insopportabili. In ultima istanza estranei. Eccola dunque la linea Maginot: è a quel punto che Giacomo inizia a farsi reticente, cambia le password al computer, si porta il cellulare al bagno, sparisce per non meglio identificati sopraggiunti impegni. Avete presente, si?

E’ lì che Maria dice “Meripo’ ma secondo te?”. E beh avete presente si? N’altra linea Maginot fra la bugia pietosa e l’attesa che Maria lo capisca da sola che l’amore dura tre anni e al quindicesimo continuare a infierire è disumano.
Però per quel po’ di prudenza che la carta d’identità, lo stato civile e questo blogghe mi hanno aiutato a sviluppare mi taccio. E dico, anzi scrivo, che Maria io non l’ho mai incontrata di persona ma solo di tastiera, le scrivo che “parla, chiedi. Ma solo quando sarai pronta a ricevere risposte sennò statte zitta e aspetta”.
E niente, Meripo’, quando squilla il cellulare si allontana, quando usa il computer si incacchia se gli passo alle spalle. Avete presente si? Assente, teso, basta cinema, basta pizze il sabato, basta vacanze insieme. Ci sono due bambini e in vacanza ci si va, poco, lei e loro.
Insomma questa storia va avanti più di un anno. E lei zitta. E io pure. E lui anche.

Finché il mese scorso Giacomo l’ha fatto: l’ha invitata a cena fuori e le ha detto quelle due paroline con le quali di norma si apre ogni separazione che si rispetti:
-Dobbiamo parlare
Beh lo hanno fatto. Lei la prima cosa che gli ha chiesto è stata:
-Saltiamo le premesse, lei come si chiama?
Ed è stato allora che lui glie l’ha detto: lei si chiama disoccupazione. Giacomo un anno fa è stato licenziato. Ha continuato ogni giorno a uscire alle otto e rientrare alle sette, ha continuato a pagare bollette, dentista e vacanze dei bambini. Ha chiesto prestiti e ha dato fondo ai risparmi. Per un anno ha risposto al cellulare in bagno alle agenzie di lavoro interinale. Per un anno ha continuato a lavorare così: senza lavoro.
Ora una piccola offerta è arrivata: lo pagheranno di meno e lavorerà di più. Quindi a cena ha detto a Maria che quest’anno in vacanza ci si torna tutti insieme. Ma al campeggio.

Work

Ricomincio da te. Quelli della seconda chance

mercoledì, marzo 30th, 2016

Per la serie i grandi ritorni unannodopo. E, sempre, viva quelli che ricominciano (i Giggetti stanno ancora tutti insieme eh)

Dopo alcuni anni ho ritrovato davanti a un bicchiere di rosso d’annata il mio collega e amico, che chiameremo Gigino. Entrambi essendo stati accomunati da un biennio lavorativo da panico brillantemente superato tipo Cast Away, abbiamo ritenuto di suggellare il reciproco ritrovamento e lui, gourmet e gran maestro di vini, dopo avermi in quegli anni fatto sperimentare cuochi di fascia AAA+++, si è stavolta offerto di cucinare personalmente. L’ho ritrovato quindi a cena a casa sua con la sua nuova compagna, Gigina, che a sua volta ha due gigetti, Gigetto di 16 anni e Gigetta di 10, io accompagnata dal professor Pi sceso appositamente dal Granducato.

Tanto per suggellare il ritrovamento si è iniziato con
-gambi di sedano col gorgonzola e crostoni di pane caldo
innaffiati da un inusuale connubio di prosecchino e Coca Cola (non mischiati eh, ciascuno a seconda dell’età alzava il proprio calice riempito)
seguiti da
-torta rustica di spinaci, toma piemontese e coppa di spalla
ma a quel punto eravamo già -mi pare- a un Barolo (il mio tasso alcolico già era in overbooking)
incalzata da una
-minestra di verdure e cozze
strabiliante
mentre, dopo una prolungata pausa conviviale di assestamento stomaci, si riprendeva la degustazione con
-spezzatino di tonno e patate
-alette di pollo alla nonsocché ma buonissime tipo tex mex (particolarmente apprezzate da quelli non Flinstones della tavolata)
e si chiudeva, con l’amichevole partecipazione di un vino passito invecchiato più dei due Gigetti messi insieme

Ora, appurato che Gigino è veramente quello chef che AntoninoCannavacciuolostaisereno, c’è che a un certo punto -mentre conversavo amabilmente con i gigetti che magari avercene figlioli piacevoli ed educati così- Gigino mi si è avvicinato e ha bisbigliato
-Meripò… è la prima volta che i gigetti sono a cena da me, speriamo bene

Ed ecco che, pensavo, davvero l’amore è come la cucina: un incontro sapiente di ingredienti da saper assemblare, dosare, far stare insieme in modo che ciascun componente aiuti ad esaltare l’altro senza che nessuno prevalga. Avere ottimi ingredienti aiuta ma non basta. Poi ci vuole tempo, costanza, passione, pazienza. Ci vuole, in sostanza, amore.

Pensavo anche a tutte e tutti quelli della seconda chance: quelli che ricominciano. Che quando finisce un rapporto coerentemente ne traggono le conseguenze e coraggiosamente si rimettono in gioco. Che a una certa tutti ci arriviamo con una due, tre vite dietro e magari con i nostri gigetti e gigette. E’ un lavoro complesso, delicato, quello di riassemblarsi. Come in cucina appunto.

Ricominciare è sempre un lavoro faticoso per il quale, oltre tutte le doti che servono in cucina, serve pure un compagno-a all’altezza. Credetemi, non è una miscela così diffusa. Aiutate le persone a ricominciare.

Aiutate quelli che, coerentemente, sanno scrivere la parola FINE quando questa è inevitabile. E con costanza, e spesso con i gigetti, scommettono sulla fatica di ri-amare. Anziché lasciare le macerie regolarmente in piedi per godersi il ricominciamento di nascosto.

second chance every day

La generazione-Sabrina: come Parigi ci ha insegnato a vivere

mercoledì, novembre 18th, 2015

La generazione-Sabrina ci è cresciuta, a Parigi. E ha sempre pensato che fosse una buona idea. Tanto che ha continuato ad andarci nelle diverse stagioni atmosferiche e della vita.

La generazione-Sabrina se la gode anche col maltempo. Perché “Sapete che cosa si fa il primo giorno che si è a Parigi? Ci si procura un po’ di pioggia: una pioggia che non sia troppo forte però, e una persona veramente carina con la quale girare in taxi per Bois de Boulogne. La pioggia è importante perché essa dà a Parigi un profumo speciale, sono i castagni bagnati dicono”.

La generazione-Sabrina l’ha amata in bianco e nero, soprattutto, Parigi.

Sabrina Parigi

La generazione-Sabrina non ha ancora imparato a rompere le uova con una sola mano ma ci prova

Sabrina, uova

Ma la generazione-Sabrina ha imparato dal babbo Thomas anche che “La democrazia può essere molto ingiusta alle volte, Sabrina. E nessun povero è mai stato detto democratico per aver sposato un ricco”.

E infine la generazione-Sabrina si è stampata dentro che “È notte ed è molto tardi, qualcuno qui attorno sta suonando La vie en rose. È la maniera francese per dire: “Sto guardando il mondo con degli occhiali colorati di rosa” ed è esattamente quello che provo io adesso. Ho imparato tante cose qui, e non soltanto come si fa il canard à l’orange o la crème à la vichy, ma una ricetta molto più importante: ho imparato a vivere. Ho imparato ad essere qualcosa di questo mondo che ci circonda, senza stare lì in disparte a guardare. Stai pur certo che ormai non la fuggirò più la vita… e neanche l’amore”.

Sabrina amore

E dunque la generazione-Sabrina a Parigi ha imparato a vivere. E intende continuare a farlo.

Viver bene è la miglior vendetta

mercoledì, ottobre 21st, 2015

Qualche giorno fa sono stata dalla mia piccoletta punk (che nel frattempo sta diventando una splendida donna noir) e mi sono fatta fare un tiraggio. Dei capelli. Lei lo ha pietosamente chiamato “impacco alla cheratina” ma è a tutti gli effetti un allisciamento coatto della chioma.

Ho dovuto farlo dopo mesi in cui mi alzavo come Caparezza e così permanevo fino a sera in qualsiasi condizione di tempo meteorologico. Riguardavo foto di pochi anni fa in cui, financo in Malesia e nelle condizioni di viaggio che sapete, la chioma mi accompagnava docile e mansueta. Invece no. E’ successo qualcosa. E questo qualcosa è andato vieppiù peggiorando.

L’oracolo si è pronunciato a metà del lavoro

-Meripo’ non sta succedendo nulla: è normale. E’ normale quando aumentano i capelli bianchi, che hanno una struttura diversa dagli altri e si increspano

La buona notizia è che esiste un rimedio. Ma questo rimedio dura un’altra ora e mezza e va rinnovato trimestralmente: si è calcolato che in una vita di 80 anni se ne passino 26 dormendo. Per umana pietà nessuno calcola quanti ne passiamo dal parrucchiere, tempo che aumenta esponenzialmente con l’età.

Contestualmente avevo notato, scendendo dall’autobus, come una difficoltà ulteriore nell’atterraggio a terra dallo scalone. Ho cercato di darne per alcuni giorni circoscritte responsabilità ai vertici Atac ma ritengo che in questo, e solo in questo, sia ingeneroso farlo.

Tutto ciò per dire che, in coincidenza con l’odierno Ritorno al futuro day che segue a ruota il di mio genetliaco ieri, si è incaricato il mio libraio di fiducia, sempresianolodati Andrea Geloni e Nina, di inviarmi auguri illuminanti, piovuti sull’inutile tentativo di bilancio di mezza età (che io e i bilanci, come drammaticamente sa la mia commercialista, proprio zero):

“Arrivata a questo punto ti meriti di vivere bene. Farlo rende ogni giorno un piacere (e ovviamente “viver bene è la miglior vendetta” come ha detto acutamente il poeta George Herbert) (…) E’ un’arte vera e propria che alla nostra età avremmo dovuto fare nostra: siamo troppo vecchie per vivere male”. 
India Knight

Dunque il bilancio che sono in grado di stilare dopo il genetliaco è questo: meno pippe più rimedi. Meno male più bene.

Non sono in grado, e ahimè manco me ne importa, di trattenere la giovinezza ma posso utilmente azzeccarmi bene dove sto. Anche perché, e questa è l’altra buona notizia, lì dove anagraficamente sto c’è sempre meno posto per il male (in ogni sua forma, comprese le sembianze di stracciamaroni umani, oltre che dei capelli infeltriti). Ce n’è ancora troppo per le pippe ma confido nel ritorno al futuro.

Se il capello si arriccia lo stiro. Se s’imbianca lo scuro. Se l’umano mi ammolestia o m’intrista lo ignoro.

Siamo troppo vecchie per vivere male. A qualsiasi età, bellimiei: chi è in tempo si porti dunque avanti col lavoro già dai 30.

Viver bene è la miglior vendetta. Anche nei confronti del tempo.

Love yourself

Vaghe stelle dell’orso

martedì, giugno 30th, 2015

So che vi si sta stappando la vena romantica per quello che sta succedendo stasera in  cielo. Però vi ricordo che, in sostanza, ci hanno messo venti giorni per avvicinarsi e altrettanti per darsi un bacio. Restando a 800 milioni di chilometri di distanza l’uno dall’altra. Mo’ giusto perché si chiamano Giove e Venere. In ogni caso vi aspetto quando risuccede con Gino, Giorgio o Mario.
P.S.
E lo so che sono pianeti e non stelle ma qua già trovare un uomo decente è un miraggio, non vi dico un titolo

Giove bacia Venere