Archive for the ‘Baciare’ Category

Il bacio sospeso

giovedì, luglio 6th, 2017

A postumo bilanciamento dell’Addiomapureunpocoassòreta di ieri giunge oggi la Giornata mondiale del bacio a rimetterci al principio del ciclo amoroso. Intanto informo l’utenza che gli italiani, secondo una indagine che non so davvero come caspita siastatafatta tipo LEIQUANTOBACIA, sono tra i più assidui baciatori del mondo, attestandosi con un 75% di popolazione che si dedicherebbe a ciò “più volte a settimana” mentre la popolazione mondiale sta su un micragnoso 56%.

Contrariamente a quanto ci ha cantato Celentano per anni, il tuo bacio non è peggnente come un rock ma E’ “come se fosse un tango perché proprio come accade in questa danza anche nel bacio istintivamente ci deve essere qualcuno che conduce”, ci informa Roberta Giommi, direttore dell’Istituto Internazionale di Sessuologia su Rep.

“Quando si è innamorati – prosegue l’esperta – il bacio è profondo e caratterizza in modo decisivo l’aspetto erotico della coppia”. Mappoi… “quando ci sono problemi di coppia il bacio profondo è una delle prime cose che scompaiono mentre resta quello ‘a stampo’ dato sulla guancia che ha un valore diverso”, ci dice l’esperta. E qui potremmo scomodare la categoria Grazie e Graziella e omissis.

E dunque baciamoci sempre e baciamoci oggi e si baci chi può, che fa bene anche alla salute perché fa fare la ola pure alle endorfine. Ma siccome, diciamolo, gli amori più belli e di successo sono quelli che vivono nella nostra immaginazione -anche quando ne abbiamo uno reale tra le mani che poi ci riraccontiamo nella cabeza- c’è che probabilmente il bacio più bell  potrebbe essere quello sospeso: quello che non abbiamo avuto il tempo o l’occasione di dare. L’ultimo, il primo, quello in più. Il bacio sospeso, come il caffè.

Avere qualcuno da baciare è bello. Sapere che da qualche parte c’è un bacio che ti aspetta rischia di esserlo ancora di più.

Smack.

Canova bacio amore e psiche

Canova, Amore e Psiche

Il viaggio più lungo si chiama Addio

martedì, luglio 4th, 2017

Sai cosa è stato veramente quando finisce. Per come finisce. Ci si prepara sempre a iniziarli, gli amori. Mai a finirli. E infatti si vede. Di norma finiscono come fossero la sceneggiatura di un ubriaco. Peccato. Perché di una cosa che statisticamente sai per certo solo che è destinata a finire, dovresti prepararti e curarla, un’uscita di scena degna di ciò che è stato.

Loro due, per esempio. Marina e Ulay. Marina Abramovich e Uwe Laysiepen, detto Ulay. Due grandi artisti uniti anche dall’amore.

Ma la statistica non risparmia nemmeno l’arte, che pure è immortale. Nel 1988 capiscono che l’amore li sta lasciando. E cosa fanno? Vanno insieme in Cina. Poi partono dagli estremi opposti della Grande Muraglia cinese, lui dal deserto del Gobi e lei dal Mar Giallo, e iniziano una monumentale camminata di 90 giorni per 2.500 chilometri, per poi incontrarsi nel centro del percorso, abbracciarsi forte, dirsi addio e non vedersi mai più.

Perché, è vero, ci si incontra e ci si lascia sui (e per i) confini.

Marina Ulay Muraglia

Marina e Ulay, The Lovers

Passano gli anni. E’ il 2010. Lei aspetta nessuno seduta 700 ore su una sedia. Settecento ore a fissare gli sconosciuti che si avvicendano al suo cospetto. Milleeqquattrocento persone, circa. E’ il 2010, è il Moma di New York, ed è quella una delle performance artistiche più lunghe della storia, “The artist is present”.

Lei si sedeva la mattina e si alzava la sera. Di fronte le scorreva un fiume ininterrotto di persone. Lei accoglieva chiunque volesse sedersi, in silenzio, impassibile. Li accoglieva con gli occhi, prevalentemente. Finché a un certo punto a sorpresa lì davanti si siede lui, Ulay. Lui inizia a fissarla, non dice una parola. Lo guarda anche lei. Ma nel silenzio gli occhi di lei iniziano a parlare e a riempirsi di lacrime. Poi si protende sul tavolo verso di lui e gli prende le mani. E’ una scena struggente.

Marina Ulay sedia

Marina Abramovich e Ulay

Eccola:

Una cosa che il genio che l’ha pensata (romantici ma non cojoni, penso che creata fu) merita la gloria eterna e anche un amore, eterno, se ciò fosse considerata una ricompensa e non piuttosto una condanna.

Senonché mentre stavo lì a struggermi pure io per aver viaggiato tanto ma non essere riuscita a trasformare in viaggio manco un Addio, anche quando c’erano il viaggio e l’addio sostanzialmente in contemporanea, ecco che la realtà irrompe a spezzare una lancia pure in favore dell’apparente sfiga: perché, signore e signorimiei, c’è che Ulay poi ha portato in tribunale Marina.

Cioè dopo sto popò di struggimento di maroni sull’amore e l’addio d’amore e chiudiamola così senza rancor movvoi vi denunciate? E allora ditelo. Ditelo che qua non si può più contare su nulla. Non dico sull’amore mammanco sulla Grande Muraglia.

E tutto vi avremmo perdonato. Tutto. Tranne il fatto che dopo averci illusi per due volte che quella era l’ultima spettacolare volta che vi vedevate movvoi vi rivedrete. In Tribunale. Non si fa.

Le cappotton

domenica, maggio 7th, 2017

Le cappottòn

Macron cappotton

Emmanuel Macron e Brigitte Trogneux

Ingabbiati, fragili e stronzi

martedì, aprile 18th, 2017

Già che siete ancora sotto l’effetto della trimurti lasagna-grigliata-pastiera ma col riflesso cognitivo in ripresa, potreste deambulare fin sulla poltrona del primo cinema a tiro per affrontare anche il triduo Libere disobbedienti innamorate. Presentato un po’ cazzaramente come il Sex and the city arabo, che non è, è invece un film sull’emancipazione e sul cambiamento delle donne, sulla libertà di scegliere come vivere. La storia è quella della quotidianità delle tre coinquiline palestinesi a Tel Aviv, Leila, Salma e Noor, e del loro quotidiano piangere, ridere, bere, fumare, cadere, rialzarsi, farsi canne, subire violenze, avere amori ma restare sole anzi il peggio possibile: restare sole quando si è in due. E ritrovarsi insieme nella solidarietà fra amiche. Vi ricorda qualcuna?

Ed eccole le tre: Leila, una splendida avvocata ribelle alla quale nessun uomo riesce a stare al passo, Salma dj lesbica piena di piercing alla quale la famiglia spera di ammollare un inetto di turno ma che invece ama le donne e Noor, una studentessa di ingegneria proveniente da un gruppo fondamentalista musulmano piamente fidanzata con un pio uomo checchevvelodicoaffare anzi no non ve lo dico, andate a incontrarlo di persona, il porco.

La “morale” la spiega bene la regista, Maysaloun Hamoud, che per questo film -costatole cinque anni e svariate minacce dagli integralisti- ha messo in gioco tutto:  “Ogni cosa ha il suo prezzo, ogni decisione ha il suo costo. Vorrei credere che l’amore giusto deve arrivare solo se siamo sincere con noi stesse. Salma, Nour e Leila sono ferme e rivolgono il loro sguardo verso un punto lontano, loro sono un’unica donna, la solitudine è solo un passaggio momentaneo”. E “sì quando le donne sono forti e unite hanno un impatto maggiore sulla società”.

Film di donna con tre caspita di donne che parla della condizione di altrissime donne. E invece io ieri sono uscita dalla sala convinta di aver visto un film sugli uomini. Neanche tanto sulla loro stronzaggine (che pure eh) ma sulla loro fragilità. Sul loro restare ingabbiati in una serie di regole e tabù senza le quali si sentirebbero persi. Senza donne che corrispondano alla loro idea di donna -sottomessa e bisognevole- essi non sanno che cazzo fare, questo è il punto. E sbroccano. E si fanno stronzi. E violenti. Bisogni che diventano più forti dell’intelligenza, del buon senso, dell’umanità e financo della religione. La sfiga planetaria d’amore non è altro che una delle conseguenze.

Le generalizzazioni sono sempre sbagliate. Ma a volte ci prendono. E insomma ecco forse perché l’emancipazione delle donne è così difficile: perché passa da quella degli uomini.

Libere disobbedienti innamorate

 

Carmèn, l’amore zingaro

venerdì, novembre 4th, 2016

Corroborate da un previo Spritz del baretto completamente rinnovato del teatro Olimpico di Roma (tuttoarimessapposto dopo i crolli di gennaio), ieri sera la Lorenza ed io ci dirigevamo da Carmen. Che quando c’è da assistere a vicende di cuori straziati ci si reca ormai automaticamente. Senonché questa è Carmèn secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio: 18 musicisti che provengono da 10 Paesi e parlano 9 lingue diverse ma tutti insieme ne parlano una sola, la musica, e che musica.

La faccio breve: abbiamo passato due ore a perdifiato, appresso alla carovana di migranti e contrabbandieri che arriva dal Rajastan alle porte di Siviglia e alle porte del cuore, sballottati in una centrifuga di salsa, flamenco, tecno, lirica, blues, tango, reggae e tuttisuoni arabi, indiani e africani. Ne ho fatte di scarpinate appresso al professor Pi ma un viaggio dalla Francia alla Spagna, dalla Tunisia al Senegal, dal Brasile alla Persia tuttinsieme no, non l’avevo provato mai. Come l’amore che è zingaro per definizione. E comunque anche Nicola Di Bari ne ricordò le migrazioni: “Che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va, catene non ha, il cuore è uno zingaro e va” (scusate).

carmen-piazza-vittorio

Carmen secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio

Senonché, in quanto Meri Pop, avevo il privilegio di stare assisa, oltre che vicina a Lorenza e a Giancarlo Magalli (e beh), anche a una mia assistita che aveva il suo amore sul palco. E dunque ella trascorreva le intere due ore tesa a busto in avanti e con le dita intrecciate come Giandomenico Fracchia (misisonointrecciatiiditi. Oggi non l’ho ancora sentita ma la immagino con una contrattura lombare ancora in corso).

A un certo punto, travolti dall’energia di una strepitosa Carmèn che dalla Puglia viene e cantante reggae è e ha quel giusto punto di ambiguità timbrica tra femminile e maschile e risponde al nome di Mama Marjas, e dalla bravura multicolore di tuttitutti (sempresialodato Mario Tronco, direttore artistico) anche il ciglio della Lorenza, che di norma riesce a dominare eventi ed emozioni, ha vacillato. E, dico la verità, quando è arrivato il “Toreador” in arabo, e beh ho vacillato purìo.

Ora, siccome sta meraviglia è fatta per essere ascoltata e non letta la chiuderei qui. Non prima di dire a Pino Pecorelli che a un certo punto ho sperato che ce la lasciassero viva, Carmen, e non la facessero accidere anche stavolta.

In conclusione: fatevi un regalo, fatevelo anche voi questo viaggio. Che vi farà cantare, ballare, sognare. Restando seduti.

Carmen con l’ Orchestra di Piazza Vittorio
Stagione dell’Accademia Filarmonica Romana
direzione artistica e regia Mario Tronco
Teatro Olimpico
, Roma
Fino al 13 novembre

Non sempre il matrimonio è la tomba dell’amore

mercoledì, novembre 2nd, 2016

Lei cattolica, il marito protestante. Non gli permisero di essere seppelliti insieme. E loro…
Roermond, Olanda, 1888

tomba-matrimoniale

Fenomenologia di Pretty Woman

mercoledì, luglio 20th, 2016

Se n’è andato pure Garry Marshall. Il papà di Pretty Woman. E anche di Happy Days e Mork e Mindy.

In ossequio al re delle repliche televisive mi è dunque qui gradito riproporre l’omaggio supercalifragilistico (che è del 5 febbraio 2014 ma sempervalido):

Insidiato solo dal video-anniversario di Facebook ieri sera è riandato in onda il Pretty Woman Pride. Femminazze di ogni ordine e grado annunciavano urbi et orbi la disfatta del cedimento alla venticinquesima replica della più grande illusione di massa dopo la Weight Watchers.

La qui presente, dopo mezz’ora di strenua resistenza su La7d in compagnia del capolavoro Capote con il compianto Philip Seymour Hoffman, dopo clandestini zapping su Raiuno ci si spaparanzava definitivamente in compagnia di un barattolo di Nutella da 600 grammi personalizzato (per noi sarai sempre Meripo’) del quale recentemente La giovane older mi aveva fatto omaggio.

Ora, vendittianamente, sarebbe lecito chiedersi Dimmi cos’è cos’è che batte forte forte forte forte in fondo al cuore che ci toglie il respiro e ci parla d’amore -che in quel caso era Grazie Roma- ma che in quello di Pretty davvero non si sa, perché perché perché perché ci batta (nel senso il cuore) pure alla venticinquesima volta.

Ma tant’è: lì stavamo tutti (4.163.000 spettatori), pure ieri, a farci aggrovigliare le budella (cit). Insomma, femminazze, cos’è? Il mio amico Rob dice che probabilmente è il sogno di redenzione, il Professor Pi dice che magari poesse che sia quello della carta di credito illimitata, il mio amico Andrea dice che è il sogno e basta.

Fateci sognà, dunque. Prendete l’ultima notte insieme: l’ultima che diventa la prima. Il primo bacio e la prima notte dopo la trasvolata all’Opera per “Traviata” (cit nella cit): chiunque sia stato innamorato una volta la riconosce, quella roba lì. Hai voglia a “questa donna pagata io l’ho”: se so’ già incastrati. Nel senso sentimentale.

Eppure il realismo sopravvive ancora nell’indimenticabile scambio

Lui -Tra noi cosa vorresti?
Lei -Non lo so
Lui -Per ora di più non riesco a fare
Lei -Lo so

Fateci sognà con l’amore che ti cambia. E ti aiuta. “Mi hai cambiata tu. E puoi cambiarmi ancora”. Generazioni di utentesse di sentimental blogghe potrebbero testimoniare la disfatta e la sòla di questo assunto. Eppure insistiamo: “Voglio la favola”.

Fateci sognà. Che c’è gente che ci campa, e altra che ci  resta fregata, tutta la vita con “Per ora di più non riesco a fare”. E invece qui dura dieci minuti. Finché lui arriva con la limousine bianca e la rosa sotto al terrazzino.

-Vedo lacrime

aveva inutilmente avvertito mezz’ora prima la sciamannata amica ruminando un chewingum. Noi niente. Guardiamo la rosa. Le più avvertite anche la limousine. Perché sarà che io sono mia ma alla fine vorrei essere soprattutto tua.

Fateci sognà e fateci aggrovigliare le budella. Al Maalox penseremo domani. Che, come non è riuscita a insegnarci manco Rossella, domani è un altro giorno. Ma con le stesse sòle di oggi.

Perché quando il saggio indica la fregatura noi guardiamo la rosa, qualcuna il terrazzino, quasi nessuna la limousine.

Pretty woman bacio

 

Molto Daje wedding edition

venerdì, maggio 20th, 2016

Smentendo in pieno il Primo Principio dello Stato Civile contenuto in “Insonnia d’amore” secondo il quale “E’ più facile essere sparata da un terrorista che trovare marito dopo i 40”, c’è che ultimamente alcune qualificatissime amiche intorno ai 50 si son sposate o sono nell’imminenza imminenzissima di farlo, alcune proprio tipo una domani e un’altra dopodomani.

Intendo qui lasciare a verbale che, per ciascuna, in qualità di reduce, ho operato la moral suasion del caso, citando dal maestro Oscar Wilde: “Si dovrebbe essere sempre innamorati. Ecco perché non bisognerebbe mai sposarsi”.

Contestualmente osservo che le statistiche sono benevole, assai benevole, sui secondi fioridarancio, -quelli fatti a nacerta- come ebbi modo di certificare persino al Tg2, con ciò indirettamente dando ragione a Jules Verne secondo il quale “La scienza non esclude gli errori; anzi, talora sono proprio questi a portare alla verità”.

E dunque, bellemie, direi che qui ci vuole un bel corale Daje, Molto Daje. Che, pure le statistiche lo dicono, Buona la seconda. Riguardo poi tutto il casino che c’è voluto pe’ arrivà davanti all’ufficiale di stato civile ricordate che, alla fine, pure l’Universo è nato esplodendo.

Just married again

Ci hanno fottuto un altro posto in cui poterci innamorare

mercoledì, maggio 18th, 2016

Era in quel di giugno di due anni or sono quando una mattina presto presto Grace si annunciò così

-Meripo’ stanotte ho fatto le 4
-Mi compiaccio vivamente, ho paura di chiedere i dettagli
-Ho rivisto dei film fra i quali “Falling in love” con Meryl Streep e Robert De Niro. Ed è stato bellissimo essere di nuovo innamorata per 106 minuti

E ancora di più mi trafisse la chiosa finale:

-Loro si incontrano per la prima volta nella libreria Rizzoli di New York. E quella libreria l’hanno appena chiusa: la casa antica che la ospita verrà demolita per far posto a un grattacielo… Meripo’ ci hanno fottuto un altro posto in cui potersi innamorare.

Falling in love Rizzoli

Nel frattempo la libreria Rizzoli ha riaperto tra la 26ma e Broadway. Ora succede che domani Grace parte. E va a New York. E io le ho chiesto di andare. E in un empito di lirismo ottimista le ho detto

-Grace, vai, fotografa, dicci. E vedi seppeccaso ci trovi pure l’ammore. Quantomeno De Niro

E lei:

-Meripo’, a New York è più facile trovare 100 dollari a terra che l’amore

Amare è un lavoro duro

domenica, maggio 1st, 2016

Dovete perdonarmi ma per me il Primo Maggio sono sempre e ancora loro.

Giacomo e Maria, sposati da quindici anni. Avete presente, si? Quando va di lusso ci si sente come due fratelli. Altrimenti insopportabili. In ultima istanza estranei. Eccola dunque la linea Maginot: è a quel punto che Giacomo inizia a farsi reticente, cambia le password al computer, si porta il cellulare al bagno, sparisce per non meglio identificati sopraggiunti impegni. Avete presente, si?

E’ lì che Maria dice “Meripo’ ma secondo te?”. E beh avete presente si? N’altra linea Maginot fra la bugia pietosa e l’attesa che Maria lo capisca da sola che l’amore dura tre anni e al quindicesimo continuare a infierire è disumano.
Però per quel po’ di prudenza che la carta d’identità, lo stato civile e questo blogghe mi hanno aiutato a sviluppare mi taccio. E dico, anzi scrivo, che Maria io non l’ho mai incontrata di persona ma solo di tastiera, le scrivo che “parla, chiedi. Ma solo quando sarai pronta a ricevere risposte sennò statte zitta e aspetta”.
E niente, Meripo’, quando squilla il cellulare si allontana, quando usa il computer si incacchia se gli passo alle spalle. Avete presente si? Assente, teso, basta cinema, basta pizze il sabato, basta vacanze insieme. Ci sono due bambini e in vacanza ci si va, poco, lei e loro.
Insomma questa storia va avanti più di un anno. E lei zitta. E io pure. E lui anche.

Finché il mese scorso Giacomo l’ha fatto: l’ha invitata a cena fuori e le ha detto quelle due paroline con le quali di norma si apre ogni separazione che si rispetti:
-Dobbiamo parlare
Beh lo hanno fatto. Lei la prima cosa che gli ha chiesto è stata:
-Saltiamo le premesse, lei come si chiama?
Ed è stato allora che lui glie l’ha detto: lei si chiama disoccupazione. Giacomo un anno fa è stato licenziato. Ha continuato ogni giorno a uscire alle otto e rientrare alle sette, ha continuato a pagare bollette, dentista e vacanze dei bambini. Ha chiesto prestiti e ha dato fondo ai risparmi. Per un anno ha risposto al cellulare in bagno alle agenzie di lavoro interinale. Per un anno ha continuato a lavorare così: senza lavoro.
Ora una piccola offerta è arrivata: lo pagheranno di meno e lavorerà di più. Quindi a cena ha detto a Maria che quest’anno in vacanza ci si torna tutti insieme. Ma al campeggio.

Work