Meripo’, scusa, ma che ci sarebbe di male a cercarsi un marito a Princeton? Mammagari ci fossi potuta andare io, a Princeton, a cercarlo. E magari l’avessi trovato, uno che avesse potuto garantirmi quando io non ce l’ho fatta più a farlo da sola.
Perché, per fartela breve, io oggi dall’alto dei miei 42 anni, un figlio con un compagno che non ho voluto sposare e col quale ci siamo lasciati al compimento del primo anno del pupo, io che la laurea l’ho presa alla Sapienza, oggi arranco tra contrattini a tempo non sempre rinnovati, io che lui non l’avevo scelto a Princeton ma incontrato a San Giovanni, dico che oggi mi farebbe comodo -e come- aver fatto investimenti diversi, senza per questo dover mettere una pietra tombale sulle conquiste delle donne.
Meripo’ lo confesso: a me il consiglio di questa poveraccia sbertucciata per aver detto alle ragazze di Princeton “la cosa migliore che potete fare è sposarvi con uno dei vostri compagni di corso”, oggi col senno di poi, pare pieno di buon senso.
Tua Daria
Cara Daria,
stavo lì a rimuginare sulla letterina quando d’in su la vetta di una scala antica, insieme alla mia amica C, abbiamo incontrato un vecchio e saggio amico col quale, dopo un’ora di angosciata analisi dell’attuale orlo del precipizio sociale, e dopo averci lui distillato pillole di possibili soluzioni socioeconomiche, approfondite e argomentate, infine ha infine scosso la testa, ci ha guardate e ha detto:
-e comunque però che ve devo dì, bellemie, sposateve uno ricco
Ecco, Daria, che te devo dì io? Che la mia amica C a sposarsi non ci pensa proprio e anche io modestamente ho già dato. Ma aggiungo anche che fallite tutte le ricette possibili, da Keynes a Friedman da Che Guevara a Madre Teresa, sembra che l’unica strada sia tornare da dove eravamo partite: sposatevi uno ricco. Abbiamo fatto tanta strada, ci hanno detto che potevamo conquistare tutto ma mentre iniziavamo la scalata per l’indipendenza qualcuno stava già tagliando la corda dell’arrampicata. Così magari abbiamo preso la laurea a Bologna, il master a Londra e la fregatura a casa nostra.
Ancora ricordo il sacrosanto assalto alla giugulare di Berlusconi che contro la precarietà raccomandava alle studentesse “sposatevi mio figlio o uno ricco“. Sposatevi uno ricco è l’allargata di braccia finale, è la resa imbarazzata, è la bandiera bianca trasformata in velo nuziale, è l’arrangiatevi deflagratorio finale.
E io, Daria bella, mentre faccio rileggere questa risposta alla mia amica S. per trovare conforto, mentre le dico che “no, noi non dobbiamo cercarci il Princeton azzurro, noi abbiamo diritto a farcela da sole” ecco che S. mi dice:
-Meripo’, stavo in un grande quotidiano a fare uno stage, il capo un giorno si avvicina e dice “Ma lo sai che è un mestiere difficile, che farai una vita del cavolo e che sarà tutto in salita? Senti a me, fai una cosa: trovati uno ricco”.
-S. e tu che gli hai risposto?
-Bello mio, guarda che è più difficile trovare uno ricco che fare la giornalista. Ecco perché, Meripo’, faccio ancora la giornalista








