Archive for the ‘Posta melanzana’ Category

Cercatevi il Princeton azzurro

Wednesday, April 10th, 2013

Meripo’, scusa, ma che ci sarebbe di male a cercarsi un marito a Princeton? Mammagari ci fossi potuta andare io, a Princeton, a cercarlo. E magari l’avessi trovato, uno che avesse potuto garantirmi quando io non ce l’ho fatta più a farlo da sola.

Perché, per fartela breve, io oggi dall’alto dei miei 42 anni, un figlio con un compagno che non ho voluto sposare e col quale ci siamo lasciati al compimento del primo anno del pupo, io che la laurea l’ho presa alla Sapienza, oggi arranco tra contrattini a tempo non sempre rinnovati, io che lui non l’avevo scelto a Princeton ma incontrato a San Giovanni, dico che oggi mi farebbe comodo -e come- aver fatto investimenti diversi, senza per questo dover mettere una pietra tombale sulle conquiste delle donne.

Meripo’ lo confesso: a me il consiglio di questa poveraccia sbertucciata per aver detto alle ragazze di Princeton “la cosa migliore che potete fare è sposarvi con uno dei vostri compagni di corso”, oggi col senno di poi, pare pieno di buon senso.
Tua Daria

Cara Daria,
stavo lì a rimuginare sulla letterina quando d’in su la vetta di una scala antica, insieme alla mia amica C, abbiamo incontrato un vecchio e saggio amico col quale, dopo un’ora di angosciata analisi dell’attuale orlo del precipizio sociale, e dopo averci lui distillato pillole di possibili soluzioni socioeconomiche, approfondite e argomentate, infine ha infine scosso la testa, ci ha guardate e ha detto:
-e comunque però che ve devo dì, bellemie, sposateve uno ricco

Ecco, Daria, che te devo dì io? Che la mia amica C a sposarsi non ci pensa proprio e anche io modestamente ho già dato. Ma aggiungo anche che  fallite tutte le ricette possibili, da Keynes a Friedman da Che Guevara a Madre Teresa, sembra che l’unica strada sia tornare da dove eravamo partite: sposatevi uno ricco. Abbiamo fatto tanta strada, ci hanno detto che potevamo conquistare tutto ma mentre iniziavamo la scalata per l’indipendenza qualcuno stava già tagliando la corda dell’arrampicata. Così magari abbiamo preso la laurea a Bologna, il master a Londra e la fregatura a casa nostra.

Ancora ricordo il sacrosanto assalto alla giugulare di Berlusconi che contro la precarietà raccomandava alle studentesse “sposatevi mio figlio o uno ricco“.  Sposatevi uno ricco è l’allargata di braccia finale, è la resa imbarazzata, è la bandiera bianca trasformata in velo nuziale, è l’arrangiatevi deflagratorio finale.

E io, Daria bella, mentre faccio rileggere questa risposta alla mia amica S. per trovare conforto, mentre le dico che “no, noi non dobbiamo cercarci il Princeton azzurro, noi abbiamo diritto a farcela da sole” ecco che S. mi dice:
-Meripo’, stavo in un grande quotidiano a fare uno stage, il capo un giorno si avvicina e dice “Ma lo sai che è un mestiere difficile, che farai una vita del cavolo e che sarà tutto in salita? Senti a me, fai una cosa: trovati uno ricco”.
-S. e tu che gli hai risposto?
-Bello mio, guarda che è più difficile trovare uno ricco che fare la giornalista. Ecco perché, Meripo’, faccio ancora la giornalista

Del punto G e di quello P

Tuesday, January 29th, 2013

Cara Meri Pop,
questo è un Pse elettorale.
Io e mio marito ci siamo conosciuti durante una campagna elettorale (erano le amministrative del 2004, siamo partiti per il viaggio di nozze solo dopo aver votato al referendum del giugno 2006), quindi in famiglia gli anni si contano per legislatura.
In questi anni abbiamo attraversato già diverse tornate elettorali, senza contare i congressi di partito (il suo) perché quelli sono un’altra storia.
Ora, però, a poche settimane dal voto, mi accorgo che appartenere a due schieramenti diversi, per quanto della stessa area, altrimenti non lo avrei mai sposato, può turbare gli equilibri in famiglia.
Ad esempio, guardare il tg o i programmi di informazione insieme è pericoloso, perché prima o poi il commentino acido di uno dei due rivolto al proprio candidato o partito ci scappa. In queste settimane comincio quasi ad apprezzare i cartoni animati in dosi massicce.
E allora Meri Pop, tu che di affari di cuore e di politica te ne intendi, cosa suggerisci per affrontare queste ultime tormentate settimane prima del voto?
Un abbraccio,
Regina del grano

Cara Regina del grano,
(intanto rassicuriamo l’utenza sul fatto che Pse è Pronto Soccorso Emotivo,  che pure stavolta qualche annesso e connesso con Partito del Socialismo Europeo ce l’avrebbe) dicevo, dunque, Regina del grano, che sono tempi di semine difficili e di raccolti ancora peggiori. Specie sul campo dei sentimenti. Quanto a quello politico non si è mai vista una micragna simile come da quando tutti hanno deciso di scendere, salire, traslare in campo.

Tutto ciò premesso arrivo al punto: deve essere, il fattore P incluso nel già affollato test di selezione d’ingresso degli aspiranti inquilini sentimentali nostri? Cioè voglio dire oltre a testare la stretta di mano (no moscia no sudata), l’uso del congiuntivo, quello dei calzini (no corti no bianchi che bianchi se li possono permettere solo Lord Wellington e il Papa e manco più i tennisti), il regolare ricorso a sapone e deodorante nonché all’ortopanoramica (vi ricordo il sempretantumverde studio sui “problemi erettili se gengive infiammate”), dico allora oltre al posizionamento nei confronti del G occorre valutare anche quello nei confronti del punto P, Politico?

Ci si può amare da fronti opposti? I cuorinfranti possono trovare sollievo nei cuorinfronti? La risposta, per quanto statisticamente risulta a questo sito è: dipende. Da che? Da quello che ce devi fa’. E’ un problema di durata. Nel senso se ci vuoi trascorrere insieme una serata, un weekend una trimestrale di cassa o la vita. E dunque ecco il risultante grafico che da queste supercalifragilistichestatistiche risulta a 27 giorni dalle elezioni:

QUOTAZIONI AZIONARIE (cioè che ce poi fa’) LUI-LEI POLITICAMENTE OPPOSTI
-Una botta e via: 10
-Sporadici incontri: 7
-Pomiciate via sms: 7
-Fidanzamenti: 5
-Matrimoni: 4
-Separazioni: assicurate

Tutto ciò nel caso di opposizioni bipolari. Funziona meglio lui destro-lei sinistra, il caso lui sinistro-lei destra ne conosco solo uno e hanno pure appena avuto una pupa ma lui è sinistro quanto lei destra: pegnente. Cioè si incontrano nella terra di mezzo. Il passeggino, per ora.

Appurato che gli opposti si attraggono ma in politica prima o poi si accoppano -e dunque meglio preferire tratte brevi di percorsi comuni- veniamo al caso di specie:

LUI-LEI STESSO SCHIERAMENTO PARTITI DIVERSI
Per quanto risulta a queste statistiche di blogghe siamo

-Una botta e via: 6 (con tre ore si fa appena in tempo a ripercorrere ultime due legislature)
-Sporadici incontri: 7 (un’ora se ne va col riassunto dell’analisi precedente)
-Pomiciate via sms: 9 barra 10. Skype  è di sinistra Whatsapp è di destra
-Fidanzamenti: 9 barra 10
-Matrimoni: non sa o non risponde
-Separazioni:  siamai

Tesoro caro, nonostante tu ricada nella fattispecie matrimoni (che però nel vocabolario della presente ancora non viene riabilitata) sei nella situazione ideale: eventualmente spegni sto tg quando fa le battutacce. E proseguite lo scazzo il diverbio altrove. Sì, lì. Precisamente in quel punto lì.

Di amanti

Monday, January 28th, 2013

Cara Meri,
lo status di “amante di uomo sposato” è prima o poi trasformabile in quello di “moglie di un uomo divorziato”? E se non ora, quando?
Margherita

Cara Margherita,
la parola definitiva sulla questione la mise la zia della mia amica Giulia. La chiameremo zia Caterina. Classe 1920 conobbe il suo vero amore dopo che lui era convolato a nozze con la sua vera moglie. Lei passò la vita ad aspettarlo, incoraggiata da “è una questione di tempo ma vedrai”.  L’ha aspettato tutta la vita. E un giorno così riassunse lo stato del mondo:

“ricordatevelo sempre: un uomo si fa un’amante per restare con la moglie. Una donna per lasciare il marito”
Tua Meri

P.S.
Si, certo che ci sono le eccezioni. Ma, di norma, tu sei la norma.

La sindrome del cesto dei saldi

Friday, January 4th, 2013

Cara Meri,
non so che mi è successo ma dopo due anni era come se fosse rimasta solo la routine. Sai quando proprio non trovi neanche più un motivo di interesse? Troppe pantofole e Skysport già dopo pochi mesi, come si fa? Ho provato a parlargliene ma lui si è arreso subito: sono fatto così, se hai voglia di fare altre cose non te lo impedisco ma falle da sola. Alla fine l’ho lasciato. Dice: bene e allora? E allora c’è che qualche settimana dopo ho saputo che usciva con un’altra. Ci puoi credere che da allora è come se mi si fosse piantato un chiodo nel cervello? Mi manca. Mi manca tutto di lui. E improvvisamente mi sembra di rimpiangere persino le pantofole. E quelle interminabili, noiosissime domeniche su Skysport.
Come si supera la sindrome da nostalgia??
Goleada

Cara Goleada,
è probabile che la situazione da te descritta ricada non tanto nella sindrome da nostalgia quanto piuttosto in quella  ”del cesto dei saldi”. Di che si tratta? Hai presente quando ci si ritrova gomito a gomito tra femminazze riverse in quei traboccanti cesti del tutto a 30-20-10 euro? E hai presente quando tiri su il maglioncino, lo scannerizzi, lo scarti e lo riposi? E hai presente quando, come un lampo, appena l’hai poggiato si azzecca furtiva la bionda mano accanto, lo tira su e se lo cucca? E beh nonostante tu abbia tra le mani il cachemirino lilla inseguito da ottobre, ora a un terzo del prezzo, improvvisamente hai voglia solo di quello che avevi scartato e che altra femminazza s’è cuccato. Io non lo so perché succede ma succede.
Non ti mancano né le pantofole e né Skysport, tesoromio: ti manca solo di poter nuovamente scegliere.  Tutto ciò premesso domani iniziano i saldi. Femminazze, nell’impossibilità di capire che vogliamo dagli uomini cerchiamo di capire almeno che vogliamo nei cesti.
Meri

Un sì per iniziare e sei per uscirne

Thursday, December 20th, 2012

Cara Meri Pop,
è vero che il dolore della separazione prima o poi passa? E se si, quando?
Lo so che è Natale e siamo tutti più buoni ma io invece sono solo a pezzi.
Grazie
(Lettera firmata. Da un uomo)

Caro,
oh si. Si che passa. Passa come il fuoco (scusa, sarà la vicinanza ai Maya ma è l’unica immagine che mi venga in mente adesso). Nel senso che fa un male terribile. E spazza via tutto. E più sterpaglie e rovi trova e più divampa. Brucia, ti toglie il respiro, rischia di ucciderti se non stai attento. Poi a un certo punto le fiamme si spengono e resta un fumo asfissiante (anche una discreta puzza, disciamo). Eppure, a un certo punto, quel terreno dove è passata quell’iradiddio, ricomincia a vivere. Ed è più fertile dei terreni “vergini” circostanti.

Insomma sto casino piromane per dirti che, quando passa, e passa, secondo me ci lascia sempre migliori. Non solo perché tutto ciò che non ci uccide ci rafforza ma perché ci offre l’opportunità di misurarci con noi stessi: e anche la peggiore pippa si trova a lottare come un leone per la soppravvivenza. E da che si sentiva solo una merda scopre di essere un contenitore di potenziale ficaggine
Quanto ci vuole? In quei momenti, più che quanto ci vuole, a me avrebbe aiutato almeno sapere che caspita mi stesse succedendo.

Solo dopo ho trovato una spiegazione: per elaborare un lutto, qualsiasi lutto e questo -ti avverto- nelle classifiche delle grandi disgrazie viene subito prima del trasloco e subito dopo la morte, si attraversano CINQUE FASI: 1) Negazione e rifiuto (non sta succedendo a me, chissà che avrà voluto dire…) 2) rabbia e paura (vammoriamm.. e affini) 3) contrattazione e patteggiamento (se torna farò.., se mi passa arisuono il piano…) 4) depressione (a parte la parola è quella più importante: si comincia a prendere coscienza della verità) 5) accettazione (no, non nel senso che le vorresti tirare un’accettata in mezzo alla fronte, quella è la 2)-

Dunque, quanto ci vuole: a che fase sei, caro? Dai, che prima inizi e prima finisci. Io sto qua. Alla FASE 6. E ti aspetto. Sbrigati
Tua Meri

P.S.
-Come? Qual è la 6?? Ah si la 6 è la mattina nella quale ti svegli, leggero e in pace come non lo sei stato mai, e ti vien voglia solo di ringraziarla: “Grazie, grazie per avermi costretto a dimostrare a me stesso quanto valgo”

Lanterne dei desideri

Uozzàpp, se l’amore eterno arriva in modalità Groupon

Tuesday, November 20th, 2012

Cara Meri Pop,
perché la gente ti scrive su Whatsapp “Sarò sempre con te”, quando per altro nessuno glielo aveva chiesto di stare con me, poi invece sparisce e non si fa più né vedere né sentire? Cosa spinge l’uomo a lanciarsi in profferte eterne non richieste salvo poi dissolversi nella messaggistica spaziale e mai più riapparire?
Tua Viber

Cara Viber,
come abbiamo detto più volte l’uomo è prevalentemente una macchina semplice: azione-reazione, in-out, on-off. Siamo noi che troppo spesso leggiamo ciò che non scrivono. Anche su WhatsApp. In questo caso mi sembra che il nostro uomo non abbia dato alcuna falsa indicazione: sarò. Futuro semplice. “Indica situazioni ed eventi presenti e futuri che risultano in qualche modo incerti; il futuro viene spesso preferito al presente per indicare eventi futuri quando l’evento è situato a notevole distanza di tempo nell’avvenire”: tesoromio l’evento, lo dice anche la Crusca, è situato a notevole distanza di tempo.
Dice ma quanto? Ah non lo so ma certo non ora.
Poi c’è quel “sempre”, è vero: e infatti, avverbio di tempo, “per sempre: per l’eternità, definitivamente”. E ma mica specifica a partire da quando.

No, tesoro, scusa ma sei tu che ti stavi facendo un film e anche un multisala su un futuro semplice e un avverbio di tempo, sia pure ben accostati. Poi ricordiamoci, care, che Whatsapp è gratis. Voglio dire che se sei deciso veramente a firmare una cambiale in bianco per l’eternità io mi aspetto che almeno tu ci investa 10 centesimi. Il capitale di rischio, diciamo. Perché mo’ va tuttobene ma l’amore eterno in modalità Groupon proprio no, eh.
Tua Meri

Il modo peggiore per dirsi addio? Non dirsi niente

Friday, August 3rd, 2012

Cara Meri,
un anno. Un anno pieno di un sacco di cose. Anche di due case diverse nelle quali vivevamo insieme un po’ da me un po’ da te e anche un po’ ciascun per se’ che non fa mai male.
Poi una mattina dice “ci sentiamo dopo”. L’hai più sentito, tu? Dovevamo vederci la sera, ha annullato. “Ci risentiamo”. L’ho cercato e non ha risposto. Inutile proseguire, hai capito, no?
Insomma sparito. Smaterializzato. Da allora sono passati tre mesi. Di silenzio. E smaterializzazione. E ho scoperto che le parole più dolorose sono quelle che non si dicono. Perché un “non ti amo più, ho un’altra, ho un altro, sono sposato”, nulla, nulla mi avrebbe ferita tanto come il silenzio.
Meri, ora che si fa?
Tua
Renata

Cara Renata,
e dunque manco la scoperta della particella di Dio che dà corpo a tutto il creato è riuscita a risolvere, invece, il problema della smaterializzazione improvvisa degli amanti. Nonostante i continui progressi sul bosone resta intatto il mistero sul fifone, il  pusillanime di turno che, nell’impossibilità di articolare tre parole consecutive “scusami è finita” preferisce dire addio nel modo peggiore: non dicendo niente.
Sono certa che la sindrome colga anche nostre gentili colleghe fimmine anche se personalmente non conosco casi di smaterializzazioni fimmine ma non mettiamo limiti alla Provvidenza.
Il presente appello vale dunque per tutti: qualsiasi cosa abbiate da dire, ditela. Si fa un po’ di casino lì per lì ma poi passa. Giuro: passa tutto, anche l’impensabile. Anche se dovete dire che ne avete altre due dalle quali avete avuto due gemelli cadauna, anche se -per dire- dovete confessare che volete votarvi solo alla politica iscrivendovi a un partito di centrosinistra, anche se dovete dire che vi piaceva il nome “Polo della speranza”.

Ditelo. Fatevi questo regalo: uscitene da statisti. Tre paroline ed entrerete nella Hall of Fame di quelli che un giorno andremo a ripescare nello specchietto retrovisore della nostalgia. Perchè, credeteci, arriva il giorno in cui si sente che un po’ ci mancano persino il puttaniere e il bugiardo. Ma l’ameba e il codardo no.
Meri

Il nostro amore sfinito2/ Nostalgia canaglia

Friday, July 27th, 2012

Ve la ricordate, Gisa? (aò so’ solo quattro giorni fa, dai, su, Gisa… l’amore sfinito)

Cara Meri e cari tutti (Antonella, Framino, Paola, Marco GG, Serena, pecerin e anche tutti quelli su Facebook),
grazie! Mi sento sulla giusta strada dello sfinimento al punto che quando lui ha mandato il solito sms da mascalzone latino (perché poi questi ti mollano ma mica si tolgono dalle balle) gli ho risposto: “O sparisci spontaneamente o mi vedrò costretta a fidanzarmi con te perché ciò accada”.
Vostra Gisa

Cara Gisa,
premesso che qua abbiamo una squadra che in confronto
NCIS fa ridere, alle già note considerazioni sullo sfinimento, che solo può consentire la rimozione forzata di un amore o pseudotale che sembra impossibile dimenticare, aggiungo questo cameo del buon Romagnoli che ci illumina sulle sabbie mobili della nostalgia.
Vostra Meri

“La nostalgia è uno specchietto retrovisore ingannevole. Nelle auto a noleggio in America c’è scritto “Attenti, gli oggetti sono più vicini di quanto sembrino”. Attenti, le cose erano meno splendide di come le ricordate. Ma continuate a farlo, per riscrivervi l’autobiografia e convincervi che ci sono stati paragrafi oh, luminosissimi. Com’era buona la frutta, che sapore il primo bacio, casa, le radici, la scoperta di questo e di quello. Di che cosa stiamo parlando?
Non pensare al primo amore, pensa a questo, al prossimo, all’ultimo.”

(eccoveloqquà, Gabriele Romagnoli)

Il nostro amore sfinito

Monday, July 23rd, 2012

Cara Meri,
la domanda è semplice semplice: come dimenticare un amore impossibile e finito che però ancora fa soffrire?
Tua Gisa

Cara Gisa,
la risposta è semplice semplice: per sfinimento.
Tua Meri

P.S.
Lo sai, si, che è inutile star qui a elencare ricette, postarti frasi automotivazionali, invocare l’aiuto di Freud o quello di Lucy Van Pelt: finirà quando finalmente ti verrà a noia. E succederà. Perché non so se l’universo sia infinito e persino Einstein affermava che “Due cose sono infinite: l’Universo e la stupidità umana. Ma riguardo l’Universo ho ancora dei dubbi”. Senonché la nostra capacità di autoflagellarci, invece, credo non lo sia. Di poco eh. Ma prima o poi passa. Un attimo prima dell’infinito: nello sfinito, appunto.

Sbagliando s’impara. Allora lasciatemi sbagliare

Monday, July 2nd, 2012

Premesso che dopo la tenzone Pecerin Primula rosa è complesso scendere dal ring e rientrare su strade sentimentalmente più consuete per quanto ugualmente tormentate, propongo all’attenzione della gentile utenza, come esercizio di smaltimento dell’adrenalina in eccesso, il seguente caso:


Cara Meri,
lui pazzamente innamorato, io tentennante. Lui insiste, pressa, affascina, emoziona. Storia intensa. Libero lui, libera io, ognuno già con i precedenti errori e un matrimonio alle spalle. Il secondo giro è qui che ci aspetta, io quasi quasi mi butto. Ho il 50% di possibilità di sbagliare. E il 50% di indovinare. E allora si. Mi butto.
Ci crederesti? Ho beccato il 50 sbagliato: ha già una seconda moglie.
Non ne aveva mai fatto cenno. Eppure un suo rilievo la notizia l’avrebbe avuta, no? Ha iniziato la litania del magguardacheègiàfinitadatempo, stiamoinsiemesoloperconvenienza, insomma il resto si sa, sempre il solito copione.
Cara Meri, non voglio neanche una risposta, da te-voi. La risposta già ce l’ho: avrei dovuto essere più prudente, aspettare, non buttarmi a capofitto. Insomma ho sbagliato. Mi sono buttata: e nella piscina non c’era acqua. Punto
Gina

Cara Gina,
io quasi quasi ti faccio rispondere da Jorge. Si chiama “Istanti”.
Tua Meri

Se io potessi vivere nuovamente la mia vita
nella prossima cercherei di commettere più errori.
Non cercherei di essere così perfetto, mi rilasserei di più.
Sarei più sciocco di quanto non lo sia già stato,
di fatto prenderei ben poche cose sul serio.
Sarei meno igienico.
Correrei più rischi,
farei più viaggi,
contemplerei più tramonti,
salirei più montagne,
nuoterei in più fiumi.

Andrei in più luoghi dove mai sono stato,
mangerei più gelati e meno fave,
avrei più problemi reali, e meno problemi immaginari.

Io fui uno di quelli che vissero ogni minuto
della loro vita sensati e con profitto;
certo che mi sono preso qualche momento di allegria.
Ma se potessi tornare indietro, cercherei
di avere soltanto momenti buoni.

Chè, se non lo sapete, di questo è fatta la vita,
di momenti: non perdere l’adesso.

Io ero uno di quelli che mai
andavano da nessuna parte senza un termometro,
una borsa dell’acqua calda,
un ombrello e un paracadute;
se potessi tornare a vivere, vivrei più leggero.

Se potessi tornare a vivere
comincerei ad andare scalzo all’inizio
della primavera
e resterei scalzo fino alla fine dell’autunno.

Farei più giri in calesse,
guarderei più albe,
e giocherei con più bambini,
se mi trovassi di nuovo la vita davanti.

Ma vedete, ho 85 anni
e so che sto morendo.

Jorge Louis Borges