Archive for the ‘Parole’ Category

Peggio dell’essere esigenti c’è solo…

martedì, giugno 25th, 2019

Amiche e amici innamorati, la parola -e il guaio- del mese è Esigente. Quante volte ve l’hanno detto? Eh ma quante ne vuoi… è una vita dura, quella dell’esigente.

Ma ce n’è una ancora peggiore: quella di chi si accontenta.

Ora però c’è un rimedio: Il rimedio del cucchiaio di salsa. Ascoltare per credere. Qui. Su Repubblica.it.
E buon ragù a tutte e tutti!

La vostra quippresente ha una rubrica mensile su Live in cui risponde alle vostre lettere. Il prossimo numero è in edicola il 27 giugno -domani- con Repubblica, La Stampa, Il Secolo XIX e gli altri giornali locali del Gruppo Gedi.
In caso di emergenza…. carameripop@gmail.com

Parlami d’amore

giovedì, febbraio 14th, 2019

Dunque, bellimiei, Meri Pop sbarca su Repubblica. Da oggi, nell’inserto Live (costa 50 cent in più ma sono disponibile a valutare rimborsi circoscritti).

La rubrica si chiama Parlami d’amore (Parlami d’amore Meripo’ per gli amici).

Dedicato a tutti voi Poppiani della prima ora. Fatemi sapere che ne pensate ma soprattutto scrivete: carameripop@gmail.com

Buona lettura e, guardate che me tocca dì, buon amore a tutti.

La base

martedì, gennaio 23rd, 2018

E’ stato alla fine della visita di quell’altra Napoli, quella sotterranea non meno emozionante di quella che sta ncoppa, che la nostra guida ci ha fatti sbucare in un teatro greco romano inglobato, nel tempo, dint’a nu palazz e che un giorno all’improvviso è spuntato da un “basso”, più precisamente dalla cantina della signora Filomena (no, non lo so come si chiamava ma Filomena ci sta bene). In sostanza Filomena metteva ad asciugare provole per la parmigiana dove presumibilmente Nerone si esibiva con la cetra. Entrambe manifestazioni artistiche di unacerta, sia chiaro.

E dentro quella che fu la Summa Cavea, nel dopoguerra si stabilirono financo una falegnameria e una pizzeria. Proprio spuntando nei locali della Cavea-forno si trova ancora oggi l’insegna “Da Sofia” che non era la PhiloSophia ma proprio la pizzeria della signora Sofia sulla quale campeggia la scritta

“Mangiate oggi e pagate fra 8 giorni”

Da Sofia teatro-pizzeria Napoli

Un sistema per rimettere in moto l’economia nel dopoguerra in un Paese e una città ridotte allo stremo. I salari erano settimanali, ci spiega la guida, e dunque la prima pizza si offriva gratis e quando la persona passava a pagare quella prima le si offriva la seconda e così via.
-Per garantire a tutti quella che noi napoletani chiamiamo la base
-E quale sarebbe la base?
-Pizza e caffè: non può essere che qualcuno non possa permettersi neanche questo. Pizza e caffè, cioè il minimo, la base, proprio.

E’ stato a quel punto che mi son ricordata che ci trovavamo nella stessa città che ha inventato -sempre durante la Seconda Guerra Mondiale- ed esportato un concetto sconosciuto nel resto del mondo: il caffè sospeso. Bersi il proprio caffè al bar e lasciarne pagato anche un altro per qualcuno che verrà dopo e non può permetterselo.

Pizza e caffè. Non pane e acqua. Pizza e caffè e cioè aggiungere, con poco, gusto alla base della vita. Che è come dire vogliamo il pane e vogliamo anche le rose. Ma c’è, a Napoli, un concetto in più: sentirsi responsabili in prima persona di ciò che hanno o non hanno gli altri.

Pizza e caffè sospesi non chiedono “alla politica” “alle istituzioni” “all’economia mondiale” “al Comune” acchivvipare di intervenire per risolvere una disparità: intanto mettono mano al borsellino e lo fanno.

Non è gentilezza. Non è carità. Non è bontà. E’ uno dei gesti politici più forti che esistano: darsi una mossa per primi, senza aspettare che prima accada qualcos’altro.

Che sì,effettivamente, è la base. La base del vivere insieme.

La solitarietà

giovedì, gennaio 18th, 2018

Ci sono parole che fanno paura solo a sentirle pronunciare. Ce ne sono poi altre che si incaricano di spaurirle.

Una di queste parole del primo caso, per me, è sempre stata “solitudine” (molto in circolo da ieri in concomitanza con un istituendo ministerio inglese). Forse troppe pippe scolastiche sull’uomo “animale sociale” o forse troppi spauracchi culturali soprattutto se a “sola” ci aggiungi “donna”. Donna e sola fa -ancora- sfigata. Faceva. Forse un po’ fa ancora. Femminazza sola suona solo a pochi come possibile scelta: suona, ancora, come condanna di risulta di decisioni prese, di norma, da un masculo.

Fatto sta che solitudine -nella mia testolina- era storicamente abbinata a singletudine come se lo stato civile potesse direttamente influenzare lo stato senti-mentale. E allo stesso tempo mai mi era venuto in mente di associarla, chessò, a indipendenza. Anche per me, quindi, la solitudine dipendeva dalle scelte di altri, non dalle proprie. Stato di risulta, diciamo.

Alla fine, dopo una serie di tentativi malriusciti di ogni genere, sperimentato che sentirsi soli in due è molto più doloroso che esser soli da soli, timidamente mi avviavo invece all’effervescente e sia pur tardiva scoperta della stessa. Indipendenza. Che le tre guerre in confronto fecero meno danni. Ma insomma pare che ogni tanto pure essa faccia capolino vittoriosa.

Senonché un giorno, tempo fa,  leggendo un Gianni Mura che ricordava Mariangela Melato, dunque nel pieno di un abbinamento di Titani, ha fatto capolino in quel magistrale pezzo una parola che ha d’improvviso illuminato a ritroso anni e anni di sfigata ricerca: solitarietà (“conio di Aldo Busi”, scrive Mura). Quella parolina in grado, come si diceva all’inizio, di spaurirne un’altra.

«Sono cresciuta con l’idea dell’indipendenza. Non sento la mancanza di un marito o di un figlio. Non sopporto le donne che elencano i loro amori sbagliati, è come darsi dell’imbecille. Io sono selettiva, non ho mai perso tempo o spartito la vita con un cretino». Mariangela Melato (da qui).

Io vivo sola ma non sono sola. Sono, semmai, selettiva. Sto diventando, semmai, adepta della solitarietà che si porta dentro anche quell’altra magistrale parola che è solidarietà. Perché mai come da quando vivo sola io sono circondata di amore e di solidarietà. E di tutti gli sforzi fatti per definire la solitudine ce n’è uno che mirabilmente secondo me riesce a farlo e lo dobbiamo a un illuminato del nostro tempo, Enzo Bianchi:

“La solitudine è sofferenza maledetta non quando si è soli
ma quando si ha il sentimento di contar niente per nessuno”.

La sera quando rientro a casa, è vero, non c’è fisicamente nessuno ad aspettarmi. Ma mai come da quando vivo sola io invece ho avuto il sentimento e le prove di contare tanto per tanti. Anche se non stanno in casa ad aspettarmi. Perché solitarietà è il bastarsi. E’ il non dipendere. Non è il rifiuto -o l’assenza- degli altri.

Vabbè quindi Meripo’ tutto sto pippone per dire cosa? Per dire che le parole sono importanti. E che nel caso della “solitudine” la lingua italiana, rispetto a quella inglese, per una volta soccombe perché gli inglesi hanno “solitude” per esprimere la scelta di essere soli e dunque identificare la persona solitaria che sta bene con se stessa, e hanno “loneliness” per esprimere una solitudine sofferta e non scelta.

Noi no. E quindi non sarebbe una cattiva idea distinguere. E dare dignità e spazio, oltre alla solitudine, alla solitarietà. Anche e soprattutto nella propria vita.

Viet Hat

Viet hat (Vietnam del nord, gennaio 2017, con cappello Pop)

Quello che ci salva

giovedì, novembre 26th, 2015

Quando si è fatto buio in sala e lui è apparso dietro un pannello a sbarre mentre pronunciava le parole di Re Claudio, un assassino come lui, beh insomma io ho avuto persino un po’ paura. Perché su quelle tavole di legno c’era Cosimo Rega, condannato per reati di camorra a “fine pena mai”. Quarant’anni di carcere già scontati, tre omicidi alle spalle. Eppure sta su un palco di teatro, il Vascello di Roma, a raccontare la sua storia.

Il punto è che uno con questo curriculum alle spalle oggi invece è attore e scrittore, ha fondato la prima compagnia teatrale di Rebibbia, gli mancano pochi esami alla Laurea in Lettere e Filosofia a Tor Vergata e grazie ai fratelli Taviani, ce lo ricordiamo più come Cassio in Cesare deve morire che per le gesta criminali precedenti.

E lo spettacolo non a caso si chiama noveEtrentatré, cioè citando gli articoli 9 e 33 della Costituzione italiana che sostengono la libertà dell’arte e della scienza e l’impegno dello Stato a promuovere lo sviluppo della cultura, sostenendone le attività e cercando di mettere tutti in condizione di poterne godere.

In conclusione uno pensa Ma cos’è che ci salva, nella vita? E tutto penseresti tranne che possano salvarci le parole. Eppure così è. La parola che, già a dirla, ti trasforma. La parola che a pensarla ti cambia. La parola che lenisce ferite e lo so, è la stessa che le ferite te le ha inferte, diciamo allora una cura omeopatica. Ed è per questo che tutto lo spettacolo, la vita e la strada stanno riassunti e ben comodi dentro un’unica sua frase, che vale per lui e valga per il riscatto di tutti:

“Dopo che ho conosciuto il teatro ‘sta cella me pare ‘na prigione”

Cosimo Titti

Tiziana Sensi e Cosimo Rega

Teatro Vascello (fino a stasera…)
“noveEtrentatré”
Liberamente tratto dal romanzo di Cosimo Rega  “Sumino ‘o Falco. Autobiografia di un ergastolano”
Con Cosimo Rega, Mariateresa Pascale e gli studenti del D.A.M.S. di ROMA TRE
Regia di Tiziana Sensi

Ditelo con un fiore

venerdì, novembre 13th, 2015

Avendo chiesto alla mia amica Shylock un fioraiocomesideve lei mi ci ha mandata. Dalla fioraia. Che poi è la stessa dalla quale ogni tanto si ferma il professor Pi quando è in trasferta acquisendone, e recandomela, una rosa più alta di me.

Così mentre aspettavo che confezionasse l’opera floreale ho alzato gli occhi su una lavagna ove troneggiava un motto motivazionale che quivi lasciovi programmaticamente per il uichendo:

Sii quel tipo di donna che appena poggia i piedi a terra ogni mattina fa dire al diavolo “Oh merda si è svegliata”.

Donna & diavolo

Quelli che aspettano

martedì, settembre 29th, 2015

-Situazione sentimentale?
-Aspetto

Che tutto sommato è la gioia migliore. Quella di chi aspetta. Ora che abbiamo i pensieri prima ancora che ci nascano e le cose prima ancora di desiderarle. Ora che si va in fretta. E che in fretta bisogna ottenere.

C’è il mondo che corre. E poi ci sono quelli che aspettano. Sono pochi. Silenziosi. Non ti tediano, quelli che aspettano sul serio.

Quelli che aspettano a volte si disperano. Ma poco. Giusto il tempo per prender fiato e rincorrere di nuovo l’attesa.

Quelli che aspettano sognano. E amano. Amano bello. E mi sa che son tra i pochi che, alla fine, amano vero.

E mentre mi spazientisco anche io, a un certo punto mi fermo e penso che, invece, la cosa più bella è sapere di essere stati aspettati. Molto aspettati. E, in qualche modo, di esserlo ancora. Di esserlo sempre.

Aspettare, Linus

Single con te

venerdì, luglio 24th, 2015

Se non fosse che tutti i motivi per cui “voglio essere single, ma insieme a te” sono esattamente quelli per i quali, poi, li lasciamo.

I bambini lo sanno

lunedì, luglio 6th, 2015

Una ragazzina di 6 anni, durante una lezione di disegno, sta seduta in fondo alla classe e disegna, disegna.

L’insegnante sa che di solito non sta molto attenta ma in questa lezione sì, molto. E allora, affascinata, va da lei e le chiede

-Cosa stai disegnando?

-Sto disegnando Dio

-Ma nessuno sa che aspetto abbia Dio…

E lei:

-Lo sapranno fra poco

Ken Robinson, TedTalks

Ho trovato questo racconto cercando sotto la parola creatività. A me, sul finale, ha suggerito anche “fiducia”. E che affrontando le cose come ci si presentano si cresce. Ma reinventandosene di nuove si vola. Così, quando ci si interrompe una strada nota, o ci si rassegna di fronte alla realtà o la si ri-immagina. La differenza non sta nella praticabilità: sta nel crederci.
Lo dico a me. E anche a Gina. Che domani mattina ha l’udienza del divorzio. E forza Gine. E Gini.

Dita che disegnano

 

Dell’invasione degli imbecilli

giovedì, giugno 11th, 2015

Sostiene Eco, Umberto, che “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli”. Innegabile. Imbecilli “che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel”. E conclude, anche qui innegabilmente, “È l’invasione degli imbecilli”.

Senonché proprio mentre il nostro tuonava sacrosantamente contro codesta inarrestabile invasione, il professor Tim Hunt, stimato biochimico britannico, membro della Royal Society, intervenendo alla Conferenza mondiale del giornalismo scientifico ha sostenuto fra l’altro:

«Lasciate che vi spieghi qual è il mio problema con le ragazze… tre cose possono succedere quando ci sono delle ragazze in un laboratorio… Ti innamori di loro, loro si innamorano di te, e quando le critichi si mettono a piangere». Conseguentemente dichiarandosi favorevole a “laboratori separati” per gli uomini e per le donne.

Il punto è, caro Eco, che Tim Hunt è un premio Nobel. E non stava al bar.

Quanto al professor Hunt mi è gradito fargli osservare che allo stesso modo molte ragazze potrebbero agevolmente spiegargli quale sia il loro problema con i ragazzi e i baroni nei laboratori, eventualmente anche aiutandosi con un disegnino.

Questo per dire che se i social media hanno dato la stura a tanti imbecilli da bar, non è riuscita manco l’Accademia di Svezia a offrire un argine a quella che imperversa anche fra i Nobel. E che Marie Curie abbia pietà di entrambi.

Marie Curie