Archive for the ‘Parole’ Category

Forza e scoraggio

Monday, April 8th, 2013

La giornata essendo iniziata con un funerale valutavo attorno alle 11 che essa potesse solo migliorare. Essendo alle 12 uscito un sole che lévati, essendomi poi arrivati ingiustificatamente da svariate parti sms e belle sorprese da inaspettati amici, valutavo che effettivamente si poteva virare all’ottimismo più tenace. La sequela di notizie della giornata, però, già alle 15 ricacciava il sole -che perdurava in cielo- dietro inquietanti nuvole. La più nera delle quali credo sia questa:

++ LAVORO: SEMPRE PIU’ SCORAGGIATI, OLTRE 1 MLN OVER-34 ++
ISTAT, +10% IN 2012; IN TUTTO SONO 1,6 MILIONI DI PERSONE

Lascio il lancio di agenzia con con tutto il carico di ansia che le crocette e le maiuscole dell’originale trasmettono. E solo per inciso ricordo che già l’anno scorso il numero era “record”.

Parliamo non di chi il lavoro non ce l’ha ma di chi ha proprio smesso di cercarlo perché si è convinto che non lo troverà mai. E’ “mai”, temo, la parola chiave.

Mai è la Cassazione, è l’assenza di domani, che domani è uguale a oggi possibilmente peggio, mai è l’assenza di ciò che secondo me ci tiene in vita: il “puoi”. Mai è il killer di puoi. E della possibilità di vedere le cose in un  modo diverso.

Mai è la battuta di arresto non solo di chi si arrende: mai è la resa di un Paese in cui cresce solo chi rinuncia a far progredire se stesso. Condannando tutti a non progredire. Mai.

Insomma se c’era un modo per peggiorare una giornata iniziata come vi ho detto, quel modo era certificare con i numeri il “non puoi più”. E, incredibile, è successo.

Mirella

Friday, February 15th, 2013

“Mirella”

Mirella - Foto Fausto Podavini

Mirella è una delle vincitrici del World Press Photo che, come osserva Nomfup, quest’anno è piena di fotografi italiani. E Mirella è “figlia” di Fausto Podavini, Roma.

Mirella, 71 anni,  ne ha passati 43 con l’unica persona che ama, affrontando tutto con lui, dalle difficoltà alle risate e ai momenti belli. Ma negli ultimi sei anni le cose sono cambiate: Mirella, oltre a vivere con Luigi, vive anche con il suo Alzheimer. E da allora la sua vita ha un unico scopo: prendersene cura.

Che l’amore ha tante facce. Anche quando viene preso di spalle.

Che confusione, sarà perchè ti chiamo

Thursday, February 7th, 2013

“Come bisognerebbe chiamare la persona con cui si dorme tutte le notti?” Comincia così un articolo del Corrierone su “la parola che manca alle coppie non sposate” e volto a risolvere il problema del nome della rosa, della rosa di possibilità che si aprono per chi, non sposato, ha comunque un perlappunto. Un-una che? Dice l’articolo che “compagno fa pensare a Berlinguer, partner a un contratto d’affari” e “fidanzato” o “ragazzo” dopo una certa fa strabuzzo di occhio, dunque che rimane? Premesso che pensare un po’ a Berlinguer oggi non potrebbe che far del bene, vista la deriva da cani presa dalla campagna elettorale, c’è che nelle presentazioni pare scatti il momento dei puntini di sospensione con strascinamento delle vocali “ti presentoooooooooooooo”.

Premesso che non è che nelle presentazioni si debba fare l’analisi al carbonio degli stati civili, scusate, maaaaaaaaaaaaaaaa il nome? E infatti deve arrivare Piero Chiambretti, dopo un discreto sproloquiamento di eccelsi pareri, a rivelare la scoperta del Sacro Graal:
“Noi ce la caviamo così: lei è Federica, lui è Piero”.

E se proprio sta soluzione non vi convince invito a calare il jolly: “Ti presento Coso”. E ora fatemi sognare. E ditemi un po’: e voi come vi presentate, ciccini?

Professorè, da Auschwitz nun po’ tornà nessuno

Sunday, January 27th, 2013

“Il fatto delle leggi razziali è stata la peggiore colpa di un leader, Mussolini, che per tanti altri versi invece aveva fatto bene”. Che disdetta, giusto sul fnale sta scivolata, eh Berluscò?

Dunque l’occasione mi è invece propizia per ricordare con chi la storia l’ha studiata un po’ meglio. Un ragazzo del liceo. E’ vecchio, questo post. Di due anni. Ma a ogni fermata dell’autobus ritorna. E soprattutto a ogni fermata del cervello de Berluscone.

Un governo, una separazione e due lavori fa Meri Pop decise di non farsi mancare proprio nulla e accettò di verificare se era in grado di sopravvivere anche al Ministero della Pubblica Istruzione.
Un giorno la chiamò il ministro e le disse: “Meripo’ sto andando ad Auschwitz. Con i ragazzi. Copriti bene”.

Arrivarono una mattina di gennaio davanti a una montagna di neve bianca dalla quale spuntava un cancello di ferro nero. E sotto una gelida nevicata iniziarono a camminare a fatica tra le stradine dell’inferno. I ragazzi accompagnavano il ministro, Meri Pop i giornalisti, il ghiaccio e il silenzio accompagnavano tutti.

Andarono nelle baracche delle donne, in quelle degli uomini, in quelle dei bambini. Poi andarono anche al museo: cataste di abiti, occhiali, capelli, protesi dentarie, scarpe. Davanti a una scarpina singola taglia bambina la linea Maginot di Meri Pop crollò.
E cominciarono a scendere: tante, calde, veloci.

E’ a quel punto che, dal gruppetto degli studenti, se ne staccò uno -primo liceo scientifico, 14 anni massimo 15- e le si avvicinò, facendo cadere un’altra Maginot, quella che in qualche modo aveva tenuto una distanza di sicurezza e di comprensibile reverenzial timore tra i due.  E, dopo ventiquattr’ore di viaggio e di “Dottorè”, il ragazzo le poggiò un vigoroso braccio sulla spalluccia piangente, ed ora anche scossa, ed esclamò:
“Professorè, io me sto a trattenè da un’ora e mo’ tu sbraghi?”

E’ uno dei momenti salienti della Hall of Fame della mia vita. Uno di quelli ai quali ogni tanto attingo nei fotogrammi No. Insieme al fatto che, poche mattine fa, ero su un autobus e a un certo punto ho sentito uno che richiamava l’attenzione di tutto il jumbobus con:

“Professorèèè! Se ricorda?”
e con aria complice e abbassando la voce come dovesse rivelarmi la comune appartenenza alla Massoneria aggiungeva
“semo stati insieme ad Auschwitz”.

Ovviamente non l’ho riconosciuto ma dimenticare è, appunto, impossibile.
Ci siamo scambiati qualche battuta, ha già fatto la maturità. Poi gli ho chiesto quanti anni erano passati da quando eravamo tornati da Auschwitz.

Mi ha guardata e ha preso fiato. Poi:

“Professorè, mica lo so. Me sa che da Auschwitz nun po’ tornà nessuno. Io certe volte ce ripenso e me sembra che sto ancora là”.

Ma un bel libro?

Friday, January 18th, 2013

Enoteca interno sera.

La serata scorre lieve tra un Primitivo di Manduria e un primitivo e basta. Che sarebbe l’ultima sòla maschia rimediata sul mercato dei saldi. La cronistoria degli eventi collegabili al primitivo minuscolo si alterna a sorsate del maiuscolo. Sul tavolo transitano sublimi tartine e piccantissimo cous cous. E’ al terzo rabbocco del maiuscolo che troviamo finalmente la quadra:

-Meripo’ allora io ho detto alla mia amica che ormai trovarne uno decente è un’impresa e siamo circondate di narcisi e immaturi e le ho raccontato le ultime dieci disavventure serali appresso a questo o quello
-E lei?
-M’ha detto: ma un bel libro?

Jean-Honoré Fragonard, Fanciulla che legge, 1770, Washington, National Gallery of Art

La solitarietà

Sunday, January 13th, 2013

Ci sono parole che fanno paura solo a sentirle pronunciare. Ci sono poi altre parole che si incaricano di spaurirle. Una di queste parole del primo caso, per me, è sempre stata “solitudine”. Forse troppe pippe scolastiche sull’uomo “animale sociale” o forse troppi spauracchi culturali soprattutto se a “sola” ci aggiungi “donna”. Donna e sola fa sfigata. Faceva. Forse un po’ fa ancora. O forse, semplicemente, troppo poco coraggio nel mettermi alla prova continuando, per anni, ad aver paura di una cosa che sostanzialmente non avevo mai manco provato a vivere di persona. Fatto sta che intanto solitudine -nella mia testolina- era abbinata a singletudine come se lo stato civile potessee direttamente influenzare lo stato sociale. E allo stesso tempo mai mi era venuto in mente di associarla, chessò, tipo, per dire, a indipendenza.

Alla fine, dopo una serie di tentativi malriusciti di ogni genere, sperimentato che sentirsi soli in due è molto più doloroso che esser soli da soli, timidamente mi avviavo all’effervescente e sia pur tardiva scoperta della stessa. Indipendenza. Che le tre guerre in confronto fecero meno danni. Ma insomma piano piano poco poco pare che ogni tanto pure essa faccia capolino vittoriosa.

Ora, giusto ieri, leggendo Gianni Mura che ricordava Mariangela Melato, dunque nel pieno di un abbinamento di Titani, ha fatto capolino in quel magistrale pezzo una parola che ha d’improvviso illuminato a ritroso anni e anni di sfigata ricerca: solitarietà. Quella parolina in grado, come si diceva all’inizio, di spaurirne altre. Signore e signori, ecco dunque la solitarietà:

«Sono cresciuta con l’idea dell’indipendenza. Non sento la mancanza di un marito o di un figlio. Non sopporto le donne che elencano i loro amori sbagliati, è come darsi dell’imbecille. Io sono selettiva, non ho mai perso tempo o spartito la vita con un cretino». Mariangela Melato (da qui)

I pensieri sono importanti

Wednesday, January 9th, 2013

“Ma io pensavo”. Ecco, care ultime dieci letterine che mi avete inviato, mi sa che -me compresa- il nostro primo problema all’origine di una serie di evitabili sciagure del dopo è il prima e il prima proprio proprio dall’inizio, da quando lo vediamo, lo scrutiamo, PENSIAMO che è proprio quello giusto e cinque secondi dopo già PENSIAMO a come cambiarlo. Per miglioralo, è chiaro. Ecco, lasciamo perdere le migliorìe.  Che, come diceva anche la Nostra Mia, “gli uomini non cambiano”. Prendere o lasciare. Pensiamoci.

« Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero. È con questo che dobbiamo nobilitarci e non già con lo spazio e con il tempo che non potremmo riempire. Studiamoci dunque di pensar bene: questo è il principio della morale »

Blaise Pascal




La giusta di stanza

Friday, December 28th, 2012

Dunque io certe volte cerco di immaginarmi dei posti per me inaccessibili. Esclusi quelli nei quali mi trascina il professor Pi (tranne ora che lui è alle Andamane e io alle anda a casa) mi piace immaginare, che so, la stanza del Tribunale di Milano dove calcolavano un equo indennizzo per Veronica Lario (-quanto si fa? -mah, che ne so, un centomila -centomila mese? -centomila giorno) oppure la stanza “del Vaticano”. Come sono fatte queste stanze? Che c’è sopra le scrivanie? Chi c’è attorno? Chi entra, chi esce. Quali urgenze ci sono in questi giorni? Magari uno dice -Eminenza, ci sarebbe il parroco di Lerici che straparla sul femminicidio – Eminenza, il crollo delle vocazioni. Cioè mi immagino la scrivania piena, tipo, di valori non negoziabili.

(vi cito paro paro da Avvenire: “La categoria della “non negoziabilità” è emersa per la prima volta nel Magistero della Chiesa nella Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica emanata il 24 novembre del 2002 dalla Congregazione per la dottrina della fede. La Nota era firmata dal cardinale Joseph Ratzinger, nella qualità di Prefetto della Congregazione e venne approvata da Papa Giovanni Paolo II. Nel paragrafo 3 della Nota si ribadisce che «non è compito della Chiesa formulare soluzioni concrete – e meno ancora soluzioni uniche – per questioni temporali che Dio ha lasciato al libero e responsabile giudizio di ciascuno».)

Più che altro per capire come mai da quelle stanze esca una cosa tipo “appoggio a Monti”.

L’occasione mi è gradita per riproporre la “Stanza della Segnatura”, di Raffaello.

Le parole per non dirlo

Wednesday, December 19th, 2012

Qualche giorno fa, sulla bacheca del mio amico Giga, mi sono imbattuta in questo:

Le coppie più belle non sono quelle che si baciano ogni minuto e non sono solo “amore” e “tesoro, ma sono quelle che insieme affrontano i problemi della vita, che litigano spesso ma sanno fare sempre pace, che si amano infinitamente senza essere troppo sdolcinati, e che non dicono per sempre, perché sanno che il per sempre non esiste, ma se il loro amore è vero durerà per tutta la vita.

Che questa pure è una cosa che mi perseguita tipo stalker: io a usare “amore” come intercalare non ci sono riuscita mai. Non è che non lo pensi, eh, è che però ho proprio, come si dice, pudore di dirlo. Mi sembra un’assunzione di responsabilità così grande che mica lo so se sono in grado di darle il coerente seguito applicativo. E le poche volte nelle quali mi è scappato, e mai pubblicamente, ne sono seguite conseguenze disastrose, tipo fare tutto il contrario. Dunque, foss’anche per scaramanzia, censuro la tentazione sul nascere. Anche perché il non dirlo mi impegna, di conseguenza, a farlo, ovemai fossi interessata a renderne edotto l’interessato.

Il fatto è che sta cosa mi è sempre dispiaciuta. Cioè io ci rimango male che tutti, quando sono in pubblico, si sdolcinano, si amorinano, si tesorucciano, si ciccinano, si puccipucciano e io -ecchevvelodicoaffà che ovviamente poi mi scelgo sempre orsi tipo me- e io-noi no. E’ come stare in uno stadio in cui la squadra segna, tutti saltano in aria e urlano e tu stai lì ad applaudire con la puntina delle dita tipo la Regina Elisabetta con la borsetta al braccio.

Però invece ultimamente mi è successo che invece no. In questa discrezione pubblica dei sentimenti mi sento a mio agio anche se gli altri puccipucciano. Temo sia uno dei segnali del declino anagrafico.  Che consolatoriamente chiamiamo maturità. Insomma in pubblico questo pudore mi è diventato quasi indispensabile. E’ che così facendo si sviluppano altre forme di comunicazione. Tipo quando manca uno dei sensi e si moltiplicano le capacità degli altri. E sono forme di complicità assoluta. Che si capiscono solo in due.

Ecco a me che lo sappia tutta la tavolata del ristorante o tutto il vagone del treno, che ti amo, non me ne può fregare di meno. Ma non tollererei mai che non lo capissi tu quando ti guardo.

E invece si, abbiam bisogno di parole

Friday, November 30th, 2012

Ancora Alda Merini. Che so’ giornate difficili.
E c’è che, al contrario di quello che dice Ron, noi abbiam bisogno di parole. Il punto è che devono essere quelle giuste.
(Grazie a Click)

Non ho bisogno di denaro.
Ho bisogno di sentimenti,
di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all’ orecchio degli amanti.
Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.

I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.

Superba è la notte
La cosa più superba è la notte
quando cadono gli ultimi spaventi
e l’anima si getta all’avventura.