Archive for the ‘Parole’ Category

Quello che ci salva

giovedì, novembre 26th, 2015

Quando si è fatto buio in sala e lui è apparso dietro un pannello a sbarre mentre pronunciava le parole di Re Claudio, un assassino come lui, beh insomma io ho avuto persino un po’ paura. Perché su quelle tavole di legno c’era Cosimo Rega, condannato per reati di camorra a “fine pena mai”. Quarant’anni di carcere già scontati, tre omicidi alle spalle. Eppure sta su un palco di teatro, il Vascello di Roma, a raccontare la sua storia.

Il punto è che uno con questo curriculum alle spalle oggi invece è attore e scrittore, ha fondato la prima compagnia teatrale di Rebibbia, gli mancano pochi esami alla Laurea in Lettere e Filosofia a Tor Vergata e grazie ai fratelli Taviani, ce lo ricordiamo più come Cassio in Cesare deve morire che per le gesta criminali precedenti.

E lo spettacolo non a caso si chiama noveEtrentatré, cioè citando gli articoli 9 e 33 della Costituzione italiana che sostengono la libertà dell’arte e della scienza e l’impegno dello Stato a promuovere lo sviluppo della cultura, sostenendone le attività e cercando di mettere tutti in condizione di poterne godere.

In conclusione uno pensa Ma cos’è che ci salva, nella vita? E tutto penseresti tranne che possano salvarci le parole. Eppure così è. La parola che, già a dirla, ti trasforma. La parola che a pensarla ti cambia. La parola che lenisce ferite e lo so, è la stessa che le ferite te le ha inferte, diciamo allora una cura omeopatica. Ed è per questo che tutto lo spettacolo, la vita e la strada stanno riassunti e ben comodi dentro un’unica sua frase, che vale per lui e valga per il riscatto di tutti:

“Dopo che ho conosciuto il teatro ‘sta cella me pare ‘na prigione”

Cosimo Titti

Tiziana Sensi e Cosimo Rega

Teatro Vascello (fino a stasera…)
“noveEtrentatré”
Liberamente tratto dal romanzo di Cosimo Rega  “Sumino ‘o Falco. Autobiografia di un ergastolano”
Con Cosimo Rega, Mariateresa Pascale e gli studenti del D.A.M.S. di ROMA TRE
Regia di Tiziana Sensi

Ditelo con un fiore

venerdì, novembre 13th, 2015

Avendo chiesto alla mia amica Shylock un fioraiocomesideve lei mi ci ha mandata. Dalla fioraia. Che poi è la stessa dalla quale ogni tanto si ferma il professor Pi quando è in trasferta acquisendone, e recandomela, una rosa più alta di me.

Così mentre aspettavo che confezionasse l’opera floreale ho alzato gli occhi su una lavagna ove troneggiava un motto motivazionale che quivi lasciovi programmaticamente per il uichendo:

Sii quel tipo di donna che appena poggia i piedi a terra ogni mattina fa dire al diavolo “Oh merda si è svegliata”.

Donna & diavolo

Quelli che aspettano

martedì, settembre 29th, 2015

-Situazione sentimentale?
-Aspetto

Che tutto sommato è la gioia migliore. Quella di chi aspetta. Ora che abbiamo i pensieri prima ancora che ci nascano e le cose prima ancora di desiderarle. Ora che si va in fretta. E che in fretta bisogna ottenere.

C’è il mondo che corre. E poi ci sono quelli che aspettano. Sono pochi. Silenziosi. Non ti tediano, quelli che aspettano sul serio.

Quelli che aspettano a volte si disperano. Ma poco. Giusto il tempo per prender fiato e rincorrere di nuovo l’attesa.

Quelli che aspettano sognano. E amano. Amano bello. E mi sa che son tra i pochi che, alla fine, amano vero.

E mentre mi spazientisco anche io, a un certo punto mi fermo e penso che, invece, la cosa più bella è sapere di essere stati aspettati. Molto aspettati. E, in qualche modo, di esserlo ancora. Di esserlo sempre.

Aspettare, Linus

Single con te

venerdì, luglio 24th, 2015

Se non fosse che tutti i motivi per cui “voglio essere single, ma insieme a te” sono esattamente quelli per i quali, poi, li lasciamo.

I bambini lo sanno

lunedì, luglio 6th, 2015

Una ragazzina di 6 anni, durante una lezione di disegno, sta seduta in fondo alla classe e disegna, disegna.

L’insegnante sa che di solito non sta molto attenta ma in questa lezione sì, molto. E allora, affascinata, va da lei e le chiede

-Cosa stai disegnando?

-Sto disegnando Dio

-Ma nessuno sa che aspetto abbia Dio…

E lei:

-Lo sapranno fra poco

Ken Robinson, TedTalks

Ho trovato questo racconto cercando sotto la parola creatività. A me, sul finale, ha suggerito anche “fiducia”. E che affrontando le cose come ci si presentano si cresce. Ma reinventandosene di nuove si vola. Così, quando ci si interrompe una strada nota, o ci si rassegna di fronte alla realtà o la si ri-immagina. La differenza non sta nella praticabilità: sta nel crederci.
Lo dico a me. E anche a Gina. Che domani mattina ha l’udienza del divorzio. E forza Gine. E Gini.

Dita che disegnano

 

Dell’invasione degli imbecilli

giovedì, giugno 11th, 2015

Sostiene Eco, Umberto, che “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli”. Innegabile. Imbecilli “che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel”. E conclude, anche qui innegabilmente, “È l’invasione degli imbecilli”.

Senonché proprio mentre il nostro tuonava sacrosantamente contro codesta inarrestabile invasione, il professor Tim Hunt, stimato biochimico britannico, membro della Royal Society, intervenendo alla Conferenza mondiale del giornalismo scientifico ha sostenuto fra l’altro:

«Lasciate che vi spieghi qual è il mio problema con le ragazze… tre cose possono succedere quando ci sono delle ragazze in un laboratorio… Ti innamori di loro, loro si innamorano di te, e quando le critichi si mettono a piangere». Conseguentemente dichiarandosi favorevole a “laboratori separati” per gli uomini e per le donne.

Il punto è, caro Eco, che Tim Hunt è un premio Nobel. E non stava al bar.

Quanto al professor Hunt mi è gradito fargli osservare che allo stesso modo molte ragazze potrebbero agevolmente spiegargli quale sia il loro problema con i ragazzi e i baroni nei laboratori, eventualmente anche aiutandosi con un disegnino.

Questo per dire che se i social media hanno dato la stura a tanti imbecilli da bar, non è riuscita manco l’Accademia di Svezia a offrire un argine a quella che imperversa anche fra i Nobel. E che Marie Curie abbia pietà di entrambi.

Marie Curie

Dieci e lode

martedì, maggio 19th, 2015

Dunque ciò che di Santiago Calatrava mi lasciò a boccaperta a Valencia -cioè il Planetarium, detto anche “l’occhio”- erano gli integrali. I numeri. Cosiccome la perfezione del broccolo romanesco -sublimata nella corrispondente pasta con- è merito di un frattale (no, non le frattaglie, marescià, quelle servono per la pajata).

I pensieri, a metà fra Fibonacci e la sora Lella sono arrivate dopo aver trovato, tramite la sempresialodata bacheca del socialcoso del Professor Pi, questa riflessione postata da un suo collega scienziatissimo anche lui, il Professor D. Dei, Luigi Dei.

“Se ammiri una magnifica statua son le proporzioni che ti fanno venire un tuffo al cuore, se resti incantato dalla prospettiva di un quadro o dalle armoniose volute di un palazzo rinascimentale sono i rapporti che ti stordiscono, se ascolti della musica inebriante e armonica son frequenze e durate espresse con frazioni semplici che ti danno scariche di dopamina, se leggi estasiato versi endecasillabi ringrazia quel numero, l’undici, se alzi gli occhi al cielo e vedi le magnifiche superfici di Calatrava son gli integrali che le riportano a dimensione nota, se resti senza parole alla meraviglia di certe forme della natura ringrazia, per favore, i frattali, se infine vedi una donna o un uomo anziani che si disperano, versano calde lacrime e si lamentano di non avere più percezione delle meraviglie del mondo, sappi che non sono ciechi o sordi: non si ricordano più la bellezza dei numeri e della matematica”.

Il Planetarium (detto l'occhio) di Santiago Calatrava, Valencia

Che una cerca di evitare tutta la vita la matematica dicendo che non la ama e quella poi ti rispunta a sorpresa in tutte le cose che ami. E, oggi, penso sconsolatamente di essermi persino vantata di non amarla e di non-sapere-nulla-di-matematica. E’ stata una sciocchezza. Perché è come dire non amo e non so nulla di tutte le cose belle della vita.

Quindi grazie per aver indotto il ripensamento tardivo, grazie al professor Pi e al professor D, Dei. Quindi Dei gratias.

Però

giovedì, aprile 23rd, 2015

Però dire che il divorzio breve sfascia le famiglie in sei mesi è come sostenere che sono i tempi infiniti di una causa a tenerla insieme.
Non mi pare sia un gran valore neanche questo, diciamo.

Mi piace

giovedì, luglio 3rd, 2014

Se ti piace, tu non gli piaci.
Se gli piaci, a te non piace.
Se vi piacete entrambi arriva tua madre con l’aspirapolvere e ti sveglia.
(Francesco, sul socialcoso del Cinguettìo, veicolato da Rossa)

Generazione manco Penelope

mercoledì, luglio 2nd, 2014

Mi stavo misurando, insieme a un nutrito gruppo di googlatori, con la questione della generazione Telemaco quando mi sono imbattuta nella questione Penelope.

Sia chiaro tutto sommato questa è stata pure fortunata. Penelope, intendo. Non era partita un granché: gettata in mare per ordine del padre appena nata. Però ecco che arriva un gruppo di anatre che la porta a riva, in salvo. A quel punto i suoi se la riprendono e la chiamano Penelope. Che, ve lo dico, significa appunto anatra. Una scoperta la cui ricaduta psichica è difficilmente quantificabile in danni. Ma andiamo avanti. Per la questione delle probabilità statistiche a un certo punto la sfiga molla un po’ e lei si innamora ricambiata di tal Ulisse. Viaggiatore. Perfetto.

Senonché però questo viaggia modalità fai-da-te-no-Alpitour, cioé da solo. Dunque sparisce. Vent’anni. Ripeto: vent’anni. Lo dico a beneficio di una parte dell’utenza che al massimo li vede sparire il weekend in cui stanno con la moglie. O di quell’altra parte per la quale spariscono il tempo di una “pausa di riflessione”, di un “ho bisogno dei miei spazi” che però difficilmente supera l’intervallo fra la sòla di quell’altra e la stiratura delle camicie di ricambio. C’è pure una sostanziosa parte per le quali spariscono prima ancora di essere mai stati effettivamente presenti ma di questo magari parliamo un’altra volta.

Penelope, l’anatra, dicevamo, lo aspetta vent’anni. In assenza degli smartphone e di twitter e facebook inganna l’attesa ugualmente perdendo tempo costruendo tele e sudari di giorno che si smontano di notte. Non cambia molto rispetto a noi che ci illudiamo di averli conquistati 2.0 a mezzogiorno e ricevere la sòla prima dell’eppiauar.

Quelle che aspettano -quasi tutte, chi per un motivo chi per un altro tutte sempre qualcosa aspettiamo- stan dunque a lì a sognare un ritorno, o un arrivo, di qualcosa che nella maggior parte dei casi nessuno dei poveruomini ha loro mai promesso: semplicemente l’avevamo “intuita”, ci era chiarissima. Ma continuava a non arrivare, pur essendo lì lampante in evidente avvicinamento.

Ma la cattiva notizia, bellemie, deve ancora arrivare. Lei aspetta vent’anni, è vero, ma alla fine questo torna -e già qui siamo al quasi miracolo- ma in più lei si accorge di volerlo ancora. Ma noi, al contrario di Penelope, dovremmo invece sempre augurarci di essere in attesa. Perché spesso alla fine quello che abbiamo aspettato tanto arriva. Ed è lì che invece stava da mo’ ad attendere noi la maledizione di mancoPenelope: che quello che hai aspettato tanto non ti interessa più.

Dunque ricordiamolo: l’amore di norma non finisce all’improvviso nel “dove cazzo eri?”. Finisce, un pezzetto alla volta, nel “non fa niente.