Archive for the ‘Rievoluzione’ Category

Un posto al sole

Monday, April 29th, 2013

Il mio amico Effe è tornato da un viaggio di lavoro all’estero.
Il mio amico Effe è tornato entusiasta per quello che ha visto in questo estero.
Il mio amico Effe ha visto questo estero inguaiato ma in crescita e orgoglioso del proprio cammino. E gli hanno detto che però non basta crescere, tocca pure crescere bene. Una crescita se non proprio felice quantomeno contenta. E ambientalmente accettabile.

Il mio amico Effe dice che in quel posto ha lavorato su alcuni progetti di sviluppo per i quali qui non aveva avuto grande ascolto.

Si Meripo’ ma dov’è sto posto?

Ah si: il mio amico Effe è tornato dal Togo. Non il biscotto.

La Passione secondo Alemanno

Friday, April 26th, 2013

Succede nella patria del Belcanto e nella Capitale d’Italia e anche un po’ del barocco, Capitale ahimè sempre più di declino ostello e un po’ bordello, che un solerte pizzardone appostato in anfratto di artistica fontana, abbia eroicamente assicurato alla giustizia amministrativa l’incivile atto del violoncellista diplomato che suonava Bach in strada con cinque minuti di anticipo sulla solerte ordinanza che disciplina il sol maggiore nonché quello dell’avvenire.

La storia ce la racconta oggi Daniela Amenta sull’Unità a pagina 13 (non ho il link. Si ora ce l’ho: eccolo qua). Fabio Cavaggion è un quarantenne maestro diplomato al musical Conservatorio. Son tempi nei quali un diploma di tal fatta difficilmente può aiutare a sbarcare il lunario. E il maestro Cavaggion ha ripiegato sulla strada. “Sono appena tornato dal Portogallo -racconta sul quotidiano- ho bussato alle porte di tante orchestre, ho provato anche a Santa Cecilia. Ma non c’è niente da fare”.

Il maestro allieta dunque dove può. Educa le nostre orecchie, ingentilisce il nostro cuore e per quanto di sua competenza, e probabilmente a sua insaputa, sta contribuendo a salvare il mondo come I Giusti di Borges.

Per lui non ci sarebbe ricompensa. Dovremmo solo dargli una medaglia al valor civile. In compenso c’è una multa e non è neanche la prima. Pare che il pubblico abbia rumoreggiato e preso le sue difese davanti al pizzardone. Ma niente.

Ora, sindaco Alemanno, ascolti se non Cavaggion almeno un consiglio: faccia questo bel gesto. Esca da questi cinque anni di dolore ostello e bordello da statista: ci vada lei da Cavaggion. E lo inviti a suonare sulla Piazza del Campidoglio. Tipo come fece Rostropovich sotto al muro di Berlino. Che sempre di cadute rovinose parliamo.

Grazie


E già che ci siamo ascolti anche questa:

Aggrappati per i capelli

Monday, April 22nd, 2013

Nell’assoluta impossibilità di trovare da giorni un qualsiasi appiglio barra punto di riferimento barra lumicino barra spiraglio per risalire dal gorgo, sono appunto giorni che continuano a tornarmi in mente solo i capelli di Maria D’Antuono.

Maria D’Antuono, 98 anni, fu  trovata viva dopo 30 ore sotto le macerie a Paganica, nel terremoto che sconquassò L’Aquila.

Appena la tirarono fuori, dopo un giorno e mezzo trascorsi sotto ai calcinacci, oltre ai soccorritori trovò pure l’assedio di telecamere  e giornalisti che, nell’assoluta impossibilità di tacere, le chiesero cosa avesse fatto in quelle 30 ore là sotto. Che un bel tacer non fu mai scritto e meno ancora televisionato.

Lei, frastornata ma più lucida degli interlocutori, non si sottrasse e replicò: “cosa ho fatto tutto questo tempo? Ho lavorato, ho fatto l’uncinetto, ho mangiato qualche cracker”. Poi sbottò: “Ma almeno fatemi pettinare!”.

Da giorni mi aggrappo a quei capelli, a quell’uncinetto e quella spazzola. Non necessariamente in quest’ordine. Cioè mi aggrappo all’idea, o quantomeno alla speranza, che dalle macerie si possa non solo riemergere ma farlo con dignità e vigore. Certo ci vorrebbe non dico una corda di sicurezza ma almeno una spazzola. Quantomeno un uncinetto.

Del “Finché ce la faccio”. Ora si agganci il matrimonio al papato

Monday, April 15th, 2013

Per quegli insondabili motivi,  in realtà sondabilissimi solo a volerci spendere da un analista l’equivalente di una multiproprietà, da giorni andavo racimolando sostanze solvibili e risorse emotive per effettuare il bonifico all’avvocato divorzile. Giusto stamane mi sembrava arrivato il momento giusto. Quindi mi recavo solertemente nella deserta banca (Meripo’ è perché tu sei Flinstones e ancora non li fai con l’onlàin) ove compilavo tutto il compilabile. Poi, alzando lo sguardo sull’orologio e il datario dell’istituto di credito ma soprattutto di debito, venivo folgorata dalla data. Non paga dello stupore (e non paga è proprio il caso di dirlo) chiedevo all’omino

-Scusi ma questo coso va bene?
-Si signora sono le nove e trenta
-No scusi ma è giusta anche la data?
-Si signora è lunedì 15 aprile
-No, ma, che veramenteee???
-Signò se ne deve fa’ una ragione: è lunedì

Il punto è che giustappunto il 15 aprile di venti anni fa io giustappunto a quest’ora (11,30) contraevo concordatario matrimonio. Una coincidenza sulla quale Woody Allen ci avrebbe campato una decina d’anni. Che se ci pensate già una cosa che si chiama come una malattia (ha contratto matrimonio e anche morbillo) non è che preluda a radiosi futuri. E però mi è sembrato anche che il problema fosse quell’illusione del “finché morte non ci separi”: che tranne i diamanti e Andreotti che sono per sempre ormai anche il Papa è “finché ce la faccio”. E allora mi è anche sembrato che, nel mordi e fuggi generale, vent’anni fossero un onorabilissimo record di buona volontà. Oltre il quale è inutile accanimento.

Dunque ora mi sento meglio. Tranne il fatto che, al netto di questo problema del 15, oggi è comunque lunedì.

Fuga per la libertà

Sunday, April 7th, 2013

“Ogni sua giornata inizia con Bach”: è questa la riga che prediligo dello sterminato curriculum di Mario Ruffini, musicologo, compositore, direttore d’orchestra ma soprattutto spargitoreinognidove di Bach. Finora sono riuscita a incontrarlo solo sul socialcoso nonostante da tempo lo stia pedinando dove posso in questo suo globale spargimento. Ho provato a farmi largo al World Bach Fest di Firenze un anno fa senza successo ma felicemente incredula di fronte a quello snodarsi di file da Michelangelo a Brunelleschi.

Ed è così che oggi ho visto, sul socialcoso, che è riuscito a portare l’”Arte della Fuga” dove mai avrei immaginato: in carcere. Lì dove la Fuga per la libertà può realizzarla solo Bach. E Mario Ruffini.

Ecco il suo post:
“LA PASQUA DEGLI ULTIMI CON GLI ULTIMI
150 fra detenuti e autorità hanno vissuto nel Carcere di Castrogno (Teramo) il dono musicale che abbiamo fatto a quella Casa Circondariale con “L’Arte della fuga” di Johann Sebastian Bach. Un momento bellissimo che speriamo possa far parlare del problema carceri e portare le case di pena a condizioni di vita umane per i detenuti. Solo così potranno vivere la detenzione come momenti di rinascenza in attesa della libertà”.

Uccellacci e uccellini

Thursday, March 21st, 2013

DRIIIIINNNNN
-Professor Pi….
-Meri, scusa sono le sei e ancora non hai scritto niente, neanche la primavera ti ispira? Che ci hai, la primavera silenziosa?

Mo’ io non lo so se è esattamente questo a cui si riferisse il professor Pi ma mi è tornato in mente che anni fa, in una delle sliding doors della mia vita, mi imbattei in un dream team lavorativo di rara competenza. Arrivai buon’ultima e ogni tanto echeggiava nella stanza come un mantra

-Ah, la primavera silenziosa…

Non era costume andare a precipitarsi su Google e per qualche mese continuai ad annuire come i cagnolini che si mettevano sul lunotto della macchina dei nostri papà (mi riferisco ai pupi degli anni Sessanta massimo Settanta, gli altri forse potranno trovarne qualche esemplare nei musei vintage). Finché un giorno, un 21 marzo, all’ennesimo sospiro sulla Primavera silenziosa mi feci coraggio:

-Ma che è sta primavera silenziosa?

Fu lì che venni rumorosamente a conoscenza del fatto che, nell’anno di grazia 1962, tal Rachel Carson, aveva scritto un libro, poi diventato un vero e proprio manifesto ambientalista, sui danni irreversibili provocati dal DDT e dai pesticidi sull’ambiente e su di noi: la primavera era silenziosa perché nei campi, rispetto ai decenni passati, cantavano molti meno uccellini. Uccisi dai pesticidi.

Dopo 50 anni la primavera è ancora silenziosa sul fronte delle vittorie ambientali. Ma, se dovessi dirvi, io quest’anno la sento invece piena di caciara. Di inutile, insopportabile e volgare caciara. Proprio ora che avremmo bisogno di parole, e di azioni, di buon senso. E invece mi sembra tutto inadeguato e fuori tono. Tutto sguaiato. Al punto da desiderare il silenzio.

Forse sono io che invecchio male. E me sembra di stare come Carlo Verdone nel finale di “Un sacco bello” quando, sdraiato con la sua bella in un parco, vorrebbe godersi quel momento in pace e invece tutt’intorno gli uccellini son diventati cornacchiette che strillano, strillano, strillano. Finché lui si alza e liberatoriamente gli strilla

E STATEVE ZITTI!

La rivoluzione del salutismo

Monday, March 18th, 2013

Diceva mia nonna che, in qualsiasi circostanza, sono due i momenti fondamentali ai quali fare attenzione: come entri e come esci. Dal lavoro, dalle amicizie, dagli amori, dalla vita, dalla porta, tutto ruota attorno al primo e all’ultimo atto. E dunque, fatte salve le considerazioni sulla gestione delle prime performance parlamentari, ho trovato quantomeno insolito che il cambiamento del mondo nella visione cinquestellata, potesse scaturire da  atti di questa pregnanza:

“Ieri sera un gruppo di noi si stava dirigendo verso l’uscita dell’aula, ci ferma la Bindi e ci dice: “Ma presentiamoci, così cominciamo a conoscerci!!!”. Io ho tirato dritto e me ne sono andata… ma ti pare che ti do la mano e ti dico pure “piacere”??? No guarda, forse non hai capito: NON E’ UN PIACERE!!!”.

Certo, ci sono stati tempi nei quali le rivoluzioni iniziavano con una cannonata e dunque tutto sommato queste tre righe di status Facebook almeno risparmiano le munizioni: ma sono ugualmente violente e rumorose. Le dobbiamo alla neodeputata M5S Gessica Rostellato che, dopo aver preso visione della rivoluzione quell’altra -contro di lei- suscitata dal proclama anti-salutista, così si è giustificata:

“Chiedo scusa a tutti coloro che si sono sentiti offesi dalla mia dichiarazione. Io non intendevo essere maleducata. Purtroppo non riesco ad essere falsa e se una persona fa finta di avere piacere di conoscerti e ti fa sorrisi falsi, scusate ma non ce la faccio…. so che il mio ruolo mi chiederà di farlo, probabilmente mi dovrò abituare! Scusate ancora”.

Dunque siamo nel campo del “non sono ipocrita, se non mi piaci non ti saluto”, tipico dell’età adolescenziale che spesso si prolunga per tutta la vita.

Stupisce che, giusto ventiquattro e quarantott’ore prima, avevamo invece salutato l’altra rivoluzione, quella di Papa Francesco, che si è annunciata giustappunto a suon di saluti: perchè le prime e seconde e terze parole del nuovo Papa che più hanno sorpreso sono state proprio “Buonasera. Buongiorno. Buon pranzo”. La rivoluzione di una ritrovata gentilezza.

Perché, questo prima o poi tocca trovà il coraggio di dirlo pure ai neo rappresentanti cinquestellati, salutare o non farlo non è più o meno rivoluzionario: è solo buona educazione. E di norma la si apprende nei primi cinque anni di vita. Temo dunque che i proclami di cambiamento del mondo debbano subire un momentaneo slittamento e lasciare il posto alla fase educativa “basic”:

-Gessica, saluta la signora.

L’ultimo metrò

Thursday, March 14th, 2013

Arriva dalla fine del mondo, dice “Buonasera”, si paga l’albergo e va in giro in metropolitana. Ha anche avuto una fidanzata, la qual cosa rende Papa Francesco vieppiù interessante per questo sentimental blogghe. E’ così: siamo talmente disorientati e bisognosi di punti di riferimento che anche il cardinale-ora-Papa che viaggia in metro ci offre ragionevoli brandelli di speranza. Come quelle “rotondità” di linguaggio, di gesti e di simboli dei quali ben spiega Giovanna Cosenza.

Abbiamo bisogno di qualcosa attorno alla quale poter tornare a sognare e sperare. Per non andare troppo lontano, tanto meno alla fine del mondo, un’amica mi ha chiamata dopo il primo appuntamento con un uomo e mi ha detto entusiasticamente “Meri, usa bene il congiuntivo”.

Abbiamo bisogno di un punto di riferimento. Di un appiglio nella tempesta. Non una vagonata: ormai basta anche un vagone. Un vagone della metro nel quale riconoscere, oltre al futuro Papa, anche un po’ di noi stessi. Quella parte di noi che aspetta un segnale dopo il quale scatenare non l’Inferno, forse neanche il Paradiso ma almeno un Quasiquasi. Mai come ora ci vuole coraggio, oltre che fede, per credere nella Resurrezione. Siamo a terra. E talmente scoraggiati che ci sembrerebbe già un miracolo poter credere nella possibilità di Risollevarci. Vi preghiamo, quindi, di aspettare ancora qualche ora per dimostrarci che ci sono le ombre. Lasciateci qualche altra ora di luce. Di lumicino, quantomeno. Quello al quale è ridotta ora la speranza. Noi stiamo come Archimede: dateci un vagone e ci risolleveremo al mondo. Forse.

Di ciò che ci rende tollerabile la vita

Sunday, March 3rd, 2013

Mi rendo conto che non sia una delle questioni più in primo piano del momento ma è da stamattina che mi provoca come un peso, un’intolleranza, per meglio dire. Dunque, avendo scelto di starmene stampa-free, alle 14 prima dell’inizio delle partite, mi ha raggiunto l’alert del Professor Pi
DRIIIIIIIIIIIIIIIIINNNN
-Professor Pi come va?
-Meripo’ volevo dirti che, saltando a piè pari da pagina 1 a 17 di Repubblica di oggi, ho però incontrato la prima notizia che a mio avviso meriti a pagina 18.

In sintesi la notizia che mi comunica il laico, anzi proprio agnostico professor Pi, è questa: a Brescia c’è una bambina celiaca che si sta preparando alla Prima Comunione ma rischia di non farla perché la Chiesa vieta di usare ostie “speciali”:

«Sono stati molto gentili e comprensivi ma anche irremovibili» dice la mamma della bambina di 7 anni, celiaca e con una grave forma di diabete, che si sta preparando alla prima comunione. «Per la Chiesa, infatti, senza glutine un’ostia non è un’ostia, e non si può consacrare». Pare che senza glutine una farina non sia farina dunque non c’è panificazione. E Gesù ha consacrato pane. La Chiesa deve essere certa, insomma, che il glutine nelle ostie ci sia, per poterlo assimilare al corpo di Cristo.

Il mio pensiero è andato alla giovane older, che è celiaca ma regolarmente Comunicata. E la prima buona notizia ci arriva dalla provincia romana (più precisamente zona etruschi) nella quale, lo dico ai “colleghi” parroci di Brescia, la locale per quanto campagnola Chiesa invece le ostie gluten-free le usa, le bendice e le comunica ai Comunicandi. Avendo rintracciato poi anche svariate ditte produttrici, che non recano l’effige della scomunica, mi augurerei che l’eventuale dubbio farinaceo di Brescia possa essere al più presto corretto e ricompreso in una misericordia panificante e pacificante.

Che, cari ministri di Dio, io vi prego: è un momento difficile per tutti e chi meglio di voi sa cosa voglia dire essere in vacanza. Vacanza di sede e di certezze, intendo. Chi meglio di voi può comprendere come proprio in questi momenti ci sia assoluta necessità di credere. Credere che ancora in qualche luogo risieda il germe non di grano ma di un’intelligenza che possa rimediare almeno a questo genere di problemi mentre ben altri ne stanno lievitando.

Ve ne prego, dunque, unici ministri ancora in carica, aiutateci a rendere più tollerabile la nostra vita. A voi di Brescia è chiesto di iniziare dal glutine? Non indugiate, abbiate coraggio, fatelo. Sono tempi nei quali, senza che ve ne rendiate conto, potrebbe essere, proprio il vostro, il germe della rivoluzione della quale abbiamo più bisogno: quella del buon senso.

La scensione

Thursday, February 28th, 2013

Tra gli innumerevoli vantaggi dell’essere childfree c’è indubbiamente quello di potermi vigliaccamente sottrarre alla spiegazione di alcuni passaggi cruciali della vita niente affatto chiari neanche a me. Quindi premettendo che ho in sospeso con la giovane older una interrogazione a risposta orale su
-Mamma, che è un governissimo? (e la sventurata madre girò a zia il compito)
c’è che poi puoi essere chilfree ma da aunt non si può certo abdicare e dunque oggi mi sono chiesta se e come sarei mai stata in grado di spiegarle questo:

Un Papa che lascia. E vola via. Che scende dalla croce. Che in qualche modo sale su un’altra. Che dice perdonatemi, io non ce la faccio più. Un gesto che, a pensarci, potrebbe aprire un varco di disperazione incommensurabile.  Perché se non ce la fa Lui come posso farcela io? Che mia nonna Quintina diceva sempre che “Dio ci manda solo le croci che possiamo sopportare”. Che l’Ascensione l’abbiamo interiorizzata. Ma la scensione, dal Soglio, questa poi non pensavamo mai,

E dunque oggi questo Papa sconfessa un po’ nonna Quintina ma forse apre un varco di speranza. E qualcosa di ancor più grande: il concetto che non sempre arrendersi sia vigliaccheria ma, nell’epoca della competizione fino alla morte, riconoscere il senso del limite e farlo diventare Santità.

Ecco, spero che invece alla giovane older sia tutto chiaro. Che a venire dietro a me rischia di ritrovarsi flambè come Giordano Bruno. E però una cosa la confesso: a me questo Papa non m’ha convinta mai. Oggi invece, purtroppo, mi ha conquistata.