Archive for the ‘Di tutto un po'’ Category

Partire è un po’ restare

Saturday, April 27th, 2013

Come vi dicevo qualche governo fa, il Professor Pi si trova attualmente impegnato in una missione scientifica internazionale in quel di San Paolo del Brasile a studiare l’algoritmo della samba. La missione lo terrà lontano ancora -almeno- per il voto di fiducia e un paio di consigli dei ministri. Non è escluso che abbia scelto l’espatrio anche in ragione degli ultimi accadimenti geopolitici ma mi pare più probabile la tesi del richiamo scientifico delle oba oba. Va anche detto però che, in ragione delle mie caduche condizioni di psicolabilità già in situazioni normali e vieppiù alla luce degli ultimi politici accadimenti da due mesi in qua, egli -mossosi a pietà- mi abbia messo a parte della rivoluzionaria scoperta dello Skype.

Trattasi di un insondabile mistero attraverso il quale due corpi immersi in due diversi emisferi terrestri sono condannati aiutati a non perdersi mai di vista. Il corpo immerso in Brasile clicca una iconcina azzurra sul computerino e nel giro di qualche squillo si materializza in formato A4 il corpo immerso nel casino nell’Italia.

In realtà, non so per quale inceppamento, il corpo immerso in Italia lo vede ma quello in Brasile non vede quella in Italia. Il che si è rivelato provvidenziale sia quando ho trovato chiuso il parrucchiere che quando mi è scoppiato il raffreddore ciclopico.

Tutto questo per dirvi che, ora che lui sta al Tropico del Capricorno e presumibilmente io in quello delle capricorna, in realtà ci vediamo più di prima. E a fronte dei fine settimana con 300 km di separazione, ai 10.000 km ci si vede tutti i giorni, anche un paio di volte al giorno. Sostanzialmente una convidenza di fatto.

L’occasione, poco fa, gli è stata proprizia per osservare che:
-Certo Meripo’ che la tecnologia è una cosa molto bella. Ma ci ha di fatto reso impossibile andarcene da qualsiasi luogo. In qualche modo si rimane. Si rimane sempre lì. Lì da dove si è partiti.

Che ora che ci penso certe volte non succede solo coi viaggi. E con Skype. Che certe volte uno pensa di aver fatto chissà quanta strada e aver fatto chissà quali cambiamenti e poi si ritrova al punto di partenza senza nemmeno il conforto di Skype. Mh. Ora devo chiedere al Professor Pi se ha un rimedio scientifico anche per questi casi. Non so tipo l’algoritmo della capoeira.

Ora però vado che Skype sta suonando, tipo Toquinho. E gli devo spiegare che è successo oggi.

Mai dire giammai

Thursday, April 4th, 2013

Caro Signor giudice, no, non ce l’abbiamo fatta.

Ci creda, ci abbiamo provato in ogni modo. Ci siamo entrati di corsa ed entusiasti come due astronauti sulla sonda per Marte e ne siamo usciti bastonati come due impiegati della Lehman Brothers, con tanto di scatoloni in mano. Libri in tribunale, appunto. Glielo assicuro, le abbiamo provate tutte, prima di arrenderci. Ma no, non ce l’abbiamo fatta.

Una cosa sola, signor giudice, le vorrei però chiedere, prima che ci si riveda all’udienza: mi rendo conto che da qualche parte nei sotterranei di quei palazzoni della Giustizia ci sia rinchiuso un incartapecorito e stantìo omino che su una scrivania polverosa e tarlata sta lì a predisporre moduli uguali per tutti quelli che si avventurano senza meta e senza speranza verso un Calvario chiamato separazione e divorzio. Però che le si debba dichiarare che “i due coniugi hanno cessato ogni tipo di convivenza non essendo più possibile ricostruire nessun tipo di rapporto, giammai affettivo” ecco questo no. “Giammai affettivo” non lo so gli altri ma io questo mi dispiace ma no.

Che anche questo, signor Giudice, le volevo dire. Che son momenti un po’ tosti e non è vero che è una formalità: non lo è mai, anche quando è finita. E allora aiutateci almeno voi quando predisponete i moduli. Se ne legga uno. E pensateci. Pensateci che in ogni riga, su quel modulo, c’è la certificazione del nostro fallimento. E di tutto abbiamo bisogno tranne che si certifichi pure il fallimento dell’italiano. Che è una lingua ricca, almeno lei. E in grado, ne sono certa, di offrire un minimo conforto persino in momenti come quelli.

Vabbè, eccellentissimo, voglia predisporsi alle modifiche in calce al presente atto.

Cordialmente Sua
Meri Pop

Ora corri dietro al vento e sembri una farfalla

Saturday, March 23rd, 2013

Alla fine te ne sei andata come dentro a una canzone di Lucio Dalla: che tu “così come una farfalla ti sei alzata per scappare”. E io sono rimasta lì davanti, davanti allo schermo: “Cosa ho davanti, non riesco più a parlare, non riesco a capire dove vorresti andare, vuoi andare a dormire”.

Tu, che noi non ci siamo mai viste di persona ma solo nelle faccine del socialcoso. Tu che io oggi mi sembra di averti incontrata sempre. Tu che era stata Lorena a presentarci a distanza e io non lo sapevo, che c’era poco tempo. Perché questo è il punto: pensiamo sempre di averla in mano noi, la clessidra e poterla girare quando vogliamo. E riavviarlo, il tempo.

Tu che io poco fa sono venuta a cercarti a casa, la casa 2.0, per vedere se si fossero sbagliate. Tu che invece hanno ragione. Tu che l’ultima cosa che ho trovato scritta è “Quando la musica regala l’eternità. Grandi tutti per Lucio”.

Quando la musica regala l’eternità. E speriamo che la regali anche l’amicizia.

Professorè, ma ora che c’è Internet lei a che serve?

Monday, February 11th, 2013

So che la notizia è del tutto secondaria rispetto all’impatto atomico della principale ma non riesco a non pensare che oggi, nell’era del 2.0, l’annuncio del secolo l’ha dato una donna -italiana- che sa il latino: Giovanna Chirri, vaticanista all’Ansa. Le cose le racconta bene l’Huffington Post e sono andate più o meno così: “Quando il Papa ha cominciato a sussurrare in latino il discorso di addio sono andata in panne: ho pensato che era assurdo. Sapevo, come tutti, quel che aveva scritto nel suo libro. Ma ero convinta che non si sarebbe dimesso (…). Sapevo della portata della notizia: ho cercato di contattare l’agenzia, di farla ri-verificare, anche se non avevo dubbi sul mio latino, poi a fare il flash ci hanno pensato loro. Ed è così che ho dato la notizia”.

E’ a quel punto che mi è tornata in mente una frase che sta scritta sui muri di Barbiana, nelle stanze che furono le aule di Don Milani:
“L’operaio conosce 100 parole, il padrone 1000: per questo lui è il padrone”

E poi me ne è tornata in mente anche un’altra, quando una volta un’insegnante mi raccontò che, entrata in classe, uno studente con aria di sfida le chiese:
-Professorè, ma ora che c’è Internet lei a che serve?
E lei rispose
-A insegnarti quello che devi cercare su Internet

Insomma mi sa che alla fine si può cercare di conquistare tutto nella vita: ma se sai un po’ di “latinorum” e “mille parole” sei già a buon punto.

Everybody needs somebody

Saturday, February 2nd, 2013

Beh è stata una giornata particolare. Di quelle che non sai manco da dove cominciare a raccapezzare le idee. E ti senti più o meno come John Belushi e e Dan Aykroyd al termine delle riprese e degli inseguimenti dell’esercito. Cioè che gnaafaipiù.

Ma, forse non ne avresti nessun motivo, anche… ancheeeee (aò non mi viene la parola) anchee… dai, usiamola una volta. Solo oggi. Felice. De che? Di aver fatto più o meno quello che fai tutti i giorni, lavorare. Ma di averlo fatto tutti insieme. Al punto che alla fine, quando va bene e oggi lo è andata anzi deppiù, nessuno sa più di chi sia il merito. Perché il merito è di tutti. E paradossalmente non diminuisce il tuo: lo raddoppia.

Vabbè secondo me non si è capito niente ma volevo solo dirvi che un po’ nei matrimoni e negli amori e nel vivere in due bisognerebbe vivere così: non in due. Insieme. Che, anche se sei solo due, usare “insieme” anzichè “noi due” è diverso. Vuol dire che, pur avendo ben presente che io so’ io (e no eh, qua non vale come per il Marchese del Grillo) Everybody needs somebody, come insegnano i maestri: ognuno ha bisogno di qualcuno. Non solo To love, da amare. Ma ha proprio bisogno e basta. E ve l’avevo detto: giornata difficile.

Mo’ vado. Che mi stanno inseguendo. L’esercito e i nazisti dell’Illinois. E dell’Ohio.

Una voce poco fa

Friday, January 11th, 2013

La prima cosa che mi appare pensando a lei è una foto:

ma quella più potente è un suono. Il suono della sua voce. E davvero non trovo un modo migliore per pensare a lei se non sentirla insieme a un’altra grande signora, Alda Merini. Qui, in “Quando gli innamorati si parlano”:

Quando gli innamorati si parlano
attraverso gli alberi
e attraverso mille strade infelici,
quando abbracciano l’edera
come se fosse un canto,
quando trovano la grazia
nelle spighe scomposte
e dagli alti rigogli,
quando gli amanti gemono
sono signori sulla terra
e sono vicini a Dio
come i santi più ebbri.
Quando gli innamorati parlano di morte
parlano di vita in eterno
in un colloquio di un fine esperanto
noto solo a Lui.
Il loro linguaggio è dissacratore,
ma chiama la grazia infinita
di un grande perdono.
Del tuo ultimo tempo senza colore,
delle tue arringhe senza popolo,
della tua vasta legge d’amore,
che da ozi e digiuni,
girando intorno a una grande solitudine
hai scoperto il baricentro del cuore,
o mio sudato amore senz’arte
che mi hai fallito le carte del pudore. ”

Da: folle, folle, folle amore di Alda Merini

Se Anna

Friday, October 5th, 2012

Se il regime russo avesse impiegato un decimo delle forze utilizzate per punire il concerto blasfemo (ma soprattutto anti-putiniano) delle Pussy Riot, oggi gli assassini e i mandanti dell’omicidio di Anna Politkovskaja sarebbero a cucire guanti in qualche sperduta colonia penale della Siberia.

Se Anna non fosse stata Anna Politkovskaja, cronista implacabile, animata solo dalla volontà di vedere, capire e raccontare, noi non saremmo qui a piangere la sua morte, non perderemmo tempo a ricordarla mentre gli alberi del cimitero Troekurovskij stanno facendo cadere, come da sei anni a questa parte, le ultime foglie sulla sua tomba. Andrea Riscassi ci aiuta a non dimenticare. Oggi qui. Poi qua.

E Nomfup non ci aiuta per niente a non volergli bene più del solito. Oggi qua.

Anna Politovskaja, donna non rieducabile.

Rex and the city

Wednesday, October 3rd, 2012

Nel bel mezzo di un galeotto autunno fra sfiorimenti e arresti e al termine di tre settimane di incontri ravvicinati con care, fresche e dolci amiche se ne deduce che in questo momento l’Italia è una Repubblica fondata sugli appostamenti investigativi. Delle donne. Roba che il commissario Rex fa ridere.

Altre volte mi era capitato che, qua e là, serpeggiasse un timore, si affacciasse una malaugurata ipotesi, sfiorasse un dubbio. Ora no: unicamente granitiche certezze che vanno solo fotografate e linkate ai fatti.

Dunque passi per l’amica della mia amica che, appurato che la Mastercard mandava l’estratto conto via sms tra le tre e le quattro del mattino solo al marito mentre agli altri millemila milioni di utenti nel mondo arrivano alle cinque del pomeriggio, e dunque ella giustamente si rivolse direttamente al marito coprendolo di mazzate, per il resto ho registrato:

-n.3 donne direttamente travestitesi e appostatesi in vari luoghi di altrui lavoro ove si ipotizzava la sussistenza di un paio di corna
-n. 2 donne che hanno fatto travestire amiche e/o parenti ivi mandandole in vari luoghi di alcove alternative al tetto coniugale
-n. 2 donne camuffate tipo Mata Hari che  hanno pedinato e personalmente inseguito il fedifrago
-n.3 donne che per tutte le operazioni di cui sopra hanno staccato regolare assegno direttamente a Nero Wolfe.

In 6 dei 10 casi segnalati la notitia criminis è stata effettivamente confermata da evidenze scientifiche e in qualche caso seguita anche da diversi punti di dilui sutura al pronto soccorso.

Ciò da un certo punto di vista confermerebbe anche la validità del famoso Assioma di A.J.R.  Postulato alla Legge di Murphy:
“La probabilità di raggiungimento di un determinato risultato è direttamente proporzionale al livello di autoconvinzione mentale”.

 E’ comunque del tutto evidente che la Miriam Tomponzi a queste, come dice la mia amica Lapi, je po’ solo spiccià casa.

 Su questo blogghe avevamo già narrato della magistrale opera smascherativa compiuta in un aeroporto da Lady Vendetta a pochi minuti dal decollo del fedifrago e della di lui decollante. Qui estendiamo il campo d’indagine anche al coinvolgimento del parentado: schiere di cugine di terzo grado, nipoti e dirimpettaie del pianerottolo si sono variamente camuffate e autosguinzagliate in cerca di ciò che già sapevano avrebbero trovato.

Ciò che, lo confesso, più di tutto ammiro non è il coraggio di inforcare occhiali scuri o barbefinte, seguire, appostare, pedinare (che pure ce ne vuole, eh, ma vi immaginate voi trench-cappello Trilby tweed modello Peter Sellers appostate in un Autogrill di notte, si?): è il coraggio di sapere. 

Sarà perché io non l’ho voluto sapere manco quando me l’ha portata a cena e anzi l’ho fatta sedere anche a portata di piedino. La notizia però credo sia un’altra: è che una donna, anche quando deve raccontarti una debacle simile e videoreportarti lo sconquasso della sua vita, inizia, comunque, così:

“Meri, alla fine io l’ho pedinato. Mi sono messa un cappello Borsalino a falde larghe, bellissimo, tirato un po’ giù a destra, poi il trench verde militare, hai presente quello che mi hanno regalato ai quarant’anni,  Rouge Allure di Chanel, jeans e però le scarpe dovevano essere roba comoda con la gomma sotto quindi ho preso le Superga però quelle più carine”.

Donne. Le adoro.

Oggi

Monday, October 1st, 2012

A Meripo’ è l’ora dello Spritz e ancora non hai scritto una riga. Scusate, la giornata è stata complessa. Dunque che vi stavo dicendo ieri di Domani? Ecco infatti Oggi ho varcato il confine del mese, della settimana e ho anche un pochino cambiato lavoro.

Lo raccontano Filippo Sensi Nomfup qui e Sergio Ragone qua ma si consideri che, pur essendo temibili cronisti, gente che fa dimette ministri e fa tremare il popolo della rete che notoriamente non perdona, essi potrebbero prima o poi aver bisogno della consulenza sentimentale della qui presente quindi son stati previdentemente buonissimi.

Questo per dire che in questi giorni può essere che capiti di arrivare tipo a quest’ora un po’ affannati e in ritardo però intanto oggi ciò che voglio dirvi è che mi ha detto la mia amica Dominique di Haiti, riguardo quella cosa che sempre in pareo mi metterebbe ansia e vorrei avere pure il momento del cappotto, che “invece Meripo’ volevo dirti che tutta la vita in pareo è bellissima”.

E ora, musica maestri:

 

E tutti in Mercedes, Sosa

Ah Sergio, Meri Pop qua sta: ci ha messo tanto per arrivare e mo’ nun se schiodappiù.

Se serve torno e se hai bisogno chiama

Thursday, September 27th, 2012

E insomma me ne stavo lì a leggere e rileggere che “non mi candido, ma se serve torno” e mi risuonava come fosse qualcosa di familiare, molto familiare. Stavo giusto abbandonando l’inseguimento di macchemiricorda quando finalmente là, un lampo: un caffè all’aperto, d’inverno, però quell’inverno romano che ancora è autunno romano, coi colori arancio romano e giallo papalino romano.

Il tavolino all’aperto, un caffè macchiato e un nonmiricordocheavevapresolui. L’ultimo atto di una lunga storia d’amore (cit, Gino). Beh insomma non tutta d’amore sennò non finiva. Però una lunga storia di parecchio amore. E allora ormai ti sei detto quasi tutto, stai lì che alla fine non c’è davvero da aggiungere altro.

Vi alzate, lui ti riaccompagna, triste bacetto sulla guancia che fa coppia evoluta e matura pure se tu forse gli vorresti anche spaccare la mascella ma ormai l’impulso al pugilato è sommerso, anche lui, dalla latente noja che vi ha fin qui divisi e allontanati.

Ed è allora, quando potrebbe finire così, meritatamente in silenzio, che lui si volta e rovina tutto dicendo:

-Ah, se hai bisogno chiama. Io per te ci sarò sempre

La tragedia è che lì per lì ti sembra pure una cosa buona. Che rafforza l’autostima anzichè il pugno. Perchè è stato solo un anno dopo che, ripensandoci, m’è venuta la risposta:

-Ma per carità, tieni pure occupato il telefono e parla tranquillo.