Archive for the ‘Ascoltare’ Category

Ezio Bosso, la forza di essere fragili

lunedì, dicembre 11th, 2017

Se “scrivere di musica è come ballare di architettura” scrivere di Ezio Bosso è, più semplicemente, nzepoffà. E dunque se l’avete perso ieri sera, e se potete, andate su Raiplay e guardate uno dei pochi motivi per cui ormai valga la pena accendere un televisore. La puntata de I Dieci Comandamenti su Ezio Bosso. Che è il compositore, pianista, direttore d’orchestra che un Festival di Sanremo fece conoscere a un pubblico più ampio e che consacrò al successo.

Ezio Bosso, artista di prima grandezza che nessuna difficoltà della vita ha mai fermato, diventato l’involontario testimonial di quanta forza ci voglia per essere fragili: quaranta minuti di arte, di musica, di umanità.

Ezio Bosso I 10 comandamenti3

Un corpo sempre più esile, una voce sempre più fioca, dita sempre più avvolte dai tutori ma che nulla nulla tolgono a quella impalpabile ma potente cosa che si chiama carisma e che anzi in lui sembra aumentare al diminuire delle forze.

L’orchestra. Che, dice, è la società ideale: proviamo ore non per essere i migliori ma per migliorare noi stessi. E l’orchestra è il luogo in cui tutti danno il proprio contributo per andare oltre. Un luogo in cui lo strumento di ciascuno vibra con quello dell’altro e senza quel valore aggiunto che è l'”Insieme” non si va da nessuna parte.

L’orchestra. Che è quel luogo in cui non esiste l’ultima nota perché la tua ultima nota è la prima dell’altro.

L’orchestra che fa musica. Che, la musica, ce la siamo inventata per aiutarci a vivere. E abbiamo bisogno tutti di aiuto.

Lui suona, dirige, ringrazia, tiene lezioni e intanto la musica fa il resto. E lo tiene in vita. In tutti i sensi. E tiene vivi anche noi, mentre lo ascoltiamo dirigere il Largo dal Concerto n. 5 in Fa minore di Bach e l’Ave Verum di Mozart.

Lui parla. E in quella voce fioca, in quella fragilità ciascuno può fare i conti con la propria debolezza. E ritrovarla trasformata in forza. E con la propria paura e amare persino quella.  “Tutti quelli che amano veramente ciò che fanno hanno paura. La paura di non poterlo fare più. Persino quando baciamo chi amiamo abbiamo paura: paura che poi se ne vada”.

Che a ben guardare l’orchestra non solo è il modello di società ideale. Ma lo è anche per quella particolare società che si costruisce non solo quando si suona ma quando ci si ama.

La porta aperta. E’ il titolo della puntata. Se riuscite, entrate.

Ezio Bosso I 10 comandamenti

Ogni volta quando

mercoledì, dicembre 6th, 2017

Misuro il mio grado di invecchiamento dalla presenza, o dalla rarefazione, di “la prima volta che”. Perché si sarà pure fatta nacerta ma finché le prime-volte-che prevarranno su quella-volta-in-cui, il flavonoide -soprattutto quello mentale-non prevarrà.

Ed è stato così che la serata di ieri ha fatto balzare l’età percepita a un post adolescenziale maturo. Perché ieri sera per la prima volta ho visto un concerto di Vasco Rossi. E l’ho visto al cinema, insieme al mediatore musicale che me lo ha proposto, nuova figura di riferimento dopo quello culturale. Per scongiurare un altro momento Freddie Mercury mi ero preparata accuratamente. Il film è quello che porta al cinema lo storico concerto di Modena Park, che avevo bellamente saltato a piè pari non solo dal vivo ma anche nella diretta televisiva. Diciamo che per una che gli ultimi 40 anni li aveva passati prevalentemente su Mozart e Bach il rock faceva capolino prepotentemente ma sporadicamente, come quegli oggetti che ti incuriosiscono ma che non sai mai dove mettere.

Vasco Rossi da Zocca, quella e quello e quelli della zeta blesa che farebbe innamorare chiunque al primo ascolto. Ah i modenesi, che bella gente. (vero Bolè?). Senonché per me al massimo Vasco era Fiorella-Mannoia-di-Sally e però è stato anche la fulminazione su un’altra poltrona di cinema, quando Elio Germano ne “La nostra vita” canta a squarciagola “Anima fragile” al funerale della compagna. Emozioni indimenticabili di nacerta.

Epperò a pensarci bene Vasco c’era anche quando -ogni volta quando- uscendo dalle carte bollate del finematrimonio c’era bisogno di trovare “Un senso” a quel faldone che un senso sembrava non averlo.Poi, giusto sul recente, Vasco c’è stato quando questa estate con Grace abbiamo attraversato la Dordogna e l’Aquitania e il Cognac e ad accompagnarci c’era “Come nelle favole”, che ha giusto il ritmo di una traversata.

Perché, come dice lui, lui Blasco, nel film, alla fine “dentro ciascuno di noi c’è un po’ di Vasco”, di quella cazzuta fragilità, soprattutto. E attraversare quarant’anni di canzoni è stato come rileggersi quarant’anni di storia italiana e di storia di ciascuno. Come nessun libro potrebbe mai farci sentire. E ascoltare.

E restituirci le parole che non abbiamo mai pronunciato.

E le emozioni che non abbiamo fino in fondo vissuto.

E anche il coraggio che non abbiamo mai trovato e infine assolvere anche ogni Oggi non ho tempo-Oggi voglio stare spento.

E farlo ogni volta che viene giorno, ogni volta che ritorno, ogni volta che mi sveglio, ogni volta che mi sbaglio.
Vasco Modena

Per una che aveva puntato tutto su Bach stiamo proprio a oggivogliostarespento.

Ma senza perdersi d’animo mai.
E combattere.

Sigla

Una donna fantastica

martedì, novembre 14th, 2017

Non sapevo esistesse e non lo avrei mai saputo se Roberta non mi avesse scritto “Meripo’ Una donna fantastica 18,45 Mignon”, in cui purtroppo Unadonnafantastica non era l’apposizione di Meripo’, il resto essendo invece ora e luogo della proiezione al cinema.

E’ un film, Una donna fantastica. E che film. Che parla di una donna. Che era uomo. E parla però soprattutto del bisogno di tutti noi di cercare l’immagine di noi, quella nella quale ci si possa sentire non dico a nostro agio ma quantomeno meno spaesati nel mondo. C’è chi con quell’immagine ci nasce e chi deve conquistarsela tutta la vita.

Un film cileno, quello di Sebástian Lelio, che si apre sulle cascate brasiliane di Iguazù, così possenti e così leggere insieme. Come il film, alla fine. Che parla della vera storia di Marina che era Daniel, e Marina è la fantastica attrice transessuale Daniela Vega.

Marina, ventisette anni, con le pratiche del passaggio burocratico ancora in corso, ha un compagno molto più grande, Orlando, che è amore e anche angelo custode. E che un giorno scompare. Ma sarà proprio quando si ritroverà da sola, e nella disperazione, il momento della svolta.

Che certe volte il miglior gesto d’amore che qualcuno possa farci è proprio quello di lasciarci soli, costringendoci a combattere le battaglie che abbiamo rimandato fino ad allora. Questo però lo si capisce dopo. Nella vita, intendo, non nel film.

Una donna fantastica Marina

Non voglio anticiparvi troppo.
Se potete, e se ce l’avete ancora in programmazione, andate. Godetevi anche la musica. Tutta.
Perché è parte essenziale del film. E della vita.

Amare alla follia

mercoledì, novembre 23rd, 2016

C’è che ieri sera ce la siamo goduta finché non ci siamo sedute, Grace ed io. Memori del suo imperituro motto “La patata deve girare” (che gli assidui del blogghe ricorderanno), facevamo una sosta obbligata dal contiguo Queen’s chips, mentre, in entrata al contiguo, ci sfilavano i SimonaIzzo’s, gli Edoardo Leo
(-Grace, io questo l’ho già visto da qualche parte
-Dint’a un film, Meripo’, din’t a parecchi film)
le Simone Marchini
(-Grace, la Marchesini -Marchini, Meripo’, Marchini
-Grace, Rocco Schiavone -Giallini, Meripo’, Giallini)
e molto cinema e teatro che è e che fu.

Ma una volta entrate la pacchia è finita.

E alla fine, quando dal palco si alza il velo in ogni senso, ti senti sollevata pure tu come quel palloncino in aria, dopo un’ora e mezza in apnea inchiodata alla poltrona.  Una cosa che a raccontarla è quasi impossibile. Una cosa da pazzi. Bravi da matti. Tutti. Perché “La pazza della porta accanto” forse è proprio questo: un viaggio su quel confine labilissimo che tutti ci attraversa, tra normalità e pazzia. Le parole sono quelle di Alda Merini, l’adattamento teatrale è di Claudio Fava e la regia è quella di Alessandro Gassman. Ma le paure sono le nostre. Basta poco per ritrovarsi oltre quel confine. Oltre quel velo. Fra i “normali” e i “dannati”. Quelli prima della legge Basaglia e quelli dopo. Alda Merini. Che infesta di frasi le bacheche di Facebook ma che nessuno, alla fine, conosce davvero. Una che il manicomio l’ha avuto fuori e dentro.

pazza-porta-accanto

All’Eliseo la Merini sta nel fragile e bellissimo corpo di Anna Foglietta.

Alda Merini, voce del verbo amare. E dare parole all’amore. Le parole che, insieme alla legge Basaglia, la salveranno dal manicomio ma non dall’inferno che si porta dentro. E che in fondo ognuno di noi si trascina appresso.

Perché, alla fine, è del suo stesso male che tutti noi abbiamo voglia e paura. Di amare. Di amare da impazzire.

alda-merini-vita

Carmèn, l’amore zingaro

venerdì, novembre 4th, 2016

Corroborate da un previo Spritz del baretto completamente rinnovato del teatro Olimpico di Roma (tuttoarimessapposto dopo i crolli di gennaio), ieri sera la Lorenza ed io ci dirigevamo da Carmen. Che quando c’è da assistere a vicende di cuori straziati ci si reca ormai automaticamente. Senonché questa è Carmèn secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio: 18 musicisti che provengono da 10 Paesi e parlano 9 lingue diverse ma tutti insieme ne parlano una sola, la musica, e che musica.

La faccio breve: abbiamo passato due ore a perdifiato, appresso alla carovana di migranti e contrabbandieri che arriva dal Rajastan alle porte di Siviglia e alle porte del cuore, sballottati in una centrifuga di salsa, flamenco, tecno, lirica, blues, tango, reggae e tuttisuoni arabi, indiani e africani. Ne ho fatte di scarpinate appresso al professor Pi ma un viaggio dalla Francia alla Spagna, dalla Tunisia al Senegal, dal Brasile alla Persia tuttinsieme no, non l’avevo provato mai. Come l’amore che è zingaro per definizione. E comunque anche Nicola Di Bari ne ricordò le migrazioni: “Che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va, catene non ha, il cuore è uno zingaro e va” (scusate).

carmen-piazza-vittorio

Carmen secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio

Senonché, in quanto Meri Pop, avevo il privilegio di stare assisa, oltre che vicina a Lorenza e a Giancarlo Magalli (e beh), anche a una mia assistita che aveva il suo amore sul palco. E dunque ella trascorreva le intere due ore tesa a busto in avanti e con le dita intrecciate come Giandomenico Fracchia (misisonointrecciatiiditi. Oggi non l’ho ancora sentita ma la immagino con una contrattura lombare ancora in corso).

A un certo punto, travolti dall’energia di una strepitosa Carmèn che dalla Puglia viene e cantante reggae è e ha quel giusto punto di ambiguità timbrica tra femminile e maschile e risponde al nome di Mama Marjas, e dalla bravura multicolore di tuttitutti (sempresialodato Mario Tronco, direttore artistico) anche il ciglio della Lorenza, che di norma riesce a dominare eventi ed emozioni, ha vacillato. E, dico la verità, quando è arrivato il “Toreador” in arabo, e beh ho vacillato purìo.

Ora, siccome sta meraviglia è fatta per essere ascoltata e non letta la chiuderei qui. Non prima di dire a Pino Pecorelli che a un certo punto ho sperato che ce la lasciassero viva, Carmen, e non la facessero accidere anche stavolta.

In conclusione: fatevi un regalo, fatevelo anche voi questo viaggio. Che vi farà cantare, ballare, sognare. Restando seduti.

Carmen con l’ Orchestra di Piazza Vittorio
Stagione dell’Accademia Filarmonica Romana
direzione artistica e regia Mario Tronco
Teatro Olimpico
, Roma
Fino al 13 novembre

Michelle ma belle

martedì, luglio 26th, 2016

In occasione del memorabile discorso di lei

Michelle Obama speech

e dell’amoroso tuitto di lui

Obama Tweet michelle

si racconta di quella volta che gli Obama, in un ristorante di New York, incontrarono il primo fidanzato di Michelle nonché proprietario del ristorante.

Fu allora che Obama, scherzando con la moglie le disse:

-Vedi cara, se avessi sposato lui, a quest’ora saresti proprietaria di un ristorante…

-Ti sbagli caro -rispose Michelle- se io avessi sposato lui, a quest’ora lui sarebbe il Presidente degli Stati Uniti d’ America

Andarsene con Claire

giovedì, luglio 14th, 2016

Si chiama Claire Oppert. Violoncellista. Ha studiato alla Tchaïkovski Academy of Moscow, dove si è diplomata nel 1993, vincitrice di tante competizioni internazionali, solista con molte orchestre, compresa la Filarmonica di Berlino.

Violoncellista

Claire Oppert

Ogni venerdì, invece, prende il violoncello e va all’ospedale Sainte Perine di Parigi, reparto di terapia intensiva. E lì inizia a suonare per i malati terminali.

“Quando ero piccola -racconta su Repubblica.it – volevo fare il medico”. Poi la passione per la musica l’ha portata verso un’altra carriera.  “La musica è felicità, allegria, serenità. Perché donare tutto questo solo a un pubblico pagante, durante un concerto?”.

Non ho idea di cosa suoni ma mentre leggevo, e mentre vi scrivo, non riesco a sentire altro che Bach. Questo Bach, Suite per violoncello solo in Sol maggiore:

Nessuno è mai tornato a dirci che succede mentre ce ne andiamo. Ma mi piace pensare che andarsene con Claire Oppert che suona sia un bel modo per sentire che, nonostante tutto, è stato bello essere qui.

Di quello che troviamo perdendo

domenica, maggio 8th, 2016

Finisce che ci alziamo tutti in piedi per la più entusiasta standing ovation che ricordi in una sala da concerto ma è lui a dire dal palco “Mi avete fatto stare bene”.

Finisce che una poi, dopo due ore e mezza di immersione musicale ma soprattutto umana, non riesce manco a capire se si senta più commossa, gratificata o cosa.

Finisce che guardo la giovane older seduta accanto a me e sono contenta che abbia visto qualcosa a cui, onestamente, neanche io che ho una quarantina d’anni di vantaggio su di lei, avevo mai assistito.

Finisce che per la prima volta guardo un pianoforte gran coda lì sul palco ma mi sembra sia tutt’uno con il maestro che lo fa cantare. Maestro o per meglio dire fratellone, come piace a lui definire l’altro.

Finisce che lui è stremato ma sprizza energia come fosse appena entrato.

Finisce che ripenso a questa storia delle 12 stanze, filo conduttore del viaggio che circa tremila persone hanno compiuto per due ore guidati da questo pianista, compositore, direttore d’orchestra ma soprattutto istrione che si chiama Ezio Bosso, conosciuto a livello internazionale ma a me solo da quando a febbraio è apparso al Festival di Sanremo. Finisce che uno poi deve pure ringraziare Carlo Conti e anche questo no, non me l’aspettavo.

Un’antica teoria dice che la vita sia composta da dodici stanze,  nessuno può ricordare la prima perché quando nasciamo non vediamo ma pare questo accada nell’ultima che raggiungeremo, dalla quale potremo tornare alla prima e ricominciare.

Ezio Bosso dal 2011 convive con una malattia degenerativa, la Sla, sclerosi laterale amiotrofica, alla quale non ha permesso di impossessarsi della sua testa, delle sue mani e soprattutto del suo.

Inneggia al sorriso. Perché “per sorridere occorrono più muscoli di quelli che servono a fare passi, tiè”. Cita da Chopine George Sand a John Cage, che lo ascoltò quando era piccolo -John a lui- e disse “questo è bravo”.

Durante il concerto possono sfuggirgli le note, sì. Ma mai l’anima. Può perdere qualche tasto. Ma mai il tocco. E, rispetto a tutto quello che ha perso e che perde, ama dire che Non avete nemmeno idea di quello che si acquista e che si trova perdendo.

Chiunque lo dicesse al suo posto sarebbe preso per matto. Lui no: lui è lì, su quel palco, per dimostrarcelo. Anzi, per farcelo ascoltare. Anzi, meglio ancora, per farcelo sentire.

Ezio Bosso

Il grande Boh

martedì, aprile 26th, 2016

-Non lo so
-La festa della Repubb no aspetta
-Liberazione daaaaa… che Liberazione?
-Mi trovi impreparata
-Nel millenovecentooooo sessantaaaa
-Del cinquant no io perché a storia so’ sempre annato male, se mi facevate na domanda de geografia era mejo
-Non volevo essere liberato
-Credo ci siano feste più importanti da festeggiare -Tipo? -Natale, Pasqua
-Non sono molto attaccata a queste cose. Perché poi il regime fascista dipende da come viene interpretato
-La toglierei come festa nazionale
-La festaaaa quella lì deee
-La festa della donna
-La festa del patrono
-Liberazione daaaaa ma perché proprio a me
-L’importante è che sia festa
-Partigiani? Non so nemmen chi sson

La domanda era Cosa sanno i giovani del 25 aprile. I ragazzi che rispondono li trovate in questo video qua, trasmesso ieri sera a Ballarò

In linea di massima chiunque si stia scervellando sulle emergenze nazionali dovrebbe partire e concentrarsi solo su questo.
E adesso scusate vado a iscrivermi al Movimento per l’Autoestinzione dell’umanità

Boh

Cercarsi ovunque

mercoledì, marzo 30th, 2016

Una regina di un tempo e uno spazio chenonsisa, che voleva fare la pianista, scappa di notte e si rifugiata dal suo maestro di musica. Un’ora e mezzo dopo si sta tutti divertiti, pensanti, affascinati e ieri sera anche un po’ commossi (perché la serata era dedicata a Paolo Poli) a battere le mani. Un’ora e mezza di magia. Per riaffermare che il linguaggio universale con il quale tutti possono capirsi e comunicare è uno solo: la musica. Sulla scena sono solo in due, Stefano Bollani e Valentina Cenni, che è anche la sua compagna nella vita (“ci siamo conosciuti in aeroporto. Ma prima ci siamo messi insieme poi abbiamo deciso di lavorare anche, insieme”). E per un’ora e mezza, dal Rossini del Barbiere di Siviglia (“Se il mio nome saper voi bramate”) a Fra’ Martino campanaro, ieri sera all’Eliseo, questo personaggio “un misto fra Linus e Schroeder” (come Bollani lo ha autodefinito in questa intervista a Rep) incanta e ci dimostra che molte cose senza senso dimostrano di averne più di quelle che il senso dovrebbero averlo.

La trama non ve la dico e forse manco c’è. Ma sono due le frasi di questa fiaba che vi consegno e sulle quali, anche stamattina, mi viene da ripensare. La prima è che “la nostra vita è fatta dai nostri pensieri”. Sono loro che ci tengono compagnia tutto il giorno. E da loro dipende la qualità della nostra vita. Non dagli altri o dai pensieri degli altri. Dai nostri. Che sono sempre lì, a portata di mano per essere cambiati. E indirizzarci da una parte o dall’altra.

E poi c’è il “cercarsi ovunque”: che se ci pensate è proprio una bella definizione dell’amore. Cercarsi nelle cose che si leggono, che si vedono, in quella battuta, in quella frase che è capace di parlare così forte e chiaro solo a quei due. E forse è questa la cosa che più ci manca quando l’amore non c’è: cercarci. Per ritrovarci.

 

La regina Dada

Stefano Bollani e Valentina Cenni

La regina Dada
scritto e interpretato da Valentina Cenni e Stefano Bollani
Teatro Eliseo, Roma
dal 29 marzo al 3 aprile
Musiche di Ennio Morricone che però non poteva e dunque di Stefano Bollani
che si conferma il genio che è