Archive for the ‘Ascoltare’ Category

Maria Callas, la donna che non morì mai

lunedì, settembre 16th, 2019

Due donne abitarono dentro al corpo di Anna Maria Cecilia Sophia Kalogeropoulos.

Mentre Maria cercava inutilmente affetto, la Callas mieteva successi e cercava di compensarne le angosce. Mentre Maria veniva tradita un po’ da tutti, a iniziare dalla madre passando dal marito Giovanni Battista Meneghini (che la trascinerà anche in tribunale per il tradimento con Ari) ad Aristotele Onassis, la Callas sublimava e ne curava le ferite su un palcoscenico.

Arte, talento, stile, eleganza. Ma anche una serie di schiaccianti dolori. A vestirle il corpo e a fasciarle l’anima fu Elvira Leonardi, sarta milanese nota con il nome di Biki, nipote acquisita di Giacomo Puccini ma soprattutto amica.

Alberto Mattioli su La stampa due anni fa riassunse la questione così: “D’accordo, diamo per detti il dimagrimento, la mamma stronza, il divorzio da Meneghini, gli amori sbagliati, quindi l’orrido Onassis, e quelli impossibili, vedi Visconti e Pasolini, i tailleur della Biki, la morte misteriosa”. Ma diciamolo: “quarant’anni fa quel 16 settembre 1977, al 36 dell’Avenue Georges Mandel di Parigi morì una donna che in effetti era già morta”.

Eppure ancora oggi resta la più viva. La più viva cantante lirica morta. Nel nostro immaginario, nei nostri occhi ma soprattutto nelle nostre orecchie. Perché? Ah saperlo. Si chiama carisma. E non ha un perché. O ce l’hai o non ce l’hai. E se ce l’hai non ti abbandonerà mai, neanche da morto.

Cosa aveva Maria Callas e cosa hanno le icone e i miti che non muoiono mai? Quella cosa che devi sentire che è tua. Che è anche un po’ tua. Quella cosa che ascolti Casta Diva, la sua Casta Diva, e senti che ti sta riportando a casa parti di te. Come fa l’amore.  E forse per questo mi piace pensare a Maria Callas come la donna che non morì mai.

Julie Andrews, che imparò a volare quando le impedirono di correre

martedì, settembre 3rd, 2019

Aveva avuto un successo strepitoso pur non avendo ancora detto forte supercalifragilistichespiralidoso, Julie Andrews. Che dopo le oltre duemila repliche a teatro di My Fair Lady si vede soffiare il posto per l’adattamento al cinema da Audrey Hepburn. Audrey, che guaiachiccelatocca, non ha però l’estensione vocale di Julie: quattro ottave, signorimiei (un pianoforte, per capirci, ne ha sette). E siccome stiamo parlando di un musical succede che Audrey quel posto lo vince ma verrà doppiata nelle canzoni: ce ne sarebbe per incavolarsi a bestia vieppiù, da parte di Julie. Che forse si incazza pure ma con quel certo stileche.

Senonché tre mesi dopo questa planetaria sòla, Julie sta in camerino nell’intervallo di Camelot, un altro musical. Ed è lì che il suo destino si prende la rivincita. O per meglio dire è lì che arriva l’ora anche per il suo daimon, il codice dell’anima, il demone creativo. Che ha le sembianze del signor Walt Disney in persona.

Che bussa, entra e le dice: “Signora Andrews, farebbe Mary Poppins per me?”.

Lei però è incinta di tre mesi. Non può. Per chiunque sarebbe bello che passato pure sto secondo treno. Ma vi pare che il demone creativo possa arrendersi così? E infatti è lì che Walt Disney le dice: “Bene, aspetteremo”.

Walt Disney aspetterà ancora un anno. E sarà un parto doppio: prima quello di Emma, la piccolina appena nata, poi quello della stichespiralidosa tata.

Mary Poppins uscirà nello stesso anno di My Fair Lady. Ed entrambe, Julie e Audrey, vengono candidate al Golden Globe. Lo sapete, no, chi vince.

Ed è lì, dopo la proclamazione, davanti ai flash, alle luci e a Audrey dietro alle quinte che Julie inizia il suo discorso di ringraziamento:

Grazie a te, Jack Warren. Per aver scelto un’altra al mio posto per My Fair Lady.

Perché così è: a volte i ringraziamenti più grandi è giusto che vadano non a chi ci ha aiutato. Ma proprio a chi, non aiutandoci affatto, ci ha permesso di crescere.
E, nel caso di Julie-Mary, addirittura di volare.

La rivoluzione degli educati

mercoledì, luglio 31st, 2019

“La maleducazione è arrivata molto in alto. La nostra freddezza li ha lasciati lavorare. Adesso la ribellione spetta a noi. Non si era mai visto nella storia: la rivoluzione degli educati”.

Auguri Franca Valeri.

E a tutti gli educati.

Su per cali fragili

giovedì, gennaio 10th, 2019

Sì, mi ha commossa e anche un po’ incantata. Sono entrata scettica e sono uscita tirando su col naso come parecchi altri avventori intorno, il più grande dei quali credo però avesse dodici anni. Mi ha commossa-e-anche-un-po’-incantata nonostante ahimè condivida gran parte delle critiche che le sono piovute addosso senza che stavolta l’ombrello magico la proteggesse. perché sì, è vero, Emily Blunt è troppo algida e moscia, la versione canterina italiana nze po’ sentì, esci che non ti è rimasto neanche un motivetto in testa e sì se proprio Mary Poppins doveva tornare ci si aspettava un ritorno più trionfale di questo.

Eppure.

Eppure premesso che solo un pazzo avrebbe potuto pensare di emulare scimmiottare o rifare l’altro -e non credo fosse questo l’intento de “Il ritorno di Mary Poppins”-

e chiarito che Julie Andrews e associati restano nell’Olimpo che gli spetta, questa Mary Poppins tornata vent’anni dopo a me è piaciuta.

Trova i suoi bambini cresciuti: Jane Banks è un’attivista per i diritti dei lavoratori e altri grandi amori non ne ha incontrati, Michael Banks invece l’amore della vita ce l’aveva ma l’ha perso e vive con i suoi tre bambini nel dolore di un ricordo che non si capacita dell’assenza. Come non bastasse siamo negli anni della Grande Depressione e anche i Banks sono praticamente sul lastrico. Dolore, crisi, smarrimento. Uscirne sarebbe una missione impossibile. Ma proprio questo è invece il terreno di sfida che giustifica l’epocale ritorno della Poppins, che con crisi di serie B sarebbe capace quasi chiunque a tirarci fuori.

Mary ritorna OGGI. Anche se sono gli anni Trenta. Perché quella sfiducia, quell’impotenza, quella rassegnazione li riconosciamo benissimo, seduti sulle poltroncine del nostro cinemino del 2019. E ce la sentiamo addosso la disperazione e le lacrime di Michael Banks. Ecco, io in quell’altro ero la pupa. Era con i bimbi che mi identificavo. Ma stavolta sono Jane e sono Michael, e non trovo un amore e non trovo la consolazione dopo una perdita.

E stavolta è a me adulta fuori e bimba dentro che l’algida eppure magica Emily Blunt viene incontro su quella poltroncina. E mi porta ad aggiustare aquiloni, a rincollare cocci di vasi, a mostrarmi che i diritti di tutti meritano ancora di essere difesi da ciascuno e, soprattutto, a insegnarmi a saper perdere. Mary Poppins vola con un ombrello, ha una borsa che lèvati, è praticamente perfetta: ma le persone che ci hanno lasciato -in qualsiasi modo ciò sia avvenuto- non può restituircele neanche lei.

Può però insegnarci a guardare alla stesse cose in modo diverso: perché anche in questo film la vita è per il 10 per cento ciò che ci accade e per il 90 per cento come reagiamo. E riscoprire il bambino che abbiamo dentro è sempre un ottimo modo per affrontarla.

Stavolta Mary Poppins ha un compito più arduo che far ingoiare pillole e riordinare stanze: stavolta deve portare la speranza in un mondo sfiduciato, scettico, arrabbiato, chiuso. E a me, su quella poltroncina, un po’ di questo colpo di magìa è arrivato. Anche se Emily non ha lo sguardo di Julie, anche se ho aspettato per tutto il tempo che dalla colonna sonora (pare sia splendida nella versione originale e abominevole nella trascrizione italiana) facesse capolino (per evidenti conflitti di interesse, lo capirete) un Supercalifragili o un Bastaunpocodizucchero. Che non arriva. Ma non credo che questo film ci abbia rovinato l’infanzia (costruita anche grazie al film del 1964) o abbia leso la maestà della inarrivabile Julie Andrews. Forse, invece, ci fa rincontrare oggi il bambino di ieri, oggi che il bambino è nuovamente spaventato da un mondo che gli si sta rivoltando contro e non ha più le promesse di benessere e il senso di fiducia di ieri.

Non è un film sul senso della vittoria-su-tutto: è un film sul senso della perdita. Su come affrontarla. Sul lasciar andare ciò che non possiamo più avere ma sapendo che si perde davvero solo chi -o cosa- si è posseduto, non chi si è amato.

Eddunque Meripo’ dopo tutto sto pippone che ce voi dì? Dico che io alla fine la penso come Ester, quattro anni, alla quale il film è piaciuto assai. Ma uscendo dal cinema si è avvicinata all’orecchio del babbo e gli ha detto

-Papà, io però la pillola la volevo sentire

Quello che potremmo fare ioettè

martedì, novembre 20th, 2018

Esterno sera. Un bar all’aperto, complice quelle sere d’estate che Roma ti regala e che nessun’altra città al mondo potrà darti mai.

Due tavolini vicini. Lei si gira e chiede un accendino, glielo allunga lui. Quanto ci sarà voluto? Cinque secondi. Ci si può consegnare prigionieri negli occhi di un altro in cinque secondi? Sì, si può. Si uniscono i tavolini. Si uniscono anche le anime. Dopo un’ora, al secondo giro di quei caspita di Spritz con la cannuccia che solo Roma sa darti e che tanto fanno incavolare la mia friulana amica Franca, i giochi sono già chiusi.

Io e te, io e te dentro un bar a bere e a riderè.

Iniziano lì, quei giorni perduti a rincorrere il ponentino. E a mandare in tilt whatsapp. Quello che potremmo fare io e te. Non lo puoi neanche crederè.

Ma l’amore non può dirsi completo senza complicazioni. Ed eccole le tre di lui: 38, 10 e 7 anni. Compaiono quasi subito, in questa storia. Senza scuse, senza infingimenti. No, non ci sono matrimoni in crisi, non ci sono separazionincasa (l’Italia è una Repubblica fondata sui separati in casa ma lui no, questa meschinità proprio no). Non si può.

Ma l’amore non può dirsi completo senza i ritorni. Passano mesi e lui la cerca di nuovo: senza non ce la faccio. Non so come fare neanche con.
Sai che ho pensato sempre,
quasi continuamente,
che non sei mai stato mio.
Dovevi sempre andar via.

L’amore non può dirsi completo manco senza giorni di infiniti rovelli. Che lo trasformano in altro: né con te né senza di te. Che non è amore: è tormento. Quello che c’è ora. E quello che verrebbe da qui in poi.

Così è lei che gioca il jolly. A quel tavolino lo ha convocato due sere fa: ha tirato fuori una busta bianca dalla borsa e gliel’ha consegnata. E’ un biglietto. Un biglietto per un concerto. Vasco Rossi a Milano. Giugno 2019. Lei ne ha un altro, al posto accanto. Da qui a lì io non ci sarò più per te. Se ti troverò seduto alla fila 5 posto 30 vorrà invece dire che potrò. Che potrai. Che potremo.
Che potremmo fare io e te
Non l’ho mai detto a nessuno
Però ne sono sicuro
Quello che potremmo fare ioettè
Non si può neanche immaginarè.

Io e te.
Sdraiati sul divano, parlar del più e del meno io e te.
Come nelle favolè.

E tu

lunedì, settembre 17th, 2018

V’ho viste (e visti) sa’, sabato sera…

Un popolo di ciniche e disilluse. Fino a che parte “E tu”. E’ così da 44 anni. Ve lo ripeto: “E tu” ha 44 anni. Noi invece ne abbiamo sempre 18, quando parte lei. Sempre e ovunque.

Sì, sono 44 anni che stiamo “accoccolati ad ascoltare il mare” e 44 che siamo lì senza fiatare. Ed ed è ancora l’unico posto nel quale, a qualsiasi età, siamo “fatti di sguardi tu e di sorrisi ingenui tu”

E’ la cartina di tornasole del nostro cuore: a chi pensi, quando parte? Con chi vorresti ballarla?

E’ il nostro manuale di resistenza, di ognivvoltache “restavo zitto io per non sciupare tutto io”.

E’ il nostro fisicamente dondolarci appena ci aggredisce alle spalle per “poi fermarci stupiti”. Ed è l’unico momento nel quale ci prendiamo il lusso di dire che “io vorrei cioé” ma sì porcamiseriaccia sì “ho bisogno di te, dammi un po’ d’amore”.

E’ il nostro “fermarci stupiti” e “fermarci a giocare con una formica” (che mo’ però sta formica sulla spiaggia, maquandomai Clà, evvabbè).

Tutte le hai azzeccate in questa, tutte: parole, musica e pure il clavicembalo della prima versione.

Sono passati gli anni ma si fermano ogni volta in cui, in quei 4 minuti e 40 secondi, ovunque siamo, noi possiamo “chiudere gli occhi e non pensare più senti freddo anche tu”. E sì, siamo piene di cicatrici ma ci scopriamo “più belle coi capelli in su e mi piaci di più”.

La canzone del sogno ma anche dell’onestà finale. Quella in cui dopo esserci dette che “e adesso non ci sei che tu soltanto tu che stai scoppiando dentro al cuore mio” “però io che cosa mai farei se ora non ci fossi tu ad inventare questo amore”. Dove la presa di coscienza definitiva nonché parola-chiave non era amore: era inventare. Purtroppo il punto è che “Non ci credevo, io”
“E ti tenevo stretta, io”.

Grazie a te E tu, che hai trovato il modo di fermare il tempo con un click. Quello di “Play”. Che, forse non a caso, vuol dire anche giocare.

 

Ma è la tenerezza che ci fa paura

giovedì, settembre 13th, 2018

Stamattina sul 51, fucìna di resistenza civile, a un certo punto un’avventora ha detto all’amica:

-Cheppoi, se ce pensi, il problema non so’ i grandi amori che te stravolgono all’improvviso la vita
-Ah no, e quali so’, il problema?
-L’altri: quelli che nell’anima c’entrano de fino e se mettono de chiatto

Che inutilmente fu Gianna ad avvertirci dodici anni orsono. “Sei nell’anima”, minacciò. Già una che con quel titolo poi invece inizia con “vado punto e a capo” e “spegnerò le luci e da qui sparirai” fa ben comprendere lo spread fra intenzioni e realtà: starai pure nell’anima ma intanto vediamo come portarci avanti col lavoro per il control cancel.

Poi però dice una cosa che è “Quanta tenerezza, non fa più paura” e qui veniamo all’area 51, quella dell’autobus di stamattina: che certe volte le cose che fanno più paura sono proprio quelle che partono piano e senza fuochi d’artificio ma a un tratto t’hanno conquistato e manco te ne sei accorta-a accorto-o. E sono quelle nelle quali si rischia di più: perché quello-o quella-a te la ritrovi piazzata lì, nell’anima, e non sai manco come caspita ci sia arrivata-a arrivato-o.

Insomma succede che, sì, “Sei in ogni parte di me” ma siccome  tu quel “Ti sento scendere Fra respiro e battito” invece non l’avevi sentito proprio, datosi che ormai quello s’è piazzato “In questo spazio indifeso” e datosi che non avevamo attivato le difese Onu e datosi infine che “Inizia Tutto con te e Non ci serve un perché” allora già che sei nell’animà e manco me ne ero accorta tanto vale che ti ci lasci.

E dunque sì, “Sei nell’anima/ e lì ti lascio per sempre/ sospeso e immobile/ fermo immagine un segno che non passa mai”, senonché avendo dal vocabolario abolito -alla luce dei pregressi e per scaramanzia dei futuri- le parole “per sempre” e “mai” è chiaro che sei nell’anima, sì, e lì ti lascio. Abbastanza.

Maria Callas, la donna che diventò dea

martedì, aprile 17th, 2018

Due ore insieme a Maria Callas. Quando pensi che ormai non ci sia più altro da sapere, da ascoltare e da scoprire su una donna che è stata oggetto di attenzione e di ossessione quasi come la Gioconda. Due ore di brividi.

Se volete farvi questo regalo avete tempo ancora due sere, perché Maria by Callas resterà nelle sale cinematografiche solo oggi e domani. Ci sono andata ieri sera con Grace. Che ne è una cultrice. E per due ore siamo state le-due-lei anche noi. Perché la ricostruzione che ne fa Tom Volf è quella, soprattutto, delle due donne che abitarono dentro al corpo di Anna Maria Cecilia Sophia Kalogeropoulos.

Una vita a inseguire se stessa: mentre Maria cercava inutilmente affetto, la Callas mieteva successi e cercava di compensarne le angosce. Mentre Maria veniva tradita un po’ da tutti, a iniziare dalla madre passando dal marito Giovanni Battista Meneghini (che la trascinerà anche in tribunale per il tradimento con Ari) ad Aristotele Onassis, la Callas sublimava e ne curava le ferite su un palcoscenico.

Due ore di emozioni e di commozioni. Che sono costate tre anni di ricerche al suo regista. Due ore di storia e di volti, dalla regina Elisabetta a Pier Paolo Pasolini, altro amore impossibile, Pasolini intendo.

Due ore di arte ma anche di moda, di fascino, di carisma, di vestiti impeccabili, di mai-senza-un-cappellino e di gioielli da abbagliare. A vestirle il corpo e a fasciarle l’anima fu Elvira Leonardi, sarta milanese nota con il nome di Biki, nipote acquisita di Giacomo Puccini ma soprattutto amica.

Dovessi scegliere una sola delle esibizioni che vedrete e che racchiude tutto questo, sceglierei la Casta Diva di Parigi 1958. Non sono riuscita a trovare il filmato a colori: il vestito è un rosso magìa che da solo vale il prezzo del biglietto.

A un certo punto del film compare una frase che è forse la vera chiave per capire perché fu -ed è ancora- la Divina. Perché a un certo livello il dolore non trova più neanche le parole. E deve trovare un rifugio. Nel caso di Maria Callas lo trovò in quel corpo magnetico e in quelle corde vocali che quando vibrano convincerebbero anche l’agnostico più incallito dell’esistenza del divino, appunto.

E la frase è “dove le parole finiscono inizia la musica”.  E dove finisce anche la musica inizia, e resterà per sempre, la Callas.

 

La musica del mondo

domenica, marzo 25th, 2018

“Quando sei povero, la musica non è un lusso: è una necessità”.

È su questa certezza che ha creato orchestre di ragazzi in tutto il mondo un illuminato signore che si chiamava Josè Antonio Abreu e che è morto poco fa.

“L’effetto più tragico e miserabile della povertà –diceva– non è la mancanza di pane e di un tetto: ancor peggio è il sentimento di non essere nessuno, e la mancanza della stima degli altri».

È per questo che invece di mettere in mano ai ragazzi di strada un euro o tre pesos gli ha messo in mano arpe, pianoforti e violini insegnandogli la musica e a suonare insieme.

È per questo che l’idea che la povertà si possa combattere con la cultura oggi non è una velleità. Ma una cosa vera. Che risuona in tutto il mondo.

Ezio Bosso, la forza di essere fragili

lunedì, dicembre 11th, 2017

Se “scrivere di musica è come ballare di architettura” scrivere di Ezio Bosso è, più semplicemente, nzepoffà. E dunque se l’avete perso ieri sera, e se potete, andate su Raiplay e guardate uno dei pochi motivi per cui ormai valga la pena accendere un televisore. La puntata de I Dieci Comandamenti su Ezio Bosso. Che è il compositore, pianista, direttore d’orchestra che un Festival di Sanremo fece conoscere a un pubblico più ampio e che consacrò al successo.

Ezio Bosso, artista di prima grandezza che nessuna difficoltà della vita ha mai fermato, diventato l’involontario testimonial di quanta forza ci voglia per essere fragili: quaranta minuti di arte, di musica, di umanità.

Ezio Bosso I 10 comandamenti3

Un corpo sempre più esile, una voce sempre più fioca, dita sempre più avvolte dai tutori ma che nulla nulla tolgono a quella impalpabile ma potente cosa che si chiama carisma e che anzi in lui sembra aumentare al diminuire delle forze.

L’orchestra. Che, dice, è la società ideale: proviamo ore non per essere i migliori ma per migliorare noi stessi. E l’orchestra è il luogo in cui tutti danno il proprio contributo per andare oltre. Un luogo in cui lo strumento di ciascuno vibra con quello dell’altro e senza quel valore aggiunto che è l'”Insieme” non si va da nessuna parte.

L’orchestra. Che è quel luogo in cui non esiste l’ultima nota perché la tua ultima nota è la prima dell’altro.

L’orchestra che fa musica. Che, la musica, ce la siamo inventata per aiutarci a vivere. E abbiamo bisogno tutti di aiuto.

Lui suona, dirige, ringrazia, tiene lezioni e intanto la musica fa il resto. E lo tiene in vita. In tutti i sensi. E tiene vivi anche noi, mentre lo ascoltiamo dirigere il Largo dal Concerto n. 5 in Fa minore di Bach e l’Ave Verum di Mozart.

Lui parla. E in quella voce fioca, in quella fragilità ciascuno può fare i conti con la propria debolezza. E ritrovarla trasformata in forza. E con la propria paura e amare persino quella.  “Tutti quelli che amano veramente ciò che fanno hanno paura. La paura di non poterlo fare più. Persino quando baciamo chi amiamo abbiamo paura: paura che poi se ne vada”.

Che a ben guardare l’orchestra non solo è il modello di società ideale. Ma lo è anche per quella particolare società che si costruisce non solo quando si suona ma quando ci si ama.

La porta aperta. E’ il titolo della puntata. Se riuscite, entrate.

Ezio Bosso I 10 comandamenti