Archive for the ‘Ascoltare’ Category

Amare alla follia

mercoledì, novembre 23rd, 2016

C’è che ieri sera ce la siamo goduta finché non ci siamo sedute, Grace ed io. Memori del suo imperituro motto “La patata deve girare” (che gli assidui del blogghe ricorderanno), facevamo una sosta obbligata dal contiguo Queen’s chips, mentre, in entrata al contiguo, ci sfilavano i SimonaIzzo’s, gli Edoardo Leo
(-Grace, io questo l’ho già visto da qualche parte
-Dint’a un film, Meripo’, din’t a parecchi film)
le Simone Marchini
(-Grace, la Marchesini -Marchini, Meripo’, Marchini
-Grace, Rocco Schiavone -Giallini, Meripo’, Giallini)
e molto cinema e teatro che è e che fu.

Ma una volta entrate la pacchia è finita.

E alla fine, quando dal palco si alza il velo in ogni senso, ti senti sollevata pure tu come quel palloncino in aria, dopo un’ora e mezza in apnea inchiodata alla poltrona.  Una cosa che a raccontarla è quasi impossibile. Una cosa da pazzi. Bravi da matti. Tutti. Perché “La pazza della porta accanto” forse è proprio questo: un viaggio su quel confine labilissimo che tutti ci attraversa, tra normalità e pazzia. Le parole sono quelle di Alda Merini, l’adattamento teatrale è di Claudio Fava e la regia è quella di Alessandro Gassman. Ma le paure sono le nostre. Basta poco per ritrovarsi oltre quel confine. Oltre quel velo. Fra i “normali” e i “dannati”. Quelli prima della legge Basaglia e quelli dopo. Alda Merini. Che infesta di frasi le bacheche di Facebook ma che nessuno, alla fine, conosce davvero. Una che il manicomio l’ha avuto fuori e dentro.

pazza-porta-accanto

All’Eliseo la Merini sta nel fragile e bellissimo corpo di Anna Foglietta.

Alda Merini, voce del verbo amare. E dare parole all’amore. Le parole che, insieme alla legge Basaglia, la salveranno dal manicomio ma non dall’inferno che si porta dentro. E che in fondo ognuno di noi si trascina appresso.

Perché, alla fine, è del suo stesso male che tutti noi abbiamo voglia e paura. Di amare. Di amare da impazzire.

alda-merini-vita

Carmèn, l’amore zingaro

venerdì, novembre 4th, 2016

Corroborate da un previo Spritz del baretto completamente rinnovato del teatro Olimpico di Roma (tuttoarimessapposto dopo i crolli di gennaio), ieri sera la Lorenza ed io ci dirigevamo da Carmen. Che quando c’è da assistere a vicende di cuori straziati ci si reca ormai automaticamente. Senonché questa è Carmèn secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio: 18 musicisti che provengono da 10 Paesi e parlano 9 lingue diverse ma tutti insieme ne parlano una sola, la musica, e che musica.

La faccio breve: abbiamo passato due ore a perdifiato, appresso alla carovana di migranti e contrabbandieri che arriva dal Rajastan alle porte di Siviglia e alle porte del cuore, sballottati in una centrifuga di salsa, flamenco, tecno, lirica, blues, tango, reggae e tuttisuoni arabi, indiani e africani. Ne ho fatte di scarpinate appresso al professor Pi ma un viaggio dalla Francia alla Spagna, dalla Tunisia al Senegal, dal Brasile alla Persia tuttinsieme no, non l’avevo provato mai. Come l’amore che è zingaro per definizione. E comunque anche Nicola Di Bari ne ricordò le migrazioni: “Che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va, catene non ha, il cuore è uno zingaro e va” (scusate).

carmen-piazza-vittorio

Carmen secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio

Senonché, in quanto Meri Pop, avevo il privilegio di stare assisa, oltre che vicina a Lorenza e a Giancarlo Magalli (e beh), anche a una mia assistita che aveva il suo amore sul palco. E dunque ella trascorreva le intere due ore tesa a busto in avanti e con le dita intrecciate come Giandomenico Fracchia (misisonointrecciatiiditi. Oggi non l’ho ancora sentita ma la immagino con una contrattura lombare ancora in corso).

A un certo punto, travolti dall’energia di una strepitosa Carmèn che dalla Puglia viene e cantante reggae è e ha quel giusto punto di ambiguità timbrica tra femminile e maschile e risponde al nome di Mama Marjas, e dalla bravura multicolore di tuttitutti (sempresialodato Mario Tronco, direttore artistico) anche il ciglio della Lorenza, che di norma riesce a dominare eventi ed emozioni, ha vacillato. E, dico la verità, quando è arrivato il “Toreador” in arabo, e beh ho vacillato purìo.

Ora, siccome sta meraviglia è fatta per essere ascoltata e non letta la chiuderei qui. Non prima di dire a Pino Pecorelli che a un certo punto ho sperato che ce la lasciassero viva, Carmen, e non la facessero accidere anche stavolta.

In conclusione: fatevi un regalo, fatevelo anche voi questo viaggio. Che vi farà cantare, ballare, sognare. Restando seduti.

Carmen con l’ Orchestra di Piazza Vittorio
Stagione dell’Accademia Filarmonica Romana
direzione artistica e regia Mario Tronco
Teatro Olimpico
, Roma
Fino al 13 novembre

Michelle ma belle

martedì, luglio 26th, 2016

In occasione del memorabile discorso di lei

Michelle Obama speech

e dell’amoroso tuitto di lui

Obama Tweet michelle

si racconta di quella volta che gli Obama, in un ristorante di New York, incontrarono il primo fidanzato di Michelle nonché proprietario del ristorante.

Fu allora che Obama, scherzando con la moglie le disse:

-Vedi cara, se avessi sposato lui, a quest’ora saresti proprietaria di un ristorante…

-Ti sbagli caro -rispose Michelle- se io avessi sposato lui, a quest’ora lui sarebbe il Presidente degli Stati Uniti d’ America

Andarsene con Claire

giovedì, luglio 14th, 2016

Si chiama Claire Oppert. Violoncellista. Ha studiato alla Tchaïkovski Academy of Moscow, dove si è diplomata nel 1993, vincitrice di tante competizioni internazionali, solista con molte orchestre, compresa la Filarmonica di Berlino.

Violoncellista

Claire Oppert

Ogni venerdì, invece, prende il violoncello e va all’ospedale Sainte Perine di Parigi, reparto di terapia intensiva. E lì inizia a suonare per i malati terminali.

“Quando ero piccola -racconta su Repubblica.it – volevo fare il medico”. Poi la passione per la musica l’ha portata verso un’altra carriera.  “La musica è felicità, allegria, serenità. Perché donare tutto questo solo a un pubblico pagante, durante un concerto?”.

Non ho idea di cosa suoni ma mentre leggevo, e mentre vi scrivo, non riesco a sentire altro che Bach. Questo Bach, Suite per violoncello solo in Sol maggiore:

Nessuno è mai tornato a dirci che succede mentre ce ne andiamo. Ma mi piace pensare che andarsene con Claire Oppert che suona sia un bel modo per sentire che, nonostante tutto, è stato bello essere qui.

Di quello che troviamo perdendo

domenica, maggio 8th, 2016

Finisce che ci alziamo tutti in piedi per la più entusiasta standing ovation che ricordi in una sala da concerto ma è lui a dire dal palco “Mi avete fatto stare bene”.

Finisce che una poi, dopo due ore e mezza di immersione musicale ma soprattutto umana, non riesce manco a capire se si senta più commossa, gratificata o cosa.

Finisce che guardo la giovane older seduta accanto a me e sono contenta che abbia visto qualcosa a cui, onestamente, neanche io che ho una quarantina d’anni di vantaggio su di lei, avevo mai assistito.

Finisce che per la prima volta guardo un pianoforte gran coda lì sul palco ma mi sembra sia tutt’uno con il maestro che lo fa cantare. Maestro o per meglio dire fratellone, come piace a lui definire l’altro.

Finisce che lui è stremato ma sprizza energia come fosse appena entrato.

Finisce che ripenso a questa storia delle 12 stanze, filo conduttore del viaggio che circa tremila persone hanno compiuto per due ore guidati da questo pianista, compositore, direttore d’orchestra ma soprattutto istrione che si chiama Ezio Bosso, conosciuto a livello internazionale ma a me solo da quando a febbraio è apparso al Festival di Sanremo. Finisce che uno poi deve pure ringraziare Carlo Conti e anche questo no, non me l’aspettavo.

Un’antica teoria dice che la vita sia composta da dodici stanze,  nessuno può ricordare la prima perché quando nasciamo non vediamo ma pare questo accada nell’ultima che raggiungeremo, dalla quale potremo tornare alla prima e ricominciare.

Ezio Bosso dal 2011 convive con una malattia degenerativa, la Sla, sclerosi laterale amiotrofica, alla quale non ha permesso di impossessarsi della sua testa, delle sue mani e soprattutto del suo.

Inneggia al sorriso. Perché “per sorridere occorrono più muscoli di quelli che servono a fare passi, tiè”. Cita da Chopine George Sand a John Cage, che lo ascoltò quando era piccolo -John a lui- e disse “questo è bravo”.

Durante il concerto possono sfuggirgli le note, sì. Ma mai l’anima. Può perdere qualche tasto. Ma mai il tocco. E, rispetto a tutto quello che ha perso e che perde, ama dire che Non avete nemmeno idea di quello che si acquista e che si trova perdendo.

Chiunque lo dicesse al suo posto sarebbe preso per matto. Lui no: lui è lì, su quel palco, per dimostrarcelo. Anzi, per farcelo ascoltare. Anzi, meglio ancora, per farcelo sentire.

Ezio Bosso

Il grande Boh

martedì, aprile 26th, 2016

-Non lo so
-La festa della Repubb no aspetta
-Liberazione daaaaa… che Liberazione?
-Mi trovi impreparata
-Nel millenovecentooooo sessantaaaa
-Del cinquant no io perché a storia so’ sempre annato male, se mi facevate na domanda de geografia era mejo
-Non volevo essere liberato
-Credo ci siano feste più importanti da festeggiare -Tipo? -Natale, Pasqua
-Non sono molto attaccata a queste cose. Perché poi il regime fascista dipende da come viene interpretato
-La toglierei come festa nazionale
-La festaaaa quella lì deee
-La festa della donna
-La festa del patrono
-Liberazione daaaaa ma perché proprio a me
-L’importante è che sia festa
-Partigiani? Non so nemmen chi sson

La domanda era Cosa sanno i giovani del 25 aprile. I ragazzi che rispondono li trovate in questo video qua, trasmesso ieri sera a Ballarò

In linea di massima chiunque si stia scervellando sulle emergenze nazionali dovrebbe partire e concentrarsi solo su questo.
E adesso scusate vado a iscrivermi al Movimento per l’Autoestinzione dell’umanità

Boh

Cercarsi ovunque

mercoledì, marzo 30th, 2016

Una regina di un tempo e uno spazio chenonsisa, che voleva fare la pianista, scappa di notte e si rifugiata dal suo maestro di musica. Un’ora e mezzo dopo si sta tutti divertiti, pensanti, affascinati e ieri sera anche un po’ commossi (perché la serata era dedicata a Paolo Poli) a battere le mani. Un’ora e mezza di magia. Per riaffermare che il linguaggio universale con il quale tutti possono capirsi e comunicare è uno solo: la musica. Sulla scena sono solo in due, Stefano Bollani e Valentina Cenni, che è anche la sua compagna nella vita (“ci siamo conosciuti in aeroporto. Ma prima ci siamo messi insieme poi abbiamo deciso di lavorare anche, insieme”). E per un’ora e mezza, dal Rossini del Barbiere di Siviglia (“Se il mio nome saper voi bramate”) a Fra’ Martino campanaro, ieri sera all’Eliseo, questo personaggio “un misto fra Linus e Schroeder” (come Bollani lo ha autodefinito in questa intervista a Rep) incanta e ci dimostra che molte cose senza senso dimostrano di averne più di quelle che il senso dovrebbero averlo.

La trama non ve la dico e forse manco c’è. Ma sono due le frasi di questa fiaba che vi consegno e sulle quali, anche stamattina, mi viene da ripensare. La prima è che “la nostra vita è fatta dai nostri pensieri”. Sono loro che ci tengono compagnia tutto il giorno. E da loro dipende la qualità della nostra vita. Non dagli altri o dai pensieri degli altri. Dai nostri. Che sono sempre lì, a portata di mano per essere cambiati. E indirizzarci da una parte o dall’altra.

E poi c’è il “cercarsi ovunque”: che se ci pensate è proprio una bella definizione dell’amore. Cercarsi nelle cose che si leggono, che si vedono, in quella battuta, in quella frase che è capace di parlare così forte e chiaro solo a quei due. E forse è questa la cosa che più ci manca quando l’amore non c’è: cercarci. Per ritrovarci.

 

La regina Dada

Stefano Bollani e Valentina Cenni

La regina Dada
scritto e interpretato da Valentina Cenni e Stefano Bollani
Teatro Eliseo, Roma
dal 29 marzo al 3 aprile
Musiche di Ennio Morricone che però non poteva e dunque di Stefano Bollani
che si conferma il genio che è

Madame Bovary c’est moi. Anzi siamo noi

giovedì, febbraio 25th, 2016

Non conosci bene un uomo finché non ci vai a letto. Non conosci bene una donna mai. Neanche se quella donna sei tu.

E’ così che si è aperta ieri sera la Madame Bovary in scena al piccolo Eliseo di Roma. Ed è così che proprio nel giorno del derby tra fedeltà e corna (mi si perdoni la crasi), mi è sembrato illuminante andare a rendere omaggio all’eroina dell’inquietudine e del tormento, anche amoroso.

Non la frequentavo da almeno una trentina d’anni e oggi mi sembra incredibile che si possa pensare a Madame Bovary come a un romanzo sull’adulterio. Ma tant’è. Licenzioso. Scandaloso. Processato per oltraggio alla morale. Ma vedete poi come invecchiando si diventi un po’ presbiti anche di cuore (nel senso che si vede meglio da lontano) ieri sera pensavo che la cosa più pericolosa di cui Emma si era contornata fossero stati i libri, non gli uomini e i debiti. I libri nei quali si era fatta un’idea della vita e dell’amore.

“L’amore, pensava, doveva manifestarsi di colpo, esplosione di lampi e fulmini, uragano dei cieli che si abbatte sulla vita, la sconvolge, strappa via ogni resistenza come uno sciame di foglie e risucchia nell’abisso l’intiero cuore.”

Ma per tutta la durata dello spettacolo ho continuato a pensare a quella frase iniziale.
Non conosci bene un uomo finché non ci vai a letto. Non conosci bene una donna mai. Neanche se quella donna sei tu.

Questo oggi, soprattutto,  mi dice Emma Bovary. L’impossibile accesso al mistero, prima di tutto il nostro. In quella parte più profonda nella quale andiamo a sbattere contro lo stesso binomio, laddove “c’è sempre un desiderio che trascina, e una convenienza che trattiene”: “una donna ha continui impedimenti. A un tempo inerte e cedevole, ha contro di sé le debolezze della carne e la sottomissione alle leggi. La sua volontà, come il velo del suo cappello tenuto da un cordoncino, palpita a tutti i venti, c’è sempre un desiderio che trascina, e una convenienza che trattiene”.

Devo a Rita una serata di risate perché ieri, in verità, ci siamo ben straziate. Ma ne valeva la pena. Perché Oui, Madame Bovary c’est moi. Anzi siamo noi. Dunque, se potete, andate. Andate a incontrarvi.

Lucia Lavia

Madame Bovary
(Lucia Lavia)
Piccolo Eliseo, fino al 6 marzo
riscrittura di Letizia Russo
regia Andrea Baracco

La parrucchiera dell’Imperatrice

mercoledì, gennaio 27th, 2016

E’ che io, non avendo mai posseduto una Barbie, con la principessa Sissi ci sono cresciuta. Col film, intendo. E dunque stavo ferma lì, al fumettone con Romy Schneider, al punto che l’anno scorso quando il professor Pi mi portò a Merano non facevo altro che inseguirne le orme su “la passeggiata di Sissi”, nonostante nel frattempo si fosse appurato che non era principessa e manco si chiamava Sissi.

Comunque, il mito dell’eterea -al netto dei miei traumi da assenza di Barbie- resiste al punto che financo Chanel poco più di un anno fa l’ha presa come testimonial facendone girare un corto a Lagerfeld con Cara Delevingne.

E’ con questo curriculum che quindi ieri sera ho fatto il mio leggiadro ingresso accompagnata dalla fida Shylock al teatro Tor di Nona di Roma per la prima de “La parrucchiera dell’Imperatrice, ossia la vera storia della principessa Sissi” perché, lo dico subito, stavolta tutto il ponte di comando dello spettacolo è amicamia. Che su sto ponte son tutte donne.

Un’ora e quaranta di monologo. In cui l’improbabile eterea e patinata Sissi lascia il posto a un gioco di specchi fra Sissi e Fanny, la sua parrucchiera di corte. La padrona e la serva, la vittima e la carnefice, così distanti nella scala sociale ma così vicine nell’infelicità. Tutte e due nell’unico corpo, voce, anima di Tiziana Sensi.

Che è amicamia, ve l’ho detto. Come lo è Franca De Angelis che ha scritto questo monologo come un vestito su misura per lei. Come uno dei magnifici vestiti di Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach. Franca De Angelis che con Sissi si era misurata insieme ad altri colleghi per scriverne il film tv e sempre, anche sui titoli di coda, le era rimasta impressa e in sospeso Fanny, Fanny Angerer, la parrucchiera di corte, che era stata al fianco dell’imperatrice –ossessionata dalla cura dei propri capelli – per decenni. Due donne che riescono a farsi spazio in un mondo dominato da uomini. Ma il cui prezzo è altissimo.

Dunque Tiziana Sensi. Un’ora e quaranta di gioco delle parti,

Sissi Titti

Tiziana Sensi-Fanny-Sissi

di disperazione e di gioia, di salti e di paralisi, di altezzoso sguardo e di popolana veracità tutto insieme nel corpo di Tiziana e che io non lo so come caspita faccia. Che già l’idea di dover mandare a memoria un’ora e quaranta di cinquant’anni di storia e di personali e sociali tormenti è roba per me inimmaginabile, una mole epica

-Tipo l’esame di procedura penale…
chiosava esterrefatta alla fine Natalia, mentre anche Bea strabuzzava l’occhio in corso d’opera sgranandomelo addosso come per reciprocamente convincerci

-Ma che, davero?

Insomma, cinquanta chili scarsi lì a sprigionare energia come una centrale nucleare.
Il finale non ve lo dico. Vi dico solo che ci sto ancora pensando. E che stamattina quando ho preso la spazzola l’ho guardata ben bene e le ho detto

-Incredibile, amicamia, quante cose potresti raccontare anche tu

Perché, si, e non solo per Sissi, la nostra forza spesso parte dall’alto. Dai capelli, per la precisione

LA PARRUCCHIERA DELL’IMPERATRICE
ossia la vera storia della principessa Sissi
di Franca De Angelis
regia Anna Cianca 
con Tiziana Sensi

Teatro Tor Di Nona, Roma
Fino al 7 febbraio

 

Quello che ci salva

giovedì, novembre 26th, 2015

Quando si è fatto buio in sala e lui è apparso dietro un pannello a sbarre mentre pronunciava le parole di Re Claudio, un assassino come lui, beh insomma io ho avuto persino un po’ paura. Perché su quelle tavole di legno c’era Cosimo Rega, condannato per reati di camorra a “fine pena mai”. Quarant’anni di carcere già scontati, tre omicidi alle spalle. Eppure sta su un palco di teatro, il Vascello di Roma, a raccontare la sua storia.

Il punto è che uno con questo curriculum alle spalle oggi invece è attore e scrittore, ha fondato la prima compagnia teatrale di Rebibbia, gli mancano pochi esami alla Laurea in Lettere e Filosofia a Tor Vergata e grazie ai fratelli Taviani, ce lo ricordiamo più come Cassio in Cesare deve morire che per le gesta criminali precedenti.

E lo spettacolo non a caso si chiama noveEtrentatré, cioè citando gli articoli 9 e 33 della Costituzione italiana che sostengono la libertà dell’arte e della scienza e l’impegno dello Stato a promuovere lo sviluppo della cultura, sostenendone le attività e cercando di mettere tutti in condizione di poterne godere.

In conclusione uno pensa Ma cos’è che ci salva, nella vita? E tutto penseresti tranne che possano salvarci le parole. Eppure così è. La parola che, già a dirla, ti trasforma. La parola che a pensarla ti cambia. La parola che lenisce ferite e lo so, è la stessa che le ferite te le ha inferte, diciamo allora una cura omeopatica. Ed è per questo che tutto lo spettacolo, la vita e la strada stanno riassunti e ben comodi dentro un’unica sua frase, che vale per lui e valga per il riscatto di tutti:

“Dopo che ho conosciuto il teatro ‘sta cella me pare ‘na prigione”

Cosimo Titti

Tiziana Sensi e Cosimo Rega

Teatro Vascello (fino a stasera…)
“noveEtrentatré”
Liberamente tratto dal romanzo di Cosimo Rega  “Sumino ‘o Falco. Autobiografia di un ergastolano”
Con Cosimo Rega, Mariateresa Pascale e gli studenti del D.A.M.S. di ROMA TRE
Regia di Tiziana Sensi