Archive for the ‘Vietnam tribù nord’ Category

La suola delle mie scarpe

giovedì, febbraio 2nd, 2017

VIET POP The End

Ora, per concludere degnamente la saga, forse dovrei parlarvi dell’incommensurabile stupore che mi prendeva quando, dopo un percorso di infinito pulmino e di infine aliscafo, si sbucava ai confini con la Cina sbarcando nella baia di Ha Long, che letteralmente significa “dove il drago scende in mare” e dove effettivamente si capisce perché sia considerata una delle Sette Meraviglie del Mondo. E magari un giorno ve ne parlerò diffusamente.

Invece oggi ho bisogno di parlarvi delle mie scarpe. Delle mie scarpe da trekking, queste:

Viet scarpe

In my shoes (Foto Meri Pop)

quelle che comprai per il mio primo viaggio della mia seconda vita, Cuba. Lì dove in qualche modo tutto ri-iniziò. Quelle che mi hanno accompagnata per questi sette anni, quelli che Brad Pitt passò in Tibet e io negli scarponi.

Sono scarpe che hanno attraversato mezzo mondo e sono sopravvissute al deserto della Dancalia come ai ghiacci della Nuova Zelanda, alla terra rossa dell’Australia e a quella arancio dell’Omo River. Hanno sfidato le guardie della moralità in Iran e i feroci Afar in Etiopia e si sono inchinate davanti alla magnificenza della sula dai piedi azzurri alle Galapagos.

Mi hanno fatto fare quello che, presumibilmente, nessun altro paio di scarpe mi farà fare, non foss’altro perché per alcuni Continenti la prima è stata anche l’ultima volta. Che quaranta ore di aereo per la Zelandia anche mobbasta eh.

Sono state la mia casa quando casa mia distava millemila chilometri. Hanno camminato insieme ai cammellieri in Etiopia, ai monaci scalzi in Laos e ai bambini in sandali di pneumatico in Mozambico. E non mi hanno mai tradita.

E’ per questo che le ho indossate e portate anche in Vietnam. Certo l’usura si sente, una cucitura che cede al lato, un rialzino scomparso dietro. Ma hanno continuato, pur sofferenti, ad aiutarmi su ogni strada. Nella fanga però ho iniziato a notare che scivolavo più del previsto. Un pochino ogni giorno. Ogni giorno di più.

Ed è stato proprio sbarcando nella bellezza mozzafiato di Ha Long che, per la prima volta, le ho girate dalla parte della suola. E mi sono accorta di quanto si fossero consumate: i millemila chilometri avevano allisciato la suola scolpita, tipo gli pneumatici a fine corsa.

Le mie scarpe. Proprio loro, così comode, così casa, così mie mi stavano abbandonando. E, peggio, stavano diventando pericolose. Perché avrebbero potuto darmi il colpo di grazia senza altro preavviso, mentre io mi concentravo solo sulla loro immutata comodità.

Non c’era molta scelta. Perché di questo passo, è il caso di dirlo, ci saremmo solo fatte male. Ho pensato che, proprio per il bene che ci siamo volute e per la strada che mi hanno aiutato a fare, meritassero rispetto e soprattutto meritassero di finire in un posto all’altezza della loro storia, non nel cestino dell’albergo scrauso di Hanoi.

Eravamo o no in una delle Sette Meraviglie del mondo? Ed è così che ho aspettato di rimanere da sola, mentre gli altri rientravano dall’impettata rocciosa di turno, e me le sono tolte. Qui:

Viet scarpe1

Cioè, aspè, quella è dall’alto. Qui:

Viet scarpe3

Le ho guardate per un po’ e le ho ringraziate, cose che Marie Kondo -la vestale del butting- m’avrebbe dato un bacio in fronte, e poi… me le sono rinfilate, che sulla barca mica ci potevo risalire scalza eh. Ma poi sì, le ho lasciate. Le ho lasciate andare.

Insomma questo volevo dirvi: forse viaggiare è un esercizio di vita perché impari a lasciarti andare ma anche a lasciar andare. Arrivi in posti che ti riempiono di immensità ma non te ne appropri, non ti impossessi mai di quello che incontri per strada: ne godi finché ci sei ma poi devi lasciarlo andare. E ripartire, per continuare a goderne in altro modo.

Dice Meripo’ sei andata a finire fino al Vietnam per dirci questo? No no, la cosa più importante ve la manda a dire dalla Baia di Ha Long la suola delle mie scarpe. Spesso non è quello che sentiamo, a farci più male: è quello che non vogliamo vedere.

Grazie a: Christian, Claudia, Lorena, Luisa, Monica, Pietro e Vincenzo

Chapeau

mercoledì, febbraio 1st, 2017

“Comprate cappelli di paglia in inverno. L’estate sicuramente arriverà”. (Bernard Baruch)
In ogni caso compratevi pure un ombrello.

Viet Hat

Viet Hat (foto Professor Pi)

Chi va in bici sa che nella vita niente è mai piatto

martedì, gennaio 31st, 2017

VIET POP 8

Dice lui vabbè allora dopo la mattinata di impettate alla Pagoda oggi pomeriggio prendiamo le biciclette e facciamo un giro delle risaie. Dico io menomale, così almeno stiamo un po’ seduti. Pi e Chi ci conducevano su uno sterrato di pietraia in quel di Ninh Binh che altro che biciclette, neanche coi cingolati. Pietrato e salitoso. Cioè una volta che dovevamo farla a piedi lui ci mette sulle biciclette. Capite, sì? Si partiva per acciottolati e bordofango.

Viet Biciclette

Ninh Binh

A conferma di quanto sosteneva tal Renè Fallet secondo il quale “Quelli che vanno in bicicletta sanno che nella vita niente è mai piatto”. Come ben sanno ormai pure quelli che vanno con Pi.

Ero giusto lì lì per avanzare un flebile gemito di protesta, mentre attraversavamo un villaggetto a Tam Coc, quando Mister Chi -che mi precedeva- improvvisamente inchiodava apperciocchè io gli planavo praticamente addosso, essendo la frenata sdrucciola venutami una ciofeca.

-Celimonia, celimonia, lito lito, nel tempio c’è un lito, andiamo andiamo

gridava giulivo. Ci avvicinavamo al locale Tempio ove vedevamo radunata una copiosa folla di astanti. Dentro si stava preparando lei:

Viet rito 2

Rito (Foto Meri Pop)

contornata da un cerchio di preparatrici. Ed è così che assistevamo a una delle cerimonie più suggestive che abbia mai visto, un frammento di usi e costumi vero, non l’animazione per i turisti del caso. Come entrare in un pezzo, intimo, della vita di qualcuno che non hai mai visto ma che ti accoglie spalancandoti le porte di casa o del tempio suo. Una cerimonia propiziatoria organizzata da una famiglia locale, spiegava Mister Chi, come richiesta di protezione, favori augurali, benessere per la propria famiglia e per i contigui. Una cosa tipo “Auguri a lei e famiglia” ma di un par d’ore e fatto come si deve.

A un certo punto la protagonista, dopo aver fatto danze con ventagli, candele, nastri e cotillon, prendeva un vassoio di mandarini e iniziava a lanciarli agli astanti. Io lo prendevo giustappunto quasi in fronte, Mister Chi sostenendo che il frontale fosse proprio un buon segno. Mo’ tu pensa quando invece ti arriva il segno cattivo.

Viet rito 4

Foto Meri Pop

Infine, tra canti, danze, mandarinate e giubili, iniziava una pioggia di soldi. Veri. Banconote vietconghe dal cielo sempre al canto di un Anghingonghe.

Viet rito 5

Pioggia di duong

Ora immaginatevi una cosa del genere, cheneso, a Roma. Tipo ‘na pioggia di soldi a Piazza dei Mirti. Che si potrebbe scatenare?

Beh lì non s’è mosso nessuno. A chi, fermo e composto, capitava sulla testa la discendente banconota la raccoglieva, il resto fermi. Lei ne prendeva un po’ e iniziava a distribuirle agli astanti. A Luisa ne affidava una mazzetta che manco il miglior mariuolo a Tangentopoli. Modestamente anche la quippresente ne rimediava del significativo e apprezzabile briciolame. Stavo giusto lì a interrogarmi sul senso della superstizione nel mondo quando mi ricordavo che prima della partenza avevo acquistato un biglietto della Lotteria Italia. Rivelatosi poi meno redditizio della banconota vietconga.

Terminato il tutto ci si rimetteva in sella e, fatte poche centinaia di metri di sterrato pietroso, vedevo macchine con lampeggianti gialli come per una segnalazione di incidente. Infatti. Era in corso il servizio fotografico di un matrimonio. Un capolavoro la cui tristezza e premonizione racchiuderò in questa foto. Il senso del “per sempre”, proprio.

Viet matrimonio triste

Bellamia, sarà sempre così (Foto Meri Pop)

Ci si rimetteva di nuovo in marcia e mentre tutto il resto del gruppo sfrecciava come Moser verso altre fantastiche acciottolate, la quippresente arrancava in maniera vergognosa restando ultima, ormai però su strada asfaltata.

-Ecco -sbuffavo a voce alta con Christian e Luisa, anime pie venutemi in soccorso- è proprio il segno che ci ho nacerta, porcamiseria

-No Meripo’, scusa ma è proprio il segno che hai bucato

Così è: attraversi indenne fango e pietraie. Poi quando finalmente ti rimetti in sesto e ti sovviene la speranza che forse jelapoifare, buchi sull’asfalto.

Le salite ardite e le ririsalite

lunedì, gennaio 30th, 2017

VIET POP 7

Io non lo so questo come fa ma a un certo punto ti porta sempre in un posto che sta solo in salita. Tu sali e dici Beh ora verrà la discesa. Tipo il giorno dell’imbarco a Ben Duc, quello dove solo le donne remano. La barca ci portava -dopo un’ora di remate femmine e uno sventato disastro masculo (l’unico uomo che pilotava una barca, di ferro a motore, stava prendendo in pieno una delle nostre barchette a remi ma prontamente Mister Chi trasformatosi in Supelman, Superman cinese,  con una manata che manco Hulk, ne respingeva la prua, che ancora oggi ci ripensiamo e ci chiediamo come cazzarola ci sia riuscito) verso la Pagoda dei profumi.

Ma tra l’approdo e la Pagoda c’erano circa due ore, stimate per difetto, di impettata tra le rocce. A quel punto Pi rassicurava l’uditorio: “Si può salire con la funivia, poi scenderemo a piedi”. Tu dici Ottimo. Poi scendi dalla funivia e continui a salire a piedi. E salirò salirò che manco Daniele Silvestri a San Remo, Santo Remo di barca proprio.

Finalmente ci appariva una discesa: una discesa di scalini. Tipo duecentocinquanta, per scendere a vedere la caspita di Pagoda che sì, è considerata la più bella del Vietnam, ma dicoio allora vediamola dall’alto, no?

Viet Pagoda profumata

La Pagoda dei profumi (Foto Professor Pi)

No. E però dicosempreio come li trova Pi dei posti in cui si sale solo? Dice ma lui si occupa di fisica quantistica. Infatti: MAQUANTO cazzarola si deve salire prima che sia ora di scendere? Ma gli scalini si scendevano. Sì, ma per ririsalirli.

Viet salite

Più che un itinerario mi appariva una discreta metafora della vita, in cui vai solo in salita e quando finalmente inizia la discesa ti accorgi che è un dirupo.

E’ stato solo davanti all’autoammutinamento coatto del gruppo che iniziava la promessa della discesa: discesa a picco di scaloni di roccia. Dopo il falsopiano si appalesava dunque il falsoscala. Il mio ginocchio iniziava a dare segni di cedimento, quello della pora Monica neanche ve lo dico mentre la Lorena nulla perdeva del suo incedere regale che, per dirla con Pi, “o per risaie o per strapiombi sembra sempre su Via Condotti”. Il poro Vincè risdoganava il tessile vessillo, cingendosi l’italica e sudata testa non già dell’elmo di Scipio ma, come un kamikaze giapponese con l’Hachimaki, di quello dell’Avellino calcio.

E’ giusto il caso di osservare che, in contemporanea, venivamo superati e surclassati, in salita, dai locali che in ciabatte di plastica si incollavano frigoriferi

Viet portatori 2

Portatori verso la Pagoda dei profumi (Foto Professor Pi)

e altre quintalate di materiali

Viet portatori

Daje (Foto Professor Pi)

in vista dei prossimi grandi festeggiamenti di marzo di Huong Pagoda Festival: che tutti i chilometri di gradoni vengono allestiti ai lati con bancarelle e tricche e tracche. Portati fino in cima, su e giù per mesi, a piedi in ciabatte, come fossero sul bagnasciuga di Milano Marittima. Una vita in equilibrio sulle spalle. O sulle biciclette. O sui motorini. Sempre, in ogni caso, precaria. Ma ferma.

Da quelle che corrono coi lupi a quelle che remano coi piedi

giovedì, gennaio 26th, 2017

VIET POP 6

Archiviata la breve ma intensa parentesi di goduria tricologica, uomini e femminazze rientravano in modalità profondissima fanga per sfociare, è proprio il caso di dirlo, sull’elemento principale del Vietnam: l’acqua. Acqua di fiume. Quella del Fiume Rosso, Red River. Che una pensa al Tevere, all’Arno, all’Isonzo. Ma i fiumi del sud est asiatico hanno qualcosa di diverso: più che fiumi sono stati d’animo. Tu ci arrivi sopra e, improvvisamente, fluisci pure tu. Nel silenzio. Intervallato solo dallo splot delle remate. Le remate delle donne. Che a Ben Duc -e non soltanto qui- le barche le portano solo loro.

Viet rematrice

La nostra rematrice sul Red River (Foto Meri Pop)

Non ci si crede. Ma gli uomini (e nella foto i mariti) al massimo fanno i passeggeri. Come spesso accade anche fuori dalle barche. E dal sud est asiatico.

Viet coppia in barca

Moglie ai remi (Foto Meri Pop)

Donne ai remi, ovunque. Anche con i piedi. Non solo pedalano senza sosta in terra ma si estendono anche in acqua: se la bicicletta è, insieme ai motorini, il simbolo nazionale, le donne viet all’eventuale “hai voluto la bicicletta e mo’ pedala” eroicamente corrispondono pedalando pure in acqua.

Viet rematrice coi piedi

Rematrice a piedi (Foto Meri Pop)

come a Bac Ha (ma qui almeno remano pure gli uomini). Le donne viet si fanno un mazzo tanto.

Viet mamma

Women at work, mercato (Foto Meri Pop)

Se lo fanno ovunque, dai mercati ai cantieri edili

Viet mamma 2

Women at work, cantiere (Foto Meri Pop)

a quelli stradali. E se lo fanno coi figli sempre allacciati addosso.

Viet bimbo allacciato

Foto Professor Pi

Le ho viste tappare buche in strada, impastare cemento,

Viet operaie edili

Operaie a Bac Ha (Foto Professor Pi)

saldare con la fiamma ossidrica, smazzarsi chili di filo di rame, le ho viste sbudellare e lavare interiora di bestie col piede in un catino d’acqua e l’altro poggiato fuori a terra tenendo per mano i figli. Claudio Baglioni aveva visto Le ragazze dell’est, “piccole regine”, “stringere le lacrime di una primavera che non venne mai”. Io ho visto quelle del sud est asiatico fare la stessa cosa. E non riesco a dimenticarle.

 

Cose che a un certo punto prendono una bella piega

martedì, gennaio 24th, 2017

VIET POP 5

E venne il tempo in cui il gruppo delle femminazze, dopo i giorni della fanga, vide finalmente la luce. La luce pulsata. Dell’insegna di un parrucchiere. Certo le risaie a terrazze, i montagnard, le minoranze etniche, le città coloniali, il museo di Ho Chi Minh, i H’mong neri blu e fioriti e i materassi a terra e il saccappelo. Ma poi viene pure il giorno che mobbasta eh. E quel giorno arrivava in quel di Bac Ha.

Lì, signoremie, in una stradina in cui ci accompagnava bel bello il professor Pi, il miraggio prendeva le fattezze di un parrucchiere vietnamita in cui, statemiattente, la piega… te la fanno da sdraiate:

Viet parrucchiere

Viet Libera e Bell (foto Professor Pi)

Pure con la copertina addosso e la poltrona letto imbottita. Il poro coiffeur thai, sorpreso nel sonnacchioso pomeriggio della fanga thai, veniva assalito da sto squadrone de italiche femminazze toste determinate e compatte, un attacco che manco gli elicotteri del tenente colonnello Kilgore di Apocalypse Now. Il pattuglione si doveva dividere in due negozi, per evitare che l’assalto venisse appajato a un atto di guerra ostile, a un’occupazione coatta e forzosa del territorio straniero.

Ora, perché, dicoio, perché non lo possiamo fare pure qua, che una deve arrampicarsi per risaie e melma per riuscire a farsi na piega relax, con massaggetto alla cabeza e pure lo scrub facciale incluso? Eh? Non vi dico la goduria. Ve la faccio proprio vedere.

Viet parrucchiere 3 Pi

Viet Coiffeur (Foto Professor Pi)

(Noterete il motorino sullo sfondo, garage coiffeur)
Marina mia perdonami ma non ho resistito. E t’ho tradita. Ma ritornerò in ginocchio sui ceci da te. In ogni caso quella accanto a me stava facendo una roba più da Centro Nasa che da parrucchiere, tipo un tiraggio spaziale (e Vidal Sassoon è arrivato pure là, Marinabella).

Viet parrucchiere 2

Tiraggio Thai, Sasson style (Foto Meri Pop)

Io sul lettino di pelle, mentre un miraggio a forma di parrucchiera giovanissima mi massaggiava, mi ci addormentavo proprio. Finché venivo risvegliata da una sferzata sulla cabeza tutta pungente: quella mi stava grattando tutto il capoccione con le unghie, le sue unghie, lunghissime. E le usava tipo pettine compulsivo. Una cosa, diciamolo, terribile. Però efficace.

Poi Edward mani di forbice, finita la rastrellatura, iniziava a impastarmi qualcosa in faccia. Tentavo un subitaneo rialzo dal lettino per dire “No No in faccia no” (non so in che lingua, dapperciocché ci si esprimeva solo a gesti) ma quella mi risbatteva energicamente sdraiata e rimpastava un qualcheccosa alternato a schiaffetti. Attimi che mi facevano rimpiangere i trekking nella fanga. Ma per pochissimo eh.

Infine, tamponatami faccia e testa con un asciugamano, mi tirava su dalle spalle e mi rimetteva seduta facendomi prima scendere e poi traslare all’asciugatura, nella Mani di forbice del parrucchiere masculo. Il quale procedeva a una messa in piega senza manco una spazzola: solo a manate.

Che vi devo dire? Io dopo un’ora (che tanto durava tutta la procedura) mi sentivo rinata, siapure con le guance in fiamme (che sto scrub era stato tipo uno scuoiamento). Il conto era l’equivalente di due euro (o due birre, per usare il metro del Monguzzo anziché il duong). E quasi mi sembrava improvvisamente di aver avuto una grandissima idea, il giorno in cui mi ero iscritta a questo viaggio.

La morale è che, anche quando ci si trova sepolti da un mare di fanga (per non dire di altro) a volte basta svoltare l’angolo perché le cose prendano improvvisamente una bella piega. E ancora: sì, va bene l’amore. Ma certe volte pure un cazzarola de parrucchiere come si deve può fare il suo.

Ho Pi Minh

mercoledì, gennaio 18th, 2017

VIET POP 4/
La cosa che ripete sempre è che, sì, lui è un prof di matematica ma non si occupa di numeri: si occupa di logica. Mi imbattevo nelle immediate conseguenze di questa affermazione quando, all’indomani del Capodanno passato col Chitemmuorto del cigno, si partiva la mattina del primo gennaio con destinazione Mercato all’aperto di Bac Ha, tribù H’mong, divisi in “neri” e “fioriti”.

La notte era stata ampiamente funestata da bombe d’acqua modalità Calcutta monsonica e Giove Pluvio non accennava a placarsi. Dunque azzardavo

-Professor Pi ma come si fa a vedere un mercato all’aperto con questa pioggia?

-Bagnandosi

Ora a uno così cosa gli vuoi dire? Avrei potuto obiettargli con Rita Mae Borown che “se il mondo fosse un luogo logico gli uomini dovrebbero cavalcare all’amazzone” ma preferivo illudermi, con il compagno Einstein,  che “La logica vi porterà da A a B. L’immaginazione vi porterà dappertutto”. Quantomeno al mercato di Bac Ha illesi.

Ci si arrivava imbacuccati come Amudsen sbarcando, è il caso di dire, nella parte “mercato delle vacche” letterale: mandrie di bufali e chianine transumavano nella fanga mentre le bancarelle delle mercanzie tentavano di allestire tendine cerate sorrette da precarissimi zeppi di legno, tendine che riempitesi d’acqua in cinque minuti venivano poi scolate a terra generando fiumi Mekong nei corridoi terrosi che a quel punto rendevano impossibile riattraversare i guadi.

La Lorena, Monica ed io ci ritrovavamo così prigioniere del locale bar, ovvero una panca di legno sulla quale una forzuta signora appartenente alla tribù dei H’mong fioriti aveva accatastato improbabili thermos e sacchetti di plastica contenenti indecifrabili generi alimentari risalenti all’epoca della guerra d’Indocina.

Intorno un agitarsi scomposto di H’uong fioriti e bagnati, sguazzanti nelle pozze con pantofole di plastica uso zattere ma assolutamente impermeabili all’effetto monsone. Ci si addentrava quindi nel suk con trattative per l’acquisto di beni artigianali locali nelle quali rifulgeva la capacità della Lorena di destreggiarsi con il cambio in duong finalmente agganciandolo a qualcosa di conosciuto: la Hanoi beer. Considerati 20mila duong una birra (circa 1 euro) si procedeva a suon di
-Ma quanto costa?
-Mezza birra.

Ma era dopo la successiva notte buia e tempestosissima che Mister Logica calava l’asso:

-Prof ma questa non doveva essere la stagione secca?
-E infatti: ha appena smesso di piovere. Siamo davvero fortunati, possiamo fare il trekking nei villaggi circostanti
-Ma sarà pieno di fango
-Meglio, così non si solleva polvere

Ma certamente: effetto Pronto-mobili. Ci mettevamo rassegnatamente in cammino alle ore 8,30, pervenendo già alle 8,45 dai locali produttori di vino di mais, una cosa che avrà almeno 40 gradi alcolici e che ovviamente ci offrivano per l’immediato tracannamento. Tanto per non restare sguarniti per il prosieguo, ne acquistavamo anche una boccia da asporto.

Ed era poco più in là che, pattinando come la migliore Carolina Kostner sulla fanghiglia senza polvere, si perveniva al seguente villaggetto dove Pi aguzzando lo sguardo intravedeva come un bagliore, un richiamo dorato, un punto cospicuo di luce nella notte: una falce e un martello gialli in campo oro. L’insegna del Partito.

-Prof ma quale Partito?
-L’unico

Fuori tre iscritti a farsi un cannone di Maria, propedeutico alla Relazione unica del segretario unico.

Viet partito cannone

Sede del partito. Cannone di Maria propedeutico al Congresso (Foto Meri Pop)

Entravamo in rispettoso e ossequioso silenzio, il podio allestito per il Congresso, ed era lì che, incoraggiato dagli astanti, Ho Pi Minh  si esibiva in una prolusione su “Il senso dell’infinito”, da quello matematico a quello leopardiano, con i compagni vietconghi che accorrevano dai campi e dalle officine che Contessa e Paolo Pietrangeli je spicciavano la sede, proprio.

Viet Pi prolusione

Ho Pi Minh (Foto Meri Pop)

Così, in un villaggio H’mong del nord Vietnam, corroborati dal vino di mais delle 8 antelucane e dai vapori della Maria delle 11, rinasceva il sogno del Pueblo e della Izquierda se non ancora unida quantomeno, nel frattempo, asciutta.

La giornata trovava il suggello in un’ottima cena preparata dalla famiglia, che si chiudeva con una scambio doni italici avendo portato e offerto panforte del Granducato e torrone avellinese che Pi accettava con un machete testè prestatogli.

Viet torrone machete

Il taglio del torrone col machete

Il chitemmuorto del cigno

lunedì, gennaio 16th, 2017

VIET POP 3

Lei gli aveva scritto, a scanso di equivoci, più volte prima della partenza.

-Professor Pi ho un ginocchio malconcio, questi brevi trekking ai quali si accenna nel programma sono impegnativi, in particolare quello di 10 km?

-Ma no, cara, si tratta di un falsopiano

Rassicurata nel fisico e nello spirito dal falsopiano la nostra Monica e la ginocchiera si erano iscritte senza indugio.

Il falsopiano ci attendeva giustappunto il 31 dicembre, reduci dal mercato di Tam Douang (i mercati asiatici non vanno intesi come tipo il Lidl per strada: sono raduni tanto epici quanto caotici di popolazioni in costume

Viet mercato1

Mercato di Tam Douang (Foto Meri Pop)

che affluiscono da ogniddove.

Viet mercato 3

Foto Meri Pop

Lo spettacolo dunque non è tanto la merce ma chi la porta) e dal Trom Ton Pass, un’ascesa (in pulmino) che culminava con vista sul Pha Xi Pang, anche detto il Tetto di Indocina, dove un molestissimo gruppo di giapponesi rifuggiva lo scatto con la montagna e si intestardiva a volersene fare uno col Professor Pi, considerato per mole e autorevolezza certamente più imponente dello Pha Xi Pang.

Viet cima Pop

Il Tetto d’Indocina (Foto Meri Pop)

Arrivati in quel di Sapa, la capitale del The North Face tarocco, dopo un frugale pranzo (cioccolata Ritter fondente alle nocciole, spicchi di pere e banane) il nostro Mister Chi, guida professionista, procedeva alle raccomandazioni di rito: crema solare, acqua, zaino, scarponi, annamo.

Era alla prima curva del sentiero che si spalancava questa cosa qui,

Viet trekking

Le risaie a terrazze (Foto Meri Pop)

che la fotografa è quella che è e magari non rende ma vi assicuro che si trattava di una cosa che lì per lì ti dici

-Qualsiasi sforzo ci attenda, questo posto lo merita

E più nel falsopiano si circumnavigavano ste risaie a terrazze

Viet trekking 2

più ci si spalancavano gli occhi e l’anima. E in certo modo pure lo stomaco, che sempre con due banane e un quadratino di Ritter stavamo. Il punto è, però, che dopo tipo un chilometro di sentiero tutto sommato accettabile, ci si spalancava pure la prima impettata de fango. La pora Monica, ginocchiomalconcio munita, strabuzzava l’occhietto ma con la consueta silente signorilità non tradiva il benché minimo disagio, pur dovendosi aggrappare tipo Tarzan a ogni arbusto e anche al bastoncino prestato da Claudia.

Ma è stato arrivati al ponte tibetano sospeso nello strapiombo (che a guardarlo da sopra avevo già ampiamente chitemmuortato) che ci si parava innanzi un cancello di ferro d’accesso sbarrato.

Mister Chi, dopo un conciliabolo con un operaio allocato su una escavatrice, si girava verso di noi annunciando

-It’s closed

Nun te sfugge gnente eh. Spiegava che sì il ponte era quello ma…. ancora non era finito.

-And quindi??

-We faremo un’altra strada, un pochino più lunga

Ed era a bordo escavatrice che ci si spalancava un falsopiano impettato tra le rocce, intervallate da colate di fango, pendenza 70%, pieno di rovi e arbusti. Già arrampicata come un geco sulla parete mi giravo verso Pi e soprattutto verso Monica che, con nonchalance, salutava le valli e i residui legamenti del ginocchio. Mister Chi, piuttosto disorientato, chiedeva l’aiuto di due aiutanti incontrate poco prima. Le quali signore, eccolequà,

Viet trekking aiutanti

Caschi verdi Onu in aiuto sul trekking (Foto Meri Pop)

con le pantofole e il vestituccio, si muovevano in quel casino come fossero stambecchi sulle cime. E prontamente alternavano manate sotto i nostri deretani per issarci in salita e braccia spalancate per raccoglierci in discesa. Il tutto confezionando, strada facendo, delle specie di origami con fuscelli d’erba raccolti all’uopo.

Giustappunto in uno di questi passaggi fangosi e rocciosi in discesa, a un tratto scorgevo la Lorena, inzaccherata come Indiana Jones, lanciarsi leggiadra giù dalla scarpata planando da Mister Chi come la Abbagnato nelle braccia di Bolle ne Il chitemmuorto del cigno.

Dieci chilometri. Dieci chilometri così.

-Ma potevano essere quattordici Meripo’, ho scelto il percorso breve, Maremmabbreviata, non ti sta mai bene niente

chiosava Pi mentre l’esausto ma indomito Vincenzo si detergeva il sudore con la sciarpa dell’Avellino calcio e Christian, stambecco delle nostrane cime italiche, si improvvisava pure lui Barysnikov nel raccoglimento di noialtre discendenti dai fanghi.

A un certo punto, mancando due chilometri al villaggio di arrivo, Chi e Pi lanciavano una ciambella di salvataggio con

-Ce la fate a proseguire o volete che chiamiamo il pulmino a prenderci qui?

che la risposta di ogni essere senziente sano di mente avrebbe dovuto essere

-E ce lo chiedi pure? Esci fuori subito sto pulmino

invece iniziava una sequela di

-Mah, come preferite voi, per me è uguale

Per me era uguale un par di palle. Ma no, non avevo fiato manco per protestare. Infangati come neanche dopo una seduta ad Abano Terme, dopo quattro ore e svariati slalom tra villaggetti rurali, si perveniva alle ore 18,30 della sera di Capodanno in quel di Tan Van ove avremmo soggiornato ospiti di una casa locale. La quale, a dir la verità, ci appariva bellissima, col parquet per terra, riscaldamenti accesi, materassi nel soppalco pronti ad ospitarci allineati in numero di sedici, otto per noi e otto per Vattelappesca chi.

E dopo giorni e giorni di noodlespapponi finalmente ci aspettava anche una cena coi controcavoli e rivoli di Hanoi Beer come fosse il Mekong.

Infine sì, il Capodanno brindando con il rice wine in un villaggio vietnamita per poi avvoltolarsi nel sacco a pelo della Stayhome entra, decisamente, sul podio. Come l’immagine della pora Lorena avvoltolata in sacco lenzuolo dentro sacco a pelo come Nefertiti colà intrappolatavisi fino alla mattina dopo.

Sotto il cappello

venerdì, gennaio 13th, 2017

In ogni caso il più vasto territorio da esplorare è sotto il cappello.

Cappello Viet Pop

Viet Pop Hat (Foto Professor Pi)

Viet Pop2/ Quando un uomo col carrarmato

giovedì, gennaio 12th, 2017

Viet Nam. La prima volta in cui l’Occidente seppe che esisteva un posto simile (e ci credette, al contrario di quanto accade ancora oggi col Molise) era il 1954: a Dien Bien Phu un tal generale Giap stracciava l’esercito francese dopo due mesi di guerriglia. Sarà l’inizio della fine dell’occupazione coloniale in Indocina.

Ora, secondo voi, qual è stata la prima tappa che Pi ha messo in programma di questo imperdibile “Tribù nord Vietnam”? Il generale Ho Pi Minh, coadiuvato dalla nostra guida Mister Chi (il cui nome avete già capito sarà fonte di infiniti disguidi del tipo “Ma Chi viene? Viene lui. Ma lui chi? Chi”), sul pulmino d’ordinanza e dopo ore ore e ore di curve stracurve strapiombi e infinite ciotole di Noodle soup e (scusate) anche dei vomitini di Pi dal finestrino (Chiarè, torna la saga gastrica)
(altra parentesi, scusate ma io poi dico
-Vuoi che ci fermiamo?
-E perché?
-Pi ma perché non ti prendi qualcosa contro il mal d’auto?
-Offiguriamoci, Maremma bona, m’affaccio e vomito icchè problema sc’è?
ma infatti, m’affaccio e vomito, no? maremminabona unn’è che sci si pole fermare pel vomitino)

dicevo che dopo traversie stradali e gastriche (ariscusate, no, non posso dirvi con che classe la Lorena affrontasse la sua prima bettola asiatica, sorseggiando Pho da una tazza con accumulo stratiforme di umanità precedente e proveniente da cucine inguardabili, come fosse davanti a un Martini a Calle Vallaresso da Cipriani) si perveniva in quel di Dien Bien Phu, luogo del trionfo del generale Giap, l’inventore della strategia “della tigre e dell’elefante”, basata sulla tattica della tigre di rintanarsi nella giungla e colpire il pachiderma con assalti a blitz prima di tornare a nascondersi.

Il Memoriale di Giap

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riservava la dimostrazione plastica di come -pur inferiori per mezzi, armi, taglia (che i vietnamiti son piccoli assai) e numero, coi sandali ai piedi e in bicicletta ma incazzati come picchi- i vietnamiti sbaragliarono i francesi e per la prima volta una popolazione del cosiddetto terzo mondo, senza alcun aiuto esterno, ebbe la meglio su una potenza occidentale.

Non si può dire l’orgoglio di Pi davanti al busto bronzeo di Giap ove, mi sembra, gli si inumidì financo il comunista ciglio.

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Busto del comandante Giap al Giap Museum (foto Meri Pop)

Poco più in là del Museo non ci si risparmiava neanche il pattugliamento, trincea per trincea, del sacro luogo della battaglia.

Meripo’ si ma co sto pippone di strategia di guerra che ci vuoi dire?

Voglio dirvi che quando l’uomo col carrarmato incontra l’uomo con la bicicletta disperato, l’uomo col carrarmato è morto.

E voglio dirvi anche un’altra cosa: che quelli piccoli non li dovete fare incazzare. Mai.