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Sòcc, il bonso col zellulare

venerdì, gennaio 22nd, 2016

Quando, ogni volta che mi trascina in loco, chiedo al professor Pi ma come caspita ti è venuto in mente stopostoqquà lui mi risponde che

-Meripo’, cerchiamo di vedere cose che fra poco non ci saranno più o non saranno più come sono state finora

Naturalmente la rassicurazione di essere presumibilmente testimoni del chissàchenesarà di norma non compensa il disagio di machiccaspitacelofaffà. Però, ad esempio, giusto qualche giorno fa Nicki Sventola mi diceva che si sta prosciugando la fonte d’acqua di Dallol, Dancalia, Etiopia, i feroci Afar. E la Dancalia, in assoluto, è stato l’Everest del machiccaspitacelofaffà. Eppure è stato anche l’Everest dell’emozione.

Tutto questo pippone per dire che, giunti dopo gli slalom immunitari che sapete a Luang Prabang, patrimonio dell’Umanità e anche del nostro viaggio -con la bellezza dei suoi templi, il fascino coloniale rimasto quasi immutato e l’affastellarsi di colori, odori e sapori del mercato, delle sue strade e delle sue persone ma soprattutto giunti alle baguette e ai croissant- ci si rendeva conto che è probabile che pure questo bello spirito lao lao abbia le sue belle ore contate.

Dunque potrei dirvi delle bellezze racchiuse nell’ex Palazzo reale, ora museo nazionale, della magnificenza dei suoi monasteri, i suoi Vat

Laos Mauro templi

Foto Mauro Fraboni

della cerimonia con la quale salgono sulla collina del Phou Si e liberano gli uccellini dalle gabbiette (comprati già inscatolati làssotto) come offerta votiva.

Ma sono i monaci la presenza, vera o percepita, che tutto sovrasta o sottende. I monaci che entrano in monastero già a 9 anni -nove anni- e vengono istruiti sui doveri del Sangha, apprendono a leggere e scrivere in lingua pali e devono rispettare i 10 precetti fondamentali che fanno divieto di sopprimere ogni forma di vita, rubare, mentire, usare sostanze inebrianti, violare la castità, assumere cibo dopo mezzogiorno, usare profumi, possedere gioielli o ornamenti, dormire nei letti, accettare denaro o regali personali, frequentare luoghi affollati, ascoltare musica profana e assistere a spettacoli di ogni genere.

Il punto è che i monaci li abbiamo visti anche nei ristoranti, in giro per monumenti con le macchine fotografiche, intenti a farsi i selfie. Ed è stato avvistando l’ennesimo

Laos meri bonzo cellulare

Il bonso col zellulare – Foto Meri Pop

che Mauro ha racchiuso in un’unica frase il senso del cambiamento che sta avvolgendo anche il pacifico, apparentemente imperturbabile e nirvanico Laosse, chiosando sbigottito

-Sòcc…. il bonso con zellulare!

Ma sarebbe un po’ come pretendere, che ne so, che Bertone abitasse in canonica. E certamente non è per la leggerezza di qualcuno che si può trarre conclusioni su tutti. Ma è chiaro che il cambiamento avanza, comunque.

Al netto di tutto ciò e di molto altro ancora forse lo spirito di Luang Prabang sta -ancora- nel Tak bat,

Laos Meri takbat

Tak bat a Luang Prabang – Foto Meri Pop

la processione con la quale i monaci escono all’alba da tutti i conventi per la questua del cibo. E sembrano fluttuare nel buio, in fila indiana, scalzi

Laos Mauro Tak bat

Foto Mauro Fraboni

come un’unica onda arancio e ocra che avvolge la città.

Laos Mauro Takbat2

Foto Mauro Fraboni

Va detto che, essendo stabilita l’ora della levataccia alle 5,30, la spedizione italica si restringeva a Mauro e Meripo’, il resto del gruppo attestandosi sul programma “diamolo per visto”.

Dunque uscivamo nel buio dell’alba in direzione strade centrali ed ecco che intanto iniziavamo a vedere i venditori di cibo e merendine (sì, anche le merendine) per i monaci in pratiche schiscette take away, l’affitto dei seggiolini sui quali aspettare che arrivino i monaci, addirittura a un certo punto sono arrivati tipo degli uomini della sicurezza per tenere lontani i turisti che si assiepavano

-Socc, Meripo’, mo son come gli Uan Dirèssion

chiosava il mio nuovo intellettuale di riferimento.

E sì, la ressa dei turisti, i flash, i bodyguard, il prezzario delle schiscette precotte, i monacelli con le bustone di plastica ove riversare tutto ciò che non entrava più nella bisaccia, tutto vero.

Però. Però dico la verità quel lento fluttuare silenzioso nella notte, quei capi chini in fila, quei piedi scalzi, quelle teste rasate tutte uguali, le persone in ginocchio a bordo marciapiede che li aspettano e mettono un pugno di riso nella bisaccia e beh insomma un certoqual effetto me l’hanno fatto.

Dunque andate. Andate a Luang Prabang. Andate a codesto Laosse anche senza sapere bene indoll’è. Prima che tutto cambi. E non come nel Gattopardo: qui sta già cambiando sul serio.

Un aforisma pare coniato dai francesi dice che “I vietnamiti piantano il riso, i cambogiani lo guardano germogliare, i laotiani lo ascoltano crescere”. Illaosse non vi stupirà con effetti speciali, non è ruffiano come i suoi vicini, non è abbagliante come il Myanmar e non compiace in alcun modo i turisti. Ma andate. Anche solo per ascoltare.

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Foto Roby D’Aria

E grazie a Claudia, Mauro, Monica e Roby

L’invasione degli Anticorpi

mercoledì, gennaio 20th, 2016

Giusto domenica scorsa eravamo con Shylock e il professor Pi a pranzo in un posticino carinassai al Flaminio quando, portandoci il polpettone con accanto salsa di mirtilli e verdurine, scartavo il cetriolo crudo. Intanto per prevenzione: che i cetrioli son sempre sospetti. Ma soprattutto per riflesso condizionato, dopo aver scansato verdure crude, ghiaccio e acqua non sigillata per tutto il viaggio. Che viaggiare è anche questo: accorgersi, tornando, dell’immensa fortuna di potersi mangiare pure la fetta di cetriolo. E lavarsi i denti con l’acqua corrente. E lavarsi i denti punto. E lavarsi punto. E punto. Insomma a volte si viaggia dillà anche per capire quanto vale ciò che abbiamo, e diamo troppo per scontato, diqquà.

Il punto più infimo della scala Richter del pericolo smottamento intestinale lo raggiungevamo nella pausa pranzo del viaggio di discesa verso Luang Prabang sulla strada per Nang Khiow quando, fattasi na certa e chiesto al temibile Batong un posto dove poter mangiare qualcosa, ello ci scodellava su una piazza di un sobborgo di un qualchepposto ove affacciavano circa dieci catapecchie all’aperto di friggitorie sudestasiatiche una peggio dell’altra che farebbero impallidire tutte le serie di “Cucine da incubo”.

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L’invasione degli anticorpi 1 – Foto Mauro Fraboni

Al punto che, scendendo dal pulmino, il sintetizzatore Mauro (cioè il campione della sintesi, colpito dalla legge del contrappasso essendo lui uno stellato ristoratore) così apostrofava solo a vederlo il culinario approdo:

-Sòcc, ragassi, mo qui muoriaaaamo

con ciò tutti però accomodandoci nella culla di tutti i vibrioni

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L’invasione degli anticorpi inside – Foto Mauro Fraboni

più che altro per non contrariare il temibile Batong. Vi risparmio i particolari. Aggiungo che la prussiana Monik sbarrava i teutonici occhioni in cerca di salvezza in qualche Nononnò che però nessuno aveva il coraggio di pronunciare.

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Anticorpi grigliati – Foto Mauro Fraboni

Sul tavolaccio albergavano bacilli travestiti da stoviglie che inutilmente la profe C tentava di disinfestare con un pezzo di carta igienica (pulita, messa lì a mo’ di tovaglioli) ma infine ordinando per tutti

-OVVIA, LA CI DIA UN POHO DI CODESTO FRITTO, icché friggendo almeno s’ammazzan un po’ di vibrioni

(e mi è qui gradito sottolineare che, visto il livello di asianinglisc dei locali, l’unico metodo di soluzione delle controversie nonché l’unica possibilità di farsi intendere da codesti, per tutto il viaggio, è stato manco la Lis, la lingua dei segni, ma direttamente il vernaholo fiorentino della profe C, al netto dei camei bolognesi del Maurino).

Il codesto fritto veniva spacciato come maiale. E nessuno si peritava minimamente di metterlo in dubbio. Anche perché poco prima, fermi a un delizioso mercatino, s’era notata questa bancarella

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Pannocchie & topo al mercatino – Foto Meri Pop

in cui, ovemai non ve ne foste accorti, l’ultimo allineato a destra vicino alle pannocchie E’ UN TOPO

Accompagnato con il solito sticky rice, riso glutinoso, o meglio riso appiccicoso: riso -senza glutine quindi celiaci fatevi sotto- che loro usano tipo mastice, anche appallottolandolo con la mano sinistra usato a mo’ di pane da accompagno, mentre con la destra maneggiano bastoncini.

E qui va detto che anche la quippresente, che maneggiava bastoncini con la stessa disinvoltura con cui maneggia il black and decker -cioè nulla- diventava la Silvan dei chopsticks in un battibaleno pur di non usare le posate, pur generosamente messe a tavola con insetti e residui di cibo precedente incorporati. Il tutto veniva accompagnato da una bella BeerLao tiepida.

Vi aggiungo che, costretta a usufruire del bagno per una urgentissima e irrimandabile pipì, costretta a passare per la cucina, ne ricavavo che il bagno era certamente più pulito della cucina.

Visitato quindi il locale mercato degli alcolici da brindisi di Capodanno, ci si parava innanzi questa bella sfilata di simil grappa di riso con un bel cobra reale a galleggiare dentro:

Laos Mauro brindiam

Il brindisi del cobra reale – Foto Mauro Fraboni

Che infatti anche la Rettore avvertiva che “il cobra non èèèè un serpenteee”. Qua è direttamente un Glen Grant.

Immaginate dunque il sollievo quando, finalmente approdati a Luang Prabang, si scopriva che l’antica città coloniale aveva mantenuto intatte alcune tradizioni, tra le quali la baguette e i croissant. Che in certi casi, e SOLO in questi, come dice il mio amico Enry “aridatece le colonie”.

E comunque stasera quando tornerete a casa fate una carezza alla vostra cacio e pepe. E ditele “Questa te la manda Meripo’”.

The River

martedì, gennaio 19th, 2016

Ogni viaggio, come ogni incontro, ha il suo “momento”. Cioè quell’attimo, quella sensazione, quell’immagine che per prima e sempre ti apparirà e accompagnerà quando ci pensi. A lui, a lei o al viaggio.

E di codesto Laosse -che ancora nessuno sa bene indoll’è- più dei massaggi, delle tribù, delle impettate e delle risaie, c’è alla fine un unico, grande protagonista: il Mekong, la madre di tutte le acque. Il Mekong non è un fiume: è uno stato dell’anima. E’ una cosa immensa. Un mare, un Oceano, una piena che fluisce all’infinito. Che parte dall’altopiano del Tibet e attraversa la Cina dello Yunnan, la Birmania, la Thailandia, Illaosse, la Cambogia e il Vietnam.

E dunque, lasciata Nong Khiaw su una barca e attraversato il Nam Ou fino al villaggetto di tal Pak Nga Dam si cambiava barca e si cambiava fiume per andare alle grotte di Pak Ou, uno dei più incredibili luoghi di devozione

Laos Rob grotta

Pak Ou caves – Foto Roby D’Aria

con oltre quattromila -QUATTROMILA- statue del Buddha di metallo, gesso, bronzo, terracotta e simil oro ammassate dentro grotte pensili alle quali si accede,  e come te sbagli, solo via fiume prima e a piedi poi con una discreta impettata di gradoni su una parete calcarea.

Laos Rob grotta2

Foto Roby D’Aria

Ed è stato da sopra alla collinetta della grotta che l’ho visto, là sotto, per la prima volta nella sua maestà

Laos Mekong da Pak Ou caves

Il Mekong dalle grotte di Pak Ou

E nonsoccome ma mi si è innescato in automatico The Boss nelle orecchie

The River. Quel, River. E ho pensato a quanto venisse da lontano, a quanta strada avesse già fatto e quanta ne avesse ancora da fare, quanta roba si fosse già trascinato via e quanta nuova ne avrebbe incontrato. Un po’ come una persona. Una personciona. Che a stare su una barca su quel fiumone col Boss che ti accompagna nel rullaggio meritava, sì, i due giorni di viaggio per arrivarci e gli altrettanti per tornartene a casa.

The River: che mentre scorre nutre i villaggi che gli si affacciano in braccio ( e come è cambiato, il paesaggio, appena abbiamo lasciato il nord e abbiamo incontrato l’acqua), che culla i naviganti e innaffia le risaie e sì a volte esonda e devasta e che, a pensarci, è un po’ quello che succede pure dentro di noi quando ci invade qualche passione.

Sì. Guardando quell’immensità chiamata fiume, mentre il Boss faceva la sua parte nelle orecchie, me ne sono convinta ancora di più: le passioni sono fiumi. Fiumi anche in piena. Che a volte ci nutrono e ci cullano e a volte ci devastano. Ma poi passano, continuano a fluire. E lasciano spazio ad acqua nuova. Che potrà rigenerarci. E tornerà a trasportarci e a cullarci durante la navigazione. A farci nuovamente viaggiare. Perché, alla fine, i viaggi e i fiumi sono come le storie d’amore: iniziano molto prima di iniziare e finiscono molto dopo esser conclusi. A volte -a volte- non finiscono mai.

La maledizione della mutanda

giovedì, gennaio 14th, 2016

Tra le parole-chiave che mi avevano fatto optare per la destinazione Laos -invece che quella Patagonia e Astucci penici della giungla- c’era stata la parola “massaggi”. Già in quel di Muang Sing si era tentato di planare su qualche lettino al profumo di frangipane. La delegazione-cavia Monik-Mauro-Claudia usciva però dal primo esperimento di Muang Sing con un’esperienza che il principe della sintesi, il nostro bolognese Mauro, aveva così chiosato:

-Allora, com’è andata?
-Socc…, l’è andata che metteva le mani un po’ a casso eh

Fuggiti da Muang Sing la mattina del 29, unici occidentali avvistati in due giorni erano stati due canadesi che avevano parenti nella Val Brembana, con il fido autista Batong sempre più scojonato e impermeabile a ogni tipo di interazione umana tra il posto di guida e il resto del mondo, si ricominciava la discesa tra i tornanti sballonzolando su buche, crateri e vasche di fango residuo delle precipitazioni della stagione secca che-tanto-non-piove-mai-a-dicembre.

E dopo giorni di tristezza e di antropologica disillusione sulla zona Nord, ormai sotto influsso cinese spinto e pressoché snaturata, iniziavamo il percorso di avvicinamento al Mekong. Arrivando in quel di Nong Khiaw, delizioso e ameno loco situato sul fiume Nam Ou. Bello. E ripeto bello. Bello pure il nostro alberghetto,

Laos Meri albergo tinarossi

Stanzina alberghino Nang Khiow Wow – Foto Meri Pop

con la veranda in riva al fiume e il tramonto e le barchine e insomma Professor Pi unfoppeddittelo ma è roba eh.

Laos Meri Nang Khiow

Nang Khiow bridge – Foto Meri Pop

Riposate le stanche membra per tipo dieci minuti facevamo conoscenza con l’incredibile tenutario dell’alberghetto, sfegatato appassionato dell’Italia che così riassumeva:

-OOhh ITALIAA VALENTINORUOSSI, GRANDE VALENTINORUOSSI

ed era allora che ci presentava i suoi due figlioletti che ha chiamato (preparatevi) VALENTINOROSSI lui e TINAROSSI LEI, ed eccola qua, Tinarossi Luang Kongkong o comesichiamadicognome, in tutto il suo splendore:

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Tinarossi Nang Khiow – Foto Meri Pop

Esaurite le formalità sportive era Mauro a riproporre il conto in sospeso con il centro benessere:

-Socc, ragassi, ma almeno qui un bel massaggio in cui non zi si mettan le mani a casso?

Ci si metteva dunque in cerca di un ameno loco massaggiante che trovavamo alla prima curva dopo l’albergo, con ciò fissando per l’ora dopo una bella seduta a quattro Mauro-Monik-Claudia-Meripo’ (Roby secessionandosi dalla tribale pratica) senza ripassare dunque dall’albergo per la necessaria doccia e cambio. Ed è a quel punto che mi viene in mente che, giustappunto mo’, indosso la mia spettacolare mutanda Tezenis col draghetto Grisù ad altezza Jolanda.

Contando sul favore della notte (siamo ormai a tramonto tramontato e la stanzina coi quattro materassini a terra ha un bel profumo di frangipane e luci soffuse) entro e la discretissima laotianmassaggiantemia mi fa cenno di spogliarmi e se ne va.

Eseguo. A quel punto lei rientra recando in braccio un asciugamano caldo ma, vista l’occidental mutanda, fissa Grisù e inizia a ridere poi mi porge l’asciugamano e dice

-Hot!

senonché io pensando mi stia chiedendo se l’asciugamano è caldo abbastanza -e volendo darle grande e oriental soddisfazione- rispondo entusiasticamente

-VERY, VERY HOT

ed è a quel punto che lei abbandona la compunzione laotiana e si sganascia dalle risate, indicando la occidental Jolanda mentre ripete VeryVVeryHooott.

Vi è chiaro che potrei fermarmi qui, con l’oriental reportage di viaggio.

D’altra parte La maledizione della mutanda andrebbe inserita d’imperio fra le leggi di Murphy perché ora ditemivoi se non capiti, in ogni circostanza imprevista, di avere addosso quella sbagliata. Assunto che, generalizzandone le conseguenze, anche Inès de la Fressange riassume nell’imperativo: Vestirsi bene anche quando si va a comprare il pane, che non si sa mai si incontri l’uomo della propria vita al banco delle baguettes.

Principio che la mia amica Rossella ha poi declinato su latitudini partenopee applicandolo anche alla munnizza: Acconciarsi sempre bene quando si esce a gettare la munnizza, che giusto davanti al cascione potresti fare l’incontro della vita. Per non dire che anche la nonna di Raffaella -nonché le mie- sempre le ripete

-Comunque ricordati: biancheria sempre in ordine che non si può mai sapere

E da qui si capisce che sì, tutto il mondo è Paese. E comunque è certamente mutanda.

MerIndiana Cavacecio’s Jones

mercoledì, gennaio 13th, 2016

All’alba del 28 dicembre iniziava la parte forte del programma ovvero il trekking tra le tribù del nord de Illaosse: “prima di cedere alla magia del grande fiume Mekong concediamoci una escursione in un triangolo di terra che accoglie un variegato campionario della molteplicità di etnie che vivono in questo cantuccio di Indocina (…) una vera manna per gli etnologi che stentano quasi a orientarsi”.

Ora la domanda è questa: come mai, in qualsiasi parte del mondo si debba andare incontro a qualcosa, questo qualcosa sta in salita e in mezzo al fango e alla pioggia? E a questo punto vorrei estendere la domanda anche ad ambiti meno geografici e più sentimentali: come mai ogni volta che abbiamo delle aspettative queste aspettative impattano su fiumi di melma?

La parte forte del programma si preannunciava con l’arrivo della guida che, alla nostra obiezione di avvistati e auscultati devastanti scrosci d’acqua notturni, rispondeva

-Un’eccezione… a dicembre non piove maaa SCROOOSSSSHHHHHHHHH

Ci mettevamo dunque in laotiana attesa del tuk tuk che ci avrebbe prelevati nel magma alberghiero quando appariva un pick up 4×4 in cui l’eroico Roby si offriva di saltare nel retrocassone scoperto SCROOOOOSSSSSSSHHHHH

Che comunque si sa che è la stagione secca e infatti dieci minuti dopo l’inizio dell’impettata si iniziava a pattinare sul fango come manco Carolina Kostner. Non vi sfuggirà che in seguito all’evoluzione Giochi-senza-frontiere della spedizione (10 giorni in Laos solo bagaglio a mano) a venti minuti dalla partenza stavo inzaccherando come non ci fosse un domani scarpe e calzoni che avrebbero dovuto resistere un settimana.

Alle ore 9 del mattino, gli scrosci avendo concesso una tregua, piombavamo nel primo dei presunti villaggi etnici multicolore, pieni di usi e costumi antichissimi, ultimi testimoni di un tempo sospeso. E dunque gli unici testimoni rintracciati erano una corpulenta signora ricurva su un’incudine che prendeva ad accettate un tronco di uno dei 22 legni necessari a fare il lao lao, liquore distillato che appena arriva nello stomaco fa un effetto tipo le Mentos nella coca cola

mentre poco distante il suo allegro marito ne assaggiava le scorse edizioni con ciò barcollando già dalle 8 e deliziosamente venendoci incontro.

Laos Monik vecchietto

Produttori e consumatore di Lao lao – Foto Monica Metschitzer

Belli brilli e motivati  giunti dopo la pattinata nel fango a un promontorio, ecco che si trova un bel fiume. Cerco un ponte, un passaggio, un tronco, un cavalcavia. Lo cerca pure la Profe C

-Un c’è…

Non c’è. Guardo la nostra guida che, non facendo manco una piega, mi fa cenno di saltargli sulle spalle

-EEEEHHH???

-YOUUU MEEE GO

e dunque ecco che alle multiformi performance MerIndiana Jones la quippresente poteva inserire anche IL GUADO A CAVACECIO, che Roby prontamente documentava per i posteri e soprattutto per i posteriori

Roby Laos Meri a cavacecio

Meri Cavacecio’s Jones – Foto Roby D’Aria

Portatane una lui poi tornava indietro a caricarsene un altro. Roby invano gli faceva presente che

-NONNONNO’ Me heavy… (Soppesante…)

ma lui si caricava il recalcitrante omone senza lasciare spazio al dibattito

Laos Monik Roby cavacecio

Cavacecio style – Foto Monica Metschitzer

Poco più avanti, tra un villaggio e l’altro, piantagioni e piantagioni di banane… quadrate, tipo. Cinesi, cinesi, spiega la guida che, fattasi na certa, calava il suo jolly:

-And now mì iù picnic

con ciò dando il via ad uno dei più gustosi banchetti in carriera

Roby Laos picnic

Lao pic pop nic – Foto Roby D’Adria

apparecchiato su foglie di banano, con involtini di sticky rice, pollo in salsa nonsoccome ma buonissima e non troppo spicy, verdurine saltate al wok tipo friarielli e bananine dolci finali. Tutto ovviamente mangiato con le bacchette, io aiutandomi chevvelodicoaffare, con il pollice opponibile e la mano prensile. Roby, Monik, il Fraboni si scofanavano il tutto come chi non avesse fatto altro nella vita che usare bacchette, sciabolando pezzi di pollo e friarielli come manco I Tre Moschettieri.

Finita la trasmigrazione e ripreso l’infangamento per le sterrate dei villaggi, il nostro Caronte a un certo punto ci fa fermare davanti a una baracchetta di legno, gridando festoso HAPPY HOUSE, HAPPY HOUSE. Ed è a quel punto che ci spiega che lì, dentro l’happy house, vengono portate le bambine del villaggio prima della prima mestruazione (quindi parliamo di 9-10 anni) perché venga loro “aperto il buco” da qualche senior della comunità. Mai assolutamente mai il futuro marito dovrà essere il loro primo uomo, mai assolutamente mai quel “compito” potrà essere assolto da persona che abbia con loro una relazione affettiva. Anche perché a quell’età cosa vuoi avere relazioni.

Incontravamo sul percorso anche la sfoglina dei noodles (e quelli che vedete stesi, mieicari, non sono panni ma appunto metrate di pasta di riso dalle quali ricavare gli spaghetti lao)

Laos meri sfoglina noodles

La sfoglina dei noodles – Foto Meri Pop

Intorno molta povertà, molta immondizia, nessuna multicolore testimonianza fatta eccezione per una donna intenta al telaio che confezionava la gonna sinh, questa si rimasta come unica traccia di una dignità antica. Ma su quella gonna ci sono da tempo pile, felpe e magliette cinesi, a volte anche europee.

E dunque arrivati alla scuola del villaggio ci si facevano avanti sciami di bambini prevalentemente incustoditi, variamente aggregati in aule disordinate e sporche, quando non in giro a comprare bustine di plastica dai colori improbabili di pseudo merendine cinesi pure quelle.

Cerco di non farvela troppo lunga ma delle 25 etnie e degli svariati  gruppi e sottogruppi etnici variamente vestiti

Laos Meri etnie

dopo cinque ore di impettate e pattinate nella valle e nella foresta, noi incontreremo solo tre signore di un’unica etnia

Laos Meri tribù

Signora Yao – Foto Meri Pop

ancora vestite a festa per un matrimonio del giorno prima e giustamente ritrose e contrarie all’idea di essere fotografate.

Dopo alcune altre pattinate de fango infine si aritornava al campo base non passando, stavolta, dal fiume dell’andata. E della quippresente giornata terrei dunque a sottolineare la seguente lezione: di fronte a ostacoli apparentemente inguadabili voi saliteci direttamente a cavacecio.

Indoll’è codesto Laosse?

lunedì, gennaio 11th, 2016

Va detto che il Professor Pi l’aveva presa alla larga. Non potendo quest’anno partecipare alla spedizione natalizia aveva tentato una lusinga esotica con

-Meripo’ perché non ne approfitti e vai a farti un bella vacanza a Zanzibar? (sottotitolo implicito: Così la finisci di sfracassarmi i maroni quando ti porto a giro io?)

Che star spiaggiati su una sdraietta a Zanzibar sorseggiando cocktail è stato effettivamente il miraggio delle volte in cui mi trascinava per qualche impettata fangosa per l’orbe terracqueo, cioé sempre. Senonché, mi son detta, perché togliersi la possibilità di continuare a sfracassarglieli? Dunque, dopo attenta consultazione del programma e accampando scuse del tipo

-Mh mi pare un po’ troppo nojoso con tutto questo mare

optavo per una sana telefonata di piano B a Nicki Sventola che gli assidui ricorderanno per l’indimenticata spedizione in Dancalia, ella essendo in partenza per una “spedizione Surma” a base di inesplorate tribù etiopiche (per le quali qui si è già dato abbastanza). La Sventola iniziava a passare in rassegna tutte le partenze che permettessero una parziale sottrazione alle italiche abbuffate del triangolo 25-31-6 infine proponendomi la terna

Patagoniaterradelfuoco-Astuccipenici delle foreste-Laos

Laos. Più che altro per evitare gli astucci penici delle foreste e quelli scafandrici da assideramento patagonico.

Laos senza Professor Pi ma, attenzione, con la Profe C. Che sempre dal Granducato arriva. E sempre Profe è. E che così si annunciava

DRIIIINNNNNNN

-Son la Claudia. Unfoppeddittelo Meripo’ ma siam solo in cinque, o speriamo ‘un ci sian scassaballe. Noi comunque si parte, icche cc’è cc’è,

E va qui altresì annotato che l’unica reazione registrata nella maggior parte degli avventori ai quali si comunicava la destinazione era

-Laos. E ndo sta? (da Roma in su: E dov’è, il Laos?)

Ce lo hanno chiesto financo sulla EgyptAir i  viaggiatori che si stavano recando nei confinanti Cambogia, Thailandia e Vietnam. La profe C ci metteva a parte del fatto che, alcuni l’avevano chiamata per informazioni chiedendo soprattutto, di un Paese che di sbocco non ne ha manco mezzo incastonato come sta tra le foreste,

-E quanto mare potremo fare?

(Zanzibar, ma quanto sei sottovalutata?)

Per assimilare la performance a quella di Giochi senza frontiere la Sventola rilanciava

-Meripo’, ovviamente per dodici giorni farai solo il bagaglio a mano, giusto?

Ovviamente. Dodici giorni. Con temperature tra i 10 e i 37 gradi (di Bangkok). Compresi sacco lenzuolo -che nzisammai ndo te portano a dormire- e roba da trekking. Ovviamente. Dunque più che la preparazione di un bagaglio iniziava il gioco del Sudoku.

E dunque per la compenetrazione dei corpi tutto ciò che era fuori

Laos1

doveva andare a finire dentro

Laos2

E sì, signore e signori, alla fine grazie ad alcune forzature delle leggi fisiche che regolano la materia e l’espansione dei corpi (tipo sedersi sopra il bagaglio e schiacciare tutto compresi i pochi liquidi permessi facendoli squaqquerare ovunque), mi presentavo da mia sorella la sera del 24 (per poi partire la mattina del 25) alla cena di Natale vestita come Roald Amundsen alla vigilia della spedizione in Antartide, con almeno sei strati di vestiti addosso (per risparmiare spazo in valigia) e dirigendomi sulle tartine al salmone e sul capitone marinato con l’andatura barcollante dell’omino Michelin.

Immaginando il mio pranzo di Natale al terminal T3 di Fiumicino con il Camogli e la Rustichella tiepida dell’autogrill, mia sorella preparava un fagotto casareccio buonissimo che ovviamente dimenticavo sul tavolo della sua cucina. Con ciò apprestandomi a chiedere un pezzo del pane e lampredotto alla Profe C.

Poco prima del decollo del primo Egyptair da Roma (e vi assicuro che insomma di sti tempi poi uno proprio tranquillo tranquillo non sta mai) equipaggio prapararsi, spegnete i cellulari, motori su di giri e silenzio in sala, ecco che dagli schermi compare improvvisamente una moschea con scritte cubitali in arabo e una voce improvvisa dall’altoparlate inizia a invocare Allah.

Non so se vi rendete conto. Panico e terrore. Ma era la preghiera. La-pre.ghie.ra-sull’-a-e-reo. Ditemi voi se se po’ fa’ ‘na cosa simile.

Decollati alle 17 del 25 si giungeva a destinazione (cioè il passaggio di frontiera tra Thailandia e Laos) all’ora di pranzo del 27. Ripeto: due giorni per raggiungere un posto agguantabile, con un paio di cambi, in tipo dodici ore. No, non chiedetemi perché io abbia fatto prima ad arrivare in Nuova Zelanda. Era chiaro da subito, in ogni caso, che invertendo l’ordine dei capogruppo il prodotto non cambiava. Per cui, in omaggio a Flaiano, si confermava che la linea più breve che congiunge due punti, anche viaggiando, è l’arabesco.

E una sola domanda, giustappunto, si faceva strada finalmente anche dentro di me: ma sto caspita di Laos dove cazzarola sta?

Laos3

Luang PraPop

martedì, dicembre 22nd, 2015

Dunque volevo avvertire l’utenza che a Natale vi porto nel Laos. Il Professor Pi rimarrà invece nel Granducato, trattenuto da inderogabili impegni per gran parte delle feste.

Alle mie rimostranze, con profferte di Tiaspetto e varie, ha risposto prendendola un po’ alla lontana. E, sbarcato a Termini con sottobraccio il tomo “Due intrusi nel mondo di Einstein”, mi ha messa a parte di un epocale cambio di paradigma in cosmologia illustrandomi il passaggio da un unico universo che tutti condividiamo a una realtà frammentaria in cui ogni osservatore ha il proprio mondo. Allo stesso modo, sosteneva, anche noi potremo utilmente trarre vantaggio dall’epocale cambio di paradigma dalla condivisione dell’unico viaggio al viaggio frammentario.

Il passaggio potrebbe avere in entrambi i casi conseguenze di incalcolabile portata per la nostra comprensione dell’origine del cosmo ma soprattutto conseguenze incalcolabili per l’ignara sua bravissima collega che guiderà il viaggio in Laos.

Come ciò non bastasse si incaricava Nicki Sventola (che gli assidui ricorderanno come protagonista della spedizione in Dancalia) di aggiungere

-Meripo’, mi raccomando, stavolta solo bagaglio a mano

-Eeehhhh????

-Cara -ha detto in sostanza- son sei anni che ci sbomballi con questa storia della leggerezza, ora non è che puoi tirarti indietro di fronte a una cappelliera

Il testone del Professor Pi annuendo alla proposta (ettecredo, sono io che devo far entrare il corrispettivo di una spedizione in un anfratto lillipuziano) si considerava il ciondolamento del suo capoccione come la Cassazione.

E dunque, cari, sono due giorni che cerco di forzare il concetto di spazio quantistico: cioè quanto caspita di spazio servirebbe per far entrare la piramide di cose accatastate accanto al micragnoso Ghepard trolley? E quanto poco invece ne ho?

Non mi ero mai resa conto di quanto fosse labile il concetto di “indispensabile”. Manco quando riguardò l’altra metà dello stato civile. Che qua, comunque, son tutti bravi a fare i minimalisti con le cappelliere degli altri, eh. Anche nella vita, carimiei.

Vabbè ora vado a riprovare. Che qua, più che un bagaglio, sto facendo un Sudoku.

Laos Akha 3