Archive for the ‘Dancalia’ Category

“A volte pensiero di morire non è cosa peggiore”

domenica, aprile 19th, 2015

Ogni volta io penso a Daniel: è stato uno dei nostri angeli custodi durante un viaggio in Dancalia, quasi quattro anni fa.Non sapevo nemmeno dove fosse, la Dancalia.E Daniel era il capoautisti, caposcorta, capotutto. Quello che ci aiutava quotidianamente a uscire indenni dai “feroci Afar”, per riassumere. E spesso in quei posti avere un Daniel fa la differenza tra fare un viaggio e vivere un incubo.

Daniel allora aveva 31 anni, una moglie, due bambini e un solo desiderio: scappare. Scappare qui. E portarci tutta la sua famiglia. Che in Africa è durissima. Ma non ci si fa un’idea di quanto è dura in Dancalia, Etiopia.

Insomma Daniel mi raccontò che una volta ci ha provato. Ha fatto la fame più del solito per anni e anni e alla fine si era messo da parte quei 3.500 dollari -tremilacinquecento dollari- perché “mi avevano detto che era pronto il viaggio”.

-Quale viaggio, Daniel?
-Quello sul barcone
-Ma che sei partito pure tu su una di quelle carrette?
-Nooo, io ho aspettato una barca buona. Mica potevo morire: io ci dovevo far arrivare pure i miei bambini, quando poi stavo in Italia
-E allora?
-E allora ho pagato di più e ho aspettato. E una notte sono partito
-E com’è che stai di nuovo qua?
-Eh, perché mi hanno preso
-Ma dove?
-A Lampedusa. Ma ci ero arrivato eh, e sì che ci sono arrivato
-E poi?
-E poi ci aspettavano all’arrivo. E dopo due giorni mi hanno rimandato in Libia
-E in Libia che è successo?
-Io meglio non rispondo a questo. E da Libia mi hanno rimandato a Etiopia
-Mi dispiace molto
-Anche io. Ma io ritorno. Io lo so che torno. Io già iniziato a risparmiare dollari. Io un giorno riparto, io arrivo, io resto

Gli chiesi anche se aveva paura. E lui ribadì che cercava barche sicure. Ma, aggiunse, “a volte pensiero di morire non è cosa peggiore. Dipende da come vivi”

Ogni volta io penso anche a Daniel. Perché a ogni cosa si deve dare un nome. E anche a ogni cosa terribile. E se gli diamo nomi e volti poi le capiamo meglio. E ci pensiamo non solo quando ce le sbattono in faccia le cronache. Anche se, lo confesso, io davvero non so che fare e che altro pensare. Quindi penso a Daniel. E lo penso in salvo.

Tagliatori di sale, Ahmed Ela - Foto professor Pi

Cose che avere senza conquistarsele è come non possederle mai

sabato, novembre 30th, 2013

A un certo punto, tra la pioggia e il traffico, mi è sembrato che fosse più difficile raggiungere la Tuscolana che Dallol. Che così funziona: in Dancalia sopravvivono a intere estati a 50 gradi meglio di come noi si riesca a prevalere sulla pioggia a Roma. Una volta presa la salitina di via Assisi, da sola per strada nonostante non fossi al corrente di alcun proclama di coprifuoco in città, andavo meditando sul perché stessi sfidando di venerdì sera gli elementi capitolini e atmosferici per vedere  una mostra fotografica sulla Dancalia invece di tornarmene a casa a farmi un bel thè.

Ed è stato quando sono entrata nella sala che ho capito che stavo andando a riprendermi un’emozione. La prima grande foto era una carovana di cammelli. La seconda il bivacco della carovana del sale. La terza la strada salata verso Ahmed Ela. E lì già mi era salito il nodo in gola. Poi sono arrivate le gialle e viola meraviglie di Dallol. E insomma quando sono comparsi i volti degli Afar, con la pupa uguale alla figlia della nostra guida, mi sono piantata lì davanti come una statua di sale con le mani sul viso tipo Mammahopersolaereo e mi sono detta

-Cazzeruolameripo’ fino a dove sei arrivata

Ed era la prima volta che andavo a vedere una mostra fotografica di un posto in culoallaluna capo al mondo potendo dire: “Io c’ero. E l’ho visto”

Che io non sapevo neanche cosa caspita fosse e dove stesse, la Dancalia.

Afar al risveglio - Foto Professor Pi

E mi pare di avergliene dette anche quattro, al Professor Pi, quando mi ci ha trascinata.

Meri Dancal Pop - Foto Professor Pi

Che poi lì ho incontrato pure Niki Sventola. E tanti altri sconsiderati che hanno allietato giornate invero un po’ complesse. Ma indimenticabili. Ed è stato il posto nel quale ho scoperto che niente è gratis. Quantomeno nulla di ciò che valga la pena avere. Che avere senza conquistarselo è come non possederlo mai.

Insomma si vi ci trascinano andate. In Dancalia. Anche a Via Assisi. Alla mostra. Avete tempo fino al 2 dicembre: è tantissimo. Tempo. In Dancalia.

Meri Pop a Dallol - Foto Professor Pi

À la recherche du slip perdu

martedì, marzo 22nd, 2011

Ci sono dei momenti nella vita in cui occorrerebbe che ci fosse ancora la penna di Proust. Ora, tipo. Ora che devo narrarvi di Giorgio e della sua Recherche: la Ricerca dello slip perduto. Giorgio, detto il Nesbitt, si è distinto nella spedizione dancalica per aver fatto da forbito contrappunto nel quotidiano dipanarsi della tremebonda sorte che, nelle sembianze or dei feroci Afar or degli incacchiati cammelli e degli sfaticati asini, vieppiù si accaniva contro i 18 eroi.

Mite d’aspetto, ritroso nei modi, parco nelle parole ma profondo nei sentimenti, il senese Giorgio aveva sin qui taciuto di pene d’amor perduto delle quali solo dopo il terzo bicchiere di Morellino di Scansano, in quel della Valdichiana, ha finalmente trovato il coraggio  di metterci a parte.

I miei 25 lettori vorranno perdonarmi se indugerò su un episodio se vogliamo secondario rispetto ai perduti amori dei quali il qui presente blog è stato sin qui foriero ma capirete strada facendo che spesso, dietro un piccolo episodio, si può nascondere una grande verità.

E dunque  i fatti dei quali narriamo si svolsero in quel delle crete senesi in un tempo ormai consegnato all’eternità ma presumibilmente collocabile nel presente anno solare. Il Giorgio, di ritorno dal quotidiano logorìo della vita moderna, si ritirava come ogni giorno nella propria magione ove attendeva con scrupolo, in bagno, alle abluzioni corporali nonché, in balcone, alla quotidiana manutenzione dei capi di vestiario fra i quali segnaliamo un antico esemplare di slippe (lo slip nel locale idioma) testè usato.

Nell’atto della messa a bagno nel catino situato sul proprio balconcino dell’ultimo piano della senese palazzina, improvvisamente un gesto sconsiderato strappava lo slippe all’affetto del suo caro (Giorgio) facendolo precipitare dal sopracitato balconcino nel vuoto. Un sodalizio di anni si interrompeva così, tragicamente, alle cinco de la tarde in quel del Granducato di Toscana. A nulla valevano le tardive rincorse e le dolorose imprecazioni.

Affacciatosi un’ultima volta per dare l’estremo saluto allo slippe, il Giorgio, già provato, veniva richiamato da una visione, se possibile, ancora più tragica: lo slippe usato giaceva non già spiaccicato al suolo del cortile ma incagliato sullo stendino della sottostante inquilina. L’orrore si arricchiva improvvisamente di venature di profonda disperazione e vergogna all’idea che, inequivocabilmente, la traccia di un antico, usato e perduto amore potesse far bella mostra di sè sul balcone della pettegola vicina.

Sia mai: accantonato il dolore dell’amor perduto scattava in Giorgio quello dell’amor proprio, che all’idea di un incontro ravvicinato con la vicina già rabbrividiva e valutava che una figura costì proprio nun se poteva manco immaginare. E dunque passava dalla prostrazione all’azione protendendosi nel vuoto con uno straccio nel vano tentativo di disincastrare lo slippe dall’angolo dello stendino sul quale si era andato a impigliare, onde favorirne la definitiva caduta nel vuoto con conseguente sparizione di ogni traccia a lui riconducibile. Ma a nulla portava cotanto scomposto agitarsi.

Occorreva dunque una rivisitazione del piano di attacco e stacco. Prima di tutto occorreva attendere il favore della notte, per evitare di essere visto da tutto il circondario mentre sfruculiava sullo stendino della vicina. Il Giorgio si riproponeva dunque un paio d’ore dopo aguzzando vieppiù l’ingegno e aggiungendo al primo straccio un secondo più lungo cencio legato a doppia mandata, onde poter con più agio sfruculiare lo slippe per la rimozione dall’alto.

Purtroppo anche questo secondo tentativo non portava i risultati sperati. Sudori freddi imperlavano la fronte di Giorgio alla sola idea di dover giustificare con la propria vicina l’invio dal cielo diuno slippe usato, la vicina essendo single nonché attempata. Persa ormai ogni speranza e vicino all’abbandono finale, oltre che dello slippe, pure delle forze, il Nostro veniva sorpreso da un guizzo di pura genialità: ove non riesce lo straccio potrebbe riuscire un gancio. E dunque ecco l’uovo di Colombo: una gruccia. ‘Na stampella. Il primo straccio legato al secondo cencio veniva dunque completato con l’aggiunta finale di una stampella il cui gancio veniva posizionato come manco il bombardiere B-29 Superfortress Enola gay si sognò.

Iniziava così una lunga operazione di calaggio del georgico marchingegno, con il Nostro dimenantesi a penzoloni sulla ringhiera del balcone per ore. Ma ecco che, al gancio della gruccia qualcosa sembrava finalmente impigliarsi: il reggiseno della vicina, steso sullo stendino di pertinenza, confinante con il clandestino slippe.

Il falso allarme non dissuadeva il Nostro Giorgio che, come uomini d’altri tempi, fedelmente inseguiva al limite dello stremo il perduto amor, compagno di tante avventure.  

E siccome la costanza paga ecco che, proprio sul punto di gettarsi nel vuoto appresso al marchingegno, finalmente qualcosa si agganciava nuovamente: lo slippe.

Oh di quale gioia e  di qual eccitazione si sentì improvvisamente invaso il Nostro, in un fuoco incontenibile di inedito e notturno piacere, mentre vedeva risalire a sè l’amato fino alla sublime, finale, ricongiunzione carnale.  

Possan dunque le odierne generazioni, disincantate, scoraggiate, sfiduciate, ritrovar coraggio e motivazione per mai perder la speranza. E lo slippe usato.

 E qui, a futuro monito, Meri Pop pose e Giorgio, a bagno nella bacinella, ripose.

Lost in Colesterolèscion

lunedì, marzo 21st, 2011

Che uno direbbe: vabbè, ringraziate il Padreterno (Marx, Professor Pi, Marx) che ve ne siete usciti vivi da , fatevi il segno della croce (l’addizione, Professor Pi, l’addizione) e non pensateci più, no? E invece noi non solo ci pensiamo, a lei là, ma ci pensiamo pure fra noi qui. E allora Niki Sventola ha detto “e vabbè e allora vediamoci pureqquà”.

E così venerdì, in occasione dei festeggiamenti dei 150 dell’Italia e dei 105 di Strafanto (eddai, stiamo a scherzà), abbiamo rifatto lo zainetto e siamo atterrati dal Professor Pi che ci aveva invitati e mal gliene incolse: aò, tutti puliti, azzimati, pettinati, improfumati, benvestiti mica ci riconoscevamo, eh. Al punto che Matteo ha dovuto esibire la carta d’identità (le infradito nere) e Giorgio le fotocopie dei diari del Nesbitt. A Rosetta abbiamo invece chiesto il replay dell’indimenticabile acuto esibito nella hall dell’etiopico albergo a seguito della locale inospitalità.

Insomma ci siamo blindati in quel della Valdichiana per tre giorni, che sembravamo l’anello di congiunzione fra Little miss Sunshine e Il grande freddo. Che in effetti ieri tirava una giannella mica da poco.

E comunque diciamoci la verità: io questi l’avevo visti una volta sola in vita mia, per 15 giorni, e che caspita di quindiciggiorni lo sa solo Dio (Engels, Professor Pi, Engels) con tutto quello che abbiamo passato là. E mo’ lo sapete pure voi, però, dopo quelle 57 puntate di resoconto del viaggio che in confronto Sentieri vince il festival del corto.

Epperò a me questi mi sembra che siamo amici da quando ero piccola (Strafanto, non è però che non si può fare manco una  battuta, eh. Lo so che tu non eri nato quando io ero piccola, sennò mo’ le amiche lettrici pensano che tu sia un babbione e quando ti sistemiamo attè?). E allora abbiamo deciso di vederci anche senza gli Afar, le guardie del corpo, i kalashnikov, le munizioni, gli interpreti, le guide, i cuochi, i tagliatori di sale e quelli di teste, gli sgozzatori di capre e quelli di cristiani. Poi però per non perdere l’abitudine soprattutto alle ultime quattro categorie abbiamo visto bene di trastullarci con lo sbranamento di una quantità inenarrabile di sanguinolente fiorentine. Nel senso di bistecche, Mario, bistecche, si hai ragione lo specifico. Che sennò non ci tiri fuori dalle patrie galere manco se sei Ghedini.

Mo’ però sarà che a ogni corpo immerso nella Dancalia corrisponde una spinta uguale e contraria allo stesso corpo immerso nella Valdichiana, fatto sta che vi volevo tanto raccontare di questo elenco di amarcord di affetti del cuore ma non riesco a ricordarmi altro che elenchi di affettati nello stomaco; che abbiamo spazzolato via come fa la lava sull’Erta Ale, bruciando in meno di 48 ore anni di palestra, pilates, trekking e corsa campestre. Quindi come lì si era fatta praticamente l’alimentare fame qua si è fatta concretamente la gastrica strage.
E dunque vogliate gradire la Pop Ten della gastronomica emozione, elencata non già per scalata di bontà ma come i contestuali, svariati tipi di alcol riescono a farmeli vagamente ricordare in ordine di transito nel palato:

10) sfogline alle noci, cioccolata e uvetta traslate dalla Padania dai Lost in Traslèscion Patrizia e Massimo
9) collane di salsiccette e salamini traslati da Voghera da Antonello Colonna, alias Stefano
8 trancio XXL di mortadella traslato dal giovin bolognese Strafanto
7) Morellino di Scansano traslato dal senese Giorgio insieme ai biscottini di riso della Hoppe (la Coop quando la pronuncia il Giorgio)
6) Pici all’aglione, al pecorino e pepe e al ragù d’anatra
5) Stracotto al Chianti
4) Gnocco alla crema
3) Oh Susina (marmellata autoprodotta dal Professor Pi)
2) Vinsanto (laico, professor Pi, laico) autoprodotto dal padrone di casa o eterodiretto dal proprietario della Maggiolata sul tavolino del ristorante
1) mi repelle la sola idea delle fauci mai sollevate dal fiero sanguinolento pasto ma pare che ‘ste fiorentine di ieri a pranzo fossero paradisiache (spaziali, Professor Pi, spaziali).

E quindi, come cantavano quelli, “No, non puoi avere sempre ciò che vuoi. Ma se cerchi a volte trovi. E trovi ciò di cui hai bisogno”.
E insomma io mi sa che l’ho trovato. Non (solo) nel palato.

E buona primavera a tutti. Ovunque vi sia spuntata.

Auguri anche a te, Daniel

giovedì, marzo 17th, 2011

E insomma, si, caro Daniel, noi oggi festeggiamo i 150 anni da quando ci siamo messi tutti insieme.
Chi è Daniel? E che non ve l’avevo presentato? Ma come, tutta quella sbrodolata sulla Dancalia e non vi avevo parlato di Daniel? Ossantocielo.

Daniel è stato uno degli angioletti custodi di quelle due settimane di iradiddio, il capoautisti, caposcorta, capodanno, capoesploratore. Quello che ci aiutava a uscire indenni dalla leggendaria ferocia degli Afar, per dirne una.

Daniel ha 29 anni, una moglie, due bambini e un solo desiderio: scappare. Scappare qui. E portarci tutta la sua famiglia. Che in Africa è durissima. Ma non vi fate un’idea di quanto è dura in Dancalia, Etiopia.

E insomma Daniel una volta ci ha provato. Ha fatto la fame più del solito per anni e anni e alla fine si era messo da parte quei 3.500 dollari -ripeto tremilacinquecento dollari- perché “mi avevano detto che era pronto il viaggio”.
Quale viaggio, Daniel?
“Quello sul barcone”
Ma che sei partito pure tu su una di quelle carrette?
“Nooo, io ho aspettato una barca buona. Mica potevo morire: io ci dovevo far arrivare pure i miei bambini, quando poi stavo in Italia”
E allora?
“E allora ho pagato di più e ho aspettato. E una notte sono partito”
E com’è che stai di nuovo qua?
“Eh, perchè mi hanno preso”
Ma dove?
“A Lampedusa. Ma ci ero arrivato eh, essì che ci sono arrivato”
E poi?
“E poi ci aspettavano all’arrivo. E dopo due giorni mi hanno rimandato in Libia”
Oggesù
“Allah”
Allà e aqquà, figliomio. E in Libia che è successo?
“Io meglio non rispondo a questo. E da Libia mi hanno rimandato a Etiopia”
Mi dispiace molto
“Anche io. Ma io ritorno. Io lo so che torno. Io già iniziato a risparmiare dollari. Io riparto, io arrivo, io resto”

Ecco si. E allora io ti aspetto.
E sai che c’è? Già che ci sei inizia a imparare l’inno, che quando arrivi almeno una cosa già te la trovi fatta. Che qui purtroppo, invece, c’è gente che esce quando si canta.
No, Daniel, non è perché sono stonati: è perché sono cialtroni. Che vuol dire cialtroni? Te li faccio conoscere quando arrivi, lo capirai subito che vuol dire.
Allora auguri anche a te, Daniel, futuro italiano.

Dancalia Final: ui ar de cempions, ui ghiv de nambers

venerdì, febbraio 4th, 2011

Beh stavolta se non lo chiudo spontaneamente io, il diario dancalico, mi mandano la Guardia di Finanza che mette i sigilli direttamente al blog.
Vabbè, trattiamo la resa: io chiudo qui. Per ora. Mi riservo però, qualora ravvisassi motivo per una riapertura dei termini, di usufruire del condono. Come, quale condono? Lo Sventola-Pi bis e ter.

Che infatti già mi è venuta in mente quella volta che Giorgio scrupolosamente affettava l’Auricchio e a momenti affettava pure il di Rosetta orecchio fermandosi solo a una squartatina superficiale di braccio. Stavamo accampati neanche mi ricordo più in quale landa dancalica, sul precario tavolinetto per 8 uso 18 (che si è scoperto l’ultimo giorno che i cuochi e le maestranze si erano scordate di caricare sul pick up l’altro tavolo e 8 seggiolini, ecco perché stavamo stretti) quando la lama sfuggiva al controllo per conficcarsi nel braccio di Rosetta la quale, ve lo giuro, non ha fatto una piega e ha continuato a tirare fuori crackers da una busta dicendo solo, e distrattamente, “che per caso qualcuno mi passa un disinfettante, l’ovatta, una garza e una pinzatrice per chiudere – i crackers- grazie”. Giorgio invece era già svenuto da dieci minuti. Dal dispiacere. 

Ah e perché quell’altra volta? Che Bruno non voleva dormire né in tenda né sul letto open air affittato in quel di Bere Ale ma optava per una nottata direttamente a terra, nel buio pesto, e a momenti una jeep in retromarcia ce lo faceva in salmì, che lui non si era accorto di essersi steso in mezzo al parcheggio? 

E, scusate eh, e quandooooo eddai solo questa, l’ultima l’ultima. Che stavamo senza acqua da cinque giorni e io propro gnaafacevo più e dopo una giornata di marcia dietro alla carovana del sale e soprattutto dietro ai cammelli, stavo in coma vigile su un seggiolino e si è avvicinata Nichi Sventola e mi ha detto: “Chiudi gli occhi”. Allora io ho pensato: forse mi fa l’iniezione letale finale. Invece mi ha spruzzato un’acqua termale vaporizzata de La Roche Posay -anti radicali-liberi ma pro Meri Pop prigioniera- sul viso che, ve lo giuro, come tasso di piacere raggiunto stiamo a metà strada fra un’endovena di Nutella e una nonlopossodiremasietegrandi di categoria AA++. Che, a occhi chiusi e in adorazione della Roche e della Sventola, sempresianlodate, io emettevo solo vocali: “Uuuuhhhh, ooooohhhhh, aaaahhhh” al punto che qualcuno ha iniziato ad affacciarsi dalla tenda con comprensibile invidia strabuzzando l’arrapato occhietto.  

Occhei basta. Per ora. Pregherei quindi la Regia di mandare la sigla di chiusura. Ah no, seee, prima la Finanziaria (povca misevia, Tvemonti, puve in Dancalia la Finanziavia): 

18 eroi
16 giorni
8 autisti
2 cuochi
3.000 chilometri
900 litri di acqua
2 anfore di Nutella
2 arnie di miele
60 scatolette di tonno
24 di salmone
30 di Manzotin
5 chili di Parmigiano
10 scatole crackers
10 scatole biscotti
3 kg di Emmental
kg Auricchio fuso e risolidificatosi: boh
1 kg speck
2 kg di caciotta
2 latte olio di oliva
20 kg di pasta
18 kg di passata di pomodoro
20 buste di risotti Knorr (carciofi, zafferano, pomodoro)
3 kg di prugne secche
3 kg di zucchero
200 bustine di Nescafé
200 bustine di té
20 tubetti di latte condensato
40 kg di arance
30 kg di patate
10 kg di carote
10 kg di cipolle
5 kg di melanzane
2 kg di aglio 

Gli eroi: 

Ui ar de cempions

Lo Staff: autisti e cuochi 

Foto Professor Pi

Questo viaggio ci ha stesi: 

 

e abbiamo visto cose che voi umani: 

 

ma non ci siamo fermati davanti a nulla: 

 

(Foto Rosetta Littizzetta) 

E’ stato bello. Un sacco bello.
Però mo’ basta eh. Io vi avverto: se la prossima volta non vedo scritto “Seychelles soft” manco la apro, la posta. 

Grazie a
Bruno, Gianni, Giorgio, Luca, Luciana, Mario, Mariò, Massimo, Matteo, Michela, Patrizia, Pino, Pizz, Rosetta, Stefano
a quelli della Regia:
Nicoletta e Pietro
e a tutti quelli che hanno viaggiato con noi anche da qui, su Supercali.
 


 

 

Dietro un miraggio
c’è sempre un miraggio da desiderare
come del resto alla fine di un viaggio
c’è sempre un viaggio da ricominciare.
 
 
 
 
 
 
 

Rettifica

giovedì, febbraio 3rd, 2011

Riguardo al post Dancalia penultimo atto, la riscossa del Leipride alla riga 77  (“Rosetta è in realtà felicemente maritata e con prole”) si prega di correggere come segue: “Rosetta è felicissimamente SMARITATA ben 2 volte!”. Ripeto: “felicissimamente SMARITATA ben 2 volte!”.

Dancalia penultimo atto – La riscossa del Leipride

mercoledì, febbraio 2nd, 2011

9 gennaio 2011 – Kombolcha 

Beh sapete che c’è? Non riesco a staccarmi dal diario. Che da un certo punto di vista il viaggio, dopo Lalibela, sarebbe sostanzialmente bello che finito. E invece sto qua che mi crogiolo e mi arrovello per continuare a raccontarvene un altro pezzetto. Ancora uno e poi basta. Tipo le Pringles. Ma da un altro punto di vista, che per Meri Pop è diventato l’unico, questo viaggio non è ancora finito. Neanche ora che me ne sto di nuovo qui. 

E mi sembra crudele non dirvi che, per scendere da Lalibela, si sale. Sugli altipiani. E sugli altipiani ci sono loro: 

 

Altipiani children - Foto Meri Pop

Che io pensavo fossero bambini. Ma si possono chiamare bambini quelli che a 4 anni iniziano a portare le bestie al pascolo? Lo sono quelli che a 6 devono portarsi i fratellini in collo? E lo sono quelli che a 9 lavorano nei campi e a 15 hanno mani sfatte che sembrano cuoio? E continuano a chiederti né soldi né giocattoli ma solo “a pen, a pen, pliiis”. 

E io a uno la penna gliel’ho data, una penna che mi aveva regalato Marilla. Lui poi mi ha detto “allora puoi farmi la foto” e io gli ho detto “non serve, te la regalo lo stesso” (che ve lo ricordo, a questi le foto gli fanno abbastanza schifo) e lui mi ha detto: “io voglio la tua penna, non la tua carità. Tu mi dai la penna io ti dò la mia faccia”.  

E insomma è un viaggio che io ci penso sempre, ancora. 

E poi come faccio a privarvi dell’arrivo a Kombolcha, ameno luogo il cui motivo di esistenza in strada sta nell’essere l’unico ricovero dei viandanti che percorrano la Lalibela-Addisabeba? E dunque non mi sottrarrò al dovere di informarvi che, nell’ameno luogo, è stato eretto un altrettanto ameno albergo ove erano state prenotate e accordate numero 9 stanze singole ma uso doppie (che non hanno strade ma i letti kingsize quando li trovi sono una bellezza) per 18 persone. E dunque non è che dobbiamo scomodare Enrico Fermi per desumere che erano in grado di soddisfare l’alloggiamento del totale. 

Dopo dieci ore – ripeto: dieci ore- di scendimenti di tornanti e di altipiani, con sbalzi di temperatura oscillanti fra i 36 e i 10 gradi i nostri si approprinquavano alla parvenza di un hotel.  

Qui però scusate devo prima aprire e chiudere una parentesi che sono dieci puntate che lo devo fare e mi scordo. Ma il mondo deve sapere che, in qualsiasi tipo di temperatura e di ambiente, su qualsiasi tipo di terreno e in presenza di qualsiasi tipo di emergenza, un’unica costante ci ha accompagnati, un unico punto di riferimento certo abbiamo avuto: le infradito nere di Matteo. Non essendo sua condomina di jeep nè di tenda ho però potuto puntualmente verificarlo e monitorarlo a ogni pipì-stop. Non mi ricordo ma secondo me ci ha fatto pure i trekking. Le ha portate con la classe che gli è propria ovunque, variamente abbinate. Non escluderei neanche la passeggiata sul magma e sulla colata lavica. E ce l’aveva pure qui che facevano 10 gradi e io mi congelavo con tutto il pile. Avendole messe a pendant con un paio di bermuda a quadri Meri Pop non poteva far altro se non esclamare “Mattè, ma non ci hai freddo?” e lui: “Ma no, vedi che ho la felpa?”. Perché qui ne approfitto per dirlo: gli uomini sono macchine semplici e tutto sommato governabili, nel loro assetto di base. Poi noi li rivestiamo di inutili complicazioni. E di felpe. Ma il processo mentale è chiaro: è freddo come fai con le infradito ai piedi e i calzoncini? Non è freddo perché, fino al giro vita, ho la felpa. 

Chiarito uno dei motivi di fondamentale incomunicabilità uomo-donna vediamo di proseguire con questa storia dell’albergo di Kombolcha.
Non prima di avervi ricordato che è da quindici giorni qui c’è gente che non mangia, che Pizz e Michela ancora mi stavano a pane e arance. Ma è proprio a Kombolcha che Nichi Sventola interrompe il matrimoniale satyagraha annunciando: “Stasera ristorante con menù vegetariano”. Il problema,a fronte di questo annuncio rassicurante, è che l’oste era vestito con un camice tipo “E.R Medici in prima linea” inquietantemente chiazzato certo non di succo di carote.

Ora il menù vegetariano non me lo ricordo ma pure il nostro non scherzava e mi è qui gradito elencarlo visto che è stato l’unico multiportata: zuppa di lenticchie, tagliatelle alla bolognese home made (ed era vero, fatte a mano tipo nonna Pina), pollo al tegame, agnello in fricassea, patate carote e bieta, arancia, caffè. Conto a testa: 100 birr cioé 5 euro.

Terminata la luculliana cena ci si illudeva di potersi finalmente adagiare in un letto. Ma, al ritiro chiavi nella hall, faceva irruzione il fattore G. No, non il punto, il fattore G. L’etiopica receptionist informava che non era possibile che due donne dormissero insieme, sia mai orrore e anatema, dunque ognuna in una stanza, costo dell’operazione il doppio.

Nella fattispecie la coppia incriminata, non ve lo sto manco a dire, era quella assortita da Rosetta e Luciana, cioé il più alto concentrato di charme ma pure di verve. E di innerv. Che Luciana in realtà contribuiva al10% del tasso di giramento di scatole, il 90 essendo appaltato stabilmente a Rosetta la quale, comprensibilmente, adusa a una serie di conquiste civili e sociali, trasaliva come tutto il resto del gruppo. Però Rosetta trasaliva a voce alta. Molto alta. E alla receptionist che ululava il proprio sdegno sessuofobico mandando un gendarme al piano per sbarrare il passo alle reiette, la Rosetta, in realtà felicemente maritata e con prole, opponeva un indimenticabile grido di battaglia alla difesa dei diritti omo: “EHI IU’, OPEN THE DOOR- OPEN STA CASPITA DI DOOR”.

Ma, soprattutto, provocata da cotanto oscurantismo e cinematograficamente ispirata dall’indimenticato “In e Out”, aizzava tutto il gruppo a proclamarsi gay, eventualmente esibendosi anche nel test del ballo: 

Un ennesimo brivido percorreva le eterosessuali schiene. Sia chiaro, noi l’avremmo pure fatto eh. Però il problema era che a ogni outing doveva poi seguire la corresponsione del doppio del prezzo della stanza. E quindi passi l’apertura mentale ma quella del portafoglio non ce la potevamo proprio permettere, ridotti in miseria e allo stremo nei precedenti venti giorni dalle avide pretese dei feroci e armati Afar.

Dunque la battaglia per i diritti civili andava a impattare su quella per la preservazione della cassa comune. Col tragico risultato di una sconfitta su entrambi i versanti: pagamento doppio della stanza e additamento al pubblico ludibrio delle entrambe maritate in Italia ma etiopicamente gaie ragazze.

Dei relitti e delle pene

lunedì, gennaio 31st, 2011

7 e 8 gennaio 2011

A questo punto potrei senz’altro passare a illustrarvi la perlustrazione, altare per altare, delle dieci Chiese di rito ortodosso scavate nella roccia vulcanica a Lalibela e dintorni. Si dice che ci lavorarono 40.000 operai per 24 anni. Ed eccole qua, nel loro inquietante splendore. Ripeto: scavate nella roccia, dieci maesose cattedrali rupestri. Ora se qualcuno vuole informarne anche i responsabili della costruzione della Salerno Reggio Calabria, che non si riesce a fare manco uno svincolo, a parità di anni di lavorazione, io ve ne sono grata.

La Chiesa nella roccia - Foto Meri Pop

Come potrei senz’altro intrattenervi sull’arrampicata di trekking al quale l’ala Messner (Nicoletta, Massimo, Patrizia, Luca, Bruno, Rosetta, Matteo, Stefano) dell’eroico gruppo si sottopose per raggiungere la chiesa di Ashetan Maryam, 4000 mt in cima ad una montagna dalla quale ammirarono un panorama che io non c’ero ma ve lo voto sulla fiducia che era mozzafiato, sì. Che però mo diciamolo: io non ce la facevo più. E dopo essere scampata al titolo in cronaca nera della Santa ressa, allorquando la Sventola disse “domani ci arrampicheremo fino a 4.000 metri, sei ore di impettata, a tratti difficile, in bilico sul costone”, Meri Pop si aggrappò solo all’ultima parolina: “facoltativo”.

Ecco, Vinè, diamola per vista. E non fui l’unica a sottrarmi. Però gli eroi andarono. E cominciarono a salire pure i termometri. Perchè ora com’è come non è, Luca, Massimo, Gianni nonché la stessa Sventola, si inebriarono della santità di Ashetan Maryam ma pure, al ritorno, della maledizione di Montezuma.

Diciamo che, in questo, eravamo in inquietante, inspiegabile ritardo su tutti i ruolini di marcia: l’atteso evento e la preannunciata maledizione virale che aveva costretto il precedente gruppo a un ricovero di massa nel presidio ospedaliero di Makallè, con strascichi che non li avevano abbandonati fino al volo di ritorno dieci giorni dopo, aveva sin qui risparmiato la spedizione.

Su questo preciso punto avevamo potuto usufruire del puntuale e quotidiano monitoraggio di Giorgio che, di capannello in capannello, si assicurava del corretto evolversi della situazione gastro-intestinale. E, come Virgilio nelle -appunto- Georgiche, illustrava a seconda dell’itinerario le possibili criticità: “Qui, caro Mario, si verificarono gli inquietanti sintomi dei nostri predecessori”. “Qui, miei cari, si dovette procedere al ricovero coatto dei primi caduti sul campo”. “Siamo dunque giunti nell’epicentro del sisma virale”. Non un vero poema, eh, più che altro componimenti sciolti, molto sciolti. Non proprio il massimo per favorire la generale tranquillità ma, innegabilmente, puntuali.

La spedizione, ormai certa di averla sfangata, si abbandonava ad eccessi alimentari di ogni tipo quali, ad esempio, la libera assunzione di sorsi di un’inqualificabile bevanda artigianale a base di miele e acqua in quel di Yemrehanna Kristos accompagnata dalla richiesta “Hai del Bimixin a portata di mano, che nel caso, dopo, attingo copiosamente?”.

Ridiscesi con un invidiabile colorito, spia di una devastante insolazione che col passare dei minuti sprigionava dai loro corpi energia alternativa tale da illuminare a giorno Lalibela, i Messner accedevano a ranghi ridotti alla regal cena da Seven Olives, luogo situato su un cucuzzolo inaccessibile peggio del trekking di cui sopra.

E dunque altra impettata al buio nelle lalibeliche strade ormai abbandonate dall’orda di pellegrini i quali però, prima di togliere il disturbo, si erano premuniti di lasciare olezzanti ricordi del proprio passaggio ovunque.

Visto che il post si sta dipanando all’insegna della deriva intestinale e vescicale del viaggio, mi è qui gradito lasciare anche io un ricordo, narrativo (paura, eh?), scrivendovi del fatto che Meri Pop arrancava mestamente al buio guidata solo dal suo innato senso di orientamento, ma opportunamente arpionata dal professor Pi a ogni svincolo che inspiegabilmente imboccava invece di procedere per la retta via, quando un cittadino lalibelico che la precedeva improvvisamente inchiodava in mezzo alla strada, slacciandosi l’etiopico pantalone e ivi depositando, senza manco accostarsi al ciglio della strada, una pipì la cui portata acquea non ce l’ha manco la Fontana di Trevi.

Che stavamo a dì? Ah, il ristorante. E si insomma il Seven Olives è il suggestivo nome dietro il quale si celava l’inganno dei rinomati e omonimi spaghetti: con sette olive dentro. E basta. Si noti comunque nella foto a corredo la professionalità delle ordinazioni alle quali si procedeva una volta conquistata la postazione mangereccia: classe allo stato puro.

Noios volovam ordinuar - Foto Rosetta

Vi dico solo che per tornarcene in albergo evitando st’altra ora di camminata abbiamo pietito un passaggio nel pulmino del valoroso altro gruppo capitanato da Mario, sempresialodato.

Ristorante nel quale si riaccorreva l’8 sera per il festeggiamento clou dell’happening lalibelico che in confronto il Natale copto è un dopolavoro ferroviario: il compleanno del Professor Pi. A questo proposito, il 7 sera, la Sventola si recava in delegazione con Meri Pop presso il proprietario del ristorante per ordinare una torta con candeline. Dopo un quarto d’ora di strabuzzamento occhi dell’etiopico che, come gli avessimo chiesto di rintracciare il Sacro Graal scuoteva anche la testa dicendo “ma quale torta, se, capirai, che sarebbe poi ‘sta torta? E candeline in che senso? Qui solo quelle della Chiesa”, la Sventola mai perdendosi d’animo rilanciava:
“Vabbè, almeno una montagnetta di frutta con un cero votivo sopra”.

Il malcapitato, stremato dalla mezz’ora di trattativa, usciva arrendendosi a mani alzate e promettendo il reperimento della suggestiva composizione augurale. Che, infatti, planava sul tavolo di un visibilmente commosso, ma forse più che altro esterrefatto, Professor Pi che, in barba ad anni e anni di apprendistato laico, con perfetta nonchalance soffiava a pieni polmoni sull’ecclesiale moccolo.

Cogli la prima Mecca

mercoledì, gennaio 26th, 2011

6 gennaio 2011 – Lalibela, Natale copto

Avete presente il classico titolo di Repubblica.it “Pellegrini alla Mecca, in 350 muoiono schiacciati nella calca”? Ecco noi, modestamente, abbiamo tentato in ogni modo di emularlo con “Natale copto a Lalibela, 18 pellegrini italiani fanno la stessa fine di quelli della Mecca”.

No, guardate, io non ce la posso fare a ripensarci manco per raccontarvelo.

Intanto questi fanno il Natale alla Befana. E vabbè. Poi siamo al 2003. No, non è tanto che stanno indietro di otto anni: ma è che di ‘sti 8 se ne sono evitati 6 di Berlusconi e 2 dell’Unione. Una figata pazzesca. Ma è l’unica, eh. Dunque funziona così: pur avendo a disposizione un numero spropositato di Chiese essi si vedono tutti in questa di Lalibela scavata nella roccia, in una cosa tipo i concorsi per postino: posti disponibili 180, partecipanti 450 mila. Ci arrivano a piedi. Ovunquemente si trovino essi si avviano verso Lalibela, tutti vestiti di bianco riparandosi dal sole sotto ombrelli coloratissimi. Sostanzialmente un sabato pomeriggio di saldi all’Ikea ma togliendosi le scarpe prima di entrare.

Meri Christmas - Foto Meri Pop

E dunque Nichi Sventola ci raduna nell’atrio del locale Lalibela Holiday Inn e, come il sergente istruttore con il soldato Palla di lardo nell’indimenticato Full Metal Jacket, così ella ci istruisce per la bisogna:
Primo: non portatevi niente appresso, né borse, né soldi, né marsupi, né buste né un caspita di niente che rubano e rapinano a tutto spiano (e se questo succede per festeggiare il Santo Natale, pensa che accade quando vai al mercato, per dire)
Secondo: appena inizieremo la fila per entrare in Chiesa tenetevi per mano (no non era un empito di fratellanza universale della Sventola, è che questi possono uccidere per scavalcarti nella fila, e se ti perdi lì altro che il sito “dovesiamonelmondo” della Farnesina: non ti ritrova più manco la Sciarelli)
Terzo: portatevi un paio di calze che poi butterete perché in Chiesa si entra senza scarpe e si camminerà su tappeti e persone che non è che siano proprio certificate igienicamente con Napisan 2010
Quarto: la cerimonia durerà dalle otto di sera alle sei di mattina, noi entreremo alle quattro del pomeriggio per tentare di trovare un posto. In piedi
Quinto: però sarà un’esperienza indimenticabile.

Abbè, guardate, su questo vi ci potete giocare quello che vi pare, roba che non vi abbandonerà mai manco se vi resettano il cervello come in Nirvana di Salvatores. Cose da rimpiangere la salita sulla Metro A alle 8 del mattino.

Siete in un bianco fiume di gente nera, stipati da un chilometro prima dell’arrivo. Volendo potreste anche chiedervi come mai siete gli unici stranieri ma ormai è tardi per le domande e soprattutto per le risposte quindi state in fila e zitti. C’è poi che vi manca l’aria, vi spingono, vi strattonano, vi infilano gomiti nei fianchi e calci negli stinchi, vi apostrofano malamente in una lingua sconosciuta e non saprete mai perché. Finchè capirete che state pestando il vestito di quella davanti e pure il suo bambino. State tranquilli e mantenete la calma che tanto anche se vi viene da svenire non c’è possibilità né spazio alcuno per accasciarsi sul pulcioso suolo.

Lalipiena - Foto Professor Pi

Vi perquisiranno scrupolosamente a un certo punto del percorso ma solo il giorno dopo verrete a sapere che state camminando verso un grado di allarme attentati Defcon2, perché in Dancalia non ci avevate manco una radiolina e dunque vi siete risparmiati di sapere quello che è successo in Egitto.
Avrete le vostre scarpe in una mano e vi farete il segno della croce con l’altra, pure se siete atei da tre generazioni, invocando gli dei perché vi facciano almeno uscire vivi ma non a causa degli attentati bensì della calca.

En attendant Meripo' - Foto Professor Pi

Mai capirete come possa accadere che se uno clicca “viaggio” poi si ritrovi a un passo da “ultimo, viaggio”. Non avrete però manco la forza di esalare un “aiuto”. Ci penserà Pino a cercare di rianimarvi urlando “Oh, questa è piccola, lasciatele un varco in alto almeno per l’aria”.
Quando vi renderete conto di far parte di una ressa di 100.000 persone che tentano di entrare tutte insieme in un luogo che ne contiene a malapena 200 da una porticina di dimensione lillipuziana scavata nella roccia sarà troppo tardi per fare le conseguenti valutazioni.
Intorno a voi continueranno a ballare, cantare, dimenarsi, agiteranno mani e piedi in spazi nei quali voi a malapena riuscite ancora ad azionare i polmoni per respirare.
Mentre percorrete la navata centrale, sempre nello stipaggio, vedrete improvvisamente tutti inchinarsi al vostro passaggio e riverirvi imbarazzantemente: così scoprirete che dietro di voi c’è il codazzo dei preti celebranti che non riescono a scavalcarvi e dunque siete nell’unico varco di accesso. Deciderete di buttarvi in braccio a quelli ammassati in terra e stesi ai lati.

Sono solo le 19,45 e il vero, unico, miracolo vi sembrerà, improvvisamente, riuscire ad arrivare vivi al Tg1 delle 20.

Capito l’andazzo della serata, dopo un’altra ora di inni, lodi, salmi, incensi e tamburelli, deciderete che ne avete abbastanza, vi volterete verso Mariò, Gianni, Pino, Piz, Michela, Giorgio, Stefano, Luciana e il professor Pi e direte “beh quasi quasi basta” e incontrerete solo un punto interrogativo che vi fa capolino dalle loro testoline per dirvi “e come pensi di uscire, ora, tesoro?”. E così succederà che lo farete, si, lo farete: vi aggrapperete a Mariò e gli direte “fai quello che ti pare ma fammi uscire di qui”. E così comincerete a camminare ovunque, pure sulle persone stese a terra, per guadagnarvi un’uscita, uno spiraglio d’aria, la salvezza. Fuga da Alcatraz sarà roba da Gardaland.

La grande muraglia - Foto Professor Pi

Ed è così che tornerete a riveder le stelle, dopo averne fatte vedere un po’ pure a quelli involontariamente acciaccati là dentro. Vi accascerete tutti sul primo muretto disponibile, in fila uno appresso all’altro, in silenzio, al buio. Piz comprerà una bottiglia d’acqua e ve la passerete tipo narghilè. Rifletterete sulla follia umana. Soprattutto sulla vostra.

Tempo cinque minuti, però, e qualcuno lo farà. Dirà quello che state pensando facendovi orrore da sole: “accidenti, non avrei mai creduto se non avessi visto coi miei occhi”. Ecco, sappiatelo, sappiate che la vostra rovina, da qui in poi, sta in quelle tre paroline: coi miei occhi. Che, se ve lo raccontano non vi basta? No, porcamiseria, non vi basterà più.
Tornerete a casa giurando a voi stessi che “maippiù maippiù maippiù”. Vi ritroverete dopo pochi giorni a Viale Trastevere, in anticipo su un appuntamento. Starete ancora lì a pensare alla calca di Lalibela, all’insopportabile caldo di Dallol, all’inferno della Dancalia, alla sete e alla polvere. Ma è quando deciderete di ingannare l’attesa entrando da Bodum che certificherete per sempre la vostra resa. Perché ne uscirete poco dopo sapete con cosa? CON UN MUG DA VIAGGIO, SANTOCIELO. Avete scampato per un pelo il titolo di Repubblica.it e qual è l’unica cosa che vi viene in mente di comprare là dentro?  UNA TAZZA DA CAMPEGGIO.
E’ una cosa che se la sa mia sorella mi toglie la patria ziita’ sulla giovane older. Ma se lo sa il Direttore del 118 mi ricovera e butta la chiave del reparto.