Archive for the ‘Nuova Zelanda’ Category

Popypedia, un pop di quello che avete scritto voi mentre scrivevo io

lunedì, settembre 21st, 2015

Questi viaggi sono come i grandi amori: bellissimi prima, terribili durante, piacevoli da ricordare una volta finiti guardando le fotografie con un sospiro di sollievo.
Mario

Le donne si dividono in due categorie: quelle che ciabattano fischiettando con nonchalance verso il cesso comune e le altre.
Marco

Vorrei avere la tua abilità di scrittrice per raccontare il mio viaggio in Islanda con amico catanese che continuava a chiedersi perché mai doveva prendere tutto quel freddo per vedere della lava quando ne aveva a mucchi davanti casa sua.
Marino

Ora posso affrontare il mondo fuori
Giovanna Lapinia

La Lonely Planet ti fa un baffo a tortiglione
Alessandra

In estrema sintesi direi: per ora molto vomito
Chiara

Io te lo dico, alla fine ha ragione la mammamia Robi: MA PERCHÈ ‘UN TU VAI A LERICI? oppure in alternativa stai a casa”.
Gianna

Io te lo dico, sarai responsabile del divorzio più veloce del secolo quando la prima notte del viaggio di nozze a NY, incollato all’ipad dirò: “no, no, devo fare il diario di bordo come Meripo’”
Alessandro
(Alessà, tutte le scuse so’ buone, eh 🙂

Ma dove sta la Kamchatka?
Lucia

Meripo’ eeee… quando riparti?
Astrid, Manuela, Nicoletta, Silvia e molto cucuzzaro

La mia piena ammirazione: avventurarvi stoici per la caletta zuppa senza un’adeguata scorta di marshcosi.
Silvia

Nun… fate… caciara… che… sto… leggendo…., troppi nomi
Massimo

Io oggi di nascosto vado a pagare le vacanze in villaggio. Non mi frega più.
Diletta

Ohi Ohi Ohi, moio
Carla

#Osvaldobevilacquanuntetemo
Donatella Aridatecemeripop

Che il sovjet e la vita nei kolchoz ve spiccia casa
Lorenza

Ora rivaluto decisamente e finalmente il mio viaggio nella vecchia URSS con intossicazione collettiva quando, in seguito a assunzione di chinino per febbre alta, essendo svenuta cinque o sei volte sopra i campi di girasole della distesa, volevano portarmi in ospedale ma ho resistito alle cinque delegazioni venute a visitarmi.
Maria Grazia 

Noto che nella lista finale sono del tutto assenti i mezzi di trasporto rotti, il che mi fa supporre che stiamo pure migliorando.
Tiziana

Benigni Troisi lettera

Caro Savonarola

Se vuoi ti pago solo per leggere i tuoi post di viaggio Maori Pop
Antonella Anna

Meri Pop, noi lo paghiamo profumatamente il professor Pi, per portati in giro.
Daniela

Tu je devi fa’ male fisico, a Pi
Floriana

E ora vai con la sigla

L’estate più bella fu un inverno in Nuova Zelanda

venerdì, settembre 18th, 2015

Una volta chiesi a mio padre, munito di una invidiabile saggezza in testa e di alcuni bypass al cuore, cosa avesse provato la volta in cui finì in sala rianimazione. E lui rispose

-Meripo’, sai quanto voglia bene a voi. Ma in quel momento mi son passati davanti in un lampo tutti i bei posti che avevo visto viaggiando

Ora, vista la maratona alla quale vi ho sottoposti, mentre cerco una formula di congedo mi corre l’obbligo di confessare che anche stavolta io mica l’ho poi veramente capito macchiccaspita me lo faccia fare ogni volta. Ma probabilmente è quello che dice papà: mettere da parte cose ed emozioni da ripescare nella memoria all’occorrenza.

Quanto al fatto di come le si vada raccattando a giro per il mondo so solo che non vedo l’ora di decollare quando parto ma soprattutto non vedo l’ora di riatterrare quando torno. Il punto è che il mobbasta dura poco e piano piano si riaffaccia l’insano perquantoeffettivamente.

E’ chiaro che ci troviamo di fronte a un problema non geografico ma psichiatrico. E dunque che dire per chiudere l’avventura maora?

Nonostante il sabbatico che da alcuni anni mi sto prendendo nei confronti della fede, nel senso anche quella del credere oltre che di quella al dito, inizio seriamente a pensare che il padreterno, quando ha deciso di creare il mondo, sia partito dalla Nuova Zelanda e qui abbia concentrato il meglio di ciò che gli è venuto in mente. Poi nel prosieguo, in qualche circostanza, è altrettanto probabile che si sia rotto i cabasisi pure lui.

Ma qui, qui ha fatto con la natura ciò che Brunelleschi ha fatto con la Cupola di Santa Maria del Fiore e Michelangelo con la Sistina. Si sta ancora qui a chiederci come caspita abbiano fatto.

Un viaggio in Nuova Zelanda è un po’ un viaggio a matrioska: come farne dieci, uno dentro all’altro.

NZ dall'alto

Queenstown, skyline (Foto Meri Pop)

Sono un pezzo di Hawaii in Irlanda. Con accanto la Norvegia. E subito dopo le Ande. Come trasportare il Cervino sopra ai Grandi laghi americani o assemblare il Grand Canyon in mezzo al Pacifico.

E perché risparmiare sugli arcobaleni? Piazzatene un paio, anche doppi, ovunque, di quelli in cui si veda anche l’indaco. Poi prendete un po’ di zucchero a velo e spargetelo col colino intorno alle scogliere di Dover su quelli che per me ormai sono i monti del Pandoro e chissà se mai saprò come caspita si chiamino davvero.

Surfate, surfate pure alla HotWater beach hawaiiana ma con intorno cime di Lavaredo per centinaia di chilometri.

In tre settimane attraverserete otto paralleli e assaggerete parecchio del mondo, geyser e pozze sulfuree comprese (ricordando però che a Dallol, in Dancalia, dovete andare. Perché quello, davvero, non lo troverete manco qua).

Perderete la nozione spazio temporale (e te credo dopo una frullata di 48 ore di viaggio). E vi piacerà.

NZ Paola

Foto Paola Gallorini

Vi piacerà attraversare tre Continenti in uno e quattro stagioni in due giorni. E i Mohai nel mare. E Stonehenge nell’Oceano. Qui dove riescono a stare insieme la palma e l’abete.

Quindi, al netto di tutto ciò che vi ho fin qui raccontato e che dovrebbe scoraggiare qualsiasi persona sana di mente ad andarci, volevo dirvi, parafrasando Mark, che sì: la mia estate più bella fu un inverno in Nuova Zelanda.

E ora sipario e numeri:

5.085 km
1.000 litri di benzina
19 strade sbagliate
2 strade chiuse
4 strade interrotte
13.482 foto di Paola Gran Canon
18 ostelli
22 tipi di birre neozelandesi
8 tipi di vino tra australiani e neozelandi
3 siti importanti mai raggiunti (Milford Sound, Fly beach, Elephant rock)
1.800 metri di dislivello superati nei trekking
da +20 a -6 le temperature attraversate
3 ombrelli comprati
2 ombrelli rotti
1 pastora incazzata
6 foche avvistate
1 leone marino
3 pinguini. Questi:

NZ pinguini

Penguins (Foto Meri Pop)

 

P.S.
Grazie a Agostino, Bianca, Maci, Marina, Paola, Pietro, Roberta.

No rain, no rainbow

giovedì, settembre 17th, 2015

19 agosto

Che alla fine io parlo parlo ma poi Pi non l’ho mica lasciato in ostaggio al villaggio maoro. Perché NON HO TROVATO NESSUN VILLAGGIO MAORO, porcamiseria. Ma a questo punto della maratona zelandica, a due giorni dalla traversata di ritorno in Patria, resterebbero in lista un bel po’ di posti e di secchiate di neve e acqua delle quali mettervi a parte e tra le quali scegliere.

Fuggiti da Milford Sound come sapete, ci si appropinquava in quel di Invercargill (sentite che nome) con destinazione Bluff. Ora che si può fare secondo voi a Bluff? Si tarocca, appunto. Cioè quelli di Bluff dicono di essere il posto più a sud del sud prima del Polo. E ivi hanno eretto anche un bel cartello, sotto al quale Pi ed io non abbiamo resistito ad apporci anche noi per la foto di rito. Anche perché non c’era molto altro da fare, essendo il posto ideale per mangiare cozze verdi e ostriche ma essendo chiusi tutti i posti dove poterlo fare.

A quel punto Pi diceva che, VISTO CHE ABBIAMO PASSATO TUTTA LA MATTINA IN MACCHINA (nel caspita di Milford Sound, tanto per ricordarvelo), si poteva fare un bel trekking improvvisato di un’ora e mezzo intorno al costone, passando per una foresta umida come un acquario. Maci, avendo spaccato gli scarponi ed essendosi preparato ad andare a mangiare cozze verdi dunque coi piedi messi al massimo sotto il tavolino di un’osteria zelanda, se lo faceva coi mocassino. Ripeto: il trekking nella foresta col mocassino.

NZ Bluff

Taroccamento a Bluff (Foto professor Pi)

Senonché invece il posto del sud più a sud è un altro e sta a Slope Point. Ci arrivavamo il giorno dopo non senza aver prima attraversato un pascolo recintato e pieno di fango fresco modalità Papua Nuova Guinea-Irian Jaya. Solito vento a cento all’ora, gelido.

-Professor Pi ma non ci eravamo stati ieri, al punto più a sud??
-Meripo’, in realtà il punto è un elemento qualunque di uno spazio topologico. E in geometria è privo di una qualsiasi dimensione.

Ma certo, insistiamo ad andare a giro per il mondo con Fibonacci. E comunque non si sa com’è ma sto spazio topologico sta sempre in mezzo al fango e al gelo.

Però. Però ve lo devo dire. Quando ci siamo finalmente arrivati e mi son messa lì, tre metri sopra l’ibernazione a guardare quel vuoto a perdita d’occhio davanti, ho preso la manona del professor Pi, la mia col solito guantone “La zucca stregata” e gli ho chiesto

-Ma qui siamo proprio proprio sul ciglio della fine del mondo?
-Si Meripo’, siamo sull’ultimo pezzo di terra prima di quelle a ghiaccio perenne

NZ Meri South Pole

Meri Pole (Foto professor Pi)

Ora sarà che per la sindrome di Stoccolma una si sdilinquisce pure coi rapitori e figuriamoci con Pi nonostante tutto ciò che v’ho già detto, però lì di fronte a quell’azzurro perenne, io sì mi sono emozionata. E certo la pioggia, il gelo, le pecore, il pascolo, il fango, le impettate. Però. Però.

Nella mia precedente vita andai due volte alle Hawaii. Intendo la vita in cui si viaggiava ancora come gente sana di mente. E mi colpì un gadget diffuso ovunque che diceva “No rain, no rainbow”. Che tutto sommato è un po’ la Nuova Zelanda in estrema sintesi. Perché in quel momento lì, su quello sperone di roccia battuto dal vento, mi è sembrato che valesse la pena tutto. E soprattutto la rain. Che, va detto, ci ha regalato per tutto il viaggio dei rainbow che lèvati.

NZ doppio arcobaleno

Double rainbow (Foto professor Pi)

Ci sarebbe poi da dirvi anche di quando si andò al Waipapa Point e ci si incantò di fronte alla maestosità del mare, del faro e del leone marino (il leone marino è quello a destra, Fibonacci a sinistra).

NZ leoni marini

Leone marino (è quello a destra) – Foto Meri Pop

E ancora una volta il momento tòpico dello spazio topologico si accompagnava in  macchina con il sempresuonante Cd Pink Martini di Ago che in quel momento suggellava l’attimo con “Tuca Tuca”. E con questo direi che basta.

Fuga da Milford Sound

mercoledì, settembre 16th, 2015

18 agosto

Il Professor Pi ha uno zaino della Jack Wolfskin modello “Milford Sound“. Da circa vent’anni si chiedeva che caspita volesse dire. E ora ve lo spiego io, che vuol dire. Aggiungo che prima di partire anche la mia amica Patrì, detta Scassaminx, gran viaggiatora, aveva detto

-Oh Meripo’ guarda che alla Zelandia c’è Milford Sound, uno dei posti e dei trekking più spettacolari del mondo

Comunicatolo al professor Pi ello aveva a malincuore precisato che

-Meripo’, sono 53 chilometri e ci vogliono quattro giorni. Noi purtroppo non abbiamo tempo

Purtroppo. Diosialodato. Comunque ci attrezzavamo per poterne esplorare i meravigliosi fiordi e paesaggi con una bella crociera. Fissata la partenza all’alba per raggiungere l’imbarco (due ore di macchina, che qua non è che si può dormire vicino alle mète della mattina dopo, siamai) ci si svegliava, dopo insolite belle giornate, con il principio di un potenziale monsone.

-Professor Pi, piove
-Si ma siccome dobbiamo scavalcare un promontorio magari lì c’è il sole

Che Pi è scienziato ma è soprattutto fiorentino dunque, come l’Alighieri, presumibilmente pensava ad “amor che move il sole e le altre stelle”: senonché qua amor dall’inizio del viaggio moveva prevalentemente tuoni e cabasisi. Ma tant’è. Strada, ovviamente, deserta (questi sono sei milioni in tutto su un territorio come l’Italia, s’allargamo).

A un certo punto tipo alle 8, tra una secchiata d’acqua e un cumulonembo, intravedevo un cartello luminoso recante la scritta “Alle 9,30 chiude la strada per Milford Sound”

-Professor Pi, dice che alle 9,30 chiudono la strada per Milford Sound
-Meripo’, la riapriranno

Voi capite. Comunque a un certo punto, tipo dopo una mezz’ora, anche Maci, guidator cortese del veicolo due, si affiancava strada facendo e insisteva

-Maaaaa hai visto che alle 9,30 chiudono la strada?
-Si ma per quell’ora noi saremo già arrivati

La Cassazione.

Ago continuava a notare che, effettivamente, per strada c’eravamo solo noi. Cosa che ci capitava di sovente ma mai per 200 chilometri di seguito.

Ora l’altro punto è che, per arrivare all’imbarcadero del Tasman sea, presumibilmente al livello del mare, noi invece continuavamo a salire, appalesandosi a un certo punto la NEVE e le montagne a Pandoro

NZ Milford2

Strada Milford Sound, montagna Pandoro (Foto Meri Pop)

Dice -Meripo’ ma facevi foto in bianco e nero?

No, bellimiei, era a colori. Apperciocché si evinceva che qui per raggiungere i fiordi (che noi questo AVREMMO DOVUTO RAGGIUNGERE)

NZ Milford Sound cruise

Ve piacerebbe eh? (Milford sound maivista)

prima devi attraversare il valico del San Bernardo.

Finalmente, alle 9,25 -salpando il traghetto alle 9,40- si perveniva al deserto parcheggio dell’imbarcadero, tutto avvolto da nebbia, brume e spettrali lampi.

Dopo un breve sondaggio all’interno dell’abitacolo

-Beh ragazzi, non si vede una cippa però ditemi che volete fare che così facciamo o meno i biglietti

e consultato anche il veicolo B, Pi, Maci e Ago si dirigevano alla biglietteria per assumere ulteriori informazioni (ma cosa vuoi assumere che non si vede un beneamato, santogelo).

Ed è stato dopo un paio di minuti che li ho visti tutti e tre schizzar fuori dalle brume plumbee del terminal, correre ai nostri veicoli, ivi gettandovici dentro modalità Sebastian Vettel e ripartire a manetta senza manco allacciarsi la cintura come fossimo inseguiti dall’Interpol. GNIIEEAAAAHHHHH

La Marina ed io appisolate ancorché intirizzite sui sedili posteriori, tra uno sbadiglio e l’altro, ci guardavamo a punto interrogativo. Poi, mentre Pi pestava sull’acceleratore come fosse all’Autodromo di Monza, chiedevo

-Ma che vi hanno detto? E Ago scusa ma perché corriamo??

Al che Ago

-Meripo’ te lo spiego dopo. GNIIIEEAAAAAAAHHHH

Dopo un minuto ci inseguiva e fermava il locale netturbino Ama, dicendo

-Ehi, mister, qua c’è il limite a 30 km, slowly slowly

Pi faceva Sì tenchiù col capoccione ma, superatolo, aricominciava con Monza

-Ma insomma, che vi hanno detto???

-MERIPO’ hanno detto che la strada LA RIAPRONO FRA DUE GIORNI

No, guardate, non me lo fate neanche ricordare.
L’UNICA STRADA DI COLLEGAMENTO CON IL RITORNO E LA CIVILTà CHIUSA PER DUE GIORNI. Noi lì, nelle brume dei fiordi del caspita del niente di Milford Sound.

Ore 9,35. Sulla strada chiusa dalle 9,30. Le mie coronarie andate, la pressione peggio di quella del maresciallo quando ci intercetta sugli argomenti calienti. E come tutte le tragedie che si rispettino, la rocambolesca fuga avveniva con la colonna sonora fissa sul CD di Ago dei Pink Martini con “Donde estas Yolanda”. Sound de Milford Sound tra salsa e rumba.

Donde estas, donde estas, Yolanda
Que paso, que paso, Yolanda
Te busque, te busque, Yolanda
Y no estas, y no estas Yolanda

Alle 9,37 noi e la Yolanda arrivavamo alla barriera. CHIUSA. Col poliziotto in divisa accanto. Ed è stato allora che Pi si è profuso in una delle migliori interpretazioni del teatro tragico scuola Gabriele Lavia

-Sorry, sorry, noi dobbiamo assolutamente andare a prendere l’aereo a Christchurch… Sorry, pleeease

Insomma il neozelando, con occhio sbarrato, sbarrava la sbarra. E ci faceva passare, avvertendo via walkie talkie nonsocchì che “Ci sono due macchine di rincoglioniti italiani, fateli passà”.

Io non lo so donde estas e que paso Yolanda ma lo so solo io quello che ho passato io.

Risalendo il passo del San Bernardo, in attesa di verificare l’effettiva apertura della seconda barriera (mai incontrata, cioè questi hanno chiuso solo quella in fondo e non in cima alla strada), soprattutto tentando di smaltire la strizza, continuavamo a veder aggiungere nuovi significati alle declinazioni di “acqua a secchiate”.

E comunque. Poi avoja Paul Morand a dire che “Partire è vincere una lite contro l’abitudine”, che qua è vincere una lite contro la testa dura di Pi. Ma adesso basta. Io a questo lo lascio in ostaggio al prossimo villaggio maoro. E poi chiamasse pure la Farnesina.

Meri Poppe

venerdì, settembre 11th, 2015

(NOTA DI SERVIZIO: puntata che casca a cecio giustappunto oggi che c’è la Marcia delle donne e degli uomini scalzi, haivistomai, si fa pure a Roma non solo dai cinemisti)

16 agosto

Se percorri cinquemila chilometri -cinquemila- in diciotto -diciotto- giorni è evidente che la maggior parte del viaggio si svolgerà in macchina (che poi visto quello che succede quando scendi è meglio così). Ed è stato tra una pennica e un’affacciata dal finestrino che a un certo punto -nella zona ghiacciaio Fox- abbiamo attraversato tipo a 80 all’ora con limite 40 la cittadina di Cardrona, che di suo non stava in nessun report, trippadvaisor o altri brogliacci declamati da Pi. Ora però, siccome la mia amica Teresa detta ZiaTere di cognome fa proprio così, mi sperticavo inutilmente in

-Uuuuuhhh Cardrooooona

come effettivamente avessi avvistato un atollo polinesiano ai piedi del Monte Bianco. Nell’indifferenza generale continuavo a pronunciare vocali di stupore (-Iiiiihhhh, Oooooohhhh) ma col ciufolo che Pi rallentava. Anzi oggi sostiene di non avermi manco sentita. Senonché, successivamente, nella ricostruzione al ralenty del neozelandico raid, anche Ago affermava di aver notato “qualcosa di strano, come dei reggiseni appesi, a un certo punto di nonmiricordodove” e cioè “una staccionata di reggiseni”.

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Cardrona Bra Fence, come trasformare questioni “spinose”

Ordunque, cari, l’occasione mi è gradita per dirvi che a Cardrona -allocata tra Wanaka e Queenstown- anni fa alcune donne iniziarono ad appendere il reggiseno su una staccionata di filo spinato. E piano piano i reggiseni hanno prevalso sul filo spinato. Poi la staccionata è diventata un’attrazione turistica, quindi un casino, gli automobilisti inchiodavano per fare le foto e insomma alla fine l’hanno smantellata ma ora sta riiniziando a popolarsi di reggipoppe.

Questo per dire che, a proposito di muri-fili spinati recinzioni e altre varietà di alzimurismi umani molto purtroppo tornati di attualità, a volte il genio femminile riesce a trasformare anche questioni assai spinose in grottesche. Gli è che difficilmente le donne fanno rivoluzioni coi mitra: molto più spesso riescono anche solo con le pentole. Meglio ancora coi Wonder Bra.

Ma della giornata very poppica mi è qui gradito segnalare anche che, reso omaggio al ghiacciao Fox dove faceva insolitamente caldo (cioè voglio dire sempre 12 gradi ma ciò è comunque intollerabile, che ai piedi del ghiacciaio faccia caldo)

NZ Fox Glacier

La “rosa” del Fox Glacier (Foto professor Pi)

la sera si giungeva in quel di Wanaka, mozzafiatissimo luogo di lago, catene di montagne coperte di neve e papere,

NZ Wanaka lake

Wanaka lake and ducks (Foto Meri Pop)

ove ci attendeva, in un bello bello ostello, la nostra “stanza sestupla” (più Maci e Rob confinati altrove). Si signori. E che mica solo io dovevo condividere la rivoluzione russante di Pi eh.

Insomma una giornata piena zeppa di uno spettacolo della natura appresso all’altro. Lì dove si incrociano i concetti di incontaminato e curato. Dove tutto è rispettato ma non abbandonato a se stesso. Giornata al termine della quale, nel sestuplo letto della sestupla camerata, mi spiace molto averlo pensato ma mi è proprio dal sen fuggito, mi son detta -Meripo’ da un certo punto di vista per fortuna la Nuova Zelanda è in mano ai neozelandesi. Che in mano a certi nostrani chissà che ne sarebbe stato.

Si chiudeva infin la memorabile giornata con una cena cucinata da me. PAURA EH?? No, toccava a me ma poi Pi, avendo guidato solo per 400 km, arrivava in cucina e, visto che ero io all’opera, esordiva con un

-Maqqquasiquasi ora mi rilasso davanti ai fornelli

con ciò deliziandoci con una cena a base di pasta al tonno, cavolo ripassato e cioccolata con rum offerto da Ago, comprato in pregiata rumeria locale. Ma soprattutto la giornata si chiudeva nella stanza sestupla ove, spente le luci, sui tre letti a castello calavano il buio, le palpebre e un australe, stavolta meritato, ronfamento stereo di Pi.

 

Quel che resta dei giorni

giovedì, settembre 10th, 2015

15 agosto

E’ arrivato il momento, dopo quindici giorni di viaggio, di dare una buona notizia. Ma state calmi che dura poco. Dunque il professor Pi, quanto al capitolo “ostelli”, aveva una specie di Trip Advisor di precedenti recensioni di viaggiatori e alla tappa di Punakaiki riluceva un “bellissimo, forse il migliore”. Confermo: casette di legno in mezzo alla foresta -a picco su scogliera e spiaggia- dotate di tutti i confort, arredamenti in caldo legno con calda stufa e calde coperte a disposizione nella sala lettura, salotto sotto, camere da baita in Val Badia nel soppalco a vista di sopra.

Poi, Pi, salendo e precedendomi coi bagagli (nel senso che se li era caricati tutti lui per evitare un di me dirupamento in terra di Zelandia) a un certo punto della pregiata ripida scala in legno dice

-Meripo’, quest’anno va così, ovunque. Rassegnati
con ciò mostrandomi un di coccio gufo sulla soglia della finestra

NZ gufo

Gufo maoro (Foto Meri Pop)

e poco dopo, aprendo la porta della stanza, ci imbattevamo in altro gufo, ma stampato, troneggiante sul letto. E gufi nei quadri, sui copriletti e financo al bagno. Poggiate le masserizie accanto agli sparsi rapaci si andava in avanscoperta sulla di sotto scogliera, non prima di aver attraversato un sentiero boschivo. Un posto bello assai. La scogliera. Con le solite nuvole di Fantozzi a renderla inquietante.

Ma è stato niente in confronto a quello che ci è apparso la mattina dopo. Quando dopo un agevole sentiero ci si è spalancato davanti, davvero, l’indescrivibile:

Pancakes rocks1

Pancakes rocks, l’antro del diavolo (Foto Meri Pop)

Pancakes rocks -che in italiano suonerebbe come montagne di frittelle (e qui capite che l’anglofonia a volte fa la differenza)- immense ed inquietanti stratificazioni di rocce a perdita d’occhio piazzate tra azzurro del cielo e mar di Tasman. Con le giuste condizioni di marea l’acqua spinta dalle onde risale la scogliera in stretti canali verticali e fuoriesce come un geyser, con getti pazzeschi e minacciosi, dando vita alle cosiddette Blowholes.

Ma è il rumore, il rumore di tutto questo accrocco, ciò che non dimenticherete mai, luogo che non a caso i Maori chiamarono “l’antro del diavolo”. Lì dove vento, mare e tempeste si son divertite a disegnare la materia, il tempo e lo spazio:

Pancakes rocks2

Altro che Stonehenge e dodiciapostoli (Foto Meri Pop)

e dove noi siamo rimasti, letteralmente, storditi dall’emozione. Fermi lì. A riempire gli occhi di ricordi.

Pancakes rocks3

We (Foto Meri Pop)

Non ho ancora capito bene a cosa serva viaggiare. Però diceva Ennio Flaiano che “I giorni indimenticabili nella vita di un uomo sono cinque o sei. Tutti gli altri fanno volume”. E certamente, il giorno di Pancakes Rocks, farà sempre parte di uno dei sei.

Su per colli fradici

martedì, settembre 8th, 2015

13 agosto

Dice
-Meripo’, domani ti porto a vedere una bellissima caletta. Si arriva in water taxi, poi si fa un pezzo a piedi e si scende

TREDICI CHILOMETRI. Ripeto: TREDICI CHILOMETRI A PIEDI, tra impettate, guadi, foreste, ponti tibetani e sprofondi. Naturalmente alla parola “water taxi” uno che pensa? Che la barca ti accompagni alla caletta. NO: la barca ti accompagna a tredici chilometri dalla caletta così poi tu te li riattraversi a piedi via terra e ci vai. Ma tu a uno che ti propone una cosa così, ma che je devi dì?

Insomma l’alba del giorno 13 ci trovava pronti in assetto da gita in barca in quel di Motueka. Sole. Ma, giunti all’imbarco, nuvole e cumulonembi a vagoni.

-No, dice il ranger acquatico che è giusto un po’ di uggia

Naturalmente l’uggia ci ha messo tre nanosecondi a diventare chevelodicoaffare acqua. Il tempo che la barca ci mollasse -noi e altri quattro sfigati coreani- a 13 km dal traguardo e se ne riandasse, diciamo. Comunque si iniziava “la passeggiata” del caspita di trekking Tasmano.

Che io poi vorrei sapere che le faccio a fare, visto che durante il percorso non riesco a vedere nulla o perché sto aggrappata a qualche parete per via delle vertigini o perché sto aggrappata a Pi per via di qualche sgarrupo. E in queste condizioni è chiaro che non faccio manco foto dunque le uniche testimonianze vanno poi raccattate qua e là. Dunque, raccattando, effettivamente pure sta Anchorage Hut aveva il suo bel perché anche senza sole

NZ trekking2

Anchorage Hut (Foto professor Pi)

Senonché a metà dei tredici chilometri, attraversati anche un ponte tibetano e una scogliera, l’uggia iniziava a diventare proprio fracassamento di cabasisi. Ora, nel programma di viaggio che io ovviamente non avevo letto, c’era scritto che “in caso di bassa marea si traversa Torrent Bay invece di circumnavigarla, con ciò risparmiando mezz’ora di camminata”. Roba da gettarcisi a pesce. Se non fosse che la marea era bassa col cavolo e che il paludamento era inattraversabile. Ma lui indomito dice

-Vado a dare un’occhiata

o meglio lo urla quando ci stava già in mezzo, Paola Gran Canon appresso. Inutile ogni ululato a lui lanciato (-Ma ndo vaaaaiii??). Proseguiva imperterrito. Fino a che un unico argomento sembrava far breccia nella furia esploratrice Indiana Jones

-GUARDA CHE NEL TUO ZAINO HAI ANCHE IL MIO PANINO. E IO HO IL TUO KIT-KAAAAT

La parola-chiave, vi è chiaro, era KitKat. Poi dice la potenza della Nestlè.

Tornato sui suoi passi, anzi sui miei, si giungeva finalmente, dopo ore e ore, stremati, bagnati, ghiacci, a sta caspita di arrivo. Che, effettivamente, pure questo…

NZ trekking 3 Paola

Splash (Foto Paola Gallorini)

Rifugiatici Ago, laNonna, Pi ed io nel rifugio, gli altri spersi sulla spiaggia sotto l’acqua, ci rifocillavamo, accanto a una sempresialodata stufa a legna, col panino e la famigerata Nestlè. L’ora dell’appuntamento con la barca essendo le 15,30 nessuno si preoccupava -tipo alle 15- di strani echi che giungevano facendosi largo tra le finestrone del rifugio con pioggia battente, echi tipo

-Aaaagooooooo – Piiiiiiiiiii -Meripoppaaaaaaa

Io pensavo a legittime allucinazioni uditive da stress. In realtà erano gli altri che ci cercavano in quanto, avendo la barca anticipato la ripartenza date le condizioni impietose del tempo, si doveva risalpare. Catapultatici de corsa e a barca tutta occupata dai coreanici lievitati dell’andata, Pi rimaneva proprio tipo a sedere di fuori. E in una tormenta indescrivibile, appena riscaldatici nel rifugio, ricominciavamo a fracicarci come non ci fosse un domani.

Così.
Dice -Ma perché?
Guardate io a volte, in mancanza di altre spiegazioni logiche, ipotizzo che il professor Pi lo faccia per voi. Sì, per voi. Evidentemente nella sua capocciona a un certo punto scatta il
-Ma sì sennò questa, a quelli, che gli racconta quando torna?

 

Quei giorni perduti a rincorrere Wellington

lunedì, settembre 7th, 2015

11 agosto

Della città di Wellington direi che salviamo solo il Cable car

NZ Wellington cablecar

Cable car a Wellington (Foto Meri Pop)

e il bar del Royal Port Nicholson Yacht Club. Che Pi si era dimenticato una cosa in macchina, parcheggiata un po’ lontano dall’ostello, e sfidando sti zero gradi ventosi e le stalattiti a bordo marciapiede, decidevo di accompagnarlo. Al ritorno alzando gli occhi dallo scafandro termico leggevo “Royal Port Nicholson Yacht Club – Bar” e, dico io, se tu vedi un nome del genere non puoi far altro che entrare. E infatti ci accoglieva questo

NZ Wellington bar

Wellington, Royal Port Nicholson Yacht Club Bar (Foto Meri Pop)

che affacciava su questo

NZ Wellington bar baia

Lookout del Royal Port Nicholson Yacht Club Bar (Foto meri Pop)

e che ci serviva la nostra bella cioccolata con marshmallow a bordo tazza che, è ora di dirvelo, vanno gettati nella tazza e fatti sciogliere tipo zuccheroni. Bleah. Peccarità.

Chocolate&marshmallows

E questo è stato un altro dei “momenti” da collezione di viaggio. Dice -Meripo’ se sei andata fino a là solo per collezionare bevute di cioccolata con Pi, ve le potevate far fare dal Neri a Sesto Fiorentino. O esagerando Guido Gobino a Torino o Peratoner a Pordenone. Evvabbè.

Dunque Wellington. Climaticamente è come stare davanti alla porta spalancata del freezer a febbraio. In più soffia vento perenne gelido che andava a 100 all’ora jejejejè.

L’unica cosa che ci si può fare è stare al chiuso. O farci girare film. Da altri. Tra i film recenti girati parzialmente o totalmente a Wellington-Miramar: Il Signore degli Anelli, King Kong e Avatar.

Naturalmente piove. Piove ghiaccio. Ma questi se ne stracicciano altamente, dato che delle prime venti donne avvistate non ce n’era una che portasse le calze. Per altro andando in banca per cambiare i denari il professor Pi mi ammollava una paccata di euri da convertire poiché non poteva cambiare lui per tutti. Lasciatami inerme di fronte alla signora dello sportello a cercar di capire l’inglese neozelandico-maoro locale, la signora – appresa la italica provenienza- chiedeva

-E quanto vi trattenete a Wellington?
-Ah guardi, il meno possibile
No, non le ho detto così. Ho detto
-Partiamo domani, andiamo all’isola del Sud

E lei, giuro,
-Ah ma all’isola del Sud fa freddo

No perché invece qui si boccheggia. Roba da pazzi.

Comunque non divaghiamo. Da Wellington si ripartiva l’indomani mattina, dopo uno stazionamento di neanche quindici ore e non prima di aver assaggiato la locale pizza take away. Si ripartiva con destinazione Isola del Sud previo attraversamento con traghetto di circa tre ore e mezza.

E qui spiace ma tocca riaprire il capitolo squaqqueramenti di stomaco. Che il professor Pi è un santantonio che lèvati ma soffre il mal di mare. Anche il mal di curve, come è ormai noto. Non che questo gli impedisca di attraversarne. Di specchi d’acqua di tutti i tipi. Ma lo fa accompagnando il tutto da svomitazzate e annoccamenti. Mai che una volta gli avessi visto prendere una pilloletta. No, se deve soffrì. Stavolta però nel neozelandico gruppo trovavasi Rob Christinelagarde, la nostra cassiera, che in realtà è un panzer che agisce sotto elegantissime, signorili e bionde sembianze.

Rob, la sera prima, metteva accanto alle fette di pizza di Pi una pilloletta accompagnata da un laconico e inappellabile

-Questa la prendi domani mattina, prima della colazione

Ragazzi, una bomba. Saliti a bordo e parcheggiate le macchine al piano terra, giusto il tempo di ascendere nel salone mediano e Pi, tra uno sbadiglio e una calata di palpebra, prima faceva onore a un piatto di uova strapazzate, bacon e crocchette di patate (-No, grazie, il caffèllatte no, non vorrei appesantirmi) poi si appoggiava su un divanetto ed entrava in un sonno letargico. Tre ore. Un annoccamento come manco il Roipnol.

Trattavasi della stessa Rob che un giorno mi aveva fatto trovare una sciarpa sul letto: “Ho visto che tiri sempre su il collo del pile”. Sciarpa DI SETA. Caldissima. E sempre lei di fronte al raffreddore di Maci aveva estratto una specie di pozione di Asterix che l’aveva guarito tipo in venti minuti. Una serie di performance che le valevano il meritato soprannome di Emergency.

Con ciò Emergency, che usufruiva delle stesse pasticchette, col ciufolo che si addormentava: stava sveglissima. Al che iniziavamo a ipotizzare che la dose di Pi fosse stata opportunamente dopata per finalmente impossessarsi della cassa comune e fare una spesa come si deve.

In un divanetto accanto il nostro Ago era intanto intento (nto) a riparare gli occhiali da sole de laNonna (e qui va detto che la borsa di Ago è anche meglio di quella di Mary Poppins ed Eta Beta messi insieme che ora, dicoio, come ti viene in mente di portarti gli aggeggini per gli occhialetti), che
-Santocielo si è staccata la stanghetta, ma guarda che disdetta, proprio ora, ma com’è possibile?
e Ago -Si ma sono ai minimi termini, quanto l’hai usati?
-Venticinque anni

Contestualmente laNonna conversava amabilmente con un gruppo di vegliarde canadesi, alle quali decantava (è il caso di dire) le magnificenze dei vini italici con un fluently english che ogni tanto però riservava qualche intoppescion. Tipo quando le hanno chiesto se a lei piacesse di più il vino fermo o frizzante e lei ha calato il jolly:

-Ah beh, I love the plin plin wine
(frizzantly)

 

 

Io e te tre metri sopra al gelo

venerdì, settembre 4th, 2015

9-10 agosto Tongariro National Park

Aveva detto e scritto: “Portate cose adatte per la pioggia, ve lo ripeto: il problema non è il freddo”.
Aveva specificato: “Sì certo lì sarà inverno ma non come il nostro”.
Aveva finanche chiosato: “e comunque l’isola del Nord ha un clima più temperato, un po’ di freddo lo troveremo al Sud”.
Temperato un par de maori, porcamiseria: dopo i parchi sulfurei di Rotorua, i geyser, i supergeyser, i finti maori che facevano una danzetta de panza, arrivando la sera del 9 agosto -ripeto 9 agosto- verso il Tongariro National Park, già dalla macchina iniziavo a sentire un certo qual gelo.

Lui, Pi, alla guida, diceva “Ma no, è un’impressione. Dai, alzo un po’ il riscaldamento”. A venti chilometri dall’arrivo in quello che doveva essere un soggiorno nella foresta con trekking di boschi, la vedo, là, a bordo strada nella cunetta: NEVE. La neve.

Comprensibilmente agghiacciata gli dico
-Professor Pi scusa ma questa che è?

-Neve, Meripo’, si chiama neve: è un tipo di precipitazione atmosferica in forma di acqua che solidifica. E’ formata da una moltitudine di minuscoli cristalli di ghiaccio, tutti aventi di base una simmetria esagonale.

-E’ TUTTO QUELLO CHE HAI DA DIRE??

-Beh aggiungo che spesso i cristalli hanno anche una geometria frattale

Ma sì certo, continuiamo ad andare in giro per il mondo coi professori di matematica

-Scusa eh ma qui non doveva essere il posto più caldo?

-Si Meripo’ ma io ho statistiche dei viaggi precedenti, non la palla di vetro: non è che posso prevedere sconvolgimenti climatici inattesi.

Sconvolgimenti climatici inattesi. MENO SEI, porcaccialamiseria. Meno sei gradi, ovviamente nell’ostello più spartano della mappa dell’intero viaggio zelandico. Approdati nella stanza mi gettavo di peso contro il termosifone e ivi vi restavo aggrappata come un geco sul muro.
Tiepido.

-Professor Pi il termosifone è TIEPIDO.

-Sì, Meripo’, ma c’è il bagno in camera

Ecco ma a uno così tu che gli devi dire?

Intanto la squadra MasterChef (Paola e Rob) si recava in cucina per approntare una cena che, viste le inattese circostanze, Pi autorizzava a comporre con più portate. O meglio, mangiare come non ci fosse un domani:

-Addirittura un aperitivo con tartine al formaggio e birretta neozelandica
-Zuppa a scelta (pollo, funghi, zucca)
-Cosce di pollo alla birra
-4 costine alle spezie
-Insalata

Ci si immergeva infine nel gelido letto con la solita vestizione Antartica già sperimentata.

Quanto al risveglio della mattina dopo a -11, MENO UNDICI, fate conto di programmare una escursione al bosco della Tuscia viterbese d’agosto e ritrovarvi sul sentiero artico delle Svalbard a novembre. Il titolo del programmino iniziale era “Tama lakes tramping track”: 5-6 ore, 17 chilometri. Alla luce dei recenti e imprevedibili “sconvolgimenti climatici inattesi” chiedevo a Pi se anche quel programma avrebbe subito modifiche. Cioè restarsene al rifugio a bere thè caldo, OVVERO l’unica ipotesi sensata degna di uno scienziato che abbia ancora un po’ di logica residua funzionante.

-Beh andiamo lì e poi vediamo

NZ Tongariro 1

Tongariro Gelido Park (Foto professor Pi)

Andiamo lì e che caspita vuoi vedere? Cumuli di neve e ghiaccio a perdita d’occhio. Gelo ovunque. Avete presente la situazione Amudsen? Ma senza manco i cani da slitta: A PIEDI. Il nostro equipaggiamento da trekking estivo non sembrava impensierire nessuno degli astanti. Pi, ispezionando le suole delle mie cioce estive, riservava alla pratica un laconico

-Hai un buon grip, a posto

Il fu sentiero boschivo si presentava come una esile trincea scavata tra montagne di neve, fate pure riferimento letterario a Mario Rigoni Stern per “Il sergente nella neve”.

NZ Tongariro 2

Tongariro Gelida Way (Foto Meri Pop)

Impavidi e temerari i nostri si avviavano nel ghiaccio perenne come fossero a luglio al parco di Yellowstone. Ora vada per Ago che è atleta e uomo di montagna ma financo la calabrisella Nonna sembrava essersi sempre abbeverata alla scuola di Messner. E sì, anche la quippresente iniziava la spedizione nell’Artico con vento tagliente a raffiche. Inutile tentare di sollevare l’obiezione “Scusate ma dove caspita andiamo?”.

Andata giù alla prima lastra di ghiaccio, con meripoppica scioltezza tentavo il risollevamento affondando la mano col guanto di pile della famosa marca tecnica “La Zucca stregata” nella gelida e bagnata neve.

NZ Tongariro 3

Tongariro Stremescion Trekking (Foto Meri Pop)

Un’ora. A questo supplizio ho resistito un’ora. Poi, dopo giramenti di testa e di cabasisi, e dopo aver inutilmente chiesto

-Scusate, ma esattamente quando pensiamo di arrenderci?

alzavo unilateralmente bandiera bianca e prima di svenire in braccio a Pi gli rantolavo

-Prof scusa ma io non ce la faccio più

Ello, invece della legittima incazzatura, mostrava addirittura una cosa che credo fosse un sorriso, o forse era una emiparesi da freddo, ma insomma avvicinandosi nella tormenta diceva:

-Meri, non ti preoccupare. Ti riaccompagno giù

Proprio così. Ha detto – e fatto- così. Sto dicendo che ha rinunciato a proseguire. E credo ci tenesse. Parecchio

A quel punto anche laNonna ne approfittava

-Beh se proprio tornate indietro voi, io certo non vi lascio da soli: vi accompagno…

Dopo un’altra ora di marcia indietro, di acrobatiche culate e scivolate, riaccompagnata laNonna all’ostello, Pi ed io ce ne tornavamo ad aspettare a bordo gelo che gli altri finissero il giro fin dove potevano. Ed è stato allora che, invece che al Centro Visitatori, mi ha portata in un vicino Caffè. Dove, lo dico, ho collezionato un altro di quei “momenti”, di quelle tesserine magari insignificanti che però sono quelle che mi ricorderò di più: Pi ed io davanti a due cioccolate bollenti (i neozelandi non avevo ancora capito capito perché le accompagnano con due mashmallow a bordo tazza, poi ve lo spiego) e un crumble di mele

NZ Tongariro 4

Tongariro Ciocco Moment (Foto Meri Pop)

qui:

NZ Tongariro 6

Tongariro Uonderful Baretto (Foto Meri Pop)

Ecco. Per quanto incredibile questo è stato un altro dei motivi che giustificava i ventimila chilometri.

 

Non si arriva mai tanto lontano come quando non si sa dove si va

giovedì, settembre 3rd, 2015

8 agosto

Dice -Meripo’ ma come ti è venuta in mente la Nuova Zelanda?
A meee?? A me non sarebbe venuta in mente mai. Se non fosse che il professor Pi aveva avanzato una rosa di mète evidentemente provocatorie, dal Sud Sudan (ma dico io come caspita se le pensa) a Panama (solo in testa o se sei sarto) alla Kamchatka (solo se stai giocando a Risiko). E avendo accennato di sfuggita alla Zelandia mi era sembrato il nome più potabile pur non sapendone nulla fatta eccezione per l’esistenza di quei santantoni degli All Blacks. Senonché gli chiesi

-Professor Pi ma dove sta la Nuova Zelanda?

e lo sventurato rispose

-Esattamente agli antipodi di dove sei adesso: se buchi Roma, più profondamente di quanto sia già bucata, sbuchi in Nuova Zelanda. E’ il posto più lontano raggiungibile da qui.

Ecco a me questa cosa dell’andare che più lontano non si può aveva in un primo tempo addirittura affascinata. Prima di salire sul primo e sui seguenti aerei, intendo.

Così mentre si saliva da Paihia, della quale mi preme segnalare la biblioteca pubblica,

NZ Paihia's Library

a WakaWaka, Whitianga, Coromandel, una sequela di posti il cui nome già evocava il concetto di dovecaspitasei, sbucando da una curva su cose così

NZ norain 1

Foto professor Pi

e facendo sosta prima alla Hot Water beach incontrando questo:

NZ hot water beach

Hot water beach (Foto professor Pi)

ma soprattutto questo

NZ surfista

Surfista neozelando all’alba (Foto Meri Pop)

e poi arisbucando, previo il solito trekking di avvicinamento sempre con pantalone cerato antipioggia, scafandro e cazzimme varie, su Cathedral Cove

NZ Cathedral

Cathedral Cove (Foto Meri Pop)

era Paola Gran Canon a dare dignità filosofica all’ennesima impettata e ridiscesa di scale, dirupi e sentieri, riassumendo

“Ecco dove sei, quando non ci sei”. Ecco dove vai a finire, caro sole che ogni tanto pure ti fai spazio tra la pioggia, quando scompari dalla val Badia e dal Colosseo e dalla cupola del Brunelleschi e dalla Valle dei Templi.

Intendo qui poi pubblicamente ammettere che io, prima di partire, non leggo neanche il programma di viaggio perché quando vai in giro con Pi meno ne sai e meglio è. Leggo solo la lista delle cose da portare e dell’abbigliamento consigliato: e da lì ne traggo le dovute conseguenze. Dunque non è che io vada nei posti: mi ci ritrovo catapultata praticamente a mia insaputa.

E dunque, a quattro giorni dal complesso sbarco posso tranquillamente affermare Goethe (ma c’è chi lo attribuisce a Cristoforo, Colombo) che “Non si arriva mai tanto lontano come quando non si sa dove si va”. E io, su questo non c’è dubbio, non avevo ancora capito un cavolo di dove caspita mi trovassi. Stato d’animo che, sia chiaro, mi prende pure all’Esquilino.

Dunque direi che, senza arrivare alla Zelandia e volendo provare questo stesso senso di sperdimento nel tempo e nello spazio, potreste provare a partire dal Casilino e arrivare al centro di Roma coi mezzi.