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I giorni dell’Iran/ I fiori non hanno spalle

giovedì, luglio 23rd, 2015

In occasione dell’annuncio di un viaggio in Nuova Zelanda essendosi sviluppato un sottodibattito sui viaggi in Iran ripropongo all’utenza, come incoraggiamento, uno dei momenti-clou del viaggio di due anni orsono.

30 luglio – Zanjan, Tabriz, Kandovan, Tabriz

La mattina alle 8 si ripartiva con destinazione Tabriz per un serratissimo e lunghissimo programma che veniva interrotto e modificato già alle 8,30: il nostro autista, Nasser, iniziava a clacsonare più veementemente del solito e a vociare dal finestrino inveendo contro una solitaria macchina che ci precedeva. Anche il solitamente pacatissimo aiuto-autista, Baktash si univa all’inveenza. Il che mi faceva legittimamente sospettare l’inizio di una mediorientale faida stradale dai cupi esiti.

In realtà erano dei loro parenti e l’inveenza era felice giubilo. Scusandosi ripetutamente con noi Nasser e Baktash accostavano per poterli salutare poi però Nasser risaliva a bordo e pregava Iraj di dirci che i suoi parenti sarebbero stati felici di poterci offrire un tè e frutta, che avremmo potuto cogliere ad libitum dagli alberi della loro terra con casetta che si trovava poco lontano dal ciglio dell’accosto.

Naturalmente non li scoraggiava il fatto che noi fossimo in 16. La giovin figlia, bellissima,

si offriva di guidarci a piedi tra le frasche mentre il babbo riportava indietro la macchina. Iniziava così un tortuoso percorso stile attraversamento foresta amazzonica tra liane, rovi, sassi e guadi.

Si, certo che l’ho pensato! (-Meripo’ scusa ma non hai pensato che magari era un agguato, una trappola, un che ne so, una cosa quantomeno sospetta?). E l’ho pensato vieppiù quando uno dei nostri, mentre attraversavamo il letto del fiume a secco, ha esclamatao

-Ragazzi, pensate se ora aprono  la diga

Dopo il tortuoso cammino si sbucava invece in un piccolo Paradiso coltivato a pesche, susine e noci, uva e ancora fiori e poi galline e un ruscelletto al bordo del quale era costruita una monostanza in cemento, completamente rivestita di tappeti e cuscini dentro. Fuori, sul fuoco, una teiera nera in ebollizione si preparava ad accogliere foglie di tè di grande bontà: si chiama, infatti, “Tè al fuoco”

Ci accoglieva sull’uscio la mamma nerobardata della giovin ragazza e ci faceva prima cogliere qualsiasi cosa ci venisse in mente di commestibile dalla loro proprietà, poi ci faceva accomodare tutti in cerchio nella casetta. Scoprivo finalmente, tra l’altro, che le iraniane zollette di zucchero dure come serci (romanesco, trad: sassi) non devono essere inutilmente disintegrate nella tazza ma piuttosto si succhiano o si inzuppano un po’, si mordono e poi ci si beve sopra l’ambrato liquido.

La conversazione avveniva prevalentemente a grandi sorrisi, inchini, mani giunte, mani sul cuore. E ci siamo detti, a onor del vero, tanto. La signora nerovestita chiedeva a Iraj di dirci che era mortificata perché, sapendolo prima, sarebbe stata felice di offrirci un pranzo ma ci era grata per aver accettato il tè. La gallina che faceva capolino da fuori, improvvisamente rinfrancata, ci era grata ancora di più.

Anche il Professor Pi a quel punto, come in tutti gli scambi diplomatici che si rispettino, teneva il suo discorso di gradimento all’ambasciatrice e le diceva, interpretando il fumetto che aleggiava sulle nostre teste, che l’onore semmai era nostro e che le eravamo tutti molto grati per averci offerto qualcosa di molto più prezioso e raro per chi se ne vada “a giro per il mondo” che non sono né i monumenti né i paesaggi ma è l’ospitalità.

Ed è stato mentre Giovanna si scusava, dato il cerchio irregolare, dicendo

-Perdonate le spalle

che la nerovelata signora rispondesse, citando un poeta persiano

-I fiori non hanno spalle

Così, a freddo in quel caldo, in mezzo a un orto persiano, ci è arrivata quella schioppettata di poesia e delicatezza d’animo.
I fiori non hanno spalle.

Iran mamma e figlia

 

Ma quello che non dimenticherò mai è che, arrivando, la signora nerovelata mi (ci) accoglieva a braccia spalancate, prima baciandomi tre volte e poi stingendomi forte a se’. In un lampo mi sono passati davanti parecchi degli ultimi miei anni. E mi è sembrato che, anche a fronte di momenti dei quali avrei volentieri fatto a meno, poi la vita trova sempre il modo -nei luoghi e nei tempi più impensabili- di riappacificarti  se non con il mondo almeno con te stessa. E stringerti in un abbraccio infinito.

E ho pensato che tutto sommato era valsa la pena in questi anni fare tutta questa strada, a volte impervia a volte proprio al limite delle possibilità, per poi andarsi a prendere quell’abbraccio sconosciuto a Tabriz, Islamic Republic of Iran.

In cambio di seimila chilometri, eh, che qua niente è gratis, sia chiaro.

L’Iran e le donne Sansone

venerdì, novembre 8th, 2013

Lo so che vi ho sbomballato abbastanza sull’Iran solo che oggi dice che forse fanno l’accordo sui controlli nucleari. Eppure la vera arma di cambiamento in Iran credo sia da unì’altra parte: sotto al casco dei parrucchieri e sotto al velo. Un Paese nel quale le donne possono diventare avvocato ma non giudice e la cui testimonianza in tribunale vale la metà di quella di un uomo: ma è lo stesso nel quale puoi vedere una nonna al parco che sorveglia il nipote mentre legge la Divina Commedia tradotta in farsi. Il velo arretra e si appoggia sulla crocchia. La cultura delle donne avanza. E potrebbero essere proprio loro a sorprendere tutti. Pure gli Imam.

Piccolo reportage qui, soprattutto fotografico.

Grazie a Flavio Favero e Pietro Zecca. Che a noi Berengo Gardin ce spiccia casa

Ciò che il fesenjun ha unito la ribollita non divida

lunedì, novembre 4th, 2013

Accertatosi che eravamo dignitosamente sopravvissuti alle tre settimane iraniane e che nell’islamica circostanza si erano creati anche discreti vincoli di amicizia nell’italico gruppo, il professor Pi decideva di sfidare le leggi della resistenza e ci invitava a un comune raduno nelle toscane latitudini. Del valoroso originario gruppo di quindici riuscivamo ad affluire in sei presso la cinta muraria del buen retiro.

Perché il bello di certi viaggi è che, come gli amori di Venditti, non finiscono: fanno dei giri immensi e poi ritornano. E infatti Giovanna e Angelo di giri per gli sterrati della Val di Chiana ne dovevano compiere parecchi, prima di poter giungere nella località convenuta. Ove Flavio e Cinzia, nonché la qui presente e il Professor Pi, li attendevano davanti a un desco frugalmente allestito con salamini, finocchione, prosciuttelle, pere e pecorino, caciotta, pane sciocco, grissini tirati a mano originali torinesi, pomodoretti con l’olio novo, vino rosso e vin santo delle uve di Pi e altri tipi di gastronomico intrattenimento.

Ricostituito il nocciolo duro del viaggio si provvedeva immantinente a denocciolare le olive, la cui raccolta nelle campagne intorno ferveva animatamente. Radunati poi tutti i doni che i partecipanti recavano stile Re Magi (orecchiette e strascinati fatti a mano dalla mamma di Angelo, santadonna, brutti ma buoni, grissini freschi, vini piemontesi che non me lo ricordo più il nome a fiumi, santi Flavio e Cinzia) e deciso che avrebbero costituito il nocciolo duro del pranzo della domenica, essendo ancora al venerdì ci si predisponeva per la cena alla Maggiolata. Il tutto naturalmente reciprocamente annaffiandoci di chiacchiere e Chianti. Che, dopo il mese di ramadan e astinenza alcolica, non ci sembrava vero poterci rivedere con la scusa di recuperare in tappe enogastronomiche. Cosa che di norma avviene sempre, ai raduni post viaggio, anche in assenza di patimenti.

La cosa che mi preme qui sottolineare è che, al netto delle tre settimane iraniane, io questi non li avevo mai visti prima in vita mia ma ciononostante osservavo una insolita, coinvolgente, entusiasmante familiarità e sintonia con -disciamolo- teoricamente quasi perfetti estranei. Ma così succede. Non chiedetemi perché. Evidentemente il chador e il ramadan temprano e rafforzano vincoli come mai nessun’altra circostanza potrebbe.

Dal che si sarebbe tentati di evincere che in certi casi le migliori amicizie son quelle che ti capitano in giro per il mondo- o che un sistema di prenotazioni viaggi ti affibbia- piuttosto che una libera scelta. E non voglio certo trarne conseguenze -che pure mi tentano- sui matrimoni “combinati” rispetto a quelli scelti: mia nonna sosteneva convintamente che i primi statisticamente funzionano più dei secondi. Il mio avvocato potrebbe, in effetti, testimoniare in tal senso.

Ma procediamo. Si diceva della insolita familiarità che si sviluppa in una convivenza forzata tra ex estranei fino a due mesi or sono. Così è. E così è stato per tutta la durata del soggiorno, compresi Santi, morti, ponti et similia. Diciamo pure che le giornate trascorrevano infarcendo il tempo di attesa tra una libagione e l’altra con passeggiate nei suggestivi dintorni in cerca di specialità alimentari quali, per dire, il cacio di Pienza o il Nobile a Montepulciano.

E’ dunque probabile che, almeno per il gruppo qui preso in esame, sarebbe impossibile socializzare diversamente: impossibile dunque creare amicizie in presenza di partecipanti a dieta o astemi. Che infatti non mi sono mai capitati. Quindi, per restare nelle citazioni di vendittiana memoria, da “Amici mai” ad “Astemi mai”.

L’altra riflessione che sviluppavo giustappunto stamane rientrandomene nei romani confini era che ieri sera, rientrando invece in quelli fiorentini del professor Pi una volta salutatici con gli altri, si mettevano in tavola gli “avanzi” di tutti i gastronomici doni innaffiando il tutto con un vino che non avevo mai sentito nominare né mai provato e del quale mi sono invece innamorata a prima sorsata: il Carema, (portato da Flavio ivi richiestogli da Pi). Cioè quindi sostanzialmente lo stesso effetto dei miei compagni di viaggio. Per non dire del Professor Pi. E anche qui evidentemente vale il principio -che Pi illustrò a proposito del fantomatico “uomo giusto”- e cioè che le cose giuste e fulminanti non si inseguono: si incontrano.

Segue ricetta della Ribollita così come -mi pare- la fa anche il professor Pi

RIBOLLITA

cavolo nero
cavolo verza
1 porro
1 cipolla
2 patate
2 carote
2 zucchine
2 gambi di sedano
300 g. di fagioli cannellini
2 pomodori pelati
olio extra vergine di oliva
sale e pepe
250 g. di pane casalingo raffermo

Mettere a bagno i fagioli per circa 8 ore, lessateli in due litri di acqua. In altra pentola fate rosolare la cipolla tagliata a fettine nell’olio di oliva, poi aggiungendo i pomodori (freschi a pezzetti o anche pelati per risparmiare tempo). Poi sedano e carote a pezzetti, una volta passiti le patate a pezzetti poi cavolo verza e per finire il cavolo nero a pezzetti privato della costola. Per insaporirlo meglio si può fare un ciuffetto di rosmarino (o  timo e rosmarino) legato, da levare a fine cottura prima di mettere il pane. Aggiungete via via tutte le altre verdure tagliate grossolanamente e fatele appassire piano piano per circa 10 minuti, aggiungete quindi l’acqua di cottura dei fagioli nonché la metà dei fagioli. L’altra metà li aggiungerete dopo averli passati al setaccio. Regolate di sale e pepe e fate cuocere a fuoco basso per circa due ore. Aggiungete il pane tagliato a fettine, mescolate bene e fate bollire per altri dieci minuti. Lasciate riposare e servite in piatti di coccio con un filo d’olio extra vergine possibilmente “nòvo”.

Ovunque proteggi

mercoledì, settembre 25th, 2013

Io non lo so se veramente l’avvento di Mister Rohani sia il segnale di un cambiamento, anche di un inizio di cambiamento, di un’apertura, fosse pure uno spiffero.

E’ che mentre lo guardo parlare dal palco delle Nazioni Unite non so perché ma non riesco a pensare ad altro che a un manifesto appeso in un chiostro ad Abanyeh, Islamic Republic of Iran, nel velato viaggio con il quale vi ho già ampiamente sbomballato. E’ che aveva richiamato la mia attenzione in quanto veicolato da un ombrello, oggetto principe del mio conflitto di interesse:

"Proteggiti da sguardi indiscreti" - Foto Professor Pi

La scritta in farsi, tradottami dal nostro Iraj Shai Architect, recitava: “Proteggiti da sguardi indiscreti” ed era un invito per le donne a rispettare la legge islamica che obbliga a coprirsi il capo e a non mostrare né forme né parti del corpo. Ma non pubblicizzato come un’imposizione di legge piuttosto come qualcosa che mi veniva consigliato nel mio stesso interesse: proteggiti. Quale parola è più avvolgente di “protezione”? E quale verbo è più paterno e materno o genitore1 o genitore2 di proteggere?

Beh ecco io ho pensato che uno dei segnali del cambiamento che mi aspetto, in quello splendido Paese che oggi è guidato da Mister Rohani, senza nulla togliere alle trattative sul nucleare sia chiaro eh, sarà anche il momento nel quale le donne avranno la libertà di proteggersi o farsi proteggere come ritengono. Ovunque. Non solo dentro la chiusura ermetica di un velo.

L’occasione mi è molto gradita per dedicare loro un po’ di pioggia di parole e note senza ombrello, quelle di Vinicio Capossela:

Il viaggio che verrà

venerdì, settembre 13th, 2013

Ci ho pensato un bel Pop. A come liberarvi e farvi scendere da sto pulmino iraniano per  fine corsa. Che, come in amore, i momenti cruciali sono come si esordisce e come ci si congeda.

Ho detto ma quasi quasi chiudiamo alla grande come i botti di Capodanno raccontandogli di Persepoli, di quel giorno che -insolitamente non a mezzogiorno col sole allo zenit- siamo sbarcati qui davanti

Persepoli - Foto Tiziana Forlin

e io mi sono sentita accogliere come fossi la moglie di Ciro il Grande dalle fanfare e dalle trombe.

Oppure chiudere nell’intimismo del deserto di Kalut, dove il vento, il tempo e domineddio o chi per lui, ha costruito questo spettacolo qua:

Kalut - Foto Tiziana Forlin

E perché invece non lasciarvi con la sintesi perfetta dei quindici valorosi italiani a contatto con l’islamico mood, cioè la moka di Aladino che un ispirato professor Pi immortalò mancomiricordoppiùddove:

La moka di Aladino - Foto Professor Pi

Senonchè poi ho trovato questa:

Foto Tiziana Forlin

E ho pensato che, pur nello sbigottimento di un Paese dal glorioso passato e dal complicato presente, è con un verbo e uno sguardo al futuro che volevo congedarmi per questo viaggio e lo sguardo è il suo (e pure qui, la foto l’ha fatta Tiziana ma nonmiricordoppiùddove).

Dunque vorrei anche passare ai titoli di coda non su questo viaggio ma con il più bello che di solito è sempre quello che verrà. Che io mi sto preparando è questa la novità. Anche perché è pacifico che sarà minimo l’Islanda. Capo Nord. Anche il Canada coi grizzlies. Soprattutto vi lascio col vostro, viaggio. Ovunque sarà. Ma facciamo che sarà l’Iran. Perché è stato un gran viaggio. Fatto con begli amici.

Grazie a: Albarosa, Alessandra, Angelo, Anna, Baktash, Davide, Paola, Cinzia, Flavio, Giampietro, Giovanna, IrajShai Architect, Nasser, Pietro, Rita, Samuel, Tiziana

e a tutti i supercalifragilini che ci hanno accompagnati da qui.

Travolti da un insolito casino

giovedì, settembre 12th, 2013

Il Professor Pi ha acquistato un bastone. Come coadiuvante del ghiaccio, dell’Oki e dell’olio di gobba di cammello per l’infiammata rotula.

In realtà l’uso più proficuo che se ne intravede ormai da giorni è quando lo brandisce minacciosamente per strada tentando di farci attraversare incolumi. Perché, al di sotto delle donne, nella scala sociale iraniana ci sono solo i pedoni.

E se le donne sono considerate invisibili i pedoni sono, al contrario, obiettivi mobili contro i quali, accelerando, scagliarsi. Per cui l’automobilista iraniano medio li considera come fa il toro con la muleta: ci si getta contro a testa bassa. Dunque abbiamo trovato molto apprezzabile il fatto che, nottetempo, già quando eravamo in quel di Isfahan, attraversando la strada il passaggio tra le lamiere sia stato da allora agevolato da un omone occidentale dall’apparente peso di una quintalata che agitava una stampella di legno nell’aere minacciando di bastonare i cofani in avvicinamento delle iraniane autovetture. Sostanzialmente il nostro Mosè islamico.

Ed è dunque ora, a pochi giorni dalla ripartenza, di illustrare brevemente il tipo di risoluzione delle controversie stradali di stampo iraniano. Non sono mai stata a Calcutta ma da ciò che mi si narra ritengo di poter stabilire un primo parallelismo fra il traffico di tipo indiano e quello di tipo iraniano: un ininterrotto casino a cielo aperto. Evidentemente in questi luoghi devono aver trovato nuove spiegazioni alla teoria della compenetrazione dei corpi solidi per cui ciò che è fisicamente impossibile che entri in uno spazio a Roma (che già sta parecchio alta nella casinoclassifica) poi tecnicamente si incastra in uno spazio iraniano.

La qual cosa lascia l’osservatore attonito più o meno con questa faccia qui:

Iranian attonito - Foto Tiziana Forlin

Ciò produce comunque (la teoria deve essere ancora in fase sperimentale) una serie di botti e tamponamenti da record. Il primo incidente in diretta è avvenuto sotto il nostro naso, sudato anch’esso, alle 13,30 all’uscita dal bazar di Qatvin ove due veicoli si fragorosamente tamponavano e scatafasciavano con lascito di lamiere e vetri sull’asfalto.  A quel punto il conducente del veicolo A scende e si mette a urlare e inveire come un ossesso contro il conducente del veicolo B il quale, contestualmente, fa altrettanto con stridore di suoni. Ognuno, a seconda dei casi, inizia poi a prendere a calci la vettura già malconcia dell’altro e infine, nella concitazione generale, anche la propria.

Cosicché , all’acme dell’ingovernabile casino,  improvvisamente e all’unisono ognuno rientra nel proprio abitacolo e smarronando se ne rivà.

La qual cosa, vi è chiaro, senza aggravio alcuno per le casse comunali e senza inutile dispendio di invio vigili, pattuglie, mezzi e quant’altro. Ripeto: ciò che a prima vista potrebbe apparire come un cattivo esempio di wrestling stradale in realtà potrebbe riservare inaspettate e piacevoli sorprese, soprattutto in tempo di spending review.

Finché Meripo’ non ci separi

martedì, settembre 10th, 2013

10 agosto – Yazd

Ho visto il Professor Pi mutante. Mutante, maresciallo, mutante con la T. Letteralmente preda di una “modifica stabile ed ereditabile nella sequenza nucleotidica di un genoma o più generalmente di materiale genetico”. Solo così è possibile spiegare il fatto che, approdati a Yazd, città di Zoroastro altrimenti detto Zarathustra, invece di trovare il solito ricovero barra alberghetto barra ostello, si approdava in uno spettacolare antico caravanserraglio completamente ristrutturato e riportato all’antico splendore dove avremmo, per ben due notti di seguito, pernottato.

Yazd, Hotel Moshir

Accertato che effettivamente stavano aspettando proprio noi, si contestualmente accertava che per cena era allestito un buffet strepitoso sul quale ci gettavamo con doppio salto carpiato e si accertava pure che era in corso il festeggiamento di un matrimonio. Per meglio dire nella parte dove stavamo cenando noi si avvistavano tavoli di soli uomini vestiti con improbabili completi scuri lucidi anni Cinquanta che cenavano tra loro. perché, signori, anche questo il mondo deve sapere: pure i matrimoni si festeggiano separando donne e uomini. Ripeto: festa del giorno di nozze divisa per parenti maschi e parenti femmine. La tristezza di uomini tutti a cena tra loro ve la lascio immaginare da soli, che non farete fatica: si sentiva solo il rumore delle posate che ogni tanto sbattevano sui porcellanati piatti. Da poco più in là, invece, specificamente da un salone limitrofo, arrivavano un chiasso e un frastuono che lèvati. Erano le femmine. Che stavano vivaddio anzi scusate viva chi vi pare, festeggiando.

Un lampo attraversava lo guardo delle femmine sedute a tavola. Manco una parola e ci eravamo già alzate da tavola per andare a sbirciare da una porticina. Ed è stato così che, mentre eravamo tipo Fantozzi a sbirciare dal buco della serratura, la porta si spalancava, noi rotolando rovinosamente dentro la stanza. Una specie di Oprah Winfrey, con 30 anni e 20 chili di meno, ci afferrava energicamente per le palandrane e ci tirava definitivamente dentro, facendoci rotolare addosso parole in un iranian english in mezzo a un frastuono di musica e balli. Nel salone erano rinchiuse un centinaio di donne svelate, spalandranate, squarciagolate. Belle, truccate, scatenate. Oprah, che si scopriva essere la sorella della sposa, che troneggiava su un palco tra i parenti, ci sequestrava telefonini e macchine fotografiche specificando che eravamo tutte invitate a restare ma senza fare foto, che sennò un fantomatico suo padre si sarebbe molto molto arrabbiato. E noi di tutto avevamo bisogno tranne che di un iranian babbo incacchiato. Anche la sposa aveva uno scollatissimo abito bianco, certo un po’ modello chiese del barocco leccese ma lei era indubitabilmente splendida lo stesso.

Iranian Abitodasposacercasi - Foto Alessandra Piacentini

Che altro volete che aggiunga? E beh si che io in effetti una foto l’avevo fatta, prima dell’anatema. Ma è pure venuta male. E non vorrei ritrovarmi sotto al Colosseo l’Iranian babbo tendenza Russel Crowe nel Gladiatore.

A un tratto, non so a quale segnale convenzionale, le donne si ricomponevano tutte e calava un improvviso silenzio: stavano entrando l’imam e l’aspirante marito. Di lì a poco iniziava la cerimonia vera e propria, noi ancora con tutti i dolcetti nuziali in mano. E insomma non ci s’è capito una parola ma tutta la coreografia era suggestiva assai, compreso lo scuotimento di un lenzuolo con zucchero e petali di rosa sulla testa dei due.

Terminata la cerimonia, con ancora imam mariti e parenti sul palco con gli sposi, venivamo invitate a salire anche noi per le foto ufficiali.

EEEHH??

-Fateci grande onore poter avere in questo importante giorno foto con persone straniere

E’ così che, da qualche parte a Yazd, città di Zarathustra che così parlò ma soprattutto così fotografò, tra qualche anno i due sposini, scorrendo l’album di nozze con la nidiata di figli e familiari attorno, potranno orgogliosamente dire:

-Ecco e poi quei due accanto a Meripo’ erano l’imam e il sindaco di Zarathustria

Metti un Nasser a cena

lunedì, settembre 9th, 2013

9 agosto Isfahan

Per la festa della fine del Ramadan, il 9 sera, il nostro autista Nasser ci invitava tutti a casa sua.

-Nasser ma siamo quindici

-Per noi grande onore avere tanti ospiti stranieri a cena per fine di Ramadan, grande grande onore

Va detto, a onor del vero, che questo poveruomo di Nasser, osservante e religiosissimo, aveva resistito nell’osservanza del Ramadan integrale, nel senso non mangiare e non bere nulla dall’alba al tramonto, i primi quattro giorni. Poi, appresso a noi, tra pistacchi volanti, soste rifornimento frutta e passaggi all’indietro di crackers e carotoni al formaggio tipo Fonzies, alla fine aveva capitolato pure lui. Prima un sorso d’acqua, poi due, poi i Fonzies e poi un giorno era sceso per comprarci delle lenzuolate di pane caldo, che annunciava, risalendo, urlando

-NAN BARBARI

che non è l’annuncio di un’invasione ma il pane più buono che io abbia mai mangiato in vita mia (vi metto anche la ricetta, qui), dicevo ci aveva offerto il pane degli angeli senza neanche assaggiarlo ma alla seconda lenzuolata aveva capitolato pure lui e da allora addio Ramadan.

Apro e chiudo una parentesi: che poi non sono affatto certa che il Principale, lassù, si sentisse troppo tranquillo pure lui sapendo che un autista che guidava tutto il giorno con temperature da interno vulcano, stesse a digiuno e senza bere per fare un favore a Lui. Anzi ipotizzerei che, al dunque, possa persino dirgli “Si, ma chi te l’aveva chiesto?”.

Tutto ciò premesso, Nasser non aveva manco finito di pronunciare l’invito che già stavamo dal fioraio. Che, anche qui, una dice
-Iraj scusa ma cosa portate voi quando siete invitati a cena a casa di qualcuno? come se l’invito fosse su Atlantide.

E quello giustamente ti guarda come la minus habens che sei e dice

-E beh, come voi: fiori o dolci

Il Professor Pi Gambadilegno conferiva ad Angelo (nome proprio, non entità) e Giampietro la delega regali e finalmente, a sera, docciati e ripuliti alla bell’e meglio ci si recava in fila indiana verso il traguardo del “chissà come è fatta una casa persiana”.

E beh è come i fiori e i dolci: la casa di Nasser si rivelava essere una bella, accogliente, tappetata, normale casa.

Ve lo confesso ma so che ve ne siete già fatti un’idea piuttosto precisa: io naturalmente mi stavo predisponendo all’evento come se a cena mi avesse invitato Ciro il Grande. Non vi dico quando ho visto gli split dell’aria condizionata in salone (per la cronaca, l’hanno inventata i persiani, si chiamano torri del vento).  Insomma come se invitassi qualcuno a casa mia e quello si aspettasse di trovarmi sdraiata su un triclinio mentre tutto intorno le danzatrici di Cadice si abbandonano a lascivi balletti e Cesare, l’Imperatore non il macellaio, riceve le legioni in cortile.

D’altra parte siete sempre alle prese con quella che ha toppato la messa in fila di una consonante e sei lettere identificative del passaporto.

Però la sala da pranzo era effettivamente tutta tappetata e cuscinata con apparecchiatura in terra. Un lampo di terrore attraversava lo sguardo e il provato ginocchio di Gambadilegno Pi ma la persiana delicatezza della famiglia di Nasser aveva fatto in modo di predisporre per lui una sedia.

Ghorme sabzi time - Foto Professor Pi

Per l’ulteriore cronaca la moglie di Nasser è un architetto, specializzata nella conservazione del patrimonio artistico e lavora con l’Unesco mentre una dei tre figli, Sepideh,

Foto Professor Pi

è una studentessa di ingegneria civile all’Università di Isfahan. Che, a fine cena, ha tenuto banco con questi quindici pellegrini occidentali intrattenendoci in una conversazione che spaziava dall’arte, alla storia, all’attualità politica, ai sogni che i giovani iraniani stanno tirando fuori dai cassetti per dargli concretezza come neancheeeee neancheee oh non mi viene manco un esempio decente di grande affabulatore nostrano. Insomma avete capito. E anche qui: 21 anni, come il ragazzo della sala da tè. Di quelle ore una frase, sopra ogni altra, mi piace consegnare anche a voi:

“A volte i grandi cambiamenti iniziano dalle piccole cose. E iniziano studiando. Preparandosi. Attrezzandosi culturalmente. Le donne iraniane gli stanno andando incontro. Pacificamente. Silenziosamente. Ma quotidianamente”.

E andiamo con il menù: il piatto forte, e caratteristico iraniano, era il

Ghormeh sabzi
ora qui però entriamo in un ginepraio di ricette, interpretazioni e decriptazioni di scrittura ma insomma è uno stufato di carne con battuto di prezzemolo, porri, fagioli borlotti e limone secco. Io comunque ve la scrivo, cliccate qua o leggete qui:

Ghormeh Sabzi (per 6)

1, 5 kg di agnello dissossato tagliato a dadini, 1 cipolla, prezzemolo e cipolla tagliati finemente, coriandolo
1/3 tazza di olio
1 cucchiaino di curcuma, coriandolo, 2 tazze d’acqua, 1/2 tazza di succo di limone
3 tazze di fagioli
12 tazze di spinaci tagliati finemente
1 patata a dadini. sale e pepe

Fate appassire la cipolla a fuoco medio-alto, quando è dorata aggiungerci la curcuma e dopo un minuto anche la carne. Dopo aver fatto cuocere superficialmente la carne, abbassate il fuoco. Aggiungete poi acqua, fagioli, spinaci, erba cipollina, succo di limone sale, pepe e coriandolo secondo i gusti. Coprite e lasciate cuocere per un’ora. Controllare durante la cottura e, se si desidera, aggiungere altra acqua e succo di limone ma attenzione a non renderlo troppo brodoso. Servire con riso basmati.

Harrod’s può attendere

venerdì, settembre 6th, 2013

7-9 agosto Isfahan

Ripartiti all’alba da Kashan, preceduti e avvolti dalla nube tossica sprigionata dall’oliata rotula del Professor Pi, effettuato il primo puzzstop ad Abanyeh -ameno villaggio di 1500 anni fa chevelodicoaffare in salita ripida e tortuosa tra case di fango e paglia color ocra e interamente abitato da vecchine vestite finalmente in multicolor pur se in improbabile assemblaggio fiori-righe-quadri- un po’ DonatellaVersace islamica-dicevo sorpassata Abanyeh si planava in una campagna brulla e sfigata assai, popolata di sterpi e rovi e qualche traliccio. Iraj, improvvisamente ridestatosi dall’abbiocco del dolon dolon pullmanistico, balzava in piedi urlando

-Signori prego niente foto niente foto…

Chiarendo subito che infatti macchittifotografa, Iraj dormi tranquillo, si scopriva che

-…stiamo attraversando i siti nucleari di Natanz.

Ora non solo noi, portando al seguito l’Arma Letale 5 spalmata sulla rotula, non temevamo nulla al passaggio ma mi è anche sembrato che, al nostro passaggio radioattivo, persino i giovani soldati presenti nelle torrette di avvistamento, si inchinassero in segno di rispetto e ammirazione.

Dopo dodici ore di dolon dolon approdavamo infine ad Isfahan, “perla di Persia”, “l’altra metà del mondo”. Con una botta di cu fortuna ci approdavamo al tramonto e dunque, depositati i bagagli, ci catapultavamo verso la piazza.

Io non so quante cose abbiate visto nella vostra vita. Ma so una cosa: fate di tutto per trovarvi almeno una volta al tramonto a Imam Square, Isfahan, Islamic Republic of Iran. Fatevi questo regalo.

Imam Square - Foto Professor Pi

Anche se avete ferie solo ad agosto e, se siete femmine, dovete andarci bardate come la mummia di Nefertiti, anche se vi avranno dissuaso in ogni modo (-Ma ndo vai?) anche se avrete parecchi dubbi già per conto vostro (Ma infatti, ma ndo vado?) anche se era nato il Royal baby e volevate comprarvi la royal tazzina a Londra, ecco voi impipatevene e andate.

Foto Tiziana Forlin

Vi restituisco i soldi del biglietto se arrivati lì, in mezzo al cuore del mondo, non inizierà a battervi forte pure il vostro. Non ci provo nemmeno, a descrivervela. Fate conto 100 volte Place de Vosges a Parigi issata in mezzo al cielo e sui quattro sconfinati lati uno spicchio di Paradiso a forma di cupola, minareto, oro e azzurro e ancora oro in mezzo al cielo e turchesi in mezzo all’oro.

Foto Professor Pi

E voi lì. A dubitare di tutto ma non, a questo punto, che il Paradiso effettivamente possa esistere e avere questa forma. Lì a guardare tutta questa bellezza consapevoli che gli occhi non possano contenerla tutta insieme. E a guardare anche, per un attimo, in cielo, cioè un po’ più giù del cielo ma non molto, tipo ad altezza occhi del Professor Pi per dirgli semplicemente

-Grazie. Che pure Harrod’s, al contrario del Paradiso, può attendere.

Arma letale sei

giovedì, settembre 5th, 2013

Ci s’è azzoppato il Professor Pi. Dopo le ennesime impettate a scaloni di Masuleh (un paese solo in salita, pure quando si doveva scendere si continuava a salire, guardate che sta roba va segnalata agli studiosi dei cerchi nel grano e delle scie chimiche perché non ci si crede eh), che seguivano le vagonate di quelle del Castello degli Asciascini, di Babak e di tutto il cucuzzaro su tutti i cucuzzoli, all’ennesima zompata il ginocchio del Professor Pi diceva

-Emmobbasta

e iniziava a gonfiarsi come un cocomero, di quelli deliziosi che ogni tanto Nasser e Baktash ci rimediavano per i picnic. E lui, Pi, guardandoselo e rimirandoselo sconsolatamente commentava pure, esterrefatto,

-Strano, come mai?

Fatto sta che resisteva eroicamente fino ai vagabondaggi dei Giardini Fin a Kashan ma dopo gli scaloni delle case storiche iniziava a implorare Nasser come fosse Padre Pio perché gli facesse la grazia di riportarlo in albergo.
L’unità di crisi Samuel-Davide emetteva il bollettino medico delle 12: “Versamento da sforzo, ghiaccio ghiaccio ghiaccio e riposo”. Giovanna, l’aiuto caposala, lo riforniva di Tachidol e io rimediavo due pesche un po’ sfatte, tipo le pere di Pinocchio. Una volta mollatolo a Nasser con le istruzioni del caso
-Questo ce lo riporti indietro, che gli è scaduta la garanzia

Iraj insisteva perché si percorresse la via natural-omeopatica-persiana alla soluzione del problema. Ci conduceva dunque in una sorta di antro di stregonerie ove, dopo un prolungato conciliabolo con due nerobardate signore, esse scartabellando in un sottobancone estraevano un immondo vasetto di insopportabile olezzo con la stessa trionfante sicumera di quando Indiana Jones trovò il Sacro Graal.

Trattavasi di “Grasso di gobba di cammello”. Ve lo ripeto: Grasso di gobba di cammello. Che io pensavo che i cammelli nelle gobbe portassero l’acqua.

Cammello Gnaafacc cchiù dancalo - Foto Meri Pop

E invece una delle signore nerobardate apriva e ci mostrava l’agghiacciante contenuto estratto da gobbosa puzza. Iraj a quel punto mi fissava con gli iraniani, ipnotici occhi e mi diceva

-Questo tu spalmi abbondante su suo ginocchio e tu vedrà guarigione immediata. Questo è miracoloso, questo ricompone anche le fratture

Ora io l’unica urgente frattura che ero certa si dovesse urgentemente ricomporre nel Professor Pi era quella dei suoi cabasisi. Perché egli già in condizioni di normalità si stranisce a stare più di 10 minuti fermo in uno stesso posto (a meno che non si trovi su un seggiolino dello stadio Franchi di Firenze) figuriamoci a stare un pomeriggio sdraiato col cuscino sotto al polpaccione.

Investivo quindi senza indugio 100 mila real, due euro e mezzo, nella nauseabonda promessa di miracolo.

Con l’occasione, e almeno per riequilibrare il tanfo, vorrei anche dirvi che Kashan di suo sarebbe “la città delle rose”, rose fresche aulentissime con le quali producono dalle marmellate alle creme ai profumi all’Acqua di Rose tipo quella Roberts nella bottiglietta blu (lo dico per le carampane come me) solo che questi invece di struccarcisi la sera se la bevono la mattina. E sarà che stavo praticamente evaporando ma l’ho trovata rinfrescante e deliziosa pure io. A bermela, intendo.

Dicevo che la temperatura essendo ormai arrivata a quota 40 gradi, nel momento in cui rientrati anche noi in albergo mi precipitavo al capezzale dell’aulentissimo ginocchio,  planavo al cospetto di Pi con l’entusiasmo di chi stia per mostrargli il diamante Topkapi e gli aprivo sotto al naso il mefitico vasetto. Ma a quel punto il grasso si era definitivamente sciolto diventando olio e colando da ogni dove nella busta, sul pavimento e sulle mani. La sola idea di doverci infilare le dita dentro e poi oliare la riverita rotula era semplicemente disgustosa ma mai quanto l’effluvio che ne, ulteriormente, scaturiva.

-Tu metti molto molto molto abbondante

si era raccomandato Iraj. Ma continuavo a sentire anche effluvii di menta. A quel punto il Professor Pi mi metteva a parte del fatto che Iraj, prima di allocarlo sul bus per tornare indietro, lo aveva portato da un’altra MagaMagò che, studiato il caso, gli aveva frizionato iraniana essenza di menta sul dolorante italico ginocchio.

Ora dovete credermi: peggio del tanfo di grasso di gobba di cammello c’è solo spalmarlo sulla menta. Ripeto: credetemi.

Questi l’arma nucleare ce l’hanno, dunque, e come. Ma non sta nei siti segreti che inutilmente l’Aiea chiede di ispezionare per conto dell’Onu: essa è custodita nella gobba dei cammelli dalla quale viene poi traslata in orridi, regolarmente in vendita, vasetti.