Archive for the ‘Musicalifragili’ Category

Del perché dove non jelafa manco il Prozac riesce il gloriagaynorismo

lunedì, settembre 18th, 2017

Nel tempo in cui l’unica priorità è fermare il tempo, la mia amica Paola, una figa che levàteve proprio, ha scelto di festeggiare il tempo che continua a passare. E a imprimere i propri segni anche sui passeggeri cioé noi. Dunque invitavami insieme ad altro schieramento variamente composto a un festone per i suoi 60 anni. Distribuiti su un fisico che, vi accennavo prima, manco con l’acqua di Lourdes figuriamoci con la Rocchetta.

Festa sul Tevere. Non dentro, sul. In una serata come solo Roma sa regalarti, nonostante certo sconcerto che ormai la circonda di giorno, si affluiva copiosi ivi trovandola in una forma più smagliante del solito e in compagnia dei figli, degli amici e dello stratificarsi degli affetti nel tempo, appunto. Perché anche questo va detto: insieme alle ineluttabili conseguenze della legge di gravità ci sono a compensazione anche quelle della legge di affettività.

Preceduta da cibarie e soprattutto da un Ribolla gialla ghiacciato a un certo punto, nella migliore tradizione, è arrivato anche Russel Crowe inteso come Al-mio-segnale-scatenate-l’inferno: “ragazzi ora si balla”, annunciava la sessant and the city. Sconcerto dell quippresente che tentava maldestri inguattamenti. Ma non si sa com’è c’è un momento in ogni festa nel quale anche i misantropi si scuotono. E’ il momento Gloria Gaynor. O momento In&Out, che la riscossa di Kevin Klein alla fine è quella di ciascuno di noi. Il momento in cui il freno inibitore se scassa e ci si alza da quella caspita di sedia.

Non so dirvi perché e prima o poi qualcuno dovrebbe dedicarsi invece a scoprirlo con un fondamentale studio dal titolo “Del perché dove non riesce manco il Prozac riesce da 36 anni il gloriagaynorismo”: di quante ne abbiamo viste rialzarsi già all’innesco della prima strofa e direttamente dimenarsi al termine, facendo diventare quell’

And so your back davvero il segnale russelcrowiano. Per non dire dell’

“It took all the strength I had not to fall apart” che si erge a vendicare finalmente i nostri ovunque sparsi broken heart. Di solito sparsi -va detto- nel tinello, nel quale magicamente ci dimeniamo al suon della rinascita.

Ed è giusto il caso di dirvi che quello che a tutti gli effetti è diventato l’Inno mondiale del Daje era stato scartato dai discografici della pora Gloria alla quale dissero
-Mh no, questo brano non funziona. Mettiamolo nel lato B del disco.

Ed è stato così che, guardando quel dimenarsi generale in pista, e meripoppianamente conoscendo i curriculum emotivi di molti,  mi è sembrato che fosse giunta l’ora per riabilitare tutti gli scartati  lati B della storia e irrimandabilmente segnalare Gloria Gaynor all’Unesco. E anche all’Unisco. Che come ci uniscono le sfighe d’amore prima e Gloria dopo, nessuno mai.

Flashdance

E auguri.

Maria Callas, la donna che non morì mai

venerdì, settembre 15th, 2017

Lei era su un palco di nonricordo quale teatro per recitare nonricordo quale Opera. E già iniziamo malissimo. Di fronte a lei il regista, accanto a lei una cassapanca chiusa. E vuota. Avrebbe dovuto contenere biancheria, se non sbaglio. Il regista si accorge che è vuota. Fa una scenata. Lei lo guarda. Anche lui la guarda e le dice

-Non si va avanti finché non la riempiono. Perché tu devi sentire che è tua, con tutto ciò che contiene

Maria Callas, Luchino Visconti e la cassapanca. L’episodio lo raccontò Fedele D’Amico, credo (ve l’ho detto che sto in menopausa), in una lezione all’Università, a me e ad altri duecento assiepati in un’aula. Si parlava del genio di Visconti. E di Maria Callas. Maria Callas che moriva il 16 settembre di quarant’anni fa.

Di cosa? Di questa vita, che oggi Alberto Mattioli su La Stampa riassume in cinque righe così:
“D’accordo, diamo per detti il dimagrimento, la mamma stronza, il divorzio da Meneghini, gli amori sbagliati, quindi l’orrido Onassis, e quelli impossibili, vedi Visconti e Pasolini, i tailleur della Biki, la morte misteriosa”. Ma diciamolo: “quarant’anni fa quel 16 settembre 1977, al 36 dell’Avenue Georges Mandel di Parigi morì una donna che in effetti era già morta”.

Eppure ancora oggi resta la più viva. La più viva cantante lirica morta. Nel nostro immaginario, nei nostri occhi ma soprattutto nelle nostre orecchie. Perché? Ah saperlo. Si chiama carisma. E non ha un perché. O ce l’hai o non ce l’hai. E se ce l’hai non ti abbandonerà mai, neanche da morto.

Maria Callas

Cosa aveva Maria Callas e cosa hanno le icone e i miti che non muoiono mai? Quella cosa che devi sentire che è tua. Che è anche un po’ tua. Quella cosa che ascolti Casta Diva, la sua Casta Diva, e senti che ti sta riportando a casa parti di te. Come fa l’amore.

Del perché dove non riesce manco il Prozac riesce da 39 anni il gloriagaynorismo

giovedì, giugno 1st, 2017

E così ci siamo ritrovate tutte e quattro -insieme a qualche altro migliaio- nel catino del Centrale del Foro Italico di Roma, laddove internazionali fustacchioni prendono a racchettate una palla e invece ieri, dopo che nel frattempo la vita ha preso un po’ a pallettate noi, si stava lì sotto un cielo stellato ad aspettare di incontrare la Gloria, Gaynor, e anche qualche parte di noi rimasta impigliata nel passato.

I will survive, non so come dirvelo, ha 39 anni. Trentanove anni di ininterrotta carriera da colonna sonora ufficiale dei momenti di riscossa della vita. Che anche questo prima o poi andrebbe fatto: compulsare un “Del perché dove non riesce manco il Prozac riesce da 39 anni il gloriagaynorismo”: di quante ne abbiamo viste destarsi già all’approssimarsi dell’arpeggio e poi, all’innesco della prima strofa, direttamente rialzarsi.

E dunque ieri sera più che al centrale del tennis è come se fossimo tutti un po’ entrati nella Delorean del Doc di Ritorno al futuro, con qualche aggravio sull’anima e sulle maniglie dell’amore guadagnati negli ultimi 39 anni.

Lei si è fatta precedere da tal Gerardo Di Lella che francamente non so proprio chi sia ma che ci ha comunque scaldati finché, sotto un cielo stellato e una falce di luna, alla fine la vera luce è entrata con lei. Perché la notizia, signoremie e signorimieri, è che tutto passa ma lei invece NO. Gloria c’è. Più bella e calda di prima. E non è che sia tornata: non se ne è proprio mai andata.

Perché, abbassatesi le luci e pure la caciara, dal buio è esplosa solo la luce e la profondità di quell’

I am what I am.

E sì vorrei dirvi del fatto che ci si è alzati tutti in piedi essendo impossibile rimaner fermi.

E dirvi anche di quando subito dopo ha continuato a raccontare la storia della nostra vita per capitoli con Killing me softly. E lì, aggravati dalla vita e da qualche stronzo-a di troppo, ci si è sentiti abbracciati almeno da una cosa che non è cambiata mai e ci ha accolti sempre nel momento del casino: la voce. La sua.

E di quante e quanti, finalmente arrivando l’arpeggio pianofortista più famoso del globo, hanno squarciagolato l’Inno Nazionale che è I will survive e al termine, dimenandosi compatibilmente col fatto che si è comunque nel frattempo fatta nacerta, hanno fatto diventare quell’

And so your back il segnale russelcrowiano della riscossa. Per non dire dell’

“It took all the strength I had not to fall apart” che si erge a vendicare finalmente i nostri ovunque sparsi broken heart. Di solito sparsi -va detto- nel tinello, nel quale magicamente ci dimeniamo al suon della rinascita.

Ed è stato così che, guardando le mie contigue amiche e guardando pure il bilancio del cuorinfranto mio, mi è sembrato che fosse giunta l’ora per irrimandabilmente segnalare Gloria Gaynor all’Unesco. E anche all’Unisco. Che come ci uniscono le sfighe d’amore prima e Gloria dopo, nessuno mai.

Gloria Gaynor

Di come sopravvivere ai pianeti ostili

lunedì, ottobre 12th, 2015

Sostanzialmente un “Cast away” su Marte con digressioni di “Truman Show”. Questo mi è sembrato “The martian – Sopravvissuto”. E’ la prima volta che vado a vedere un film perché me lo raccomanda la giovane older (-Zia, vacci vacci). Indicazione corroborata poche ore dopo dalla mia amica Shylock (-Meripo’ andiamo a vedere Matt Damon?)

E dunque ieri la spedizione al cinema, per partecipare a quella su Marte, era composta dall’equipaggio Shylock, Professor Pi atterrato a Roma e la sottoscritta.

Di fantascientifico il film ha molto poco. Di geniale e motivazionale, per me, parecchio. Si potrà storcere il naso sull’americanata di fondo ma nell’astronauta creduto morto e abbandonato su Marte, e nella lotta di Mark Wattney per la sopravvivenza in un ambiente ostile in cui si avventura lui per la prima volta completamente solo, ho visto altro e cioè: cosa succede quando anche a noi capita di avventurarci in un territorio difficile e sconosciuto?

Succede che alla fine a salvarci, e a farci tornare, non sarà tanto la tecnologia ma l’ironia e l’umorismo. E l’alleggerire i fardelli, siano la scocca di un’astronave o di umani negativi. A salvarci non saranno solo i ritrovati scientifici ma la solidarietà dei nostri compagni di avventura. E il genio che sapremo tirar fuori per trovare la nostra personale via d’uscita. Si sopravvive, e si torna vincitori da un pianeta ostile, prima da soli. Ma infine insieme.

Ho pensato a tutte le amiche e amici che in questo momento combattono battaglie difficilissime sui propri personali pianeti ostili: malattia, depressione, abbandono. E ho visto in una scena, soprattutto, la chiave per uscirne: quando a un certo punto il poro Matt Damon sta per essere “sparato” nello spazio, in una missione apparentemente disperata, e urla il suo Go! Che sarebbe il nostro amatriciano Eannamo. Go! L’autopropulsione del daje. Insostituibile.

Martian on the rocks

Quindi, cari, andate. Andate a fare questa immersione di automotivazione. Andate anche solo per ascoltare due ore di colonna sonora davvero “spaziale”, anni ’80 da David Bowie agli Abba, al termine della quale uscire ballando con Gloria Gaynor. (E qui ancora mi chiedo come mai la cosa abbia entusiasmato dagli attempati a un crocicchio di ragazzine di 14 anni) . Andate anche perché il film è stato girato nel Wadi Rum, il deserto della Giordania. Ed è un posto dal quale, in realtà, non si vorrebbe tornare mai.

E ora Go! Mentre ci prepariamo a uscire dagli spazi ostili con David Bowie.

Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi s’inghiommano

venerdì, giugno 5th, 2015

Certi amori non finiscono. Fanno dei giri immensi e poi s’inghiommano (tipo il ciambellone nel gargarozzo senza il caffellatte). E’ con la solerzia tipica delle vere donnetoste che la mia amica Ale, oggi sul post prandiale, incurante dei 34 gradi che incocciavano su Roma, percepiti 38, apponevami nella bacheca del socialcoso la quiseguente:

Amarti Continuerò Ad

“Marco continuerò ad amarti anche quando ti farò da testimone al matrimonio”, tratta dal consigliato profilo zuckercosico Cronache femminili, è la summa tuologica del concetto “Amici mai” di vendittiana memoria, l’emblema di una vita passata in ostaggio del Tu-per-me-sei-sempre-l’unico, ergastolani della pietosa bugia del Certi-amori-non-finiscono. Da cui sottodiscende quella dell’indissolubilità. Non del di lui matrimonio ma del di tuo corrergli appresso.

E dunque tra i problemi irrisolti dell’umanità -insieme alla Congettura dei numeri primi gemelli e a quella di Polignac, per citarne un paio- andrebbe annesso anche quello per cui teniamo nella teca votiva da straziamento amoroso -citandola come prova a favore del fatto che certi amori non finiscono- una canzone che inizia con “Questa sera non chiamarmi no stasera devo uscire con lui”.

E’ che continuiamo a fermarci al ciambellone. Che è buono, certo. Ma, da solo, s’inghiomma. Si ripropone. Come la peperonata. Ignare del fatto che con un sorso di caffè, all’occorrenza di vinsanto, se ne cala liscio liscio. E se ne va.

Non ci dimenticare mai

domenica, marzo 1st, 2015

Che poi giusto pochi giorni fa, che l’esponente del sesso a noi avverso con il quale firmai un co.co.pro sentimentale era in loco, dopo giornata faticosa ero così stanca da non dormire, che erano le due di notte e non c’e’ niente da fare. Che mi piace tanto stare ferma e sentirti respirare e certo contestualmente mi chiedevo come sarà la mia faccia stanca.  Quindi che faccio? Provo a girare il mio cuscino, ma è una scusa per venirti più vicino. Provo a svegliarti con un po’ di tosse ma tu ti giri come se niente fosse (che l’esponente, un pochino, a volte, russa) spengo la luce provo a dormire ma tu con la mano mi vieni a cercare. E a quel punto pensavo di invocare vieni angelo benedetto prova a mettere i piedi sul suo petto, che magari così poi non russa.

Insomma che sera: che la luna è una palla ed il cielo è un biliardo quante stelle nei flippers sono più di un miliardo. Di una luna che ti illumina a giorno, che balla il mistero di questo mondo che brucia in fretta quello che ieri era vero. Che poi è questo, ecco il mistero, sotto un cielo di ferro e di gesso l’uomo riesce ad amare lo stesso e ama davvero nessuna certezza: che commozione, che tenerezza.

Certo è che vorrei essere il vestito che porterai ma è che sei alto il doppio e forse è meglio di no. Ma pensavo pure che l’esponente ci ha un sacco di capelli: ma quanti capelli che hai, non si riesce a contare, sposta la bottiglia e lasciami guardare se di tanti capelli ci si può fidare.
E comunque purtroppo, si: tu, tu non mi basti mai.

E… oh Lucio sai che è? Che non so se sono io che parlo come te o tu che come me, ma il punto era proprio questo: che m’ero detta che mai e poi mai sarei riuscita a scrivere qualcosa se morivi. Ma il fatto è che tu t’eri messo a scrivere come noi vivevamo.

Comunque io io io ci provo sai. Oh, Lucio,…non ci dimenticare mai

L’anguillismo del Lealiano mimanchismo

mercoledì, febbraio 11th, 2015

A ridosso dell’inizio del florovivaistivo Festival si verificava la solita escalation di Mimanchismo (se ne parlò già qui): uomini ovunque dispersi nel globo terracqueo dello scorso weekend mandavano sms con la fatale locuzione a donne sdilinquite, ovunque disperse anche loro ma disperse da sole. Nel senso che il mandante trascorreva la vacazione con moglie e figli regolarmente riconosciuti e messi a bilancio.

Ora c’è che la maggior parte dei mandanti non si limitava allo struggente sms ma inviava proprio il link alla sdilinquente nenia dell’ipertricotico urlatore. Che, giusto per ricordarvelo, ci tormenta e inutilmente ci mette in guardia dal Festival del 1988.

Dunque il sabato sera, con già dodici ore di convivenza parentale coatta, approfittando dell’ora che volge al butting della mondezza cioè
“quando il sole da’ la mano all’orizzonte,
quando il buio spegne il chiasso della gente “

si precipitavano sull’aifonio e compulsavano il “Mi manchi” alla tapina sola e abbandonata in città.

La dedica del “Mi manchi” Faustolealista segna, di norma, il punto più anguillesco della illegal relazione:  perché il fedifrago sa che la lusinga della descrizione contenuta

”nei tuoi sguardi e in quel sorriso un po’ incosciente/ nelle scuse di quei tuoi probabilmente”

culminante in

”sei quel nodo in gola che non scende giù”

sposta definitivamente il piano della realtà: guarda che sei tu quello dal sorriso parecchio incosciente, che mette scuse e fa vivere lei di “probabilmente” (soprassiedo sul nodo in gola che invece te lo meriteresti al collo, scorsoio, anche).

Come da denuncia per circonvenzione d’incapace, di lei, risulta essere anche il prosieguo a base di: “Mi manchi…mi manchi/ posso far finta di star bene, ma mi manchi”. Che te l’ha ordinato il dottore di non fare ordine nel tuo stato civile?

Per non dire del “Mi manchi/ e potrei cercarmi un’altra donna ma m’ingannerei”. N’altra?

E infine ci avviamo a sprazzi di onestà con quel

“sei il mio rimorso senza fine (era ora)/il freddo delle mie mattine/ quando mi guardo intorno e sento che mi manchi”.

Quindi?

Quindi per favore chiudete quel caspita di Iutubb e aprite gli occhi. Perché mentre quello ”cammina a piedi nudi dentro l’anima” voi state proprio a piedi. In mezzo a una strada. Capito?

Il Festival di Saremmo

lunedì, febbraio 9th, 2015

Tutti i casini sentimentali che si rispettino iniziano di norma da un condizionale. E dunque mi è gradito ricordare, alla vigilia del sempiterno florovivaistico Festival, che “Come saprei”, signore e signori, ha 20 anni.

“Come saprei amarti io nessuno saprebbe mai”: generazioni di Florence Nightingale dell’emisfero destro del cervello incontrano l’esponente del sesso a noi avverso renitente al sentimento, lo squadrano, lo detestano e, a un passo dalla salvezza del ma-figuriamoci, precipitano invece repente nel Come saprei/ richiamare gli occhi tuoi/ incollarli ai miei.

Era il 1995 quando Giorgia dal palco dell’infiorata ligure calava il jolly dell’illusione suprema: “Come saprei/capire l’uomo che sei/Come saprei scoprire poi/Le fantasie che vuoi”.

Sorde a secoli di Macchittel’hachiesto le indomite crocerossine della sindrome maschia dell’indifferenza insistono brandendo Giorgia come una clava 2.0 sulla maschil pigrizia emotiva:

“Io ci arriverei/ Nel profondo dentro te/ Nei silenzi tuoi”. Non è che lui è micragnoso dentro: son le colleghe nostre, ostetriche sentimentali scarsissime, che non lo sanno tirare fuori.

Poi la condanna di quel gerundio: Emozionando. Semprepiù

“Come saprei/ stupire l’uomo che sei/ Quando stai lì/ E non sai che voli prendere”.  Ora a meno che quello non si trovi a Fiumicino con la coincidenza persa, in realtà tutta sta pippa di verso ha un solo scopo: giustificare la nostra masochistica ostinazione. Stronzo, sei? Ottimo, dunque redimibile. Da ME.

La deriva si completa sul finale: “Come saprei amarti io/ Nessuno saprebbe mai/ Come saprei riuscirci io/ Ancora non lo sai”.

Potresti metterti in salvo e lasciargli questo eterno dubbio e uscirne, sana e salva, da madre della Patria. E invece no: sei già su Whatsapp, cioè il moderno citofono della mentale pippa, per precipitare dal limbo del dubbio agli Inferi della certezza.

Come saprei. Se solo lo sapessimo. Che la felicità di solito risiede prevalentemente nel futuro. Ma le sòle, è certo, sempre nel condizionale.

Zitti e Muti

lunedì, settembre 22nd, 2014

Nell’indimenticabile viaggio a Londra scortata dalla mia amica Mariapà scoprii, oltre alle mie radici di Viale dei Ciliegi, il fascino dello stalkeraggio artistico, cioè viaggiare inseguendo non solo bellezze ma anche bellezzi. Cioè sostanzialmente noi eravamo lì all’inseguimento di Jude Law versione Enrico V (intercettammo anche un Colin Firth seduto in prima fila). In realtà Mariapà poi insegue anche la Signora in giallo e svariati altri artisti e ogni tanto si regala questi piccoli grandi risarcimenti per l’anima: due giorni con volo low cost e alberghetto per afferrare questi sprazzi di mistero chiamata arte. E Mariapà non è l’unica.

Tutto questo per dire che Riccardo Muti lascia l’Opera di Roma per impraticabilità del campo.  Troppo casino, dice sostanzialmente. La mia amica Rossella sta già mettendo in rampa di lancio l’hashtag #nciafacc. Se una decisione simile l’avessero presa Totti o Tevez probabilmente oggi saremmo travolti da uno psicodramma collettivo. Per ora lo psicodramma ha riguardato di certo Grace, me e alcuni altri che aspettavano di fiondarsi sui biglietti dell’Aida che avrebbe diretto a novembre. Siamo purtroppo recidive e anche un po’ monotone, lo so: non ci è mai andata giù quella cosa di far saltare la Boheme a Caracalla e non perché si sia ostili ai sindacati e alla difesa dei diritti dei lavoratori ma perché, in questo caso, l’effetto finale è uno solo e danneggia tutti: affossare il prestigio del posto nel quale si lavora.

Dunque Muti fa le valigie. E Muti non è solo un direttore d’orchestra per cui Muto un direttore se ne fa suonare un altro: Muti è un marchio. Muti è la nostra pizza doc, il nostro Brunello di Montalcino, la nostra Ferrari. Attira attenzione, interesse, soldi, turismo. E trovo sconcertante che si rivolgano appelli “per farlo tornare”: come se il produttore del Brunello denunciasse che l’uva è immangiabile e invece di dirgli “ok, cambiamo l’uva” gli si dicesse “eddai, rifacci il vino anche se è una ciofeca”.

Non è Muti che deve tornare: son le cose che devono cambiare perché Muti torni. E queste cose hanno nomi, cognomi e responsabilità.

Stamattina, in una romantica telefonata di inizio settimana, chiedevo al Professor Pi, nell’ordine
-Senti, quando scendi a trovarmi? E come si propaga il suono?
Lui imperturbabile ha risposto:
1) Venerdì con il treno 2) Con l’atmosfera e l’ambiente

Perché le onde sonore si propaghino è necessaria l’atmosfera giusta, è necessario l’ambiente. Altrimenti l’onda resta ferma. E muta. Ma in questo caso rischia, pur stando ferma e muta, di travolgerci tutti.

Quando lui torna lei schiatta

venerdì, agosto 1st, 2014

C’è che l’avrò vista una quindicina di volte e ogni volta mi illudo che, quando sta stramazzata sul divano, entri finalmente uno qualunque del pubblico con la streptomicina. Invece niente. Mimì ogni volta muore di tisi. Anche ieri sera a Caracalla (che poi, non so se si è saputo, i rivoluzionari dell’orchestra sono scesi a più miti consigli quando gli hanno detto “Bene, vi chiudiamo”). La formazione sulle poltrone era la seguente: Grace, il professor Pi, Mercie appena atterrata da Buenos Aires e la sottoscritta.

Mimì, dicevamo, che tutto sommato è forse la più famosa single consacrata all’immortalità del palcoscenico operistico:

“Sola, mi fo
il pranzo da me stessa.
Non vado sempre a messa,
ma prego assai il Signore”

E non paga di sta tristezza continua:
“Vivo sola, soletta
là in una bianca cameretta:
guardo sui tetti e in cielo”

dopodiché quell’aria così sottotono -anche un po’ banalotta- svetta all’improvviso e vira sul brivido, anzi sul freddo nguòll, per dirla con Grace:
“ma quando vien lo sgelo
il primo sole è mio
il primo bacio dell’aprile è mio!”

Dunque, riassumendo la trama, la questione è questa: lui incontra lei e scoppia una passione poi lui la molla perché malata, lei si mette con uno un po’ più ben messo e quando lui torna dopo aver capito che è solo lei il suo amore, lei infine muore.

La questione è stata però così riassunta dal professor Pi a un turista straniero suo vicino di posto che gli chiedeva “What happens?” e lui “Once he comes back, she’ll be dying”. Poi si è girato da due pugliesi che seguivano la conversazione estasiati e ha tradotto: “Quando lui torna lei schiatta”.

Mi pare ineccepibile. C’è che questo amore di Mimì, tal Rodolfo, poeta non di quelli indimenticabili, attraversa tutte le fasi immortali anche nostre: lascia, prendi, prendi, lascia, tormenti, paure, scuse, bugie, bassezze, viltà, scuotimenti, passioni, amore o ciò che ciascuno crede sia amore.

Ed è il Quadro Terzo a restituirci oggi tutti i nostri Rodolfo, mentre lui si confida con il miglior amico Marcello, che più volte tenta di fargli cambiare idea:

RODOLFO
Invan nascondo
la mia vera tortura.
Amo Mimì sovra ogni cosa al mondo,
io l’amo, ma ho paura, ma ho paura !

Lei ascolta, di nascosto, e prima di essere mollata, lo molla lei. Consacrando per sempre alla storia la viltà di certi momenti. Che, sia chiaro, è anche femminile. Ma non porta la firma dell’immortalità cui la consacrò Puccini rappresentando quella dei maschi. Un minchione, per dirla con Grace, questo Rodolfo. E nell’occasione Grace ci consegna all’immortalità anche il seguente Postulato:

la questione non è manco trovare un fidanzato decente ma accertarsi prima che abbia un miglior amico decente (vedi Marcello).

Eccola, la scena dell’addio:

RODOLFO
Dunque è proprio finita?
Te ne vai, te ne vai, la mia piccina?! (ma come te ne vai, sei tu che ci hai paura e la cacci, santocielo ndP, nota della Pop
Addio, sogni d’amor!…

MIMÌ
Addio, dolce svegliare alla mattina!

RODOLFO
Addio, sognante vita…

MIMÌ
sorridendo
Addio, rabbuffi e gelosie!

RODOLFO
… che un tuo sorriso acqueta!

MIMÌ
Addio, sospetti!…

MARCELLO
Baci…

MIMÌ
Pungenti amarezze!

RODOLFO
Ch’io da vero poeta
rimavo con carezze!

(vi ho detto che lui non passerà alla storia della poesia mondiale).

Beh insomma ieri sera quell’orchestra si è fatta perdonare tutto grazie a una scenografia da brividi nonostante i 30 gradi. Ieri sera ha nevicato a Caracalla

e ha fatto freddo e c’è stata luce nonostante fosse notte e ci sono stati colori e c’è stata Parigi a Roma e l’eternità in una soffitta.

Grace si è accasciata sulla spalla di Mercie mentre io al solito piango e l’ho fatto pure ieri sera accasciandomi sulla vicina per non distogliere il Professor Pi dalla sua prima volta a Caracalla Parigi.

Se posso permettermi un consiglio andate da Mimì a Caracalla. Ieri sera era mezza vuota, grazie a quel bel casino degli scioperi. Però, ripeto, se potete regalatevi per una sera quella magia chiamata Opera immortale.

E già che ci siete riascoltatevi l’Immortale. Lei: