Archive for the ‘Andare’ Category

Caccia alla notizia

mercoledì, dicembre 4th, 2019
E’ l’alba del 17 marzo 2014 quando una forte scossa di terremoto colpisce Beverly Hills. La corsa a dare per primi la notizia la vince il “Los Angeles Times”. Ma l’articolo non è opera di un giornalista: lo ha scritto quasi in tempo reale un robot.

Alle 6:25 di quella mattina Ken Schwencke, giornalista e programmatore del Los Angeles Times nonché estensore dell’articolo finale, è stato effettivamente svegliato dal terremoto, è rotolato giù dal letto e si è precipitato davanti al suo computer (avrebbe dovuto precipitarsi in strada ma, è risaputo, la categoria non eccelle in prudenza quando si trova a tu per tu con una notizia).

Schwencke corre dunque verso il pc sul quale il grosso del pezzo è stato già scritto da Quakebot. A lui a quel punto non rimane che dare una veloce controllata e premere “Pubblica”. Tre minuti in tutto. Praticamente imbattibile.
Questa è la cattiva notizia. Ma ce n’è una buona, molto buona, per i pazzi scellerati che ancora si ostinassero a voler fare i giornalisti.

Quella buona ve la darò domani, alle 16,30 a Più libri più liberi, Sala Antares. Quello che avete letto più su è l’incipit della Prefazione che mi hanno chiesto per un libro sul giornalismo -che presenteremo domani- scritto da Paolo Castiglia, docente a Roma Tre.

Un vero giornalista spiega benissimo quello che non sa, diceva Leo Longanesi. Speriamo che non sia proprioproprio così pure domani. Vi aspetto.

Tre metri sopra la memoria: arrivano le Donne Stradarole

mercoledì, novembre 20th, 2019

E’ il 1926 quando un quotidiano berlinese riferisce che “l’Esimia Professoressa Meitner ha inaugurato l’anno accademico con una lezione di fisica cosmetica”. L’Esimia Professoressa si è in realtà occupata di fisica cosmologica ma evidentemente i tempi non sono maturi per prendere atto che una donna possa occuparsi del decadimento del plutonio anziché di quello del contorno occhi.

Di Lise Meitner parlammo qui: fu lei a scoprire la fissione nucleare ma il Nobel, per quella scoperta, lo diedero al chimico con cui collaborava, Otto Hahn, che lo ritirerà nel 1946 senza manco citarla nel discorso di ringraziamento. Nonostante ciò Lise, discriminata dal mondo scientifico perché donna e per le sue origini ebraiche durante l’avvento del nazismo, riceverà il premio Enrico Fermi nel 1966 e continuerà a scriversi affettuosamente con Hahn. Poi dice che sono le femmine, quelle rancorose. Ma soprattutto continuerà ad andare in giro per il mondo per aiutare l’ingresso delle donne nella ricerca e nei lavori intellettuali.

Ora c’è che Lise Meitner sarà una delle prime quattro Donne Stradarole a Roma. E cioè? E cioè avete presente quando a volte, passeggiando per Roma, alzate lo sguardo e trovate una Madonnina dentro un’edicola? Ebbene a Roma, alla Garbatella, stanno per arrivare quattro “edicole” laiche, in legno, dedicate a quattro figure femminili dimenticate, realizzate da altrettante artiste.

Si chiama Memorie di Donne Stradarole ed è un progetto dell’Associazione Le Funambole, realizzato grazie al finanziamento del Municipio Roma VIII e nato da un’idea dell’artista Marta Cavicchioni, in collaborazione con Minerva Lab Sapienza.

E dunque Micaela Serino dedicherà la sua opera a Raffaella Chiatti, detta Sora Lella del lotto 7, che nel settembre del ’43, divenne partigiana del VII GAP come unica donna, dato che il suo lavoro alla Croce Rossa la esentava dal coprifuoco, rendendola una staffetta ideale; Marta Cavicchioni interpreterà Maria De Zayas, scrittrice spagnola del ‘600, che per prima denunciò nei suoi racconti il ruolo subalterno della donna e la violenza di genere, sollecitando le donne a cercare l’indipendenza e gli uomini a educarsi alla non violenza; Debora Malis realizzerà l’edicola dedicata a Lise Meitner; Cecilia Milza rappresenterà, invece, la pianista e cantante Hazel Scott, che vide l’apice del suo successo tra gli anni ’30 e ’50 nell’America carica di pregiudizi razziali: rifiutandosi di esibirsi nei luoghi in cui vigeva la segregazione e lottando per la difesa dei diritti delle donne, finì nella black-list dei professionisti del mondo dello spettacolo ritenuti antiamericani e filocomunisti.

Le Madonnelle stradarole illuminano le vie dei viandanti romani dal Rinascimento: sono dipinte nelle edicole ai lati dei palazzi, spesso al centro degli incroci, e avevano il compito di fare luce, in tutti i sensi, visto che c’erano sempre fiaccole o candele accanto. L’incuria di una città sempre più allo sbando le ha nel frattempo spente. Le Donne stradarole saranno presentate sabato 7 Dicembre, alle 15, con una “passeggiata narrante“. Ma ve ne riparlerò per ricordarvelo.

Nel frattempo speriamo che le donne stradarole possano illuminare un po’ il buio dei nuovi MedioEvi del patriarcato.

L’ufficiale, la spia e il prezzo del coraggio

martedì, novembre 19th, 2019

E’ alla fine della proiezione, mentre ci alziamo per andarcene, che in fondo alla sala dell’Eliseo Luca Barbareschi la prende sotto braccio e dice: “Emmanuelle ici”. Lei è Emmanuelle Seigner, sempre splendida anche se “segnata”. Segnata soprattutto dal fatto di essere attrice-moglie del regista, Roman Polanski, accusato di violenza sessuale, in Francia (che l’ex attrice e fotografa Valentine Monnier sostiene di aver subito dal regista nel 1975.

“L’ufficiale e la spia”, la ricostruzione di una delle più drammatiche fakenews della storia, quella del “caso Dreyfus”, duole dirlo ma è un bel film. Duole perché è impossibile non tener conto dell’impatto emotivo che le vicende del suo regista hanno su chi guarda, dunque anche sulla sottoscritta.

E ancora di più, quindi, colpiscono le parole della dolente Seigner: “Il film di Roman è importante e cerca di dimostrare che chi è accusato non è automaticamente colpevole”. E ancora “Affronta temi attuali come l’antisemitismo, il razzismo, l’odio per l’altro, il rapporto con la verità. Si parla di fatti attuali perché malgrado il progresso scientifico e tecnico gli uomini continuano a essere stupidi e cattivi”.

Il caso Dreyfus, dunque, uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia. Il film si apre nel cortile dell’École Militaire di Parigi, dove Georges Picquart, un ufficiale dell’esercito francese, presenzia all’umiliante degradazione di Alfred Dreyfus, un capitano ebreo, accusato di essere stato un informatore dei nemici tedeschi.

Disonore, esilio, condanna e confino nella Guyana francese. La vita si accanisce contro Dreyfus. Ma. Ma sarà proprio Picquart, che per sua ammissione gli ebrei non li ama, una volta nominato responsabile della stessa unità del controspionaggio militare che aveva montato le accuse contro Dreyfus, a vendicarlo e a restituirgli l’onore.

E siccome nella vita niente è gratis anche Picquart verrà perseguitato, arrestato, vessato. Lui non si ferma davanti a niente. La legge morale dentro di me, il cielo antisemita sopra. Non si ferma “perché tu hai ragione”. Già, eccola l’incarnazione di quel “Non sono d’accordo con quello che dici ma darei la mia vita per consentirti di dirlo” che no, non scrisse Voltaire ma Evelyn Beatrice Hall (già che ci siamo diamo anche a lei il giusto riscatto). Voltaire no, quindi, ma Wittgenstein mi è tornato in mente:

“Si potrebbe fissare un prezzo per i pensieri. Alcuni costano molto altri meno. E con che cosa si pagano i pensieri? Credo con il coraggio”.

Il coraggio di Picquart, di Dreyfus, di Emile Zola che alla fine pubblica quel J’accuse che farà nascere, oltre alla riscossa, anche la figura dell’intellettuale.

Il film è una minuziosa, in tutti i sensi, ricostruzione di bigliettini e carteggi. Il detective della minuzia. La storia universale che prende un verso o un altro a seconda dei piccoli frammenti di carta falsificati messi o espunti da una cartellina. Perché la vita, la storia e l’amore, alla fine si misurano -e si salvano- non con gli epici gesti una tantum ma con la quotidiana cura messa nei dettagli.

Sei anni di lavorazione, 132 minuti di durata, prodotto da Luca Barbareschi e Rai Cinema, esce giovedì prossimo nelle sale. Io non so se Polanski sia colpevole di ciò di cui è accusato. So che questo film colpisce al cuore. E a un film non chiedo altro.

StoryPop, Companies Talks sbarca su Forbes e su Sky

lunedì, novembre 18th, 2019

Lui ebbe una bellissima idea.
Poi un giorno disse a lei “Sì ma secondo me dovremmo lavorare diversamente sui testi”.
Lei allora gli disse: “Io una ce l’ho”.

Allora lui incontrò Io-Una-ce-l’ho e le chiese:
“Si tratta di scrivere per il teatro, business storytelling, lei di che si occupa?”
E lei: “Di cuorinfranti”
E’ a quel punto che lui svenne e poi le licenziò tutte e du… Ah no? Non la licenziò? La prese? Ma, davvero?

Poi dice che gli uomini non tengono coraggio: folli, sono.

Lui, che si chiama Andrea Dotti, aveva anche una grande regista, che si chiama Tiziana Sensi, e attrici e attori strepitosi ai quali si affiancarono pure dei musicisti che lèvatiproprio.

E fu così che stasera tutta questa cosa approda su FORBES, su SKY e su TIVÙ SAT: alle 22,30 COMPANIES TALKS andrà in onda in prima visione per quattro lunedì consecutivi

su Sky 511,
per chi non ha Sky c’è Tivù Sat canale 61
oppure online su Bfcvideo.com,
(poi in replica più volte durante la settimana): non avete scampo, proprio.

Stasera si inizia con Google. Poi arriveranno Facebook, Amazon e AirBnb.

Il cuorinfranto non è bello ma è certamente sottovalutato. Tutto sommato, male che vada, può portarvi fino a qui.

FARE o non fare, non c’è provare

martedì, novembre 5th, 2019

Domenica alle 10 c’è anche la quippresente per la lettera F, Femminista. Con Elly Schlein e Michela Di Biase.

Dove? In un posto splendido, al Monastero delle Clarisse Eremite a Fara Sabina.

Per FARE che? Per il primo appuntamento di Femminista Ambientalista Radicale Europeista.

E chi ci sarà? Anche David Sassoli, Elena Cattaneo, Francesco Boccia, Vincenzo Spadafora, Luigi Zanda, Nicola Zingaretti e Daniela Preziosi ed Elena Di Giovanni.

Nessun uomo è stato maltrattato per organizzarlo. Almeno credo.

FARE o non fare, non c’è provare.
Vi aspetto.

Il mondo come vorremmo che fosse

lunedì, ottobre 28th, 2019

Di lei vi avevo già parlato, qui. Della Cooperativa Agricoltura nuova, intendo. Senonché ieri mattina un amico mi telefona e dice

-Meri Pop, che ne diresti di andare alla Cooperativa?

E io -Ma certo, dovevo giusto fare la spesa

-Ma no Meripo’, non per la spesa, oggi lì è una giornata speciale.

E andiamo dunque a ‘sta giornata speciale. Andiamo con un po’ di magone perché io, lì accanto, ho abitato dodici anni, un matrimonio fa, e a volte ci andavo a fare la spesa il sabato. Poi, contestualmente al divorzio e al trasloco, non ci ho messo più piede. E ho fatto male. Perché quel posto, se possibile, è diventato ancora più bello.

E’ che ieri Antonio Cederna avrebbe compiuto 98 anni. Dice ma mo’ che c’entra Cederna? Questo nome, per Roma, significa soprattutto Appia antica, liberazione dal “sacco” dei costruttori, il piccolo Davide che si ribella al gigante Golia. E vince.

E Agricoltura Nuova questo, soprattutto, è stato: un gruppetto di ragazzi un po’ folli, braccianti, disoccupati e volontari, capitanati da Matteo Amati e Carlo Patacconi, che un giorno, il 2 luglio del 1977, prende le cesoie e va ad affrontare Golia. Cioè va a occupare le immense distese di terra in completo abbandono tra Laurentina e Pontina: si chiama Le Tre Decime, è considerata terra di nessuno e per questo stanno per metterci le mani i palazzinari. E’ terra piena di reperti archeologici, resti di insediamenti romani e buona da mettere a frutto. Antonio Cederna sarà uno dei protagonisti di quella vittoria, insieme a Matteo, Carlo e tanti altri.

Oggi quei 180 ettari di terreni incolti sono diventati un’azienda agricola all’avanguardia, che ha introdotto il chilometro zero, il biologico e il rispetto dei tempi della natura quando nessuno sapeva neanche cosa significassero. In quell’azienda-comunità lavorano anche portatori di handicap e i fondatori accanto ai nuovi operai.

Poi, una mattina di qualche mese fa, uno dei veterinari e amici della Cooperativa -che si chiama Palmerino e, modestamente, è molisano- trova in un angolo di una stanzetta una targa, una targa per ricordare Antonio Cederna. Volevano metterla tempo fa su un muro ma la zona proprio grazie a loro è protetta e quindi niente targa. Però, si dice Palmerino, sul muro no ma magari in terra sì. A quel punto contatta Giuseppe Cederna, figlio di Antonio, attore scrittore e tuttecose (che per me e quelli di ‘nacerta resta prima di tutto Quello-di-Mediterraneo, di Salvatores). Il resto è stata una giornata bellissima, benedetta pure dal cielo nonché dal riscaldamento terrestre.

Perché Giuseppe, Matteo, Carlo, Palmerino e tutto il cucuzzaro hanno trasformato quella festa per Antonio nella festa di tutti. Piena di gente bella che ti fa riprendere un po’ di fiducia nel fatto che forse sì poesse che jelafamo. Io, per dire, ci ho trovato pure la mia amica Rosalba spuntata chissàccome.

Giuseppe Cederna e Matteo Amati (foto Musica minuscola)

Federica Gasbarro (ieri con Pietro Del Soldà) che ci ha rappresentati allo Youth Climate Summit dell’Onu

Per una intera giornata i nostri occhi e le nostre orecchie si sono riempite di quella merce rarissima, oltre alle verdure buone, che è la speranza: dai ragazzi di Fridays for future Italia, a Vezio De Lucia, a quelli di LAB 1.0, all’orchestra Musica minuscola, in cui ragazzi di ogni provenienza compiono il miracolo di fare della diversità un’arte.

(foto Musica minuscola)

Le battaglie di ieri insieme ai risultati di oggi. Insomma il mondo come vorremmo che fosse. Compresi quel vino e quella minestra buonissima -di non ho capito cosa- del pranzo.

Sì, una giornata bellissima. Quelle che torni a casa e pensi che la salvezza risiede, alla fine, in una cosa semplice, questa:

Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare.
(Andy Warhol)

Cambiamo casa

martedì, ottobre 22nd, 2019

Sto facendo il trasloco perché mi trasferisco in un’altra città. Vado via per lavoro ma in quella nuova città ci sto ricostruendo anche altri pezzetti di vita. Sto facendo il trasloco ma solo pochi mesi fa non avrei mai pensato di fare il trasloco. Poi succede sempre così: in pochi secondi. In pochi secondi prendi una decisione -che per esempio a dire sì è proprio neanche un secondo, è una frazione di secondo, una cosa impercettibile- e quella ti cambia tutta la vita. Tutta la vita accumulata fino a lì.

Insomma io sto facendo questo trasloco ma non l’ho voluto ammettere fino ad ora, che stavo facendo il trasloco. Non lo sto facendo proprio io, cioè lo fanno i traslocatori, ma non è che stanno smontando la mia casa. Stanno smontando la sua. Della mia amica. Che è già il secondo mio trasloco che non è proprio mio. Perché prima c’è stato quell’altro dell’altra mia amica.

Due traslochi in poco tempo smontando case diverse che non sono le mie ma che sono state anche le mie. Sono stremata. Lo capite.

Perché se trasloca l’amica con una sua famiglia trasloca una famiglia. Ma se trasloca un’amica singola traslochi pure tu.

Tipo io in questa casa che traslochiamo oggi mi ci sono rifugiata il giorno della causa del mio divorzio. Perché sta vicino al tribunale, questa. Ed ecco che il giorno della causa del mio divorzio è diventato un’altra cosa da mettere nella casellina dei ricordi: e oggi posso dire che il giorno della causa del mio divorzio ho mangiato un piatto di spaghetti a vongole buonissima. Che questa casa sta vicino al tribunale e anche al mercato.

Ecco che dunque smontare quella suacasa è smontare un po’ anche la mia. La casa quella di dentro. E quando smontano il tavolo del soggiorno non è il tavolo del soggiorno della casa della mia amica: è il tavolo del soggiorno sul quale potevo versare lacrime -e all’inizio l’ho fatto- ma poi è stato il tavolo del soggiorno sul quale lei mi ha versato un buonissimo vino per accompagnare gli spaghetti a vongole. E ho anche smesso di piangere. Perché gli spaghetti a vongole sono sottovalutati.

Tutto questo per dirvi che stiamo cambiando casa. Non conosco la mia-sua nuovacasa e quindi non riesco a immaginare dove sarò da domani, dove dovrò pensarla da domani. Non le ho chiesto se quella nuovacasa stia accanto a un tribunale e a un mercato. Perché in ogni caso di giorno della causa del mio divorzio ne basta uno.

Ora però scusate devo andare che mi stanno portando via pure l’ultimo strapuntino.

Com’è bello questo amore da Trieste in giù

martedì, ottobre 15th, 2019

La sua mamma l’ho conosciuta così: eravamo amiche da un bel po’ quando decido di andare da lei. Prendo il FrecciaPop direzione Venezia Mestre e salto la fermata. Panico. A quel punto prendo il cellulare e faccio il numero della Franca
DRIIIIIIIIIIIIIINNNN
-Siii??? dice la vocina scoppiettante
-Franca ho sbagliato fermata, non sono scesa a Mestre, disastro
Ed è a quel punto che la vocina dice
-Meri stai tranquilla, alla prossima c’è il mare: non puoi comunque andare oltre

E’ stato in quel momento che mi sono resa conto che io la voce di Franca non l’avevo sentita mai. Perché noi solo voce di tastiera ci scambiavamo su Facebook. E invano mia madre aveva chiesto
-Che fai il prossimo weekend?
-Vado da Franca, a casa sua
-E chi è Franca?
-Una mia amica. Ma non l’ho mai vista
-Ma come sarebbe, a casa di una che non conosci?
-No, mamma, a casa di una che non ho mai visto. Ma che conosco…

Era circa (omissis) anni fa. Franca abita in Bisiacaria. Un posto che avevo incontrato solo nei libri di Claudio Magris. E che negli anni ho sentito sempre più come un altro posto in cui arrivare e sentirsi a casa.
Senonché qualche mese fa arriva una busta a casa qui. Una partecipazione di nozze. Quella di Deborah, la figlia di Franca. Deborah che anni fa mi ha regalato lei, la MeriPop viaggiante.

La Meripo’ di Deborah alle Galapagos

Insieme abbiamo attraversato tutti e cinque i Continenti. Dentro a questa bambolina c’è financo un po’ di Oceano Pacifico, che lei mi cascò in acqua alle Galapagos e si tuffò Elena a recuperarla e continuò a uscire Oceano dalla pupa per mesi.
Insomma in qualche modo è come se i viaggi li avessi fatti anche con Deborah.

Ora sono qui, costretta a inficiare la statistica dei post cinici dedicati al matrimonio. Perché a quello di Deborah, pur arrivata con tutti i miei cinicopropositi, ho dovuto arrendermi. Segno di rammollimento, mi pare evidente. Ma anche segno che ci sono emozioni inarginabili. Questa, per esempio (la foto è arrivata alla mamma di Giulio):

Che va bene perdere la testa ma la memoria non la si deve perdere mai. Manco da innamorati. E questo è stato il momento Deborah-Danilo-Giulio. Che lui lì accanto a loro abitava. E loro non lo dimenticano mai.
Vederla con l’abito da sposa, confesso, mi ha squaqquerato il cuore. E lo stesso è successo entrando al Comune di Cervignano del Friuli, sotto a quello striscione.

E anche poco dopo mi sono un po’ risquaqquerata,  quando un sindaco particolarmente illuminato ha detto a questi due ragazzi e a tutti noi che la ricetta per far durare l’amore, se mai ve ne fosse una, è continuare a trovare sempre motivi per ridere insieme. In quel momento mi è sembrato desiderabile financo sposarsi.
Amare e ridere. Già. Sapete quella storia che amare e ridere sono le cose che ci salvano, diceva tal Tarun Tejpal: se ne avete una va bene ma se le avete tutte e due siete invincibili.
E allora avantitutta, WonderDeborah e WonderDanilo.
Io resto qui, in ogni caso, a darvi l’appoggio esterno.

Il segreto, e il progetto, di Francesca

giovedì, ottobre 3rd, 2019

Conosco lei per via di lui ma strada facendo lei è diventata solo lei. Viaggiatrice, blogger, determinata, bellissima. Era fissata con L’Australia quando lo ero pure io e tanto è bastato per innamorarmene, come lui, quando ancora si scriveva sui blog. Poi venne Instagram e lei sbocciò definitivamente. Senonché mesi fa la vedevo in foto sempre più magra e mi dicevo “Aò ma non sarà che le sta venendo la sindrome della modella?”. Non era quella sindrome. Era la chemio. Ma questo lo abbiamo scoperto un anno dopo. Quando, poche settimane fa, ce lo ha raccontato lei stessa sul suo blog.

“Ho avuto la diagnosi l’8 ottobre 2018. E mi sono detta: “Non voglio odiare questa data per il resto della mia vita”. Così ho cercato un modo per dare un nuovo significato a questa giornata. E l’ho trovato. Ho deciso che l’8 ottobre 2019 partirò per fare il giro del mondo in solitaria. Fare il giro del mondo è sempre stato uno dei miei sogni, e dopo questa brutta esperienza ho capito che i sogni non vanno rimandati”.

La storia la trovate qui. E qui:

Francesca partirà da Milano l’8 ottobre, fra cinque giorni, andrà verso est. “Durerà 3 mesi, perché dopo quel periodo dovrò tornare in Italia per rifare tutti i controlli e verificare che il tumore non sia tornato”. Per questo sogno Francesca ha aperto anche un crowdfunding, una raccolta fondi (il link lo trovate qui). Il ricavato servirà al 50% per finanziare il suo viaggio intorno al mondo. Il restante 50% verrà donato alla Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro.

Eddunque, a sto punto, buon viaggio Francesca
Bella ragazza, begli occhi e bel cuore, bello sguardo da incrociare
e sarà un piacere
Accompagnarti per certi angoli del presente,
che fortunatamente diventeranno curve nella memoria
quando domani ci accorgeremo che non ritorna mai più niente,
ma finalmente accetteremo il fatto come una vittoria.

Francesca Barbieri, Fraintesa #GoFraintesa

Partiamo insieme, sì. Perché “Dietro a un miraggio c’è sempre un miraggio da considerare, come del resto alla fine di un viaggio c’è sempre un viaggio da ricominciare”.

Tolstoj, la felicità e il Molise

venerdì, settembre 20th, 2019

Leone Tolstoj, quello che tutte le famiglie felici si somigliano ma ogni famiglia infelice è disgraziata a modo suo, a un certo punto pensò di averla trovata, la ricetta. E così la riassunse:

“Ho vissuto molto, e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna. Con la possibilità di essere utile con le persone che si lasciano aiutare, e che non sono abituate a ricevere. E un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilità; e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo. E poi, al di sopra di tutto, tu per compagna, e dei figli, forse. Cosa può desiderare di più il cuore di un uomo?”.

Che mi è sempre suonata benissimo, letta a debita distanza, dalla poltrona di una casa vicina al Colosseo. Ora però c’è che da qualche tempo sempre più mi imbatto in storie di Ricominciamenti che hanno più a che vedere con la prospettiva di Tolstoj che con quella di Trilussa.

Ed è a questo punto che nel binomio felicità-Tolstoj si è inserita lei, la TerraCheNonEsiste, il Molise. Perché da pochi giorni è stato pubblicato un bando della Regione, che trovate qui, che istituisce una misura all’apparenza bizzarra e cioè pagare qualcuno per tre anni purché si trasferisca in Molise, in Comuni con meno di 2000 abitanti e ci apra un’attività. Settecento euro al mese. La notizia ha già fatto il giro del mondo ed è approdata financo sulla Cnn.

Il punto è che da questo microcosmo sconosciuto se ne stanno andando tutti. Come riportarceli? La Regione ci prova così. I Comuni in cui potrete applicare la ricetta Tolstoj sono 107 sui 136 totali della TerraCheNonEsiste e li trovate qui (cliccate).  Vanno da San Pietro Avellana (permettetemi di iniziare dal “mio”)

San Pietro Avellana, paese (anche) del tartufo

a Capracotta, Carovilli, Vastogirardi (io non le mangio ma guardate che questo è il poker delle scamorze più buone del mondo, dicono gli amicimiei che le mangiano). E ancora Salcito, Bagnoli del Trigno

Bagnoli del Trigno

Forlì del Sannio, Pescolanciano, Scapoli (ma non illudetevi, ci si sposa pure lì) e tanti nomi che ora non vi dicono granché ma che saprebbero Tolstojzzarvi un belPop.

Carovilli dalla Masseria Monte Pizzi

I requisiti? Essere cittadini italiani (basta anche la doppia cittadinanza) o della comunità europea o essere in possesso del permesso di soggiorno per lungo periodo. L’attività che aprirete dovrà essere mantenuta per almeno cinque anni, per i primi tre avrete i 700 euro al mese di incoraggiamento.

Io non so se la ricetta della felicità di Tolstoj valga per tutti o, come per quelle famiglie di cui parlava, ciascuno voglia essere felice a modo suo. Ma posso assicurarvi che, se ce lo porterete, un pezzetto del cuore lì ce lo lascerete. Che si fa presto a parlare come tutti del mal d’Africa. Ma il mal di Carovilli è solo per intenditori. E amatori.

(e ora sbrigatevi, che le domande di partecipazione sono molte più del previsto).