Archive for the ‘Andare’ Category

Parlami d’amore Meri Pop

lunedì, luglio 15th, 2019

Basta con questo disfattismo. La tua anima gemella c’è ed è là fuori. Insieme a sette miliardi di persone. Distribuite su cinque continenti. Supponendo che sia viva. E che sia single.

Potremmo in ogni caso ingannare l’attesa ciacolando davanti a un Moscow Mule rinforzato, come piace a Anto Zazie. Per Patrizia meglio un bianco ghiacciato. Volendo anche uno Spritz ma senza cannuccia sennò Franca ci cazzia. Nicoletta, stavolta niente limonata.

Vi aspetto OGGI lunedì 15 alle 19 a Roma al Teatro Marconi (Viale Guglielmo Marconi 698) per Aperitif d’autore.
Fuori, nel salottino. Con Tiziana Sensi. E Cupido (forse).

La locandina stichespiralidosa è opera di Andrea Dotti.

Se desiderando

martedì, luglio 9th, 2019

L’hai desiderato e aspettato tanto. Finalmente eccolo lì, alla tua portata. Ed è allora, mentre ti avvicini desiderosa, che il tuo occhio devia sulla Nuova Collezione. L’unica, nuovamente, a prezzo pieno.
I Saldi, altra grande metafora dell’amore.

Hilda Glasgow

Tutti a Fano

mercoledì, giugno 26th, 2019

C’è il mare, ci sono dei ristoranti che lèvati, ci sono i libri, ci sono i lettori, ci sono le scrittrici e gli scrittori, c’è pure Lino Guanciale, ma una che altro deve fa’ per invogliavi?

Da domani Flavia Fratello e Laqquippresente saranno a Fano, a PasSaggi Festival.

Vi aspettiamo ogni giorno alle 18 (prima al mare) nella ex Chiesa di San Francesco per incontrare:
Giovedì 27 Daniela Collu aka Stazzitta “Volevo solo camminare”
Venerdì 28 Angela Frenda “La cena perfetta”
Sabato 29 Maria Venturi “Cuore matto”
Domenica 30 Luciana Castellina “Amori comunisti”.

Giovanni Belfiori , stay pronto? (Flaviè ma non abbiamo manco una foto insieme al mare? Questa, a Fano, è dell’anno scorso, opera di Lorenza Bolelli).

E ricordiamoci sempre che “gli amanti dei libri non vanno mai a letto da soli”. Ecco, sì, consoliamoci così. Aloha.

L’amore, quello di quando ce la fa

lunedì, giugno 10th, 2019

Avendo sviluppato una certo qual cinismo in materia a seguito di sentenza di divorzio passata in giudicato e a seguito di nove anni di onorata carriera di sentimental blogger in cui ne ho viste, sentite e combinate a livello top di gamma, attraversando inoltre un presente periodo di precariato emotivo diffuso, all’inizio pensavo me stesse a prende in giro. Quando cioè lei mi ha detto

-Meripo’ mi sposo. Ci vieni?

No so perché mi fossi fatta l’idea, nel tempo, di trovarmi di fronte a una single professionista e dunque pacificata con la vita e apperciocchè serenissima. Ma ci avevo preso solo sulla Serenissima: perché a Venezia, aggiunse, ci sposiamo. Al lido di Jesolo, per la precisione. Contestualmente apprendevo che essi stavano insieme da 27 anni. Ve lo ripeto: ventisette anni. Eddunque ancor di più mi chiedevo

-Ma mo’ dicoio perché bisogna sfidare la sorte?

Ritrovarmi su un pullman di romani in trasferta che cantano “Mi son El gondolier” è stato un attimo.

Causa traffico a livelli di Roma-Ostia la domenica estiva, venivamo catapultati quasi direttamente dal pullman alla spiaggia, fatto salvo un affrettato restauro.

Così, alle 17,30 del primo vero giorno di una primavera che non arrivava mai e che quando l’ha fatto quasi ci faceva rimpiangere l’inverno (altra grande metafora dell’amore), ci ritrovavamo su una spiaggia splendida, di fronte a un faro, che pure Jesolo quando ci si mette fa le cose in grande.

Comunque a me ci vuole ben altro, eh, per distogliermi dalla ragione sociale cinica di questo blogghe.

Ve la faccio breve. Ho resistito strenuamente. Finché l’ho vista arrivare, Fiammetta. Felice.

Fiammetta, Luciano, l’amore e noi (Foto Luciana Bregonzio Cembran)

Ed è stato mentre stavo lì a fare foto, che insomma cihoppursempre un blogghe e Ilmondodevesapere e darsi na regolata, che ho visto Fiammetta e Luciano guardarsi. Ebbasta. Guardarsi soltanto. E poi a tradimento i suonatori hanno iniziato a cantare All you need is love.

Ed è stato a quel punto che porcamiseria le lacrime hanno preso a tradimento me. Contestualmente una mano pietosa mi passava un fazzoletto per arginare l’eyeliner che si scioglieva insieme ad anni di resistenza attiva. Sissignori. Laqquippresente Meripo’ non lo sa ancora cosa sia l’amore però quando lo vede a volte -a volte- lo riconosce. E su quella caspita di spiaggetta del Faro di Jesolo io l’ho visto.

L’amore, quello di quando ce la fa. Che alla fine il cinismo è solo questo: un amore che non ce l’ha ancora fatta.

Eccheccavolo Fiammè a me sembra che mo’ ci posso credere di nuovo pure io. E che, ora sì, possiamo andarci a riprendere tutto quello che è nostro. In caso di emergenza anche il matrimonio. 

(Nino che ci fa le bolle di sapone. Che alla fine la felicità è un po’ così, come le bolle: non devi soffiarci troppo forte sopra. E devi godertela così, impalpabile e leggera. Foto Mary Cacciola, supervisione Andrea Lucatello. Cinziè perdonami se l’ho pubblicata ma ilmondodevesapere e deve pure vedere un pezzetto della redazione di Repubblica Live).

Perché All you need is love

Quanto costa questa libertà

giovedì, giugno 6th, 2019

Aveva già preparato percorso, date, soste, ripartenze, approdi. Ci aveva già lavorato tanto. Ma non ha esitato a buttare tutto all’aria quando le ho detto “Grace, splendida la Cornovaglia. Ma io non sono mai stata in Normandia”. Ci ha aggiunto la Bretagna e ha ricominciato da capo.

E così, per quel suo naturale afflato verso i posti pieni di fascino, la sera prima del nostro sbarco in Normandia me l’ha fatta passare in uno splendido maniero d’epoca un po’ decaduto ma ancora pieno di atmosfera.

Ed è stato a colazione, mentre Madame sfoggiava composte e marmellate autoprodotte illustrandoci tutto il percorso da fare per arrivare a Omaha Beach, che Grace ha captato una parolina detta in modo molto duro e un po’ sprezzante: le cimetiere de ces autres, il cimitero degli altri. Perché sì, oltre alle 9387 croci bianche del cimitero americano di Colleville-sur-Mer che sta sulla collina a ridosso della spiaggia più insanguinata, Omaha Beach, da qualche parte esiste anche un cimitero “di quegli altri”. Dei soldati tedeschi.

Omaha Beach ci ha accolte in una giornata d’agosto fredda e grigia, quasi a riecheggiare quel clima terreo e immobile che deve aver preceduto una delle più gradi operazioni anfibie della storia. Là dove morirono come mosche migliaia di ragazzi, il 6 giugno 1944.

Omaha Beach

Che cos’è un eroe? Gli eroi non esistono, ha raccontato un reduce: esiste solo la fortuna che in quei momenti salva la vita a te e condanna quelli che hai attorno. E a Omaha Beach l’Oceano blu diventò tutto rosso in pochi minuti. Caddero uno dopo l’altro. E chiunque oggi vada su quella spiaggia sente ancora vivo quel sacrificio. Ancora oggi dopo 75 anni, parenti e amici piangono accasciati davanti al monumento che li ricorda. Anche noi non abbiamo potuto fare altro. Così come davanti alle 9387 croci bianche di Colleville sur mer.

Una giornata in cui ci saremo scambiate sì e no venti parole. E guardate che per ridurci al silenzio in viaggio, a me e a Grace, ce ne vuole. Ed eravamo sulla via del ritorno quando a un certo punto lei inchioda, mi guarda e dice

-Meripo’ ma veramente non ci andiamo da “quegli altri”?

-Grà, ma da chi?

-Quegli altri, quelli delle croci nere

Perché così è: non tutte le morti sono uguali. Anche se sei un ragazzino di 16 anni buttato dentro alla parte sbagliata della storia come carne da macello.

E la tua croce è nera.

Il cimitero tedesco di La Cambe in Normandia è un luogo deserto. Quasi introvabile. Sessanta chilometri. Di tanto abbiamo allungato per poterci andare. Croci nere, spesso senza nome, di ragazzi quasi tutti sotto i 20 anni. Nessuno li piange. Nessuno li ricorda.

E’ un prezzo altissimo, quello pagato per liberare il mondo dalla follia nazista. Sono passati 75 anni: troppi, evidentemente. E qualcuno, sempre di più, comincia a dimenticare. Croci bianche e croci nere tengono ancora il conto. Così come lo tengono quelli ancora vivi, i sopravvissuti della follia.

Ma sembra che non basti mai niente, neanche i morti, per tenere viva la memoria. Eppure, diceva José Saramago, “noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere”.

Cos’è un pompelmo?

martedì, maggio 14th, 2019

Cos’è un pompelmo?
Un limone a cui è stata data un’opportunità e ha saputo approfittarne.

E’ quello che è successo anche a Zuckercoso e ai due ragazzi di Kickstarter. Cosè Kickstarter? Se venite oggi alle 18,15 alla Nuvola di Fuffas all’Eur ve lo raccontiamo. Ma, tra l’altro, sono quelli grazie ai quali sono state pubblicate le Storie della Buonanotte per bambine ribelli.

Sul palco, per Kickstarter, troverete Fabio Pappacena. Cioè lui:

Da oggi a giovedì al Forum PA approdano anche tre monologhi della quippresente. Regìa di Tiziana Sensi.
Vi aspetto. Ma dovete accreditarvi. Cliccando Qui

E buone spremute di pompelmo a tutti.

Qualsiasi cosa sia destinata a te…

lunedì, maggio 13th, 2019

Qualsiasi cosa sia destinata a te troverà il modo di raggiungerti.

Sarà probabilmente per questo che, evitatolo scientemente a Roma, me lo sono ritrovato a Napoli.
Scannasurice“, letteralmente scanna topi.
“Un’ora di monologo in napoletano stretto di cui capirai nonsoqquanto ma che, e non saprei dirti come né perché, ti conquisterà”. E’ così che me lo ha presentato Danilo, l’amico che ci ha lanciato la sfida. “Venite. Venite a vederlo a Napoli”.

Perché sarà che Parigi è sempre una buona idea ma mai così buona come Napoli.

E a me e a Pat non sembra vero trovare una scusa per andarci.
A un quarto d’ora dall’inizio dello spettacolo Danilo ci dice

-Entrate un attimo, vi faccio vedere il teatro ancora vuoto. Il Teatro Elicantropo: piccolo, raccolto, post industriale, ex falegnameria resuscitata come teatro grazie a tre coraggiosi artisti (uno ve lo presento fra pochissimo); tutto nero, con gradinate a cuscini rossi. Siamo lì in silenzio quando, dal piccolo palco costruito a loculi di cemento stile cimiteriale, sbuca una figura strana.

Sobbalziamo come chi pensava di esser lì da solo mentre, districandosi tra gli anfratti di cemento come una contorsionista, sbuca lei. Lui. Leilui: retina in testa, cerone in faccia, maschera di trucco, un cardigan abbondante a coprire un indecifrabile corpo. Occhi e incedere magnetici. Paura. E una vocina dentro -Uànema, vedi che serata t’aspetta mo’ …
Ma a quel punto è già tardi: quell’entità magnetica si avvicina e io non riesco più a staccarle gli occhi di dosso. Ci saluta, ha una voce calda, dolce, femminile.

-Meripo’ ti presento Imma Villa, la protagonista

Ve la faccio breve. Finisce, dopo un’ora di spettacolo, con me in lacrime, trucco completamente sciolto che sembro più Scannasurice, femminiello e mascherone di lei.

In mezzo un’ora ininterrotta di emozioni, di cambi di voce, di stili, di generi teatrali e sessuali lui-lei-laltro-ilnonso, in cui si ride, si trattiene il fiato, ci si dispera, ci si rialza. Un’ora in ostaggio della magìa, della disperazione, della bravura. Un’ora sulle montagne russe insieme a questo femminiello dei Quartieri Spagnoli, che batte e si sbatte per sopravvivere all’indomani del terremoto del 1980 .

E precipitiamo con luilei nel baratro della stamberga in cui abita tra surece (topi), munnizza e dolore ma anche fra belle mbriane e munacielli perché «Le case sono intonaco e divinità».

Sapevo come andava a finire la storia. Eppure quella fine mi ha travolta lo stesso, senza più difese.

Per un’ora non si è sentito un fiato che non fosse il suo, quello di Imma Villa intendo. E quando è chiaro che è finita e si spegne anche l’ultima luce, tutti aspettano quegli interminabili due tre secondi per far partire il primo battito di mani che diventa torrenziale e infinito e che alla fine ci fa alzare tutti in piedi.

Lei stremata ringrazia, si inchina, sta a mani giunte, indica la regìa, i tecnici e noi che non riusciamo ad andare via.

Da domani Scannasurice sarà al Piccolo di Milano.

Amiche e amici di lassù, se potete fatevi questo regalo. Consegnatevi spontaneamente in ostaggio a questa inspiegabile e indicibile forza che si chiama arte.

 

Scannasurice
di Enzo Moscato
regìa Carlo Cerciello
dal  al 
Piccolo Teatro Grassi

Leonardo Da Vinci, storia del primo cervello in fuga

giovedì, maggio 2nd, 2019

Avendo lungamente sbomballato anche io a lei i cabasisi sulla questione “certo però guarda come i francesi hanno costruito la propria fortuna sugli artisti italiani” e nella fattispecie osservando la fila chilometrica che serve per entrare nell’ultima dimora di Leonardo Da Vinci nel Castello di Clos Lucè -Valle della Loira-, lei aveva in un primo momento effettivamente assecondato la rivendicazione patriottica mia con l’esclamazione

-Uànema, Meripo’, laggènt

vieppiù rafforzata dal fatto che, dopo un percorso di visite a L’ultimo studio di Leonardo


Il Parco di Leonardo percorso paesaggistico sulle sue orme con venti macchine a grandezza naturale azionabili e quaranta teli trasparenti rappresentanti dettagli di suoi dipinti
il Giardino di Leonardo, con i suoi disegni botanici, studi geologici e idrodinamici e paesaggi: il ponte a due piani da lui progettato
gli attrezzi di Leonardo,
la seggiola di Leonardo
la cucina di Leonardo
eravamo infine sbucate dentro al gift shop finale a base di: Birra Leonardo da Vinci, Cereali Leonardo da Vinci, Carta igienica e salvietta Leonardo da Vinci.

Senonché giusto oggi che ricorrono i 500 anni dalla morte di uno dei più grandi geni mai apparsi sulla terra, genio di casa nostra, mentre iniziano le celebrazioni solenni per la fu dipartita, è però il caso di ricordare che Leonardo arrivò in Francia nell’autunno del 1516, accogliendo l’invito di Francesco I, re di Francia, a risiedere presso di lui. E perché lo fa? Perché ha 64 anni, è indebolito dall’età e ha una paralisi alla mano destra e a Roma è morto a marzo il suo grande protettore Giuliano de’ Medici. Quindi non sa bene come sbarcare il lunario, in Italia. E se ne va.

Perché in Italia puoi anche essere il più grande genio mai apparso sulla faccia della terra ma se non hai un protettore sono cavoli amari.

Valica le Alpi con i due discepoli Francesco Melzi e Battista de Villanis e con un seguito di bauli e borse piene di manoscritti, appunti, quaderni e tre tele: la Monna Lisa, il San Giovanni Battista e la Sant’Anna.

Francesco I è un amante dell’arte italiana e suo grandissimo estimatore. E onorerà la presenza del genio italiano, il più grande di tutti i tempi, dandogli alloggio nel castello di Clos-Lucé, e fregiandolo del titolo di “premier peintre, architecte, et mecanicien du roi” ma soprattutto gli darà un vitalizio di 5000 scudi.

Gli ultimi anni che Leonardo trascorrerà in Francia saranno i più sereni della sua vita. Nonostante debolezza e paralisi riuscirà a portare avanti le sue ricerche e i suoi studi aiutato dagli allievi e dedicandosi alle sue prime passioni ossia scienza e fisica.

Leonardo è stato il primo cervello in fuga. Facciamocene una ragione.

la Gioconda non ce l’ha rubata purtroppo nessuno, tantomeno Napoleone: anche questa, come tante, è una bufala. La Gioconda è legittima proprietà della Francia perché Leonardo la vendette a Francesco I nel 1518 per riuscire a campare.

E dunque il mesto ritorno alla realtà, lì in mezzo ai castelli della Loira, trovava la finale sintesi nella chiosa di Grace:

-Meripo’, la verità è che questi sono riusciti a vendere Leonardo pure sulla carta del cesso. E noi non siamo riusciti nemmeno a trattenerlo in Italia.

Cosa sta bruciando a Parigi

lunedì, aprile 15th, 2019

Sto cercando di capire cos’é questo dolore che tutto il mondo sta provando nel vedere quelle fiamme. E penso che forse l’arte è proprio questo: trasformare ciò che tocca in “casa”, casa tua.
Ovunque sia.
E se è vero che “Si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima” allora a Parigi sta bruciando un pezzo della nostra, anima.

Notre Dame, foto Grazia Spinosa

(Queste foto, tra le più belle che mi abbia fatto Grace questa estate)

Ruth Bader Ginsburg, quel geniale grimaldello del diritto alla parità

lunedì, aprile 1st, 2019

Ruth Bader Ginsburg, detta RBG, anzi “The Notorius RBG”. Tipo JFK, tanto per capire che icona sia da loro. Da noi lo è meno ed è un gran peccato. Motivo per cui il film appena uscito, che racconta la sua storia, merita di essere visto a prescindere dal film che ne è venuto fuori, “Una giusta causa” anzi “On the basis of Sex”, “Sulla base del sesso”.

RBG, quindi, classe 1933, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti nominata nel 1993 dal Presidente Bill Clinton, una delle uniche quattro donne che abbiano mai fatto parte della Corte Suprema, assieme a Sandra Day O’Connor (in pensione), Sonia Sotomayor ed Elena Kagan (entrambe in carica).

RBG, donna, piccola, ebrea, autoironica, una delle prime e poche donne ammesse ad Harvard (9 su 500) anno di grazia 1956, la più brava (di tutti, intendo, non delle donne ammesse): ce n’è a sufficienza per capire che vita in salita sia stata, la sua, quella di una pioniera donna in un mondo di uomini e in un’epoca bigotta e retrograda nella quale viene rifiutata per decenni da tutti gli studi legali perché “le mogli potrebbero ingelosirsi”, alla quale viene chiesto ad Harvard  “Perché occupa un posto che sarebbe potuto andare a un uomo?”. Una donna che oltre a studiare per sé studia -e frequenta le lezioni- anche per il neo marito, che si ammala di cancro, e alla fine lo porta alla laurea, essendo anche diventata mamma da poco.

RBG, che inizia ad insegnare ma alla quale è proprio suo marito a segnalare un caso, apparentemente poco rilevante: a essere discriminato stavolta è un uomo, non sposato, che assiste la madre invalida ma che non può detrarre dalle tasse i soldi spesi, perché ciò è concesso solo alle donne, perché è a loro che spetta il lavoro di cura.

E’ lì che svolta la storia, la sua e la nostra e quella della parità di genere: con un rimborso delle tasse. Tipo Al Capone arrestato per evasione fiscale.

Ed è davanti a una Corte di uomini che un po’ la sfottono un po’ la compiangono che a un certo punto lei dirà: non vi sto chiedendo di cambiare tutte le leggi, vi sto chiedendo di dare a questo Paese la possibilità di cambiare.

I film non sono importanti solo per come sono fatti e per il tema che trattano: sono importanti anche per il momento nel quale escono. E come è suonato, questo film, proprio in questo weekend.

A un certo punto un rappresentante della Corte le dice
-Nella Costituzione americana non c’è la parola “donna”
ed è lì che lei risponde
-Neppure la parola “libertà”.