Archive for the ‘Andare’ Category

Claude Monet, l’uomo che riuscì a raccogliere aria e luce e le imprigionò su una tela

mercoledì, dicembre 5th, 2018

Dice allora andiamo a Giverny per scendere nel nucleo atomico dell’Impressionismo, a casa Monet. E chiunque dovrebbe prima o poi sperimentare questa sequenza: effettivamente partire da Parigi aeroporto, arrivare a Giverny (con l’ulteriore aggravio di una trentina di inutili chilometri, che il Navicoso si era spento e siamo spuntate alla Defense invece che verso Giverny), dormirci -a Giverny- alzarsi la mattina dopo, consumare una colazione effettivamente molto impressionante, scrutare il cielo, scrutarci noi  e con un’occhiata decidere, con i biglietti già acquistati in tasca, che no: con le secchiate d’acqua a quei giardini no. Non stamattina. Non così.

Inutilmente l’ostessa che ci ospitava strabuzzava il ceruleo e normanno occhio
-Ma come, parbleau, e prendetevi un parapluie! Mavviparemai che avete fatto tutta questa strada e ve ne andate senza vederla?
Dirò di più: senza nemmeno passarci davanti. Che Grace quando va in fissa è irremovibile. “Meripo’, lo faremo al ritorno, che i giardini di Monet con il monsone proprio no, jàmm”.

L’irremovibile Grace, manco a dirlo, aveva ragione. Perché riallocato il Navicoso sulla via del ritorno verso Paris, quindici giorni dopo, e dopo aver perimetrato Bretagna e Normandia in lungo e in largo, arisbucavamo a Giverny in una splendida giornata di gialli e di azzurri. Che nemmeno se ce li avesse dipinti il padrone di casa, sarebbero stati così.

Tutto questo pippone per dirvi Andate. Fatevi questo regalo se ancora non ve lo siete fatto e fatevi questo viaggetto sui posti veri che crearono quei capolavori dipinti di Claude Monet. E se non tutti andate almeno alla fermata finale, a Giverny, dove creò un Paradiso prima in un giardino e poi sulle tele, lì dove ormai praticamente cieco dolentemente confessò: “Questi riflessi sono diventati un’ossessione. E’ una cosa che va al di là delle mie forze di vecchio, e tuttavia voglio riuscire in quello che sento”.

E, neanche a dirlo, ci riuscì. Claude Monet, morto il 5 dicembre di 92 anni fa, lì, fra l’aria e la luce che non vedeva più ma che aveva raccolto per tutta la vita, imprigionandole nelle sue tele.

Giardini di Giverny, foto Meri Pop

Un giorno, tre autunni

giovedì, novembre 15th, 2018

Era iniziata come spesso iniziano le storie d’amore: su un binario. Perché alla fine è questo che accettiamo di fare quando Cupido si muove: muoverci anche noi, fare un pezzo di strada insieme. Lei saliva, lui scendeva. Anche in senso geografico. La Roma-Milano-Roma è trafficatissima anche per questo.

Naturalmente, perché sia davvero un grande amore, non basta il cuore: occorre prima di tutto un ostacolo. Oltre il quale pensare di gettare il cuore. E questo ostacolo, se ci innamoriamo a nacerta, prende spesso le sembianze di una vita precedente: l’amore statisticamente arriva mentre almeno uno dei due è occupato. Dunque iniziò quella fase di infinito e doloroso sganciamento del 50% precedente. Anni. Passarono anni di fronte ai quali però nessuno dei due indietreggiò. Nessuno si arrese anche quando le cose diventarono difficili. Fu quando diventarono evidentemente insormontabili che lui sparì. Così. Una mattina. Perché anche questo va detto: dopo anni di dibattiti su come ci si lascia financo io ho dovuto rivalutare in certi taluni casi la sparizione.

Perché cosa vuoi riuscire a dire, nell’ora dell’indicibile? Un bel tacer non fu mai scritto, figuriamoci telefonato.

A quella scomparsa lei sembrava essersi rassegnata. In linea di massima c’è sempre quel rifugio consolatorio secondo il quale “Due anime che si separano è una cosa triste, ma due anime che non si incontrano mai è una tragedia”. Bello comunque averlo avuto. Sissì. Come no. Però. Mh.

“Un giorno, tre autunni”, dice un proverbio cinese per indicare quando ti manca qualcuno così tanto, che un giorno pesa come fossero tre anni. Sennonché ora tre autunni sono pure effettivamente passati. E hai voglia a contare.

Comunque è successo che invece l”ho rivista io, a pranzo qualche giorno fa, qui a Roma, lei. Non l’ha mai nominato, avevamo altre urgenze, salvo alla fine dirmi, giusto mentre mi salutava:
-Eppure, Meripo’, sento che sto per rincontrarlo.
In questi casi si risponde con un consolatorio:
-Ah sì?
che nasconde un pragmatico
Maffiguriamoci.

Sennonché ieri lei era nuovamente sul solito binario: si incammina verso la carrozza, un’occhiata al posto assegnato, una al trolley. Ma ecco che sul trambusto casinista della salita-discesa a un certo punto senza motivo alcuno lei si volta. E da lontano lo vede. Stesso binario, in fondo. Un giorno, tre autunni. Tre autunni, un attimo.

Vedi, quando meno te lo aspetti la vita ti viene incontro. E tu puoi cambiare il corso delle cose. Puoi cambiare aspettando pochi attimi: aspettare che il suo sguardo arrivi al tuo incrocio. E darti-darsi un’altra chance.

Ed è lì che lei, invece, spiazza il destino. E sale. Senza voltarsi più.

Yad Vashem, la Cappella Sistina della memoria

giovedì, novembre 8th, 2018

E’ la sera del 9 novembre e sono passate da poco le 22 quando un discorso di Joseph Goebbels dà il via alla più violenta ondata di saccheggi, devastazioni e distruzioni contro gli ebrei. E’ il 1938. E’ la notte dei cristalli. Quella in cui migliaia di vetrine di negozi ebraici furono infrante a colpi di bastoni, circa 1.400 sinagoghe e case di preghiera ebraiche incendiate o vandalizzate e trentamila ebrei tirati giù dai letti nel cuore della notte, mentre altri buttavano dalle finestre i loro mobili, per poi trasferirli nei campi di Dachau e Buchenwald. “Una catastrofe prima della catastrofe” la chiamò lo storico Dan Diner.

Lo scempio finì trasformando le piazze delle città in enormi bracieri nei quali furono dati alle fiamme Bibbie, libri di preghiera e migliaia di volumi non graditi ai nazisti. La profezia di Heinrich Heine andava incontro alla sua tragica realizzazione: “Ricordatevi che prima si bruciano i libri e poi si bruciano gli uomini”.

Il resto, purtroppo, lo conosciamo. Ma per quanto lo si possa leggere, ritrovare nelle foto, rintracciare nelle cronache e nei documenti, è niente rispetto al pugno allo stomaco che ti prende quando entri lì. Che di questo viaggio in Israele una sola cosa avevo chiesto ai miei cinque compagni di viaggio: andare insieme allo Yad Vashem di Gerusalemme. Che da sola non ce l’avrei fatta mai. Che sì, il muro del pianto. Ma certi conti in sospeso restano soprattutto su quello della memoria.

E quindi, mentre un tramonto rosso fuoco incendiava il cielo di Gerusalemme, siamo entrati nel grigio perenne freddo di quel Tempio.

Ora chiudete gli occhi ed entrate in un mondo senza odori, senza rumori, neanche quello dei propri passi. Sospesi in un lungo tunnel di cemento grigio, altissimo eppure così opprimente. Sospesi come il fiato che vi manca e come quel vagone di treno che troneggia in una delle sale. Sospesi e attoniti. Con l’orologio della storia e il cuore fermi anche se i piedi vanno avanti in quello slalom infinito tra documenti, flebili voci di superstiti, foto che riportano in vita per l’ultima volta chi non tornerà più da quei campi, da quei treni.

La memoria. Che dolore è perderla e che altro dolore è conservarla. E farlo insieme, con persone che mi sono così care accanto, è stata la salvezza ma a un certo punto è diventato troppo ugualmente. E il passo ha iniziato ad accelerare. Perché c’è un limite anche alla capacità di trattenere il dolore. E si ha voglia di scapparne via.

Yad Vashem, la Cappella Sistina della memoria.

Yad Vashem, che significa monumento e nome. Che senza nome niente e nessuno esiste.

Yad Vashem per ricordare i sei milioni di morti e i Giusti che cercarono di salvarne qualcuno.
Che da soli non ci si salva mai. Come anche questo viaggio mi ha insegnato.
E chi salva una vita salva il mondo intero. Se solo lo ricordassimo ancora.

Andarci oggi, ottant’anni dopo, avrebbe dovuto rafforzarmi nel sentimento di Mai più. E invece mai come questa volta ho avuto la netta sensazione che lo stiamo già dimenticando. Perché la memoria ha un solo difetto: se non si tramanda, può scomparire in un attimo.

Vivere nell’ombra

giovedì, ottobre 18th, 2018

The Wife. Basterebbero queste due parole. Neanche il conforto del nome. L’innominata, “la moglie”. Poi c’è il sottotitolo italiano “Vivere nell’ombra”. Dimenticate la malvagità di Crudelia De Mon (che pure mammamia) e la sensualità letale di Attrazione fatale (quando fece “passare un brutto quarto d’ora a Michael Douglas”) dimenticate quella Glenn Close e innamoratevi di questa. Di una donna talentuosa che, per vedere le sue opere riconosciute, decide di farsi uomo e più propriamente suo marito.

Il film si apre con la telefonata dell’Accademia di Svezia al marito, designato come vincitore del premio Nobel per la letteratura. Ma avrete già capito che la vera destinataria sta da un’altra parte: nell’ombra.

E’ così: siamo tornate indietro anche rispetto a Virginia Woolf e no, se una donna vuole scrivere, non basta più neanche “avere soldi e una stanza tutta per sé”. No, ci vuole il nome di un uomo. Il suo uomo: lei lo ama, lui la ama, io sono te e tu sei me siamo noi. Già, è così -in questo annullamento- che nascono tutti i casini di un matrimonio. Soprattutto quello di questi due. Quello di chi, giorno per giorno, si costruisce da solo questa prigione dorata, questa autoreclusione all’angolo, questa paura di vivere e rischiare in prima persona nascondendosi dietro la sagoma de “la mia metà” che, invece, alla resa dei conti, ci sta portando via da noi stessi. Eppure è difficile e quasi impossibile liberarsene. E ci si rintana dentro, giorno per giorno. Fino a scomparire.

Siccome la convocazione per vederlo arrivava da Grace l’ho dovuto ovviamente vedere in lingua originale al Nuovo Olimpia: e ve lo consiglio caldamente, anche se dovrete sguerciarvi come  me per seguire i sottotitoli. Merita anche solo per la prova di Glenn Close.

E dunque il Nobel no ma, per favore, datele almeno l’Oscar.

Settantun anni, sei nomination all’Oscar. “È una vita che la gente mi scambia per Meryl Streep; mi domando perché i membri dell’Academy non prendano finalmente quest’abbaglio (occhiolino)”.
Prendetelo stavolta, quest’abbaglio.

It’s a kind of magic

lunedì, settembre 24th, 2018

-Ehi, Yancey, come sarà Kickstarter fra cinque anni??

-Mmhh. Più o meno come adesso. È il resto del mondo che, fra cinque anni, sarà molto più simile a Kickstarter.

Dunque, miei cari, lui -quello in mezzo con la camicia bianca- si chiama Jancey Strickler, è uno dei due fondatori di Kickstarter, il più grande sito web di finanziamento di idee creative: a oggi conta 150 mila campagne finanziate per un totale di 4 miliardi di dollari raccolti.

È su Kickstarter che sono nate le “Storie della buonanotte per bambine ribelli”.

E venerdì a Heroes meet in Maratea abbiamo raccontato la sua storia.

Tre quarti d’ora di monologo teatrale durante il quale ha riso, fatto foto e video.

Poi questa foto. Con:
Da sinistra la vostra quippresente autrice del testo
Tiziana Sensi
, la regista che ha trasformato in vita le parole di carta
Fabio Pappacena, l’attore che ci ha trasportati da Brooklyn al Giappone a Firenze a Milano ma sempre stando sullo stesso palco
Andrea Fusacchia che ha messo il tocco magico del sax
Andrea Dotti, coraggioso produttore e ideatore di Companies Talks

Insomma, pare gli sia piaciuta. E alla fine Yancey ci ha guardati come a dire
-Really? Ma overamente ho fatto questo?

Grazie, davvero, a tutti. Forse manco la Poppins sarebbe riuscita in una magìa così.

Come Parigi ci ha insegnato a vivere. E a guidare

martedì, settembre 11th, 2018

La generazione-Sabrina ci è cresciuta, a Parigi. E ha sempre pensato che fosse una buona idea. Tanto che ha continuato ad andarci nelle diverse stagioni atmosferiche e della vita. Ed è per questo che, ultimato il percorso del viaggio Bretagna-Normandia, Grace ha detto

“e poi tre giorni a Parigi. Che è sempre quella buona idea”.

Io a Parigi, stavolta, ci sono entrata guidando. Guidando una macchina (che mi sentivo Napoleone ma senza cavallo), dopo otto anni in cui non lo facevo più. L’ho fatto, come facciamo tutti i passi avanti della vita, per disperazione, che è arrivata sottoforma di blocco della schiena di Grace. E “La disperazione è la madre dell’originalità”. Per cui su un’autostrada in Bretagna a un certo punto ha messo la freccia, ha accostato, ha tolto le chiavi dal cruscotto e me le ha passate dicendo

-Ora non puoi più rimandare

E in quel preciso istante, veloggiuro, da quella playlist da paura che Grace ha sul cellulare, è partita la musica di Rocky Balboa. Questa:

Non sapevo se ridere o piangere per cui mi sono acconciata a fare tutte e due le cose insieme, sempre col sottofondo di panico, sia chiaro. E insomma strada francese, navigatore in inglese, Grace schiantata ma vigile, macchina mai vista prima, ho ingranato la D (del cambio automatico) e sono partita.

Embeh strada facendo non ho trovato un gancio in mezzo al cielo ma sì ho sentito la strada far battere il tuo cuore, per il panico più che altro, e sì a un certo punto ho financo visto più amore. Nel senso che mi è tornata in mente la frase di un mio saggio amico psicologo, una volta in cui gli chiesi

-Ma secondo te esiste una ricetta per far funzionare una relazione o siamo destinati a finire sempre fuori strada?

E lui mi rispose

-Sì esiste: non consegnare il volante in mano al bambino che ci portiamo dentro

Quel bambino, o bambina, spaventato, insicuro, disorientato, che cerca l’amore perfetto al quale si era abituato da piccolino, con la mamma sempre presente, sempre pronta lì a capire di cosa avesse bisogno senza doverglielo manco spiegare.

Non consegnare il volante in mano alla bambina. Che sembra facile e invece, diciamocelo, quante volte le nostre decisioni amorose le prende lei al posto nostro. Quella pupa un po’ smarrita e bisognosa di tutto che mattiparemai che ti devo spiegare cosa voglio, chenonlocapiscidasolo? E tiparemai che non mi dai tu tutto quellochevvoglioio?

E insomma vediunpocotu se una deve andare fino alla Bretagna e alla Normandia per sbarcare su un pochetto di consapevolezza.  Che poi, però, forse scoprirlo viaggiando è proprio il momento migliore. Viaggiare. Cioè questo continuo esercizio: cercare, trovare, godere, ripartire, lasciar andare. Che se ci pensate è lo stesso ciclo vitale dell’amore.

La generazione-Sabrina non ha ancora imparato a rompere le uova con una sola mano ma ci prova.

Ma la generazione-Sabrina si è stampata dentro che “È notte ed è molto tardi, qualcuno qui attorno sta suonando La vie en rose. È la maniera francese per dire: “Sto guardando il mondo con degli occhiali colorati di rosa” ed è esattamente quello che provo io adesso. Ho imparato tante cose qui, e non soltanto come si fa il canard à l’orange o la crème à la vichy, ma una ricetta molto più importante: ho imparato a vivere. Ho imparato ad essere qualcosa di questo mondo che ci circonda, senza stare lì in disparte a guardare. Stai pur certo che ormai non la fuggirò più la vita… e neanche l’amore”.

Sabrina amore

E dunque la generazione-Sabrina a Parigi ha imparato a vivere, a guidare. E certune anche a ri-guidare. E intende continuare a farlo.

Bruno Neri, calciatore partigiano: a testa alta e braccia lungo i fianchi

martedì, luglio 31st, 2018

“Quando si riceve la palla bisogna sempre avere già deciso come giocarla. Perché nel calcio la palla si gioca quando non la si ha”. E’ così che Bruno Neri intende il calcio e la vita. Un gioco di testa. Sempre.

Bruno Neri nato a Faenza nel 1910, una vita da mediano. A 14 anni è già in panchina nella squadra della sua città, studia e si allena, studia e si allena. A 16 anni è titolare, sempre a Faenza. Studia, legge e si allena, studia, legge e si allena. Legge Montale, studia Campana, legge Pavese e recita, dipinge, approfondisce, pensa, frequenta musei e pinacoteche, è di casa al Bar delle Giubbe Rosse di Firenze, dove siede ai tavoli con Montale, Landolfi, Carlo Bo e Delfini.

Nell’estate del 1929 a 19 anni Bruno Neri viene acquistato dalla Fiorentina per la spropositata somma di 10 mila lire. Presidente del club Viola è il marchese Ridolfi, fascista e squadrista della prima ora, Mussolini lo considera un buon gerarca: vuole una squadra competitiva e vincente, vuole passare nella serie A. La Fiorentina si aggiudica un buon quarto posto e la sua stella è Neri, lodato ovunque.

Il 13 settembre del 1931 la Fiorentina gioca allo Stadio Giovanni Berta la gara inaugurale del nuovo impianto, costruito apposta per il Duce dall’architetto Pier Luigi Nervi e progettato, appunto, a forma di “D”: si chiama Giovanni Berta proprio in onore dello squadrista fiorentino (successivamente diventerà“Stadio Comunale” e poi“Artemio Franchi”).

In quel pomeriggio lo stadio Berta è dunque un enorme, entusiastico contenitore non solo di sostenitori calcistici ma soprattutto della sbornia fascista. Manca solo Benito, che pure era atteso. Ed è in quel pomeriggio che Neri decide che sì, come sempre, lascerà il suo segno di fuoriclasse in partita.

Le squadre arrivano, entrano in campo e si schierano. Quando l’arbitro fischia, i giocatori della Fiorentina sollevano il braccio destro come omaggio ai rappresentanti del regime. Ed è allora, appena gli altri tendono il braccio, che lui decide di rimanere con le mani sui fianchi. Così:

Passa un po’ di tempo. Al momento dell’entrata in guerra Neri allena il Faenza ma è già, segretamente, il “calciatore partigiano”. Conosce Giovanni Gronchi e don Luigi Sturzo e, grazie a queste nuove amicizie, dopo l’armistizio di Cassibile del 1943 Neri deve nuovamente scegliere, come quel giorno in campo. E sceglierà la parte più difficile. Ma giusta: sui monti. A fare la Resistenza.

Il 10 luglio 1944 è con il compagno partigiano “Nico”, Vittorio Bellenghi, a Gamogna. nella Romagna toscana, vicino a Marradi. Chissà quando li sente arrivare, chissà cosa pensa, se ha il tempo di pensare, mentre partono le raffiche naziste.
“Quando si riceve la palla bisogna sempre avere già deciso come giocarla. Perché nel calcio la palla si gioca quando non la si ha”.

E’ così che muore il comandante Neri. Ma non il suo gesto.
Non il suo coraggio.
E se questa estate andate a Gamogna portategli un fiore.

Leonà, non ci resta che piangere overamente

mercoledì, luglio 18th, 2018

Avendo lungamente sbomballato anche io a lei i cabasisi sulla questione “certo però guarda come i francesi hanno costruito la propria fortuna sugli artisti italiani” e nella fattispecie osservando la fila chilometrica che serve per entrare nell’ultima dimora di Leonardo Da Vinci nel Castello di Clos Lucè -Valle della Loira-, lei aveva in un primo momento effettivamente assecondato la rivendicazione patriottica mia con l’esclamazione

-Uànema, Meripo’, laggènt

vieppiù rafforzata dal fatto che, dopo un percorso di visite a L’ultimo studio di Leonardo


Il Parco di Leonardo percorso paesaggistico sulle sue orme con venti macchine a grandezza naturale azionabili e quaranta teli trasparenti rappresentanti dettagli di suoi dipinti
il Giardino di Leonardo, con i suoi disegni botanici, studi geologici e idrodinamici e paesaggi: il ponte a due piani da lui progettato
gli attrezzi di Leonardo,
la seggiola di Leonardo
la cucina di Leonardo
eravamo infine sbucate dentro al gift shop finale a base di: Birra Leonardo da Vinci, Cereali Leonardo da Vinci, Carta igienica e salvietta netta deretano (vero, eccola) Leonardo da Vinci.

Che certamente l’idea di ingannare le attese al bagno in compagnia dell’Uomo Vitruviano invece che della Settimana Enigmistica, ha un ineguagliabile fascino snob.

Senonché mentre di fronte a tanta perizia di marketing ripartiva il frustrante riflesso condizionato del

Ridateci la Gioconda

lì apprendevamo che Leonardo arrivò in Francia nell’autunno del 1516 accogliendo l’invito di Francesco I, re di Francia, a risiedere presso di lui. E perché lo fa? Perché ha 64 anni, è indebolito dall’età e ha una paralisi alla mano destra e a Roma è morto a marzo il suo grande protettore Giuliano de’ Medici. Quindi non sa bene come sbarcare il lunario, in Italia. E se ne va.

Valica le Alpi con i due discepoli Francesco Melzi e Battista de Villanis e con un seguito di bauli e borse piene di manoscritti, appunti, quaderni e tre tele: la Monna Lisa, il San Giovanni Battista e la Sant’Anna.

Francesco I è un amante dell’arte italiana e suo grandissimo estimatore. E onorerà la presenza del genio italiano, il più grande di tutti i tempi, dandogli alloggio nel castello di Clos-Lucé, e fregiandolo del titolo di “premier peintre, architecte, et mecanicien du roi” ma soprattutto gli darà un vitalizio di 5000 scudi.

Gli ultimi anni che Leonardo trascorrerà in Francia saranno i più sereni della sua vita. Nonostante debolezza e paralisi riuscirà a portare avanti le sue ricerche e i suoi studi aiutato dagli allievi e dedicandosi alle sue prime passioni ossia scienza e fisica.

Leonardo è stato il primo cervello in fuga. Facciamocene una ragione.

E la Gioconda non ce l’ha rubata purtroppo nessuno, tantomeno Napoleone: anche questa, come tante, è una bufala. La Gioconda è legittima proprietà della Francia perché Leonardo la vendette a Francesco I nel 1518 per riuscire a campare.

E dunque il mesto ritorno alla realtà, lì in mezzo ai castelli della Loira, trovava la finale sintesi nella chiosa di Grace:

-Meripo’, la verità è che questi sono riusciti a vendere Leonardo pure sulla carta del cesso. E noi non siamo riusciti nemmeno a trattenerlo in Italia.

La casa del mago

mercoledì, giugno 27th, 2018

Sostiene Butler Yeats che “Il mondo è pieno di cose magiche, pazientemente in attesa che i nostri sensi si acuiscano”. La pazienza della Basilicata nei confronti dei miei sensi si è allungata fino a che, due anni fa, arrivò ad opera di Lorenza il trascinamento a Matera. Ora il trascinamento è avvenuto ad opera di Patrizia, Scassaminx per gli amici. E capite che il potere di convincimento di una che si chiama così è indiscutibile.

La parola-chiave, stavolta, non è stata però né viaggetto, né peperone crusco e nemmeno “A Meripo’ se non vieni te meno”. No, stavolta la parola-chiave è stata “La casa del mago”.

Si può dire di No a una che ti dice

-Meripo’ ci vieni con me alla Casa del Mago di Castelmezzano?

Il punto è che in ciascuno di noi, a qualsiasi età, sonnecchia un pupo che aspetta di essere stupito. Ma l’altro punto è che spesso l’incantesimo dimora nei posti più impensati. E, onestamente, mai avrei associato l’idea di magìa con il nome di Castelmezzano. Che, detto tra noi, non sapevo neanche dove fosse. Senonché è in Basilicata. E senonché per arrivarci bisogna faticare un po’. Perché il treno vi farà sbarcare a Potenza. E lì noi abbiamo trovato perlappunto il santuomo, Pierfrancesco, che ci aspettava con un coso mobile comodissimo con il quale ci ha scarrozzate fino a Castelmezzano e senonché La casa del mago è la sua. Ora.

Perché in realtà prima era di un mago veramente, molto conosciuto in Basilicata,  Giuseppe Calvello, detto  il Ferramosca. Un guaritore dai metodi non proprio ortodossi, uno che preferiva guarire le femmine anziché i masculi e insomma signorimiei un bel filibustiere. Al cui fascino e alla cui notorietà si sottrassero in pochi e alla cui porta un giorno bussò financo Ernesto De Martino, sissignori l’etnologo, che lo fece finire ampiamente citato -insieme alla sua Casa- nel celeberrimo saggio  “Sud e magia”, che giustamente troneggia nell’ingresso della casa.

Senonché Pierfrancesco ci ha raccontato che la Casa è molto più antica e risale ai tempi in cui erano ancora visibili le mura del castello dell’antico Castro Mediano, attorno all’anno Mille. E fu a quei tempi che nerborute braccia scavarono a mano il cuore della casa: ed ecco le tre nicchie in roccia che ora compongono le camere da letto e la cucina ma anche le scale che dal portone di pietra portano su.

E sarà la suggestione, sarà l’aria (15 gradi a giugno, regolatevi) saranno i peperoni cruschi con la birretta che avevano preceduto l’impatto, appena sono entrata ho sentito che le nerborute braccia che avevano scavato erano in qualche modo rimaste ad accogliere gli ospiti dei secoli dei secoli.

La Casa del Mago è stata abitata anche  dalla mamma, di Pierfrancesco, Teri Volini, ospite della zia Marietta durante le vacanze estive. Ed è proprio lì che, neanche a dirlo, una strega buona le ha fatto l’incantesimo artistico: e Teri prima ha iniziato con la serie pittorica de “La Montagna Stregata” ma a un certo punto si è messa in testa di cucire il cielo.

Sissignori, questa donna nel 1999 ha realizzato una grande “tessitura” tra le Piccole Dolomiti: una gigantesca Ragnatela in filo rosso, a rappresentare il senso di unione tra tutti gli esseri e la natura e il rispetto che le dobbiamo.

Teri Volini, La ragnatela

Un’installazione tra i picchi rocciosi, oltre 6000 metri quadrati. Nastro rosso, corda, chiodi e materiale da alpinismo.

Ed eccola, mentre tesseva il cielo come una Penelope volante.

Non è forse magìa anche questa? Teri ha tessuto il cielo come una Penelope volante. Ed è la prova di quanto avesse ragione anche il caro Goethe:

“La magia è credere, e credere in se stessi: se riusciamo a farlo, allora possiamo far accadere qualsiasi cosa”. Anche cucire il cielo.

Quasi tutto, a Castelmezzano, vi parlerà degli incantesimi. Li troverete in ogni pietra e soprattutto li ascolterete nel Percorso delle Sette Pietre. un antico sentiero contadino di 2 km, che collega Pietrapertosa e Castelmezzano (che a farli in macchina di chilometri sono 20. In volo uno e mezzo ma del volo riparleremo) e che sale e scende a mammamia, da 920 metri a Pietrapertosa fino a 660 metri nella valle attraversata dal torrente Caperrino e risale a 770 metri a Castelmezzano.L’impettata di turno prende ispirazione dai racconti tramandati oralmente di generazione in generazione e dall’immaginario collettivo su cui si fonda il testo Vito ballava con le streghe di Mimmo Sammartino. Mentre vi spantecate su e giù troverete sette punti per rifiatare, ciascuno con una pietra sulla quale è incisa una parola. E no eh, mica ve le dico, ve le dovete andare a leggere anche perché mentre starete lì a leggere sentirete alzarsi una musica e una voce, sì è l’altoparlante ma la prima volta là in mezzo al bosco con tutto quel silenzio ve piglia un colpo, santocielo. Comunque questo è l’Antro delle streghe

Antro delle streghe, Percorso delle Sette Pietre

E vorrete forse voi farvi sfuggire il ponte nepalese e l’accidentato percorso per arrivarvicivisi?

La buona notizia è che, alla fine dell’inghianata e del saliscendi sbucherete a Pietrapertosa, incantevole e incantata come Castelmezzano, dove arrancando per un’altra manciata di gradoni impettati arisbucherete alla pasticceria della signora Anna e lì potrete scofanarvi i mini bignè di pasta choux alla crema: io solo uno per via dell’LDL che non è una sostanza stupefacente ma il colesterolo cattivo. Ma chi può abbondi.

Qualcuno volò sul nido della cicogna nera

martedì, giugno 26th, 2018

Partirei dalla fine. Cioè dalla cima. Partirei cioè da quella frazione di secondo nella quale -dopo due ore di impettata, un dislivello di 600 metri, i primi chilometri sotto una pioggia battente, 12 gradi di temperatura e 45 di inclinazione del terreno- ho detto il mio solito MOBBASTA. Mancavano poche centinaia di metri al tuppo (alla cima) e io avevo già esaurito tutto il fiato, la pazienza, le energie, il menisco anche quello di scorta e i chitemmuorti.

Però.

Però stavolta è successo qualcosa. E’ successo che mi son passati davanti in un attimo tutti i Mobbasta detti a cento metri dal traguardo. Il primo è stato nel Wadi Rum (tipo nel 2006), l’ultimo in Vietnam (tipo nel 2016).

Dieci anni di cime in vista ma mai raggiunte. Perché la cima è così: non è gratis e va bene. Inoltre ti sembra di aver già dato tutto, tutto. E invece quella, pur sapendo che ti sei spantecata e sfrantummata, proprio a un passo da lei ti chiede quella nticchia di più. E io di quel di più ho sempre pensato di averlo già esaurito.

E così stavolta il Mobbasta l’ho detto a Saby, che sarebbe la mia autosabotatrice professionale, anni e anni di successi nel campo. Dunque dopo due “Vi aspetto qui” mi sono veramente incazzata e le ho detto Adesso ti faccio vedere io. La cima. Ho mosso il fondo schiena e ho continuato ad aggrapparmi alla qualunque per arrivarci. E sì, quel momento, quel preciso momento in cui dal pietrame, dai rovi, dalle vertigini e dal caldo è spuntato quel picco, io non lo dimenticherò. E manco lei, la cima. Poveraccia.

Si chiama Lu tupp dell’uv, La cima dell’uovo. Fa parte delle piccole Dolomiti lucane e sta a Castelmezzano. Ci sono arrivata perché Patrizia mi ci ha invitata e sostenuta, Pierfrancesco mi ci ha condotta, Giuliana mi ci ha sorretta, io mi ci sono incaponita. Quattro ore. Quattro ore e seicento metri di dislivello è costato quel momento.

Panorama da Lu Tupp dell’uv

Ma.

Ma a un certo punto Pierfrancesco, che è praticamente StarTrek nel senso è il re del trekking, guida, naturalista e tutto il cucuzzaro, mentre attraversavamo nonmiricordopiù quale passaggio, passati dalla pioggia al fango al sole che incocciava, ha alzato lo sguardo al cielo e ha urlato

-MADò ECCOLA!

Sopra le nostre riverite teste volteggiava un coso nero che con la mia perizia ornitologica classificavo in “un aquilone (nel senso grande aquila) gigantesco”: era la cicogna nera. Una che non è proprio socievolissima e che anche lui che di impettate se ne è fatte, ha incontrato pochissimo in vita sua. E no, la foto non ce l’ho…

Giusto il tempo di darci l’illusione di averla con noi e puf, spariva dietro uno dei giganti di pietra.

Che così è sempre: tutte le cose magiche, per durare, devono sparire in fretta. O farsi vedere poco. E soprattutto deve esserci costato molto conquistarle.

P.S.
Una volta ridiscesi ci siamo accasciati sul tavolino di Spadino, un ristorante che quel piatto di cavatelli cacioricotta e peperoni cruschi ora lo segnalo all’Unesco.
Lì Rocco ci ha elencato i nomi in dialetto dei vari passaggi di quell’impettata tra i Giganti. E, già che siamo in tema di ristorante, siccome “Usare le parole per descrivere la magia è come usare un cacciavite per tagliare il roast-beef”
(Tom Robbins), le parole usiamole solo se necessarie e qui lo sono.
Il percorso quindi è:
Punta della difesa
L’aja trignita (lì dove ballavano le streghe)
L’arm pizzuta (arma per difendersi dai Saraceni)
Cannata marchesa (valico tra due rocce, e non voglio sapere altro)
Tupp dell’uv
E allora, questa sequenza le merita o no quattro ore del vostro tempo e dei vostri mobbasta?