Archive for the ‘Andare’ Category

Hasta siempre Comandante

lunedì, ottobre 9th, 2017

Dice Meripo’ ma perché in caso di SDA – Sindrome da Devastazione Amorosa- consigli sempre di partire?

Perché potrebbe capitarvi, come a me oggi, di poter ricordare i 50 anni dalla morte del Che con gli 8 dalla resurrezione mia. Cosa che, a farla dall’Esquilino sarebbe stata oggettivamente più impervia.

Andò più o meno così: esausta da giorni di straziacuoramenti derivanti dal mio stato di neoseparata, trovandomi in zona dicembre  e con ciò sentendo sul collo la fiatella del Santo Natale, sola come un gambo di sedano e prosciugata come na piantina sul balcone durante le vacanze estive, decidevo la mossa della disperazione:

-Basta, parto. Basta, parto con Avventure nel mondo

il che per me equivaleva a una sorta di estremo gesto, modalità Tosca da Castel Sant’Angelo. Occorreva trovare una destinazione in cui non sembrasse inverno, non sembrasse Natale e non si sembrasse tristi. Fu così che l’occhio cadde sulla pagina Cuba, il Che e la revoluciòn.

La notte prima della partenza non chiusi occhio. Perché va bene la revolucion del “Vabbè vado” ma poi una ragiona e si dice “Ma dove caspita vado? Sola, solissima. Una solissima signora di quasi mezza età dovrebbe andare al concerto di Capodanno a Vienna, non a Cuba, puerca miseria”.

Si rivelò comunque molto più alla portata la rivoluzione cubana che riuscire a trovare un biglietto per la marcia di Radetzky a Capodanno. Seguiva un’ondata di panico straordinario su tutta la fascia centrale della penisola, soprattutto in prossimità del quartiere Esquilino a Roma dove si stava allestendo uno zaino contenente vestiario estivo.

E dunque per me Cuba è stato quel posto in cui, a 48 ore dagli ultimi straziamenti, mi ritrovai in una fumeria di sigari con un Montecristo in una mano e un bicchiere di rhum nell’altra, avendo già prenotato una lezione di salsa con un cubanero locale.

cuba-4

Perché in quel viaggio, sì, Aprendimos a quererte/ desde la historica altura/ donde el sol de tu bravura/ le puso cerco a la muerte (che diosolosa quella historica altura quanto fosse impettata) ma soprattutto Aprendimos a darce pure una regolata.

E “Tu amor revolucionario/ te conduce a nueva empresa” e alla fine me condusse pure ammè.

In viaggio portai un taccuino di appunti sul quale ancora oggi è possibile ammirare una sola paginetta scritta, la prima. Dove ci si può fare un’idea della mia lungimiranza: “Partenza ore 10 Fiumicino. Zaino, no bagagli rigidi. Comunque se non mi trovo bene torno indietro subito. VUELVO QUANDO QUIERO. Torno a casa quando voglio”.

Dunque cosa altro dire di Cuba e del Che? Nulla, bellimiei. Ricordate solo una cosa: le peggiori sole si preannunciano con la frase “smetto quando voglio” e che quando si comincia una rivoluzione -e quando si parte se ne inizia sempre una- si sa da dove si inizia ma non si sa mai dove si finisce.

Meri Cuba

Marzabotto, il Sole oscurato della memoria

venerdì, settembre 29th, 2017

Iniziarono  il 29 settembre e finirono il 5 ottobre 1944. Ma continuarono per altre vie a a uccidere fino al 1966.
Lo fecero random, in 115 luoghi dell’Appennino bolognese e lo fecero soprattutto i reparti della XVI SS Panzergrenadier Division, la stessa della strage di Sant’Anna di Stazzema, capeggiati tra gli altri dall’ufficiale hitleriano Walter Reder.
Uccisero 770 persone, tra cui 216 bambini sotto i dodici anni. Volevano sterminare i gruppi partigiani. E presero di mira i civili; donne, bambini e anziani. Arrivarono come lupi. Setacciarono ogni casa, ogni fabbricato, ogni fienile massacrando chiunque si trovasse sul loro cammino.

E’ la strage di Monte Sole. Detta anche strage di Marzabotto.

Strage che continuò a uccidere anche quando era finita e fino al 1966: perché prima di andarsene Reder fece disseminare il territorio di mine che continuarono a esplodere negli anni uccidendo altre 55 persone.

Il boia di Marzabotto, il maggiore Reder, condannato all’ergastolo, è morto nel 1991. Da libero cittadino austriaco. Nel 1964 espresse rammarico e pentimento alle comunità di Monte Sole. Scarcerato nel 1985, nel 1986 rilasciò un’intervista a una rivista austriaca, in cui ritrattò ogni pentimento affermando di non dover giustificare le sue azioni passate.

Dopo aver riempito intere giornate di MaiPiù c’è che non a volte ma proprio oggi, invece, ritornano. Non sono più fantasmi: sono di nuovo nomi, bande e volti. Sono di nuovo persone.

Monte Sole stele

Tutto quello che vuoi

giovedì, settembre 21st, 2017

-Lei non ha mai scritto poesie?
-No, io non…
-Si scrivono quando non si sa dove mettere l’amore

Si chiama “Tutto quello che vuoi” è un film e ormai sta uscendo dalle sale, a Roma lo fanno solo al Madison e di sera però se ancora ce l’avete a portata di poltroncina andate. Regalatevi due ore di poesia. Che non serve a niente, non si vende, non tira, non prende like su facebook ma è il posto in cui va a finire l’amore che non si sa dove mettere. Come dice Giorgio, l’anziano e un po’ svampito poeta al giovane Alessandro, coatto romano che lo bada.

“Tutto quello che vuoi: e fu quello il saluto. Tutto quello che voglio alla fine l’ho avuto”. E’ uno dei versi che il poeta scrive sulle pareti della propria casa. Scrive sui muri, come Alda Merini. Ci scrive poesie per fermare la memoria che gli sta scappando via, perché Giorgio ha l’Alzheimer, scrive per parlare d’amore, ricordare il passato che la testa non riesce più a trattenere. Magari andateci proprio oggi, che è un’ennesima GiornataMondiale ed è quella dell’Alzheimer. Andateci per ritrovare l’amore che non sapevate dove mettere e quello guardate un po’ dove è andato a finire.

Tutto quello che vuoi

Giorgio è uno straordinario e commovente Giuliano Montaldo. Si ride, ci si commuove. Andateci per amare chivvipare. Perché, come dice Giorgio, “nella poesia si ama chi ti pare. Nella vita si ama solo chi ti sta accanto”. Andateci perché è bello. E “non ci si abitua mai alla bellezza”.

L is for the way you look at me – L è per il modo in cui mi guardi
O is for the only one I see – O è per l’unica che vedo
V is very, very extraordinary – V è veramente, veramente straordinaria
E is even more than anyone that you adore can – E è molto più di quanto possa chiunque tu adori

P.S.
Meripo’ perché ci metti questa? Perché lo capirete quando sarete in sala

Tutto quello che vuoi
di Francesco Bruni
con Giuliano Montaldo, Andrea Carpenzano

Le 10 cose da sapere prima di uscire con Uno-Più-Giovane. E le 10 che imparerai da lui

martedì, settembre 19th, 2017

E adesso dopo tutto sto pippone sulla menopausa veniamo al dunque: il primo appuntamento con quello più giovane. Non starò a dirvi che la terra di Svampìa è desiderabile ma possiamo affermare che è quantomeno sottovalutata. Arriverà dunque il giorno in cui la vita se ne fregherà del vostro girovita e vi farà qualche regalo. Uno di questi potrebbe essere lui, l’UPG, l’Uomo-Più-Giovane.

Cerchiamo di capirci: dopo Brigitte è tutto in discesa. Chi ha davvero nacerta rintraccerà il precedente di Paola Borboni (siete pischelle, ok riassumo io: Paola Borboni attrice e colonna del teatro italiano che a 72 anni sposò Bruno Villar, ex operaio nullatenente alla Bialetti, aspirante attore-scrittore-poeta-tutto, di anni 30. Lei, per capirci, è colei che litigò con Renato Rascel.
Lui le disse -Zitta tu che sei vecchia e brutta
Lei rispose -Sì, ma io sono stata giovane e bella. Mentre tu alto mai.
La più grande in tutti i sensi, cisiamointesi. Lì lo scandalo fu epocale. Dopo sei anni il matrimonio finì con la morte di uno dei coniugi. Che però fu lui. In un incidente stradale.

Paola Borboni-Bruno Villar, si diceva che però fu evento di pruderie ammantata di eccentricità. Brigitte no: Brigitte, al netto delle inevitabili anche legittime critiche, ha sdoganato la maggiore età nelle istituzioni e nel glamour mondiale.

Dunque se all’Eliseo siedono a un tavolo sdoganati per governare quei 24 anni di differenza voi agevolmente potete sedervici quantomeno per cenare.

Dice -Meripo’ ma allora io perché continuo a sentirmi fuori luogo le rare volte in cui accade?

Forse per un problema matematico darwiniano: abbiamo secolami di Donald-Melania alle spalle e solo pochi mesi di Emmanuel-Brigitte da far metabolizzare al Dna e ai vicini di tavolo. Sempre consapevoli del fatto che ad aiutarci verrà inogniccaso l’effetto Harry-Sally: di fronte a due che godono della vicinanza dei propri corpi e delle proprie teste chiunque tra i confinanti a un certo punto si dirà
-Anche io quello che ha preso la signora ancheseèpiùgiovane

Giusto per non lasciare troppe pippementali all’ultimora portiamoci avanti col lavoro e con un decalogo preparatorio antiansiogeno

1 Sì, è più giovane

2 No, non siete vecchie

3 Sì, ve lo meritate

4 No, non è persempre è per una sera. Per ora

5 Sì, il conto lo paga lui. Cambia l’età non l’educazione

6 No, non vi stanno guardando: vi stanno invidiando

7 Sì, parrucchiere e tinta sì. Bianco solo se sei Christine Lagarde. E non lo siete (ah lo siete? Christine, madò pure tuà su Supercalì)

8 No, i leggings no

9 Sì a volte la sfiga si prende una serata libera

10 No, non se la prende sempre. Quindi godetevi questa

E’ tutto.

-Meripo’ come tutto? Queste sono le 10 cose da sapere prima di uscire con uno più giovane. E le 10 che imparerai da lui??

Aò e qua mica posso fare tuttoio. Datevi una mossa e usciteci.

P.S.
Il conto lo paga lui pure se siete Christine Lagarde

Harry Sally ristorante

Del perché dove non jelafa manco il Prozac riesce il gloriagaynorismo

lunedì, settembre 18th, 2017

Nel tempo in cui l’unica priorità è fermare il tempo, la mia amica Paola, una figa che levàteve proprio, ha scelto di festeggiare il tempo che continua a passare. E a imprimere i propri segni anche sui passeggeri cioé noi. Dunque invitavami insieme ad altro schieramento variamente composto a un festone per i suoi 60 anni. Distribuiti su un fisico che, vi accennavo prima, manco con l’acqua di Lourdes figuriamoci con la Rocchetta.

Festa sul Tevere. Non dentro, sul. In una serata come solo Roma sa regalarti, nonostante certo sconcerto che ormai la circonda di giorno, si affluiva copiosi ivi trovandola in una forma più smagliante del solito e in compagnia dei figli, degli amici e dello stratificarsi degli affetti nel tempo, appunto. Perché anche questo va detto: insieme alle ineluttabili conseguenze della legge di gravità ci sono a compensazione anche quelle della legge di affettività.

Preceduta da cibarie e soprattutto da un Ribolla gialla ghiacciato a un certo punto, nella migliore tradizione, è arrivato anche Russel Crowe inteso come Al-mio-segnale-scatenate-l’inferno: “ragazzi ora si balla”, annunciava la sessant and the city. Sconcerto dell quippresente che tentava maldestri inguattamenti. Ma non si sa com’è c’è un momento in ogni festa nel quale anche i misantropi si scuotono. E’ il momento Gloria Gaynor. O momento In&Out, che la riscossa di Kevin Klein alla fine è quella di ciascuno di noi. Il momento in cui il freno inibitore se scassa e ci si alza da quella caspita di sedia.

Non so dirvi perché e prima o poi qualcuno dovrebbe dedicarsi invece a scoprirlo con un fondamentale studio dal titolo “Del perché dove non riesce manco il Prozac riesce da 36 anni il gloriagaynorismo”: di quante ne abbiamo viste rialzarsi già all’innesco della prima strofa e direttamente dimenarsi al termine, facendo diventare quell’

And so your back davvero il segnale russelcrowiano. Per non dire dell’

“It took all the strength I had not to fall apart” che si erge a vendicare finalmente i nostri ovunque sparsi broken heart. Di solito sparsi -va detto- nel tinello, nel quale magicamente ci dimeniamo al suon della rinascita.

Ed è giusto il caso di dirvi che quello che a tutti gli effetti è diventato l’Inno mondiale del Daje era stato scartato dai discografici della pora Gloria alla quale dissero
-Mh no, questo brano non funziona. Mettiamolo nel lato B del disco.

Ed è stato così che, guardando quel dimenarsi generale in pista, e meripoppianamente conoscendo i curriculum emotivi di molti,  mi è sembrato che fosse giunta l’ora per riabilitare tutti gli scartati  lati B della storia e irrimandabilmente segnalare Gloria Gaynor all’Unesco. E anche all’Unisco. Che come ci uniscono le sfighe d’amore prima e Gloria dopo, nessuno mai.

Flashdance

E auguri.

Riconoscersi

giovedì, settembre 7th, 2017

Anche Giulio, fotografo, un giorno decide di andare al Festival delle aquile in Mongolia. Tradizione millenaria, la caccia con le aquile, che i kazaki si portano nel Dna insieme a quelle guance rosse di freddo. Si usano aquile quasi sempre femmine perché pesano più dei maschi e sono più aggressive. “La stagione della caccia è l’inverno, quando la distesa di neve impedisce a volpi e lupi di nascondersi. Così, quando i primi fiocchi iniziano a cadere, i burkitshi lasciano le loro case e si dirigono a cavallo verso le montagne, tenendo sul braccio le loro aquile, che possono raggiungere fino agli otto chili” ha raccontato Palani Mohan, un fotografo australiano in un’intervista all’Abc.

Insomma anche Giulio si decide e va. Parte in gruppo con altri e arrivano prima sugli Altai e da lì a Sayat Tube, la collina del cacciatore.

I cacciatori sono lì nella piana, ciascuno col proprio guanto di feltro fino al gomito, unica difesa contro quegli artigli che possono trasformarsi in una micidiale arma. Le aquile della caccia possono arrivare a pesare circa 15 kg, alte fino a  70 cm e con un’apertura alare di oltre 2 m. Una montagna nella montagna. Il Festival inizia. Giulio imbraccia la sua, di arma, la macchina fotografica. E con lui tutti gli altri. Il freddo li attanaglia ma lo spettacolo ancora di più.

Festival aquile

Dopo qualche ora, concluso tutto, cacciatori e aquile se ne vanno e anche i nostri fotografi son lì a rifare borse e zaini.

Ed è allora, quando l’adrenalina è scesa e stai sognando solo di scendere pure tu per rientrare in una gher a scaldarti che Giulio si alza in piedi per andarsene e, in picchiata, la vede arrivargli addosso. E’ un attimo. La vita che ti scorre davanti, una botta indicibile sulla spalla che quasi ti butta a terra e quegli artigli addosso. Lei gli si piazza lì, sulla spalla. Ferma e immobile. Dopo avergli sbragato mezza giacca tecnica ma senza ferirlo. Io non so come abbia fatto a non restarci secco dalla paura prima e dall’emozione poi. E mi sa che non lo sa manco lui. Dopo qualche minuto così come era arrivata lei spicca di nuovo il volo e se ne va.

Neanche ve lo dico, che succede in quel gruppetto attonito sul cucuzzolo degli Altai. E Giulio lo sa: sa che è quel minuto quello che da oggi lo accompagnerà per tutta la vita. Non le ore dell’attesa sulla collina, non quelle foto splendide, non il viaggio: resterà solo quel minuto.

Si rimettono in cammino, per tornare in Italia. Dopo due giorni sono fermi in un altro villaggio, gher, montagne, le jeep. Sono lì a chiacchierare quando in cielo appare un’ombra. Un’ombra con un’apertura alare di due metri. Lo sapete, sì, chi è. Lei gli torna addosso. Sullo sbrago di sta povera giacca che, come Giulio, è ormai sopraffatta.

Questa storia a me l’ha raccontato l’accompagnatrice di Giulio che, a ripensarci ancora oggi dopo anni, se la sente di nuovo aprirle le ali sulla testa.

Riconoscere. Riconoscersi. Trovarsi. E sapersi ritrovare. A dispetto del tempo e dello spazio. Credo si chiami amore.

Aquila Mongolia

Dove osano le principesse delle aquile

mercoledì, agosto 30th, 2017

Lei si chiama Aisholpan Nurgaiv, ha 13 anni, è una nomade kazaka e vive in un nonsisaddove sperduto della Mongolia, in mezzo agli Altai, ai montoni e alle gher. Ma soprattutto alle aquile. Catturarle quando sono piccoli aquilotti e addestrarle alla caccia è una tradizione millenaria. Dei maschi. Ma lei non ci sta. E decide che anche lei, proprio lei, Aisholpan Nurgaiv di anni tredici, lo farà.

I “saggi” del villaggio si ribellano, tutto e tutti le sono contro. Ma suo padre, che evidentemente la conosce bene, non prova nemmeno a dissuaderla: la aiuta direttamente. Fino a portarla a partecipare al Festival delle aquile, l’appuntamento più importante dell’anno, dove si sfidano i migliori. Aisholpan supererà fatica, pregiudizi, ostacoli, il freddo e pure le correnti gravitazionali e sarà la prima addestratrice di aquile. La più brava.

Farà spiccare il volo alla sua aquila e lo farà spiccare un po’ anche a noi. Perché la sua capa tosta in Mongolia e il battito d’ali della sua aquila saranno come quello dell’effetto farfalla nella teoria del caos: piccole variazioni nelle condizioni iniziali producono grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema. Una singola azione può determinare imprevedibilmente il futuro: un semplice movimento di molecole d’aria generato dal battito d’ali della farfalla potrebbe causare una catena di movimenti di altre molecole fino a scatenare un uragano chissàddove.

Tanto è vero che quel battito è arrivato fino alle orecchie di Otto Bell, un documentarista inglese, che si è precipitato in Mongolia da Aisholpan e dalla sua storia ha tratto un documentario e un film, La principessa e l’aquila, che esce domani al cinema. La determinazione di Aisholpan Nurgaiv dalla Mongolia sta dunque per atterrare qui. Per farci spiccare il volo, ragazzemie. Che nonostante le apparenze la strada per l’autonomia e soprattutto quella del rispetto è ancora lunga, anche qui.

Eccola, Aisholpan Nurgaiv, al Toronto International Film Festival l’anno scorso:

Principessa Aisholpan Nurgaiv

Di Gordon Correll – Aisholpan Nurgaiv, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=56662590

Ed eccola con la sua aquila nel film:

Principessa aquile

Ecco anche la canzone-guida del film. Contenente un “You can do anything”. Che non è ancora vero. Ma fra qualche battito d’ali di farfalla e qualcuno di aquila magari, invece, sì.

Madame Trainaud

martedì, agosto 29th, 2017

Me la immagino, dopo tre figli, la dedizione di una vita alla scuola in cui è maestra e alla sua famiglia, alzarsi un giorno dal letto a 40 anni e dirsi
-Parbleau, quasi quasi stamani je me vais a fare ‘na corsetta

Da quel giorno Madame Trainaud non si è più fermata. Come Forrest Gump. Oggi, che di anni ne ha (omissis) ma insomma da sei mesi è stata pure promossa nonna, Madame Trainaud è diventata una maratoneta. Non ha lasciato nulla di ciò che faceva prima: ha solo aggiunto un paio di scarpe da running.

Madame Trainaud vive ad Aigre, mille abitanti, dipartimento della Charente, Regione di Poitou-Charentes. Esile, tosta, un fascio di piccoli muscoli tonici, dritta come un fuso, l’abbronzature delle corse e un po’ anche quella di Marsiglia dove per un mese ha preso servizio come nonna-sitter. Non un filo di trucco, né sul viso né sul cuore , Madame Trainaud ha lo sguardo fermo e azzurro di chi ha sempre una mèta davanti. Consapevole del fatto che gli ostacoli sono quelle cose spaventose che vedi quando distogli gli occhi dal traguardo e infatti lei non li distoglie peggnente. Neanche dall’interlocutore.

Non bastandole poi i 42,195 km, un giorno si è aridetta

-Parbleau, fatto 30 facciamo 31

Solo che lei ha fatto 100. Cento chilometri di corsa. Lo capite che starle dietro è impegnativo. In tutti i sensi. Lo sa bene Monsieur Trainaud che per quei 100 chilometri della prima volta (e per tutti quelli che stanno seguendo a quelli) ha avuto l’autorizzazione di “assisterla in caso di bisogno” seguendola in bicicletta.

Non ce n’è stato alcun bisogno, come avrete intuito, ma insomma c’è che oggi lui è in forma, agile e scattante, quanto lei. Poi dice che col matrimonio si mette su la panza. Un matrimonio che dura da almeno una trentacinquina d’anni: bella corsa impegnativa pure questa, effettivamente. E senza assistenza in caso di bisogno.

Dunque Madame Trainaud corre. Corre ogni mattina, senza farla troppo lunga, senza selfie su Instacoso, senza cuffiette Bang e Olufsen alle orecchie né materiali ipertecnici addosso: lei infila le scarpette e va. E’ arrivata fino a Roma. Alla Maratona, intendo. Che a Ciampino ce l’ha portata Ryanair. Ma sono certa che da qualche parte della sua mente si sia già affacciato il lampo tentatore del “Per quanto, effettivamente, Bordeaux-Roma saranno giusto quei 1.500 chilometri…”. Il punto è che Monsieur Trainaud dovrebbe farseli in bici, giusto questo potrebbe placarla.

Ad ogni modo, tra una Maratona e una Centochilometrona, Madame Trainaud non ha tralasciato nulla di ciò che curava prima ad Aigre. Compresi i suoi figlioli sparsi un po’ ovunque. Ed io sono arrivata da lei (in aereo) grazie all’invito di Aurélien, che è uno dei tre, sparso a Roma, e appena diventato professore alla Sapienza. E anche questo appuntiamocelo: che sì, sarà pure un mondo schifo ma in ogni caso è un mondo che ancora consente a un ragazzo intelligente di 30 anni di potersi fare un mazzo tanto partendo da Aigre milleabitanti per diventare professore universitario alla Sapienza.

Dicevo che sono arrivata da Madame nello Charente dopo l’invito di Aurelienne che sapendoci in viaggio in zona Cognac ha detto

-Parbleau MeriUnPeu (che sarebbe Meripo’ in francais), maman vuole invitarvi a cena, venitevù, venitevù

E infatti Grace ed io abbiamo detto Allons allons però poi Grace ha pure detto

-Meripo’ allons, però io poi devo guidare la voiture, non potrò bere manco un goccetto non dico di cognac ma manco di vinò Pinò

Ed è stato così che googlemappando il territorio e verificando che il più vicino albergo stava a 40 chilometri da lei, Madame Trainaud ci ha fatte restare a casa sua, lasciandoci proprio il suo lettòn nella sua cameròn. Inutile ogni tentativo di farla desistere, con i “Ma non ma non, peccarità, ci mancherebbe aussì”: Madame e Monsieur avevano già traslocato nell’altro stanzòn.

Lei ci ha accolte a braccia aperte nel pomeriggio, mentre sui vigneti a perdita d’occhio tutt’intorno e anche sui suoi alberi, piante di rose e galline, si spalancava un tramonto che lèvati. Era sulla tolda di comando in cucina, impegnata nella venti chilometri di torte (pere e cioccolata, crostata di susine, biscotti) e patè e marmellate e conserve e mostarde. Monsieur arrostiva in giardino. Nel senso le bisteccòn e le salsicciòn e la pancettòn (per i vegani magari al prossimo viaggio, che in Dordogne e Aquitania proprio no). Madamne ha allestito una cena per nove senza battere ciglio, allenamento di routine. Usufruendo del suo bagno (perdonnez moi la confidens) ci ho trovato un cesto di riviste: di jogging e appuntamenti di maratone nel mondo. Nel mio, al massimo, le parole crociate.

Lei non parla italiano io non spiccico francese ma dopo due giorni, quando ci ha riaccompagnate alla voiture, mentre ci salutavamo, io mi sono sentita rinascere in quell’abbraccio forte, discreto, muto. Accompagnato da una confezione di marmellata di fichi. Che però mi porteranno Aurélien e Albertò appena rientrano (aò sbrigateve).

Ed è stato allora che ci siamo guardati tutti e cinque e Ouì, senza manco dire una parola, abbiamo furtivamente tirato fuori le telefonen e, sì, abbiamo sdoganato un’immagine, questa, che riassume anche un po’ il senso di tutto il nostro viaggio di cui Madame era la semifinale: un viaggio nello spirito,  non solo perché eravamo a Cognac. Un viaggio fatto soprattutto di storie e di incontri. Che sono la vera essenza dei posti.

Perché è questo che di Madame Trainaud io mi son portata a casa: avere sempre una mèta davanti cercando la forza nelle gambe e nei polmoni per raggiungerla. In qualsiasi momento.

Allons, enfants di ogni età.

Madame Trainaud

Lo bailado nadie te lo quita

lunedì, luglio 31st, 2017

C’è un’isola nell’Oceano Atlantico che si chiama Fuerteventura.
C’è una casa incastonata su Fuerteventura che si chiama Matas Blancas.
C’è stato un tempo in cui andavo spesso a Fuerteventura e c’era una strada che mi portava a casa passando da Matas Blancas.
Da Matas Blancas si veniva irresistibilmente attratti, come Ulisse dalle sirene, con un’inspiegabile voglia di accostare, scendere e andarle incontro.
Matas Blancas è stata un tempo una vecchia e nobile casa coloniale, poi abbandonata a se stessa e all’Atlantico con il cartello “Se vende”.
Cigola, scricchiola, arrugginisce, si copre di rovi ma non perde l’incanto. A conferma del fatto che il fascino non sta nella perfezione ma nella personalità.

A Matas Blancas si entrava scavalcando recinti e divieti, poi le si girava intorno sorpresi da un silenzio spettrale interrotto solo dal rumore delle onde dell’Oceano e dal sibilare del vento. Ma Matas Blanca ha sempre avuto un prezzo di vendita folle, ingiustificabile. Tutti si chiedevano perché, mentre passavano gli anni, il prezzo non scendeva e per Matas Blancas non arrivavano offerte.
Non ne ho più saputo nulla e a Fuerteventura non sono più andata.
Ma da lei torno ogni tanto: chiudo gli occhi, accosto, scendo, mi avvicino.

E forse, dopo un po’ di anni, l’ho anche capita: il senso di Matas Blancas non è quello di essere comprata ma desiderata. E’ un luogo dell’anima, è il nostro “altrove” possibile.

Matas Blancas, finché non sarà di qualcuno, sarà di chiunque. Certamente sarà anche un po’ mia anche se non dovessi rivederla. Perché “Lo bailado nadie te lo quita”, quello che hai ballato non te lo toglie nessuno.

E in fondo viaggiare è proprio questo continuo esercizio: cercare, trovare, godere, ripartire, lasciar andare. Che se ci pensate è lo stesso ciclo vitale dell’amore.

Conclusione: chissà se, a desiderare senza voler possedere, si scopre anche la chiave della felicità. Facendo di ogni luogo e di ogni persona che incontriamo la nostra Matas Blancas.

 

Fuerte Pop

FuertevenPop

Il viaggio più lungo si chiama Addio

martedì, luglio 4th, 2017

Sai cosa è stato veramente quando finisce. Per come finisce. Ci si prepara sempre a iniziarli, gli amori. Mai a finirli. E infatti si vede. Di norma finiscono come fossero la sceneggiatura di un ubriaco. Peccato. Perché di una cosa che statisticamente sai per certo solo che è destinata a finire, dovresti prepararti e curarla, un’uscita di scena degna di ciò che è stato.

Loro due, per esempio. Marina e Ulay. Marina Abramovich e Uwe Laysiepen, detto Ulay. Due grandi artisti uniti anche dall’amore.

Ma la statistica non risparmia nemmeno l’arte, che pure è immortale. Nel 1988 capiscono che l’amore li sta lasciando. E cosa fanno? Vanno insieme in Cina. Poi partono dagli estremi opposti della Grande Muraglia cinese, lui dal deserto del Gobi e lei dal Mar Giallo, e iniziano una monumentale camminata di 90 giorni per 2.500 chilometri, per poi incontrarsi nel centro del percorso, abbracciarsi forte, dirsi addio e non vedersi mai più.

Perché, è vero, ci si incontra e ci si lascia sui (e per i) confini.

Marina Ulay Muraglia

Marina e Ulay, The Lovers

Passano gli anni. E’ il 2010. Lei aspetta nessuno seduta 700 ore su una sedia. Settecento ore a fissare gli sconosciuti che si avvicendano al suo cospetto. Milleeqquattrocento persone, circa. E’ il 2010, è il Moma di New York, ed è quella una delle performance artistiche più lunghe della storia, “The artist is present”.

Lei si sedeva la mattina e si alzava la sera. Di fronte le scorreva un fiume ininterrotto di persone. Lei accoglieva chiunque volesse sedersi, in silenzio, impassibile. Li accoglieva con gli occhi, prevalentemente. Finché a un certo punto a sorpresa lì davanti si siede lui, Ulay. Lui inizia a fissarla, non dice una parola. Lo guarda anche lei. Ma nel silenzio gli occhi di lei iniziano a parlare e a riempirsi di lacrime. Poi si protende sul tavolo verso di lui e gli prende le mani. E’ una scena struggente.

Marina Ulay sedia

Marina Abramovich e Ulay

Eccola:

Una cosa che il genio che l’ha pensata (romantici ma non cojoni, penso che creata fu) merita la gloria eterna e anche un amore, eterno, se ciò fosse considerata una ricompensa e non piuttosto una condanna.

Senonché mentre stavo lì a struggermi pure io per aver viaggiato tanto ma non essere riuscita a trasformare in viaggio manco un Addio, anche quando c’erano il viaggio e l’addio sostanzialmente in contemporanea, ecco che la realtà irrompe a spezzare una lancia pure in favore dell’apparente sfiga: perché, signore e signorimiei, c’è che Ulay poi ha portato in tribunale Marina.

Cioè dopo sto popò di struggimento di maroni sull’amore e l’addio d’amore e chiudiamola così senza rancor movvoi vi denunciate? E allora ditelo. Ditelo che qua non si può più contare su nulla. Non dico sull’amore mammanco sulla Grande Muraglia.

E tutto vi avremmo perdonato. Tutto. Tranne il fatto che dopo averci illusi per due volte che quella era l’ultima spettacolare volta che vi vedevate movvoi vi rivedrete. In Tribunale. Non si fa.