Archive for the ‘Andare’ Category

Con gli occhi di Newton non quello della mela

Thursday, May 2nd, 2013

Solo arrivata alla penultima sala mi sono ricordata la parola “moda”. Perché lui fotografo di moda sarebbe. Lui è Helmut Newton e appena l’avventore si avvicini alla cassa biglietti del Palazzo delle Esposizioni (dove lo troverete fino al 21 luglio ma io dico andateci subito) lo si avverte subito che, se avete minori al seguito, regolatevi che magari è roba forte.

Infatti lo è ma la mostra era piena di ragazzini che tutto mi sembravano tranne che turbati. Che a volte, all’adolescenziale crescita, può fare più male un comunicato del Moige che una foto di artistico nudo. Fatto sta che a me moda non è venuto in mente mai. Eros, thanatos, seduzione, arte e tutto il cucuzzaro invece si, mi sovvenne subito.

Ora però il motivo per il quale ve ne scrivo è che, arrivata alla sala non mi ricordo dove ci sono le foto relative all’Hotel Villa d’Este a un certo punto c’è la foto “Donna si sistema la calza” (non l’ho trovata googlando intanto a proposito di calze vi metto quest’altra):

Helmut Newton "Two pairs of legs in black"

Sullo sfondo della foto quell’altra ci sono delle torrette. E in un bel virgolettato sotto si racconta la seguente storia, che molti orizzonti aprirà alle utentesse e agli utentessi del quippresente blogghe.

“Il castello era di un nobiluomo la cui figlia si innamorò di un generale napoleonico. Per non farlo partire gli comprò un esercito privato di 400 uomini e sull’altura costruì delle torrette per fare in modo che potesse giocare alla guerra senza lasciarla sola”. Helmut Newton White women 1976.

Qualsiasi cosa stiate facendo per tenervi stretto un uomo sappiate dunque che avete precedenti che fanno di voi, in ogni caso, una dilettante.

Centovioline

Tuesday, April 30th, 2013

Ve lo ricordate il violoncellista multato nell’artistica piazza dal solerte roman pizzardoneper lo sforamento di cinque minuti della bachiana suite dalla capitolina ordinanza? Beh guardate un po’ che c’era ieri nella stessa piazza:

Cento. Là dove ne avevano azzittito uno se ne sono presentati cento. Cento violoncellisti. In prima fila lui, Fabio Cavaggion. Il multato. Ora è chiaro che le ordinanze si rispettano. E’ chiaro che se c’è un orario c’è un orario. E’ chiaro che se si inizia a suonare cinque minuti prima e dico cinque, sei fuorilegge anzi fuoriordinanza. Ora però è pure chiaro che a questo punto io mi aspetto e pretendo che lo stesso criterio da sceriffi venga applicato ovunque e a chiunque. E che dunque, nel giro di cinque minuti, io possa risvegliarmi in una città nella quale ogni cosa fili come fosse la costruzione di una suite di Bach: alla perfezione.

Ah e anche domani Fabio Cavaggion suonerà all’aperto. Sul palco del Primo maggio a San Giovanni. Vedi poi quando pensi di arginare un problema e ti si scatena un po’ più in La.

E ora musica maestro:

Richard nel Paese delle Meraviglie

Tuesday, April 23rd, 2013

Nel disastro generale, e dopo la speranza di poterci aggrappare ai capelli di Maria D’Antuono per la risalita, informo che volendo potremmo anche agganciarci a una teiera Ginori. Che l’unica notizia sulla quale vorrei concentrarmi stamattina è che, quand’anche fosse tutto perduto, la stoviglieria  e un pezzo della nostra storia -oltre a 230 posti di lavoro- pare siano salve: Gucci ha acquistato la Richard Ginori di Sesto Fiorentino salvando teiere, piatti e un pezzo dei nostri corredi di porcellana dal baratro di un ignominioso fallimento. Me l’ha scritto Grace stanotte. Che una volta io postai sul socialcoso la foto di un servizio di piatti del Museo di Sesto e la ricoprirono di mi piace più di Justin Bieber. Oasi di intenditori in un mare di altro. E tutti, appena sanno qualcosa di Richard non Burton, mi avvertono.

E’ che qualche mese fa, andando a trovare il Professor Pi, mi portò a visitare il Museo della Richard Ginori, già data per spacciata, a Sesto Fiorentino appunto. Mi ci portò con la stessa aura di rispetto e reverenza con la quale mi aveva già introdotta alle magnificenze di quello del Bargello e degli Uffizi. Perché probabilmente l’unità d’Italia l’hanno fatta non solo Garibaldi e Mike Bongiorno ma anche i servizi di piatti “buoni” della Ginori.

Certo è che io stamane proprio come Alice mi sono sentita: che questo un Paese delle Meraviglie è. Ma a volte preferiamo non saperlo. E mentre le case reali di tutto il mondo apparecchiano italiano noi nel frattempo siamo in fila da Ikea per accaparrarci il Fargrik e l’Overens. Che, ve lo dico, all’outlet di Sesto Fiorentino costano quasi uguale. Ma a Sesto c’è meno fila. Anzi, vi dico anche questo, le ultime due volte che ci sono andata non c’era nessuno.

Fatevi questo regalo: andateci. Per altro non mi stupirei affatto se incontraste il Cappellaio Matto e il Leprotto Bisestile. Perché prima o poi si si scoprirà che anche il servizio sulla tavola di festeggiamento del non compleanno di Alice arrivava da Sesto Fiorentino.

La primavera incalza

Saturday, April 13th, 2013

Giovedì sono stata a pranzo con la mia amica Grace. Al posto dove fanno le insalate, in una bella piazzetta romana. Era la prima giornata di luce. Nel senso primaverile. O comunque la prima che a me sembrasse così. Lei mi ha fatto i complimenti per i capelli (“Uh e che bella piega che tieni, Meripo’” “Beh l’ho lavati io” “Ah si? E allora stavolta ti son venuti bene”, e voi capite che dunque ciò gettava un’ombra di inquietudine a ritroso su tutte le autopieghe della collezione autunno-inverno). Poi mentre leggiadre ci godevamo quel sole mi ha fatto il bodyscanner e ha aggiunto:
-Meripo’ mo’ però ti dovresti togliere pure le calze coprenti 100 denari

Ed è stato da quel momento che, giuro, ho focalizzato che il peso che mi accompagnava da qualche giorno era, si, determinato da tutto il nostro italico, scoraggiante contorno. Ma stava anche lì: nelle calze 100 denari. Total black. E’ così che, congedatami da miss Calzedonia, mi tuffavo nel primo Oviesse su un 20 denari. A pois. E, magicamente, tutto ha iniziato a sembrare più lieve. Sembrare, eh.

Ve lo scrivo oggi, che a Roma è esplosa la primavera. E la prima cosa che ho fatto stamattina è stata ritirare il piumone dalla lavanderia e, quasi mi avesse letto nel fumetto, la signora ha detto: -Signò, me raccomanno, pure se dovesse venì na glaciazione sto coso da oggi lo deve inchiavardà (trad. chiudere a chiave ma proprio bene, antiscasso).

Poi sono tornata a casa e ho messo le calze a pois.

Ecco io mica lo so se gli uomini hanno questa fortuna. Quella di alleggerirsi l’animo al prezzo di 3, 70 euro.

I facilitatori

Tuesday, April 2nd, 2013

E dunque mentre Napi chiamava i saggi al Colle, il professor Pi chiamava la qui presente per gli as-saggi al toscano montarozzo. Dopo un rapido giro di consultazioni (che fai a Pasqua?) al binomio si aggregava la coraggiosa Shylock, mia contigua condominial amica discendente dal Granducato del Tortellino. L’insediamento degli assaggi si avvaleva del fondamentale apporto dei sabaudi contributi dei Savoiardi, intesi sia come i due coraggiosi amici discesi dal Piemonte che come materia prima di superbi tiramisù.

Insediatesi dunque le due commissioni, Lasagne al forno e Taglieri Toscani, ci si rinchiudeva per giorni tre in loco non raggiunto da televisori, radio e quant’altro e schermato da medievali mura da qualsivoglia passaggio di onde telefoniche. Il rabdomantaggio col telefonino usato tipo mouse volante in cerca di spiragli di tacche veniva abbandonato dopo evanescenti tentativi di connessioni.

Così, rinchiusi nella medieval fortezza con l’unico conforto del continuo lavorìo di mascelle, ganasce e sinapsi, ci si sollazzò variamente. Ogni tanto qualche camminatore portava notizie da questo o quel contado in cui si verificavano nomine di saggi affiancati ai seggi, insediamenti di commissionamenti, transumanze di varie umanità e financo l’avvento dei “facilitatori”.

Ora voi capite che un Paese in grado di partorire la figura del “facilitatore” o è alla frutta o all’olio di ricino o alla Citrosodina. O anche a tutti e tre a giorni alterni.

Lì, nel Granducato di Toscana, noi si guardò tutto con un distacco la cui facilitazione ci pervenne dallo stappaggio di svariate bottiglie di Chianti, Rosso di Montalcino e altre facilitazioni delle quali ricordo a malapena il disegno dell’etichetta.

Shylock, per capire il clima interno -che della bufera di quello esterno sapete-, aveva recato con sé il libro di Alicia Gimenez Bartlett “Exit“. Exit è una villa di campagna immersa nella natura (per l’appunto) contornata da un giardino lussureggiante, stanze e saloni arredati con gusto (ecchevvelodicoaffà che pure noi), quadri antichi, candelabri sul caminetto ove pervengono sei persone che non si conoscono tutte fra loro e condividono colazioni e banchetti, passeggiate, escursioni, chiacchiere e battibecchi. (eccoci eh) . Solo che loro sono lì per suicidarsi. Che Shylock in realtà la dovremmo chiamà Otelma, a sto punto.

Evitata la soluzione finale del finale, in tutti i sensi, decidevamo quindi di attenerci strettamente alle parti dei banchetti, colazioni ed escursioni (poche).

A malincuore, ieri, in contemporanea con le salite al Colle, noi si riprese invece la discesa dal toscan montarozzo. E si ritenne, non certo per mancanza di fiducia nei titolati saggi, che anche noi dovessimo schierare atti facilitatori. Il professor Pi, poco prima di scodellarci sul Frecciarossa, ci condusse dunque in un amarcord tour dedicato alla Shylock e ai suoi trascorsi di studente di architettura.

Giunti in quel capolavoro che è la Basilica della Santissima Annunziata nell’omonima piazza, accanto allo Spedale degli Innocenti, il professor Pi, dall’alto del suo agnosticismo militante, asseriva che c’era un unico modo per facilitare qualsivoglia iniziativa in questo Paese e ciò convintamente facemmo: “accendere un cero alla Madonna”.

Profumo di nonna

Thursday, March 28th, 2013

Nostalgia. Se dovessi riassumere che aria mi tira dalle parti della Pasqua io direi nostalgia. Nostalgia olfattiva. Chi è stato piccolo andando al paese dai nonni secondo me la riconosce dall’odore, questa nostalgia. I dolcetti di Pasqua, ovunque voi foste, vi resteranno nelle narici tutta la vita. Insieme, tipo, all’odore dei camini che si diffondeva nell’aria gelata (nel mio caso) in quel di San Pietro Avellana provincia di Isernia, mille metri sul livello di un mare che la maggioranza dei sampietresi non avrebbe visto mai. Insomma il giovedì Santo iniziavano i preparativi della partenza: macchine cariche non ho idea di cosa, come si dovesse emigrare senza ritorno, accurati preparativi di valigie attrezzate per spedizioni siberiane, improbabili regali ai nonni che inutilmente e orgogliosamente raccomandavano di “non portare nulla che qua c’è tutto”.

Si arrivava verso il tardo pomeriggio del gioveddìssanto pur partendo la mattina (non so come mai per percorrere 300 km. in macchina si prevedessero addirittura un paio di fermate di ristoro per strada). Va anche detto che essendo la destinazione il Molise, mai avvertito dell’avvenuta unificazione italiana e dunque mai incluso nelle connessioni ferroviarie (ve lo dico, ancora oggi lì si viaggia a un binario, a giorni alterni) e mai pienamente in quelle stradali e autostradali. Restando solo il cielo come via d’uscita (nel senso “che il ciel ci aiuti”) si confidava dunque “nella Divina Provvidenza” ancor più che nella Roma-Napoli e nella Statale6 direzione Venafro.

Che si fosse in dirittura d’arrivo ce lo diceva il cambio di odore che si poteva inalare abbassando un pezzetto di finestrino, apertura a bocca di lupo: col naso in fuori sniffante tipo Bracco da tartufo, si inziava a seguire la scia dei caminetti fumanti e di una strana commistione fra bracicolata e ciambellone.

E finalmente la festa iniziava il gioveddìssanto sera, dopo ore di transumanza, quando -opportunamente accolte dai nonni che accompagnavano l’avvenuto approdo con uno sbrigativo “Uè, guagliò”, che non erano tempi di vezzeggiativi o smancerie- ci si trascinava su per scale di pietra prima e legno poi con tutte le carabattole romane per approdare infine “nella stanza vostra” dove avremmo dormito tutti e 4 insieme (ciascuno nel letto suo, opportunamente riscaldato da una cosa chiamata “prete”, sorta di attrezzo di legno che teneva sollevate le coperte dentro al quale veniva posto un braciere.

Ecco, l’odore del braciere era il primo segnale della felicità. Seguito a ruota da quello che arrivava di nascosto dallo “stanzino”, un bugigattolo buio pieno di cianfrusaglie nel quale -in Quaresima- venivano nascosti e parcheggiati i dolci per la domenica di Pasqua: mostaccioli, ferratelle, peccellato.

A questo punto, guardando la qui presente foto, dovrebbe risultare abbastanza chiaro che a me le profezie di Gaia me fanno un baffo, provenendo direttamente non tanto dal cielo, come un’emula di Mary Poppins ombrellomunita dovrebbe, ma direttamente da Antarea, Cocoon.

Tre metri sopra il cielo

Tuesday, March 26th, 2013

E’ da due giorni che me ne sto come uno stoccafisso davanti all’ “Add New Post” qui su Supercali e lo richiudo dopo ore. In bianco. E anche oggi stava andando ancora in bianco quando è su Repubblicaonlain che ho trovato un altro modo di andare in bianco, l’unico che oggi  potesse rischiarare la giornata iniziata male e finita peggio: si chiama Eli Reimer ha 15 anni ed è il primo ragazzo down al mondo ad aver raggiunto il campo base dell’Everest. Eccolo qui:

Eccolo qui, dopo 19 giorni e 113 km di scalata per raggiungere l’altezza di 5.370 metri. In un primo momento non riuscivo a capire perché questa foto mi mettesse addosso una soddisfazione e un fiatone come se ci fossi salita pure io. Poi ho pensato che a volte le più grandi frustrazioni arrivano non tanto dal non raggiungere degli obiettivi quanto dal fatto di rimproverarci di non averne avuti di abbastanza grandi e ambiziosi. Se penso, per dire, a certi momenti-rimpianto della mia vita non mi vengono in mente grandi fallimenti ma, incredibilmente, piccoli sogni. Aver osato poco. Essermi accontentata per paura dell’eventuale delusione.

Mi torna in mente, per restare nel file “grandi imprese”, di quella volta che partii con il professor Pi e altri scalcagnati sognatori diciotto, per una follia chiamata viaggio che partendo dal Sud Africa ci avrebbe fatto sbucare alle Cascate Vittoria, dopo un mese, settemila chilometri sopra un camion e cinque Stati attravesarsati, fra i quali l’intero parco del Limpopo che sfido chiunque a dirmi “ah si, il famosissimo parco del Limpopo”. Insomma sbucammo su queste cascate Vittoria e dopo settemila chilometri io mi rifiutai di fare gli ultimi venti metri per affacciarmi dal costone. Soffro di vertigini e implorai la clemenza della Corte. Ma il tiranno Professor Pi non volle sentire ragioni, si piazzò sul costone scivolosissimo, investito da secchiate d’acqua da ogni dove, avvoltolato nella mantella impermeabile come Darth Vader e si mise lì ad aspettare i miei ultimi venti metri con una mano tesa. Quell’uomo ha una testa dura paragonabile solo alle rocce delle Victoria Falls e dunque sapevo che saremmo potuti restare lì per l’eternità: mi mossi. Malamente. Slittando. Arrancando. I venti metri in piano più ripidi della mia carriera viaggiante. Quella mano non arrivava mai. Finché… finchè mi ritrovai nonlosomancoiocome affacciata sul Paradiso. Questo:

E mi sentii come Eli Reimer. Tre metri sopra il cielo. E senza Moccia. Impagabile.

Ricordatelo, dunque: a volte, fra noi e l’impossibile, ci sono solo venti metri.

Parlare con gli occhi

Sunday, March 24th, 2013

“Ascoltai. Intanto, gli occhi di Pieri mi facevano vedere il racconto di quella strage, rivivere le medesime paure. Così decisi di fotografare le facce di quei pochi bambini che nel 1944 scamparono alla morte”. Sono le parole con le quali Oliviero Toscani racconta del giorno in cui decise di fare un libro fotografico sulla strage di Sant’Anna di Stazzema. Iniziò così,  il giorno in cui il sindaco di Stazzema, Gian Piero Lorenzoni, lo fece incontrare con Enrico Pieri, che il 12 agosto del 1944 aveva 10 anni e stava in cucina, quando i nazisti  iniziarono il massacro di tutta la sua famiglia. Enrico Pieri, scampato all’incendio della casa e nascosto per ore in un campo di fagioli. Sessant’anni dopo si potevano ancora trovare occhi che testimoniassero. E così iniziò a fotografarli insieme ai visi, alle rughe, alle ombre.

Oggi, dopo 69 anni, a Stazzema,  Napolitano e Gauck si sono finalmente incontrati davanti a quel sacrario.

Diceva Primo Levi che “le cose che si dimenticano possono ripetersi”.

Quanto alle cose per le quali va fatta giustizia, l’8 novembre 2007 la Corte di Cassazione italiana ha confermato gli ergastoli all’ufficiale Gerhard Sommer e ai sottufficiali nazisti Georg Rauch e Karl Gropler. Ma il 1 ottobre scorso la procura di Stoccarda ha archiviato l’inchiesta. Per “assenza di prove documentali”.

Due cuori e una caparra

Wednesday, March 13th, 2013

Il presente post è ad altissimo rischio femminismo vintage. Tutto ciò premesso mi corre l’obbligo di dire che un’elezione fa, cioè tipo tre settimane or sono, sono stata invitata alla Luiss ove ho tenuto una concione di fronte a un uditorio di studentesse (molte) e studentessi (inferiori, nel senso numerico) sul tema “Donne e leadership”. Escluso che potessi essere lì in quota leadership ritengo più plausibile che l’invito fosse stato fatto in quota donna (che pure là vabbé, ma diamolo per assodato). Al termine raccontai un aneddoto, tanto per smentire quanto affermato nei dieci minuti precedenti: e cioè che, dopo aver faticosamente conquistato non dico leadership ma almeno una soglia minima di riconoscimento in campo lavorativo, una volta imbattutami nella ricerca di una casa -nell’assoluta impossibilità di sfuggire ad alcuni raggiri e quiproquo- avevo risolto il problema seguendo il consiglio di un’amica:
-Meripo’ ti devi trovare un marito
-Cara, ma ci siamo appena lasciati
-Un marito immobiliare, intendo. Ti affitti uno che ti accompagni ai sopralluoghi di case delle agenzie immobiliari

Non è bello a dirsi ma poco dopo effettivamente trovai marito e casa. Augurai dunque alle studentesse che avevo davanti di poter quanto prima procedere al disimmobilizzo degli immobili da qualche pregiudizio di troppo (ma forse anche da qualche mia ingenuità e sustanziale incapacità alle trattative).

Una di loro mi si è rimaterializzata in questi giorni con una bellissima mail. No, non cerca casa. E neanche marito, credo. Si chiama Lucrezia. E ha scritto una cosa che vorrei raccomandarvi di leggere: si intitola “Mezza taglia in più: la fidanzata di” e inizia con questa citazione:

” Le donne devono fare qualunque cosa due volte meglio degli uomini, per essere giudicate brave la metà“. (Simone Weil)

Ho infine trovato particolarmente significativo che il tutto accadesse oggi, mentre ricordiamo Teresa Mattei,  la “ragazza di Montecitorio” che se n’è andata a 92 anni. Teresa alla quale dobbiamo molto. Ma è a due parole che dobbiamo la sua più bella invenzione: quelle con le quali l’8 marzo del 1947 prese la parola in Aula e chiese l’inserimento del “di fatto” nell’articolo 3 della Costituzione.

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di
religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Teresa Mattei. Espulsa da tutte le scuole del regno nel 1938 per aver rifiutato di assistere alle lezioni in difesa della razza. Teresa Mattei che, mentre i suoi colleghi legiferavano basandosi sul “fatto” che le donne fossero “incapaci di equo giudizio” (e solo dal 1963 son potute entrare in magistratura), argomentò insieme ad altre “la capacità delle donne di comprendere tutto quello che gli uomini non comprenderanno mai”.

(chiedo anticipatamente scusa agli uomini ma l’occasione mi è gradita per ringraziare Marco, il mio marito immobiliare. Che ho provveduto a lasciare insieme alla caparra per acquisirlo come insostituibile amico)

(foto kershisnikprints.com)

La porti un viaggione a Firenze

Tuesday, March 12th, 2013

Come i più assidui frequentatori di questo blogghe ormai sanno o risanno, nel mezzo del cammin di nostra sfiga mi ritrovai per una Cuba sola, che la diritta via era smarrita. Apposi un clic a “prenota viaggio” con un gruppo di sconosciuti capitanati da ancor più ignoto capogruppo poi rivelatosi essere l’attuale Professor Pi. Ciò accadeva tre anni e mezzo or sono.  Le principali scoperte del viaggio furono tre: il valore terapeutico del mojito e l’utilità delle palle. Di cioccolata. Non necessariamente in quest’ordine. (Quelle di cioccolata le fanno a Baracoa).

-Meripo’ queste sono due e la terza?
La terza è che a volte hai la soluzione sottomano ma devi spostarti qualche migliaio di chilometri e svariati trekking per trovarla. Dunque, per dirne una, gli sconosciuti sparsi per l’Italia sono entrati nel girone (per restare nell’aleggio dantesco) “amici”. E conseguentemente, ogni anno, troviamo il modo di ritemprarci in maratone enogastroalcoliche di prima grandezza.

La parte migliore del raduno di solito è la preparazione, che può durare da qualche settimana a intere stagioni. Ma, si sa, l’attesa aumenta il desiderio. E, come dice uno dei componenti, anche sto desiderio andrebbe indagato. In attesa che qualche emulo di Freud si dedichi allo studio del perché un viaggio possa creare dei legami così forti e duraturi (che l’amore dura tre anni ma a volte anche tre e un po’) mi è intanto gradito  rendere noto che stavolta, più che un raduno, è stato quasi un flashmob: convocazione urgente e chi c’è c’è.  A Firenze come fosse Teano. Due giorni. Ed eravamo praticamente tutti.

Chevvelodicoaffare che dopo vent’anni sono rientrata a visitare Santa Croce

e non ricordavo quanta sapienza e bellezza fossero racchiuse là dentro, roba che da sola basterebbe per tutta l’umanità e tutti i tempi. E poi il Museo del Bargello, ma ve lo racconto per bene un’altra volta. E poi ancora e soprattutto sperdersi per i vicoletti chiacchierando ora a coppie ora a trio e poi scambiarsi il posto con quello davanti, con l’amica dietro e tu come stai e che hai fatto nel frattempo e cosa hai visto e che ti aspetti dalla vita e cosa dal prossimo viaggio. E ognuno mette la sua tesserina del pezzetto di mondo che ha visto e tutti insieme a sentircelo raccontare sembra che lo abbiamo visto anche noi e che alla fine si esce che si è fatto il Giro del mondo in due giorni, quattro osterie e una ola al colesterolo.

Riassumendo direi questo: in linea di massima non c’è problema che non possa essere momentaneamente affogato in una ribollita o in un mojito. La maggior parte delle volte non sopravviverà al weekend. E ve ne potrete tornare più leggeri da dove siete partiti. Al netto di sti due chiletti da finocchiona, pici e -appunto- tiramisù.