Archive for the ‘Andare’ Category

Lo bailado nadie te lo quita

lunedì, luglio 31st, 2017

C’è un’isola nell’Oceano Atlantico che si chiama Fuerteventura.
C’è una casa incastonata su Fuerteventura che si chiama Matas Blancas.
C’è stato un tempo in cui andavo spesso a Fuerteventura e c’era una strada che mi portava a casa passando da Matas Blancas.
Da Matas Blancas si veniva irresistibilmente attratti, come Ulisse dalle sirene, con un’inspiegabile voglia di accostare, scendere e andarle incontro.
Matas Blancas è stata un tempo una vecchia e nobile casa coloniale, poi abbandonata a se stessa e all’Atlantico con il cartello “Se vende”.
Cigola, scricchiola, arrugginisce, si copre di rovi ma non perde l’incanto. A conferma del fatto che il fascino non sta nella perfezione ma nella personalità.

A Matas Blancas si entrava scavalcando recinti e divieti, poi le si girava intorno sorpresi da un silenzio spettrale interrotto solo dal rumore delle onde dell’Oceano e dal sibilare del vento. Ma Matas Blanca ha sempre avuto un prezzo di vendita folle, ingiustificabile. Tutti si chiedevano perché, mentre passavano gli anni, il prezzo non scendeva e per Matas Blancas non arrivavano offerte.
Non ne ho più saputo nulla e a Fuerteventura non sono più andata.
Ma da lei torno ogni tanto: chiudo gli occhi, accosto, scendo, mi avvicino.

E forse, dopo un po’ di anni, l’ho anche capita: il senso di Matas Blancas non è quello di essere comprata ma desiderata. E’ un luogo dell’anima, è il nostro “altrove” possibile.

Matas Blancas, finché non sarà di qualcuno, sarà di chiunque. Certamente sarà anche un po’ mia anche se non dovessi rivederla. Perché “Lo bailado nadie te lo quita”, quello che hai ballato non te lo toglie nessuno.

E in fondo viaggiare è proprio questo continuo esercizio: cercare, trovare, godere, ripartire, lasciar andare. Che se ci pensate è lo stesso ciclo vitale dell’amore.

Conclusione: chissà se, a desiderare senza voler possedere, si scopre anche la chiave della felicità. Facendo di ogni luogo e di ogni persona che incontriamo la nostra Matas Blancas.

 

Fuerte Pop

FuertevenPop

Il viaggio più lungo si chiama Addio

martedì, luglio 4th, 2017

Sai cosa è stato veramente quando finisce. Per come finisce. Ci si prepara sempre a iniziarli, gli amori. Mai a finirli. E infatti si vede. Di norma finiscono come fossero la sceneggiatura di un ubriaco. Peccato. Perché di una cosa che statisticamente sai per certo solo che è destinata a finire, dovresti prepararti e curarla, un’uscita di scena degna di ciò che è stato.

Loro due, per esempio. Marina e Ulay. Marina Abramovich e Uwe Laysiepen, detto Ulay. Due grandi artisti uniti anche dall’amore.

Ma la statistica non risparmia nemmeno l’arte, che pure è immortale. Nel 1988 capiscono che l’amore li sta lasciando. E cosa fanno? Vanno insieme in Cina. Poi partono dagli estremi opposti della Grande Muraglia cinese, lui dal deserto del Gobi e lei dal Mar Giallo, e iniziano una monumentale camminata di 90 giorni per 2.500 chilometri, per poi incontrarsi nel centro del percorso, abbracciarsi forte, dirsi addio e non vedersi mai più.

Perché, è vero, ci si incontra e ci si lascia sui (e per i) confini.

Marina Ulay Muraglia

Marina e Ulay, The Lovers

Passano gli anni. E’ il 2010. Lei aspetta nessuno seduta 700 ore su una sedia. Settecento ore a fissare gli sconosciuti che si avvicendano al suo cospetto. Milleeqquattrocento persone, circa. E’ il 2010, è il Moma di New York, ed è quella una delle performance artistiche più lunghe della storia, “The artist is present”.

Lei si sedeva la mattina e si alzava la sera. Di fronte le scorreva un fiume ininterrotto di persone. Lei accoglieva chiunque volesse sedersi, in silenzio, impassibile. Li accoglieva con gli occhi, prevalentemente. Finché a un certo punto a sorpresa lì davanti si siede lui, Ulay. Lui inizia a fissarla, non dice una parola. Lo guarda anche lei. Ma nel silenzio gli occhi di lei iniziano a parlare e a riempirsi di lacrime. Poi si protende sul tavolo verso di lui e gli prende le mani. E’ una scena struggente.

Marina Ulay sedia

Marina Abramovich e Ulay

Eccola:

Una cosa che il genio che l’ha pensata (romantici ma non cojoni, penso che creata fu) merita la gloria eterna e anche un amore, eterno, se ciò fosse considerata una ricompensa e non piuttosto una condanna.

Senonché mentre stavo lì a struggermi pure io per aver viaggiato tanto ma non essere riuscita a trasformare in viaggio manco un Addio, anche quando c’erano il viaggio e l’addio sostanzialmente in contemporanea, ecco che la realtà irrompe a spezzare una lancia pure in favore dell’apparente sfiga: perché, signore e signorimiei, c’è che Ulay poi ha portato in tribunale Marina.

Cioè dopo sto popò di struggimento di maroni sull’amore e l’addio d’amore e chiudiamola così senza rancor movvoi vi denunciate? E allora ditelo. Ditelo che qua non si può più contare su nulla. Non dico sull’amore mammanco sulla Grande Muraglia.

E tutto vi avremmo perdonato. Tutto. Tranne il fatto che dopo averci illusi per due volte che quella era l’ultima spettacolare volta che vi vedevate movvoi vi rivedrete. In Tribunale. Non si fa.

10 cose da portare per viaggiare da sole. Anche se restate dove siete

venerdì, giugno 16th, 2017

1 Non bisognerebbe mai sottovalutare la capacità degli uomini di sottovalutare le donne.
2 Uno degli effetti collaterali di rimanere vedova si un uomo con cui non si è sposati è che non si è vedova. Non si è niente.
3 A volte noi donne ci dimentichiamo le istruzioni per l’uso dell’intelligenza, dell’astuzia, della simpatia.
4 Forse è meglio mangiare le ostriche in due invece che da soli ma non mangiarle del tutto è ancora peggio.
5 Se la tristezza ti deve fare da commensale, tanto vale invitarla in un buon ristorante piuttosto che a una tavola calda.
6 La solitudine non è uno stato d’animo da cercare o da fuggire, è, banalmente, uno stato di famiglia.
7 Viaggiare da sole non significa affatto essere sole. Significa che vi dovete arrangiare a portare la valigia.
8 Le città sono come gli uomini, il modo migliore per sedurle è farle parlare di sé.
9 Non c’è dolore che non si sciolga nell’acqua calda di un bagno.
10 Imparate a farvi compagnia.
(da “Io viaggio da sola” di Maria Perosino. Che oggi sono tre anni che ha continuato a viaggiare da sola ma per sempre)

Maria Perosino taccuino

Del perché dove non riesce manco il Prozac riesce da 39 anni il gloriagaynorismo

giovedì, giugno 1st, 2017

E così ci siamo ritrovate tutte e quattro -insieme a qualche altro migliaio- nel catino del Centrale del Foro Italico di Roma, laddove internazionali fustacchioni prendono a racchettate una palla e invece ieri, dopo che nel frattempo la vita ha preso un po’ a pallettate noi, si stava lì sotto un cielo stellato ad aspettare di incontrare la Gloria, Gaynor, e anche qualche parte di noi rimasta impigliata nel passato.

I will survive, non so come dirvelo, ha 39 anni. Trentanove anni di ininterrotta carriera da colonna sonora ufficiale dei momenti di riscossa della vita. Che anche questo prima o poi andrebbe fatto: compulsare un “Del perché dove non riesce manco il Prozac riesce da 39 anni il gloriagaynorismo”: di quante ne abbiamo viste destarsi già all’approssimarsi dell’arpeggio e poi, all’innesco della prima strofa, direttamente rialzarsi.

E dunque ieri sera più che al centrale del tennis è come se fossimo tutti un po’ entrati nella Delorean del Doc di Ritorno al futuro, con qualche aggravio sull’anima e sulle maniglie dell’amore guadagnati negli ultimi 39 anni.

Lei si è fatta precedere da tal Gerardo Di Lella che francamente non so proprio chi sia ma che ci ha comunque scaldati finché, sotto un cielo stellato e una falce di luna, alla fine la vera luce è entrata con lei. Perché la notizia, signoremie e signorimieri, è che tutto passa ma lei invece NO. Gloria c’è. Più bella e calda di prima. E non è che sia tornata: non se ne è proprio mai andata.

Perché, abbassatesi le luci e pure la caciara, dal buio è esplosa solo la luce e la profondità di quell’

I am what I am.

E sì vorrei dirvi del fatto che ci si è alzati tutti in piedi essendo impossibile rimaner fermi.

E dirvi anche di quando subito dopo ha continuato a raccontare la storia della nostra vita per capitoli con Killing me softly. E lì, aggravati dalla vita e da qualche stronzo-a di troppo, ci si è sentiti abbracciati almeno da una cosa che non è cambiata mai e ci ha accolti sempre nel momento del casino: la voce. La sua.

E di quante e quanti, finalmente arrivando l’arpeggio pianofortista più famoso del globo, hanno squarciagolato l’Inno Nazionale che è I will survive e al termine, dimenandosi compatibilmente col fatto che si è comunque nel frattempo fatta nacerta, hanno fatto diventare quell’

And so your back il segnale russelcrowiano della riscossa. Per non dire dell’

“It took all the strength I had not to fall apart” che si erge a vendicare finalmente i nostri ovunque sparsi broken heart. Di solito sparsi -va detto- nel tinello, nel quale magicamente ci dimeniamo al suon della rinascita.

Ed è stato così che, guardando le mie contigue amiche e guardando pure il bilancio del cuorinfranto mio, mi è sembrato che fosse giunta l’ora per irrimandabilmente segnalare Gloria Gaynor all’Unesco. E anche all’Unisco. Che come ci uniscono le sfighe d’amore prima e Gloria dopo, nessuno mai.

Gloria Gaynor

Di draghi e delle rocce con cui i giganti giocarono a dadi

mercoledì, maggio 31st, 2017

Dice Ma a che serve viaggiare? Forse anche a sentire tanti posti del mondo come casa tua. E a riconoscerli ovunque.

Tipo qualche giorno fa sono stata a una mostra di pittura. E tra le opere, su tutt’altro tema, a un certo punto mi sbuca un quadro raffigurante la Baia di Ha Long. Che, con un nome così, manco ci avrei poggiato di sguincio lo sguardo. E invece, da lontano, l’ho riconosciuta e mi ci sono precipitata davanti. Ha Long Bay, chi era costei?

Vorrei dunque dirvi di quel momento in cui, provenendo dai dirupi e dalla fanga che solitamente ha accompagnato ogni esplorazione dell’ultimo settennio, dopo un percorso di infinito pulmino e infine aliscafo, una poi sbucava ai confini con la Cina laddove riusciva a proferire solo vocali: la baia di Ha Long che letteralmente significa “dove il drago scende in mare” e dove effettivamente duemila isolette calcaree sbucano come monoliti dal mare.

Viet salite

Dove il drago scende in mare (Foto Meri Pop)

Una specie di faraglioni di Capri a perdita d’occhio. “Qui -scrisse tal  Xuân Diệu– si trovano i lavori incompiuti della vita. Qui si trovano le rocce con cui i giganti giocarono lanciandole”.

Viet Ha Long bay

Ha Long bay (Foto Meri Pop)

La leggenda dice che “molti anni fa i vietnamiti stavano combattendo gli invasori cinesi; gli dei mandarono una famiglia di dragoni per aiutarli. Questi dragoni iniziarono a sputare gioielli che si trasformarono nelle isole ed isolotti che punteggiano la baia, unendoli poi per formare una muraglia contro gli invasori”.

Una cosa che, dopo averci navigato tutto il pomeriggio, di sera ti abbracciava così come nella foto qui sotto. Che ci arrivi e capisci perché tal Che Lan Vien scrisse:
“Ad Halong Bay i dragoni si sono nascosti, solo le pietre restano.
Alla luce della luna, le pietre meditano come gli uomini”

Viet Ha Long bay2

Ha Long night bay

Un posto in cui, finalmente, non solo ti viene da credere ai draghi ma financo agli unicorni. Una cosa che dal 1994 è Patrimonio dell’Umanità, che l’8 agosto 2008 diventava una delle Sette Meraviglie Naturali Mondiali e che dal 6 gennaio 2017 diventava anche la meraviglia nostra.

Perché il bello del viaggiare è questo: che un posto del cuore lo lasci quando te ne vai. Ma puoi tornarci e rifugiartici ogni volta che ne hai bisogno.

E adesso un Mark Knopfler

Della settimana della Pippa e dell’arte di pensare

venerdì, maggio 26th, 2017

Dico la verità, io avevo già accettato alla parola “Aperitivo”. Ma c’è che quella dopo era “filosofico”. E insomma tipo lo Spritz con l’Aperol e con Kant dicolaverità mi attizza. Poi c’è che Claudia io l’ho conosciuta tempo fa ed è una di quelle femminazze che tu le stai accanto e pure se sta zitta, e ci sta spesso, ti trasmette pensiero. Pensiero che merita. E così quando mi ha invitata con la sua amica Enrica a questo Aperitivo filosofico io prima ho mandato la mail e poi ho detto Machecazzè? E così le mie Ipazia e Aspasia del Trionfale mi hanno detto che l’idea arriva dalla tour Eiffel, nel senso da quando in Francia negli anni ’90 nascevano i primi caffè filosofici. Ci si riuniva in un bar per far godere le papille e le sinapsi, esercitando proprie mandibole e la propria mente ad argomentare le proprie idee, a condividerle con altri, a sviluppare definizioni e costruire progetti.

Opportunamente hanno sostituito il caffè con qualcosa di più alcolicamente apprezzabile che dati i tempi ci sta tutto.

Dice Ma io Meripo’ che ne so di filosofia. Effiguratevi io. Ma questo fatto che invece di andare in palestra per pilates ci vai per la capoccia a noi pigre intrigassai.

Il tema di questa volta è l’identità personale: “Come si costruisce? Che percorso fa l’io per definirsi? Che priorità abbiamo e come ci determinano?” che detta così sembra Chissiamo dadoveveniamodoveandiamo ma io spero proprio, invece, di andare a constatare la differenza tra pensare e farsi le pippe mentali giustappunto al ridosso della settimana della Pippa (nel senso quella che si è sposata). Il che, aiutate dalla Tequila, lo capite da voi che rischia davvero di farci svoltare il sabato. Vabbè pensateci. Ma non pippatevi. Noi vi aspettiamo. Cià

Dopolavoro filosofico

 

DOPOLAVORO FILOSOFICO
Un aperitivo filosofico per adulti a cura di Enrica Birardi, Consulente Filosofico e Claudia Spinosa, Lifecoach e Consulente HR

Per iscrizioni inviare un’email a: labfilosofia@gmail.com
Aperitivo + partecipazione all’evento: 15 euro

DOVE E QUANDO:
Al “Fabrica”, via G. Savonarola 8, ROMA
Sabato 27 maggio, dalle ore 18:00

Irma, la Bandiera della Resistenza è donna

lunedì, aprile 24th, 2017

Storie calme di donne inquiete/ 21

Racconta Renata Viganò che quando nasce Irma il suo babbo sta in guerra e la mamma, disperata, guarda sta frugoletta femmina e a parziale consolazione si dice “Tu almeno tu non andrai in guerra”. Che la guerra era cosa da uomini. E invece Irma in guerra ci va. Nata a Bologna nel 1915 da una famiglia benestante avrebbe potuto evitarla, la guerra, anche abbastanza agiatamente. Ma quando di anni ne ha 23 entra nella VII Brigata Gap di Bologna con il nome di Imma e diventa una delle staffette più svelte, più attive, più coraggiose. A casa non sanno nulla. Il 7 agosto 1944 porta delle armi nella base di Castelmaggiore e tutto sembra andare liscio quando, sulla strada del ritorno, a Funo, casca nelle mani dei nazisti. Viene fatta prigioniera e incarcerata a San Giorgio di Piano. I suoi carcerieri sanno che lei sa, sa tanto. E vogliono saperlo anche loro. Iniziano gli interrogatori. Niente, Iniziano anche le torture.

“Le stavano sopra, la picchiavano, la torturavano -racconta la Viganò- e lei zitta. Ognuno di loro inventava una cosa nuova per farle male e se ne gloriavano l’un l’altro del loro talento, ma lei zitta”. “I torturatori le promettevano la libertà, la salvezza in cambio di quelle poche sillabe. Ma la piccola Irma non diceva niente, in mezzo ai suoi lamenti”. “Gridava quando il dolore era più grande della sua forza però non diceva niente”.

Poco prima di fucilarla le concedono di scrivere una lettera ai familiari:

“A voi incomberà il dovere di addolcire il dolore di mia madre. Ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l’ho tanto voluto io stessa. Sono morta per attestare che si può amare follemente la vita e insieme, accettare una morte necessaria. Caro figlio, non posso scriverti tutto quello che sento, ma quando sarai grande e ti immedesimerai nella mia situazione, allora capirai. Non consideratemi diversamente da un un soldato che va sul campo di battaglia, sento il volere di Dio e con letizia voglio che esso si compia. Credo che questa sera avverrà, avrei tanto voluto vedere tempi nuovi. Mio caro marito, il mio ultimo respiro sia ancora di ringraziamento al destino, che mi ha concesso di amarti e di vivere sette anni con te. Avrei tanto voluto vederti ancora una volta, ma poiché non mi sono concessi favori, sono troppo fiera per fare una richiesta inutile”.

La mattina del 14 agosto la scaraventano sul marciapiede di fronte alla casa dei suoi genitori. “Uno -racconta Pino Cacucci in Ribelli- disse: “Ma ne vale la pena? Dacci qualche nome, e potrai entrare in casa, farti curare… Dietro questa finestra ci sono tua madre e tuo padre”. Mimma non rispose. La finirono con una raffica di mitra, e se ne andarono imprecando.”

Lasceranno per un giorno intero il suo corpo sulla strada, come monito per gli altri. Oggi quella via porta il nome di Irma Bandiera e porta il nome di quel silenzio. Un silenzio che grida forte ancora oggi.

 

Irma Bandiera

“Me”, L’arte di ricominciare

venerdì, aprile 21st, 2017

Le Donne in rinascita, certamente. Ma vi pregherei di non sottovalutare anche gli uomini quandocisimettono. Andrea l’ho conosciuto due matrimoni fa, il suo e il mio (ma non lo stesso eh, ciascuno col coniuge proprio) ed era un coreografo, anzi un “mover” come preferisce dire lui, artista, performer e chi più ne ha ne metta e viveva a Roma dove era anche Direttore della Compagnia Ars Movendi.

Senonchè siccome l’amore sarà pure eterno ma una volta su due finisce, è successo che anche per Andrea è arrivato il momento di ricominciare dopo la parola Fine. E che ha fatto? Ha fatto che a un certo punto me lo sono ritrovato chef in zona Tuscia. Coreochef, diciamo.

Andrea Me

Andrea Cagnetti al Me (foto Meri Pop)

Ho assistito su Zuckercoso a tutte le fasi preparatorie del Me-L’arte del dare, che inaugura il 23 ad Oriolo, una cura assoluta, quasi maniacale, in ogni dettaglio, dalle piastrelle, alle lampade del giardino, alla fontana. Così qualche sera fa ci sono andata (lo inaugura domenica ma è già all’opera). E sì, ho avuto la conferma che le cose migliori spesso nascono da quelle che ci si presentano come le peggiori e che nella vita ogni intoppo o sconquasso nasconde un’opportunità. Il Me, dunque, che non è solo un ristorante ma è centro d’arte-bistrot-casa-atmosfera-relax-compagnia: non si sa cosa si nutra prima e meglio, se il palato, la vista, l’umore.

Caminetto Me

Il CaMEnetto (Foto Meri Pop)

E dunque dopo l’ordinazione -Cosa vi porto? -Fai tu
sono planati sul tavolo in sequenza:

Slice di patata gratinata con aspic di cozze
Panino con farcitura di lasagnetta Valentina (indivia belga brasata nel burro con gamberi flambè al cognac e parmigiano)
Crocchetta di gambero con marmellata di ananas
Tonnarello mantecato con bisque e gamberi agli agrumi piccanti
Krapfen di spigola alla crema di carciofi
Pastiera
Mousse al gianduia
Caffè (Castroni)

Io ho accompagnato il tutto con un bicchiere di Rusada, il mio commensale con due di Spirito Libero, entrambi biologici, vini della Tenuta Casteani, l’altra commensala è astemia e ha comunque ricevuto la “carta delle acque”: soddisfazioni a pioggia, proprio.
Conto: 30 euro a testa

Aperitivo Me

Le crocchette di gambero con marmellata di ananas

Alla fine, noi belli satolli, Andrea è venuto a sedersi a tavola ed è stato lì che, ritrovatolo via da Roma, via dalla danza, via dalla pazza folla, gli ho chiesto “Perché siamo qui?”
e lui:
“Perché qui mi sento a casa, perché da piccolo venivo nei boschi qui intorno, perché quando mi sono separato ho deciso che avrei ricominciato da dove avevo lasciato e ho cercato un luogo che fosse sguarnito di scuole di danza”.
Con Oriolo Romano è stato amore a prima vista:”“In hoc consistit verus amor” è il motto che si legge nello stemma del Comune di Oriolo, questo è un posto dalle forti valenze esoteriche che si ritrovano anche nel Palazzo Altieri. Ogni fine è un nuovo inizio e la mia rinascita è questa. Ciò che c’è stato prima? Un embrione di quanto c’è qui. Insomma finora sono stato un cresciutello embrione”.

Si dice che gli amori cominciano nello champagne e finiscono nella camomilla (Valery Larbaud) e invece il Me è la dimostrazione che può succedere anche il contrario.

Andate a trovare Andrea, andate al Me. Se ci andate domenica 23 troverete anche Ambrogio Sparagna con la Taranta d’amore. E buona vita a tutti

Me, L’arte del dare
Caffetteria ristorante bistrot
Via G. Mazzini 1, Oriolo romano
tel. 345-5592454

Ingabbiati, fragili e stronzi

martedì, aprile 18th, 2017

Già che siete ancora sotto l’effetto della trimurti lasagna-grigliata-pastiera ma col riflesso cognitivo in ripresa, potreste deambulare fin sulla poltrona del primo cinema a tiro per affrontare anche il triduo Libere disobbedienti innamorate. Presentato un po’ cazzaramente come il Sex and the city arabo, che non è, è invece un film sull’emancipazione e sul cambiamento delle donne, sulla libertà di scegliere come vivere. La storia è quella della quotidianità delle tre coinquiline palestinesi a Tel Aviv, Leila, Salma e Noor, e del loro quotidiano piangere, ridere, bere, fumare, cadere, rialzarsi, farsi canne, subire violenze, avere amori ma restare sole anzi il peggio possibile: restare sole quando si è in due. E ritrovarsi insieme nella solidarietà fra amiche. Vi ricorda qualcuna?

Ed eccole le tre: Leila, una splendida avvocata ribelle alla quale nessun uomo riesce a stare al passo, Salma dj lesbica piena di piercing alla quale la famiglia spera di ammollare un inetto di turno ma che invece ama le donne e Noor, una studentessa di ingegneria proveniente da un gruppo fondamentalista musulmano piamente fidanzata con un pio uomo checchevvelodicoaffare anzi no non ve lo dico, andate a incontrarlo di persona, il porco.

La “morale” la spiega bene la regista, Maysaloun Hamoud, che per questo film -costatole cinque anni e svariate minacce dagli integralisti- ha messo in gioco tutto:  “Ogni cosa ha il suo prezzo, ogni decisione ha il suo costo. Vorrei credere che l’amore giusto deve arrivare solo se siamo sincere con noi stesse. Salma, Nour e Leila sono ferme e rivolgono il loro sguardo verso un punto lontano, loro sono un’unica donna, la solitudine è solo un passaggio momentaneo”. E “sì quando le donne sono forti e unite hanno un impatto maggiore sulla società”.

Film di donna con tre caspita di donne che parla della condizione di altrissime donne. E invece io ieri sono uscita dalla sala convinta di aver visto un film sugli uomini. Neanche tanto sulla loro stronzaggine (che pure eh) ma sulla loro fragilità. Sul loro restare ingabbiati in una serie di regole e tabù senza le quali si sentirebbero persi. Senza donne che corrispondano alla loro idea di donna -sottomessa e bisognevole- essi non sanno che cazzo fare, questo è il punto. E sbroccano. E si fanno stronzi. E violenti. Bisogni che diventano più forti dell’intelligenza, del buon senso, dell’umanità e financo della religione. La sfiga planetaria d’amore non è altro che una delle conseguenze.

Le generalizzazioni sono sempre sbagliate. Ma a volte ci prendono. E insomma ecco forse perché l’emancipazione delle donne è così difficile: perché passa da quella degli uomini.

Libere disobbedienti innamorate

 

Sempre caro ci fu quest’ermo cuore

venerdì, aprile 14th, 2017

Cosicché ierisera, mentre Roma si svuotava in vista del Pasquamento, il binomio condominiale Lorenza-Meripo’ affluiva in direzione Ermo Colle ove sempre care ci furono le Scuderie del Quirinale. Colà ci attendevano “Da Caravaggio a Bernini, capolavori del Seicento italiano nelle collezioni dei reali di Spagna” ma ci attendeva pure la Serenissima amica Debora, ivi sopraggiunta dalla Laguna. Debora, diciamolo subito, è una gnocca che lèvati e dunque, nel peregrinar di quadro in quadro, l’occhio dell’avventore posavasi anche modestamente sulle amichemie.

Senonché la mostra merita assai e caldamente consiglio di ivi trascorrervi qualche ora della maratona del Pasquamento, tra il digerir della pastiera o del sartù.

Lì a un certo punto, improvvisamente affacciandovi in una sala, verrete letteralmente abbracciati dal Cristo crocifisso di Bernini, l’unica figura in metallo realizzata dal Gian Lorenzo e anche l’unica statua che, mentre lui era in vita, fu ritenuta inadatta alla destinazione, sostituita nel Pantheon dell’Escorial da uno di minor valore nonsisapperché. In ogni modo sentirete che emozione e sentirete anche quelle braccia crocifisse senza croce (andateci anche perché arriva dal Monastero di San Lorenzo de l”Escorial e difficilmente viene esposto al pubblico).

Scuderie crocifisso Bernini

Gian Lorenzo Bernini, Cristo crocifisso – Foto Meri Pop

Se un appunto devo fare, e lo faccio, è che tra tutti i mirabili quadri esposti ce n’è uno di una pittrice donna, Fede Galizia, una assoluta rarità per l’epoca, considerata uno dei fondatori del genere della natura morta, ma il suo nome non viene mai citato nella presentazione ufficiale (compresa quella sul sito) e sappiamo che statisticamente è da quella che discenderanno molte altre recensioni. Peccato. Peccato perché questo Giuditta e Oloferne è bellissimo.

Scuderie Fede Galizia Giuditta e Oloferne

Fede Galizia, Giuditta e Oloferne – Foto Meri Pop

E vabbè, vi toccherà nella galleria delle Storie calme di donne inquiete, poveravvoi. Che stavamo dicendo? Ah sì che stavamo deambulando fra queste meraviglie. Senonché essendo l’affluenza copiosassai, a un certo punto ci appartavamo agevolando il deflusso. Agevolando il deflusso di un prosecchino recandoci al baretto quirinalizio.

Lì, a un certo punto avventatasi (nel senso come avventora) anche l’amica Chiara, costì diventando quattro femminazze attorno a un tavolo con vista bollicinata Ermocolle, scattando la modalità Sex and the city, ci sovveniva un taglia-e-cuci spaziante urbi et orbi includente gli sconcludenti esponenti del sesso a noi avverso. E dunque sedendo e mirando interminate sòle di là da quelli e sovrumani spajamenti e profondissima sete, in un coro di risate il naufragar ci era dolce e pure parecchio terapeutico in quello mare. Perché, davvero, a una donna può succedere di tutto ma ci sono “due cose di cui non avremo mai abbastanza: buone amiche e buone scarpe”.

Costì, nuovamente issateci sui tacchi, ci si rendeva conto che s’era fatta nacerta e che eravamo rimaste le ultime quattro del palazzo più i due baristi: ondeggiando a causa del bolliciname in circolo, congedata Chiara, ci recavamo a ritroso nelle sale della mostra in direzione uscita.

A un certo punto, arrivate alla per noi uscita che era la prima sala di entrata, ci ritrovavamo tutte e tre al cospetto di quello che forse è il cuore della mostra ma che ha certamente fatto battere il nostro: messer Caravaggio, “Salomè con la testa di Battista”

Caravaggio Salomè

Caravaggio, “Salomè con la testa di Battista” – Foto Meri Pop

Tre donne attorno al cor, proprio. Noi tre sole, in quella penombra e in quell’infinito silenzio, di fronte a quella magnificenza ma soprattutto a quella testa d’uomo mozzata offerta sul vassojo. Embeh. Non solo ci è sovvenuto l’eterno e le morte stagioni e i chitemmuorti a corredo ma anche un infinito, liberatorio ESTICAZZI.

Andate, amiche e amici. Andate e mandate.