Archive for the ‘Andare’ Category

Quello che non ho

mercoledì, aprile 1st, 2020

Non ho un terrazzo perché -A Roma vivo sempre fuori
Non ho Netflix perché -Vado direttamente al cinema
Non so cucinare perché -Vado dalle amichebbrave checcucinano
Non ho coabitanti perché -L’amoreventualmente funziona solo a distanza
Non ho figli perché le idee migliori mi vengono se passeggio da sola
Non ho manco cani perché Ci manca solo uscire per portarlo a spasso

Poidice la lungimiranza, Fabrì.

Le vite in una stanza: via Tasso e le Fosse Ardeatine

martedì, marzo 24th, 2020

Abito vicino a Via Tasso. Prima della nostra comune clausura ci passavo spesso, anche quando non era di strada. Allungavo il giro e passavo sotto a quelle finestre. Le finestre murate dalle SS per trasformare quel palazzo in un carcere, a proposito di vite al chiuso.

Una volta che son salita c’era un sopravvissuto alle Fosse Ardeatine. Stava facendo fare il giro dell’orrore di quelle stanze a una scolaresca. Mi sono chiesta quanta forza occorra per ritornare in posti nei quali si è sofferto al punto da desiderare la morte. E invece lui a un certo punto, quasi incredulo e con un senso di pena ma non per sé, si ferma, li guarda e dice:

“Mi sono sempre chiesto che razza di persona possa essere uno che ne ammazza 335 considerandole solo crocette da spuntare su una lista”

Di quella lista faceva parte anche don Pietro Pappagallo, che a via Tasso fu portato e imprigionato per aver dato aiuto a ebrei, perseguitati e partigiani nascondendoli in casa sua, a via Urbana 2. Altre vite murate, ma per essere messe in salvo. Don Pietro fu tradito proprio da uno di quelli a cui aveva dato rifugio. E’ stato ucciso, unico prete cattolico, anche lui alle Fosse Ardeatine, il 24 marzo del 1944.

Don Pietro Pappagallo è rivissuto con Aldo Fabrizi nel “don Pietro” di Roma città aperta di Roberto Rossellini

e con il Flavio Insinna de “La buona battaglia”.

C’è una scena che di lui mi ha sempre colpita. Quella raccontata da un testimone dell’eccidio delle Fosse Ardeatine:

all’ingresso delle cave dalla lunga fila in attesa della fucilazione si alza un grido, da uno che ha visto la sua veste nera: “Padre, benedìteci!”. Racconterà un superstite che “don Pietro, che era un uomo robusto e vigoroso, si liberò dai lacci che gli stringevano i polsi, alzò le braccia al cielo e pregò ad alta voce, impartendo a tutti l’assoluzione”. (Robert Katz, Morte a Roma. Il massacro delle Fosse Ardeatine, Roma 1968, p. 152).

Ecco, l’immagine di questo prete indomito fino alla fine, mi ha fatto ancora sentire – a distanza di 76 anni- un tuffo al cuore. Un uomo che sta lì a ricordarci che se non possiamo decidere come entrare in scena, a volte possiamo scegliere come uscire. Così. Con le braccia aperte. Anche avendo le manette ai polsi.

Pretty days

mercoledì, marzo 4th, 2020

Franceschì, quando sarà passato sto casino e deciderai di promuovere l’Italia tramite l’Opera, fai proiettare questo film e fai aggrovigliare le budella al mondo.

Lasciate ogni speranza

mercoledì, febbraio 5th, 2020

Si esce ma non si entra. La metro Barberini, altra grande metafora dell’amore.

Professorè, da Auschwitz nun po’ tornà nessuno

lunedì, gennaio 27th, 2020

Ve lo ripropongo ogni anno. Perché non trovo altre parole che queste. Soprattutto oggi.

Alcuni governi, una separazione e tre lavori fa Meri Pop decise di non farsi mancare proprio nulla e accettò di verificare se era in grado di sopravvivere anche al Ministero della Pubblica Istruzione.
Un giorno la chiamò il ministro e le disse: “Meripo’ sto andando ad Auschwitz. Con i ragazzi. Copriti bene”.

Arrivarono una mattina di gennaio davanti a una montagna di neve bianca dalla quale spuntava un cancello di ferro nero. E sotto una gelida nevicata iniziarono a camminare a fatica tra le stradine dell’inferno. I ragazzi accompagnavano il ministro, Meri Pop i giornalisti, il ghiaccio e il silenzio accompagnavano tutti.

Andarono nelle baracche delle donne, in quelle degli uomini, in quelle dei bambini. Poi andarono anche al museo: cataste di abiti, occhiali, capelli, protesi dentarie, scarpe. Davanti a una scarpina singola taglia bambina la linea Maginot di Meri Pop crollò.

E cominciarono a scendere: tante, calde, veloci.

E’ a quel punto che, dal gruppetto degli studenti, se ne staccò uno -primo liceo scientifico, 14 anni massimo 15- e le si avvicinò, facendo cadere un’altra Maginot, quella che in qualche modo aveva tenuto una distanza di sicurezza e di comprensibile reverenzial timore tra i due.  E, dopo ventiquattr’ore di viaggio e di “Dottorè”, il ragazzo le poggiò un vigoroso braccio sulla spalluccia piangente, ed ora anche scossa, ed esclamò:

“Professorè, io me sto a trattenè da un’ora e mo’ tu sbraghi?”

E’ uno dei momenti salienti della Hall of Fame della mia vita. Uno di quelli ai quali ogni tanto attingo nei fotogrammi No. Insieme al fatto che, poche mattine fa, ero su un autobus e a un certo punto ho sentito uno che richiamava l’attenzione di tutto il jumbobus con:

“Professorèèè! Se ricorda?”
e con aria complice e abbassando la voce come dovesse rivelarmi la comune appartenenza alla Massoneria aggiungeva
“semo stati insieme ad Auschwitz”.

Ovviamente non l’ho riconosciuto ma dimenticare è, appunto, impossibile.
Ci siamo scambiati qualche battuta, ha già fatto la maturità. Poi gli ho chiesto quanti anni erano passati da quando eravamo tornati da Auschwitz.

Mi ha guardata e ha preso fiato. Poi:

“Professorè, mica lo so. Me sa che da Auschwitz nun po’ tornà nessuno. Io certe volte ce ripenso e me sembra che sto ancora là”.

Il cielo sopra il letto

mercoledì, dicembre 18th, 2019

Tutto in una notte. E’ questo il tempo a disposizione di due ex amanti che si ritrovano. Una sola notte per riamarsi e riperdersi, per ritrovare la passione erotica ma anche le incolmabili differenze ideologiche, etiche, morali, civili. Una notte per Saverio, imprenditore benestante mangiapreti e mangiabene -ha una catena di aziende di ristorazione- ed Elisabetta, insegnante in una scuola di periferia che vive in una casa modestissima e che spezza in due gli spaghetti prima di cuocerli.

Il cielo sopra il letto è quello che Saverio, ora vedovo, ha fatto costruire a sua moglie quando si è ammalata, un soffitto di vetro per farla morire guardando le cose che le piacciono, alberi foglie uccelli cielo. Lei, Elisabetta, se ne era già andata dalla sua vita, scappata. Si ritrovano a un anno dalla morte di lei. Per una sola notte.

Que reste-t-il de nos amours, cantava Charles Trenet. Cosa resta degli amori che si rincontrano? Nel pluripremiato testo di David Hare, scrittore, sceneggiatore e regista britannico, la voglia di vicinanza resterà schiacciata sotto un cumulo di sensi di colpa e di lontananze.

Ma in questo allestimento dell’Eliseo c’è un aspetto in più: che a recitare le due parti ci sono due attori che si sono amati  e si rincontrano da ex -qui- pure loro e a 20 anni da quando lo recitarono per la prima volta, quando cioè stavano ancora insieme: Lucrezia Lante Della Rovere e Luca Barbareschi. Ed è così che su quel palco di reincontri ne vanno in scena due. Ed è impossibile, seguendo Saverio ed Elisabetta, ignorare Luca e Lucrezia. E ciascuno di noi che oggi è quello che è ma che torna a essere, in quella loro notte, l’ex di qualcun altro. E immagina. E ricorda. E torna a chiedersi: cosa resta degli amori che si rincontrano? Cosa resta dell’amore lasciato dietro di noi senza più padroni?

Il cielo sopra il letto. Skylight
di David Hare
Teatro Eliseo, Roma
dal 17 dicembre al 5 gennaio

Caccia alla notizia

mercoledì, dicembre 4th, 2019
E’ l’alba del 17 marzo 2014 quando una forte scossa di terremoto colpisce Beverly Hills. La corsa a dare per primi la notizia la vince il “Los Angeles Times”. Ma l’articolo non è opera di un giornalista: lo ha scritto quasi in tempo reale un robot.

Alle 6:25 di quella mattina Ken Schwencke, giornalista e programmatore del Los Angeles Times nonché estensore dell’articolo finale, è stato effettivamente svegliato dal terremoto, è rotolato giù dal letto e si è precipitato davanti al suo computer (avrebbe dovuto precipitarsi in strada ma, è risaputo, la categoria non eccelle in prudenza quando si trova a tu per tu con una notizia).

Schwencke corre dunque verso il pc sul quale il grosso del pezzo è stato già scritto da Quakebot. A lui a quel punto non rimane che dare una veloce controllata e premere “Pubblica”. Tre minuti in tutto. Praticamente imbattibile.
Questa è la cattiva notizia. Ma ce n’è una buona, molto buona, per i pazzi scellerati che ancora si ostinassero a voler fare i giornalisti.

Quella buona ve la darò domani, alle 16,30 a Più libri più liberi, Sala Antares. Quello che avete letto più su è l’incipit della Prefazione che mi hanno chiesto per un libro sul giornalismo -che presenteremo domani- scritto da Paolo Castiglia, docente a Roma Tre.

Un vero giornalista spiega benissimo quello che non sa, diceva Leo Longanesi. Speriamo che non sia proprioproprio così pure domani. Vi aspetto.

Tre metri sopra la memoria: arrivano le Donne Stradarole

mercoledì, novembre 20th, 2019

E’ il 1926 quando un quotidiano berlinese riferisce che “l’Esimia Professoressa Meitner ha inaugurato l’anno accademico con una lezione di fisica cosmetica”. L’Esimia Professoressa si è in realtà occupata di fisica cosmologica ma evidentemente i tempi non sono maturi per prendere atto che una donna possa occuparsi del decadimento del plutonio anziché di quello del contorno occhi.

Di Lise Meitner parlammo qui: fu lei a scoprire la fissione nucleare ma il Nobel, per quella scoperta, lo diedero al chimico con cui collaborava, Otto Hahn, che lo ritirerà nel 1946 senza manco citarla nel discorso di ringraziamento. Nonostante ciò Lise, discriminata dal mondo scientifico perché donna e per le sue origini ebraiche durante l’avvento del nazismo, riceverà il premio Enrico Fermi nel 1966 e continuerà a scriversi affettuosamente con Hahn. Poi dice che sono le femmine, quelle rancorose. Ma soprattutto continuerà ad andare in giro per il mondo per aiutare l’ingresso delle donne nella ricerca e nei lavori intellettuali.

Ora c’è che Lise Meitner sarà una delle prime quattro Donne Stradarole a Roma. E cioè? E cioè avete presente quando a volte, passeggiando per Roma, alzate lo sguardo e trovate una Madonnina dentro un’edicola? Ebbene a Roma, alla Garbatella, stanno per arrivare quattro “edicole” laiche, in legno, dedicate a quattro figure femminili dimenticate, realizzate da altrettante artiste.

Si chiama Memorie di Donne Stradarole ed è un progetto dell’Associazione Le Funambole, realizzato grazie al finanziamento del Municipio Roma VIII e nato da un’idea dell’artista Marta Cavicchioni, in collaborazione con Minerva Lab Sapienza.

E dunque Micaela Serino dedicherà la sua opera a Raffaella Chiatti, detta Sora Lella del lotto 7, che nel settembre del ’43, divenne partigiana del VII GAP come unica donna, dato che il suo lavoro alla Croce Rossa la esentava dal coprifuoco, rendendola una staffetta ideale; Marta Cavicchioni interpreterà Maria De Zayas, scrittrice spagnola del ‘600, che per prima denunciò nei suoi racconti il ruolo subalterno della donna e la violenza di genere, sollecitando le donne a cercare l’indipendenza e gli uomini a educarsi alla non violenza; Debora Malis realizzerà l’edicola dedicata a Lise Meitner; Cecilia Milza rappresenterà, invece, la pianista e cantante Hazel Scott, che vide l’apice del suo successo tra gli anni ’30 e ’50 nell’America carica di pregiudizi razziali: rifiutandosi di esibirsi nei luoghi in cui vigeva la segregazione e lottando per la difesa dei diritti delle donne, finì nella black-list dei professionisti del mondo dello spettacolo ritenuti antiamericani e filocomunisti.

Le Madonnelle stradarole illuminano le vie dei viandanti romani dal Rinascimento: sono dipinte nelle edicole ai lati dei palazzi, spesso al centro degli incroci, e avevano il compito di fare luce, in tutti i sensi, visto che c’erano sempre fiaccole o candele accanto. L’incuria di una città sempre più allo sbando le ha nel frattempo spente. Le Donne stradarole saranno presentate sabato 7 Dicembre, alle 15, con una “passeggiata narrante“. Ma ve ne riparlerò per ricordarvelo.

Nel frattempo speriamo che le donne stradarole possano illuminare un po’ il buio dei nuovi MedioEvi del patriarcato.

L’ufficiale, la spia e il prezzo del coraggio

martedì, novembre 19th, 2019

E’ alla fine della proiezione, mentre ci alziamo per andarcene, che in fondo alla sala dell’Eliseo Luca Barbareschi la prende sotto braccio e dice: “Emmanuelle ici”. Lei è Emmanuelle Seigner, sempre splendida anche se “segnata”. Segnata soprattutto dal fatto di essere attrice-moglie del regista, Roman Polanski, accusato di violenza sessuale, in Francia (che l’ex attrice e fotografa Valentine Monnier sostiene di aver subito dal regista nel 1975.

“L’ufficiale e la spia”, la ricostruzione di una delle più drammatiche fakenews della storia, quella del “caso Dreyfus”, duole dirlo ma è un bel film. Duole perché è impossibile non tener conto dell’impatto emotivo che le vicende del suo regista hanno su chi guarda, dunque anche sulla sottoscritta.

E ancora di più, quindi, colpiscono le parole della dolente Seigner: “Il film di Roman è importante e cerca di dimostrare che chi è accusato non è automaticamente colpevole”. E ancora “Affronta temi attuali come l’antisemitismo, il razzismo, l’odio per l’altro, il rapporto con la verità. Si parla di fatti attuali perché malgrado il progresso scientifico e tecnico gli uomini continuano a essere stupidi e cattivi”.

Il caso Dreyfus, dunque, uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia. Il film si apre nel cortile dell’École Militaire di Parigi, dove Georges Picquart, un ufficiale dell’esercito francese, presenzia all’umiliante degradazione di Alfred Dreyfus, un capitano ebreo, accusato di essere stato un informatore dei nemici tedeschi.

Disonore, esilio, condanna e confino nella Guyana francese. La vita si accanisce contro Dreyfus. Ma. Ma sarà proprio Picquart, che per sua ammissione gli ebrei non li ama, una volta nominato responsabile della stessa unità del controspionaggio militare che aveva montato le accuse contro Dreyfus, a vendicarlo e a restituirgli l’onore.

E siccome nella vita niente è gratis anche Picquart verrà perseguitato, arrestato, vessato. Lui non si ferma davanti a niente. La legge morale dentro di me, il cielo antisemita sopra. Non si ferma “perché tu hai ragione”. Già, eccola l’incarnazione di quel “Non sono d’accordo con quello che dici ma darei la mia vita per consentirti di dirlo” che no, non scrisse Voltaire ma Evelyn Beatrice Hall (già che ci siamo diamo anche a lei il giusto riscatto). Voltaire no, quindi, ma Wittgenstein mi è tornato in mente:

“Si potrebbe fissare un prezzo per i pensieri. Alcuni costano molto altri meno. E con che cosa si pagano i pensieri? Credo con il coraggio”.

Il coraggio di Picquart, di Dreyfus, di Emile Zola che alla fine pubblica quel J’accuse che farà nascere, oltre alla riscossa, anche la figura dell’intellettuale.

Il film è una minuziosa, in tutti i sensi, ricostruzione di bigliettini e carteggi. Il detective della minuzia. La storia universale che prende un verso o un altro a seconda dei piccoli frammenti di carta falsificati messi o espunti da una cartellina. Perché la vita, la storia e l’amore, alla fine si misurano -e si salvano- non con gli epici gesti una tantum ma con la quotidiana cura messa nei dettagli.

Sei anni di lavorazione, 132 minuti di durata, prodotto da Luca Barbareschi e Rai Cinema, esce giovedì prossimo nelle sale. Io non so se Polanski sia colpevole di ciò di cui è accusato. So che questo film colpisce al cuore. E a un film non chiedo altro.

StoryPop, Companies Talks sbarca su Forbes e su Sky

lunedì, novembre 18th, 2019

Lui ebbe una bellissima idea.
Poi un giorno disse a lei “Sì ma secondo me dovremmo lavorare diversamente sui testi”.
Lei allora gli disse: “Io una ce l’ho”.

Allora lui incontrò Io-Una-ce-l’ho e le chiese:
“Si tratta di scrivere per il teatro, business storytelling, lei di che si occupa?”
E lei: “Di cuorinfranti”
E’ a quel punto che lui svenne e poi le licenziò tutte e du… Ah no? Non la licenziò? La prese? Ma, davvero?

Poi dice che gli uomini non tengono coraggio: folli, sono.

Lui, che si chiama Andrea Dotti, aveva anche una grande regista, che si chiama Tiziana Sensi, e attrici e attori strepitosi ai quali si affiancarono pure dei musicisti che lèvatiproprio.

E fu così che stasera tutta questa cosa approda su FORBES, su SKY e su TIVÙ SAT: alle 22,30 COMPANIES TALKS andrà in onda in prima visione per quattro lunedì consecutivi

su Sky 511,
per chi non ha Sky c’è Tivù Sat canale 61
oppure online su Bfcvideo.com,
(poi in replica più volte durante la settimana): non avete scampo, proprio.

Stasera si inizia con Google. Poi arriveranno Facebook, Amazon e AirBnb.

Il cuorinfranto non è bello ma è certamente sottovalutato. Tutto sommato, male che vada, può portarvi fino a qui.