Archive for the ‘Andare’ Category

Irma, la Bandiera della Resistenza è donna

lunedì, aprile 24th, 2017

Storie calme di donne inquiete/ 21

Racconta Renata Viganò che quando nasce Irma il suo babbo sta in guerra e la mamma, disperata, guarda sta frugoletta femmina e a parziale consolazione si dice “Tu almeno tu non andrai in guerra”. Che la guerra era cosa da uomini. E invece Irma in guerra ci va. Nata a Bologna nel 1915 da una famiglia benestante avrebbe potuto evitarla, la guerra, anche abbastanza agiatamente. Ma quando di anni ne ha 23 entra nella VII Brigata Gap di Bologna con il nome di Imma e diventa una delle staffette più svelte, più attive, più coraggiose. A casa non sanno nulla. Il 7 agosto 1944 porta delle armi nella base di Castelmaggiore e tutto sembra andare liscio quando, sulla strada del ritorno, a Funo, casca nelle mani dei nazisti. Viene fatta prigioniera e incarcerata a San Giorgio di Piano. I suoi carcerieri sanno che lei sa, sa tanto. E vogliono saperlo anche loro. Iniziano gli interrogatori. Niente, Iniziano anche le torture.

“Le stavano sopra, la picchiavano, la torturavano -racconta la Viganò- e lei zitta. Ognuno di loro inventava una cosa nuova per farle male e se ne gloriavano l’un l’altro del loro talento, ma lei zitta”. “I torturatori le promettevano la libertà, la salvezza in cambio di quelle poche sillabe. Ma la piccola Irma non diceva niente, in mezzo ai suoi lamenti”. “Gridava quando il dolore era più grande della sua forza però non diceva niente”.

Poco prima di fucilarla le concedono di scrivere una lettera ai familiari:

“A voi incomberà il dovere di addolcire il dolore di mia madre. Ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l’ho tanto voluto io stessa. Sono morta per attestare che si può amare follemente la vita e insieme, accettare una morte necessaria. Caro figlio, non posso scriverti tutto quello che sento, ma quando sarai grande e ti immedesimerai nella mia situazione, allora capirai. Non consideratemi diversamente da un un soldato che va sul campo di battaglia, sento il volere di Dio e con letizia voglio che esso si compia. Credo che questa sera avverrà, avrei tanto voluto vedere tempi nuovi. Mio caro marito, il mio ultimo respiro sia ancora di ringraziamento al destino, che mi ha concesso di amarti e di vivere sette anni con te. Avrei tanto voluto vederti ancora una volta, ma poiché non mi sono concessi favori, sono troppo fiera per fare una richiesta inutile”.

La mattina del 14 agosto la scaraventano sul marciapiede di fronte alla casa dei suoi genitori. “Uno -racconta Pino Cacucci in Ribelli- disse: “Ma ne vale la pena? Dacci qualche nome, e potrai entrare in casa, farti curare… Dietro questa finestra ci sono tua madre e tuo padre”. Mimma non rispose. La finirono con una raffica di mitra, e se ne andarono imprecando.”

Lasceranno per un giorno intero il suo corpo sulla strada, come monito per gli altri. Oggi quella via porta il nome di Irma Bandiera e porta il nome di quel silenzio. Un silenzio che grida forte ancora oggi.

 

Irma Bandiera

“Me”, L’arte di ricominciare

venerdì, aprile 21st, 2017

Le Donne in rinascita, certamente. Ma vi pregherei di non sottovalutare anche gli uomini quandocisimettono. Andrea l’ho conosciuto due matrimoni fa, il suo e il mio (ma non lo stesso eh, ciascuno col coniuge proprio) ed era un coreografo, anzi un “mover” come preferisce dire lui, artista, performer e chi più ne ha ne metta e viveva a Roma dove era anche Direttore della Compagnia Ars Movendi.

Senonchè siccome l’amore sarà pure eterno ma una volta su due finisce, è successo che anche per Andrea è arrivato il momento di ricominciare dopo la parola Fine. E che ha fatto? Ha fatto che a un certo punto me lo sono ritrovato chef in zona Tuscia. Coreochef, diciamo.

Andrea Me

Andrea Cagnetti al Me (foto Meri Pop)

Ho assistito su Zuckercoso a tutte le fasi preparatorie del Me-L’arte del dare, che inaugura il 23 ad Oriolo, una cura assoluta, quasi maniacale, in ogni dettaglio, dalle piastrelle, alle lampade del giardino, alla fontana. Così qualche sera fa ci sono andata (lo inaugura domenica ma è già all’opera). E sì, ho avuto la conferma che le cose migliori spesso nascono da quelle che ci si presentano come le peggiori e che nella vita ogni intoppo o sconquasso nasconde un’opportunità. Il Me, dunque, che non è solo un ristorante ma è centro d’arte-bistrot-casa-atmosfera-relax-compagnia: non si sa cosa si nutra prima e meglio, se il palato, la vista, l’umore.

Caminetto Me

Il CaMEnetto (Foto Meri Pop)

E dunque dopo l’ordinazione -Cosa vi porto? -Fai tu
sono planati sul tavolo in sequenza:

Slice di patata gratinata con aspic di cozze
Panino con farcitura di lasagnetta Valentina (indivia belga brasata nel burro con gamberi flambè al cognac e parmigiano)
Crocchetta di gambero con marmellata di ananas
Tonnarello mantecato con bisque e gamberi agli agrumi piccanti
Krapfen di spigola alla crema di carciofi
Pastiera
Mousse al gianduia
Caffè (Castroni)

Io ho accompagnato il tutto con un bicchiere di Rusada, il mio commensale con due di Spirito Libero, entrambi biologici, vini della Tenuta Casteani, l’altra commensala è astemia e ha comunque ricevuto la “carta delle acque”: soddisfazioni a pioggia, proprio.
Conto: 30 euro a testa

Aperitivo Me

Le crocchette di gambero con marmellata di ananas

Alla fine, noi belli satolli, Andrea è venuto a sedersi a tavola ed è stato lì che, ritrovatolo via da Roma, via dalla danza, via dalla pazza folla, gli ho chiesto “Perché siamo qui?”
e lui:
“Perché qui mi sento a casa, perché da piccolo venivo nei boschi qui intorno, perché quando mi sono separato ho deciso che avrei ricominciato da dove avevo lasciato e ho cercato un luogo che fosse sguarnito di scuole di danza”.
Con Oriolo Romano è stato amore a prima vista:”“In hoc consistit verus amor” è il motto che si legge nello stemma del Comune di Oriolo, questo è un posto dalle forti valenze esoteriche che si ritrovano anche nel Palazzo Altieri. Ogni fine è un nuovo inizio e la mia rinascita è questa. Ciò che c’è stato prima? Un embrione di quanto c’è qui. Insomma finora sono stato un cresciutello embrione”.

Si dice che gli amori cominciano nello champagne e finiscono nella camomilla (Valery Larbaud) e invece il Me è la dimostrazione che può succedere anche il contrario.

Andate a trovare Andrea, andate al Me. Se ci andate domenica 23 troverete anche Ambrogio Sparagna con la Taranta d’amore. E buona vita a tutti

Me, L’arte del dare
Caffetteria ristorante bistrot
Via G. Mazzini 1, Oriolo romano
tel. 345-5592454

Ingabbiati, fragili e stronzi

martedì, aprile 18th, 2017

Già che siete ancora sotto l’effetto della trimurti lasagna-grigliata-pastiera ma col riflesso cognitivo in ripresa, potreste deambulare fin sulla poltrona del primo cinema a tiro per affrontare anche il triduo Libere disobbedienti innamorate. Presentato un po’ cazzaramente come il Sex and the city arabo, che non è, è invece un film sull’emancipazione e sul cambiamento delle donne, sulla libertà di scegliere come vivere. La storia è quella della quotidianità delle tre coinquiline palestinesi a Tel Aviv, Leila, Salma e Noor, e del loro quotidiano piangere, ridere, bere, fumare, cadere, rialzarsi, farsi canne, subire violenze, avere amori ma restare sole anzi il peggio possibile: restare sole quando si è in due. E ritrovarsi insieme nella solidarietà fra amiche. Vi ricorda qualcuna?

Ed eccole le tre: Leila, una splendida avvocata ribelle alla quale nessun uomo riesce a stare al passo, Salma dj lesbica piena di piercing alla quale la famiglia spera di ammollare un inetto di turno ma che invece ama le donne e Noor, una studentessa di ingegneria proveniente da un gruppo fondamentalista musulmano piamente fidanzata con un pio uomo checchevvelodicoaffare anzi no non ve lo dico, andate a incontrarlo di persona, il porco.

La “morale” la spiega bene la regista, Maysaloun Hamoud, che per questo film -costatole cinque anni e svariate minacce dagli integralisti- ha messo in gioco tutto:  “Ogni cosa ha il suo prezzo, ogni decisione ha il suo costo. Vorrei credere che l’amore giusto deve arrivare solo se siamo sincere con noi stesse. Salma, Nour e Leila sono ferme e rivolgono il loro sguardo verso un punto lontano, loro sono un’unica donna, la solitudine è solo un passaggio momentaneo”. E “sì quando le donne sono forti e unite hanno un impatto maggiore sulla società”.

Film di donna con tre caspita di donne che parla della condizione di altrissime donne. E invece io ieri sono uscita dalla sala convinta di aver visto un film sugli uomini. Neanche tanto sulla loro stronzaggine (che pure eh) ma sulla loro fragilità. Sul loro restare ingabbiati in una serie di regole e tabù senza le quali si sentirebbero persi. Senza donne che corrispondano alla loro idea di donna -sottomessa e bisognevole- essi non sanno che cazzo fare, questo è il punto. E sbroccano. E si fanno stronzi. E violenti. Bisogni che diventano più forti dell’intelligenza, del buon senso, dell’umanità e financo della religione. La sfiga planetaria d’amore non è altro che una delle conseguenze.

Le generalizzazioni sono sempre sbagliate. Ma a volte ci prendono. E insomma ecco forse perché l’emancipazione delle donne è così difficile: perché passa da quella degli uomini.

Libere disobbedienti innamorate

 

Sempre caro ci fu quest’ermo cuore

venerdì, aprile 14th, 2017

Cosicché ierisera, mentre Roma si svuotava in vista del Pasquamento, il binomio condominiale Lorenza-Meripo’ affluiva in direzione Ermo Colle ove sempre care ci furono le Scuderie del Quirinale. Colà ci attendevano “Da Caravaggio a Bernini, capolavori del Seicento italiano nelle collezioni dei reali di Spagna” ma ci attendeva pure la Serenissima amica Debora, ivi sopraggiunta dalla Laguna. Debora, diciamolo subito, è una gnocca che lèvati e dunque, nel peregrinar di quadro in quadro, l’occhio dell’avventore posavasi anche modestamente sulle amichemie.

Senonché la mostra merita assai e caldamente consiglio di ivi trascorrervi qualche ora della maratona del Pasquamento, tra il digerir della pastiera o del sartù.

Lì a un certo punto, improvvisamente affacciandovi in una sala, verrete letteralmente abbracciati dal Cristo crocifisso di Bernini, l’unica figura in metallo realizzata dal Gian Lorenzo e anche l’unica statua che, mentre lui era in vita, fu ritenuta inadatta alla destinazione, sostituita nel Pantheon dell’Escorial da uno di minor valore nonsisapperché. In ogni modo sentirete che emozione e sentirete anche quelle braccia crocifisse senza croce (andateci anche perché arriva dal Monastero di San Lorenzo de l”Escorial e difficilmente viene esposto al pubblico).

Scuderie crocifisso Bernini

Gian Lorenzo Bernini, Cristo crocifisso – Foto Meri Pop

Se un appunto devo fare, e lo faccio, è che tra tutti i mirabili quadri esposti ce n’è uno di una pittrice donna, Fede Galizia, una assoluta rarità per l’epoca, considerata uno dei fondatori del genere della natura morta, ma il suo nome non viene mai citato nella presentazione ufficiale (compresa quella sul sito) e sappiamo che statisticamente è da quella che discenderanno molte altre recensioni. Peccato. Peccato perché questo Giuditta e Oloferne è bellissimo.

Scuderie Fede Galizia Giuditta e Oloferne

Fede Galizia, Giuditta e Oloferne – Foto Meri Pop

E vabbè, vi toccherà nella galleria delle Storie calme di donne inquiete, poveravvoi. Che stavamo dicendo? Ah sì che stavamo deambulando fra queste meraviglie. Senonché essendo l’affluenza copiosassai, a un certo punto ci appartavamo agevolando il deflusso. Agevolando il deflusso di un prosecchino recandoci al baretto quirinalizio.

Lì, a un certo punto avventatasi (nel senso come avventora) anche l’amica Chiara, costì diventando quattro femminazze attorno a un tavolo con vista bollicinata Ermocolle, scattando la modalità Sex and the city, ci sovveniva un taglia-e-cuci spaziante urbi et orbi includente gli sconcludenti esponenti del sesso a noi avverso. E dunque sedendo e mirando interminate sòle di là da quelli e sovrumani spajamenti e profondissima sete, in un coro di risate il naufragar ci era dolce e pure parecchio terapeutico in quello mare. Perché, davvero, a una donna può succedere di tutto ma ci sono “due cose di cui non avremo mai abbastanza: buone amiche e buone scarpe”.

Costì, nuovamente issateci sui tacchi, ci si rendeva conto che s’era fatta nacerta e che eravamo rimaste le ultime quattro del palazzo più i due baristi: ondeggiando a causa del bolliciname in circolo, congedata Chiara, ci recavamo a ritroso nelle sale della mostra in direzione uscita.

A un certo punto, arrivate alla per noi uscita che era la prima sala di entrata, ci ritrovavamo tutte e tre al cospetto di quello che forse è il cuore della mostra ma che ha certamente fatto battere il nostro: messer Caravaggio, “Salomè con la testa di Battista”

Caravaggio Salomè

Caravaggio, “Salomè con la testa di Battista” – Foto Meri Pop

Tre donne attorno al cor, proprio. Noi tre sole, in quella penombra e in quell’infinito silenzio, di fronte a quella magnificenza ma soprattutto a quella testa d’uomo mozzata offerta sul vassojo. Embeh. Non solo ci è sovvenuto l’eterno e le morte stagioni e i chitemmuorti a corredo ma anche un infinito, liberatorio ESTICAZZI.

Andate, amiche e amici. Andate e mandate.

Il diritto di contare

giovedì, marzo 16th, 2017

Per andarlo a vedere abbiamo riconvocato il team Suffragette apperciocché i film di cosedidonne visti insieme fanno bene e fanno quantomeno meglio. La spedizione di femmine composta da Fiorella, Roberta e la quippresente -stavolta allargandoci alla Shylocknostra- si dirigeva come un sol uomo al Barberini previo rifornimento di un bicchierozzo a forma di sputnik pieno di liquirizie a rotella e gelatine.

Mary Jackson, Dorothy Vaughan e Katherine Goble Johnson: donne, nere e giovani scienziate negli anni Sessanta. Quando si dice la vita tutta in salita. Senonché invece se il 20 febbraio 1962 l’America potè lanciare il suo primo uomo bianco -John Glenn- nello spazio lo fece anche grazie a queste tre donne nere. Portatrici d’acqua alla causa per la quale alla storia passarono altri.

“Il diritto di contare” è la storia di quell’impresa, è il riscatto per le donne afroamericane che resero possibile quell’impresa, è un tardivo ma apprezzabile togliere dall’oblìo un pezzo di storia ma è soprattutto un impagabile Daje-co-sta-matematica per tutte le ragazze e tutte le mamme di ragazze.

Una storia vera che sembra un film e infatti lo diventa, un titolo geniale (o “polisemico”, come chiosava Fiorella) che unisce la questione farcela alla questione numeri, un casting azzeccato, la retorica americana ma anche una sceneggiatura condita di battute efficaci, alla fine producono un effetto self-coaching: perché più che dopo due ore di cinema ci si alza come dopo due ore con Roberto Coach-di-te-stesso Re.

Il diritto di contare

Un solo sbaglio, credo però, non bisogna fare: alzarsi dalla poltrona pensando di aver visto una ricostruzione storica di conquiste acquisite. Perché, a guardarlo dall’Italia, quel diritto delle donne a occuparsi di scienza non è acquisito manco per niente. Alle scuole superiori le ragazze rappresentano oltre il 50% degli studenti ma sono il 30% dei professori associati, il 20% dei professori ordinari e fra gli 80 rettori italiani le donne sono 5 (dati Fondazione L’Oreal).

Per non andare troppo lontano, anche come date, informo infine che ne I Dialoghi matematici, rassegna in corso all’Auditorium di Roma organizzata da Il Mulino, dal 5 marzo al 28 maggio nei 6 incontri con 13 ospiti fra matematici, filosofi, economisti, fisici e associati più 1 moderatore non troverete neanche una donna. Ripeto: neanche una. A Elisabetta Pacini che glielo ha fatto notare (e che ne ha dato notizia in un post su Facebook) così è stato risposto:

“Gentilissima,
condividiamo la sua osservazione, durante la stesura del programma dei “Dialoghi matematici” abbiamo individuato più donne che in modo eccellente avrebbero rappresentato il mondo scientifico e matematico, purtroppo – per diversi motivi – non siamo riusciti a inserirle nel calendario di questa rassegna. La presenza femminile sarà uno degli obiettivi della prossima edizione.

La ringrazio per l’attenzione e le porgo un cordiale saluto

Relazioni esterne”

Il diritto di contare. Di contare male. Perché va bene donne che portano uomini in orbita o sulla luna. Ma addirittura uomini che portano una matematica su un palco a parlare di matematica questo magari più in là.

Femmene

martedì, febbraio 28th, 2017

In principio fu il cuoppo e quanto esso contiene.

Napoli cuoppo

Il cuoppo

Cioè una scorta di trigliceridi che alle 12,30, due ore dopo l’arrivo a Napoli centrale, aveva già coperto il fabbisogno annuale di ciascuna delle femmene arrivanti. Cuoppo di terra: crocchè di patate, arancini di riso, zeppoline di pasta cresciuta, verdure pastellate e mini frittatine di pasta.

Così, satolle e barcollanti, ci rotolavamo dunque attraversando Spaccanapoli all’appuntamento con Nostra Signoria dei Friarielli, la Femmena-in-chief Annanostra. Ora io vi potrei dire anche della caprese che abbiamo preso insieme al caffè Gambrinus. Oppure della graffa col thè delle cinque, mentre sopra al tendone imperversavano acqua fulmini e saette. O meglio ancora degli scialatielli a vongole della cena. O della cioccolata del dopo cena. O dei taralli nzogna e pepe di Leopoldo.

Napoli dolci Leopoldo

Basta nu poc ‘è zuccar

O parlarvi dello slalom fra vicoli, chiacchiere, vetrine da guardare e tutto da toccare e molto poco da comprare, che il guarding e il tocching andrebbero protetti dall’Unesco e qui le commesse lo sanno e non ti stanno in cuollo a ogni minuto.

Ma il momento del picco glicemico acquolinico e sentimentalgastrico lo raggiungevamo alle 10,30 della mattina dopo, domenica, quando, spuntata insieme a un osolemio che ci ripagava di tutti gli scuotimenti di cielo del giorno prima, Annanostra ci si presentava a piazza San Domenico con un cabaret di fiocchi di neve di Poppella, rione Sanità, due giorni dopo che un commando aveva preso a pistolettate le vetrine. Che qui la reazione civile passa non solo per la testa e per la volontà ma, contestualmente, per i vassoi.

Con questo ben d’iddio in corpo ci tempravamo per il rabbocco finale: la visione -o rivisione ma sempre la prima volta ti sembra- del Cristo velato. Che Napoli questo è: ti riempie lo stomaco, gli occhi e il cuore tutto insieme. In continuazione, passeggiando e perdendoti tra vicoli, chiostri, penzieri e sentimenti.

E così lo stomaco vicino al cuore si riscalda a ogni momento e non c’è concione che non ne venga illuminata, comequando a un certo punto dell’Amarcord ci si svelava, dopo il Cristo, anche il quarto segreto di Annuzza, del quale qui voglio rendervi partecipi prendendolo come picco assoluto della planetaria saggezza.

Napoli cucina Pop

Vi dicevo che a Napoli la reazione civile passa, contestualmente alla testa, per i vassoi e ciò ben si addice anche alla reazione amorosa. E dunque, rivangando amorosi trascorsi di corsi e rincorsi

-Eh -dice Anna- quindi fu un amore che ancora non passa?
-Beh -dice Mile- più che amore direi che fu un sentimento
-Eh Milè, nuie tenimm ‘a digestione lenta, vedrai che fra poco sarà una simpatia
-Dici, Annù?
-Dico, Milè: che nella vita dal piedistallo alla saittella è un attimo

La saittella essendo il tombino è dunque alla parabola della saittella che consegnerei alcune primarie riflessioni: quando siete felici fateci caso. Che per la saittella è un attimo

Uà Meripo’ ma in sostanza che vuoi dire? Dico che se hai una malinconia da femmina devi andare a scioglierla in una città femmena con amiche femmene e con un Virgilio femmena, come Anna, Nostra Signora dei friarielli, che con un sinnominato spettacolo torna fra pochi giorni a teatro.

Andate, andate a Napoli: andateci se il cuore sta un po’ ammaccat e anche se sta allegro, andateci spesso, andateci sempre. E attenzione a dove mettete i piedi: che per la saittella è un attimo.

Femmene
di Myriam Lattanzio e Anna Mazza, interpretato da Nunzia Schiano
sabato 4 marzo alle 21.00
Teatro Ricciardi Capua

Chapeau

mercoledì, febbraio 1st, 2017

“Comprate cappelli di paglia in inverno. L’estate sicuramente arriverà”. (Bernard Baruch)
In ogni caso compratevi pure un ombrello.

Viet Hat

Viet Hat (foto Professor Pi)

Sotto il cappello

venerdì, gennaio 13th, 2017

In ogni caso il più vasto territorio da esplorare è sotto il cappello.

Cappello Viet Pop

Viet Pop Hat (Foto Professor Pi)

Viet Pop 1/ Sai le risaie

mercoledì, gennaio 11th, 2017

Stavolta è iniziata così:
DRIIIIINNNN
-Professor Pi che periodo terribile, la scienza come lo definirebbe?
-Un casino
-Ah ecco, s’adegua pure lei. Ma un aiuto scientifico?
-Il Vietnam
-Eh?
-Andiamo in Vietnam
-E dove sarebbe l’aiuto scientifico?
-Nella teoria del caos. L’idea che piccole variazioni iniziali possono portare a grandi cambiamenti finali di un sistema. Anche detto “effetto farfalla”. Pensa se ognuno di noi fosse la piccola variazione iniziale di un grande cambiamento finale.
-Continua a sfuggirmi la connessione col Vietnam
-E’ il paese delle farfalle, anche
-Cioè noi si va lì dove ste farfalle spostano i caspita di elettroni e si risistema il sistema?
-Beh quantomeno andiamo all’origine del casino, nei dati di ingresso
-Mh. E tocca andare fino al Vietnam?
-Dopo un anno del genere qui ti pare che puoi temere il Vietnam?
-In effetti. E poi tutto sommato un’incursione nelle metropoli di Saigon, Hanoi…
-Veramente andremo prevalentemente dalle tribù del Nord. E siccome oltre a essere il Paese delle farfalle, è soprattutto quello delle risaie, mi raccomando: preferibilmente solo bagaglio a mano, sacco lenzuolo, scarponi da trekking adatti a luoghi umidi, che a bordo risaia c’è il fango. Dai dai, che ci divertiremo

-E come no, sai le risaie, proprio

risaie
Ciononostante si aggregavano alla spedizione anche quella che era mia amica Lorena, e che dunque al termine del viaggio comprensibilmente non lo sarebbe più stata, e la mia amica 2.0 Monica (nel senso amica del socialcoso) che comprensibilmente pure lei al termine mi avrebbe mandato un chitemmuorto, sia pure solo 2.0.

Inutile ogni tentativo di dissuadere la Lorena. Il punto è che per scoraggiarla l’avevo convocata in un’enoteca e al termine della serata, e della bottiglia, ci era sembrata affrontabile financo Roma, che Saigon in confronto era Disneyland.

Neanche vi dico quanti tentativi di composizione del bagaglio a mano avevo fatto, dovendo mettervi financo un sacco a pelo (che -Meripo’ nel Nord staremo nelle loro case, ci daranno il materasso e una coperta ma portati anche un sacco a pelo che tu sei freddolosa), cose che Silvan me spiccia casa.

Ma tant’è. Il gruppo convocato in quel di Fiumicino si preparava alle sedici ore del Roma-Guangzhou e alle restanti dieci fra scali e altro in dirittura di Hanoi.

E in mente una sola domanda: sì, va bene la teoria del caos e ste farfalle e i cambiamenti inziali e finali.  Ma perché caspita proprio il cambiamento mio doveva partire da bordo risaie? Eh??

L’arte del togliere

martedì, dicembre 20th, 2016

Mia nonna Aida diceva che di fronte all’orrore bisogna cercare riparo nella meraviglia. Per questo, durante la guerra, leggeva a mia madre e ai suoi fratelli piccoletti, da profughi sfollati in un fondaco umido e maleodorante, I promessi sposi.

Così stamattina, con ancora addosso l’orrore di Berlino e di Ankara, mi è tornato in mente il Cristo velato. Non so come mai non l’avessi mai visto fino alla veneranda età di un par d’anni fa. Non dico dal vero ma nemmeno in foto. Ci portò Grace, a me e alla giovane older. E so solo che quando mi ci sono trovata davanti per la prima volta ho avuto paura davanti ad un’opera d’arte. Che probabilmente quando la bellezza e la perfezione superano una certa soglia, lo sbigottimento lascia spazio al timore e, in questo caso, all’inquietudine e allo spavento.

Ed è stato entrando nella Cappella Sansevero, in mezzo alla già magnificente magnificenza che ci ruotava tutto intorno, che ci è apparso poggiato in mezzo alla stanza, questo:

Napoli, Cappella Sansevero

Napoli, Cappella Sansevero

Il Cristo velato. Opera di tal Giuseppe Sammartino, 1753. Ve lo metto anche tutto intero:

cristo-velato-figura-intera

Marmo. Ma ditemi un po’, non vi sembra che l’autore invece di agire “per forza di levare” abbia al contrario messo un velo su un corpo e l’abbia nonsoccome marmorizzato dopo? E infatti anche questo hanno ipotizzato: che usasse cadaveri. Poi che usasse formule alchemiche scioglitive. E ancheAntonio Canova, incredulo e trasformatosi nel Salieri di Mozart della situazione, pare che una volta, tentando di acquistare l’opera, disse che avrebbe dato dieci anni della propria vita pur di essere considerato l’autore di questo capolavoro.

Dunque il capolavoro nato, come tutte le sculture, dall’arte di togliere. Che se esistesse un corrispettivo sentimentale forse sarebbe l’arte del mancare. E del mancarsi.

Io so solo che lì davanti sono rimasta, perdonate, impietrita. Non ricordo una cosa simile neanche davanti al Michelangelo della Pietà.

Che davvero di fronte a quel marmo tutto si prova tranne il freddo. E ancora oggi, quando ripenso a questo velo poggiato mi viene un brivido lungo la schiena. A pensare a come si possa, in un mondo che tutto tende ad aggiungere e ad accumulare, trasmettere un senso di perfezione e di incomparabile bellezza togliendo.