Archive for the ‘Andare’ Category

Cosa sta bruciando a Parigi

lunedì, aprile 15th, 2019

Sto cercando di capire cos’é questo dolore che tutto il mondo sta provando nel vedere quelle fiamme. E penso che forse l’arte è proprio questo: trasformare ciò che tocca in “casa”, casa tua.
Ovunque sia.
E se è vero che “Si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima” allora a Parigi sta bruciando un pezzo della nostra, anima.

Notre Dame, foto Grazia Spinosa

(Queste foto, tra le più belle che mi abbia fatto Grace questa estate)

Ruth Bader Ginsburg, quel geniale grimaldello del diritto alla parità

lunedì, aprile 1st, 2019

Ruth Bader Ginsburg, detta RBG, anzi “The Notorius RBG”. Tipo JFK, tanto per capire che icona sia da loro. Da noi lo è meno ed è un gran peccato. Motivo per cui il film appena uscito, che racconta la sua storia, merita di essere visto a prescindere dal film che ne è venuto fuori, “Una giusta causa” anzi “On the basis of Sex”, “Sulla base del sesso”.

RBG, quindi, classe 1933, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti nominata nel 1993 dal Presidente Bill Clinton, una delle uniche quattro donne che abbiano mai fatto parte della Corte Suprema, assieme a Sandra Day O’Connor (in pensione), Sonia Sotomayor ed Elena Kagan (entrambe in carica).

RBG, donna, piccola, ebrea, autoironica, una delle prime e poche donne ammesse ad Harvard (9 su 500) anno di grazia 1956, la più brava (di tutti, intendo, non delle donne ammesse): ce n’è a sufficienza per capire che vita in salita sia stata, la sua, quella di una pioniera donna in un mondo di uomini e in un’epoca bigotta e retrograda nella quale viene rifiutata per decenni da tutti gli studi legali perché “le mogli potrebbero ingelosirsi”, alla quale viene chiesto ad Harvard  “Perché occupa un posto che sarebbe potuto andare a un uomo?”. Una donna che oltre a studiare per sé studia -e frequenta le lezioni- anche per il neo marito, che si ammala di cancro, e alla fine lo porta alla laurea, essendo anche diventata mamma da poco.

RBG, che inizia ad insegnare ma alla quale è proprio suo marito a segnalare un caso, apparentemente poco rilevante: a essere discriminato stavolta è un uomo, non sposato, che assiste la madre invalida ma che non può detrarre dalle tasse i soldi spesi, perché ciò è concesso solo alle donne, perché è a loro che spetta il lavoro di cura.

E’ lì che svolta la storia, la sua e la nostra e quella della parità di genere: con un rimborso delle tasse. Tipo Al Capone arrestato per evasione fiscale.

Ed è davanti a una Corte di uomini che un po’ la sfottono un po’ la compiangono che a un certo punto lei dirà: non vi sto chiedendo di cambiare tutte le leggi, vi sto chiedendo di dare a questo Paese la possibilità di cambiare.

I film non sono importanti solo per come sono fatti e per il tema che trattano: sono importanti anche per il momento nel quale escono. E come è suonato, questo film, proprio in questo weekend.

A un certo punto un rappresentante della Corte le dice
-Nella Costituzione americana non c’è la parola “donna”
ed è lì che lei risponde
-Neppure la parola “libertà”.

Cari miei futuri colleghi

mercoledì, marzo 20th, 2019

Cari miei futuri colleghi, nonché studenti del corso di Scienza della comunicazione dell’Università Roma Tre,

incontrarvi ieri è stato un grande piacere. Ho iniziato costituendomi spontaneamente: sono qui -vi ho detto-  non per tenere una lezione ma per darvi una serie di scoraggianti notizie che il vostro prof titolare non aveva il coraggio di darvi. Ma ce ne saranno anche alcune buone, alla fine, quindi vi consiglio di resistere fino alla conclusione.

Alcune ho cercato, effettivamente di darvele. Ma se verrete a dare un’occhiata qui anche oggi (ve l’ho detto che i blog andrebbero aggiornati il più spesso possibile) troverete una piccola ma preziosa postilla: sono i Consigli di Ennio Flaiano (“a un giovane analfabeta che vuol darsi alla letteratura attratto dal numero dei premi letterari”). Ovunque e per chiunque scriverete non dimenticateli mai

– Chi apre il periodo, lo chiuda.
– E’ pericoloso sporgersi dal capitolo.
– Cedete il condizionale alle persone anziane, alle donne e agli invalidi.
– Lasciate l’avverbio dove vorreste trovarlo.
– Chi tocca l’apostrofo muore.
– Abolito l’articolo, non si accettano reclami.
– La persona educata non sputa sul componimento.
– Non usare l’esclamativo dopo le 22.
– Non si risponde degli aggettivi incustoditi.
– Per gli anacoluti, servirsi del cestino.
– Tenere i soggetti al guinzaglio.
– Non calpestare le metafore.
– I punti di sospensione si pagano a parte.
– Non usare le sdrucciole se la strada è bagnata.
– Per le rime rivolgersi al portiere.
– L’uso del dialetto è vietato ai minori dei 16 anni.
– E’ vietato servirsi del sonetto durante le fermate.
– E’ vietato aprire le parentesi durante la corsa.
– Nulla è dovuto al poeta per il recapito.

Ad majora, bellemie e bellimiei.
Vostra Meri Pop

In viaggio con papà

martedì, marzo 19th, 2019

Andó più o meno così. A Natale dovevamo partire in tre per i Caraibi, lui anche per lavoro. Lo chiamo a pochi giorni dalla partenza. In lacrime.

– Papà, scusa, noi ci siamo lasciati, è un momento difficile, dobbiamo annullare il viaggio.

Lui:
-Mi dispiace molto. Ma non vedo perché devi annullare il viaggio anche tu.

-Scusa e che partiamo tu ed io?

-Sì, non vedo perché no

-Ma papà ma io non me la sento, proprio non ho lo spirito adatto.

-Ora, certo. Ma lo avrai a un paio di giorni dall’atterraggio. Ti aspetto in aeroporto.

Nella foto un particolare di Santo Domingo.

La saittella

giovedì, febbraio 28th, 2019

A volte una buona idea ha bisogno di un treno per essere raggiunta. Vorrei dunque parlarvi del giorno in cui, oggi di due anni orsono, quindi per dirla con il nipotino della mia adorata Maria “ierissimo”, con Lorè e Milè prendemmo un FrecciaPop che ci condusse da Annuzza a Napoli.

E soprattutto vorrei qui ricordare il momento in cui Annanostra ci si presentava a piazza San Domenico con un cabaret di fiocchi di neve di Poppella, rione Sanità, due giorni dopo che un commando aveva preso a pistolettate le vetrine. Che qui la reazione civile passa non solo per la testa e per la volontà ma, contestualmente, per i vassoi.

Napoli, dove lo stomaco vicino al cuore si riscalda a ogni momento e non c’è concione che non ne venga illuminata.  Comequando a un certo punto dell’Amarcord ci si svelava, dopo il Cristo velato, anche il quarto segreto di Annuzza. Parlare alla testa anche tramite i vassoi ben si addice pure alla reazione amorosa. E dunque, rivangando amorosi trascorsi di corsi e rincorsi degli uomini che furono, a un certo punto

-Eh -dice Anna a Milè- quindi fu un amore che ancora non passa?
-Beh -dice Mile- più che amore direi che fu un sentimento
-Eh Milè, nuie tenimm ‘a digestione lenta, vedrai che fra poco sarà solo una simpatia
-Dici, Annù?
-Dico, Milè: che nella vita dal piedistallo alla saittella è un attimo

La saittella essendo il tombino è dunque alla parabola della saittella che consegnerei alcune primarie riflessioni: quando siete felici fateci caso. Che per la saittella è un attimo

Uà Meripo’ ma in sostanza che vuoi dire? Dico che se hai una malinconia da femmina devi andare a scioglierla in una città femmena con amiche femmene e con un Virgilio femmena, come Anna, Nostra Signora dei friarielli, che con un sinnominato spettacolo torna ogni tanto a teatro.

Essendo in zona uichendo dico: andate a Napoli. Andateci se il cuore sta un po’ ammaccàt e anche se sta allegro, andateci spesso, andateci sempre.

E attenzione – a Napoli e nella vita in generale- a dove mettete i piedi: che per la saittella è un attimo.

Basta nu poc ‘e zuccàr

Professorè, da Auschwitz nun po’ tornà nessuno

domenica, gennaio 27th, 2019

Ve lo ripropongo ogni anno. Perché non trovo altre parole che queste. Soprattutto QUESTO anno.

Alcuni governi, una separazione e tre lavori fa Meri Pop decise di non farsi mancare proprio nulla e accettò di verificare se era in grado di sopravvivere anche al Ministero della Pubblica Istruzione.
Un giorno la chiamò il ministro e le disse: “Meripo’ sto andando ad Auschwitz. Con i ragazzi. Copriti bene”.

Arrivarono una mattina di gennaio davanti a una montagna di neve bianca dalla quale spuntava un cancello di ferro nero. E sotto una gelida nevicata iniziarono a camminare a fatica tra le stradine dell’inferno. I ragazzi accompagnavano il ministro, Meri Pop i giornalisti, il ghiaccio e il silenzio accompagnavano tutti.

Andarono nelle baracche delle donne, in quelle degli uomini, in quelle dei bambini. Poi andarono anche al museo: cataste di abiti, occhiali, capelli, protesi dentarie, scarpe. Davanti a una scarpina singola taglia bambina la linea Maginot di Meri Pop crollò.

E cominciarono a scendere: tante, calde, veloci.

E’ a quel punto che, dal gruppetto degli studenti, se ne staccò uno -primo liceo scientifico, 14 anni massimo 15- e le si avvicinò, facendo cadere un’altra Maginot, quella che in qualche modo aveva tenuto una distanza di sicurezza e di comprensibile reverenzial timore tra i due.  E, dopo ventiquattr’ore di viaggio e di “Dottorè”, il ragazzo le poggiò un vigoroso braccio sulla spalluccia piangente, ed ora anche scossa, ed esclamò:

“Professorè, io me sto a trattenè da un’ora e mo’ tu sbraghi?”

E’ uno dei momenti salienti della Hall of Fame della mia vita. Uno di quelli ai quali ogni tanto attingo nei fotogrammi No. Insieme al fatto che, poche mattine fa, ero su un autobus e a un certo punto ho sentito uno che richiamava l’attenzione di tutto il jumbobus con:

“Professorèèè! Se ricorda?”
e con aria complice e abbassando la voce come dovesse rivelarmi la comune appartenenza alla Massoneria aggiungeva
“semo stati insieme ad Auschwitz”.

Ovviamente non l’ho riconosciuto ma dimenticare è, appunto, impossibile.
Ci siamo scambiati qualche battuta, ha già fatto la maturità. Poi gli ho chiesto quanti anni erano passati da quando eravamo tornati da Auschwitz.

Mi ha guardata e ha preso fiato. Poi:

“Professorè, mica lo so. Me sa che da Auschwitz nun po’ tornà nessuno. Io certe volte ce ripenso e me sembra che sto ancora là”.

La freccia sul cuore

mercoledì, gennaio 16th, 2019

“Ora mi odi ma stasera mi ringrazierai”. E’ così che Roberta alle 8 di domenica mattina ha sintetizzato l’impresa che ci si stava parando innanzi: Frecciarossa di andata-ritorno toccata-effuga Roma-Firenze per andare a vedere la mostra di Marina Abramovic, la madre della performance art, a Palazzo Strozzi

Firenze, lo dico per la cronaca, sabato sera stava a -6. MENO SEI. A Roma piovigginava e nebbiava. Maddicoio ma che v’ha fatto di male il piumone sotto al quale barricarsi la domenica? E sì certo che ardevo dal desiderio di vedere “The Cleaner”, la personale allestita nell’incanto di palazzo Strozzi, ci avevo spedito anche la giovane older e torme di amiche. Ma ormai avevo rinunciato, non avendo trovato in quattro mesi il modo di andare. Un tentativo l’avevo fatto planandoci a ottobre ma sbirciando il quarto d’ora di fila mi ero detta che No, mo proprio no. Ed è così che domenica ne abbiamo fatta più di un’ora, di fila.

Controversa, coraggiosa, provocatrice, disturbante, anche. Si inizia con Ponderabilia: due performer completamente nudi l’uno di fronte all’altro presidiano gli stipiti di una porta stretta. Si può decidere se passare lì in mezzo o girare al largo. Laqquippresente mollava cappotto e borsa a Rob e attraversava quel passaggio, scoprendo che così facendo in qualche modo ci si mette a nudo più dei due artisti che sfiori passando (e no, non posso mettervi la foto che sennò Zuckercoso rimuove il post, così come ha già fatto Instagram. Poi dice il senso dei socialcosi per la realtà). In ogni caso quando Marina e il compagno Ulay la misero in scena nel 1977 rischiarono di essere arrestati.

Ma delle ondate di emozione che potrebbero investirvi attraversando le sale e la sua arte e la sua follia, c’è un’immagine più di tutte che proprio non mi esce dalla testa. Ed è questa:

Si chiama Rest Energy.

“Io reggevo un grosso arco e Ulay ne tendeva la corda, reggendo tra le dita la base di una freccia puntata contro il mio petto (…) con il rischio che se Ulay avesse mollato la presa avrei potuto trovarmi con il cuore trafitto. (…) La performance durava quattro minuti e venti secondi, che sembravano un’eternità. La tensione era insopportabile”.

E’ così che lo spiega lei. Un arco teso con una freccia puntata sul cuore dell’altro. E microfoni sui loro cuori ad amplificarne il battito. L’ansia, la paura, il timore. “Era la rappresentazione più estrema possibile della fiducia”, dice ancora lei.

Un arco teso fra noi e una freccia appuntita puntata verso il cuore dell’altro.

Non è forse questo che facciamo -e rischiamo- ogni volta che stabiliamo un legame? Non è questo che facciamo ogni volta che ci accostiamo alla vita e al cuore di un altro? E non è questa l’ansia, quasi dolorosa anche quando è travestita da gioia, che proviamo quando amiamo? Quello stato di continua sospensione. Quella sensazione di non essere più padroni a casa nostra ma di esserci consegnati anche nelle mani di un altro? Maneggiamoci con cura, verrebbe da reciprocamente avvertirci.

Non saprei trovare un modo migliore per spiegarlo. E infatti l’ha spiegato, facendocelo vedere e ascoltare, con quel battito del cuore amplificato, lei. E’ per questo che esiste l’arte.

E sì, per la cronaca, alla fine della giornata non ho potuto far altro che esserle grata. A Marina. E pure a Rob che mi ci ha trascinata. Anche perché a Firenze era uscito un sole che lèvati.

Per la mostra c’è tempo fino a domenica. Per chiederci scusa quando per distrazione, per superficialità, per trascuratezza, quell’arco ci sfugge e la freccia parte un po’ di più. Ma non aspettiamo troppo.

Su per cali fragili

giovedì, gennaio 10th, 2019

Sì, mi ha commossa e anche un po’ incantata. Sono entrata scettica e sono uscita tirando su col naso come parecchi altri avventori intorno, il più grande dei quali credo però avesse dodici anni. Mi ha commossa-e-anche-un-po’-incantata nonostante ahimè condivida gran parte delle critiche che le sono piovute addosso senza che stavolta l’ombrello magico la proteggesse. perché sì, è vero, Emily Blunt è troppo algida e moscia, la versione canterina italiana nze po’ sentì, esci che non ti è rimasto neanche un motivetto in testa e sì se proprio Mary Poppins doveva tornare ci si aspettava un ritorno più trionfale di questo.

Eppure.

Eppure premesso che solo un pazzo avrebbe potuto pensare di emulare scimmiottare o rifare l’altro -e non credo fosse questo l’intento de “Il ritorno di Mary Poppins”-

e chiarito che Julie Andrews e associati restano nell’Olimpo che gli spetta, questa Mary Poppins tornata vent’anni dopo a me è piaciuta.

Trova i suoi bambini cresciuti: Jane Banks è un’attivista per i diritti dei lavoratori e altri grandi amori non ne ha incontrati, Michael Banks invece l’amore della vita ce l’aveva ma l’ha perso e vive con i suoi tre bambini nel dolore di un ricordo che non si capacita dell’assenza. Come non bastasse siamo negli anni della Grande Depressione e anche i Banks sono praticamente sul lastrico. Dolore, crisi, smarrimento. Uscirne sarebbe una missione impossibile. Ma proprio questo è invece il terreno di sfida che giustifica l’epocale ritorno della Poppins, che con crisi di serie B sarebbe capace quasi chiunque a tirarci fuori.

Mary ritorna OGGI. Anche se sono gli anni Trenta. Perché quella sfiducia, quell’impotenza, quella rassegnazione li riconosciamo benissimo, seduti sulle poltroncine del nostro cinemino del 2019. E ce la sentiamo addosso la disperazione e le lacrime di Michael Banks. Ecco, io in quell’altro ero la pupa. Era con i bimbi che mi identificavo. Ma stavolta sono Jane e sono Michael, e non trovo un amore e non trovo la consolazione dopo una perdita.

E stavolta è a me adulta fuori e bimba dentro che l’algida eppure magica Emily Blunt viene incontro su quella poltroncina. E mi porta ad aggiustare aquiloni, a rincollare cocci di vasi, a mostrarmi che i diritti di tutti meritano ancora di essere difesi da ciascuno e, soprattutto, a insegnarmi a saper perdere. Mary Poppins vola con un ombrello, ha una borsa che lèvati, è praticamente perfetta: ma le persone che ci hanno lasciato -in qualsiasi modo ciò sia avvenuto- non può restituircele neanche lei.

Può però insegnarci a guardare alla stesse cose in modo diverso: perché anche in questo film la vita è per il 10 per cento ciò che ci accade e per il 90 per cento come reagiamo. E riscoprire il bambino che abbiamo dentro è sempre un ottimo modo per affrontarla.

Stavolta Mary Poppins ha un compito più arduo che far ingoiare pillole e riordinare stanze: stavolta deve portare la speranza in un mondo sfiduciato, scettico, arrabbiato, chiuso. E a me, su quella poltroncina, un po’ di questo colpo di magìa è arrivato. Anche se Emily non ha lo sguardo di Julie, anche se ho aspettato per tutto il tempo che dalla colonna sonora (pare sia splendida nella versione originale e abominevole nella trascrizione italiana) facesse capolino (per evidenti conflitti di interesse, lo capirete) un Supercalifragili o un Bastaunpocodizucchero. Che non arriva. Ma non credo che questo film ci abbia rovinato l’infanzia (costruita anche grazie al film del 1964) o abbia leso la maestà della inarrivabile Julie Andrews. Forse, invece, ci fa rincontrare oggi il bambino di ieri, oggi che il bambino è nuovamente spaventato da un mondo che gli si sta rivoltando contro e non ha più le promesse di benessere e il senso di fiducia di ieri.

Non è un film sul senso della vittoria-su-tutto: è un film sul senso della perdita. Su come affrontarla. Sul lasciar andare ciò che non possiamo più avere ma sapendo che si perde davvero solo chi -o cosa- si è posseduto, non chi si è amato.

Eddunque Meripo’ dopo tutto sto pippone che ce voi dì? Dico che io alla fine la penso come Ester, quattro anni, alla quale il film è piaciuto assai. Ma uscendo dal cinema si è avvicinata all’orecchio del babbo e gli ha detto

-Papà, io però la pillola la volevo sentire

Claude Monet, l’uomo che riuscì a raccogliere aria e luce e le imprigionò su una tela

mercoledì, dicembre 5th, 2018

Dice allora andiamo a Giverny per scendere nel nucleo atomico dell’Impressionismo, a casa Monet. E chiunque dovrebbe prima o poi sperimentare questa sequenza: effettivamente partire da Parigi aeroporto, arrivare a Giverny (con l’ulteriore aggravio di una trentina di inutili chilometri, che il Navicoso si era spento e siamo spuntate alla Defense invece che verso Giverny), dormirci -a Giverny- alzarsi la mattina dopo, consumare una colazione effettivamente molto impressionante, scrutare il cielo, scrutarci noi  e con un’occhiata decidere, con i biglietti già acquistati in tasca, che no: con le secchiate d’acqua a quei giardini no. Non stamattina. Non così.

Inutilmente l’ostessa che ci ospitava strabuzzava il ceruleo e normanno occhio
-Ma come, parbleau, e prendetevi un parapluie! Mavviparemai che avete fatto tutta questa strada e ve ne andate senza vederla?
Dirò di più: senza nemmeno passarci davanti. Che Grace quando va in fissa è irremovibile. “Meripo’, lo faremo al ritorno, che i giardini di Monet con il monsone proprio no, jàmm”.

L’irremovibile Grace, manco a dirlo, aveva ragione. Perché riallocato il Navicoso sulla via del ritorno verso Paris, quindici giorni dopo, e dopo aver perimetrato Bretagna e Normandia in lungo e in largo, arisbucavamo a Giverny in una splendida giornata di gialli e di azzurri. Che nemmeno se ce li avesse dipinti il padrone di casa, sarebbero stati così.

Tutto questo pippone per dirvi Andate. Fatevi questo regalo se ancora non ve lo siete fatto e fatevi questo viaggetto sui posti veri che crearono quei capolavori dipinti di Claude Monet. E se non tutti andate almeno alla fermata finale, a Giverny, dove creò un Paradiso prima in un giardino e poi sulle tele, lì dove ormai praticamente cieco dolentemente confessò: “Questi riflessi sono diventati un’ossessione. E’ una cosa che va al di là delle mie forze di vecchio, e tuttavia voglio riuscire in quello che sento”.

E, neanche a dirlo, ci riuscì. Claude Monet, morto il 5 dicembre di 92 anni fa, lì, fra l’aria e la luce che non vedeva più ma che aveva raccolto per tutta la vita, imprigionandole nelle sue tele.

Giardini di Giverny, foto Meri Pop

Un giorno, tre autunni

giovedì, novembre 15th, 2018

Era iniziata come spesso iniziano le storie d’amore: su un binario. Perché alla fine è questo che accettiamo di fare quando Cupido si muove: muoverci anche noi, fare un pezzo di strada insieme. Lei saliva, lui scendeva. Anche in senso geografico. La Roma-Milano-Roma è trafficatissima anche per questo.

Naturalmente, perché sia davvero un grande amore, non basta il cuore: occorre prima di tutto un ostacolo. Oltre il quale pensare di gettare il cuore. E questo ostacolo, se ci innamoriamo a nacerta, prende spesso le sembianze di una vita precedente: l’amore statisticamente arriva mentre almeno uno dei due è occupato. Dunque iniziò quella fase di infinito e doloroso sganciamento del 50% precedente. Anni. Passarono anni di fronte ai quali però nessuno dei due indietreggiò. Nessuno si arrese anche quando le cose diventarono difficili. Fu quando diventarono evidentemente insormontabili che lui sparì. Così. Una mattina. Perché anche questo va detto: dopo anni di dibattiti su come ci si lascia financo io ho dovuto rivalutare in certi taluni casi la sparizione.

Perché cosa vuoi riuscire a dire, nell’ora dell’indicibile? Un bel tacer non fu mai scritto, figuriamoci telefonato.

A quella scomparsa lei sembrava essersi rassegnata. In linea di massima c’è sempre quel rifugio consolatorio secondo il quale “Due anime che si separano è una cosa triste, ma due anime che non si incontrano mai è una tragedia”. Bello comunque averlo avuto. Sissì. Come no. Però. Mh.

“Un giorno, tre autunni”, dice un proverbio cinese per indicare quando ti manca qualcuno così tanto, che un giorno pesa come fossero tre anni. Sennonché ora tre autunni sono pure effettivamente passati. E hai voglia a contare.

Comunque è successo che invece l”ho rivista io, a pranzo qualche giorno fa, qui a Roma, lei. Non l’ha mai nominato, avevamo altre urgenze, salvo alla fine dirmi, giusto mentre mi salutava:
-Eppure, Meripo’, sento che sto per rincontrarlo.
In questi casi si risponde con un consolatorio:
-Ah sì?
che nasconde un pragmatico
Maffiguriamoci.

Sennonché ieri lei era nuovamente sul solito binario: si incammina verso la carrozza, un’occhiata al posto assegnato, una al trolley. Ma ecco che sul trambusto casinista della salita-discesa a un certo punto senza motivo alcuno lei si volta. E da lontano lo vede. Stesso binario, in fondo. Un giorno, tre autunni. Tre autunni, un attimo.

Vedi, quando meno te lo aspetti la vita ti viene incontro. E tu puoi cambiare il corso delle cose. Puoi cambiare aspettando pochi attimi: aspettare che il suo sguardo arrivi al tuo incrocio. E darti-darsi un’altra chance.

Ed è lì che lei, invece, spiazza il destino. E sale. Senza voltarsi più.