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Professorè, da Auschwitz nun po’ tornà nessuno

domenica, gennaio 27th, 2019

Ve lo ripropongo ogni anno. Perché non trovo altre parole che queste. Soprattutto QUESTO anno.

Alcuni governi, una separazione e tre lavori fa Meri Pop decise di non farsi mancare proprio nulla e accettò di verificare se era in grado di sopravvivere anche al Ministero della Pubblica Istruzione.
Un giorno la chiamò il ministro e le disse: “Meripo’ sto andando ad Auschwitz. Con i ragazzi. Copriti bene”.

Arrivarono una mattina di gennaio davanti a una montagna di neve bianca dalla quale spuntava un cancello di ferro nero. E sotto una gelida nevicata iniziarono a camminare a fatica tra le stradine dell’inferno. I ragazzi accompagnavano il ministro, Meri Pop i giornalisti, il ghiaccio e il silenzio accompagnavano tutti.

Andarono nelle baracche delle donne, in quelle degli uomini, in quelle dei bambini. Poi andarono anche al museo: cataste di abiti, occhiali, capelli, protesi dentarie, scarpe. Davanti a una scarpina singola taglia bambina la linea Maginot di Meri Pop crollò.

E cominciarono a scendere: tante, calde, veloci.

E’ a quel punto che, dal gruppetto degli studenti, se ne staccò uno -primo liceo scientifico, 14 anni massimo 15- e le si avvicinò, facendo cadere un’altra Maginot, quella che in qualche modo aveva tenuto una distanza di sicurezza e di comprensibile reverenzial timore tra i due.  E, dopo ventiquattr’ore di viaggio e di “Dottorè”, il ragazzo le poggiò un vigoroso braccio sulla spalluccia piangente, ed ora anche scossa, ed esclamò:

“Professorè, io me sto a trattenè da un’ora e mo’ tu sbraghi?”

E’ uno dei momenti salienti della Hall of Fame della mia vita. Uno di quelli ai quali ogni tanto attingo nei fotogrammi No. Insieme al fatto che, poche mattine fa, ero su un autobus e a un certo punto ho sentito uno che richiamava l’attenzione di tutto il jumbobus con:

“Professorèèè! Se ricorda?”
e con aria complice e abbassando la voce come dovesse rivelarmi la comune appartenenza alla Massoneria aggiungeva
“semo stati insieme ad Auschwitz”.

Ovviamente non l’ho riconosciuto ma dimenticare è, appunto, impossibile.
Ci siamo scambiati qualche battuta, ha già fatto la maturità. Poi gli ho chiesto quanti anni erano passati da quando eravamo tornati da Auschwitz.

Mi ha guardata e ha preso fiato. Poi:

“Professorè, mica lo so. Me sa che da Auschwitz nun po’ tornà nessuno. Io certe volte ce ripenso e me sembra che sto ancora là”.

La freccia sul cuore

mercoledì, gennaio 16th, 2019

“Ora mi odi ma stasera mi ringrazierai”. E’ così che Roberta alle 8 di domenica mattina ha sintetizzato l’impresa che ci si stava parando innanzi: Frecciarossa di andata-ritorno toccata-effuga Roma-Firenze per andare a vedere la mostra di Marina Abramovic, la madre della performance art, a Palazzo Strozzi

Firenze, lo dico per la cronaca, sabato sera stava a -6. MENO SEI. A Roma piovigginava e nebbiava. Maddicoio ma che v’ha fatto di male il piumone sotto al quale barricarsi la domenica? E sì certo che ardevo dal desiderio di vedere “The Cleaner”, la personale allestita nell’incanto di palazzo Strozzi, ci avevo spedito anche la giovane older e torme di amiche. Ma ormai avevo rinunciato, non avendo trovato in quattro mesi il modo di andare. Un tentativo l’avevo fatto planandoci a ottobre ma sbirciando il quarto d’ora di fila mi ero detta che No, mo proprio no. Ed è così che domenica ne abbiamo fatta più di un’ora, di fila.

Controversa, coraggiosa, provocatrice, disturbante, anche. Si inizia con Ponderabilia: due performer completamente nudi l’uno di fronte all’altro presidiano gli stipiti di una porta stretta. Si può decidere se passare lì in mezzo o girare al largo. Laqquippresente mollava cappotto e borsa a Rob e attraversava quel passaggio, scoprendo che così facendo in qualche modo ci si mette a nudo più dei due artisti che sfiori passando (e no, non posso mettervi la foto che sennò Zuckercoso rimuove il post, così come ha già fatto Instagram. Poi dice il senso dei socialcosi per la realtà). In ogni caso quando Marina e il compagno Ulay la misero in scena nel 1977 rischiarono di essere arrestati.

Ma delle ondate di emozione che potrebbero investirvi attraversando le sale e la sua arte e la sua follia, c’è un’immagine più di tutte che proprio non mi esce dalla testa. Ed è questa:

Si chiama Rest Energy.

“Io reggevo un grosso arco e Ulay ne tendeva la corda, reggendo tra le dita la base di una freccia puntata contro il mio petto (…) con il rischio che se Ulay avesse mollato la presa avrei potuto trovarmi con il cuore trafitto. (…) La performance durava quattro minuti e venti secondi, che sembravano un’eternità. La tensione era insopportabile”.

E’ così che lo spiega lei. Un arco teso con una freccia puntata sul cuore dell’altro. E microfoni sui loro cuori ad amplificarne il battito. L’ansia, la paura, il timore. “Era la rappresentazione più estrema possibile della fiducia”, dice ancora lei.

Un arco teso fra noi e una freccia appuntita puntata verso il cuore dell’altro.

Non è forse questo che facciamo -e rischiamo- ogni volta che stabiliamo un legame? Non è questo che facciamo ogni volta che ci accostiamo alla vita e al cuore di un altro? E non è questa l’ansia, quasi dolorosa anche quando è travestita da gioia, che proviamo quando amiamo? Quello stato di continua sospensione. Quella sensazione di non essere più padroni a casa nostra ma di esserci consegnati anche nelle mani di un altro? Maneggiamoci con cura, verrebbe da reciprocamente avvertirci.

Non saprei trovare un modo migliore per spiegarlo. E infatti l’ha spiegato, facendocelo vedere e ascoltare, con quel battito del cuore amplificato, lei. E’ per questo che esiste l’arte.

E sì, per la cronaca, alla fine della giornata non ho potuto far altro che esserle grata. A Marina. E pure a Rob che mi ci ha trascinata. Anche perché a Firenze era uscito un sole che lèvati.

Per la mostra c’è tempo fino a domenica. Per chiederci scusa quando per distrazione, per superficialità, per trascuratezza, quell’arco ci sfugge e la freccia parte un po’ di più. Ma non aspettiamo troppo.

Su per cali fragili

giovedì, gennaio 10th, 2019

Sì, mi ha commossa e anche un po’ incantata. Sono entrata scettica e sono uscita tirando su col naso come parecchi altri avventori intorno, il più grande dei quali credo però avesse dodici anni. Mi ha commossa-e-anche-un-po’-incantata nonostante ahimè condivida gran parte delle critiche che le sono piovute addosso senza che stavolta l’ombrello magico la proteggesse. perché sì, è vero, Emily Blunt è troppo algida e moscia, la versione canterina italiana nze po’ sentì, esci che non ti è rimasto neanche un motivetto in testa e sì se proprio Mary Poppins doveva tornare ci si aspettava un ritorno più trionfale di questo.

Eppure.

Eppure premesso che solo un pazzo avrebbe potuto pensare di emulare scimmiottare o rifare l’altro -e non credo fosse questo l’intento de “Il ritorno di Mary Poppins”-

e chiarito che Julie Andrews e associati restano nell’Olimpo che gli spetta, questa Mary Poppins tornata vent’anni dopo a me è piaciuta.

Trova i suoi bambini cresciuti: Jane Banks è un’attivista per i diritti dei lavoratori e altri grandi amori non ne ha incontrati, Michael Banks invece l’amore della vita ce l’aveva ma l’ha perso e vive con i suoi tre bambini nel dolore di un ricordo che non si capacita dell’assenza. Come non bastasse siamo negli anni della Grande Depressione e anche i Banks sono praticamente sul lastrico. Dolore, crisi, smarrimento. Uscirne sarebbe una missione impossibile. Ma proprio questo è invece il terreno di sfida che giustifica l’epocale ritorno della Poppins, che con crisi di serie B sarebbe capace quasi chiunque a tirarci fuori.

Mary ritorna OGGI. Anche se sono gli anni Trenta. Perché quella sfiducia, quell’impotenza, quella rassegnazione li riconosciamo benissimo, seduti sulle poltroncine del nostro cinemino del 2019. E ce la sentiamo addosso la disperazione e le lacrime di Michael Banks. Ecco, io in quell’altro ero la pupa. Era con i bimbi che mi identificavo. Ma stavolta sono Jane e sono Michael, e non trovo un amore e non trovo la consolazione dopo una perdita.

E stavolta è a me adulta fuori e bimba dentro che l’algida eppure magica Emily Blunt viene incontro su quella poltroncina. E mi porta ad aggiustare aquiloni, a rincollare cocci di vasi, a mostrarmi che i diritti di tutti meritano ancora di essere difesi da ciascuno e, soprattutto, a insegnarmi a saper perdere. Mary Poppins vola con un ombrello, ha una borsa che lèvati, è praticamente perfetta: ma le persone che ci hanno lasciato -in qualsiasi modo ciò sia avvenuto- non può restituircele neanche lei.

Può però insegnarci a guardare alla stesse cose in modo diverso: perché anche in questo film la vita è per il 10 per cento ciò che ci accade e per il 90 per cento come reagiamo. E riscoprire il bambino che abbiamo dentro è sempre un ottimo modo per affrontarla.

Stavolta Mary Poppins ha un compito più arduo che far ingoiare pillole e riordinare stanze: stavolta deve portare la speranza in un mondo sfiduciato, scettico, arrabbiato, chiuso. E a me, su quella poltroncina, un po’ di questo colpo di magìa è arrivato. Anche se Emily non ha lo sguardo di Julie, anche se ho aspettato per tutto il tempo che dalla colonna sonora (pare sia splendida nella versione originale e abominevole nella trascrizione italiana) facesse capolino (per evidenti conflitti di interesse, lo capirete) un Supercalifragili o un Bastaunpocodizucchero. Che non arriva. Ma non credo che questo film ci abbia rovinato l’infanzia (costruita anche grazie al film del 1964) o abbia leso la maestà della inarrivabile Julie Andrews. Forse, invece, ci fa rincontrare oggi il bambino di ieri, oggi che il bambino è nuovamente spaventato da un mondo che gli si sta rivoltando contro e non ha più le promesse di benessere e il senso di fiducia di ieri.

Non è un film sul senso della vittoria-su-tutto: è un film sul senso della perdita. Su come affrontarla. Sul lasciar andare ciò che non possiamo più avere ma sapendo che si perde davvero solo chi -o cosa- si è posseduto, non chi si è amato.

Eddunque Meripo’ dopo tutto sto pippone che ce voi dì? Dico che io alla fine la penso come Ester, quattro anni, alla quale il film è piaciuto assai. Ma uscendo dal cinema si è avvicinata all’orecchio del babbo e gli ha detto

-Papà, io però la pillola la volevo sentire

Claude Monet, l’uomo che riuscì a raccogliere aria e luce e le imprigionò su una tela

mercoledì, dicembre 5th, 2018

Dice allora andiamo a Giverny per scendere nel nucleo atomico dell’Impressionismo, a casa Monet. E chiunque dovrebbe prima o poi sperimentare questa sequenza: effettivamente partire da Parigi aeroporto, arrivare a Giverny (con l’ulteriore aggravio di una trentina di inutili chilometri, che il Navicoso si era spento e siamo spuntate alla Defense invece che verso Giverny), dormirci -a Giverny- alzarsi la mattina dopo, consumare una colazione effettivamente molto impressionante, scrutare il cielo, scrutarci noi  e con un’occhiata decidere, con i biglietti già acquistati in tasca, che no: con le secchiate d’acqua a quei giardini no. Non stamattina. Non così.

Inutilmente l’ostessa che ci ospitava strabuzzava il ceruleo e normanno occhio
-Ma come, parbleau, e prendetevi un parapluie! Mavviparemai che avete fatto tutta questa strada e ve ne andate senza vederla?
Dirò di più: senza nemmeno passarci davanti. Che Grace quando va in fissa è irremovibile. “Meripo’, lo faremo al ritorno, che i giardini di Monet con il monsone proprio no, jàmm”.

L’irremovibile Grace, manco a dirlo, aveva ragione. Perché riallocato il Navicoso sulla via del ritorno verso Paris, quindici giorni dopo, e dopo aver perimetrato Bretagna e Normandia in lungo e in largo, arisbucavamo a Giverny in una splendida giornata di gialli e di azzurri. Che nemmeno se ce li avesse dipinti il padrone di casa, sarebbero stati così.

Tutto questo pippone per dirvi Andate. Fatevi questo regalo se ancora non ve lo siete fatto e fatevi questo viaggetto sui posti veri che crearono quei capolavori dipinti di Claude Monet. E se non tutti andate almeno alla fermata finale, a Giverny, dove creò un Paradiso prima in un giardino e poi sulle tele, lì dove ormai praticamente cieco dolentemente confessò: “Questi riflessi sono diventati un’ossessione. E’ una cosa che va al di là delle mie forze di vecchio, e tuttavia voglio riuscire in quello che sento”.

E, neanche a dirlo, ci riuscì. Claude Monet, morto il 5 dicembre di 92 anni fa, lì, fra l’aria e la luce che non vedeva più ma che aveva raccolto per tutta la vita, imprigionandole nelle sue tele.

Giardini di Giverny, foto Meri Pop

Un giorno, tre autunni

giovedì, novembre 15th, 2018

Era iniziata come spesso iniziano le storie d’amore: su un binario. Perché alla fine è questo che accettiamo di fare quando Cupido si muove: muoverci anche noi, fare un pezzo di strada insieme. Lei saliva, lui scendeva. Anche in senso geografico. La Roma-Milano-Roma è trafficatissima anche per questo.

Naturalmente, perché sia davvero un grande amore, non basta il cuore: occorre prima di tutto un ostacolo. Oltre il quale pensare di gettare il cuore. E questo ostacolo, se ci innamoriamo a nacerta, prende spesso le sembianze di una vita precedente: l’amore statisticamente arriva mentre almeno uno dei due è occupato. Dunque iniziò quella fase di infinito e doloroso sganciamento del 50% precedente. Anni. Passarono anni di fronte ai quali però nessuno dei due indietreggiò. Nessuno si arrese anche quando le cose diventarono difficili. Fu quando diventarono evidentemente insormontabili che lui sparì. Così. Una mattina. Perché anche questo va detto: dopo anni di dibattiti su come ci si lascia financo io ho dovuto rivalutare in certi taluni casi la sparizione.

Perché cosa vuoi riuscire a dire, nell’ora dell’indicibile? Un bel tacer non fu mai scritto, figuriamoci telefonato.

A quella scomparsa lei sembrava essersi rassegnata. In linea di massima c’è sempre quel rifugio consolatorio secondo il quale “Due anime che si separano è una cosa triste, ma due anime che non si incontrano mai è una tragedia”. Bello comunque averlo avuto. Sissì. Come no. Però. Mh.

“Un giorno, tre autunni”, dice un proverbio cinese per indicare quando ti manca qualcuno così tanto, che un giorno pesa come fossero tre anni. Sennonché ora tre autunni sono pure effettivamente passati. E hai voglia a contare.

Comunque è successo che invece l”ho rivista io, a pranzo qualche giorno fa, qui a Roma, lei. Non l’ha mai nominato, avevamo altre urgenze, salvo alla fine dirmi, giusto mentre mi salutava:
-Eppure, Meripo’, sento che sto per rincontrarlo.
In questi casi si risponde con un consolatorio:
-Ah sì?
che nasconde un pragmatico
Maffiguriamoci.

Sennonché ieri lei era nuovamente sul solito binario: si incammina verso la carrozza, un’occhiata al posto assegnato, una al trolley. Ma ecco che sul trambusto casinista della salita-discesa a un certo punto senza motivo alcuno lei si volta. E da lontano lo vede. Stesso binario, in fondo. Un giorno, tre autunni. Tre autunni, un attimo.

Vedi, quando meno te lo aspetti la vita ti viene incontro. E tu puoi cambiare il corso delle cose. Puoi cambiare aspettando pochi attimi: aspettare che il suo sguardo arrivi al tuo incrocio. E darti-darsi un’altra chance.

Ed è lì che lei, invece, spiazza il destino. E sale. Senza voltarsi più.

Yad Vashem, la Cappella Sistina della memoria

giovedì, novembre 8th, 2018

E’ la sera del 9 novembre e sono passate da poco le 22 quando un discorso di Joseph Goebbels dà il via alla più violenta ondata di saccheggi, devastazioni e distruzioni contro gli ebrei. E’ il 1938. E’ la notte dei cristalli. Quella in cui migliaia di vetrine di negozi ebraici furono infrante a colpi di bastoni, circa 1.400 sinagoghe e case di preghiera ebraiche incendiate o vandalizzate e trentamila ebrei tirati giù dai letti nel cuore della notte, mentre altri buttavano dalle finestre i loro mobili, per poi trasferirli nei campi di Dachau e Buchenwald. “Una catastrofe prima della catastrofe” la chiamò lo storico Dan Diner.

Lo scempio finì trasformando le piazze delle città in enormi bracieri nei quali furono dati alle fiamme Bibbie, libri di preghiera e migliaia di volumi non graditi ai nazisti. La profezia di Heinrich Heine andava incontro alla sua tragica realizzazione: “Ricordatevi che prima si bruciano i libri e poi si bruciano gli uomini”.

Il resto, purtroppo, lo conosciamo. Ma per quanto lo si possa leggere, ritrovare nelle foto, rintracciare nelle cronache e nei documenti, è niente rispetto al pugno allo stomaco che ti prende quando entri lì. Che di questo viaggio in Israele una sola cosa avevo chiesto ai miei cinque compagni di viaggio: andare insieme allo Yad Vashem di Gerusalemme. Che da sola non ce l’avrei fatta mai. Che sì, il muro del pianto. Ma certi conti in sospeso restano soprattutto su quello della memoria.

E quindi, mentre un tramonto rosso fuoco incendiava il cielo di Gerusalemme, siamo entrati nel grigio perenne freddo di quel Tempio.

Ora chiudete gli occhi ed entrate in un mondo senza odori, senza rumori, neanche quello dei propri passi. Sospesi in un lungo tunnel di cemento grigio, altissimo eppure così opprimente. Sospesi come il fiato che vi manca e come quel vagone di treno che troneggia in una delle sale. Sospesi e attoniti. Con l’orologio della storia e il cuore fermi anche se i piedi vanno avanti in quello slalom infinito tra documenti, flebili voci di superstiti, foto che riportano in vita per l’ultima volta chi non tornerà più da quei campi, da quei treni.

La memoria. Che dolore è perderla e che altro dolore è conservarla. E farlo insieme, con persone che mi sono così care accanto, è stata la salvezza ma a un certo punto è diventato troppo ugualmente. E il passo ha iniziato ad accelerare. Perché c’è un limite anche alla capacità di trattenere il dolore. E si ha voglia di scapparne via.

Yad Vashem, la Cappella Sistina della memoria.

Yad Vashem, che significa monumento e nome. Che senza nome niente e nessuno esiste.

Yad Vashem per ricordare i sei milioni di morti e i Giusti che cercarono di salvarne qualcuno.
Che da soli non ci si salva mai. Come anche questo viaggio mi ha insegnato.
E chi salva una vita salva il mondo intero. Se solo lo ricordassimo ancora.

Andarci oggi, ottant’anni dopo, avrebbe dovuto rafforzarmi nel sentimento di Mai più. E invece mai come questa volta ho avuto la netta sensazione che lo stiamo già dimenticando. Perché la memoria ha un solo difetto: se non si tramanda, può scomparire in un attimo.

Vivere nell’ombra

giovedì, ottobre 18th, 2018

The Wife. Basterebbero queste due parole. Neanche il conforto del nome. L’innominata, “la moglie”. Poi c’è il sottotitolo italiano “Vivere nell’ombra”. Dimenticate la malvagità di Crudelia De Mon (che pure mammamia) e la sensualità letale di Attrazione fatale (quando fece “passare un brutto quarto d’ora a Michael Douglas”) dimenticate quella Glenn Close e innamoratevi di questa. Di una donna talentuosa che, per vedere le sue opere riconosciute, decide di farsi uomo e più propriamente suo marito.

Il film si apre con la telefonata dell’Accademia di Svezia al marito, designato come vincitore del premio Nobel per la letteratura. Ma avrete già capito che la vera destinataria sta da un’altra parte: nell’ombra.

E’ così: siamo tornate indietro anche rispetto a Virginia Woolf e no, se una donna vuole scrivere, non basta più neanche “avere soldi e una stanza tutta per sé”. No, ci vuole il nome di un uomo. Il suo uomo: lei lo ama, lui la ama, io sono te e tu sei me siamo noi. Già, è così -in questo annullamento- che nascono tutti i casini di un matrimonio. Soprattutto quello di questi due. Quello di chi, giorno per giorno, si costruisce da solo questa prigione dorata, questa autoreclusione all’angolo, questa paura di vivere e rischiare in prima persona nascondendosi dietro la sagoma de “la mia metà” che, invece, alla resa dei conti, ci sta portando via da noi stessi. Eppure è difficile e quasi impossibile liberarsene. E ci si rintana dentro, giorno per giorno. Fino a scomparire.

Siccome la convocazione per vederlo arrivava da Grace l’ho dovuto ovviamente vedere in lingua originale al Nuovo Olimpia: e ve lo consiglio caldamente, anche se dovrete sguerciarvi come  me per seguire i sottotitoli. Merita anche solo per la prova di Glenn Close.

E dunque il Nobel no ma, per favore, datele almeno l’Oscar.

Settantun anni, sei nomination all’Oscar. “È una vita che la gente mi scambia per Meryl Streep; mi domando perché i membri dell’Academy non prendano finalmente quest’abbaglio (occhiolino)”.
Prendetelo stavolta, quest’abbaglio.

It’s a kind of magic

lunedì, settembre 24th, 2018

-Ehi, Yancey, come sarà Kickstarter fra cinque anni??

-Mmhh. Più o meno come adesso. È il resto del mondo che, fra cinque anni, sarà molto più simile a Kickstarter.

Dunque, miei cari, lui -quello in mezzo con la camicia bianca- si chiama Jancey Strickler, è uno dei due fondatori di Kickstarter, il più grande sito web di finanziamento di idee creative: a oggi conta 150 mila campagne finanziate per un totale di 4 miliardi di dollari raccolti.

È su Kickstarter che sono nate le “Storie della buonanotte per bambine ribelli”.

E venerdì a Heroes meet in Maratea abbiamo raccontato la sua storia.

Tre quarti d’ora di monologo teatrale durante il quale ha riso, fatto foto e video.

Poi questa foto. Con:
Da sinistra la vostra quippresente autrice del testo
Tiziana Sensi
, la regista che ha trasformato in vita le parole di carta
Fabio Pappacena, l’attore che ci ha trasportati da Brooklyn al Giappone a Firenze a Milano ma sempre stando sullo stesso palco
Andrea Fusacchia che ha messo il tocco magico del sax
Andrea Dotti, coraggioso produttore e ideatore di Companies Talks

Insomma, pare gli sia piaciuta. E alla fine Yancey ci ha guardati come a dire
-Really? Ma overamente ho fatto questo?

Grazie, davvero, a tutti. Forse manco la Poppins sarebbe riuscita in una magìa così.

Come Parigi ci ha insegnato a vivere. E a guidare

martedì, settembre 11th, 2018

La generazione-Sabrina ci è cresciuta, a Parigi. E ha sempre pensato che fosse una buona idea. Tanto che ha continuato ad andarci nelle diverse stagioni atmosferiche e della vita. Ed è per questo che, ultimato il percorso del viaggio Bretagna-Normandia, Grace ha detto

“e poi tre giorni a Parigi. Che è sempre quella buona idea”.

Io a Parigi, stavolta, ci sono entrata guidando. Guidando una macchina (che mi sentivo Napoleone ma senza cavallo), dopo otto anni in cui non lo facevo più. L’ho fatto, come facciamo tutti i passi avanti della vita, per disperazione, che è arrivata sottoforma di blocco della schiena di Grace. E “La disperazione è la madre dell’originalità”. Per cui su un’autostrada in Bretagna a un certo punto ha messo la freccia, ha accostato, ha tolto le chiavi dal cruscotto e me le ha passate dicendo

-Ora non puoi più rimandare

E in quel preciso istante, veloggiuro, da quella playlist da paura che Grace ha sul cellulare, è partita la musica di Rocky Balboa. Questa:

Non sapevo se ridere o piangere per cui mi sono acconciata a fare tutte e due le cose insieme, sempre col sottofondo di panico, sia chiaro. E insomma strada francese, navigatore in inglese, Grace schiantata ma vigile, macchina mai vista prima, ho ingranato la D (del cambio automatico) e sono partita.

Embeh strada facendo non ho trovato un gancio in mezzo al cielo ma sì ho sentito la strada far battere il tuo cuore, per il panico più che altro, e sì a un certo punto ho financo visto più amore. Nel senso che mi è tornata in mente la frase di un mio saggio amico psicologo, una volta in cui gli chiesi

-Ma secondo te esiste una ricetta per far funzionare una relazione o siamo destinati a finire sempre fuori strada?

E lui mi rispose

-Sì esiste: non consegnare il volante in mano al bambino che ci portiamo dentro

Quel bambino, o bambina, spaventato, insicuro, disorientato, che cerca l’amore perfetto al quale si era abituato da piccolino, con la mamma sempre presente, sempre pronta lì a capire di cosa avesse bisogno senza doverglielo manco spiegare.

Non consegnare il volante in mano alla bambina. Che sembra facile e invece, diciamocelo, quante volte le nostre decisioni amorose le prende lei al posto nostro. Quella pupa un po’ smarrita e bisognosa di tutto che mattiparemai che ti devo spiegare cosa voglio, chenonlocapiscidasolo? E tiparemai che non mi dai tu tutto quellochevvoglioio?

E insomma vediunpocotu se una deve andare fino alla Bretagna e alla Normandia per sbarcare su un pochetto di consapevolezza.  Che poi, però, forse scoprirlo viaggiando è proprio il momento migliore. Viaggiare. Cioè questo continuo esercizio: cercare, trovare, godere, ripartire, lasciar andare. Che se ci pensate è lo stesso ciclo vitale dell’amore.

La generazione-Sabrina non ha ancora imparato a rompere le uova con una sola mano ma ci prova.

Ma la generazione-Sabrina si è stampata dentro che “È notte ed è molto tardi, qualcuno qui attorno sta suonando La vie en rose. È la maniera francese per dire: “Sto guardando il mondo con degli occhiali colorati di rosa” ed è esattamente quello che provo io adesso. Ho imparato tante cose qui, e non soltanto come si fa il canard à l’orange o la crème à la vichy, ma una ricetta molto più importante: ho imparato a vivere. Ho imparato ad essere qualcosa di questo mondo che ci circonda, senza stare lì in disparte a guardare. Stai pur certo che ormai non la fuggirò più la vita… e neanche l’amore”.

Sabrina amore

E dunque la generazione-Sabrina a Parigi ha imparato a vivere, a guidare. E certune anche a ri-guidare. E intende continuare a farlo.

Bruno Neri, calciatore partigiano: a testa alta e braccia lungo i fianchi

martedì, luglio 31st, 2018

“Quando si riceve la palla bisogna sempre avere già deciso come giocarla. Perché nel calcio la palla si gioca quando non la si ha”. E’ così che Bruno Neri intende il calcio e la vita. Un gioco di testa. Sempre.

Bruno Neri nato a Faenza nel 1910, una vita da mediano. A 14 anni è già in panchina nella squadra della sua città, studia e si allena, studia e si allena. A 16 anni è titolare, sempre a Faenza. Studia, legge e si allena, studia, legge e si allena. Legge Montale, studia Campana, legge Pavese e recita, dipinge, approfondisce, pensa, frequenta musei e pinacoteche, è di casa al Bar delle Giubbe Rosse di Firenze, dove siede ai tavoli con Montale, Landolfi, Carlo Bo e Delfini.

Nell’estate del 1929 a 19 anni Bruno Neri viene acquistato dalla Fiorentina per la spropositata somma di 10 mila lire. Presidente del club Viola è il marchese Ridolfi, fascista e squadrista della prima ora, Mussolini lo considera un buon gerarca: vuole una squadra competitiva e vincente, vuole passare nella serie A. La Fiorentina si aggiudica un buon quarto posto e la sua stella è Neri, lodato ovunque.

Il 13 settembre del 1931 la Fiorentina gioca allo Stadio Giovanni Berta la gara inaugurale del nuovo impianto, costruito apposta per il Duce dall’architetto Pier Luigi Nervi e progettato, appunto, a forma di “D”: si chiama Giovanni Berta proprio in onore dello squadrista fiorentino (successivamente diventerà“Stadio Comunale” e poi“Artemio Franchi”).

In quel pomeriggio lo stadio Berta è dunque un enorme, entusiastico contenitore non solo di sostenitori calcistici ma soprattutto della sbornia fascista. Manca solo Benito, che pure era atteso. Ed è in quel pomeriggio che Neri decide che sì, come sempre, lascerà il suo segno di fuoriclasse in partita.

Le squadre arrivano, entrano in campo e si schierano. Quando l’arbitro fischia, i giocatori della Fiorentina sollevano il braccio destro come omaggio ai rappresentanti del regime. Ed è allora, appena gli altri tendono il braccio, che lui decide di rimanere con le mani sui fianchi. Così:

Passa un po’ di tempo. Al momento dell’entrata in guerra Neri allena il Faenza ma è già, segretamente, il “calciatore partigiano”. Conosce Giovanni Gronchi e don Luigi Sturzo e, grazie a queste nuove amicizie, dopo l’armistizio di Cassibile del 1943 Neri deve nuovamente scegliere, come quel giorno in campo. E sceglierà la parte più difficile. Ma giusta: sui monti. A fare la Resistenza.

Il 10 luglio 1944 è con il compagno partigiano “Nico”, Vittorio Bellenghi, a Gamogna. nella Romagna toscana, vicino a Marradi. Chissà quando li sente arrivare, chissà cosa pensa, se ha il tempo di pensare, mentre partono le raffiche naziste.
“Quando si riceve la palla bisogna sempre avere già deciso come giocarla. Perché nel calcio la palla si gioca quando non la si ha”.

E’ così che muore il comandante Neri. Ma non il suo gesto.
Non il suo coraggio.
E se questa estate andate a Gamogna portategli un fiore.