Archive for the ‘Andare’ Category

Abbiamo traslocato: vi aspetto su www.meripop.com

sabato, luglio 4th, 2020

 

Fase spajata

lunedì, maggio 4th, 2020

Allora, l’unica cosa che doveva dire Giuseppi era “Il 4 escono PRIMA I SINGLE”. Così non è stato. Quindi stiamoci accasa.
#fase2 fasespajata

Quel 1 maggio coi corpi a terra

venerdì, maggio 1st, 2020

«Avevo 16 anni, pensavo che fossero i petardi della festa, ma alla seconda raffica ho capito. Ho cominciato a cercare mio padre, non l’ho trovato. Quello che ho visto sono i corpi distesi per terra. I primi due erano di donne: la prima morta, sua figlia incinta ferita. Questa scena ce l’ho ancora oggi negli occhi, non la posso dimenticare».

Si chiama Serafino Petta, oggi di anni ne ha 89 ed è l’ultimo sopravvissuto alla strage di Portella della Ginestra, 12 morti e 27 feriti, della quale, 73 anni dopo, non sappiamo ancora molto. Sappiamo che a sparare, in quel 1 maggio del 1947,  fu la banda di Salvatore Giuliano: «i mandanti non si conoscono ancora ma ad armare la sua mano furono la mafia, i politici e i grandi feudatari», ricorda Petta.

«Volevano farci abbassare la testa perché lottavamo contro un sistema in cui poche persone possedevano migliaia di ettari di terra e vi facevano pascolare le pecore, mentre i contadini facevano la fame. Un mese dopo successe però una cosa importante: «Tornammo qua a commemorare i morti senza paura, “Non ci fermerete”, gridavamo tutti e non ci hanno fermati. Abbiamo cominciato la lotta per la riforma agraria e nel ‘52 abbiamo ottenuto 150 assegnatari di piccoli lotti. Ma neanche loro si sono fermati, e a giugno bruciarono sedi di Cgil e partito comunista, poi nel mirino finirono anche i sindacalisti».

Stamattina per la prima volta Serafino è andato da solo, insieme al segretario generale della Cgil di Palermo, Enzo Campo, a mettere fiori al cimitero di Piana degli Albanesi e poi al sasso di Barbato. “Ma davanti a un nemico che non si vede, dobbiamo stare attenti”.

Irma, la Bandiera della Libertà

sabato, aprile 25th, 2020

L’ultimo viaggio sognato ma anche un po’ già abbozzato, prima del lockdown, è nato su un tavolino del Mercato delle erbe di Bologna e prevedeva di riandare sui suoi passi e nei suoi luoghi. Quelli di Irma Bandiera.

Racconta Renata Viganò che quando nasce Irma il suo babbo sta in guerra e la mamma, disperata, guarda questa frugoletta femmina e a parziale consolazione si dice “Tu, almeno tu, non andrai in guerra”. Che la guerra era cosa da uomini.

E invece Irma in guerra ci va. Nata a Bologna nel 1915 da una famiglia benestante avrebbe potuto evitarla, la guerra, abbastanza facilmente. La Prima, Guerra, le porta via il padre. La Seconda l’amore della sua vita, Federico. Ed è allora che decide di scenderci lei, in guerra, nel 1943. Ha 28 anni. Entra nella VII Brigata Gap di Bologna con il nome di Mimma e diventa una delle staffette più determinate. A casa non sanno nulla. Finché il 7 agosto 1944 porta delle armi nella base di Castelmaggiore e tutto sembra andare liscio quando, sulla strada del ritorno, a Funo, cade nelle mani dei nazisti. Viene fatta prigioniera e incarcerata a San Giorgio di Piano. I suoi carcerieri sanno che lei sa, sa tanto. E vogliono saperlo anche loro. Iniziano gli interrogatori. Niente, Iniziano anche le torture.

“Le stavano sopra, la picchiavano, la torturavano -racconta la Viganò- e lei zitta. Ognuno di loro inventava una cosa nuova per farle male e se ne gloriavano l’un l’altro del loro talento, ma lei zitta”. “I torturatori le promettevano la libertà, la salvezza in cambio di quelle poche sillabe. Ma la piccola Irma non diceva niente, in mezzo ai suoi lamenti”. “Gridava quando il dolore era più grande della sua forza però non diceva niente”.

Continuò a tacere, sì. Ma dopo l’ennesimo rifiuto, i suoi torturatori la accecano e scaricano i caricatori dei mitra sul suo corpo. La mattina del 14 agosto la scaraventano sul marciapiede di fronte alla casa dei suoi genitori, al Meloncello:

“Uno -racconta Pino Cacucci in Ribelli- disse: “Ma ne vale la pena? Dacci qualche nome, e potrai entrare in casa, farti curare… Dietro questa finestra ci sono tua madre e tuo padre”. Mimma non rispose. La finirono con una raffica di mitra, e se ne andarono imprecando.”

Lasceranno per un giorno intero il suo corpo sulla strada, come monito per gli altri. Oggi quella via, al Meloncello, porta il suo nome. Ci si accede dal portico più lungo del mondo, il portico di San Luca, 666 arcate. E lì una pietra la ricorda. Così:

“Eroina nazionale 1915-1944. Il tuo ideale seppe vincere le torture e la morte. La libertà e la giovinezza offristi per la vita e il riscatto del popolo e dell’Italia. Solo l’immenso orgoglio attenua il fiero dolore dei compagni di lotta. Quanti ti conobbero e amarono, nel luogo del tuo sacrificio, a perenne ricordo posero”.

Il murale che campeggia a Bologna sulla facciata delle scuole elementari Bombicci

Irma Bandiera. Il silenzio che ci regalò la libertà.

 

La Fase

venerdì, aprile 24th, 2020

Fase2. Per l’amore si profila la soluzione esame di maturità: solo orali da remoto fino al vaccino.

Le cinque fasi

martedì, aprile 21st, 2020
Le cinque fasi dell’amore:
Attrazione
Innamoramento
Esplosione delle emozioni
App di tracciamento
Ci vediamo dopo il vaccino

Pasquetta

lunedì, aprile 13th, 2020

Gita fuori porta

Torneranno

domenica, aprile 12th, 2020
Torneranno gli abbracci, i baci, i cielimmensi e immensoamore e pure il Molise, quando Iorestoaccasa significava stacasaqquà.
Auguri a tutti noi.

Quello che non ho

mercoledì, aprile 1st, 2020

Non ho un terrazzo perché -A Roma vivo sempre fuori
Non ho Netflix perché -Vado direttamente al cinema
Non so cucinare perché -Vado dalle amichebbrave checcucinano
Non ho coabitanti perché -L’amoreventualmente funziona solo a distanza
Non ho figli perché le idee migliori mi vengono se passeggio da sola
Non ho manco cani perché Ci manca solo uscire per portarlo a spasso

Poidice la lungimiranza, Fabrì.

Le vite in una stanza: via Tasso e le Fosse Ardeatine

martedì, marzo 24th, 2020

Abito vicino a Via Tasso. Prima della nostra comune clausura ci passavo spesso, anche quando non era di strada. Allungavo il giro e passavo sotto a quelle finestre. Le finestre murate dalle SS per trasformare quel palazzo in un carcere, a proposito di vite al chiuso.

Una volta che son salita c’era un sopravvissuto alle Fosse Ardeatine. Stava facendo fare il giro dell’orrore di quelle stanze a una scolaresca. Mi sono chiesta quanta forza occorra per ritornare in posti nei quali si è sofferto al punto da desiderare la morte. E invece lui a un certo punto, quasi incredulo e con un senso di pena ma non per sé, si ferma, li guarda e dice:

“Mi sono sempre chiesto che razza di persona possa essere uno che ne ammazza 335 considerandole solo crocette da spuntare su una lista”

Di quella lista faceva parte anche don Pietro Pappagallo, che a via Tasso fu portato e imprigionato per aver dato aiuto a ebrei, perseguitati e partigiani nascondendoli in casa sua, a via Urbana 2. Altre vite murate, ma per essere messe in salvo. Don Pietro fu tradito proprio da uno di quelli a cui aveva dato rifugio. E’ stato ucciso, unico prete cattolico, anche lui alle Fosse Ardeatine, il 24 marzo del 1944.

Don Pietro Pappagallo è rivissuto con Aldo Fabrizi nel “don Pietro” di Roma città aperta di Roberto Rossellini

e con il Flavio Insinna de “La buona battaglia”.

C’è una scena che di lui mi ha sempre colpita. Quella raccontata da un testimone dell’eccidio delle Fosse Ardeatine:

all’ingresso delle cave dalla lunga fila in attesa della fucilazione si alza un grido, da uno che ha visto la sua veste nera: “Padre, benedìteci!”. Racconterà un superstite che “don Pietro, che era un uomo robusto e vigoroso, si liberò dai lacci che gli stringevano i polsi, alzò le braccia al cielo e pregò ad alta voce, impartendo a tutti l’assoluzione”. (Robert Katz, Morte a Roma. Il massacro delle Fosse Ardeatine, Roma 1968, p. 152).

Ecco, l’immagine di questo prete indomito fino alla fine, mi ha fatto ancora sentire – a distanza di 76 anni- un tuffo al cuore. Un uomo che sta lì a ricordarci che se non possiamo decidere come entrare in scena, a volte possiamo scegliere come uscire. Così. Con le braccia aperte. Anche avendo le manette ai polsi.