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Bruno Neri, calciatore partigiano: a testa alta e braccia lungo i fianchi

martedì, luglio 31st, 2018

“Quando si riceve la palla bisogna sempre avere già deciso come giocarla. Perché nel calcio la palla si gioca quando non la si ha”. E’ così che Bruno Neri intende il calcio e la vita. Un gioco di testa. Sempre.

Bruno Neri nato a Faenza nel 1910, una vita da mediano. A 14 anni è già in panchina nella squadra della sua città, studia e si allena, studia e si allena. A 16 anni è titolare, sempre a Faenza. Studia, legge e si allena, studia, legge e si allena. Legge Montale, studia Campana, legge Pavese e recita, dipinge, approfondisce, pensa, frequenta musei e pinacoteche, è di casa al Bar delle Giubbe Rosse di Firenze, dove siede ai tavoli con Montale, Landolfi, Carlo Bo e Delfini.

Nell’estate del 1929 a 19 anni Bruno Neri viene acquistato dalla Fiorentina per la spropositata somma di 10 mila lire. Presidente del club Viola è il marchese Ridolfi, fascista e squadrista della prima ora, Mussolini lo considera un buon gerarca: vuole una squadra competitiva e vincente, vuole passare nella serie A. La Fiorentina si aggiudica un buon quarto posto e la sua stella è Neri, lodato ovunque.

Il 13 settembre del 1931 la Fiorentina gioca allo Stadio Giovanni Berta la gara inaugurale del nuovo impianto, costruito apposta per il Duce dall’architetto Pier Luigi Nervi e progettato, appunto, a forma di “D”: si chiama Giovanni Berta proprio in onore dello squadrista fiorentino (successivamente diventerà“Stadio Comunale” e poi“Artemio Franchi”).

In quel pomeriggio lo stadio Berta è dunque un enorme, entusiastico contenitore non solo di sostenitori calcistici ma soprattutto della sbornia fascista. Manca solo Benito, che pure era atteso. Ed è in quel pomeriggio che Neri decide che sì, come sempre, lascerà il suo segno di fuoriclasse in partita.

Le squadre arrivano, entrano in campo e si schierano. Quando l’arbitro fischia, i giocatori della Fiorentina sollevano il braccio destro come omaggio ai rappresentanti del regime. Ed è allora, appena gli altri tendono il braccio, che lui decide di rimanere con le mani sui fianchi. Così:

Passa un po’ di tempo. Al momento dell’entrata in guerra Neri allena il Faenza ma è già, segretamente, il “calciatore partigiano”. Conosce Giovanni Gronchi e don Luigi Sturzo e, grazie a queste nuove amicizie, dopo l’armistizio di Cassibile del 1943 Neri deve nuovamente scegliere, come quel giorno in campo. E sceglierà la parte più difficile. Ma giusta: sui monti. A fare la Resistenza.

Il 10 luglio 1944 è con il compagno partigiano “Nico”, Vittorio Bellenghi, a Gamogna. nella Romagna toscana, vicino a Marradi. Chissà quando li sente arrivare, chissà cosa pensa, se ha il tempo di pensare, mentre partono le raffiche naziste.
“Quando si riceve la palla bisogna sempre avere già deciso come giocarla. Perché nel calcio la palla si gioca quando non la si ha”.

E’ così che muore il comandante Neri. Ma non il suo gesto.
Non il suo coraggio.
E se questa estate andate a Gamogna portategli un fiore.

Leonà, non ci resta che piangere overamente

mercoledì, luglio 18th, 2018

Avendo lungamente sbomballato anche io a lei i cabasisi sulla questione “certo però guarda come i francesi hanno costruito la propria fortuna sugli artisti italiani” e nella fattispecie osservando la fila chilometrica che serve per entrare nell’ultima dimora di Leonardo Da Vinci nel Castello di Clos Lucè -Valle della Loira-, lei aveva in un primo momento effettivamente assecondato la rivendicazione patriottica mia con l’esclamazione

-Uànema, Meripo’, laggènt

vieppiù rafforzata dal fatto che, dopo un percorso di visite a L’ultimo studio di Leonardo


Il Parco di Leonardo percorso paesaggistico sulle sue orme con venti macchine a grandezza naturale azionabili e quaranta teli trasparenti rappresentanti dettagli di suoi dipinti
il Giardino di Leonardo, con i suoi disegni botanici, studi geologici e idrodinamici e paesaggi: il ponte a due piani da lui progettato
gli attrezzi di Leonardo,
la seggiola di Leonardo
la cucina di Leonardo
eravamo infine sbucate dentro al gift shop finale a base di: Birra Leonardo da Vinci, Cereali Leonardo da Vinci, Carta igienica e salvietta netta deretano (vero, eccola) Leonardo da Vinci.

Che certamente l’idea di ingannare le attese al bagno in compagnia dell’Uomo Vitruviano invece che della Settimana Enigmistica, ha un ineguagliabile fascino snob.

Senonché mentre di fronte a tanta perizia di marketing ripartiva il frustrante riflesso condizionato del

Ridateci la Gioconda

lì apprendevamo che Leonardo arrivò in Francia nell’autunno del 1516 accogliendo l’invito di Francesco I, re di Francia, a risiedere presso di lui. E perché lo fa? Perché ha 64 anni, è indebolito dall’età e ha una paralisi alla mano destra e a Roma è morto a marzo il suo grande protettore Giuliano de’ Medici. Quindi non sa bene come sbarcare il lunario, in Italia. E se ne va.

Valica le Alpi con i due discepoli Francesco Melzi e Battista de Villanis e con un seguito di bauli e borse piene di manoscritti, appunti, quaderni e tre tele: la Monna Lisa, il San Giovanni Battista e la Sant’Anna.

Francesco I è un amante dell’arte italiana e suo grandissimo estimatore. E onorerà la presenza del genio italiano, il più grande di tutti i tempi, dandogli alloggio nel castello di Clos-Lucé, e fregiandolo del titolo di “premier peintre, architecte, et mecanicien du roi” ma soprattutto gli darà un vitalizio di 5000 scudi.

Gli ultimi anni che Leonardo trascorrerà in Francia saranno i più sereni della sua vita. Nonostante debolezza e paralisi riuscirà a portare avanti le sue ricerche e i suoi studi aiutato dagli allievi e dedicandosi alle sue prime passioni ossia scienza e fisica.

Leonardo è stato il primo cervello in fuga. Facciamocene una ragione.

E la Gioconda non ce l’ha rubata purtroppo nessuno, tantomeno Napoleone: anche questa, come tante, è una bufala. La Gioconda è legittima proprietà della Francia perché Leonardo la vendette a Francesco I nel 1518 per riuscire a campare.

E dunque il mesto ritorno alla realtà, lì in mezzo ai castelli della Loira, trovava la finale sintesi nella chiosa di Grace:

-Meripo’, la verità è che questi sono riusciti a vendere Leonardo pure sulla carta del cesso. E noi non siamo riusciti nemmeno a trattenerlo in Italia.

La casa del mago

mercoledì, giugno 27th, 2018

Sostiene Butler Yeats che “Il mondo è pieno di cose magiche, pazientemente in attesa che i nostri sensi si acuiscano”. La pazienza della Basilicata nei confronti dei miei sensi si è allungata fino a che, due anni fa, arrivò ad opera di Lorenza il trascinamento a Matera. Ora il trascinamento è avvenuto ad opera di Patrizia, Scassaminx per gli amici. E capite che il potere di convincimento di una che si chiama così è indiscutibile.

La parola-chiave, stavolta, non è stata però né viaggetto, né peperone crusco e nemmeno “A Meripo’ se non vieni te meno”. No, stavolta la parola-chiave è stata “La casa del mago”.

Si può dire di No a una che ti dice

-Meripo’ ci vieni con me alla Casa del Mago di Castelmezzano?

Il punto è che in ciascuno di noi, a qualsiasi età, sonnecchia un pupo che aspetta di essere stupito. Ma l’altro punto è che spesso l’incantesimo dimora nei posti più impensati. E, onestamente, mai avrei associato l’idea di magìa con il nome di Castelmezzano. Che, detto tra noi, non sapevo neanche dove fosse. Senonché è in Basilicata. E senonché per arrivarci bisogna faticare un po’. Perché il treno vi farà sbarcare a Potenza. E lì noi abbiamo trovato perlappunto il santuomo, Pierfrancesco, che ci aspettava con un coso mobile comodissimo con il quale ci ha scarrozzate fino a Castelmezzano e senonché La casa del mago è la sua. Ora.

Perché in realtà prima era di un mago veramente, molto conosciuto in Basilicata,  Giuseppe Calvello, detto  il Ferramosca. Un guaritore dai metodi non proprio ortodossi, uno che preferiva guarire le femmine anziché i masculi e insomma signorimiei un bel filibustiere. Al cui fascino e alla cui notorietà si sottrassero in pochi e alla cui porta un giorno bussò financo Ernesto De Martino, sissignori l’etnologo, che lo fece finire ampiamente citato -insieme alla sua Casa- nel celeberrimo saggio  “Sud e magia”, che giustamente troneggia nell’ingresso della casa.

Senonché Pierfrancesco ci ha raccontato che la Casa è molto più antica e risale ai tempi in cui erano ancora visibili le mura del castello dell’antico Castro Mediano, attorno all’anno Mille. E fu a quei tempi che nerborute braccia scavarono a mano il cuore della casa: ed ecco le tre nicchie in roccia che ora compongono le camere da letto e la cucina ma anche le scale che dal portone di pietra portano su.

E sarà la suggestione, sarà l’aria (15 gradi a giugno, regolatevi) saranno i peperoni cruschi con la birretta che avevano preceduto l’impatto, appena sono entrata ho sentito che le nerborute braccia che avevano scavato erano in qualche modo rimaste ad accogliere gli ospiti dei secoli dei secoli.

La Casa del Mago è stata abitata anche  dalla mamma, di Pierfrancesco, Teri Volini, ospite della zia Marietta durante le vacanze estive. Ed è proprio lì che, neanche a dirlo, una strega buona le ha fatto l’incantesimo artistico: e Teri prima ha iniziato con la serie pittorica de “La Montagna Stregata” ma a un certo punto si è messa in testa di cucire il cielo.

Sissignori, questa donna nel 1999 ha realizzato una grande “tessitura” tra le Piccole Dolomiti: una gigantesca Ragnatela in filo rosso, a rappresentare il senso di unione tra tutti gli esseri e la natura e il rispetto che le dobbiamo.

Teri Volini, La ragnatela

Un’installazione tra i picchi rocciosi, oltre 6000 metri quadrati. Nastro rosso, corda, chiodi e materiale da alpinismo.

Ed eccola, mentre tesseva il cielo come una Penelope volante.

Non è forse magìa anche questa? Teri ha tessuto il cielo come una Penelope volante. Ed è la prova di quanto avesse ragione anche il caro Goethe:

“La magia è credere, e credere in se stessi: se riusciamo a farlo, allora possiamo far accadere qualsiasi cosa”. Anche cucire il cielo.

Quasi tutto, a Castelmezzano, vi parlerà degli incantesimi. Li troverete in ogni pietra e soprattutto li ascolterete nel Percorso delle Sette Pietre. un antico sentiero contadino di 2 km, che collega Pietrapertosa e Castelmezzano (che a farli in macchina di chilometri sono 20. In volo uno e mezzo ma del volo riparleremo) e che sale e scende a mammamia, da 920 metri a Pietrapertosa fino a 660 metri nella valle attraversata dal torrente Caperrino e risale a 770 metri a Castelmezzano.L’impettata di turno prende ispirazione dai racconti tramandati oralmente di generazione in generazione e dall’immaginario collettivo su cui si fonda il testo Vito ballava con le streghe di Mimmo Sammartino. Mentre vi spantecate su e giù troverete sette punti per rifiatare, ciascuno con una pietra sulla quale è incisa una parola. E no eh, mica ve le dico, ve le dovete andare a leggere anche perché mentre starete lì a leggere sentirete alzarsi una musica e una voce, sì è l’altoparlante ma la prima volta là in mezzo al bosco con tutto quel silenzio ve piglia un colpo, santocielo. Comunque questo è l’Antro delle streghe

Antro delle streghe, Percorso delle Sette Pietre

E vorrete forse voi farvi sfuggire il ponte nepalese e l’accidentato percorso per arrivarvicivisi?

La buona notizia è che, alla fine dell’inghianata e del saliscendi sbucherete a Pietrapertosa, incantevole e incantata come Castelmezzano, dove arrancando per un’altra manciata di gradoni impettati arisbucherete alla pasticceria della signora Anna e lì potrete scofanarvi i mini bignè di pasta choux alla crema: io solo uno per via dell’LDL che non è una sostanza stupefacente ma il colesterolo cattivo. Ma chi può abbondi.

Qualcuno volò sul nido della cicogna nera

martedì, giugno 26th, 2018

Partirei dalla fine. Cioè dalla cima. Partirei cioè da quella frazione di secondo nella quale -dopo due ore di impettata, un dislivello di 600 metri, i primi chilometri sotto una pioggia battente, 12 gradi di temperatura e 45 di inclinazione del terreno- ho detto il mio solito MOBBASTA. Mancavano poche centinaia di metri al tuppo (alla cima) e io avevo già esaurito tutto il fiato, la pazienza, le energie, il menisco anche quello di scorta e i chitemmuorti.

Però.

Però stavolta è successo qualcosa. E’ successo che mi son passati davanti in un attimo tutti i Mobbasta detti a cento metri dal traguardo. Il primo è stato nel Wadi Rum (tipo nel 2006), l’ultimo in Vietnam (tipo nel 2016).

Dieci anni di cime in vista ma mai raggiunte. Perché la cima è così: non è gratis e va bene. Inoltre ti sembra di aver già dato tutto, tutto. E invece quella, pur sapendo che ti sei spantecata e sfrantummata, proprio a un passo da lei ti chiede quella nticchia di più. E io di quel di più ho sempre pensato di averlo già esaurito.

E così stavolta il Mobbasta l’ho detto a Saby, che sarebbe la mia autosabotatrice professionale, anni e anni di successi nel campo. Dunque dopo due “Vi aspetto qui” mi sono veramente incazzata e le ho detto Adesso ti faccio vedere io. La cima. Ho mosso il fondo schiena e ho continuato ad aggrapparmi alla qualunque per arrivarci. E sì, quel momento, quel preciso momento in cui dal pietrame, dai rovi, dalle vertigini e dal caldo è spuntato quel picco, io non lo dimenticherò. E manco lei, la cima. Poveraccia.

Si chiama Lu tupp dell’uv, La cima dell’uovo. Fa parte delle piccole Dolomiti lucane e sta a Castelmezzano. Ci sono arrivata perché Patrizia mi ci ha invitata e sostenuta, Pierfrancesco mi ci ha condotta, Giuliana mi ci ha sorretta, io mi ci sono incaponita. Quattro ore. Quattro ore e seicento metri di dislivello è costato quel momento.

Panorama da Lu Tupp dell’uv

Ma.

Ma a un certo punto Pierfrancesco, che è praticamente StarTrek nel senso è il re del trekking, guida, naturalista e tutto il cucuzzaro, mentre attraversavamo nonmiricordopiù quale passaggio, passati dalla pioggia al fango al sole che incocciava, ha alzato lo sguardo al cielo e ha urlato

-MADò ECCOLA!

Sopra le nostre riverite teste volteggiava un coso nero che con la mia perizia ornitologica classificavo in “un aquilone (nel senso grande aquila) gigantesco”: era la cicogna nera. Una che non è proprio socievolissima e che anche lui che di impettate se ne è fatte, ha incontrato pochissimo in vita sua. E no, la foto non ce l’ho…

Giusto il tempo di darci l’illusione di averla con noi e puf, spariva dietro uno dei giganti di pietra.

Che così è sempre: tutte le cose magiche, per durare, devono sparire in fretta. O farsi vedere poco. E soprattutto deve esserci costato molto conquistarle.

P.S.
Una volta ridiscesi ci siamo accasciati sul tavolino di Spadino, un ristorante che quel piatto di cavatelli cacioricotta e peperoni cruschi ora lo segnalo all’Unesco.
Lì Rocco ci ha elencato i nomi in dialetto dei vari passaggi di quell’impettata tra i Giganti. E, già che siamo in tema di ristorante, siccome “Usare le parole per descrivere la magia è come usare un cacciavite per tagliare il roast-beef”
(Tom Robbins), le parole usiamole solo se necessarie e qui lo sono.
Il percorso quindi è:
Punta della difesa
L’aja trignita (lì dove ballavano le streghe)
L’arm pizzuta (arma per difendersi dai Saraceni)
Cannata marchesa (valico tra due rocce, e non voglio sapere altro)
Tupp dell’uv
E allora, questa sequenza le merita o no quattro ore del vostro tempo e dei vostri mobbasta?

“A volte pensiero di morire non è cosa peggiore. Dipende come vivi”

lunedì, giugno 11th, 2018

Ogni volta io penso a Daniel: è stato uno dei nostri angeli custodi durante un viaggio in Dancalia, sette anni fa. Non sapevo nemmeno dove fosse, la Dancalia. E Daniel era il capoautisti, caposcorta, capotutto. Quello che ci aiutava quotidianamente a uscire indenni dai “feroci Afar”, per riassumere. E spesso in quei posti avere un Daniel fa la differenza tra fare un viaggio e vivere un incubo.

Daniel allora aveva 31 anni, una moglie, due bambini e un solo desiderio: scappare. Scappare qui. E portarci tutta la sua famiglia. Che in tutta l’Africa è durissima. Ma non ci si fa un’idea di quanto è dura in Dancalia, Etiopia.

Insomma Daniel mi raccontò che una volta ci ha provato. Ha fatto la fame più del solito per anni e anni e alla fine si era messo da parte quei 3.500 dollari -tremilacinquecento dollari- perché “mi avevano detto che era pronto il viaggio”.

-Quale viaggio, Daniel?
-Quello sul barcone
-Ma che sei partito pure tu su una di quelle carrette?
-Nooo, io ho aspettato una barca buona. Mica potevo morire: io ci dovevo far arrivare pure i miei bambini, quando poi stavo in Italia
-E allora?
-E allora ho pagato di più e ho aspettato. E una notte sono partito
-E com’è che stai di nuovo qua?
-Eh, perché mi hanno preso
-Ma dove?
-A Lampedusa. Ma ci ero arrivato eh, e sì che ci sono arrivato
-E poi?
-E poi ci aspettavano all’arrivo. E dopo due giorni mi hanno rimandato in Libia
-E in Libia che è successo?
-Io meglio non rispondo a questo. E da Libia mi hanno rimandato a Etiopia
-Mi dispiace molto
-Anche io. Ma io ritorno. Io lo so che torno. Io già iniziato a risparmiare dollari. Io un giorno riparto, io arrivo, io resto

Gli chiesi anche se aveva paura. E lui ribadì che cercava barche sicure. Ma, aggiunse, “a volte pensiero di morire non è cosa peggiore. Dipende come vivi”.

Negli Altipiani

Ogni volta io penso anche a Daniel. Perché a ogni cosa si deve dare un nome. E anche a ogni cosa terribile. E se gli diamo nomi e volti poi le capiamo meglio. E ci pensiamo non solo quando ce le sbattono in faccia le cronache.

Anche se, lo confesso, io davvero non so che fare e che altro pensare. Quindi penso a Daniel. E lo penso in salvo.

Tagliatori di sale in Dancalia

Il senso della Lore per le salite

mercoledì, giugno 6th, 2018

Dopo anni e annieannieanni di attesa, di delusioni e di aspettative malriposte la mia amica Lore ha fatto l’incontro della sua vita. Sono stati decenni di tentativi a vuoto, di innamoramenti non corrisposti, di tempi sbagliati, di annunci non supportati dai fatti e di promesse al vento. Chiunque si sarebbe messo l’anima in pace e avrebbe rinunciato, al grido di meglio sole che sòle. Lei no. Lei sapeva che da qualche parte lui c’era. E la stava aspettando. Inutilmente abbiamo cercato di riportarla alla realtà. Lei, indomita, non cedeva. E aspettava. Aspettava.

Finché i fatti e il tempo, che sì è galantuomo ed è uno dei pochissimi rimasti, non le hanno dato ragione e ricompensa. E sì, lui alla fine l’ha incontrato, l’ha corteggiato e l’ha persino inseguito quando -sul più bello e a un passo dalla mèta- tutto si è improvvisamente complicato. Sì, l’ha voluto con tutte le sue forze. E alla fine l’ha ottenuto. E ieri sera mi ha portata a conoscere il magico incontro della sua vita: un terrazzo a Roma. Nella sua casa. La sua prima casasua.

L’ultima volta che ci eravamo fatte un’impettata insieme era stato in Vietnam, un Natale e una menopausa fa (la mia eh). Anche allora l’ascesa era culminata con un paesaggio mozzafiato e con una discreta serie di kitemmuorti durante l’inghianata (molisano, salita). A conferma del fatto che il concetto del macchimelhaffattofareammè di fronte a uno sforzo da fare ovunque porti, affiora a qualsiasi latitudine.

Stavolta l’ascesa si è protratta solo per quattro piani di scale, a differenza dei duecento terrazzamenti di risaie vietnamite. E stavolta ci sono stati risparmiati i dirupi ma non la fanga e la polvere. A conferma del fatto che il karma è una cosa seria.

Ci siamo preparate alle presentazioni in pompa magna: due Corona -Coronissime- gelate comprate dai bangla del market di sotto e un piccolo sacchetto di patatine. E con quel bendiddio abbiamo iniziato la salita.

Lei ha aperto la porta, mi ha preceduta nella devastazione del buio e polveroso cantiere e poi ha infilato una chiavetta in una serratura e ha aperto la caspita di portafinestra inseguita da sempre. E sì è stato lì, signore e signori miei, che ci si è spalancato di fronte non un panorama ma una conquista. Che non è tanto e non è solo quella di essere arrivate senza bisogno del rianimatore ma quella di chi si è data un obiettivo e con fatica lo ha raggiunto.

E mentre brindavamo con le due Corona mi è sembrato che quella conquista non fosse solo la sua ma che, nella sua costanza, ci fosse la risposta ai tentativi di tutti noi: perché
“La riuscita non deve essere inseguita; deve essere attratta dalla persona che diventi”, sostiene tal Jim Rohn.

Ecco, Lore ci dice che la nostra terrazzina -qualsiasi sia la terrazzina che desideriamo raggiungere- è lì, da qualche parte. Sta solo aspettando di entrare nell’orbita della grantostaggine che dobbiamo diventare per attirarla.

Fin dove ti ho accompagnato?

giovedì, maggio 31st, 2018

E’ stato davanti a un piatto di gnocchetti zucchine e pachino che un giorno mia madre, classe 1933, cercando di contenere gli aggiornamenti su venti giorni di arretrati nell’arco di mezz’ora, mi raccontava della difficoltà di chi dopo una vita da protagonista  si ritrovi a viverla da spettatore e di ricordi.

La vita da protagonista, lo specifico subito, si è svolta per quarant’anni nelle aule delle scuole più incredibili d’Italia. Tra queste anche la scuola allestita nell’ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà a Roma. Scuola dove, quando lei arrivò, tra i tanti casi c’era quello di Graziella, una donna di 35 anni che passava tutto il giorno -per sua scelta- a lavare pavimenti come una forsennata inginocchiata accanto a un secchio d’acqua. E guai a tentare di farla alzare o distoglierla. Al punto che dovettero confezionarle delle ginocchiere perché si era letteralmente sfranta entrambe le ginocchia.

Parlare di “recupero” nel caso di Graziella avrebbe potuto apparire quantomeno velleitario. Ma si decise che invece era da lì che occorreva partire. A un certo punto scoprirono che in realtà il suo sogno sarebbe stato quello di raccogliere cartoni. Quindi uscendo. Insomma per farla breve Graziella si alzò da quel caspita di pavimento, abbandonò secchio e spazzola, trovò una bicicletta con un carrellino fuori ad aspettarla e iniziò la sua nuova vita di raccoglitrice di cartoni. Dopo qualche tempo uscì anche dall’ospedale e andò a vivere in una casa famiglia. (La chiameremo Graziella proprio in onore della bici, eh, che non lo so come si chiamasse).

Questo accadeva, credo, una trentina di anni fa. Mentre una quindicina di anni fa mia madre ritrovò, dopo 50 anni, alcuni alunni della sua prima classe, 43 bambini, di una scuola arrampicata sul cucuzzolo di una montagna nel suo paesino del Molise chiamato San Pietro Avellana.

-Ecco, Meripo’, quando ripenso a tutti loro e quando penso a quelli che non ho più rivisto, mi farebbe piacere sapere una sola cosa: che persona sei diventata? Fin dove ti ho accompagnato? So le difficoltà del posto in cui ci siamo incontrati: dimmi dove sei arrivato.

Che è quello, aggiungeva, che tutto sommato dovrebbe fare chi è chiamato a guidare qualsiasi cosa. E dunque anche nei rapporti personali, sempre, chiedersi: dove possiamo andare, insieme?

Dove le idee fanno sesso

martedì, maggio 22nd, 2018

No non è un post sconcio. Ma “L’innovazione nasce quando le idee fanno sesso”, disse un certo Scott Galloway. Beh insomma qui si proverà fargli fare anche l’amore: ve l’avevo detto che vi avrei perseguitato con la tappa romana dei monologhi teatrali sui socialcosigeni.

Care e cari romani da stasera a giovedì, per tre sere, trovate la vostra quippresente alla Nuvola di Fuffas, al Forum PA: oggi La storia di Google, domani Zuckercoso e giovedì Amazon.

Vi aspetto a teatro, dove tutto è finto ma niente è falso. Tipo certi amori, insomma.

Una mattina si sono alzati

martedì, aprile 24th, 2018

Io nel 1945, nonostante le apparenze possano far sospettare il contrario, non c’ero. Ma mia madre si.

Tu te ne stai lì a suonare il pianoforte nella tua bella casa in cima ai monti di uno sperduto paese del Molise, che ci hai dodici anni e non lo sai ancora ma hai la sfiga di abitare vicino al Sangro, e a un certo punto il mondo ti si rivolta contro, parlando una lingua che non hai sentito mai, piena di consonanti senza manco una vocale. Perché sì, lei è una di quelle che stamattina mi sono alzata e ho trovato l’invasor.

I tedeschi, in verità, entrarono a casa sua in punta di piedi. Forse, addirittura, bussarono. Poi, in pochi mesi, diedero fuoco al pianoforte, alla casa, al paese e al circondario. Prima, però, si premurarono di devastare tutto, cacciando e disperdendo persone e famiglie. E sì anche lei in qualche modo pensò oh partigiano portami via. Ma lassù non riuscivano ad arrivare nemmeno loro.

Scappò a novembre -da San Pietro Avellana– con un paio di zoccoli e sua nonna, mangiando pane secco ammollato con l’acqua per mesi: si è fatta decine di chilometri a piedi nella neve tra i campi minati e ha visto cose che noi umani è meglio che non ve le racconto. E non solo lei perché tanti bambini del ’45 furono salvati soprattutto dalle cure, dall’eroismo e dall’ingegno di altre donne: madri, nonne, zie, comari, vicine di casa.

Fu accolta e in qualche modo salvata a Carovilli, provincia di Isernia. Lasciamoli scritti sempre, questi nomi di luoghi ospitali che aprirono le porte ai profughi, lasciamone traccia.

Oggi mamma ha 85 anni e nonostante non abbia più potuto studiare il pianoforte (ma lo suona comunque a orecchio) sa cosa sia la libertà e quanto costi. E attraverso lei lo so in qualche modo anche io. E ogni volta che ho la tentazione di arrendermi -di fronte a qualsiasi cosa- mi chiedo che storia avremmo scritto se si fossero arresi tutti quelli che non si arresero allora.

Perché è grazie a loro se le genti che passeranno ci diranno oh che bel fior.

Buona Festa della Liberazione a Tutte e a Tutti.

Maria Callas, la donna che diventò dea

martedì, aprile 17th, 2018

Due ore insieme a Maria Callas. Quando pensi che ormai non ci sia più altro da sapere, da ascoltare e da scoprire su una donna che è stata oggetto di attenzione e di ossessione quasi come la Gioconda. Due ore di brividi.

Se volete farvi questo regalo avete tempo ancora due sere, perché Maria by Callas resterà nelle sale cinematografiche solo oggi e domani. Ci sono andata ieri sera con Grace. Che ne è una cultrice. E per due ore siamo state le-due-lei anche noi. Perché la ricostruzione che ne fa Tom Volf è quella, soprattutto, delle due donne che abitarono dentro al corpo di Anna Maria Cecilia Sophia Kalogeropoulos.

Una vita a inseguire se stessa: mentre Maria cercava inutilmente affetto, la Callas mieteva successi e cercava di compensarne le angosce. Mentre Maria veniva tradita un po’ da tutti, a iniziare dalla madre passando dal marito Giovanni Battista Meneghini (che la trascinerà anche in tribunale per il tradimento con Ari) ad Aristotele Onassis, la Callas sublimava e ne curava le ferite su un palcoscenico.

Due ore di emozioni e di commozioni. Che sono costate tre anni di ricerche al suo regista. Due ore di storia e di volti, dalla regina Elisabetta a Pier Paolo Pasolini, altro amore impossibile, Pasolini intendo.

Due ore di arte ma anche di moda, di fascino, di carisma, di vestiti impeccabili, di mai-senza-un-cappellino e di gioielli da abbagliare. A vestirle il corpo e a fasciarle l’anima fu Elvira Leonardi, sarta milanese nota con il nome di Biki, nipote acquisita di Giacomo Puccini ma soprattutto amica.

Dovessi scegliere una sola delle esibizioni che vedrete e che racchiude tutto questo, sceglierei la Casta Diva di Parigi 1958. Non sono riuscita a trovare il filmato a colori: il vestito è un rosso magìa che da solo vale il prezzo del biglietto.

A un certo punto del film compare una frase che è forse la vera chiave per capire perché fu -ed è ancora- la Divina. Perché a un certo livello il dolore non trova più neanche le parole. E deve trovare un rifugio. Nel caso di Maria Callas lo trovò in quel corpo magnetico e in quelle corde vocali che quando vibrano convincerebbero anche l’agnostico più incallito dell’esistenza del divino, appunto.

E la frase è “dove le parole finiscono inizia la musica”.  E dove finisce anche la musica inizia, e resterà per sempre, la Callas.