Archive for the ‘Africa’ Category

Non è bello ciò che è bello

giovedì, novembre 5th, 2015

A Natale di quattro anni fa con il professor Pi e un delizioso e coraggioso manipolo di eroi andammo in Etiopia. Tra le tribù dell’Omo river.

Non ricordo di preciso il giorno. Ma giurerei che fosse comunque prima di Capodanno. Fatto sta che a un bel momento del viaggio, dopo una settimana di scambio di cortesie con autisti, guide, armati, poliziotti, scorte e ogni ben di dio di esponenti locali, tra convenevoli a suon di “Hay”, “Ciao”, “Hey”, una di noi, per uno di loro, è passò da “Farangi” (straniero) a “Yene Konjo” (la mia bella).

Che, ve lo volevo dire, l’amore è come il Natale: quando arriva arriva. E non sai mai quando, e soprattutto dove, può decidere di venirti a cercare.

Perché ve lo racconto stasera? Perchè poco fa, sul canale 50 LaEffe, hanno trasmesso un documentario sulle tribù dell’Omo sul tema della bellezza: cos’è e com’è la bellezza, al di fuori di qui? Tutti gli uomini di tutte le tribù intervistate, alla domanda “cos’è che rende una donna bella?” hanno risposto

-Le donne sono tutte belle. Perché sono una diversa dall’altra. Dunque non si possono fare paragoni: ciascuna è come è. Ed è bella. Perché è unica. Cambia strada facendo, ma è sempre unica

Hamer women

(Queste per esempio sono le donne Hamer – Foto Meri Pop)

Mi è sembrata una delle cose più sagge e sensate mai sentite. Una specie di Non è bello ciò che è bello, è bello ciò che è unico. E mi è sembrato pure di aver un po’ meno paura di cambiare, a causa del tempo che passa o di altre variabili. Poi, comunque, sono andata a mettermi la crema idratante e a farmi una tisana allo zenzero.

 

“A volte pensiero di morire non è cosa peggiore”

domenica, aprile 19th, 2015

Ogni volta io penso a Daniel: è stato uno dei nostri angeli custodi durante un viaggio in Dancalia, quasi quattro anni fa.Non sapevo nemmeno dove fosse, la Dancalia.E Daniel era il capoautisti, caposcorta, capotutto. Quello che ci aiutava quotidianamente a uscire indenni dai “feroci Afar”, per riassumere. E spesso in quei posti avere un Daniel fa la differenza tra fare un viaggio e vivere un incubo.

Daniel allora aveva 31 anni, una moglie, due bambini e un solo desiderio: scappare. Scappare qui. E portarci tutta la sua famiglia. Che in Africa è durissima. Ma non ci si fa un’idea di quanto è dura in Dancalia, Etiopia.

Insomma Daniel mi raccontò che una volta ci ha provato. Ha fatto la fame più del solito per anni e anni e alla fine si era messo da parte quei 3.500 dollari -tremilacinquecento dollari- perché “mi avevano detto che era pronto il viaggio”.

-Quale viaggio, Daniel?
-Quello sul barcone
-Ma che sei partito pure tu su una di quelle carrette?
-Nooo, io ho aspettato una barca buona. Mica potevo morire: io ci dovevo far arrivare pure i miei bambini, quando poi stavo in Italia
-E allora?
-E allora ho pagato di più e ho aspettato. E una notte sono partito
-E com’è che stai di nuovo qua?
-Eh, perché mi hanno preso
-Ma dove?
-A Lampedusa. Ma ci ero arrivato eh, e sì che ci sono arrivato
-E poi?
-E poi ci aspettavano all’arrivo. E dopo due giorni mi hanno rimandato in Libia
-E in Libia che è successo?
-Io meglio non rispondo a questo. E da Libia mi hanno rimandato a Etiopia
-Mi dispiace molto
-Anche io. Ma io ritorno. Io lo so che torno. Io già iniziato a risparmiare dollari. Io un giorno riparto, io arrivo, io resto

Gli chiesi anche se aveva paura. E lui ribadì che cercava barche sicure. Ma, aggiunse, “a volte pensiero di morire non è cosa peggiore. Dipende da come vivi”

Ogni volta io penso anche a Daniel. Perché a ogni cosa si deve dare un nome. E anche a ogni cosa terribile. E se gli diamo nomi e volti poi le capiamo meglio. E ci pensiamo non solo quando ce le sbattono in faccia le cronache. Anche se, lo confesso, io davvero non so che fare e che altro pensare. Quindi penso a Daniel. E lo penso in salvo.

Tagliatori di sale, Ahmed Ela - Foto professor Pi

Io un giorno riparto, io arrivo, io resto

giovedì, ottobre 3rd, 2013

Lo so che uno dovrebbe stare solo in silenzio. Ma è che certe volte certe storie escono da sole. E oggi è la storia di Daniel. Qui. E qua:

Da qualche tempo ogni volta che arriva lo stillicidio di notizie degli sbarchi io penso a Daniel: è stato uno degli angeli custodi di un viaggio in Dancalia, due anni fa. Che io non sapevo nemmeno dove fosse, la Dancalia. Era il capoautisti, caposcorta, capoesploratore. Quello che ci aiutava quotidianamente a uscire indenni dai “feroci Afar”, per riassumere.

Daniel ha 31 anni, una moglie, due bambini e un solo desiderio: scappare. Scappare qui. E portarci tutta la sua famiglia. Che in Africa è durissima. Ma non vi fate un’idea di quanto è dura in Dancalia, Etiopia.

E insomma Daniel una volta ci ha provato. Ha fatto la fame più del solito per anni e anni e alla fine si era messo da parte quei 3.500 dollari -ripeto tremilacinquecento dollari- perché “mi avevano detto che era pronto il viaggio”.

-Quale viaggio, Daniel?
-Quello sul barcone
-Ma che sei partito pure tu su una di quelle carrette?
-Nooo, io ho aspettato una barca buona. Mica potevo morire: io ci dovevo far arrivare pure i miei bambini, quando poi stavo in Italia
-E allora?
-E allora ho pagato di più e ho aspettato. E una notte sono partito
-E com’è che stai di nuovo qua?
-Eh, perché mi hanno preso
-Ma dove?
-A Lampedusa. Ma ci ero arrivato eh, e sì che ci sono arrivato
-E poi?
-E poi ci aspettavano all’arrivo. E dopo due giorni mi hanno rimandato in Libia
-E in Libia che è successo?
-Io meglio non rispondo a questo. E da Libia mi hanno rimandato a Etiopia
-Mi dispiace molto
-Anche io. Ma io ritorno. Io lo so che torno. Io già iniziato a risparmiare dollari. Io un giorno riparto, io arrivo, io resto

Ogni volta io penso anche a Daniel. Perché a ogni cosa si deve dare un nome. E anche a ogni cosa terribile. E se gli diamo nomi e volti poi le capiamo meglio. E ci pensiamo non solo quando ce le sbattono in faccia le cronache. Anche se, lo confesso, io davvero non so che fare e neanche che altro pensare. Quindi penso a Daniel.

Un posto al sole

lunedì, aprile 29th, 2013

Il mio amico Effe è tornato da un viaggio di lavoro all’estero.
Il mio amico Effe è tornato entusiasta per quello che ha visto in questo estero.
Il mio amico Effe ha visto questo estero inguaiato ma in crescita e orgoglioso del proprio cammino. E gli hanno detto che però non basta crescere, tocca pure crescere bene. Una crescita se non proprio felice quantomeno contenta. E ambientalmente accettabile.

Il mio amico Effe dice che in quel posto ha lavorato su alcuni progetti di sviluppo per i quali qui non aveva avuto grande ascolto.

Si Meripo’ ma dov’è sto posto?

Ah si: il mio amico Effe è tornato dal Togo. Non il biscotto.

Almost Blue

martedì, ottobre 23rd, 2012

Si chiama Elena. Elena Dak. Aveva un sogno. E se l’è andato a prendere. Nel Sahara. Perché poi i sogni ognuno ci ha i suoi e non sempre sono a portata. Dunque lei se la poteva cavare con un paio di scarpe di Jimmy Choo o, che ne so, un’altana sul canal Grande (che Elena è di Venezia) il Gronchi rosa, un posto fisso. No. Lei voleva farsi la traversata del Tenerè con i Tuareg, aggregandosi a una delle carovane del sale che risalgono verso le oasi di Bilma e Fachi.

Chi è assiduo di questo blogghe sa quanto ve l’ho fatta lunga con la Dancalia: perché pure io, eh l’ho seguita, una carovana del sale, ma per 20 chilometri a piedi e svariati strisciando di caldo ma la maggior parte dentro una jeep. Lei cinque settimane. A piedi o a dorso di cammello. Unica donna fra 30 uomini (piano con gli entusiasmi) e 300 dromedari.

Trenta Tuareg, stavamo dicendo, gli “uomini blu”, quelli che li guardi e il tasso ormonale ti s’impenna come lo spread. Dice beata lei. Si. Poi voglio vedè a 45 gradi, senz’acqua, a fare l’arrosticino bianco in mezzo al Sahara, senza capì una parola, senza vedè un albero per giorni e giorni.

Insomma Elena ce l’ha fatta. E’ partita. E soprattutto è pure tornata. Non lo voglio manco immaginare, la fatica che è stata. Che lei, che pure ci ha scritto un libro, la parola fatica non l’ha usata mai. E del fatto che lì si sia presa pure la malaria accenna brevemente in un capitoletto e passa oltre.

Non so come ciascuno di noi sappia affrontare il deserto. Nonsolo quello del Nord del Niger: anche i deserti che abbiamo dentro, tipo. Lei lo fa così: “Affrontiamo il deserto in un’alba di quelle che la vita ti regala una volta soltanto, sospesa nella foschia e nello spazio, ora senza più confini, del deserto. L’enorme carovana procede in tante file parallele come un organismo unico ma elastico che assorbe le asperità del terreno e ne segue le diverse inclinazioni adeguandosi senza scomporsi”.

Elena Dak

Elena è partita in un’alba di ottobre per andare a prendersi il suo sogno. Oh, ragassi, è il 23, mancano sette giorni: siamo ancora in tempo anche noi. Per imparare a sognare.

Elena Dak, La carovana del sale. Cda&Vivalda Editore

E per chi è a Milano andate a trovarla domenica prossima, 28 ottobre, alle 16 a Via Tortona 27 al Nomad Dance Festival

Elenco delle 10 cose che ho imparato negli ultimi 5 giorni

lunedì, febbraio 27th, 2012

La gazzella è arrivata in Africa

La Grande Spaccatura, Etiopia "where all it began" (Foto Meri Pop)

Elenco delle 10 cose che ho imparato negli ultimi 5 giorni:
10 – Non è vero che se non hai figli muori da sola
9 – Non è vero che se non hai un marito muori da sola
8 – Non è vero che è peggio per chi resta
7 – Costretta a scegliere fra un’amica e un uomo è preferibile scegliere l’amica
6 – Ma se sei nella condizione di dover scegliere vuol dire che stai sbagliando qualcosa nella procedura. Riavvia 
5  – Se hai un’amica e lei se ne va, cerca bene perché certamente è stata amica anche di altre amiche e ha lasciato tracce ovunque. Di norma la ritrovi
4 – Se l’amica t’ha detto cento volte di non farla troppo lunga e intanto mi sei già arrivata al punto 4 stai in campana perché quella è capace che ritorna solo per farti una cazziata, quindi regolati
3 -Chi è stato in Africa vive due volte
2 – A volte mi sa per sempre
1 – Ho capito ho capito, vabbè basta

Quanta Africa hai visto?

giovedì, febbraio 23rd, 2012

Insomma c’è che la mia amica Marta è stanca. No, non si è arresa: però ha deciso che dopo tre anni adesso anche basta. E da ieri dorme.
Allora quando mi hanno chiamata dalla clinica io ho pensato che se non ci andavo e non la vedevo era come se lei avesse continuato a esserci come prima. Funzionava abbastanza.
Poi stamattina non ha funzionato più. Così ci sono andata.
E infatti Marta dorme. Riposa, per meglio dire. Ero lì con le altre amiche, che ci siamo ritrovate tutte alla stessa ora senza dircelo.

Ed è stato allora che, guardandola, e nell’assoluta impossibilità di lasciarla andare, ho aperto bocca e le ho chiesto:
-Marta, quanta Africa hai visto?
Che Marta ci andava appena poteva: a lavorare, a portare strumenti diagnostici, ad insegnare a usarli, a volte anche a riposarsi. E mi aveva detto che ci saremmo tornate insieme. E diceva anche che chi ha visto l’Africa poi, quando fa il bilancio della vita, gli va più in positivo.

E così allora anche sua sorella l’ha guardata e ha detto:
-Si, Marta, che stai a fa’ qua? Dai, torna a correre in Africa

Perché nessuna di noi la lascerebbe mai andare via. Ma in Africa si: ce la stiamo accompagnando tutte insieme.

Lago Malawi (Foto Meri Pop)

A tutto il meglio che ci meritiamo, eccheccavolo

sabato, dicembre 24th, 2011

Questo post esce per farvi gli auguri e poi se ne torna in aeroporto. Che io a quest’ora dovrei essere in qualche imbarcadero di imbarcaggio su una tratta  Roma-Cairo-Addis Abeba. E vi penserò. Tanto. Perché io, senza sto blog e sto Fèisbuc e ora pure sto Twitter chissà invece dove sarei a quest’ora. A terra, credo. In tutti i sensi.

Tribù Karo, Omo river

E insomma a me scrivere ha fatto anche un po’ volare. In senso figurato. E anche no. Mi ha fatto prendere aerei per Paesi che manco avevo mai sentito nominare, per dire. Ma mi ha fatto soprattutto raddoppiare il tempo della vita: una la vivo e una la racconto. E raddoppiare contestualmente anche il tempo dei viaggi: uno lo faccio con il professor Pi e i compagni del primo viaggio e uno lo rifaccio con voi quando torno e ripartiamo perché ve lo racconto. E lo capite che, mentre per il primo c’è una quota da pagare, quello con voi è impagabile. E di questo non solo vi ringrazio ma proprio vi meripoppo.

E ci auguro tutto il meglio che ci meritiamo. Che ce lo siamo meritato eccome. Eccheccavolo. E buon Natale. Oh.

(E vi metto questo che a me senza questa musica non è Natale. E questo video mi fa impazzire, che fra l’altro il direttore mi sembra Harry d’Inghilterra)

Ci vediamo l’8 il 9 gennaio. Che mi date un’innafiata alle piante? Ah e spegnete le luci prima di andarvene la sera. Se poi v’avanza qualcosa del cenone lasciate pure in frigo. Inoltre… e vabbè ho capito che vi sto scassando i cabbasisi e allora ciao eh. Cià.

Going home – Diario africano/Fine

mercoledì, settembre 8th, 2010

19-22 agosto – Zambia e Zimbabwe: Victoria Falls           

Per la serie “nella vita niente è gratis” ci è gradito comunicare che non solo è una verità sacrosanta ma che per le cose migliori spesso tocca pagare interessi da strozzinaggio.           

Uno dei conti più salati ce lo ha presentato quel chilometro e mezzo di lunghezza per 128 metri di altezza, che porta 1 milione di litri d’acqua al secondo, che segna il confine tra Zambia e Zimbabwe, che è patrimonio dell’umanità, che c’è un motivo e cavolo se c’è se è una delle 7 meraviglie del mondo, che si chiama Victoria Falls.           

Delle 14 ore di dolon dolon impiegate per arrivarci, del primo esplosivo mal di schiena della mia vita, dell’infinito scorrere di una strada, della stanchezza che non ti fa chiudere più manco gli occhi, dei chili di polvere che ti avvolgono dai capelli ai polmoni, della capacità di sopportazione esplosa come le 5 ruote e la mia schiena, è magicamente e improvvisamente scomparso tutto quando, dopo due giorni di marcia di avvicinamento, di fronte ai nostri occhi è finalmente esploso pure questo:       

Victoria Dart Fener Falls - Foto professor Pi

   e questo:          

Over the rainbow – Foto Meri Pop

  e ancora questo:          

Over the double rainbow - Foto Meri Pop

 e infine questo:          

Witouth words - Foto Meri Pop

 E io non riesco: non riesco ancora oggi, dopo tanto che sono tornata, a disincagliarli dal cuore e farli scendere sulla tastiera. E pure allora stavo lì, impalata. E non me ne sarei voluta andare via mai.
Così ho deciso di restarci.
Perché mentre me ne stavo come un baccalà, pure ammollato per l’acqua che ti arriva a secchiate o vaporizzata a pioggerella da ogni dove, ho sentito che -dopo 23 giorni, 6.000 km., 6 frontiere attraversate, 5 ruote esplose, 4 vetri incrinati, 3 barre laterali perse e 1 penna lasciata al sicuro nella savana- io ce l’avevo fatta.           

Ero arrivata.   

Ero nell’unico posto in cui avrei voluto essere.   

Ero a casa: ero in Africa.        

Verso Livingstone, I presume – Diario/6

martedì, settembre 7th, 2010

16 agosto – Dal Luangwa National Park a Livingstone 

Il giorno non ancora albeggiava quando i nostri eroi venivano prelevati dal ranger Martin su una gippetta da 20 per essere scarrozzati in due diversi game drive, all’alba e al tramonto, in quel del Luangwa National Park, Zambia, Africa: un concentrato di bellezza e suggestione (e mica solo crick e distintivo, eh), in un’alternanza di baobab, laghi, pozze, radure, spianate, fiori e colori nei quali scorazza ogni genere di branco di bestiole. Uno spettacolo mozzafiato accoglieva il gruppetto nella puntata pomeridian-serale al tramonto, rosseggiando e violeggiando qua e là sull’infinito.   

Tramonto sul Luangwa - Foto Professor Pi

Rosseggiando ovunque, però, tranne che sui felini. Dei quali non si intravedeva neanche l’ombra. Manco una sagoma. Una controfigura. Manco illuminando a giorno il circondario, calate le tenebre, con un occhio di bue.  Finché, rassegnati e ormai sulla strada del rientro, un guizzo fulmineo da predatore tra le frasche richiamava la generale attenzione: fiato sospeso, trambusto, momenti di concitazione e finalmente si, eccolo là, spuntare infine dalla buia savana: un opossum appresso a un topo. E’ a quel punto che si è scatenata la più accanita gara di flash e di clic che il Luangwa e l’opossum ricordino. In particolare l’opossum, bersagliato dai flash -che neanche Sharon Stone sulla Croisette- e illuminato a giorno dal faro, si girava incredulo col topo in bocca opportunamente chiedendosi “Aò, ma chi so ‘sti imbecilli?”.  In contemporanea il capogruppo non faceva mancare, una volta quietatasi l’orgia magnetica dei clic, il lapidario commento: “Certo però, ragazzi, questa tempesta di foto all’opossum è proprio frustrazione da leone”.  

Una volta mestamente rientrati, cenati e annoccati dalla rituale passata di rum -oltre che dall’altra tempesta magnetica che da giorni imperversava, rispondente al nome di Paolaquelladellefoto per distinguerla da quell’altra che pure foto ne faceva ma non in quantità export cinese- dicevo Meri Pop tranquillizzatasi sullo scampato pericolo da cracker, si addormentava serena nel buio della seconda notte al Luangwa, cullata dall’ormai familiare e quasi rassicurante “snorf snorf” degli ippopotami a mollo sul fiume a pochi metri dalla sua riverita tenda, veniva sorpresa a un certo punto della notte dalla decisione del suo condomino capogruppo di uscire dall’igloo per un pipì break. Meri Pop lo sentiva però rientrare di corsa e borbottante dopo pochi secondi. Solo a quel punto svogliatamente e strascinatamente, causa l’Amarula, chiedeva:
 “Che succede?”
al che lui agitevolmente rispondeva: “C’è un elefante qui fuori, davanti al cesso” 
E al sobbalzo a molla di  Meri Pop sgusciata dal sacco a pelo prorompendo nella notte in un agghiacciato “Ossantocielo e ora che si faaaa??”
egli, riavvoltolandosi, sonnecchiamente replicava: “Me la tengo fino a domani mattina. Dormi”. 

17 agosto – Sulla strada. Sul camion, per meglio dire.  

La mattina dopo, con sveglia regolamentare a ore 6, il gruppo si predisponeva alle operazioni di consueto smontaggio campo, allestimento colazione, rimontaggio in camion. E mentre la Nutella e la marmellata scorrevano placidamente sui biscotti, mentre il fiume Luangwa scorreva placidamente sugli ippopotami a mollo, un grido d’allarme squarciava l’alba: “Aiutooolinsalatadirisooooo”: Kira, impietrita ai piedi del camion con le mani nei capelli, così commentava l’agguato di una scimmietta che, scoperchiando la pentola del nostro ipotizzato pranzo, tentava di assaggiarla a piene mani prima di tuffarcisi dentro.
La ladra veniva messa in fuga dalla pronta reazione isterica degli altri 19 che però, neanche il tempo di ridestarsi dallo scampato pericolo, udivano poco dopo l’urlo stile tarzan di Andrew the driver della tribù degli Shona il quale assisteva, basito, al furto del suo pacco di biscotti al limone – ultimo pacco – dalla cabina di guida dove la ladra si era intrufolata dopo la forzata rinuncia all’insalata di riso. La scimmia prendeva quindi il fugone a razzo seminando, come Pollicino, briciole di biscotti al limone nella circostante savana.
La furbastra veniva infine avvistata insieme a un crocchio di amiche sue a sbocconcellare biscotti al limone su un albero, presumibilmente inzuppandoli in una tazza di tè che, effettivamente, veniva a mancare all’appello insieme all’insalata di riso e ai biscotti al limone nel finale riepilogo degli oggetti mancanti. 

La giornata così inaugurata si sbrindellava rassegnatamente lungo le dieci ore di camion che contrassegnavano la tappa di avvicinamento alla meta finale: Livingstone e Victoria Falls. Val giusto la pena sottolineare che a ogni dicitura “10-12-14 ore di camion” corrispondono in media 300-400-600 km. di simil piste realisticamente così annunciate dal capogruppo “e poi domani faremo 400 km. di cui 10 asfaltati e il resto dolon dolon”. 

Ed è però anche il caso di osservare – e so che questa affermazione mi costerà la richiesta di TSO, trattamento sanitario obbligato- che uno dei momenti di nostalgia da ritorno più forte (visto che ho scritto il 17 agosto ma lo trascrivo solo oggi sul blog) è proprio il ricordo di questo continuo andare.
Perchè in Africa non si arriva. Non si arriva mai. Però si va. All’inizio chiedi in continuazione “quanto manca?” ma poi pole pole (piano piano) capisci: non stai qui per raggiungere una meta ma per viverti il tragitto. 

Perchè quella strada parla più di qualsiasi guida, foto, reportage, documentario o racconto. Ed è fatta, ad esempio, di capanne che cambiano a seconda delle zone che attraversi e più ti avvicini alle città più diminuiscono il fango e la paglia e aumentano i mattoni e le lamiere ma non la povertà. Anzi: è solo una povertà snaturata, meno dignitosa, meno pulita, meno vera. Sembra un “ci proviamo ma inutilmente”. E’ un tentativo malriuscito, è un accrocco, una resa finale: stiamo abbandonando il vecchio ma il nuovo non è meglio e, soprattutto, manco è il nostro. 

Vabbè, scusate la parentesi Censis. Che stavo a dì? Ah si: stare sul camion. Bella imbarcata di polvere, odori, insetti, colori, saluti. Saluti tanti. Sempre. Ovunque passasse il nostro camion ho visto correrci incontro e rincorrerci sia grandi che bambini, soprattutto bambini, e salutarci sbracciandosi, alzando il pollice, facendo l’hangloose hawaiano (pugno chiuso, solo pollice e mignolo alzati) o sventolando mani. 

Sulla strada - Foto Meri Pop

E questi suoni, queste voci, questo attraversare un saluto fra sconosciuti lungo 6.000 km. è quello che ancora oggi mi emoziona quando ci ripenso.