Archive for the ‘Africa’ Category

Un posto al sole

Monday, April 29th, 2013

Il mio amico Effe è tornato da un viaggio di lavoro all’estero.
Il mio amico Effe è tornato entusiasta per quello che ha visto in questo estero.
Il mio amico Effe ha visto questo estero inguaiato ma in crescita e orgoglioso del proprio cammino. E gli hanno detto che però non basta crescere, tocca pure crescere bene. Una crescita se non proprio felice quantomeno contenta. E ambientalmente accettabile.

Il mio amico Effe dice che in quel posto ha lavorato su alcuni progetti di sviluppo per i quali qui non aveva avuto grande ascolto.

Si Meripo’ ma dov’è sto posto?

Ah si: il mio amico Effe è tornato dal Togo. Non il biscotto.

Almost Blue

Tuesday, October 23rd, 2012

Si chiama Elena. Elena Dak. Aveva un sogno. E se l’è andato a prendere. Nel Sahara. Perché poi i sogni ognuno ci ha i suoi e non sempre sono a portata. Dunque lei se la poteva cavare con un paio di scarpe di Jimmy Choo o, che ne so, un’altana sul canal Grande (che Elena è di Venezia) il Gronchi rosa, un posto fisso. No. Lei voleva farsi la traversata del Tenerè con i Tuareg, aggregandosi a una delle carovane del sale che risalgono verso le oasi di Bilma e Fachi.

Chi è assiduo di questo blogghe sa quanto ve l’ho fatta lunga con la Dancalia: perché pure io, eh l’ho seguita, una carovana del sale, ma per 20 chilometri a piedi e svariati strisciando di caldo ma la maggior parte dentro una jeep. Lei cinque settimane. A piedi o a dorso di cammello. Unica donna fra 30 uomini (piano con gli entusiasmi) e 300 dromedari.

Trenta Tuareg, stavamo dicendo, gli “uomini blu”, quelli che li guardi e il tasso ormonale ti s’impenna come lo spread. Dice beata lei. Si. Poi voglio vedè a 45 gradi, senz’acqua, a fare l’arrosticino bianco in mezzo al Sahara, senza capì una parola, senza vedè un albero per giorni e giorni.

Insomma Elena ce l’ha fatta. E’ partita. E soprattutto è pure tornata. Non lo voglio manco immaginare, la fatica che è stata. Che lei, che pure ci ha scritto un libro, la parola fatica non l’ha usata mai. E del fatto che lì si sia presa pure la malaria accenna brevemente in un capitoletto e passa oltre.

Non so come ciascuno di noi sappia affrontare il deserto. Nonsolo quello del Nord del Niger: anche i deserti che abbiamo dentro, tipo. Lei lo fa così: “Affrontiamo il deserto in un’alba di quelle che la vita ti regala una volta soltanto, sospesa nella foschia e nello spazio, ora senza più confini, del deserto. L’enorme carovana procede in tante file parallele come un organismo unico ma elastico che assorbe le asperità del terreno e ne segue le diverse inclinazioni adeguandosi senza scomporsi”.

Elena Dak

Elena è partita in un’alba di ottobre per andare a prendersi il suo sogno. Oh, ragassi, è il 23, mancano sette giorni: siamo ancora in tempo anche noi. Per imparare a sognare.

Elena Dak, La carovana del sale. Cda&Vivalda Editore

E per chi è a Milano andate a trovarla domenica prossima, 28 ottobre, alle 16 a Via Tortona 27 al Nomad Dance Festival

Elenco delle 10 cose che ho imparato negli ultimi 5 giorni

Monday, February 27th, 2012

La gazzella è arrivata in Africa

La Grande Spaccatura, Etiopia "where all it began" (Foto Meri Pop)

Elenco delle 10 cose che ho imparato negli ultimi 5 giorni:
10 – Non è vero che se non hai figli muori da sola
9 – Non è vero che se non hai un marito muori da sola
8 – Non è vero che è peggio per chi resta
7 – Costretta a scegliere fra un’amica e un uomo è preferibile scegliere l’amica
6 - Ma se sei nella condizione di dover scegliere vuol dire che stai sbagliando qualcosa nella procedura. Riavvia 
5  - Se hai un’amica e lei se ne va, cerca bene perché certamente è stata amica anche di altre amiche e ha lasciato tracce ovunque. Di norma la ritrovi
4 - Se l’amica t’ha detto cento volte di non farla troppo lunga e intanto mi sei già arrivata al punto 4 stai in campana perché quella è capace che ritorna solo per farti una cazziata, quindi regolati
3 -Chi è stato in Africa vive due volte
2 – A volte mi sa per sempre
1 – Ho capito ho capito, vabbè basta

Quanta Africa hai visto?

Thursday, February 23rd, 2012

Insomma c’è che la mia amica Marta è stanca. No, non si è arresa: però ha deciso che dopo tre anni adesso anche basta. E da ieri dorme.
Allora quando mi hanno chiamata dalla clinica io ho pensato che se non ci andavo e non la vedevo era come se lei avesse continuato a esserci come prima. Funzionava abbastanza.
Poi stamattina non ha funzionato più. Così ci sono andata.
E infatti Marta dorme. Riposa, per meglio dire. Ero lì con le altre amiche, che ci siamo ritrovate tutte alla stessa ora senza dircelo.

Ed è stato allora che, guardandola, e nell’assoluta impossibilità di lasciarla andare, ho aperto bocca e le ho chiesto:
-Marta, quanta Africa hai visto?
Che Marta ci andava appena poteva: a lavorare, a portare strumenti diagnostici, ad insegnare a usarli, a volte anche a riposarsi. E mi aveva detto che ci saremmo tornate insieme. E diceva anche che chi ha visto l’Africa poi, quando fa il bilancio della vita, gli va più in positivo.

E così allora anche sua sorella l’ha guardata e ha detto:
-Si, Marta, che stai a fa’ qua? Dai, torna a correre in Africa

Perché nessuna di noi la lascerebbe mai andare via. Ma in Africa si: ce la stiamo accompagnando tutte insieme.

Lago Malawi (Foto Meri Pop)

A tutto il meglio che ci meritiamo, eccheccavolo

Saturday, December 24th, 2011

Questo post esce per farvi gli auguri e poi se ne torna in aeroporto. Che io a quest’ora dovrei essere in qualche imbarcadero di imbarcaggio su una tratta  Roma-Cairo-Addis Abeba. E vi penserò. Tanto. Perché io, senza sto blog e sto Fèisbuc e ora pure sto Twitter chissà invece dove sarei a quest’ora. A terra, credo. In tutti i sensi.

Tribù Karo, Omo river

E insomma a me scrivere ha fatto anche un po’ volare. In senso figurato. E anche no. Mi ha fatto prendere aerei per Paesi che manco avevo mai sentito nominare, per dire. Ma mi ha fatto soprattutto raddoppiare il tempo della vita: una la vivo e una la racconto. E raddoppiare contestualmente anche il tempo dei viaggi: uno lo faccio con il professor Pi e i compagni del primo viaggio e uno lo rifaccio con voi quando torno e ripartiamo perché ve lo racconto. E lo capite che, mentre per il primo c’è una quota da pagare, quello con voi è impagabile. E di questo non solo vi ringrazio ma proprio vi meripoppo.

E ci auguro tutto il meglio che ci meritiamo. Che ce lo siamo meritato eccome. Eccheccavolo. E buon Natale. Oh.

(E vi metto questo che a me senza questa musica non è Natale. E questo video mi fa impazzire, che fra l’altro il direttore mi sembra Harry d’Inghilterra)

Ci vediamo l’8 il 9 gennaio. Che mi date un’innafiata alle piante? Ah e spegnete le luci prima di andarvene la sera. Se poi v’avanza qualcosa del cenone lasciate pure in frigo. Inoltre… e vabbè ho capito che vi sto scassando i cabbasisi e allora ciao eh. Cià.

Going home – Diario africano/Fine

Wednesday, September 8th, 2010

19-22 agosto – Zambia e Zimbabwe: Victoria Falls           

Per la serie “nella vita niente è gratis” ci è gradito comunicare che non solo è una verità sacrosanta ma che per le cose migliori spesso tocca pagare interessi da strozzinaggio.           

Uno dei conti più salati ce lo ha presentato quel chilometro e mezzo di lunghezza per 128 metri di altezza, che porta 1 milione di litri d’acqua al secondo, che segna il confine tra Zambia e Zimbabwe, che è patrimonio dell’umanità, che c’è un motivo e cavolo se c’è se è una delle 7 meraviglie del mondo, che si chiama Victoria Falls.           

Delle 14 ore di dolon dolon impiegate per arrivarci, del primo esplosivo mal di schiena della mia vita, dell’infinito scorrere di una strada, della stanchezza che non ti fa chiudere più manco gli occhi, dei chili di polvere che ti avvolgono dai capelli ai polmoni, della capacità di sopportazione esplosa come le 5 ruote e la mia schiena, è magicamente e improvvisamente scomparso tutto quando, dopo due giorni di marcia di avvicinamento, di fronte ai nostri occhi è finalmente esploso pure questo:       

Victoria Dart Fener Falls - Foto professor Pi

   e questo:          

Over the rainbow – Foto Meri Pop

  e ancora questo:          

Over the double rainbow - Foto Meri Pop

 e infine questo:          

Witouth words - Foto Meri Pop

 E io non riesco: non riesco ancora oggi, dopo tanto che sono tornata, a disincagliarli dal cuore e farli scendere sulla tastiera. E pure allora stavo lì, impalata. E non me ne sarei voluta andare via mai.
Così ho deciso di restarci.
Perché mentre me ne stavo come un baccalà, pure ammollato per l’acqua che ti arriva a secchiate o vaporizzata a pioggerella da ogni dove, ho sentito che -dopo 23 giorni, 6.000 km., 6 frontiere attraversate, 5 ruote esplose, 4 vetri incrinati, 3 barre laterali perse e 1 penna lasciata al sicuro nella savana- io ce l’avevo fatta.           

Ero arrivata.   

Ero nell’unico posto in cui avrei voluto essere.   

Ero a casa: ero in Africa.        

Verso Livingstone, I presume – Diario/6

Tuesday, September 7th, 2010

16 agosto – Dal Luangwa National Park a Livingstone 

Il giorno non ancora albeggiava quando i nostri eroi venivano prelevati dal ranger Martin su una gippetta da 20 per essere scarrozzati in due diversi game drive, all’alba e al tramonto, in quel del Luangwa National Park, Zambia, Africa: un concentrato di bellezza e suggestione (e mica solo crick e distintivo, eh), in un’alternanza di baobab, laghi, pozze, radure, spianate, fiori e colori nei quali scorazza ogni genere di branco di bestiole. Uno spettacolo mozzafiato accoglieva il gruppetto nella puntata pomeridian-serale al tramonto, rosseggiando e violeggiando qua e là sull’infinito.   

Tramonto sul Luangwa - Foto Professor Pi

Rosseggiando ovunque, però, tranne che sui felini. Dei quali non si intravedeva neanche l’ombra. Manco una sagoma. Una controfigura. Manco illuminando a giorno il circondario, calate le tenebre, con un occhio di bue.  Finché, rassegnati e ormai sulla strada del rientro, un guizzo fulmineo da predatore tra le frasche richiamava la generale attenzione: fiato sospeso, trambusto, momenti di concitazione e finalmente si, eccolo là, spuntare infine dalla buia savana: un opossum appresso a un topo. E’ a quel punto che si è scatenata la più accanita gara di flash e di clic che il Luangwa e l’opossum ricordino. In particolare l’opossum, bersagliato dai flash -che neanche Sharon Stone sulla Croisette- e illuminato a giorno dal faro, si girava incredulo col topo in bocca opportunamente chiedendosi “Aò, ma chi so ’sti imbecilli?”.  In contemporanea il capogruppo non faceva mancare, una volta quietatasi l’orgia magnetica dei clic, il lapidario commento: “Certo però, ragazzi, questa tempesta di foto all’opossum è proprio frustrazione da leone”.  

Una volta mestamente rientrati, cenati e annoccati dalla rituale passata di rum -oltre che dall’altra tempesta magnetica che da giorni imperversava, rispondente al nome di Paolaquelladellefoto per distinguerla da quell’altra che pure foto ne faceva ma non in quantità export cinese- dicevo Meri Pop tranquillizzatasi sullo scampato pericolo da cracker, si addormentava serena nel buio della seconda notte al Luangwa, cullata dall’ormai familiare e quasi rassicurante “snorf snorf” degli ippopotami a mollo sul fiume a pochi metri dalla sua riverita tenda, veniva sorpresa a un certo punto della notte dalla decisione del suo condomino capogruppo di uscire dall’igloo per un pipì break. Meri Pop lo sentiva però rientrare di corsa e borbottante dopo pochi secondi. Solo a quel punto svogliatamente e strascinatamente, causa l’Amarula, chiedeva:
 ”Che succede?”
al che lui agitevolmente rispondeva: “C’è un elefante qui fuori, davanti al cesso” 
E al sobbalzo a molla di  Meri Pop sgusciata dal sacco a pelo prorompendo nella notte in un agghiacciato ”Ossantocielo e ora che si faaaa??”
egli, riavvoltolandosi, sonnecchiamente replicava: “Me la tengo fino a domani mattina. Dormi”. 

17 agosto – Sulla strada. Sul camion, per meglio dire.  

La mattina dopo, con sveglia regolamentare a ore 6, il gruppo si predisponeva alle operazioni di consueto smontaggio campo, allestimento colazione, rimontaggio in camion. E mentre la Nutella e la marmellata scorrevano placidamente sui biscotti, mentre il fiume Luangwa scorreva placidamente sugli ippopotami a mollo, un grido d’allarme squarciava l’alba: “Aiutooolinsalatadirisooooo”: Kira, impietrita ai piedi del camion con le mani nei capelli, così commentava l’agguato di una scimmietta che, scoperchiando la pentola del nostro ipotizzato pranzo, tentava di assaggiarla a piene mani prima di tuffarcisi dentro.
La ladra veniva messa in fuga dalla pronta reazione isterica degli altri 19 che però, neanche il tempo di ridestarsi dallo scampato pericolo, udivano poco dopo l’urlo stile tarzan di Andrew the driver della tribù degli Shona il quale assisteva, basito, al furto del suo pacco di biscotti al limone – ultimo pacco – dalla cabina di guida dove la ladra si era intrufolata dopo la forzata rinuncia all’insalata di riso. La scimmia prendeva quindi il fugone a razzo seminando, come Pollicino, briciole di biscotti al limone nella circostante savana.
La furbastra veniva infine avvistata insieme a un crocchio di amiche sue a sbocconcellare biscotti al limone su un albero, presumibilmente inzuppandoli in una tazza di tè che, effettivamente, veniva a mancare all’appello insieme all’insalata di riso e ai biscotti al limone nel finale riepilogo degli oggetti mancanti. 

La giornata così inaugurata si sbrindellava rassegnatamente lungo le dieci ore di camion che contrassegnavano la tappa di avvicinamento alla meta finale: Livingstone e Victoria Falls. Val giusto la pena sottolineare che a ogni dicitura “10-12-14 ore di camion” corrispondono in media 300-400-600 km. di simil piste realisticamente così annunciate dal capogruppo “e poi domani faremo 400 km. di cui 10 asfaltati e il resto dolon dolon”. 

Ed è però anche il caso di osservare – e so che questa affermazione mi costerà la richiesta di TSO, trattamento sanitario obbligato- che uno dei momenti di nostalgia da ritorno più forte (visto che ho scritto il 17 agosto ma lo trascrivo solo oggi sul blog) è proprio il ricordo di questo continuo andare.
Perchè in Africa non si arriva. Non si arriva mai. Però si va. All’inizio chiedi in continuazione “quanto manca?” ma poi pole pole (piano piano) capisci: non stai qui per raggiungere una meta ma per viverti il tragitto. 

Perchè quella strada parla più di qualsiasi guida, foto, reportage, documentario o racconto. Ed è fatta, ad esempio, di capanne che cambiano a seconda delle zone che attraversi e più ti avvicini alle città più diminuiscono il fango e la paglia e aumentano i mattoni e le lamiere ma non la povertà. Anzi: è solo una povertà snaturata, meno dignitosa, meno pulita, meno vera. Sembra un ”ci proviamo ma inutilmente”. E’ un tentativo malriuscito, è un accrocco, una resa finale: stiamo abbandonando il vecchio ma il nuovo non è meglio e, soprattutto, manco è il nostro. 

Vabbè, scusate la parentesi Censis. Che stavo a dì? Ah si: stare sul camion. Bella imbarcata di polvere, odori, insetti, colori, saluti. Saluti tanti. Sempre. Ovunque passasse il nostro camion ho visto correrci incontro e rincorrerci sia grandi che bambini, soprattutto bambini, e salutarci sbracciandosi, alzando il pollice, facendo l’hangloose hawaiano (pugno chiuso, solo pollice e mignolo alzati) o sventolando mani. 

Sulla strada - Foto Meri Pop

E questi suoni, queste voci, questo attraversare un saluto fra sconosciuti lungo 6.000 km. è quello che ancora oggi mi emoziona quando ci ripenso.  

L’insostenibile leggerezza del cracker – Diario/5

Monday, September 6th, 2010

 13 agosto – Frontiera Mozambico – Si entra in Malawi    

Cape Mac Lear, Lago Malawi - Foto Meri Pop

 Il tramonto sul lago Malawi. Uno dei 10 motivi per cui vale la pena vivere. E fare un viaggio. Persino questo.    

14 agosto – Lago Malawi    

Bene, l’angolino del romanticismo è finito: bucata, da fermi nel parcheggio del camping, la terza ruota. Tipo via crucis, si cade per la terza volta. Ormai il terzetto d’attacco Liano-Luca-Maurizio si predispone agli adempimenti senza scambiarsi manco più commenti: guardano, si dirigono all’alloggiamento ferri, preparano il paziente e intervengono. Tempi ridotti a minuti 12. Barbara D’Urso freme per averli: signori, gli Sfiga’s Team.    

Il resto sono tramonti mozzafiato sulla pace tranquilla di un lago maestoso, una canoa scavata in un tronco che si staglia contro una palla di fuoco che colora di rosso e poi di viola il cielo e la certezza che già solo questo vale la fatica del viaggio.    

Malawi - Foto Professor Pi

15 agosto – Zambia    

Sveglia a ore 5. Passata frontiera Malawi-Zambia alle ore 13 e ivi consumato in piedi un luculliano pasto a base di insalata di riso appoggiati su sacchi dall’ignoto contenuto ammonticchiati fra i Tir. Ma è già tanto 1)che si mangi 2)che si mangi da fermi e non sul dolon dolon del camion 3) che si mangi qualcosa a forma di cibo e non di cracker o di mattone di formaggio arancione.    

Ma è giustappunto poco dopo, sulla strada sterrata che da Chipata porta a South Luangwa, che nella via crucis si cade per la quarta volta. Lo so, state passando agli scongiuri. Fate bene. Fate pure. Perchè 4 ruote bucate in 15 giorni restando per 2 volte senza più ruote di scorte in mezzo alla caspita di savana senza copertura cellulari è roba che manco gli sceneggiatori di Mr. Crocodile Dundee, manco il Codice da Vinci, manco l’isola dei famosi.    

Come da copione, poi, alla corale, sconsolata discesa dal mezzo, solitamente fa da accompagnamento l’improvviso oscurarsi del cielo con nuvole gonfie di pioggia o, come in questo caso, l’improvviso oscurarsi dell’orizzonte con orde di mosche e moscerini che aprono la via alla calata delle zanzare, assolutamente refrattarie a qualsiasi tipo di Autan. Queste, con l’Autan, ci si fanno i suffumigi e poi ripartono più ritemprate in formazione a testuggine per l’attacco finale.    

Mentre il provato e ormai fisso schema 3+1 agilmente si adoperava al pit stop, nel composito nonché sciamante gruppo si distingueva una figura solitaria seduta sul cucuzzolo di un riporto di terra, intento in perfetto stato di trance a leggere un libro e a raggiungere il Nirvana: signori, Ruggero. Il quale, incurante dell’affanno generale, continuava a sperimentare nuove forme di trasmigrazione del pensiero, intento solo ad accarezzarsi la curata barba bianca. Brizzolata. Vabbè, Ruggè, nera proprio no. Saggia. Si, saggia. Al limite attempata ma non è che posso scrivere che ti accarezzavi l’attempata barba, lo capisci da te, no?    

Dunque dicevamo che, finito il cambio ruota e ripreso il cammino con rinnovato vigore in una nuvola di inutile per le zanzare e tossico per noi Autan, i nostri eroi facevano finalmente rotta sull’unico, prenotato camping di tutto il viaggio, annunciato addirittura come “molto carino, ci dovrebbe essere tutto, pure acqua e luce”, insomma roba forte. Facevano dunque rotta sul camping. Ovviamente mancandolo. Il mezzo d’epoca, dopo 10 ore di viaggio, iniziava un infruttuoso su e giù su un viale sul quale pur dovevano trovarsi indicazioni su sta cavolo di bellezza di camping.    

Senonché l’unico cartello indicava una svolta che non c’era e mo’, diciamolo, manco il mago Otelma in effetti avrebbe capito che cacchio fare. E dunque, dopo la sesta marcia indietro, uno degli eroi affacciandosi al mezzo e battendo sulla fiancata urlando come un ossesso, nel tentativo di farsi sentir giù nella cabina di guida, ululava al capogruppo “Ma che succede?” sentendosi rifilare un ululato uguale e contrario “stiamo cercando di capire da dove bip si entra in questo bip di campeggio”. Dopo un’altra manciatina di marce indietro il capogruppo, come Teseo, usciva finalmente dal labirinto di Cnosso e si infilava nel caspita di campeggio. All’incredula domanda “siamo arrivati?” opponeva un fermissimo “eccerto”. E al conseguente “ma è quello giusto?” riopponeva un inappellabile “no ma è uguale”.    

All’undicesima ora di viaggio , a posto assegnato e tende montate, appariva il capo camping per dare le seguenti 2 comunicazioni: 1) effettivamente no, non è quello che avete prenotato che sarebbe questo accanto e 2) ma visto che mo’ state qua restate pure, solo andate subito a togliere ogni traccia di cibo dalle tende o dalle parti scoperte del camion che qui la notte passano gli elefanti e gli ippopotami affamati e se le rubano. Il tutto glissando, ovvio, sulle spiacevoli conseguenze che solitamente seguono l’improvviso ingresso di un elefante affamato in una tenda da due. 

La comunicazione n.2 scatenava la ricerca, il rinvenimento e la riconsegna di n.2 pacchetti di crackers, n.4 banane e n.3 mele oltre sbriciolamenti di carne secca varia.    

Dopo l’allestimento cena a cura del generale Rosella -che insieme al caporal maggiore Monica da giorni e giorni guidava le operazioni di rifornimento viveri, stoccaggio merci, assemblamento omogeneo alimenti commestibili, con piglio e managerialità tipo Marchionne al comando della catena di montaggio della Punto- Meri Pop una volta sistematasi a fine serata, rispettivamente, nella tenda, nel pigiama, nel sacco a pelo e nella fase pre-rem del sonno, veniva improvvisamente agghiacciata dal ricordo di n.1 microconfezione di crackers Air Emirates posizionatA nello zaino da giorni e lì sepolta dall’incalzare degli eventi succedutisi.    

Scattata a sedersi come una molla in piena notte al grido di “Ommioddio” provocava il di soprassalto risveglio del contiguo, dormiente capogruppo che si ridestava in fase di allarme grado Defcon 1 gridando anch’egli “e mo’ che bip succedeee?”.    

Meri Pop mortificata e contrita si costituiva a lui spontaneamente rilasciando la seguente deposizione: “Ho un pacchetto di cracker dell’aereo nello zaino, qui nella tenda”.    

Il capogruppo, con l’espressione di chi avrebbe volentieri voluto percuoterla ma mai abdicando alla sua funzione istituzionale, si limitava a rassicurarla con un “Meripo’, so per certo che i crackers dell’aereo non gli piacciono: dormi”.

Dubitando della riuscita – Diario africano/4

Friday, September 3rd, 2010

12 agosto – Mozambico: Nampula – Mutuali  

Finalmente si ricomincia a ragionare: durante il primo pipì-stop in quel di vattelappesca in non meglio specificato chilometraggio savana mozambicana, mentre l’allegra compagnia saltellava di cespuglio in rovo, Maurizio circumnavigando il mezzo d’epoca e attardandosi su una ruota posteriore, agghiacciava la dispersa platea con un “oè, ma qui non c’è più neanche un perno”.  

Ecco ora io però vorrei essere la penna di Marco Giacobbo di Voyager anziché quella di Meri Pop, per venire a capo dello sconfinamento della sfiga in vero e proprio accanimento terapeutico del destino. E sia chiaro: che non mi si venga a dire che siamo nel campo degli imprevisti. Ennò, imprevisti un tubo, questa è macumba, maledizione nera.  

Scesi dunque per una frugale pipì con al seguito al massimo il pacchetto delle sigarette i nostri si ritrovavano nell’assoluta impossibilità di risalire sul mezzo  dopo che Andrew the driver della tribù degli shona insieme alla squadra ormai ridotta e stabilizzatasi al trio Liano, Luca e Maurizio agilmente issava i 15.000 chili di catorcio su 2 cm di crick ululando nel raggio di chilometri “Nessuno salga sennò so’ c….”.  

Dopo un consulto della durata complessiva di secondi 25, l’equipe medica emetteva la diagnosi: “non c’è niente da fare, tocca trovare dei perni nuovi al paese più vicino”. 80 km. A piedi. Nel gelo degli astanti e in quello meteorologico che tosto li sorprendeva con una buriana di vento e nuvole, gli eroi si sbracciavano inutilmente sulla polverosa e deserta pista in cerca di soccorsi. Ma dopo minuti 15 avvistavano un pickup carico all’inverosimile di locali e di sacchi ammassati, alla guida del quale si scorgeva addirittura un simil poliziotto.  

Polvere nella lochéscion della disastréscion - Foto Professor Pi

Si decideva subitaneamente di sacrificare il destino di Andrew e Fabrizio che venivano stivati nel portabagagli in direzione Nampula senza alcuna assicurazione di poterli un giorno alfin rivedere. Su tutti si stagliava l’ottimistica previsione di Liano: “Regà, qua ce restamo fino a stanotte”, subito completata dalla solerzia di Luca: “se ci va bene”. Il coordinatore, per la prima volta mettendosi le mani fra i capelli -ma lui oggi asserisce trattarsi solo di una ravvivata antipolvere- completava il quadro annunciando: “Ragazzi, prepariamoci a passare qui la notte, cerchiamo uno spiazzo per le tende”. Meri Pop, nell’assoluta impossibilità di rilasciare qualsiasi tipo di dichiarazione, si chiudeva nel proprio sconforto e nella giacca a vento lentamente e con accuratezza sfilata dallo zaino.  

Dopo qualche ora di attesa faceva la sua comparsa anche la pioggia. Si decideva allora che i 45 chili scarsi di Meri Pop avrebbero potuto facilmente -ma con estrema cautela e a suo rischio e pericolo- issarsi nell’abitacolo del camion per tirare giù, oltre un discreto numero di imprecazioni, anche almeno dei Kway. Visto che ci si stava, allora, si scaricavano cibarie di ogni tipo, beni di conforto alcolici, ultimi residui di Nutella, sgabelli, tavolo e fornello così allestendo un simil Autogrill in salsa mozambicana.  

Rifugiatisi poi tutti sotto al pericolante residuo di camion attendendo tempi migliori, i nostri iniziavano a destare l’umana pietà degli sporadici passanti locali che, pur malmessi di loro, certo rifulgevano almeno sulle proprie biciclette rispetto agli appiedati. Tra tutti mi è gradito segnalare il vecchietto che, avvicinandosi, riceveva in dono un nostro panino al formaggio ma dopo un’ora ritornava recando omaggi di pezzi di manioca  da sgranocchiare nell’attesa. Segnalerei a questo punto anche il mozambicano ubriaco e barcollante di passaggio che decideva di intessere uno scambio culturale fra popoli con Liano e Luca strascicando in un improbabile inglese frasi e invettive di ogni tipo.  

En attendant i bullonì - Foto Professor Pi

Otto ore dopo la partenza verso l’ignoto, alle 19 una scassata e scoppiettante macchina bianca riconsegnava a noi Andrew, Fabrizio e 5 bulloni. Alle ore 20,30 stremati, infreddoliti e provati da quanto avete già letto, i nostri salutavano con un applauso l’ordine di risalire in carrozza. E dopo altre 4 ore di dolon dolon di strade sgarrupate affrontate nel buio pesto, si decideva di allestire un accampamento di fortuna in presunta, isolata radura di inquietante e deserta savana mozambicana che alle prime luci dell’alba si rivelava invece essere l’incrocio principale di un villaggio.  

E siccome mo’ pure Meri Pop ne ha le scatole piene di tutto ’sto casino, vi basti chiudere con un’unica, incredibile, immagine, quella di due indigeni del luogo che bussano all’alba alla tenda e chiedono: “Ma voi… di che Missione siete?”.  

Meri Pop non lo dimenticherà mai. Come non dimenticherà che, proveniente da 3 giorni senza lavarsi e ormai lanciata sulla disinvolta china dell’abbrutimento ma di classe, si recava con nonchalance al bagno delle signore a far pipì, secondo cespuglio dopo la palma. Senonchè il cespuglio in realtà affacciava, nell’altro lato, sulla locale Via del Corso. E dunque riemersa dal cespuglio e contemporaneamente sistemando ciò che restava di un paio di pantaloni un tempo blu, si ritrovava un indigeno affacciato a squadrarla dall’alto in basso. Senza perdere nulla del suo innato aplomb e della sua naturale classe, Meri Pop, gli faceva ciao ciao in segno di pace e amicizia fra i popoli.

E che ne so se riusciranno – Diario africano/3

Thursday, September 2nd, 2010

7 agosto – Vilankulo,  Arcipelago Bazaruto – Mozambico       

Sorvolerei a piè pari sull’inutilità di una giornata priva di qualsiasi spunto all’altezza dei precedenti, srotolatasi in quel di Vilankulo ove, contrariamente al nome, in realtà approdavamo con una locale e suggestiva barca a vela, il dhow, in una sorta di Paradiso terrestre in mezzo all’Oceano Indiano, che ora che ci penso ci deve essere stato uno sbaglio di inserimento programma.       

Perché passare dal Caspita di parco del Limpopo all’Occaspiterina del parco dell’Arcipelago delle Bazarutos con annessi bagno nella laguna, snorkeling, immersioni, sherpa in spiaggia che ci cucinano ogni sorta di prelibatezza, allestimento banchetto a base di molluschi, crostacei, frutti tropicali e primizie di ogni tipo e beh si, qualcuno pensava di mandarci a Vilankulo ma noi poi non si sa come siamo finiti alle Fiji.       

Bazaruto's Paradise - Foto Paola G.

 E proprio non sprecherei una parola in più per queste sacrosante, benedette, incredibili, sorprendenti, appaganti, strabilianti, goduriose dodici ore di sole, bagni, spiaggiamenti, foto, coccole, onde, sbracamenti e simili altre banalità da ClubMed.    

8 agosto – Inchope       

Ambeh: si torna a una sana giornata di dolon dolon sul camion compreso approdo al mercato di Inchobe in cerca di un vulcanizzatore di ruote esplose (in Africa non si ricompra, si aggiusta). Tra un vulcanizzatore e l’altro gli eroi sciamavano nel locale, seguente mercato:    

Mercato a Inchope - Foto Professor Pi

Registriamo soprattutto, in attesa della vulcanizzazione infine appaltata, la corale partecipazione a una Messa tribale.  Richiamato dal suono di cori e tamburi e da una nuvola di polvere che esalava da un dirupo, il Capogruppo improvvisamente scavallava il guard reil della locale via del Corso per finire nel bel mezzo di un sabbah di tamburi, mani rotanti, corpi posseduti, piedi sbattenti, ugole ululanti dentro un bugigattolo buio chiamato Church, chiesa, guidati dall’altare da un officiante in giacca, cravatta e tamburello.      

Monica asserisce che, una volta invitatici a sedere tra loro, noi si sia ricevuta anche una speciale benedizione, cosa della quale mi permetto di suggerire di dubitare una volta che avrete letto il prosieguo del viaggio. Ma tant’è: fummo, pare, benedetti. E dunque figuriamoci che ne sarebbe stato di noi, nei giorni seguenti, senza. Non lo voglio manco immaginare.       

10 agosto – Ilha de Mocambique       

Infatti: in attesa del salto nel cerchio di fuoco registriamo l’approdo al campeggio senza acqua e ancora con i festoni di Natale appesi. Si preannunciano, in compenso, due giorni di acqua a catinelle ma dal cielo.       

L’allestimento tende in riva al mare non vi tragga in inganno: romantico un ciufolo, quando spirano venti di maestrale a tutta carica che la sabbia ve la alzano in ogni dove a partire dagli occhi. La prima notte viene contrassegnata da vento a raffiche stile Desert storm con conseguente scoperchiamento di finestra laterale della suite e immissione di sabbia nell’interno tenda, con occupanti inconsapevoli e ronfanti, trasformata entro il mattino nella piana egizia. Il rinvenimento di due sarcofagi avvolti nel fu sacco a pelo e ora sepolti da una piramide di sabbia, veniva salutato da irripetibili imprecazioni geroglifiche.       

Vi risparmio i particolari rubricati sotto le voci “igiene personale e comunitaria”, darei per acquisiti anche i concetti
“lavarsialmenolafaccialamattina” ma soprattutto “lavare i piatti senza acqua”
ecchénonlosaichesilavanoconlasabbia noilannoscorsoinangolanoiinburkinafasoehquanteneabbiamoviste
effiguriamocisedeviviaggiaresolodovec’èl’acquanontimuoverestimai.       

Che ve lo dico affà che io poi non ci avevo più calzini che volevo fare il bucato proprio là che ci fermavamo ben due notti nello stesso posto. Alla timida obiezione
tuseimattosepensicheiopossastaretregiornisenzacquascordatelo
veniva saggiamente e incontrovertibilmente replicato che:
pertropposporcononèmaimortonessuno“.       

11 agosto       

Chiaramente alla tempesta di sabbia si scopriva che aveva fatto da contraltare nella notte anche lo scatenamento tsunami per cui la marea stava provocando un imprevisto pediluvio degli abitanti tende. I nostri eroi, affatto scoraggiati anche dalla nuvola di Fantozzi che oscurava il camping, si predisponevano in fila indiana per l’attraversamento dell’unico ponte di raccordo fra il campeggio sahariano e il traguardo dell’Ilha de Mocambique: 3 km. Di gettata di cemento sull’Oceano Indiano sferzati da vento a raffiche, giuro, di 40/50 nodi. Meri Pop, pur zavorrata con lo zaino, si ritrovava aggrappata al precario corrimano di ferro corroso a sventolare come la bandierina dell’Onu. Infine riusciva ad approdare sulla terra ferma solo grazie all’ancoraggio al possente braccio di Franco.       

Persi nel tragitto svariati cappelli, sciarpe, una custodia di macchina fotografica e registrata una rovinosa caduta di Paola, gli eroi approdavano infine allo spettrale ma suggestivo spettacolo di una città fu gloriosa ma ormai più simile a un set cinematografico in disuso. Della bellezza delle sue abitanti lasciamo parlare le immagini:       

Bella - Foto Meri Pop

 Fattasi una certa e registrando un languorino, i nostri venivano attratti da un caratteristico ritrovo gastronomico, l’Ancora duro con l’accento sulla A, la prima. Il pranzo a base di squisite sambusa, patatine e birra alla fine recava un conto di euro 3. Così come la merendina di emergenza dovuta allo scatenamento improvvisa tempesta di pioggia con rifugio in primo localino rintracciabile, faceva registrare un menù a base di dolcetti, frittini, ridolcetti, rifrittini Coca cola e acqua per 4 persone al conto, totale, di euro 1,20.