Archive for the ‘ricordare’ Category

Quello che rimane

giovedì, ottobre 31st, 2019

Immaginatelo solo per un attimo: avete 13 anni, siete una ragazzina felice come l’incoscienza ci fa ancora essere a quell’età. Poi improvvisamente un giorno vi sfondano la porta di casa, vi urlano di radunare poche cose e vi portano via. Poi vi tatuano un numero sul braccio, poi vi strappano dai vostri genitori e da tutti i vostri cari, poi vi affamano, poi vi affreddano, poi poi poi. Lei, numero di matricola 75190 tatuata sul braccio, deportata a 13 anni da Milano ad Auschwitz e Birkenau il 30 gennaio 1944 con il padre, che non rivide mai più, qualche mese prima dei nonni, anche loro uccisi all’arrivo.

Io l’ho vista la scorsa estate, lei, a Fano, sul palco di Passaggi Festival, intervistata da Bianca Berlinguer. La piazza era stracolma. E muta.  A un certo punto ha lievemente rallentato il ritmo del discorso, ha fatto una breve pausa e ha detto: non sono mai tornati per la colpa di essere nati. La colpa di essere nati. Cinque parole nelle quali Liliana Segre in un attimo ha asciugato chilometri di inchiostro e ore di prolusioni su Olocausto e nuovi razzismi e l’ha messa così, asciutta e senza fronzoli.

Si alza da quella nuvola di capelli candidi e da una calma apparentemente imperturbabile la forza di questa donna che nessun male ha piegato. La voce per raccontare l’indicibile è difficile trovarla, aggiunge, ma a un certo punto per me è diventato impossibile continuare a tacere. La voce l’ha trovata solo dal 1990: perché anche quando il male è apparentemente passato ed è arrivata la Liberazione e sono arrivati gli affetti, l’amore, il marito, i figli e la vita le si è riaperta in ogni forma, ha continuato a pagare il pedaggio a quell’oscurità. Che è arrivata sotto forma di esaurimento nervoso e di altro ancora. Ed è lì che a un certo punto ha capito che doveva trovare la voce. La voce per raccontare l’indicibile.

Ora immaginate per un attimo, solo per un attimo, che oggi a 89 anni, siete sopravvissuti a tutto questo ma improvvisamente torme di minus habens riversino su di voi tramite una tastiera ingiurie, offese, volgarità. Se ne stanno lì, nascosti da uno schermo, a cercare in questo modo un senso alla propria irrilevanza. Poi ce ne sono altri, che però sono vostri colleghi e siedono in Parlamento di fronte a voi ma a rappresentare noi, che il giorno in cui si approva una mozione contro odio, razzismo e antisemitismo non la votano e, mentre gli altri si alzano per rendervi omaggio, restano seduti e non applaudono.

Ora, per un attimo e solo per un attimo, ditemi voi: ma dopo tutto quello a cui siete scampati, dopo aver sofferto l’inimmaginabile, ma davvero qualcuno pensa che possano destabilizzarvi cose del genere? E cosa rimane, alla fine? Una vostra alzata di sopracciglio, pietosa e compassionevole verso questi poverini, prima.

E il loro restare dei miserabili, dopo. E per sempre.

Oggi è il 16 ottobre. Quello

mercoledì, ottobre 16th, 2019

Tempo fa lavoravo in un posto di Roma che si chiama Piazza del Gesù. Dietro Piazza del Gesù c’è il Ghetto. Nel Ghetto c’è un forno che fa i bruscolini caldi e la torta di ricotta e visciole. Fa anche dei biscotti pesantissimi e untuosi che fanno ingrassare come la torta di ricotta e i bruscolini.

Passeggiare al Ghetto mi piace molto. E anche allora, appena potevo, scappavo dall’ufficio e ci andavo. Con l’occasione seguivo la scia di profumo del forno e, in un colpo solo, davo una sistemata ai trigliceridi, alla glicemia e alla massa adiposa.

Un giorno ero lì nella pasticceria di Piazza Costaguti a scegliere biscotti quando a un certo punto iniziò a suonare, fortissima, una sirena: un allarme antiaereo.

Uscirono tutti dal negozietto. Uscirono tutti da tutti gli altri negozi. Uscirono tutti da tutte le case. E si precipitarono in piazza.

Io, all’inizio, ero rimasta dentro: mi tappavo le mani con le orecchie mentre mi batteva forte il cuore dalla paura. Perchè non capivo. Era il 2001 ma improvvisamente era di nuovo un tempo sospeso.

Alla fine uscii anche io sulla piazza. La sirena smise di suonare. Scese un silenzio immobile, come le persone. Grandi, bambini, anziani, turisti, clienti, rabbini, negozianti. Nessuno fiatava. Nessuno si muoveva. Il silenzio durò un tempo infinito. Forse un minuto.

Poi, improvvisamente, si rimise tutto in moto. Come prima.

Quel giorno era il 16 ottobre. Non l’ho più dimenticato.

Chiama anche lei dalla strada: «Sterina! Sterina!».
«Che c’è?», fa quella dalla finestra. «Scappa, che prendono tutti!».
«Un momento, vesto pupetto, e vengo».
Purtroppo vestire pupetto le fu fatale: la signora Sterina fu presa con pupetto e con tutti i suoi.

(Dal libro 16 ottobre 1943 di Giacomo Debenedetti)

Anna Politkovskaja, donna non rieducabile

lunedì, ottobre 7th, 2019

E’ il 7 ottobre del 2006. Un cadavere viene ritrovato nell’ascensore di un palazzo. E’ quello di Anna Politkovskaja. Nel suo, palazzo.

Classe 1958, giornalista russa e attivista per i diritti umani, freddata -nel giorno del compleanno di Putin- da quattro colpi di pistola più un altro “di sicurezza” alla nuca.

Muore così, Anna Politkovskaja, dopo una serie di minacce sferratele dai vertici militari, oggetto delle denunce della giornalista nelle sue inchieste sugli abusi, le torture, i soprusi e le umiliazioni nei confronti dei civili ceceni. “Io vedo tutto. Questo è il mio problema”, riassunse lei.

Anna Politkovskaja che il regime classificò, poco prima della morte “Donna non rieducabile”. 

La Corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato l’anno scorso la Russia per “non aver attuato le opportune misure investigative per identificare i mandanti dell’omicidio”. “Lo Stato russo non ha rispettato gli obblighi relativi all’efficacia e alla durata dell’indagine imposti dalla Convenzione europea sui diritti umani”.

“Sono una reietta” scrisse di sé. “È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all’estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me.
Eppure tutti i più alti funzionari accettano d’incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un’indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all’aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie.
Sono felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto. È una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci”. Parole che verranno pubblicate postume, in un saggio, nel 2007.

Perché quando non sei rieducabile puoi essere una sola cosa: morta. Ed è per questo che, ancora oggi, Anna è viva.

Maria Callas, la donna che non morì mai

lunedì, settembre 16th, 2019

Due donne abitarono dentro al corpo di Anna Maria Cecilia Sophia Kalogeropoulos.

Mentre Maria cercava inutilmente affetto, la Callas mieteva successi e cercava di compensarne le angosce. Mentre Maria veniva tradita un po’ da tutti, a iniziare dalla madre passando dal marito Giovanni Battista Meneghini (che la trascinerà anche in tribunale per il tradimento con Ari) ad Aristotele Onassis, la Callas sublimava e ne curava le ferite su un palcoscenico.

Arte, talento, stile, eleganza. Ma anche una serie di schiaccianti dolori. A vestirle il corpo e a fasciarle l’anima fu Elvira Leonardi, sarta milanese nota con il nome di Biki, nipote acquisita di Giacomo Puccini ma soprattutto amica.

Alberto Mattioli su La stampa due anni fa riassunse la questione così: “D’accordo, diamo per detti il dimagrimento, la mamma stronza, il divorzio da Meneghini, gli amori sbagliati, quindi l’orrido Onassis, e quelli impossibili, vedi Visconti e Pasolini, i tailleur della Biki, la morte misteriosa”. Ma diciamolo: “quarant’anni fa quel 16 settembre 1977, al 36 dell’Avenue Georges Mandel di Parigi morì una donna che in effetti era già morta”.

Eppure ancora oggi resta la più viva. La più viva cantante lirica morta. Nel nostro immaginario, nei nostri occhi ma soprattutto nelle nostre orecchie. Perché? Ah saperlo. Si chiama carisma. E non ha un perché. O ce l’hai o non ce l’hai. E se ce l’hai non ti abbandonerà mai, neanche da morto.

Cosa aveva Maria Callas e cosa hanno le icone e i miti che non muoiono mai? Quella cosa che devi sentire che è tua. Che è anche un po’ tua. Quella cosa che ascolti Casta Diva, la sua Casta Diva, e senti che ti sta riportando a casa parti di te. Come fa l’amore.  E forse per questo mi piace pensare a Maria Callas come la donna che non morì mai.

L’amore? C’è o non c’è

mercoledì, agosto 7th, 2019

Di tutto quello che ho letto sulla scomparsa di Toni Morrison, della sua grandezza e del suo risplendere a dispetto delle condizioni date, c’è una cosa che mi ha colpita e cioè il fatto che il suo primo libro lo ha pubblicato a 40 anni e fino ai 30 non si era affatto interessata alla scrittura. “Morrison aspettò quarant’anni prima di pubblicare –scrive Matteo Persivale oggi sul Corriere della sera– per lo stesso motivo per il quale Riccardo Muti ha spiegato che aspettò quell’età prima di dirigere per la prima volta la Nona di Beethoven. Perché “per certi temi non bisogna guardare alla propria maturazione tecnica ma alla propria maturazione come esseri umani. Semplicemente, per andare così in profondità, doveva aspettare. Vivere”.

Perché, ammonisce anche la Sacra Bibbia “Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo”. Per andare in profondità doveva aspettare, vivere.  Il nostro enorme caspita di problema è riconoscere quel tempo e non imporre il nostro: saper aspettare è il nostro traguardo più difficile.

E lei, che ha fatto di bellezza e amore i fari di una vita, costruita sul buio dell’apartheid e dell’oppressione, è la stessa che a un certo punto ha detto: “Tu sei la tua migliore cosa”.

E che ha racchiuso in una frase la misura di tutto:

“Il tuo amore è troppo grande, disse (…). «Troppo grande?» disse lei, pensando alla Radura, dove gli ordini di Baby Suggs facevano cader giù i ricci dagli ippocastani. «L’amore o c’è o non c’è. L’amore piccolo non è amore per niente.».

Quanto costa questa libertà

giovedì, giugno 6th, 2019

Aveva già preparato percorso, date, soste, ripartenze, approdi. Ci aveva già lavorato tanto. Ma non ha esitato a buttare tutto all’aria quando le ho detto “Grace, splendida la Cornovaglia. Ma io non sono mai stata in Normandia”. Ci ha aggiunto la Bretagna e ha ricominciato da capo.

E così, per quel suo naturale afflato verso i posti pieni di fascino, la sera prima del nostro sbarco in Normandia me l’ha fatta passare in uno splendido maniero d’epoca un po’ decaduto ma ancora pieno di atmosfera.

Ed è stato a colazione, mentre Madame sfoggiava composte e marmellate autoprodotte illustrandoci tutto il percorso da fare per arrivare a Omaha Beach, che Grace ha captato una parolina detta in modo molto duro e un po’ sprezzante: le cimetiere de ces autres, il cimitero degli altri. Perché sì, oltre alle 9387 croci bianche del cimitero americano di Colleville-sur-Mer che sta sulla collina a ridosso della spiaggia più insanguinata, Omaha Beach, da qualche parte esiste anche un cimitero “di quegli altri”. Dei soldati tedeschi.

Omaha Beach ci ha accolte in una giornata d’agosto fredda e grigia, quasi a riecheggiare quel clima terreo e immobile che deve aver preceduto una delle più gradi operazioni anfibie della storia. Là dove morirono come mosche migliaia di ragazzi, il 6 giugno 1944.

Omaha Beach

Che cos’è un eroe? Gli eroi non esistono, ha raccontato un reduce: esiste solo la fortuna che in quei momenti salva la vita a te e condanna quelli che hai attorno. E a Omaha Beach l’Oceano blu diventò tutto rosso in pochi minuti. Caddero uno dopo l’altro. E chiunque oggi vada su quella spiaggia sente ancora vivo quel sacrificio. Ancora oggi dopo 75 anni, parenti e amici piangono accasciati davanti al monumento che li ricorda. Anche noi non abbiamo potuto fare altro. Così come davanti alle 9387 croci bianche di Colleville sur mer.

Una giornata in cui ci saremo scambiate sì e no venti parole. E guardate che per ridurci al silenzio in viaggio, a me e a Grace, ce ne vuole. Ed eravamo sulla via del ritorno quando a un certo punto lei inchioda, mi guarda e dice

-Meripo’ ma veramente non ci andiamo da “quegli altri”?

-Grà, ma da chi?

-Quegli altri, quelli delle croci nere

Perché così è: non tutte le morti sono uguali. Anche se sei un ragazzino di 16 anni buttato dentro alla parte sbagliata della storia come carne da macello.

E la tua croce è nera.

Il cimitero tedesco di La Cambe in Normandia è un luogo deserto. Quasi introvabile. Sessanta chilometri. Di tanto abbiamo allungato per poterci andare. Croci nere, spesso senza nome, di ragazzi quasi tutti sotto i 20 anni. Nessuno li piange. Nessuno li ricorda.

E’ un prezzo altissimo, quello pagato per liberare il mondo dalla follia nazista. Sono passati 75 anni: troppi, evidentemente. E qualcuno, sempre di più, comincia a dimenticare. Croci bianche e croci nere tengono ancora il conto. Così come lo tengono quelli ancora vivi, i sopravvissuti della follia.

Ma sembra che non basti mai niente, neanche i morti, per tenere viva la memoria. Eppure, diceva José Saramago, “noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere”.

Leonardo Da Vinci, storia del primo cervello in fuga

giovedì, maggio 2nd, 2019

Avendo lungamente sbomballato anche io a lei i cabasisi sulla questione “certo però guarda come i francesi hanno costruito la propria fortuna sugli artisti italiani” e nella fattispecie osservando la fila chilometrica che serve per entrare nell’ultima dimora di Leonardo Da Vinci nel Castello di Clos Lucè -Valle della Loira-, lei aveva in un primo momento effettivamente assecondato la rivendicazione patriottica mia con l’esclamazione

-Uànema, Meripo’, laggènt

vieppiù rafforzata dal fatto che, dopo un percorso di visite a L’ultimo studio di Leonardo


Il Parco di Leonardo percorso paesaggistico sulle sue orme con venti macchine a grandezza naturale azionabili e quaranta teli trasparenti rappresentanti dettagli di suoi dipinti
il Giardino di Leonardo, con i suoi disegni botanici, studi geologici e idrodinamici e paesaggi: il ponte a due piani da lui progettato
gli attrezzi di Leonardo,
la seggiola di Leonardo
la cucina di Leonardo
eravamo infine sbucate dentro al gift shop finale a base di: Birra Leonardo da Vinci, Cereali Leonardo da Vinci, Carta igienica e salvietta Leonardo da Vinci.

Senonché giusto oggi che ricorrono i 500 anni dalla morte di uno dei più grandi geni mai apparsi sulla terra, genio di casa nostra, mentre iniziano le celebrazioni solenni per la fu dipartita, è però il caso di ricordare che Leonardo arrivò in Francia nell’autunno del 1516, accogliendo l’invito di Francesco I, re di Francia, a risiedere presso di lui. E perché lo fa? Perché ha 64 anni, è indebolito dall’età e ha una paralisi alla mano destra e a Roma è morto a marzo il suo grande protettore Giuliano de’ Medici. Quindi non sa bene come sbarcare il lunario, in Italia. E se ne va.

Perché in Italia puoi anche essere il più grande genio mai apparso sulla faccia della terra ma se non hai un protettore sono cavoli amari.

Valica le Alpi con i due discepoli Francesco Melzi e Battista de Villanis e con un seguito di bauli e borse piene di manoscritti, appunti, quaderni e tre tele: la Monna Lisa, il San Giovanni Battista e la Sant’Anna.

Francesco I è un amante dell’arte italiana e suo grandissimo estimatore. E onorerà la presenza del genio italiano, il più grande di tutti i tempi, dandogli alloggio nel castello di Clos-Lucé, e fregiandolo del titolo di “premier peintre, architecte, et mecanicien du roi” ma soprattutto gli darà un vitalizio di 5000 scudi.

Gli ultimi anni che Leonardo trascorrerà in Francia saranno i più sereni della sua vita. Nonostante debolezza e paralisi riuscirà a portare avanti le sue ricerche e i suoi studi aiutato dagli allievi e dedicandosi alle sue prime passioni ossia scienza e fisica.

Leonardo è stato il primo cervello in fuga. Facciamocene una ragione.

la Gioconda non ce l’ha rubata purtroppo nessuno, tantomeno Napoleone: anche questa, come tante, è una bufala. La Gioconda è legittima proprietà della Francia perché Leonardo la vendette a Francesco I nel 1518 per riuscire a campare.

E dunque il mesto ritorno alla realtà, lì in mezzo ai castelli della Loira, trovava la finale sintesi nella chiosa di Grace:

-Meripo’, la verità è che questi sono riusciti a vendere Leonardo pure sulla carta del cesso. E noi non siamo riusciti nemmeno a trattenerlo in Italia.

Innamorarsi di una tosse

mercoledì, aprile 17th, 2019

Ci si può innamorare di una tosse? E aspettarla ogni mattina? Sì, a me è successo. La sua. Che non ascolteremo più.

È morto Massimo Bordin. La voce della rassegna stampa di Radio Radicale.

E sì, quella tosse sarà incolmabile.

Massimo Bordin e Vincino

 

Cosa sta bruciando a Parigi

lunedì, aprile 15th, 2019

Sto cercando di capire cos’é questo dolore che tutto il mondo sta provando nel vedere quelle fiamme. E penso che forse l’arte è proprio questo: trasformare ciò che tocca in “casa”, casa tua.
Ovunque sia.
E se è vero che “Si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima” allora a Parigi sta bruciando un pezzo della nostra, anima.

Notre Dame, foto Grazia Spinosa

(Queste foto, tra le più belle che mi abbia fatto Grace questa estate)

Suor Maria Agnese Tribbioli, che chiuse le porte Giuste

mercoledì, marzo 6th, 2019

Novembre 1943. Due bambini ebrei sono nascosti in un convento fiorentino insieme alla mamma. A un certo punto si sente un bussare insistente al portone. Colpi secchi. Sono gli ufficiali delle SS. Cercano ebrei. Ed è a loro che una donna minuta da dentro risponde:

-Qui non ci sono ebrei, ci sono solo figli di Dio. E lo siete anche voi

Lei è suor Maria Agnese Tribbioli. Ed è la madre superiora. In quel convento sta salvando, insieme a tanti altri, anche Simone Sacerdoti, la moglie Marcella Belgrado e i figli Cesare-David e Vittorio. E sta nascondendo la loro identità anche alle altre suore, che fidarsi è bene ma non fidarsi a volte è decisamente meglio. Li chiama “i rifugiati senza tetto”. A volte deve fare vere e proprie azioni di depistaggio con le consorelle, come quando Cesare-David, che ha cinque anni, si rifiuta di farsi il segno della croce e inizia a insospettire le altre suore. Suor Maria Agnese non si scompone affatto e quando le altre suore le portano il bambino lei, semplicemente, dice: è rimasto senza casa, bisogna capirlo, ha subìto un trauma.

Cesare David e Vittorio, il 25 marzo del 2010, hanno promosso un riconoscimento alla memoria di lei, che l’anno prima, il 16 giugno 2009, è stata proclamata Giusta fra le nazioni dallo Yad Vashem di Gerusalemme.

I Giusti. Le Giuste. Le donne sono più della metà dei Giusti dello Yad Vashem. Mi piace ricordarla oggi, nella Giornata dei Giusti. Riflettendo sul fatto che a volte è effettivamente molto saggio sbarrare le porte al prossimo. Ma dipende da chi c’è dentro. E da chi c’è fuori.

(Suor Maria Agnese è morta a Firenze il 27 febbraio 1965. E’ sepolta nella Cappella di Casa Betania di Via dei Serragli 127.  Il 14 gennaio 2017 il cardinale di Firenze, Giuseppe Betori ha dato il via alla Causa di Beatificazione).

Sempre oggi, a Fossoli, alla Fondazione dell’ex campo di smistamento dei deportati, verranno piantati tre alberi dedicati ai Giusti nel mondo e cioè a Berta Caceres, Maria Quinto-Daniela Pompei e Salvo D’Acquisto.