Archive for the ‘ricordare’ Category

Nilde Iotti, il fascino dell’intelligenza

martedì, giugno 20th, 2017

Storie calme di donne inquiete/30

La prima donna -e pure comunista- a ricoprire una delle tre più alte cariche dello Stato: venne eletta proprio il 20 giugno del 1979 Presidente della Camera (lo è stata per tre legislature e nessuna l’ha ancora eguagliata, non solo in durata).

Ma Nilde Iotti è stata anche partigiana, staffetta, combattente, indomita, ha fatto parte del primo nucleo di politici che ha preparato il Parlamento Europeo e soprattutto è stata una donna che, nonostante i ruoli pubblici, non ha rinunciato all’amore nel privato (e l’ha pagato a caro prezzo, quell’amore, confinata in una soffitta). Con quell’amore illegittimo ha anche adottato una figliola.

Rinunciò a tutti gli incarichi per motivi di salute pochi giorni prima di morire. La sua lettera fu accolta alla Camera con un grandissimo applauso.

A un certo punto scrisse: “Le cronache di tutti i giorni ci dicono di violenze di ogni genere all’interno e fuori della famiglia, nella società, compiute da anziani su giovani e bambini, da figli contro i genitori, come se si stesse diffondendo uno spirito di rivolta, contro i sentimenti e i valori della persona umana. Quale cultura sta generandosi, forse anche per i nostri ritardi? È con inquietudine che mi pongo queste domande”.

Nilde Iotti: ragione e sentimento. Ma soprattutto il fascino dell’intelligenza.

Nilde Iotti

10 cose da portare per viaggiare da sole. Anche se restate dove siete

venerdì, giugno 16th, 2017

1 Non bisognerebbe mai sottovalutare la capacità degli uomini di sottovalutare le donne.
2 Uno degli effetti collaterali di rimanere vedova si un uomo con cui non si è sposati è che non si è vedova. Non si è niente.
3 A volte noi donne ci dimentichiamo le istruzioni per l’uso dell’intelligenza, dell’astuzia, della simpatia.
4 Forse è meglio mangiare le ostriche in due invece che da soli ma non mangiarle del tutto è ancora peggio.
5 Se la tristezza ti deve fare da commensale, tanto vale invitarla in un buon ristorante piuttosto che a una tavola calda.
6 La solitudine non è uno stato d’animo da cercare o da fuggire, è, banalmente, uno stato di famiglia.
7 Viaggiare da sole non significa affatto essere sole. Significa che vi dovete arrangiare a portare la valigia.
8 Le città sono come gli uomini, il modo migliore per sedurle è farle parlare di sé.
9 Non c’è dolore che non si sciolga nell’acqua calda di un bagno.
10 Imparate a farvi compagnia.
(da “Io viaggio da sola” di Maria Perosino. Che oggi sono tre anni che ha continuato a viaggiare da sola ma per sempre)

Maria Perosino taccuino

nAnnarè, ecciaouncà

venerdì, giugno 9th, 2017

Sant’Andrea delle Fratte, Portineria, qualche Primaria fa. Lei sul divanetto che conciona

-Ciao Annarè, tutto bene?

-Tutto beneuncazzo, piccolè

-Che t’è successo Annarè?

-‘A Nì, ieri ho dovuto accompagnà l’amica mia a registrasse pe’ votà, che quella è vecchia, ci ha 90 anni

-E ce l’avete fatta?

-Aò so’ anziana, mica rincojonita

Annarella dixit

 

Che io Annarè te vojo ricordà così e ci ho paura pure a ditte Ciao Annarè che de sicuro scenni e me gridi

-Aò piccolè Ecciaouncazzo

Rita Atria, la disperata dignità del coraggio

martedì, giugno 6th, 2017

Dodici donne portano a spalla una bara nel cimitero di Partanna, paese siciliano devastato da faide e da lupare. Solo donne, un centinaio, sono venute a seppellire in un cimitero semideserto e arroventato -è agosto ed è il 1992- Rita Atria, morta di mafia e di disperazione a 18 anni. Non c’è, fra quelle donne, la madre di Rita, che l’ha ripudiata quando lei figlia di boss ha iniziato a parlare, a svelare il marcio che c’era anche in casa sua. Non c’è neanche il suo fidanzato. Quando si dice il coraggio dell’amore.

Rita ha 11 anni quando suo padre viene ucciso da Cosa Nostra. Sei anni dopo le fanno fuori anche il fratello. E’ allora che, seguendo le orme della cognata, Rita decide di parlare: non è pentita di mafia perché non ha mai commesso nulla ma sarà testimone. In una terra in cui la parola testimone significa autocondannarsi a morte. Ma Rita lo fa perché ha fiducia in una persona di giustizia. In un giudice. Che si chiama Paolo Borsellino. E che poco a poco diventa per lei come un padre, “il padre che avrebbe voluto avere e che la chiamava «picciridda», la parola con cui i padri siciliani chiamano le loro bambine. Era la «picciridda» anche per Agnese Borsellino, la madre del giudice, che le faceva regali e la considerava ormai di casa”, racconta Paolo Di Stefano sul Corriere della sera.

Ma a Via D’Amelio a Rita fanno saltare in aria pure il secondo padre. Stavolta è troppo. E una settimana dopo, il 26 luglio 1992, la «picciridda” spalanca una finestra e si butta giù dal settimo piano del palazzo di Roma in cui è costretta a vivere in segreto.

La dignità in vita l’ha lasciata da sola. Della dignità della morte molto si parla in queste ore ma Rita, cui è venuto a mancare tutto, non riesce ad avere neanche la dignità della sepoltura. Perché alcuni mesi dopo il funerale sarà proprio la madre a entrare al cimitero, avvicinarsi a quella tomba e, impugnando un martello, devastare il marmo che la ricopre strappando anche la sua foto.

Rita Atria

Eccola la sua foto. Ed ecco le sue ultime parole:
“Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. 
Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi.

Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amicila mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarci.

Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta.
Rita” 

Del perché dove non riesce manco il Prozac riesce da 39 anni il gloriagaynorismo

giovedì, giugno 1st, 2017

E così ci siamo ritrovate tutte e quattro -insieme a qualche altro migliaio- nel catino del Centrale del Foro Italico di Roma, laddove internazionali fustacchioni prendono a racchettate una palla e invece ieri, dopo che nel frattempo la vita ha preso un po’ a pallettate noi, si stava lì sotto un cielo stellato ad aspettare di incontrare la Gloria, Gaynor, e anche qualche parte di noi rimasta impigliata nel passato.

I will survive, non so come dirvelo, ha 39 anni. Trentanove anni di ininterrotta carriera da colonna sonora ufficiale dei momenti di riscossa della vita. Che anche questo prima o poi andrebbe fatto: compulsare un “Del perché dove non riesce manco il Prozac riesce da 39 anni il gloriagaynorismo”: di quante ne abbiamo viste destarsi già all’approssimarsi dell’arpeggio e poi, all’innesco della prima strofa, direttamente rialzarsi.

E dunque ieri sera più che al centrale del tennis è come se fossimo tutti un po’ entrati nella Delorean del Doc di Ritorno al futuro, con qualche aggravio sull’anima e sulle maniglie dell’amore guadagnati negli ultimi 39 anni.

Lei si è fatta precedere da tal Gerardo Di Lella che francamente non so proprio chi sia ma che ci ha comunque scaldati finché, sotto un cielo stellato e una falce di luna, alla fine la vera luce è entrata con lei. Perché la notizia, signoremie e signorimieri, è che tutto passa ma lei invece NO. Gloria c’è. Più bella e calda di prima. E non è che sia tornata: non se ne è proprio mai andata.

Perché, abbassatesi le luci e pure la caciara, dal buio è esplosa solo la luce e la profondità di quell’

I am what I am.

E sì vorrei dirvi del fatto che ci si è alzati tutti in piedi essendo impossibile rimaner fermi.

E dirvi anche di quando subito dopo ha continuato a raccontare la storia della nostra vita per capitoli con Killing me softly. E lì, aggravati dalla vita e da qualche stronzo-a di troppo, ci si è sentiti abbracciati almeno da una cosa che non è cambiata mai e ci ha accolti sempre nel momento del casino: la voce. La sua.

E di quante e quanti, finalmente arrivando l’arpeggio pianofortista più famoso del globo, hanno squarciagolato l’Inno Nazionale che è I will survive e al termine, dimenandosi compatibilmente col fatto che si è comunque nel frattempo fatta nacerta, hanno fatto diventare quell’

And so your back il segnale russelcrowiano della riscossa. Per non dire dell’

“It took all the strength I had not to fall apart” che si erge a vendicare finalmente i nostri ovunque sparsi broken heart. Di solito sparsi -va detto- nel tinello, nel quale magicamente ci dimeniamo al suon della rinascita.

Ed è stato così che, guardando le mie contigue amiche e guardando pure il bilancio del cuorinfranto mio, mi è sembrato che fosse giunta l’ora per irrimandabilmente segnalare Gloria Gaynor all’Unesco. E anche all’Unisco. Che come ci uniscono le sfighe d’amore prima e Gloria dopo, nessuno mai.

Gloria Gaynor

Ovunque proteggi

martedì, maggio 30th, 2017

Dall’alto del mio abbondante metro e mezzo chiunque scavalli il metro e settanta mi appare imponente. Ma Guido credo lo fosse davvero. Anche non sapendo che lavoro facesse sarebbe stato chiaro a chiunque, solo guadandolo lì, fuori dal portone, che il suo lavoro era proteggere. Che bel verbo, proteggere.

Ci siamo limitati a tanti Ciao-salve-buongiorno-a domani finché un giorno, pochi mesi fa, ero a passeggio nel Ghetto e me lo ritrovo nei pressi di Piazza Costaguti, tra la scuola ebraica e il Tempio. Sorpresa per l’incontro “fuori zona”, tipo quando incontri il barista senza divisa e quasi non lo riconosci, non mi ero manco avvicinata a salutarlo, haivistomai non è lui. Ma il giorno dopo gli avevo chiesto Sentiunpo’ ma che per caso ieri… e lui, illuminato, aveva detto -Sì certo, ogni tanto vado a dare una mano.

Questo apparentemente insignificante episodio aveva creato, invece, un avvicinamento, una piccola complicità per cui al sempreverde Ciao-salve-buongiorno si era aggiunto un implicito Oratisomeglio e un esplicito sorriso. Poi due chiacchiere. Poi tre. Poi il commento al fatto del giorno. Poi la sconsolazione delle notizie brutte ma meno brutte se le puoi condividere con qualcuno.

Ovunque proteggi

E insomma entrare, ogni mattina, era un entrare migliore. Che non è cosa da poco, visti i tempi. Che tra i grandi privilegi della vita questo pure andrebbe messo: il sentirsi protetti. Che bel verbo, proteggere, Guido. Ovunque tu sia, proteggici ancora. Proteggici sempre.

Perché piangevo. E mi tremavano le mani

martedì, maggio 9th, 2017

Se la storia potesse essere racchiusa in un poker di foto quella sarebbe una delle quattro.

Molti anni dopo quel 9 maggio 1978 ho conosciuto il fotografo che tra i primi arrivò davanti alla Renault rossa di via Caetani.

Non il primo a scattare, il primo – o fra i primissimi- ad arrivare. Lavoravamo nello stesso giornale. E quando gli chiesi perché la prima foto non fosse stata la sua lui rispose

-Perché piangevo. E mi tremavano le mani

Moro Via Caetani

Irma, la Bandiera della Resistenza è donna

lunedì, aprile 24th, 2017

Storie calme di donne inquiete/ 21

Racconta Renata Viganò che quando nasce Irma il suo babbo sta in guerra e la mamma, disperata, guarda sta frugoletta femmina e a parziale consolazione si dice “Tu almeno tu non andrai in guerra”. Che la guerra era cosa da uomini. E invece Irma in guerra ci va. Nata a Bologna nel 1915 da una famiglia benestante avrebbe potuto evitarla, la guerra, anche abbastanza agiatamente. Ma quando di anni ne ha 23 entra nella VII Brigata Gap di Bologna con il nome di Imma e diventa una delle staffette più svelte, più attive, più coraggiose. A casa non sanno nulla. Il 7 agosto 1944 porta delle armi nella base di Castelmaggiore e tutto sembra andare liscio quando, sulla strada del ritorno, a Funo, casca nelle mani dei nazisti. Viene fatta prigioniera e incarcerata a San Giorgio di Piano. I suoi carcerieri sanno che lei sa, sa tanto. E vogliono saperlo anche loro. Iniziano gli interrogatori. Niente, Iniziano anche le torture.

“Le stavano sopra, la picchiavano, la torturavano -racconta la Viganò- e lei zitta. Ognuno di loro inventava una cosa nuova per farle male e se ne gloriavano l’un l’altro del loro talento, ma lei zitta”. “I torturatori le promettevano la libertà, la salvezza in cambio di quelle poche sillabe. Ma la piccola Irma non diceva niente, in mezzo ai suoi lamenti”. “Gridava quando il dolore era più grande della sua forza però non diceva niente”.

Poco prima di fucilarla le concedono di scrivere una lettera ai familiari:

“A voi incomberà il dovere di addolcire il dolore di mia madre. Ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l’ho tanto voluto io stessa. Sono morta per attestare che si può amare follemente la vita e insieme, accettare una morte necessaria. Caro figlio, non posso scriverti tutto quello che sento, ma quando sarai grande e ti immedesimerai nella mia situazione, allora capirai. Non consideratemi diversamente da un un soldato che va sul campo di battaglia, sento il volere di Dio e con letizia voglio che esso si compia. Credo che questa sera avverrà, avrei tanto voluto vedere tempi nuovi. Mio caro marito, il mio ultimo respiro sia ancora di ringraziamento al destino, che mi ha concesso di amarti e di vivere sette anni con te. Avrei tanto voluto vederti ancora una volta, ma poiché non mi sono concessi favori, sono troppo fiera per fare una richiesta inutile”.

La mattina del 14 agosto la scaraventano sul marciapiede di fronte alla casa dei suoi genitori. “Uno -racconta Pino Cacucci in Ribelli- disse: “Ma ne vale la pena? Dacci qualche nome, e potrai entrare in casa, farti curare… Dietro questa finestra ci sono tua madre e tuo padre”. Mimma non rispose. La finirono con una raffica di mitra, e se ne andarono imprecando.”

Lasceranno per un giorno intero il suo corpo sulla strada, come monito per gli altri. Oggi quella via porta il nome di Irma Bandiera e porta il nome di quel silenzio. Un silenzio che grida forte ancora oggi.

 

Irma Bandiera

L’amore senza

giovedì, marzo 16th, 2017

Ogni anno, il 16 marzo.

Se su un blog sentimentale oggi vi parlo di Aldo Moro non è per ricordare una morte: è per ricordare, e tenere sempre viva, una passione. La sua. Ma non quella per la politica che pure ci fu, lo travolse e lo uccise. Ce n’era un’altra, di sua passione, che non avevo mai incontrato finché è stato vivo. Perché tutto avrei immaginato tranne che l’uomo austero e compassato con quella frezza bianca in testa potesse scrivere, dopo tante pagine di storia, anche e soprattutto pagine d’amore. Di un amore mai morto, neanche quando se ne è andato lui e neanche quando se ne è andata pure lei.
L’amore senza trucco, senza parrucchiere, senza foto, senza articoli, senza gossip, senza un filo di rossetto, senza un bel vestito, senza clamore, senza fulmini, senza tuoni, senza farfalle.
L’amore senza. Che io ho faticato tanto a capirlo. E ancora oggi mi sorprende. E vorrei entrarci sempre in punta di piedi, dentro quell’amore strano. Dentro quell’amore senza. E ci penso sempre. Penso che, davvero, “se ci fosse luce sarebbe bellissimo”. Anche per noi.

Cara Norina,
mi hanno detto che tra poco mi uccideranno.
Ti bacio per l’ultima volta (…)
Per il futuro c’è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi.  Uniti nel mio ricordo vivete insieme.  Mi parrà di essere tra voi.  (…)
Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli.
A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani.  Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile.  Sono le vie del Signore.
Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno.
Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo.
Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo.
Amore mio, sentimi sempre con te e tienmi stretto”.
Aldo Moro

Aldo Moro 16 marzo

Professorè, da Auschwitz nun po’ tornà nessuno

venerdì, gennaio 27th, 2017

Ve lo ripropongo praticamente ogni anno. Perché non trovo ancora altre parole che queste.

Un governo, una separazione e due lavori fa Meri Pop decise di non farsi mancare proprio nulla e accettò di verificare se era in grado di sopravvivere anche al Ministero della Pubblica Istruzione.
Un giorno la chiamò il ministro e le disse: “Meripo’ sto andando ad Auschwitz. Con i ragazzi. Copriti bene”.

Arrivarono una mattina di gennaio davanti a una montagna di neve bianca dalla quale spuntava un cancello di ferro nero. E sotto una gelida nevicata iniziarono a camminare a fatica tra le stradine dell’inferno. I ragazzi accompagnavano il ministro, Meri Pop i giornalisti, il ghiaccio e il silenzio accompagnavano tutti.

Andarono nelle baracche delle donne, in quelle degli uomini, in quelle dei bambini. Poi andarono anche al museo: cataste di abiti, occhiali, capelli, protesi dentarie, scarpe. Davanti a una scarpina singola taglia bambina la linea Maginot di Meri Pop crollò.
E cominciarono a scendere: tante, calde, veloci.

E’ a quel punto che, dal gruppetto degli studenti, se ne staccò uno -primo liceo scientifico, 14 anni massimo 15- e le si avvicinò, facendo cadere un’altra Maginot, quella che in qualche modo aveva tenuto una distanza di sicurezza e di comprensibile reverenzial timore tra i due.  E, dopo ventiquattr’ore di viaggio e di “Dottorè”, il ragazzo le poggiò un vigoroso braccio sulla spalluccia piangente, ed ora anche scossa, ed esclamò:
“Professorè, io me sto a trattenè da un’ora e mo’ tu sbraghi?”

E’ uno dei momenti salienti della Hall of Fame della mia vita. Uno di quelli ai quali ogni tanto attingo nei fotogrammi No. Insieme al fatto che, poche mattine fa, ero su un autobus e a un certo punto ho sentito uno che richiamava l’attenzione di tutto il jumbobus con:

“Professorèèè! Se ricorda?”
e con aria complice e abbassando la voce come dovesse rivelarmi la comune appartenenza alla Massoneria aggiungeva
“semo stati insieme ad Auschwitz”.

Ovviamente non l’ho riconosciuto ma dimenticare è, appunto, impossibile.
Ci siamo scambiati qualche battuta, ha già fatto la maturità. Poi gli ho chiesto quanti anni erano passati da quando eravamo tornati da Auschwitz.

Mi ha guardata e ha preso fiato. Poi:

“Professorè, mica lo so. Me sa che da Auschwitz nun po’ tornà nessuno. Io certe volte ce ripenso e me sembra che sto ancora là”.