Archive for the ‘ricordare’ Category

I cento passi e le due mani

Thursday, May 9th, 2013

L’ho saputo solo molti anni dopo che quel 9 maggio 1978 la morte ci aveva presi a tenaglia. Non era solo la Renault rossa in Via Caetani a Roma. Ma era anche una carica di tritolo a Cinisi sotto il corpo di Peppino Impastato adagiato sui binari di una ferrovia.  Peppino Impastato era candidato al suo Comune e pochi giorni dopo gli elettori di Cinisi votarono il suo nome riuscendo ad eleggerlo, simbolicamente, al Consiglio comunale.

Molti anni dopo quel 9 maggio 1978 ho conosciuto il fotografo che tra i primi arrivò, invece, davanti alla Renault rossa di via Caetani. Non il primo a scattare, il primo – o fra i primissimi- ad arrivare. Lavoravamo nello stesso giornale. E quando gli chiesi perché la prima foto non fosse stata la sua lui rispose

-Perché piangevo. E mi tremavano le mani

E ora a me chi mi sposa?

Wednesday, May 8th, 2013

Un anno fa se ne andava Maurizio Cevenini. Spero non se ne abbia a male la mia amica Carla se pubblico il Buongiorno che mi ha inviato stamattina: “Cara Meri, oggi un anno fa moriva suicida Maurizio Cevenini nostro amministratore e caro amico. Tu ne hai scritto,senza conoscerlo,fra le tue parole più belle. Riesci a trovare quella pagina e a riproporla?”.

E dunque riceviamo e volentieri ripubblichiamo:

Teoricamente non avrei dovuto conoscere Maurizio Cevenini: non l’avevo mai visto, nè incontrato, non era mio “amico” su Facebook insomma non esisterebbe un solo motivo, che sia uno, con il quale giustificare, invece, questa fitta che mi s’è piazzata qua da quando ho saputo che si è buttato giù da una torre.  Di un palazzo. Dal suo. Nel senso quello dove lavorava che però il suo lavoro coincideva con la sua vita. Un lavoro, il suo, che trasmetteva positività, condivisione, divertimento a praticamente tutti.

E il suo lavoro, incredibilmente, si chiamava politica. E dunque esiste una politica buona. Che si fa voler bene. Addirittura divertente. Una politica amica. Che va alla partita insieme. Che va alle cene del Bologna club Anzola dell’Emilia. Che fa le lotterie. Che sta accanto a te mentre dici Si, che il Cev era recordman di celebrazione matrimoni. Nel senso  che non solo li celebrava ma sostanzialmente era e rimaneva come un amico invitato.

Dico tutte queste cose di uno che neanche avrei dovuto conoscere perché son due ore che lo pedino su Facebook. La sua pagina, ora è un immenso album di famiglia 2.0. E tra tutti, chissà perchè, mi sembra che la frase che più di tutte lo racchiude è quella di un ragazzo che incredulo, smarrrito, addolorato, apre il Pc, cerca il suo profilo, clicca invia messaggio, apre e gli scrive:

“E ora a me chi mi sposa?”

Ecco chissà, un anno dopo, dove sei anche tu. E come stai e com’è oggi la tua vita. Ma soprattutto: poi lei è diventata la tua signora?

Mentre te ne andavi

Monday, May 6th, 2013

So che oggi la morte del secolo è un’altra ma è questa quella alla quale continuo a pensare da stamattina:
“Il vicedirettore della Testata giornalistica regionale della Rai, Paolo Petruccioli, si è suicidato stamani lanciandosi da una finestra degli uffici Rai di Borgo Sant’Angelo a Roma”.

E come non ce ne fosse già abbastanza per trasecolare è arrivato anche il seguito:

“prima di suicidarsi avrebbe spedito una mail alla moglie manifestando le sue intenzioni. La donna, secondo quanto si apprende da fonti investigative, avrebbe tentato di fare il possibile per evitare il tragico gesto. Sul posto è intervenuto il 118 di Roma”.

Non riesco a togliermi dalla testa quella “mail”. Non una lettera, non un biglietto dopo. La mail prima. Dovete perdonarmi ma è nel dettaglio che si annida il diavolo e anche la mia stupida fissazione: il tempo intercorso fra quella mail e il troppo tardi.

Un tempo che immagino brevissimo ma che nella mia mente si sta dilatando in profondità e disperazione. Perché cos’altro può esserci di peggio che perdere una persona cara così? L’attimo in cui cerchi di tendergli la mano, sia pure una mano 2.0, mentre sta aggrappato allo strapiombo e la presa che ti sfugge. Ecco, io è da ore che mi sento la mano sudata. E penso a quell’attimo. Mentre lui cadeva. E lei, in qualche modo, anche.

Lacrime di coccodrillo

Monday, May 6th, 2013

Il migliore epitaffio Giulio Andreotti se lo è scritto da solo, in un libro di Elsa Di Gati (“Le penultime parole famose“):

“Non si ritenne né un nano né un gigante, lieto di appartenere a una mediocrità aurea”.

E l’altro che segnalerei è quello che si scrisse Cossiga: “Invano tentò, con passo malfermo, di evitare la tomba che lo attendeva. Ma inciampò e cadde”.

L’uomo che verrà

Wednesday, April 24th, 2013

Andai a vederlo un pomeriggio da sola, fresca di separazione, al secondo spettacolo. In un cinema nel quale non fanno l’intervallo. Che quando si va al cinema da soli il momento peggiore è quello. Ero l’unica sotto i settanta. Anni. Il film era in bolognese stretto, sottotitolato. E dunque stavo gettando le premesse per una disperazione senza ritorno. Eppure quel pomeriggio resta nella mia personale Hall of fame delle scelte azzeccate. Una classifica non affollatissima ma di qualità.

Si chiama “L’uomo che verrà” e il regista è Giorgio Diritti, quello di”Un giorno devi andare”. Brutalmente riassumendo c’è Martina che ha 8 anni. Non parla più da quando le è morto il fratellino. La mamma ora ne aspetta un altro. Per lei è il 1944 in quel dell’Appennino emiliano, per noi che la guardiamo è la strage di Marzabotto vista in diretta con i suoi occhi di bambina. Il fratellino di Martina nasce in casa, a fine settembre. Senonché allo spuntar del giorno arrivano anche le SS. Le mitragliate contro vecchi, donne e bambini che vengono trucidati, dopo esser stati rastrellati, arrivano fino alle rosse poltroncine. Vengono chiusi tutti dentro a una chiesetta dopodiché lanciano le granate della strage. Martina, illesa, torna a casa ma trova solo stanze vuote e silenzio.

E’ a quel punto che prende la cesta con il fratellino, esce e gli canta una ninna nanna. Lei riacquista la parola noi un po’ di fiato e  fiducia: eccolo lì, è lui l’uomo che verrà.

E’ che viviamo aspettando. Ma è come se in questo 25 aprile avessimo perso anche la fiducia nel declinare i verbi al futuro. A malapena si declina il presente. Anzi certi giorni si declina e basta. Poi mi è tornata in mente questa faccina qui:

e pensando che è da questa e altre immani tragedie che arriviamo forse uno dei più grandi atti rivoluzionari, in questo momento, è proprio credere di poter liberare il futuro. Anche nel senso della declinazione del nostro.

Aggrappati per i capelli

Monday, April 22nd, 2013

Nell’assoluta impossibilità di trovare da giorni un qualsiasi appiglio barra punto di riferimento barra lumicino barra spiraglio per risalire dal gorgo, sono appunto giorni che continuano a tornarmi in mente solo i capelli di Maria D’Antuono.

Maria D’Antuono, 98 anni, fu  trovata viva dopo 30 ore sotto le macerie a Paganica, nel terremoto che sconquassò L’Aquila.

Appena la tirarono fuori, dopo un giorno e mezzo trascorsi sotto ai calcinacci, oltre ai soccorritori trovò pure l’assedio di telecamere  e giornalisti che, nell’assoluta impossibilità di tacere, le chiesero cosa avesse fatto in quelle 30 ore là sotto. Che un bel tacer non fu mai scritto e meno ancora televisionato.

Lei, frastornata ma più lucida degli interlocutori, non si sottrasse e replicò: “cosa ho fatto tutto questo tempo? Ho lavorato, ho fatto l’uncinetto, ho mangiato qualche cracker”. Poi sbottò: “Ma almeno fatemi pettinare!”.

Da giorni mi aggrappo a quei capelli, a quell’uncinetto e quella spazzola. Non necessariamente in quest’ordine. Cioè mi aggrappo all’idea, o quantomeno alla speranza, che dalle macerie si possa non solo riemergere ma farlo con dignità e vigore. Certo ci vorrebbe non dico una corda di sicurezza ma almeno una spazzola. Quantomeno un uncinetto.

Mario Pisani, venuto a mancare all’affetto di nessuno

Tuesday, April 16th, 2013

Il post-umo di oggi è per Mario Pisani, originario di Atrani nato ad Amalfi, che ha lasciato questo mondo ma prima di lasciarlo ha contestualmente lasciato questo messaggio alla badante come iscrizione postuma sul suo manifesto funebre:

“E’ venuto a mancare all’affetto di nessuno, per il gaudio di parenti e conoscenti. Coloro che in vita non mi hanno accolto nella più atroce sciagura della mia esistenza, io non li voglio neppure da morto”.

Sono ore che ci penso. A Mario Pisani. Tipo il cinese sulla riva che però aspetta il suo, di cadavere. Sul quale ha lasciato scritta la vendetta postuma. Per l’eternità. Quante volte si sarà morso la lingua per non catafottere di mazzate (copyright Grace) o di improperi tutto il parentado. Lui stava lì ad aspettare. E a sognare. Il momento in cui la badante si fosse recata all’agenzia funebre a commissionare i manifesti per metterli alla gogna tutti.

Mario Pisani. Un eroe dei nostri tempi. Tempi di solitudine. E di vendetta. Che, mai come in questo caso, è stato un piatto servito freddo.

Del “Finché ce la faccio”. Ora si agganci il matrimonio al papato

Monday, April 15th, 2013

Per quegli insondabili motivi,  in realtà sondabilissimi solo a volerci spendere da un analista l’equivalente di una multiproprietà, da giorni andavo racimolando sostanze solvibili e risorse emotive per effettuare il bonifico all’avvocato divorzile. Giusto stamane mi sembrava arrivato il momento giusto. Quindi mi recavo solertemente nella deserta banca (Meripo’ è perché tu sei Flinstones e ancora non li fai con l’onlàin) ove compilavo tutto il compilabile. Poi, alzando lo sguardo sull’orologio e il datario dell’istituto di credito ma soprattutto di debito, venivo folgorata dalla data. Non paga dello stupore (e non paga è proprio il caso di dirlo) chiedevo all’omino

-Scusi ma questo coso va bene?
-Si signora sono le nove e trenta
-No scusi ma è giusta anche la data?
-Si signora è lunedì 15 aprile
-No, ma, che veramenteee???
-Signò se ne deve fa’ una ragione: è lunedì

Il punto è che giustappunto il 15 aprile di venti anni fa io giustappunto a quest’ora (11,30) contraevo concordatario matrimonio. Una coincidenza sulla quale Woody Allen ci avrebbe campato una decina d’anni. Che se ci pensate già una cosa che si chiama come una malattia (ha contratto matrimonio e anche morbillo) non è che preluda a radiosi futuri. E però mi è sembrato anche che il problema fosse quell’illusione del “finché morte non ci separi”: che tranne i diamanti e Andreotti che sono per sempre ormai anche il Papa è “finché ce la faccio”. E allora mi è anche sembrato che, nel mordi e fuggi generale, vent’anni fossero un onorabilissimo record di buona volontà. Oltre il quale è inutile accanimento.

Dunque ora mi sento meglio. Tranne il fatto che, al netto di questo problema del 15, oggi è comunque lunedì.

Vai a chiamare Marconi

Friday, April 12th, 2013

La parola di oggi è “saggi”. Anche “catoblepa” ma su catoblepa non ho nessuna testimonianza in famiglia. Invece su saggi si.

Qualche giorno fa se ne è andato lo zio Carlo. E mentre se ne andava si è portato via pure un pezzo della nostra bambinità, mia e di mia sorella. Era “lo zio matto”. Geniale. Zio Carlo la sua, di bambinità, e anche l’adolescenza, le aveva investite in un paesello di montagna e s’era fissato con le radiocomunicazioni delle quali è stato un antesignano. Immaginate la scena: cucuzzolo del Molise anni ‘50, sto ragazzo chiuso tutto il giorno nella stanzina ove incombono aggeggi autocostruiti che emettono incomprensibili gracchiolii. Giusto ieri ho incontrato il suo amico, suo di zio Carlo, Roberto che mi ha raccontato
-Ma ti ho mai detto di quando tuo zio costruì l’antenna con le canne di bambù?
-Eehh??
-Si, che tutti noi ci chiedevamo “ma dove l’ha rimediate le canne di bambù, che qui stiamo a mille metri e lui non si muove mai?” e io le guardavo con invidia
-Perché volevi fare pure tu il radioamatore?
-No, Meri, perché avrei voluto andarci a pesca

Ecco, per dirvi, quando con le canne al massimo ci si poteva andare a pesca. Quel periodo lì. E dunque vi dicevo che zio Carlo da quel cucuzzolo, adiuvato da canne di bambù in foggia di parabolica sul tetto, dopo estenuanti tentativi di trovare un modo per connettersi col resto del mondo laggiù dal cucuzzolo, tipo il “Doc” di Ritorno al futuro ma con l’età del giovin Martin McFly e senza la DeLorean, dopo ore e ore di tentativi otteneva solo un “CQItalia1LB ti sento” e poi era di nuovo “cccccssshhhhhhh cccchhhhhssssshh” fino al giorno dopo.

Ecco mentre tutta la famiglia sfiancata, incacchiata e incredula tentava inutilmente di stanarlo da quell’antro radiattivo nel senso attivo per le trasmissioni radio, arrivò un giorno nonna Giovannina (che oggi sarebbe la mia bisnonna) e, con la minestra ormai fredda sul tavolo, pregò tutti di calmarsi, poi si rivolse a mia madre e disse:

-Vai a chiamare Marconi. E digli che è pronto

Insomma, zio, è così che mi piace ricordarti: con l’aria stupefatta di “Doc” e di Martin.


E poi, siccome la vita è generosa e ci vuol bene, sapete in che via abita mia madre? In Via Guglielmo Marconi

Al divorzio bisogna arrivarci con qualcuno all’altezza

Friday, April 5th, 2013

E’ stato quando oggi la mia amica Stefania ha postato questo (un documentario della Hbo su Nora Ephron, la donna che nel 1989 fece cadere l’altro muro oltre Berlino, quello orgasmatico) che mi sono ricordata di quest’altro (il “ti presento Nora” di Guia Soncini quando Nora se ne andò). Tra le istruzioni sull’Universo che la Ephron consegnò all’intervistatrice mi è gradito oggi, alla luce dei recenti fatti quivi narrati, riconsegnarvi questa:

“Bisogna scegliere un marito che non diventerà troppo pessimo quando l’amore finirà, perché il divorzio è più tosto del matrimonio e bisogna arrivarci in compagnia di qualcuno all’altezza”.

Fatene tesoro se la cosa vi riguarda da vicino. E fatene tesoro lo stesso perché vi riguarda comunque da lontano. Che qui succede che con qualcuno all’altezza non si riesca ad arrivare manco al matrimonio.