Archive for the ‘ricordare’ Category

Quanto costa questa libertà

giovedì, giugno 6th, 2019

Aveva già preparato percorso, date, soste, ripartenze, approdi. Ci aveva già lavorato tanto. Ma non ha esitato a buttare tutto all’aria quando le ho detto “Grace, splendida la Cornovaglia. Ma io non sono mai stata in Normandia”. Ci ha aggiunto la Bretagna e ha ricominciato da capo.

E così, per quel suo naturale afflato verso i posti pieni di fascino, la sera prima del nostro sbarco in Normandia me l’ha fatta passare in uno splendido maniero d’epoca un po’ decaduto ma ancora pieno di atmosfera.

Ed è stato a colazione, mentre Madame sfoggiava composte e marmellate autoprodotte illustrandoci tutto il percorso da fare per arrivare a Omaha Beach, che Grace ha captato una parolina detta in modo molto duro e un po’ sprezzante: le cimetiere de ces autres, il cimitero degli altri. Perché sì, oltre alle 9387 croci bianche del cimitero americano di Colleville-sur-Mer che sta sulla collina a ridosso della spiaggia più insanguinata, Omaha Beach, da qualche parte esiste anche un cimitero “di quegli altri”. Dei soldati tedeschi.

Omaha Beach ci ha accolte in una giornata d’agosto fredda e grigia, quasi a riecheggiare quel clima terreo e immobile che deve aver preceduto una delle più gradi operazioni anfibie della storia. Là dove morirono come mosche migliaia di ragazzi, il 6 giugno 1944.

Omaha Beach

Che cos’è un eroe? Gli eroi non esistono, ha raccontato un reduce: esiste solo la fortuna che in quei momenti salva la vita a te e condanna quelli che hai attorno. E a Omaha Beach l’Oceano blu diventò tutto rosso in pochi minuti. Caddero uno dopo l’altro. E chiunque oggi vada su quella spiaggia sente ancora vivo quel sacrificio. Ancora oggi dopo 75 anni, parenti e amici piangono accasciati davanti al monumento che li ricorda. Anche noi non abbiamo potuto fare altro. Così come davanti alle 9387 croci bianche di Colleville sur mer.

Una giornata in cui ci saremo scambiate sì e no venti parole. E guardate che per ridurci al silenzio in viaggio, a me e a Grace, ce ne vuole. Ed eravamo sulla via del ritorno quando a un certo punto lei inchioda, mi guarda e dice

-Meripo’ ma veramente non ci andiamo da “quegli altri”?

-Grà, ma da chi?

-Quegli altri, quelli delle croci nere

Perché così è: non tutte le morti sono uguali. Anche se sei un ragazzino di 16 anni buttato dentro alla parte sbagliata della storia come carne da macello.

E la tua croce è nera.

Il cimitero tedesco di La Cambe in Normandia è un luogo deserto. Quasi introvabile. Sessanta chilometri. Di tanto abbiamo allungato per poterci andare. Croci nere, spesso senza nome, di ragazzi quasi tutti sotto i 20 anni. Nessuno li piange. Nessuno li ricorda.

E’ un prezzo altissimo, quello pagato per liberare il mondo dalla follia nazista. Sono passati 75 anni: troppi, evidentemente. E qualcuno, sempre di più, comincia a dimenticare. Croci bianche e croci nere tengono ancora il conto. Così come lo tengono quelli ancora vivi, i sopravvissuti della follia.

Ma sembra che non basti mai niente, neanche i morti, per tenere viva la memoria. Eppure, diceva José Saramago, “noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere”.

Leonardo Da Vinci, storia del primo cervello in fuga

giovedì, maggio 2nd, 2019

Avendo lungamente sbomballato anche io a lei i cabasisi sulla questione “certo però guarda come i francesi hanno costruito la propria fortuna sugli artisti italiani” e nella fattispecie osservando la fila chilometrica che serve per entrare nell’ultima dimora di Leonardo Da Vinci nel Castello di Clos Lucè -Valle della Loira-, lei aveva in un primo momento effettivamente assecondato la rivendicazione patriottica mia con l’esclamazione

-Uànema, Meripo’, laggènt

vieppiù rafforzata dal fatto che, dopo un percorso di visite a L’ultimo studio di Leonardo


Il Parco di Leonardo percorso paesaggistico sulle sue orme con venti macchine a grandezza naturale azionabili e quaranta teli trasparenti rappresentanti dettagli di suoi dipinti
il Giardino di Leonardo, con i suoi disegni botanici, studi geologici e idrodinamici e paesaggi: il ponte a due piani da lui progettato
gli attrezzi di Leonardo,
la seggiola di Leonardo
la cucina di Leonardo
eravamo infine sbucate dentro al gift shop finale a base di: Birra Leonardo da Vinci, Cereali Leonardo da Vinci, Carta igienica e salvietta Leonardo da Vinci.

Senonché giusto oggi che ricorrono i 500 anni dalla morte di uno dei più grandi geni mai apparsi sulla terra, genio di casa nostra, mentre iniziano le celebrazioni solenni per la fu dipartita, è però il caso di ricordare che Leonardo arrivò in Francia nell’autunno del 1516, accogliendo l’invito di Francesco I, re di Francia, a risiedere presso di lui. E perché lo fa? Perché ha 64 anni, è indebolito dall’età e ha una paralisi alla mano destra e a Roma è morto a marzo il suo grande protettore Giuliano de’ Medici. Quindi non sa bene come sbarcare il lunario, in Italia. E se ne va.

Perché in Italia puoi anche essere il più grande genio mai apparso sulla faccia della terra ma se non hai un protettore sono cavoli amari.

Valica le Alpi con i due discepoli Francesco Melzi e Battista de Villanis e con un seguito di bauli e borse piene di manoscritti, appunti, quaderni e tre tele: la Monna Lisa, il San Giovanni Battista e la Sant’Anna.

Francesco I è un amante dell’arte italiana e suo grandissimo estimatore. E onorerà la presenza del genio italiano, il più grande di tutti i tempi, dandogli alloggio nel castello di Clos-Lucé, e fregiandolo del titolo di “premier peintre, architecte, et mecanicien du roi” ma soprattutto gli darà un vitalizio di 5000 scudi.

Gli ultimi anni che Leonardo trascorrerà in Francia saranno i più sereni della sua vita. Nonostante debolezza e paralisi riuscirà a portare avanti le sue ricerche e i suoi studi aiutato dagli allievi e dedicandosi alle sue prime passioni ossia scienza e fisica.

Leonardo è stato il primo cervello in fuga. Facciamocene una ragione.

la Gioconda non ce l’ha rubata purtroppo nessuno, tantomeno Napoleone: anche questa, come tante, è una bufala. La Gioconda è legittima proprietà della Francia perché Leonardo la vendette a Francesco I nel 1518 per riuscire a campare.

E dunque il mesto ritorno alla realtà, lì in mezzo ai castelli della Loira, trovava la finale sintesi nella chiosa di Grace:

-Meripo’, la verità è che questi sono riusciti a vendere Leonardo pure sulla carta del cesso. E noi non siamo riusciti nemmeno a trattenerlo in Italia.

Innamorarsi di una tosse

mercoledì, aprile 17th, 2019

Ci si può innamorare di una tosse? E aspettarla ogni mattina? Sì, a me è successo. La sua. Che non ascolteremo più.

È morto Massimo Bordin. La voce della rassegna stampa di Radio Radicale.

E sì, quella tosse sarà incolmabile.

Massimo Bordin e Vincino

 

Cosa sta bruciando a Parigi

lunedì, aprile 15th, 2019

Sto cercando di capire cos’é questo dolore che tutto il mondo sta provando nel vedere quelle fiamme. E penso che forse l’arte è proprio questo: trasformare ciò che tocca in “casa”, casa tua.
Ovunque sia.
E se è vero che “Si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima” allora a Parigi sta bruciando un pezzo della nostra, anima.

Notre Dame, foto Grazia Spinosa

(Queste foto, tra le più belle che mi abbia fatto Grace questa estate)

Suor Maria Agnese Tribbioli, che chiuse le porte Giuste

mercoledì, marzo 6th, 2019

Novembre 1943. Due bambini ebrei sono nascosti in un convento fiorentino insieme alla mamma. A un certo punto si sente un bussare insistente al portone. Colpi secchi. Sono gli ufficiali delle SS. Cercano ebrei. Ed è a loro che una donna minuta da dentro risponde:

-Qui non ci sono ebrei, ci sono solo figli di Dio. E lo siete anche voi

Lei è suor Maria Agnese Tribbioli. Ed è la madre superiora. In quel convento sta salvando, insieme a tanti altri, anche Simone Sacerdoti, la moglie Marcella Belgrado e i figli Cesare-David e Vittorio. E sta nascondendo la loro identità anche alle altre suore, che fidarsi è bene ma non fidarsi a volte è decisamente meglio. Li chiama “i rifugiati senza tetto”. A volte deve fare vere e proprie azioni di depistaggio con le consorelle, come quando Cesare-David, che ha cinque anni, si rifiuta di farsi il segno della croce e inizia a insospettire le altre suore. Suor Maria Agnese non si scompone affatto e quando le altre suore le portano il bambino lei, semplicemente, dice: è rimasto senza casa, bisogna capirlo, ha subìto un trauma.

Cesare David e Vittorio, il 25 marzo del 2010, hanno promosso un riconoscimento alla memoria di lei, che l’anno prima, il 16 giugno 2009, è stata proclamata Giusta fra le nazioni dallo Yad Vashem di Gerusalemme.

I Giusti. Le Giuste. Le donne sono più della metà dei Giusti dello Yad Vashem. Mi piace ricordarla oggi, nella Giornata dei Giusti. Riflettendo sul fatto che a volte è effettivamente molto saggio sbarrare le porte al prossimo. Ma dipende da chi c’è dentro. E da chi c’è fuori.

(Suor Maria Agnese è morta a Firenze il 27 febbraio 1965. E’ sepolta nella Cappella di Casa Betania di Via dei Serragli 127.  Il 14 gennaio 2017 il cardinale di Firenze, Giuseppe Betori ha dato il via alla Causa di Beatificazione).

Sempre oggi, a Fossoli, alla Fondazione dell’ex campo di smistamento dei deportati, verranno piantati tre alberi dedicati ai Giusti nel mondo e cioè a Berta Caceres, Maria Quinto-Daniela Pompei e Salvo D’Acquisto.

 

Lucio, non ci dimenticare mai

lunedì, marzo 4th, 2019

Che poi ero così stanca da non dormire, che erano le due di notte e non c’e’ niente da fare. Che mi piace tanto stare ferma e sentirti respirare e certo contestualmente mi chiedevo come sarà la mia faccia stanca.  Quindi che faccio? Provo a girare il mio cuscino, ma è una scusa per venirti più vicino. Provo a svegliarti con un po’ di tosse ma tu ti giri come se niente fosse. Spengo la luce provo a dormire ma tu con la mano mi vieni a cercare.

Insomma che sera: che la luna è una palla ed il cielo è un biliardo quante stelle nei flippers sono più di un miliardo. Di una luna che ti illumina a giorno, che balla il mistero di questo mondo che brucia in fretta quello che ieri era vero. Che poi è questo, ecco il mistero, sotto un cielo di ferro e di gesso l’uomo riesce ad amare lo stesso e ama davvero nessuna certezza: che commozione, che tenerezza.

Certo è che vorrei essere il vestito che porterai e poi ma quanti capelli che hai, non si riesce a contare, sposta la bottiglia e lasciami guardare se di tanti capelli ci si può fidare.
E comunque purtroppo, si: tu, tu non mi basti mai.

E… oh Lucio sai che è? Che non so se sono io che parlo come te o tu che come me, ma il punto era proprio questo: che m’ero detta che mai e poi mai sarei riuscita a scrivere qualcosa se morivi. Ma il fatto è che tu t’eri messo a scrivere come noi vivevamo.

Comunque io io io ci provo sai. Oh, Lucio,…non ci dimenticare mai

Rosetta Stame, vivere per ricordare

mercoledì, febbraio 27th, 2019

Non bastava che le SS avessero preso prigioniero suo padre, torturandolo a Via Tasso, quando lei era una bimba di sei anni.

Non bastava aver dovuto vedere, subito dopo, sul corpo del padre, il tenore e partigiano Nicola Ugo, i segni della barbarie nazista.

Non bastava neanche averlo visto trucidare alle Fosse Ardeatine, che lui fu uno dei 335 massacrati per rappresaglia dopo Via Rasella.

No, Rosetta Stame aveva dovuto subire -nel 2003- anche l’umiliazione della condanna a risarcire Eric Priebke.

Perché lui aveva denunciato lei, Presidente dei familiari delle vittime delle Fosse Ardeatine, per diffamazione (per aver detto in un’intervista che il padre fu torturato, presente Priebke, a Via Tasso) Che a volte la vita, davvero, ti si accanisce contro. (In appello -e in extremis per la imperitura vergogna- la condanna al risarcimento fu annullata)

Rosetta Stame se ne è andata stanotte, a 81 anni. Non ci sarà quest’anno, il 24 marzo, a ricordare l’irricordabile.

E allora lo ricorderemo noi, anche per lei.

L’infinita lezione di don Roberto

mercoledì, febbraio 20th, 2019

Di don Roberto Sardelli avevamo parlato qui, l’11 dicembre scorso, presentando il libro di Matteo Amati sulla storia della Cooperativa Agricoltura Nuova.

Matteo che è un ragazzo di famiglia destinato a diventare ingegnere ma a 20 anni conosce un prete che si occupa dei baraccati -184 famiglie- accampati all’Acquedotto Felice, a Roma, in condizioni estreme, emarginati dagli abitanti del quartiere Don Bosco. Sono soprattutto immigrati dal Sud Italia. Quando gli immigrati erano gli italiani con gli italiani ma nessuno diceva “prima gli italiani”, tutti. Che si è sempre immigrati di qualcuno.

Quel prete era don Roberto Sardelli, morto ieri. In silenzio e nel silenzio. Don Roberto che in quelle baracche si era trasferito. E quello studente, Matteo, si ritroverà di lì a poco a seguirne le orme abbandonando casa, genitori, fratelli e passando dal comodo letto della sua stanza a una brandina poggiata in una cucina di una baracca.

E’ questo, anche questo, il 1968. Le barricate di don Roberto hanno i confini di una baracca, la 725, nella quale insegna a ragazzi senza speranza. Perché don Sardelli su questo non transige: “il povero che non prende coscienza della sua condizione è fottuto”. E il povero ha un’unica strada per riscattarsi: studiare. Non c’è elettricità, nella Baracca 725, alle quattro del pomeriggio è già buio, e non c’è acqua, nonostante stiano accampati sui muri dell’Acquedotto. Ma nessuno si tira indietro, tantomeno Matteo. Davanti c’è don Sardelli, dietro c’è don Milani.

In quella Baracca i ragazzi imparano a conoscere e amare Martin Luther King, Gandhi, Malcom X, a leggere i libri editi dalla casa editrice fondata da Adriano Olivetti, stanno sì nelle baracche ma in sottofondo ascoltano Beethoven e Vivaldi. Quei ragazzi si interrogano, chiedono, apprendono, crescono, si riscattano.

Quanti ne ha riscattati, don Roberto? Incalcolabili.

Stamattina la mia amica Tiziana mi ha mandato questa lettera (pubblicata da Giuliano Santoro sulla sua bacheca Facebook). Mi sembra il modo migliore per ridargli voce:

Ad un’insegnante che si ostinava a mettere il voto ZERO a tre bambine delle baracche e che aveva detto che i metodi della scuola di strada erano da “pazzi”, Roberto Sardelli fece recapitare un biglietto con queste parole:

“Cara signora,
ho 33 anni e ancora nessuno mi ha spedito al manicomio. Ho altri acciacchi, ma la mente mi regge ancora bene. Per quanto riguarda Antonella, Francesca ed Antonia, io vorrei che lei ne conoscesse un po’ la vita e la storia. Vedrà allora che esse sono di una saggezza invidiabile. Lei nelle stesse condizioni si ammalerebbe, darebbe in isterismi, minaccerebbe suicidi ed omicidi. Niente di tutto questo per le tre ragazze. Esse sono di un equilibrio eccezionale e posseggono un senso della vita che lei mostra di non possedere ancora. Quindi, almeno in ciò, Antonella, Francesca ed Antonia potrebbero esserle insegnanti. Non umili più questa loro saggezza con ‘zero’ perché lo prenderemmo come una pugnalata di cui, prima o poi, ci vendicheremo”.

Io sono Mia

martedì, febbraio 12th, 2019

Quando i pompieri sfondano la porta di casa lei è stesa sul letto, le cuffie con la musica sulle orecchie. “L’espressione serena”, forse per la prima volta. È morta da due giorni e nessuno l’ha cercata, Domenica Rita Adriana Berté per l’anagrafe e Mia Martini per tutti noi. Scende così tristemente il sipario su una delle voci e delle anime più calde e al contempo oscure che la storia della musica ricordi. E’ il 1995.

Stasera RaiUno le dedica un film, Io sono Mia. Di quanto male le sia stato fatto sappiamo tutti. Di quanto bene ci faccia lei, e di quanto paradossalmente rischiari il nostro buio con il suo, meno. Mia Martini, quell’angolo malinconico e sofferente che risuona in ciascuno di noi appena la sua voce reca in prestito suono e parole.

Chi saprebbe racchiudere meglio di Minuetto lo stato dell’arte del perenne stare appese? Chi, se non le parole di Franco Califano, la musica di Dario Baldan Bembo e il graffio della sua voce? E il suo è un graffio perenne. Nella voce e nella mente. Sua e nostra.

Dove sei “Tu, piccolo uomo” che dal 1972 imploriamo di non andar via? E in quanti Almeno Tu abbiamo riposto nuovamente la fiducia che l’Almeno tu precedente si era portato via?

Potremmo riscrivere ciascuno il proprio il curriculum sentimentale quasi solo con l’elenco delle sue canzoni. Quelle alle quali ci siamo aggrappati, quelle che ci hanno stanati, quelle che ci hanno stappato le lacrime, quelle che ce le hanno asciugate. Ci ha scrutato nel cuore e ci ha restituito le parole per saperlo leggere anche noi Si chiama arte. E non muore mai. Perché, diceva Rainer Maria Rilke,
Le opere d’arte sono sempre il frutto dell’essere stati in pericolo, dell’essersi spinti, in un’esperienza, fino al limite estremo oltre il quale nessuno può andare”.

“Molti mi hanno chiesto cosa è successo in questi anni, dove sono andata a finire”. Ecco, cosa le è successo, dalla sua viva voce:

Professorè, da Auschwitz nun po’ tornà nessuno

domenica, gennaio 27th, 2019

Ve lo ripropongo ogni anno. Perché non trovo altre parole che queste. Soprattutto QUESTO anno.

Alcuni governi, una separazione e tre lavori fa Meri Pop decise di non farsi mancare proprio nulla e accettò di verificare se era in grado di sopravvivere anche al Ministero della Pubblica Istruzione.
Un giorno la chiamò il ministro e le disse: “Meripo’ sto andando ad Auschwitz. Con i ragazzi. Copriti bene”.

Arrivarono una mattina di gennaio davanti a una montagna di neve bianca dalla quale spuntava un cancello di ferro nero. E sotto una gelida nevicata iniziarono a camminare a fatica tra le stradine dell’inferno. I ragazzi accompagnavano il ministro, Meri Pop i giornalisti, il ghiaccio e il silenzio accompagnavano tutti.

Andarono nelle baracche delle donne, in quelle degli uomini, in quelle dei bambini. Poi andarono anche al museo: cataste di abiti, occhiali, capelli, protesi dentarie, scarpe. Davanti a una scarpina singola taglia bambina la linea Maginot di Meri Pop crollò.

E cominciarono a scendere: tante, calde, veloci.

E’ a quel punto che, dal gruppetto degli studenti, se ne staccò uno -primo liceo scientifico, 14 anni massimo 15- e le si avvicinò, facendo cadere un’altra Maginot, quella che in qualche modo aveva tenuto una distanza di sicurezza e di comprensibile reverenzial timore tra i due.  E, dopo ventiquattr’ore di viaggio e di “Dottorè”, il ragazzo le poggiò un vigoroso braccio sulla spalluccia piangente, ed ora anche scossa, ed esclamò:

“Professorè, io me sto a trattenè da un’ora e mo’ tu sbraghi?”

E’ uno dei momenti salienti della Hall of Fame della mia vita. Uno di quelli ai quali ogni tanto attingo nei fotogrammi No. Insieme al fatto che, poche mattine fa, ero su un autobus e a un certo punto ho sentito uno che richiamava l’attenzione di tutto il jumbobus con:

“Professorèèè! Se ricorda?”
e con aria complice e abbassando la voce come dovesse rivelarmi la comune appartenenza alla Massoneria aggiungeva
“semo stati insieme ad Auschwitz”.

Ovviamente non l’ho riconosciuto ma dimenticare è, appunto, impossibile.
Ci siamo scambiati qualche battuta, ha già fatto la maturità. Poi gli ho chiesto quanti anni erano passati da quando eravamo tornati da Auschwitz.

Mi ha guardata e ha preso fiato. Poi:

“Professorè, mica lo so. Me sa che da Auschwitz nun po’ tornà nessuno. Io certe volte ce ripenso e me sembra che sto ancora là”.