Archive for the ‘ricordare’ Category

L’ombrello di Giovanna

giovedì, novembre 23rd, 2017

Oggi è il compleanno di Giovanna. E anche di altre amiche e amici. Ma ci terrei a fare gli auguri anche qui proprio a lei. Che non conosco di persona ma solo via Zuckercoso. Di Giovanna apprezzo soprattutto il suo passare lievemente sulle cose belle. Viaggi, cultura, un po’ di fru fru, signorilità. Se dovessi riassumerla in quattro parole sceglierei “cultura, eleganza, ordine e raffinatezza”, le parole con le quali ha descritto Milano mentre ne parlava a proposito dell’Expo.

E in giorni di grande insicurezza giusto stamattina, ripercorrendo la bacheca di Giovanna, mi sono attaccata proprio alle belle foto dei suoi viaggi e a questi quattro appigli: cultura, eleganza, ordine e raffinatezza.

Lo dico perché Giovanna non c’è più: se n’è andata due anni fa dopo aver scritto quelle quattro parole. Mi avvertì una delle sue adorate e adorabili nipoti, Elvira. Che me lo scrisse così:

“Meripo’, se Giovanna non si palesa più sulla tua bacheca è perché ci ha fatto il pessimo scherzo di andare via troppo presto. E ora ogni volta che leggo un tuo post che so che le piacerebbe, vorrei tanto che comparisse il suo like”.

Giovanna cara, noi siamo circondati di caos e di molta volgarità. So che avresti avuto una parola di saggezza. Che ci manca.

Intanto io mi scolpisco quelle quattro -parole- e riparto da lì. Che a questo sfacelo non trovo da opporre parole migliori che queste tue: cultura, eleganza, ordine e raffinatezza.
Le parole di Giovanna.
Un ombrello sotto al quale ripararsi. Insieme a quello della Poppins con cui volare. E grazie ancora.

Ombrelli

Pietransieri, il vento della giustizia sull’eccidio dei Limmari

martedì, novembre 21st, 2017

“Tutti coloro che si troveranno ancora in paese o sulle montagne circostanti saranno considerati ribelli e ad essi sarà riservato il trattamento stabilito dalle leggi di guerra dell’esercito germanico”. Cioè la fucilazione sul posto. E no, gli abitanti di Pietransieri non ubbidirono ai nazisti. Si rifugiarono nel bosco di Limmari. Ma fu proprio lì che li raggiunsero e li fucilarono, uno per uno: morirono così 128 persone fra le quali 34 bambini al di sotto dei 10 anni e un bimbo di un mese. Era il 21 novembre 1943. I corpi restarono abbandonati nella boscaglia, sepolti dalla neve, fino alla primavera del 1944.

I tedeschi, comandati dal tenente Schulemburg, all’inizio si accanirono contro il bestiame razziato, mitragliato e abbandonato. Poi passarono alle persone. La strage si compì fra il 16 e il 21 novembre. “Alcuni pietransieresi, vennero sorpresi e fatti saltare all’interno dei casolari. Molti altri vennero uccisi, con fucilazioni di massa, l’unica superstite fu Virginia Macerelli, una bambina di sei anni che fu occultata e protetta dalle vesti della mamma”.

Eccidio Pietransieri

“Il sangue dei Limmari” (foto da http://chieti.blogspot.it/2009/08/per-custodire-la-memoria.html)

L’eccidio di Limmari, o eccidio di Pietransieri, è rimasto, fra gli orrori di guerra, un po’ come quei corpi sotto la neve nella boscaglia: occultato. Così come nascosti sono rimasti l’eroismo e il sacrificio della Valle del Sangro, nell’autunno del 1943, dove i tedeschi sul Trigno contrastarono più duramente l’avanzata degli alleati.

Pietransieri, oggi frazione del comune di Roccaraso, non ha dimenticato mai. Ha eretto anche un sacrario, nel quale mi accompagnò qualche anno fa il mio amico Pasquale di San Pietro Avellana. Arrivò un giorno sulla piazza del paese e mi disse

-Vai a cambiarti, scarpe comode e pelo sullo stomaco
-Ma dove andiamo?
-Nell’inferno

Arrivammo al sacrario di Pietransieri, in cima a una salita, un tempio le cui le pareti sono interamente coperte di targhette di pietra con il nome e l’età di ciascuno degli uccisi. Tutto intorno silenzio. E in silenzio siamo stati lui ed io anche per il viaggio di ritorno a San Pietro.

Sacrario di Pietransieri

Sacrario di Pietransieri (foto da http://www.goticoabruzzese.it/pietransieri-eccidio-limmari/)

Ma su questo eccidio che sembrava dimenticato è arrivata pochi giorni fa una sentenza storica, dopo quasi 75 anni (e ringrazio Alessio per avermelo segnalato): la Germania, in quanto Paese successore del Terzo Reich, è stata dichiarata colpevole dell’eccidio dei Limmari e condannata dal tribunale di Sulmona anche al risarcimento, 1,6 milioni di euro al Comune di Roccaraso e circa 5 milioni di euro da versare a gran parte degli eredi delle vittime.

Una sentenza storica e coraggiosa che porta la firma di una donna, la giudice Giovanna Bilò, magistrato dal 2012. “La verità -scrive- è che una simile strage fu resa possibile proprio dalla sistematica accondiscendenza, quando non dalla sollecitazione, da parte dei vertici dell’esercito tedesco di tali atti di assassinio, sterminio, deportazione e violazione della vita privata ai danni della popolazione civile e con il dichiarato fine di contrastare qualsivoglia pericolo alla supremazia tedesca”.

Il tempo -secondo Constantin Stoica- è uno strumento sul quale solo Dio sa suonare. Stavolta lo ha fatto anche una giudice coraggiosa.

Giovanna Bilò

Valeria Solesin, sorella d’Italia

lunedì, novembre 13th, 2017

“Rimasi lì, finché una testa di cuoio mi disse È finita”. È forse questo -nel racconto del suo fidanzato Andrea- l’ultimo fotogramma della vita di Valeria Solesin, l’ultimo per lei e il primo per noi, che abbiamo iniziato a conoscerla quando la sua vita è finita, la sera del 13 novembre di due anni fa, al Bataclan di Parigi.

Valeria Solesin, 28 anni, ricercatrice italiana. Valeria nata a Venezia ma giá cittadina d’Europa, licenza liceale a Venezia, laurea a Trento poi trasferitasi a Parigi per un dottorato in demografia alla Sorbona.

Valeria che non è una eroina ma una ragazza normale, maturità con 88, figlia del tempo della precarietà, una che -la racconta la mamma ad Aldo Cazzullo – non voleva pesare sulla famiglia e che vince un concorso di dottorato alla Sapienza ma non la borsa di studio riservata ai primi due e lei arriva terza “le erano passati davanti due ricercatori più anziani, legati ai loro professori. Ma nessuna lamentela per carità. Valeria rideva della retorica sulle vittime del sistema. Ci diceva sorridendo ‘Non sono ancora un cervello e sono già in fuga’”. Tesi di dottorato sulla scelta delle donne se avere o no un secondo figlio.

Valeria volontaria di Emergency, Valeria a raccogliere sul campo testimonianze per le sue ricerche, Valeria che tutta l’Italia ha pianto e ancora piange come una sorella. Mi sono chiesta spesso perché l’abbiamo sentita e la sentiamo così nostra. Me lo sono chiesto qua do sono andata a Venezia con Lorenza e, uscite dalla stazione, abbiamo attraversato un ponte e su quel ponte c’è una targa perché quello è il ponte. Valeria Solesin. E io sono tornata indietro e mi sono messa sotto a quella targa e mi è preso un nodo in gola e no, non era la menopausa. E lì ho capito che cosa, forse, succedeva: che in Valeria Solesin ciascuno di noi può ritrovare non solo un pezzo italiano di una tragedia mondiale -che a Parigi quella notte sono state uccise persone di 19 Paesi diversi- ma un pezzo di sé.

Valeria, il volto di un sogno interrotto. Che era anche il nostro. Noi, intanto, continuiamo a camminare sul ponte che porta il suo nome.

Valeria Solesin ponte

Un ponte che collega l’Università alla stazione, certo, ma che colleghi soprattutto al dialogo fra diversi e che porti tutte le ragazze e i ragazzi che lo percorrono a realizzarli davvero, i loro sogni.

Valeria Solesin

 

Monica Vitti e la gigantesca gomma che cancella la sua memoria ma non la nostra

venerdì, novembre 3rd, 2017

Oggi Monica Vitti compie 86 anni. Quando ne compì 80 Vanity Fair le dedicò la copertina e un gran bel servizio intitolato “Ti regalo il mio silenzio”: il silenzio di Roberto Russo, suo marito da 17 anni e suo compagno da 44.  Il silenzio è anche quello di Monica, che da anni vive in compagnia di quel male che Laura Delli Colli, sua biografa, chiama “la gigantesca gomma che cancella la memoria”.

In quella circostanza anche qui le facemmo gli auguri in un post intitolato “La gigantesca gomma che cancella la memoria”.

Passano gli anni ma è bello vedere che la nostra, di memoria, nei suoi confronti non si è cancellata neanche un po’.

E dunque, di nuovo, Auguri a una donna della quale basterebbe una frase per certificare la grandezza e la superiorità: “Le attrici, diciamo bruttine, che oggi hanno successo in Italia lo devono a me. Sono io che ho sfondato la porta.”

Auguri a una donna che riesce ancora a farci sentire quella sua voce roca e sensuale, comica e frizzante, anche stando in silenzio.

Monica Vitti

L’olio di nonna Giovannina

giovedì, novembre 2nd, 2017

In piena ricorrenza dei Santi e dei morti, che io son troppo datata per apprezzare Allouin, mi piace dedicare un post, per riassumerli entrambi, a nonna Giovannina. Che è morta. Ma credo che se da qualche parte esiste un tribunale del cielo, dopo averne passate tante sulla terra, avrà passato anche le selezioni della Santità.

Nonna Giovannina era la nonna di mia madre, cioè la mia bisnonna. Mia madre è stata profuga di guerra, la seconda, mondiale. E deve la vita a parecchi Santi protettori nonché a sua nonna. Un donnone in grado di essere tosto e tenero a seconda delle necessità.

Qualche tempo fa il mio amico Alessio ha messo sul socialcoso la foto di una antica lampada. L’immagine ha fatto venir fuori, come fosse quella di Aladino, anche tanti ricordi. Tra i quali quelli di mia madre. Che mi ha raccontato di quando, in piena furia nazista nella Valle del Sangro, cioè la zona nella quale scappavano lei con la sua famiglia, rifugiatesi in un fondaco (specie di garage), mangiavano patate cotte sotto la cenere e, per illuminare la tristezza delle serate, tentavano di rimediare un po’ d’olio per una lampada. Alla luce della quale sua madre leggeva a lei e ai suoi fratelli I promessi sposi.

Nel frattempo erano arrivati anche gli americani ma perdurava la scarsità di tutto. A un certo punto, a metà delle vicissitudini di Renzo e Lucia e sul finire delle loro,  finì anche l’olio. Nonna Giovannina a quel punto pensò di andare dagli americani a chiedere… i fondi dei barattoli della margarina, pure quella irrancidita.

-Nonna ma che ci devi fare con la margarina rancida?

-Ora vedrai – rispose

Fece bollire un po’ di acqua, ci mise a sciogliere tutti gli avanzi di margarina racimolati e li versò nella lampada. Per evitare che quell’olio si raffreddasse e si consolidasse teneva la lampada continuamente a scaldarsi sul treppiede posto sui carboni. E fu così possibile riuscire a finire i Promessi Sposi.

Dice
-Mammamma scusa perché in mezzo alle bombe tua madre vi leggeva i promessi Sposi?

-Perché diceva che di fronte all’orrore c’è un solo posto sicuro in cui bisogna cercare riparo: nella meraviglia

Lampada

Oggi è il 16 ottobre. Quello

lunedì, ottobre 16th, 2017

Tempo fa lavoravo in un posto di Roma che si chiama Piazza del Gesù. Dietro Piazza del Gesù c’è il Ghetto. Nel Ghetto c’è un forno che fa i bruscolini caldi e la torta di ricotta e visciole. Fa anche dei biscotti pesantissimi e untuosi che fanno ingrassare come la torta di ricotta e i bruscolini.

Passeggiare al Ghetto mi piace molto. E anche allora, appena potevo, scappavo dall’ufficio e ci andavo. Con l’occasione seguivo la scia di profumo del forno e, in un colpo solo, davo una sistemata ai trigliceridi, alla glicemia e alla massa adiposa.

Un giorno ero lì nella pasticceria di Piazza Costaguti a scegliere biscotti quando a un certo punto iniziò a suonare, fortissima, una sirena: un allarme antiaereo.

Uscirono tutti dal negozietto. Uscirono tutti da tutti gli altri negozi. Uscirono tutti da tutte le case. E si precipitarono in piazza.

Io, all’inizio, ero rimasta dentro: mi tappavo le mani con le orecchie mentre mi batteva forte il cuore dalla paura. Perchè non capivo. Era il 2001 ma improvvisamente era di nuovo un tempo sospeso.

Alla fine uscii anche io sulla piazza. La sirena smise di suonare. Scese un silenzio immobile, come le persone. Grandi, bambini, anziani, turisti, clienti, rabbini, negozianti. Nessuno fiatava. Nessuno si muoveva. Il silenzio durò un tempo infinito. Forse un minuto.

Poi, improvvisamente, si rimise tutto in moto. Come prima.

Quel giorno era il 16 ottobre. Non l’ho più dimenticato.

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«La grande razzia nel vecchio Ghetto di Roma cominciò attorno alle 5,30 del 16 ottobre 1943. Oltre cento tedeschi armati di mitra circondarono il quartiere ebraico. Contemporaneamente altri duecento militari si distribuirono nelle 26 zone operative in cui il Comando tedesco aveva diviso la città alla ricerca di altre vittime. Quando il gigantesco rastrellamento si concluse erano stati catturati 1022 ebrei romani.
Due giorni dopo in 18 vagoni piombati furono tutti trasferiti ad Auschwitz. Solo 15 di loro sono tornati alla fine del conflitto: 14 uomini e una donna. Tutti gli altri 1066 sono morti in gran parte appena arrivati, nelle camere a gas. Nessuno degli oltre duecento bambini è sopravvissuto

(F. Coen, 16 ottobre 1943. La grande razzia degli ebrei di Roma)

Sedici ottobre1943

Marzabotto, il Sole oscurato della memoria

venerdì, settembre 29th, 2017

Iniziarono  il 29 settembre e finirono il 5 ottobre 1944. Ma continuarono per altre vie a a uccidere fino al 1966.
Lo fecero random, in 115 luoghi dell’Appennino bolognese e lo fecero soprattutto i reparti della XVI SS Panzergrenadier Division, la stessa della strage di Sant’Anna di Stazzema, capeggiati tra gli altri dall’ufficiale hitleriano Walter Reder.
Uccisero 770 persone, tra cui 216 bambini sotto i dodici anni. Volevano sterminare i gruppi partigiani. E presero di mira i civili; donne, bambini e anziani. Arrivarono come lupi. Setacciarono ogni casa, ogni fabbricato, ogni fienile massacrando chiunque si trovasse sul loro cammino.

E’ la strage di Monte Sole. Detta anche strage di Marzabotto.

Strage che continuò a uccidere anche quando era finita e fino al 1966: perché prima di andarsene Reder fece disseminare il territorio di mine che continuarono a esplodere negli anni uccidendo altre 55 persone.

Il boia di Marzabotto, il maggiore Reder, condannato all’ergastolo, è morto nel 1991. Da libero cittadino austriaco. Nel 1964 espresse rammarico e pentimento alle comunità di Monte Sole. Scarcerato nel 1985, nel 1986 rilasciò un’intervista a una rivista austriaca, in cui ritrattò ogni pentimento affermando di non dover giustificare le sue azioni passate.

Dopo aver riempito intere giornate di MaiPiù c’è che non a volte ma proprio oggi, invece, ritornano. Non sono più fantasmi: sono di nuovo nomi, bande e volti. Sono di nuovo persone.

Monte Sole stele

Nilde Iotti, il fascino dell’intelligenza

martedì, giugno 20th, 2017

Storie calme di donne inquiete/30

La prima donna -e pure comunista- a ricoprire una delle tre più alte cariche dello Stato: venne eletta proprio il 20 giugno del 1979 Presidente della Camera (lo è stata per tre legislature e nessuna l’ha ancora eguagliata, non solo in durata).

Ma Nilde Iotti è stata anche partigiana, staffetta, combattente, indomita, ha fatto parte del primo nucleo di politici che ha preparato il Parlamento Europeo e soprattutto è stata una donna che, nonostante i ruoli pubblici, non ha rinunciato all’amore nel privato (e l’ha pagato a caro prezzo, quell’amore, confinata in una soffitta). Con quell’amore illegittimo ha anche adottato una figliola.

Rinunciò a tutti gli incarichi per motivi di salute pochi giorni prima di morire. La sua lettera fu accolta alla Camera con un grandissimo applauso.

A un certo punto scrisse: “Le cronache di tutti i giorni ci dicono di violenze di ogni genere all’interno e fuori della famiglia, nella società, compiute da anziani su giovani e bambini, da figli contro i genitori, come se si stesse diffondendo uno spirito di rivolta, contro i sentimenti e i valori della persona umana. Quale cultura sta generandosi, forse anche per i nostri ritardi? È con inquietudine che mi pongo queste domande”.

Nilde Iotti: ragione e sentimento. Ma soprattutto il fascino dell’intelligenza.

Nilde Iotti

10 cose da portare per viaggiare da sole. Anche se restate dove siete

venerdì, giugno 16th, 2017

1 Non bisognerebbe mai sottovalutare la capacità degli uomini di sottovalutare le donne.
2 Uno degli effetti collaterali di rimanere vedova si un uomo con cui non si è sposati è che non si è vedova. Non si è niente.
3 A volte noi donne ci dimentichiamo le istruzioni per l’uso dell’intelligenza, dell’astuzia, della simpatia.
4 Forse è meglio mangiare le ostriche in due invece che da soli ma non mangiarle del tutto è ancora peggio.
5 Se la tristezza ti deve fare da commensale, tanto vale invitarla in un buon ristorante piuttosto che a una tavola calda.
6 La solitudine non è uno stato d’animo da cercare o da fuggire, è, banalmente, uno stato di famiglia.
7 Viaggiare da sole non significa affatto essere sole. Significa che vi dovete arrangiare a portare la valigia.
8 Le città sono come gli uomini, il modo migliore per sedurle è farle parlare di sé.
9 Non c’è dolore che non si sciolga nell’acqua calda di un bagno.
10 Imparate a farvi compagnia.
(da “Io viaggio da sola” di Maria Perosino. Che oggi sono tre anni che ha continuato a viaggiare da sola ma per sempre)

Maria Perosino taccuino

nAnnarè, ecciaouncà

venerdì, giugno 9th, 2017

Sant’Andrea delle Fratte, Portineria, qualche Primaria fa. Lei sul divanetto che conciona

-Ciao Annarè, tutto bene?

-Tutto beneuncazzo, piccolè

-Che t’è successo Annarè?

-‘A Nì, ieri ho dovuto accompagnà l’amica mia a registrasse pe’ votà, che quella è vecchia, ci ha 90 anni

-E ce l’avete fatta?

-Aò so’ anziana, mica rincojonita

Annarella dixit

 

Che io Annarè te vojo ricordà così e ci ho paura pure a ditte Ciao Annarè che de sicuro scenni e me gridi

-Aò piccolè Ecciaouncazzo