Archive for the ‘ricordare’ Category

Le vite in una stanza: via Tasso e le Fosse Ardeatine

martedì, marzo 24th, 2020

Abito vicino a Via Tasso. Prima della nostra comune clausura ci passavo spesso, anche quando non era di strada. Allungavo il giro e passavo sotto a quelle finestre. Le finestre murate dalle SS per trasformare quel palazzo in un carcere, a proposito di vite al chiuso.

Una volta che son salita c’era un sopravvissuto alle Fosse Ardeatine. Stava facendo fare il giro dell’orrore di quelle stanze a una scolaresca. Mi sono chiesta quanta forza occorra per ritornare in posti nei quali si è sofferto al punto da desiderare la morte. E invece lui a un certo punto, quasi incredulo e con un senso di pena ma non per sé, si ferma, li guarda e dice:

“Mi sono sempre chiesto che razza di persona possa essere uno che ne ammazza 335 considerandole solo crocette da spuntare su una lista”

Di quella lista faceva parte anche don Pietro Pappagallo, che a via Tasso fu portato e imprigionato per aver dato aiuto a ebrei, perseguitati e partigiani nascondendoli in casa sua, a via Urbana 2. Altre vite murate, ma per essere messe in salvo. Don Pietro fu tradito proprio da uno di quelli a cui aveva dato rifugio. E’ stato ucciso, unico prete cattolico, anche lui alle Fosse Ardeatine, il 24 marzo del 1944.

Don Pietro Pappagallo è rivissuto con Aldo Fabrizi nel “don Pietro” di Roma città aperta di Roberto Rossellini

e con il Flavio Insinna de “La buona battaglia”.

C’è una scena che di lui mi ha sempre colpita. Quella raccontata da un testimone dell’eccidio delle Fosse Ardeatine:

all’ingresso delle cave dalla lunga fila in attesa della fucilazione si alza un grido, da uno che ha visto la sua veste nera: “Padre, benedìteci!”. Racconterà un superstite che “don Pietro, che era un uomo robusto e vigoroso, si liberò dai lacci che gli stringevano i polsi, alzò le braccia al cielo e pregò ad alta voce, impartendo a tutti l’assoluzione”. (Robert Katz, Morte a Roma. Il massacro delle Fosse Ardeatine, Roma 1968, p. 152).

Ecco, l’immagine di questo prete indomito fino alla fine, mi ha fatto ancora sentire – a distanza di 76 anni- un tuffo al cuore. Un uomo che sta lì a ricordarci che se non possiamo decidere come entrare in scena, a volte possiamo scegliere come uscire. Così. Con le braccia aperte. Anche avendo le manette ai polsi.

Ricordando Aldo e i suoi uomini. Ma anche Peppe

lunedì, marzo 16th, 2020

Oggi piùcchemmai ho bisogno di ricordarmi di Aldo Moro e dei suoi uomini trucidati, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. Ma anche di Peppe.

Quando rapirono Aldo Moro il 16 marzo del 1978, io ero a scuola. Ma alcuni anni dopo, parecchi, andai a lavorare al Popolo. Quotidiano della Democrazia Cristiana (che quando ho iniziato a lavorare io c’era ancora. La Dc. E pure le macchine da scrivere. Si erano comunque già estinti i dinosauri).

E dunque, anni di piombo nel senso terroristico ma anche di piombo in tipografia, iniziai una discreta gavetta e una grande scuola.

Di fronte all’ultima arrivata, bonsai e pure donna, i colleghi anziani si impietosirono e, dopo un rodaggio di mesi, una sera mi misero a parte dei terribili giorni del terrorismo. Ma iniziarono da un episodio che sfido chiunque a rintracciare sui libri di storia. Certamente starà in qualche intercettazione, vintage pure quella.

Dunque in funzione usciere e risponditore di centralino del giornale, anni di piombo regnanti, al giornale c’era un certo Peppe Coccia: veniva da un paesello del reatino, ogni giorno avanti e indietro. Sostanzialmente l’anello di congiunzione tra Alberto Sordi e un Thomas Millian della Sabina.

Una notte squilla il telefono. Peppe Coccia, istruito a dovere, pronto anzi prontissimo risponde
-Pronto Popolo, dicaaaaaaa
-Qui Brigate Rosse

Peppe Coccia sviene. Lì al telefono. Secco. Segue trafila di ambulanza, ricovero, accertamento, dimissioni. Non so cosa accadde dall’altra parte del filo. Rivendicarono a qualcun altro, presumo.

Passano quindici giorni, più o meno. Peppe Coccia perfettamente ristabilito si ritrova di notte al centralino del Popolo. Che una notte risquilla. Ed è lì che Peppe Coccia sigilla la storia così:

-Lui: Pronto Popolo, dicaaaaa
-Loro: Qui Brigate Rosse
Lui in silenzio. Poi:
ECCHECCAZZO MA SEMPRE QUANDO SO’ DE TURNO IO DOVETE CHIAMAA’??

Ecco, i romani, gli italiani hanno superato tutto. Anche così.

Il viaggio più lungo si chiama addio

lunedì, marzo 2nd, 2020

Sai cosa è stato veramente quando finisce. Per come finisce. Ci si prepara sempre a iniziarli, gli amori. Mai a finirli. E infatti si vede. Di norma finiscono come fossero la sceneggiatura di un ubriaco. Peccato. Perché di una cosa che statisticamente sai per certo solo che è destinata a finire, dovresti prepararti e curarla, un’uscita di scena degna di ciò che è stato.

Ci penso oggi, mentre leggo che è morto Uwe Laysiepen, detto Ulay. Ulay di Marina,  Marina Abramovich. 
Ma può davvero morire un artista?

Ulay e Marina, due grandi artisti uniti anche dall’amore. Ma soprattutto dalla fine dell’amore. Che l’amore è così: decide lui quando, se e dove chiudere la porta.

Loro due nel 1988 capiscono che l’amore li sta lasciando. E cosa fanno? Vanno insieme in Cina. Poi partono dagli estremi opposti della Grande Muraglia cinese, lui dal deserto del Gobi e lei dal Mar Giallo, e iniziano una monumentale camminata di 90 giorni per 2.500 chilometri, per poi incontrarsi nel centro del percorso, abbracciarsi forte, dirsi addio e non vedersi mai più.

Perché, è vero, ci si incontra e ci si lascia sui (e per i) confini.

Marina Ulay Muraglia

Marina e Ulay, The Lovers

Passano gli anni. E’ il 2010. Lei aspetta nessuno seduta 700 ore su una sedia: è al Moma di New York, ed è quella una delle performance artistiche più lunghe della storia, “The artist is present”.

Finché a un certo punto a sorpresa lì davanti si siede lui, Ulay. Lui inizia a fissarla, non dice una parola. Lo guarda anche lei. Ma nel silenzio gli occhi di lei iniziano a parlare e a riempirsi di lacrime. Poi si protende sul tavolo verso di lui e gli prende le mani. E’ una scena struggente.

Marina Ulay sedia

Eccola:

Una cosa che il genio che l’ha pensata merita la gloria eterna e anche un amore, eterno, se ciò fosse considerata una ricompensa e non piuttosto una condanna.

E dunque cosa resta oggi, di Ulay, in tutti noi? Credo soprattutto questo sguardo. Cioè qualcosa di immortale.

Donne de-vote. Il giorno in cui ci fu “concesso” votare

giovedì, gennaio 30th, 2020

Nuova Zelanda, 1893
Australia, 1895
Granducato di Finlandia, 1907
Norvegia, 1913
Russia, 1918
Canada, 1918
Gran Bretagna, Germania, Olanda 1919
Stati Uniti, 1920
Turchia, 1926
Italia, 1 febbraio 1945

Abbiamo trasmesso una breve storia del diritto di voto alle donne. Che in Italia è arrivato con un provvedimento deliberato 75 anni fa, il 30 gennaio 1945 e che si chiamava “concessione” del diritto di elettorato attivo e passivo. Fu approvato dal Consiglio dei ministri e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 1 febbraio 1945: le donne italiane (con più di 21 anni ad eccezione delle prostitute che esercitavano «il meretricio fuori dei locali autorizzati») hanno potuto farlo  per la prima volta nelle elezioni amministrative del 1946 ma furono dichiarate eleggibili solo con un decreto successivo, il 10 marzo del 1946.

Se alla fine l’abbiamo spuntata –la storia è lunga e dolorosa– lo dobbiamo in gran parte a una donna cocciuta che si chiamava Anna Maria Mozzoni,  che nel 1877, rifacendosi a tutti quelli che l’avevano già ottenuto, presentò una petizione al governo «per il voto politico alle donne», la prima di una lunga serie di bocciature e di No. Morirà nel 1920 senza veder raggiunto il traguardo.

Professorè, da Auschwitz nun po’ tornà nessuno

lunedì, gennaio 27th, 2020

Ve lo ripropongo ogni anno. Perché non trovo altre parole che queste. Soprattutto oggi.

Alcuni governi, una separazione e tre lavori fa Meri Pop decise di non farsi mancare proprio nulla e accettò di verificare se era in grado di sopravvivere anche al Ministero della Pubblica Istruzione.
Un giorno la chiamò il ministro e le disse: “Meripo’ sto andando ad Auschwitz. Con i ragazzi. Copriti bene”.

Arrivarono una mattina di gennaio davanti a una montagna di neve bianca dalla quale spuntava un cancello di ferro nero. E sotto una gelida nevicata iniziarono a camminare a fatica tra le stradine dell’inferno. I ragazzi accompagnavano il ministro, Meri Pop i giornalisti, il ghiaccio e il silenzio accompagnavano tutti.

Andarono nelle baracche delle donne, in quelle degli uomini, in quelle dei bambini. Poi andarono anche al museo: cataste di abiti, occhiali, capelli, protesi dentarie, scarpe. Davanti a una scarpina singola taglia bambina la linea Maginot di Meri Pop crollò.

E cominciarono a scendere: tante, calde, veloci.

E’ a quel punto che, dal gruppetto degli studenti, se ne staccò uno -primo liceo scientifico, 14 anni massimo 15- e le si avvicinò, facendo cadere un’altra Maginot, quella che in qualche modo aveva tenuto una distanza di sicurezza e di comprensibile reverenzial timore tra i due.  E, dopo ventiquattr’ore di viaggio e di “Dottorè”, il ragazzo le poggiò un vigoroso braccio sulla spalluccia piangente, ed ora anche scossa, ed esclamò:

“Professorè, io me sto a trattenè da un’ora e mo’ tu sbraghi?”

E’ uno dei momenti salienti della Hall of Fame della mia vita. Uno di quelli ai quali ogni tanto attingo nei fotogrammi No. Insieme al fatto che, poche mattine fa, ero su un autobus e a un certo punto ho sentito uno che richiamava l’attenzione di tutto il jumbobus con:

“Professorèèè! Se ricorda?”
e con aria complice e abbassando la voce come dovesse rivelarmi la comune appartenenza alla Massoneria aggiungeva
“semo stati insieme ad Auschwitz”.

Ovviamente non l’ho riconosciuto ma dimenticare è, appunto, impossibile.
Ci siamo scambiati qualche battuta, ha già fatto la maturità. Poi gli ho chiesto quanti anni erano passati da quando eravamo tornati da Auschwitz.

Mi ha guardata e ha preso fiato. Poi:

“Professorè, mica lo so. Me sa che da Auschwitz nun po’ tornà nessuno. Io certe volte ce ripenso e me sembra che sto ancora là”.

L’eccidio, e il silenzio, di Pietransieri

giovedì, novembre 21st, 2019

E’ una mattina di novembre quando il maresciallo Albert Kesselring fa affiggere un manifesto a Rivisondoli, Pescocostanzo, Roccaraso, Roccacinquemiglia e Pietransieri:

“Tutti coloro che si troveranno ancora in paese o sulle montagne circostanti saranno considerati ribelli e ad essi sarà riservato il trattamento stabilito dalle leggi di guerra dell’esercito germanico”. Cioè la fucilazione sul posto.

E no, gli abitanti di Pietransieri non ubbidirono ai nazisti. Si rifugiarono nel bosco di Limmari. Ma fu proprio lì che li raggiunsero e li fucilarono, uno per uno: morirono così 128 persone fra le quali 34 bambini al di sotto dei 10 anni e un bimbo di un mese. Era il 21 novembre 1943. I corpi restarono abbandonati nella boscaglia, sepolti dalla neve, fino alla primavera del 1944.

Furono trucidati per un semplice sospetto. Il sospetto che la popolazione civile potesse sostenere i partigiani

I tedeschi, comandati dal tenente Schulemburg, all’inizio si accanirono contro il bestiame razziato, mitragliato e abbandonato. Poi passarono alle persone. La strage si compì fra il 16 e il 21 novembre. “Alcuni pietransieresi,vennero sorpresi e fatti saltare all’interno dei casolari. Molti altri vennero uccisi, con fucilazioni di massa, l’unica superstite fu Virginia Macerelli, una bambina di sei anni che fu occultata e protetta dalle vesti della mamma”.

L’eccidio di Limmari, o eccidio di Pietransieri, è rimasto, fra gli orrori di guerra, un po’ come quei corpi sotto la neve nella boscaglia: occultato. Così come nascosti sono rimasti l’eroismo e il sacrificio della Valle del Sangro, nell’autunno del 1943, dove i tedeschi sul Trigno contrastarono più duramente l’avanzata degli alleati.

Pietransieri, oggi frazione del comune di Roccaraso, non ha dimenticato mai. Ha eretto anche un sacrario, nel quale mi accompagnò qualche anno fa il mio amico Pasquale di San Pietro Avellana e nel quale ho voluto portare mia nipote, questa estate. Ci siamo andate tutte insieme, mia madre, mia sorella mia nipote e la quippresente (accompagnate dall’eroico marito di mia sorella): tre generazioni di donne davanti a quel Sacrario.

Un po’ di giustizia è arrivata solo due anni fa, 74 anni dopo, con una sentenza storica del Tribunale di Sulmona, che ha condannato la Germania a risarcire il Comune e i parenti delle vittime.
Il silenzio, invece, continua.
Interrompiamolo almeno noi, oggi.

 

Quello che rimane

giovedì, ottobre 31st, 2019

Immaginatelo solo per un attimo: avete 13 anni, siete una ragazzina felice come l’incoscienza ci fa ancora essere a quell’età. Poi improvvisamente un giorno vi sfondano la porta di casa, vi urlano di radunare poche cose e vi portano via. Poi vi tatuano un numero sul braccio, poi vi strappano dai vostri genitori e da tutti i vostri cari, poi vi affamano, poi vi affreddano, poi poi poi. Lei, numero di matricola 75190 tatuata sul braccio, deportata a 13 anni da Milano ad Auschwitz e Birkenau il 30 gennaio 1944 con il padre, che non rivide mai più, qualche mese prima dei nonni, anche loro uccisi all’arrivo.

Io l’ho vista la scorsa estate, lei, a Fano, sul palco di Passaggi Festival, intervistata da Bianca Berlinguer. La piazza era stracolma. E muta.  A un certo punto ha lievemente rallentato il ritmo del discorso, ha fatto una breve pausa e ha detto: non sono mai tornati per la colpa di essere nati. La colpa di essere nati. Cinque parole nelle quali Liliana Segre in un attimo ha asciugato chilometri di inchiostro e ore di prolusioni su Olocausto e nuovi razzismi e l’ha messa così, asciutta e senza fronzoli.

Si alza da quella nuvola di capelli candidi e da una calma apparentemente imperturbabile la forza di questa donna che nessun male ha piegato. La voce per raccontare l’indicibile è difficile trovarla, aggiunge, ma a un certo punto per me è diventato impossibile continuare a tacere. La voce l’ha trovata solo dal 1990: perché anche quando il male è apparentemente passato ed è arrivata la Liberazione e sono arrivati gli affetti, l’amore, il marito, i figli e la vita le si è riaperta in ogni forma, ha continuato a pagare il pedaggio a quell’oscurità. Che è arrivata sotto forma di esaurimento nervoso e di altro ancora. Ed è lì che a un certo punto ha capito che doveva trovare la voce. La voce per raccontare l’indicibile.

Ora immaginate per un attimo, solo per un attimo, che oggi a 89 anni, siete sopravvissuti a tutto questo ma improvvisamente torme di minus habens riversino su di voi tramite una tastiera ingiurie, offese, volgarità. Se ne stanno lì, nascosti da uno schermo, a cercare in questo modo un senso alla propria irrilevanza. Poi ce ne sono altri, che però sono vostri colleghi e siedono in Parlamento di fronte a voi ma a rappresentare noi, che il giorno in cui si approva una mozione contro odio, razzismo e antisemitismo non la votano e, mentre gli altri si alzano per rendervi omaggio, restano seduti e non applaudono.

Ora, per un attimo e solo per un attimo, ditemi voi: ma dopo tutto quello a cui siete scampati, dopo aver sofferto l’inimmaginabile, ma davvero qualcuno pensa che possano destabilizzarvi cose del genere? E cosa rimane, alla fine? Una vostra alzata di sopracciglio, pietosa e compassionevole verso questi poverini, prima.

E il loro restare dei miserabili, dopo. E per sempre.

Oggi è il 16 ottobre. Quello

mercoledì, ottobre 16th, 2019

Tempo fa lavoravo in un posto di Roma che si chiama Piazza del Gesù. Dietro Piazza del Gesù c’è il Ghetto. Nel Ghetto c’è un forno che fa i bruscolini caldi e la torta di ricotta e visciole. Fa anche dei biscotti pesantissimi e untuosi che fanno ingrassare come la torta di ricotta e i bruscolini.

Passeggiare al Ghetto mi piace molto. E anche allora, appena potevo, scappavo dall’ufficio e ci andavo. Con l’occasione seguivo la scia di profumo del forno e, in un colpo solo, davo una sistemata ai trigliceridi, alla glicemia e alla massa adiposa.

Un giorno ero lì nella pasticceria di Piazza Costaguti a scegliere biscotti quando a un certo punto iniziò a suonare, fortissima, una sirena: un allarme antiaereo.

Uscirono tutti dal negozietto. Uscirono tutti da tutti gli altri negozi. Uscirono tutti da tutte le case. E si precipitarono in piazza.

Io, all’inizio, ero rimasta dentro: mi tappavo le mani con le orecchie mentre mi batteva forte il cuore dalla paura. Perchè non capivo. Era il 2001 ma improvvisamente era di nuovo un tempo sospeso.

Alla fine uscii anche io sulla piazza. La sirena smise di suonare. Scese un silenzio immobile, come le persone. Grandi, bambini, anziani, turisti, clienti, rabbini, negozianti. Nessuno fiatava. Nessuno si muoveva. Il silenzio durò un tempo infinito. Forse un minuto.

Poi, improvvisamente, si rimise tutto in moto. Come prima.

Quel giorno era il 16 ottobre. Non l’ho più dimenticato.

Chiama anche lei dalla strada: «Sterina! Sterina!».
«Che c’è?», fa quella dalla finestra. «Scappa, che prendono tutti!».
«Un momento, vesto pupetto, e vengo».
Purtroppo vestire pupetto le fu fatale: la signora Sterina fu presa con pupetto e con tutti i suoi.

(Dal libro 16 ottobre 1943 di Giacomo Debenedetti)

Anna Politkovskaja, donna non rieducabile

lunedì, ottobre 7th, 2019

E’ il 7 ottobre del 2006. Un cadavere viene ritrovato nell’ascensore di un palazzo. E’ quello di Anna Politkovskaja. Nel suo, palazzo.

Classe 1958, giornalista russa e attivista per i diritti umani, freddata -nel giorno del compleanno di Putin- da quattro colpi di pistola più un altro “di sicurezza” alla nuca.

Muore così, Anna Politkovskaja, dopo una serie di minacce sferratele dai vertici militari, oggetto delle denunce della giornalista nelle sue inchieste sugli abusi, le torture, i soprusi e le umiliazioni nei confronti dei civili ceceni. “Io vedo tutto. Questo è il mio problema”, riassunse lei.

Anna Politkovskaja che il regime classificò, poco prima della morte “Donna non rieducabile”. 

La Corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato l’anno scorso la Russia per “non aver attuato le opportune misure investigative per identificare i mandanti dell’omicidio”. “Lo Stato russo non ha rispettato gli obblighi relativi all’efficacia e alla durata dell’indagine imposti dalla Convenzione europea sui diritti umani”.

“Sono una reietta” scrisse di sé. “È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all’estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me.
Eppure tutti i più alti funzionari accettano d’incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un’indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all’aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie.
Sono felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto. È una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci”. Parole che verranno pubblicate postume, in un saggio, nel 2007.

Perché quando non sei rieducabile puoi essere una sola cosa: morta. Ed è per questo che, ancora oggi, Anna è viva.

Maria Callas, la donna che non morì mai

lunedì, settembre 16th, 2019

Due donne abitarono dentro al corpo di Anna Maria Cecilia Sophia Kalogeropoulos.

Mentre Maria cercava inutilmente affetto, la Callas mieteva successi e cercava di compensarne le angosce. Mentre Maria veniva tradita un po’ da tutti, a iniziare dalla madre passando dal marito Giovanni Battista Meneghini (che la trascinerà anche in tribunale per il tradimento con Ari) ad Aristotele Onassis, la Callas sublimava e ne curava le ferite su un palcoscenico.

Arte, talento, stile, eleganza. Ma anche una serie di schiaccianti dolori. A vestirle il corpo e a fasciarle l’anima fu Elvira Leonardi, sarta milanese nota con il nome di Biki, nipote acquisita di Giacomo Puccini ma soprattutto amica.

Alberto Mattioli su La stampa due anni fa riassunse la questione così: “D’accordo, diamo per detti il dimagrimento, la mamma stronza, il divorzio da Meneghini, gli amori sbagliati, quindi l’orrido Onassis, e quelli impossibili, vedi Visconti e Pasolini, i tailleur della Biki, la morte misteriosa”. Ma diciamolo: “quarant’anni fa quel 16 settembre 1977, al 36 dell’Avenue Georges Mandel di Parigi morì una donna che in effetti era già morta”.

Eppure ancora oggi resta la più viva. La più viva cantante lirica morta. Nel nostro immaginario, nei nostri occhi ma soprattutto nelle nostre orecchie. Perché? Ah saperlo. Si chiama carisma. E non ha un perché. O ce l’hai o non ce l’hai. E se ce l’hai non ti abbandonerà mai, neanche da morto.

Cosa aveva Maria Callas e cosa hanno le icone e i miti che non muoiono mai? Quella cosa che devi sentire che è tua. Che è anche un po’ tua. Quella cosa che ascolti Casta Diva, la sua Casta Diva, e senti che ti sta riportando a casa parti di te. Come fa l’amore.  E forse per questo mi piace pensare a Maria Callas come la donna che non morì mai.