Archive for the ‘Sa ndo van’ Category

Giù la testa

domenica, settembre 9th, 2012

16 e 17 agosto – Dagli Iban

Fino a un mese fa per me trattavasi solo di illegibile sequenza di lettere numeri e di interminabili zero necessari per fare un bonifico. Gli Iban. Mai avrei sospettato che dietro sta sigla si nascondessero i temibili tagliatori di teste del Borneo. Che in inglese suona Headhunters. Dunque abituata a ritrovarmeli all’Unicredit sobbalzavo quando il pulmino boollywoodiano locale ci scaricava di fronte a una lunghissima palafitta in mezzo alla giungla. Una sorta di Corviale di legno ma funzionante, riuscito. Un esperimento sociale e abitativo che qui da noi è andato a finì a schifìo e tra i selvaggi è andato invece alla grandissima. Questo tanto per ripondere alla domanda su chi fossero i veri selvaggi.

Iban Longhouse (Foto Meri Pop)

Una serie di famiglie vive una appresso all’altra, ciascuna nella propria abitazione ma condividendo gli spazi comuni. Si chiamano Longhouse. Quella che ci ospiterà è di 40 anni fa e li dimostra tutti: assi cigolanti, tronchi mancanti, muschio rampicante sul marrone Far West, stile set in disuso in una Cinecittà in disuso. Inquietante. La sola idea di poterci salire o scendere con un trolley o un bagaglione improvvisamente riabilitava la performance Giochi senza Frontiere cui ci aveva sottoposti qualche ora fa il Professor Pi.

Entriamo in un lungo corridoio semibuio tappezzato di stuoie. Entriamo un tubo.
(-Meripo’, fin qui hai raccontato usando l’imperfetto mo’ siamo al presente storico? -Lo so ma i tagliatori di teste mi suggeriscono di contare solo sul presente, mo’ posso continuare o l’Accademia della Crusca che è in me oppone altre resistenze?).

Iban Longpatio nella Longhouse (Foto Professor Pi)

Un anziano incurvato dall’artrosi ci fa segno di toglierci le scarpe. Fuori, in bella mostra, c’è la sfilata delle loro infradito. Su una c’è stampato “Google”.

Pantofoline Iban (Foto Meri Pop)

Peraltro sul tetto c’è una sfilata di parabole.

Parabolic Iban (Foto Maria Teresa Menna)

Una volta dentro alzo gli occhi e dal soffitto cala una rete appesa contenente tipo gusci di noci di cocco bucate strane.
-Teschi, Meripo’, sono teschi
sussurra il professor Pi infrangendo l’illusione della noce di cocco dopo 15 secondi.
Il ricordo dei bei tempi andati, piazzato all’ingresso, sta lì tipo lo zerbino nostro con su scritto “Welcome”, immagino.

Teschi "Welcome" (Foto Maria Teresa Menna)

Insomma ci piazziamo fermi sotto a sto welcome mentre loro, piano piano, iniziano ad affacciarsi dai singoli usci: tratti asiatici, piccolini, tatuati, quasi tutte donne avvolte nei Sarong. Sulle stuoie, sulle quali tutti camminiamo scalzi, scorazzano cani e gatti che si spulciano con vigore.

Assolte le presentazioni di rito con l’assegnazione dei vari alloggi per i sedici italici mi risuona il “portatevi il sacco lenzuolo che i materassini ce li offrono loro”. Ma mi risuona, alla vista dei materassini in oggetto, anche la vocetta di Mariaterè che chiosa:
-Chissà che c’è dentro a sti materassini
Nelle camere semibuie vagano dunque cani, gatti, bambini, guerrieri Iban, volatili, insetti e non voglio sapere cosa altro.
-Ma non si potrebbe dormire qui nel patio, sulle stuoie?
Si ipotizza da più parti, dilaniati dalla scelta ipotetiche pulci su stuoia o ipotetiche zecche da materassino.

Alle 20, intanto, scatta l’happy hour: thè caldo e biscotti. Che il loro Spritz funziona così. E funzionerà così non solo dagli Iban ma fino a Kuala Lumpur. Segue cena che ci preparano e ci apparecchiano tipo buffet su un tavolone: riso lesso, pollo a spezzatino, verdure verdi e bianche semindecifrabili. Loro ci servono ma mangeranno i nostri avanzi solo quando avremo finito noi. Si mangia seduti su panchette raso terra, gambe incrociate e col piatto in mano.

Loro ci osservano, ridacchiano, parlottano fra loro. E beh, curiosa la pretesa di andare in giro per il mondo pensando di esserne ovunque i padroni e i giudici: e no, a volte i soggettoni dei quali ridere diventiamo noi, coi nostri pantaloni, il nostro taglio di capelli, il colore della nostra pelle.

Fattasi una certa inizio a guardarmi intorno con inquietudine in cerca di qualcosa che possa vagamente somigliare a una toilette. Non dico una parola. Soffro in silenzio. Sbircio, spio, scannerizzo ma niente. Senonché a un certo punto il vecchietto dell’artrosi avvoltolato su se stesso alza un dito e indica un punto fuori, sul ballatoio. Lo indica a me. Evidentemente devo avere una segnaletica che a mia insaputa comunica che devo far pipì, una specie di Shazam della vescica. Evvabbè. Dunque una baracchina di lamiera illuminata da un neon (che su tutto si eleva il suono del generatore di corrente che avremo a disposizione dalle 18 alle 22) ospiterà la prima pipì tribale.

Iban toilette (Foto Meri Pop)

Alle 21,45 le signore Iban iniziano ad allestire i nostri giacigli zanzarieremuniti. Indecise tra l’opzione stuoia a terra-materassino, in nessun caso con garanzia alcuna di canoni occidentali di disabitazione da parassti, alla fine MariaTeresa ed io optiamo per materassino, da chiunque sia abitato oltre noi. I neon festeggiano con un’ora e mezza di straordinario e finalmente alle 23,30 poggiamo per la prima volta la nostra riverita testa su un cuscino Iban ove speriamo di ritrovarla ancora attaccata al resto del corpo la mattina dopo.

Alle 23,31 inizia un pic pic sulla lamiera del tetto. Pioggia. Che incessante e sub specie monsonica durerà fino alla mattina dopo dove teoricamente alle ore 8 è prevista la colazione e alle ore 9 partenza per un non meglio identificato trekking nei dintorni. Alle 9,15 ancora tutto tace tranne la pioggia. Stancamente le truppe si affacciano assonnate dalle zanzariere e la mia dividente tendina chiosa:
-Ma dove cazzo caspita andiamo co sta pioggia?

Ovunque pensino di andare è chiaro che lo faranno senza di me.  Immagino però che non si andrà da nessuna parte. Immagino male. Malissimo. Perché un gruppo di valorosi si sta armando per affrontare gli elementi ostili all’esterno. I nostri due tecnici Chiara e Patrizio sfoderano tipo due piedi palmati di plastica: scarpe. E in sette si avviano. Verso dove caspita non lo so e non l’ho ancora saputo a tuttoggi. Si consideri che della spedizione fa parte Sven che, quando abitava a Berlino, una mattina come sempre ha preso il motorino e la madre gli ha detto
-Sven, dove vai?
-Esco, vado a Parigi
Cioè questo si è fatto Berlino-Parigi in motorino come io facessi Piazza Venezia-Largo Argentina. Se solo avessi o avessi mai avuto un motorino.

Iban trekking (Foto Professor Pi)

Vabbè dicevo: dei partenti fa parte Sven ma dei restanti fanno parte le tre figliole. Laura, 11 anni, rispetto al viaggio nell’Omo river (Natale scorso) è come fosse cresciuta una decina d’anni in otto mesi. Pure di altezza. Lo dico perché non si faccia dell’inutile ironia eventualmente vedendoci in foto insieme. Comunque sempre pizzangrilla è rimasta, Bambi secondo la classificazione Albertica cioè data da Alberto.

Piano piano altri bambini si affacciano dalle porticine della Longhouse e, tempo un quarto d’ora, sono lì che giocano e confabulano con scambio di doni e condivisione di intenti e Nintendi.

Ho sempre sostenuto, e lo confermo, che la diplomazia internazionale andrebbe interamente appaltata ai bambini.

Onu under 12 in sessione plenaria Iban (Foto Meri Pop)

Mentre l’Onu under 12 è riunito in sessione plenaria noi adulti bighelloniamo spiando le attività degli Iban: intrecciano cesti, riparano stuoie, sfamano cani e galline.
Filippo, schiena dritta, ma a terra sulla stuoia con zampe all’aria sulla parete della Longhouse, scivola lentamente nel letargo del giusto finché alle 12,30, rientrati i valorosi eroi ci si prepara per il pranzo che è identico alla colazione: noodles, riso, cavolo, thè caldo. E desidero qui aprire una parentesi sulla segnalazione che intendo fare alla TBR, The Breakfast Review: i noodles malesi alla cipolla a colazione mi sono sembrati a volte più appetibili di certi cornetti romani.

Alle 14,30 finita la pioggia, che stiamo già rimpiangendo in quanto ha lasciato posto a un sole da forno a microonde, Lì annuncia che siamo
-Plonti pel andale
-Ma andale dove?
-Ad accompagnare gli Iban a pesca, Meri
fa da sottotitolazione pagina 777 di televideo il professor Pi
-Ci sarà da attraversare e guadare fiumi, quindi sandali aperti e poco peso addosso

Che questi sono millenni che pescano per i cavoli loro ma dico io, giusto mo’ che ci siamo noi gli ci vuole l’accompagno?
Vabbè, dunque fanno così: si tuffano nel fiume, lanciano una rete a pelo d’acqua, la fanno depositare e poi tirano su cinque sei pescetti per volta. Qua, ve lo dico, se dobbiamo pescare la cena ce famo notte.

Ciafffff (Foto Maria Teresa Menna)

E’ però nel pieno attraversamento da una riva all’altra che Silvia B con nonchalance chiede
-Scusa, Lì, qui ci sono anaconde?
Ed è in quel preciso momento che io mi sento avviluppare entrambi i polpacci a mollo nell’acqua.
E’ un attimo: sto per dare fiato all’urlo del secolo che in confronto Munch fa ridere ma tale è la paura che manco riesco a parlare mentre l’avviluppo sale.

Vedi la vita che ti passa davanti in un attimo ma soprattutto vedi il titolo che stai finalmente per offrire ad annoiate schiere di giornalisti italiani di turno a Ferragosto alle prese coi bollini rossi dell’esodo:

Giovane donna romana stritolata da un’anaconda malese”

E niente. Era una foglia. Una fogliona gigante malese.

Iban Meri Indianagions (Foto Professor Pi)

Non vi so dire quante reti hanno buttato questi e con quanti tuffi, io alla terza ero già esausta e ne avevo abbastanza di tutto il Borneo fino all’Indonesia, al Kalimantan e a tutto il cucuzzaro quando Lì ci raduna e dice:
-Ora vi porto a vedere dove costruiremo la nuova Longhouse
E dove la rifaranno? Sul cucuzzolo di una collina, nella giungla, senza strade di accesso ma vista fiume. C’è già lo scheletro dell’impalcatura. Lì punta poi il dito verso un recinto e seriosissimo annuncia:
-The pigs
I maiali. Si, un allevamento di maiali. Ce l’ha indicato con la stessa fierezza con la quale di norma io vi porto a Fori Imperiali e a un tratto dico:
-Il Colosseo
Poi Lì imposta la voce come Gassman e precisa:
-Our pigs. For the Longhouse (I nostri maiali. Per la Longhouse, eh che robetta st’inglese mio??)

E qui finalmente arriva una buona notizia: nelle fondamenta della casa nella quale dormiamo riposano le teste dei nemici ma nella nuova ci hanno sepolto quelle dei maiali. Ora, considerando che sui loro giacigli e cuscini noi ci dobbiamo trascorrere un’altra notte, io mi auguro vivamente che questa scelta di sostituire teste di nemici con teste di maiali sia definitiva e irreversibile.

The arriver & the river

venerdì, settembre 7th, 2012

16 agosto – Sbarco a Sibu

Come un barcone di migranti anni Cinquanta sbarchiamo con il sole a picco delle 13,35 in quel di Sibu, temperatura esterna percepita 48 gradi, tasso umidità 95%. Inizia ad opera degli Incredibili Hulk Sven, Filippo, Patrizio, Alberto e Professor Pi una catena di passaggio e sbarcamento bagagli da far invidia alle bananiere coloniali e a Harry Belafonte pure.

Verso gli Iban, sbarco time (Foto Miss Nikon Sempresialodata)

Ed è al termine, una volta trascinatici nel piazzale coperto di Sibu Harbour, che il professor Pi cala l’asso:
-Bene, ora tirate fuori dal bagaglione solo lo stretto necessario per due giorni e mettetelo nello zainetto, il bagaglione lo lasciamo qui e andiamo a prendere subito la barca per andare dagli Iban. Ricordatevi il sacco lenzuolo che i materassini ce li offrono loro. Avete dieci minuti da ora.

A questo Giochi Senza Frontiere je fa il solletico. Immaginate per un attimo, solo per un attimo, un piazzale asiatico già intasato di asiatici galli, galline, pannocchie, bambù e sacchi di riso completamente invaso da sedici peninsulari italici che cronometro alla mano iniziano a trasbordare masserizie calibrate sui 20 chili di bagaglio consentito tentando di fare una sintesi della propria vita e delle proprie residue certezze tale da farla entrare in un Eastpak.

Provate, provate voi, donne, a prendere e dover mollare non dico la crema idratante ma financo i fazzolettini rinfrescanti e il bagnoschiuma in favore della saponetta di cortesia dell’Hudson Hotel di New York che ancora vi trascinavate come la coperta di Linus dall’ultimo viaggio rintracciabile prima della deriva pionieristica. Si, quella: la saponettina dell’Hotel nella cui Hall riconosceste il set di uno degli episodi clou di Sex and the city. La vita che ti passa davanti in un lampo. I tempi delle valigie rigide e senza limiti di peso, quando viaggiavate come Carrie Bradshaw e manco ve ne eravate accorte. Quelle valigie col cambio scarpe, la bigiotteria intonata ai vestiti, la velina nelle scarpe.

Un lampo. Si, un lampo il Professor Pi a incalzare la ciurma:
-Forza, ragazzi, ragazzi dai, ragazzi perdiamo la barca, ragazzi il sacco lenzuolo, ragazzi…

Ragazzi dagli 11 ai 71 anni che, avessimo partecipato alle Olimpiadi della Samsonite, avremmo razziato ori a pacchi. E dunque sauna frenetica chini sui bagagli questo si questo no come potrò separarmi dal filo interdentale a questo modo?

Intanto (la foto del bagaglio è di Miss Nikon, non mi prende la didascalia, scusate, dunque dicevo) il catateutonico Sven, nel senso catanese di fatto tetesko d’origine, con le sue tre figliole davanti, Laura, Julie e Alice, apriva la sua valigia e -come fosse in sala operatoria che lui dentista iè- iniziava lista e trasbordo:
-Ragazze, sacco lenzuolo
-Ora spazzolino e dentifricio
-Kway e costume, asciugamano e sandali
-Ora maglietta di ricambio, mutanda e calzoncino, torcia, maglia a manica lunga e chiudere

Ecco. Potevate forse voi fare la figura di quella che sta lì a pensare a come sopravvivere due giorni senza il Badedas e la Nivea? Tempo venti minuti la squadra era pronta, bagaglioni al deposito, avanzi in spalla, Silvia A-Miss Nikon come Robert Capa a documentare sta battaglia contro il superfluo.

-Io essele Lin, voi seguile me
E noi infatti seguile te e imbalcalci dopo avel lapinato il negozietto di acqua e biscotti pel il planzo konniciuà. Che la balca numelo due plevede altle tle ole di viaggio.

L’aria condizionata è inaspettatamente non da glaciazione, la barca è una specie di sottomarino con i vetri oscurati ed è tipo il 64, ferma ovunque.
A un certo punto della traversata stile Yellow Submarine il professor Pi si alza, sale in coperta e scompare. Poi si riaffaccia dall’oblò e dice:
-Meri che fai là sotto? Esci
-Esco dove? (che la lancia della Malesia non ha corridoi esterni)
-Esci qui
Mi afferra per un braccio e mi issa su una pedanina di 20 cm di spessore che circumnaviga la coperta della barca, con un corrimano lungo il tetto e nessun parapetto.

Avendolo avvertito cinque viaggi fa che soffro di vertigini non mi pare ne abbia mai tenuto conto pur annuendo ogni volta che glielo ricordo. E così stavolta sto tipo a strapiombo sul Mekong, attraversando villaggi e villaggetti con le mani a ganascia su uno scarso corrimano.

E si, anche qui mi tocca dirlo: su questo fiume giallo, tra due sponde verdi di bambù all’ora arancio del tramonto, gente sulle rive a pescare, coltivare, annaffiare, cucinare, ho pensato che valeva la pena, si, stare agganasciata su un precario corrimano del Borneo con tutta la vita racchiusa in un Eastpak da tre chili.

E per una volta i Beach Boys hanno lasciato il palco al Boss.
Che su quel corrimano nel Mekong questa solo mi è suonata nelle orecchie:

Banana&Papaya Boat

giovedì, settembre 6th, 2012

16 agosto – Da Kuching a Sibu

E’ nel dettaglio che a volte si annida il senso delle cose. Ed è a quel “ci muoveremo con mezzi locali”, contenuto nel comunicato n.3 del professor Pi, che avrei dovuto porre attenzione, non alla descrizione delle meraviglie verso le quali quei locali mezzi ci avrebbero traghettati. Fatto sta che, sveglia alle 6,15 nel pieno del getleg con partenza alle ore 7,15 dal Supreme Hotel di Kuching, un altro bollywoodiano pulmanino ci consegnava al locale porto ove una “barca veloce” ci attendeva.

Ci attendeva un par di ciufoli, visto che risultando le nostre prenotazioni ma non ancora il “posto assegnato” venivamo parcheggiati per mezz’ora nella malese sala d’aspetto per l’imbarco. Il concetto di “posto assegnato” evocava, ingiustificatamente vi è chiaro, nella qui presente la cabina Grandeluxe dello Yacht di Nathan Falco con Flavio Briatore a servirci il long drink di benvenuto, tipo Capitano Stubing di Love Boat, per le cinque ore di traversata previste verso quel di Sibu, Sarawak, Malesia. Devo dire che, a rafforzare queste certezze, ci si metteva anche la carrozzeria esterna di sta lancia della Malesia che non era affatto male.

Una volta pervenuti a bordo era però subito evidente quanto la capacità di ammassamento dei corpi, beni di possesso, gabbie di specie aviarie, bagagli con correlati esseri umani al seguito e mercanzie e masserizie, fosse pressoché senza limite. E’ altresì evidente che, nella massa di tratti asiatici, mongoli, indiani, pilippini, cinesi e dintorni, i soli italiani risultavamo noi con l’unica eccezione di una ragazza di 25 anni di Torino che “sto viaggiando anche io in Malesia”
-Ma che da solaaaa?
-Si ma poi capita sempre che incontri qualcuno
(lo specifico a uso e consumo dei miei genitori: come vedete poteva andarvi molto peggio e da molto prima).

Il “posto assegnato” era quello per i bagagli e le masserizie: in mezzo al ponte coperto, ammassati tra vettovaglie locali, volatili di ogni specie, galline, un gallo, un simil micio in una gabbietta con asiatico microbambino sedutoci sopra. Le cabine con poltrone, di tutto rispetto e confort, erano allocate in celle frigorifere tenute a temperature da banco surgelati dell’Esselunga. Giuro: neanche in America, dove il dollaro è agganciato ai gradi di aria condizionata sottozero, ho mai sentito un gelo simile.

A questo punto ipotizzo che la Malesia -a completa insaputa dei passeggeri di qualsivoglia mezzo di locomozione di terra di aria e di mare ma in special modo le barche veloci- partecipi a un programma internazionale che fornisce  cavie per la crioconservazione. Dunque scartata l’ipotesi di entrare a farne parte anche noi, si decideva di stazionare fuori tra i bagagli e laqualunque viaggiante del Borneo, coperti da un telone sulla testa e sovrastati dal rumore infernale dei motori sotto al sedere, vento veloce e forte in modalità tunnel dei neutrini di gelminiana memoria.

Messisi in  parte spalmati in coperta per svenire di sonno (tipo SilviaB, i tecnici, gli Svens) parte schiena addossata alla piramide di bagagli (Filippo, mi pare) e i rimanenti sui sedili fatti con tubolari di ferro, già dopo venti minuti iniziavano le contromosse per tentare prove di sopravvivenza alle restanti 4 ore e 40 minuti costì, onde poi poter offrire in dono la nostra rintronata testa ai dajacchi che di lì a poco l’avrebbero ospitata poggiata sui cuscini dei letti dei loro villaggi, in un primo momento ancora attaccata al resto del corpo.

Ve lo dico: un essere umano in grado di superare una prova del genere in Malesia può poi tranquillamente essere in grado di rassegnarsi a veder vincere di nuovo Berlusconi in Italia.

Slow Boat (Foto Meri Pop, nel dettaglio il "posto assegnato")

E credo che i Maya almeno una delle profezie finali l’abbiano intuita a bordo di una barca malese. Ciò specificato però aggiungo anche che:
1) ho capito quel microframmento che ho capito in Asia di Asia più nel saliscendi di umanità, flora e fauna da sta barca alle varie fermate intermedie che in tutto il resto del viaggio
2) un corpo immerso in un liquido, di sudore e affollamento generale, riceve una spinta dal basso verso l’alto ma anche dai lati, dal traverso e da ogni dove
3) esaurite le fasi A) panico B )valutazione del casino C) studio di contromosse D) giuramento solenne di mai e poi mai più attardarsi attorno a un tasto “prenota viaggio” si presenta di norma una fase E) eannamo

E anche qui io purtroppo ve lo devo dire: a tre ore dalla partenza smaniando fra vestimenti, svestimenti, metti la felpa, togli la felpa, metti cappello, togli cappello, metti camicia, avvoltola sta caspita di camicia, io mi sono ritrovata a osservare con una certa qual soddisfazione e compiacimento il tuttointorno. E mentre a una delle fermate smontavano la piramide di bagagli per rintracciare una gerla di bambù, di asiatica signora, contenente riso, alghe e affini, ho pensato lì, proprio lì, a bordo casino generale, col taccuino sulle ginocchia, penna in una mano e l’altra a tener fermo il cappello svolazzante in testa, che consideravo un privilegio poter guardare con i miei occhi che succede in questo pezzetto di mondo così diverso, così lontano, così altro. Poi mi hanno riallacciato la camicia. Di forza.

E un’altra cosa vi dico: osservando Geni, la nostra partecipante senior, sdraiarsi con classe e nonchalance su quei ferri tubolari investita da vento, bagagli, galline, sementi, rumore e canti di gallo, beh io mi sono detta che quanto vorrei, si quanto vorrei -dovendo rispondere alla domanda “dove vorresti essere a 71 anni?” ecco lì, curiosa come lei. Perché ho pensato- mentre lei si lamentava, in generale e anche del fatto che rispetto a 20 anni fa è più faticoso e servono energie che non sempre è ancora certa di trovare- che si invecchia certamente per consunzione e logoramento fisico. Ma il giorno in cui anziché scoprirti l’artrosi tu ti scoprissi non più curiosa non vorrebbe dire che stai invecchiando: vorrebbe dire che in qualche modo sei già morta.

Che viaggiare è faticoso. Ma tenersi vivi può esserlo molto di più.

In de giangol de maiti giangol, auimmauè auimmauè

mercoledì, settembre 5th, 2012

15 agosto

Non so perché poi a un certo punto della vita una senta l’esigenza di recarsi a verificare financo l’esistenza delle scimmie nasute del Borneo. Tutto sommato, fatte salve le quotidiane esternazioni di Gasparri e Cicchitto, avevo trovato un equilibrio nonché una qualità della vita più che soddisfacenti e a tratti addirittura esaltanti. Fatto sta che siamo qui, all’entrata del Bako National Park, ove contiamo di avvistarne svariati esemplari. Sono in estinzione, questo vi è chiaro, ma prima hanno deciso di dar modo alla qui presente di certificarne la momentanea esistenza ancora in vita, cosa della quale sono loro assai grata. Avvistiamo anche macachi con e senza prole e, attenzione, un serpente velenosissimo, verde, che non mi ricordo come si chiama ma non è che il nome vi preserverebbe da alcunché quindi statene alla larga a prescindere. Dopo avercelo ripetutamente indicato appollaiato su una radice, la nostra guida chiude il momento Superquark dicendoci:
-Siete stati fortunati, un turista tempo fa lo ha accarezzato, quello lo ha morso e dopo due ore il turista è morto.
Ora magari mi potete anche spiegare cosa spinga un essere umano cervellomunito, normodotato e mediamente pensante ad accarezzare un serpente velenosissimo del Borneo. E dunque scusa Giro Batol o come caspita ti chiamavi, nostra guida, non è che siamo stati molto fortunati noi ma se mi permetti è stato parecchio coglione idiota imprudente lui. Chiarito questo passaggio che ritengo però fondamentale per il prosieguo, dopo essere sopravvissuti anche al crotalo della Malesia, siamo dunque pronti ad affrontare -leggo dal dettagliato programma del professor Pi- “treak in the jungle”.

La giungla malese è una cosa che se la fate restare nei libri di Emilio, Salgari, è un conto -che infatti pure lui se ne guardò bene dal metterci piede, avendo scritto l’intera saga di Sandokan presumibilmente dal bancone del Bicerin di Torino- ma sotto ai vostri, di piedi, intorno ai vostri svaporati corpi e sulla vostra svanita testa sono cazzi cose ben diverse.

Si consideri che il nostro arrivo al punto d’ingresso della malese giungla avveniva a bordo di una barchetta tipo pescatori di Posillipo che ci traghettava con atterraggio in acqua e avvicinamento alla riva a piedi. Dieci passi ma di tutto rispetto, con scavallo della barchina, atterraggio in acqua zainomunita e calzone arrotolato, sandalo Teva aperto. Gli stessi sandali serviranno per l’esplorazione della giungla. Comunque ettecredo che Sandokan lo stavano a cercà le truppe e gli incrociatori inglesi di Sir James Brooke sguinzagliate da mezzo mondo e col cavolo che lo trovavano. Un sistema di passerelle e scale in parte attenua l’arrampicata su radici, sassi, liane, fittissime e inespugnabili foglie del grande albero adesso canta scorre il sangue nelle vene eccetera.

A un certo punto, volteggiando da una liana a una radice stile Orango Orfei di ieri, pervenivo addosso a Maria Teresa la quale a sua volta per poco non perveniva addosso ad Alberto e a tutto l’italico cucuzzaro. E comunque -lo specifico da tenutaria di blog sentimentale- magari con l’occasione nasceva anche qualcosa fra i due. Perché davvero io non lo so più una che si deve inventare per farvi incontrare. E scontrare, come nel caso in oggetto.

Dopo un’ora di questo andazzo, modalità Beach Boys In the jungle,The Mighty Jungle, Auimmauè Auimmauè -che questo anche va specificato, che io pensavo di atterrare nella Malesia e sentirmi per tutto il viaggio la colonna sonora di Sandokan degli Oliver Onions e invece qua mi ritorneranno in mente solo e sempre i Beach Boys-, su e giù da ponti, radici, dirupi, massi inframezzati da soste per consentire il traffico in senso inverso con chi tornava indietro, inizio a sentir cadere gocce di pioggia sui miei piedi, nonostante un sole che lèvati.
PIOVE, mi appresto a urlare alla ciurma tipo Sandokan sul praho, ma mi rendo conto che piove si, sui miei piedi e sui nostri volti silvani, caro il mio Gabriele D’Annunzio dei miei stivali, ma piove sudore, il mio. Mai vista una cosa simile, manco la bolla al naso che mi accompagnò per tutto il viaggio in Dancalia, che pure resta prima in classifica in quanto a checaspitadipostoediclima, sempreeancorasialodata pure Nicki Sventola che mi ci spruzzò l’eau rinfrescante Vichy prima del definitvo svenimento.

Da qui si evince anche perché la perla di Labuan, sì trascinata dal travolgente e squassante amore per Sandokan, se ne stette comunque a casa de zio, Lord Guillonk, servita, riverita, rinfrescata e sventolata, a ricamare e bere thè Lipton sotto al malese patio della malese caspita di villa che ho pure poi visto, no a Labuan ma a non mi ricordo dove.

Sedici eroici equipaggiamenti più o meno tecnici completamente intrisi di sudore, foglie, terra,muschi e licheni, finalmente sbucavano dopo un’ora di sta storia su una spiaggia da paura circondata da rocce aggettanti sul Mar della Cina. E si è stato allora, quando pur sbucataci come Tom Hanks in Cast away dunque immaginatevi il dress code -ecco dicevo pur sbucataci non esattamente come Jacqueline Lee Bouvier Kennedy Onassis a Capri- rifugiatami in un anfratto di roccia per infilarmi un costume e togliermi sti sandali Teva, mi sono tuffata direttamente nell’azzurro Mar della Cina gialla, allora dicevo è stato vagamente più chiaro capire perché poi a un certo punto della vita una senta l’esigenza di recarsi a verificare l’esistenza delle scimmie nasute del Borneo.

The jungle and the Sea, Bako national Park (Foto Meri Pop)

Ed era ugualmente a quel punto che Giro Batol, la guida, si giocava il jolly
-Volendo, invece di tornare indietro per i dirupi, potrei, in cambio di 35 fetusissimi ringhitt a cranio, farvi venire a prendere da una barca e tornare via mare.

La mozione Giro Batol sempresialodato veniva accolta all’unanimità degli astanti tranne la solitaria vocina di Miss Nikon che, allo scattare della foto numero 1057, in accento malenese (malesian milanese) a sorpresa annunciava:
-Ma io veramente vorrei tornare indietro a piedi, che a Milano faccio vita molto sedentaria.

Conosco casi di cronaca di gente che ha ucciso per molto meno. Ma nell’occasione Giro Batol specificava che NO PROBLEMA, noi comunque in barca -con Giro Batol- e lei a fette. Si incaricava l’equivalente evidentemente molto sedentario Professor Pi di non lasciar sola e accompagnare Lady Nikon nell’impresa. E dunque, esaurite le formalità di asciugatura corpi dopo bagni in mare ma rindossando indumenti ancora madidi del malese sudore che, è chiaro, co st’umidità tipo Aquafan non s’asciugherà mai più, tre miraggi di barchini si presentavano dal nulla del Mar della Cina a prelevarci. Già che ci stavamo era il prodiere a comunicarci che, in cambio di ulteriori fetusissimi 15 ringhitt a barca, ci avrebbero fatto fare pure un periplo dei locali malesi faraglioni, auimmauè auimmauè. Che dunque, tutto sommato, ecco che pure Capri torna. E Jacqueline Lee Bouvier  Kennedy Onassis anche.

Ciò detto, care le mie scimmie nasute del Borneo, ora vi potete finalmente estinguere in santa pace e senza ulteriori rotture di cogl scatole.

Ultimo UrangUtang a Parigi

martedì, settembre 4th, 2012

14 agosto Kuala Lumpur, partenza per Kuching

Non so perché poi a un certo punto della vita una senta l’esigenza di andare dall’altra parte del mondo per assistere al pasto degli UrangUtang. Ciò unito al fatto che per farlo occorre arrivare nel Sarawak, che lo sentite si che caspita di nome fascinoso, il Sarawak, dicevo già il fatto che la capitale di un posto che prometterebbe magia significhi “gatto” avrebbe dovuto allertarci almeno ai livelli Defkon2: che Kuching questo vuol dire, gatto. Ciò premesso il mio primo sbarco in Asia con destinazione pasto degli UrangUtang avviene da un aereo a un pulmino stile Bollywood comprensivo di tendaggi con mantovane, decorazioni natalizie residue e un parasole autista che copre quasi tutto il vetro anteriore con una sfilata di pinguini. E’ solo il caso di osservare che il tasso di umidità esterno è di circa l’80 per cento, vasca pinguini per l’appunto, e la temperatura percepita attorno ai 46 gradi. Quella interna è invece approssimativamente fra i 5 e i 10 gradi, che se la crescita di un Paese si misurasse in aria condizionata qui è chiaro che pure Standard&Poor’s non potrebbe esimersi dall’assegnare l’ AAA+++.

Si perviene in questa cella frigorifera al Semenggoh Wildlife Centre e bisogna pervenirci entro le ore 15 perché è a quell’ora che è previsto sto “pasto degli Urang Utang”. Ci viene raccomandato di portarci -nel percorso pulmino-buffet degli Oranghi-, acqua, scarpe comode e Kway. Brevi scrosci di pioggia, come si conviene a una foresta pluviale, riescono già dopo 3 minuti ad innalzare ulteriormente il tasso di umidità al 95% senza peraltro rinfrescare una cippa.

Attivata la procedura “mapooorcamiseria” infilo dunque il Kway ed è a quel punto che il Professor Pi mi sussurra
-Meri, ti consiglio di no
-Professor Pi, piove: allora che caspita ce lo siamo portato a fare?
-A meno che non diventi uno scroscione monsonico ti produce più acqua e sauna sto coso che la pioggia.

Sono ancora lì a interrogarmi sull’ontologia metafisica del Kway quando effettivamente arriva a dimostrazione il Teorema Pi: sauna modalità cascate Vittoria. Aritolgo il Kway mentre arranchiamo grondando laqualunquecosa e finalmente perveniamo in questo anfratto di giungla ove un UrangUtang sta facendoo Moira Orfei sulla Liana che collega due alberi. Una vista dopo la quale il concetto di snodabilità dei corpi si arricchisce di nuovi significati. Anche quello di sudorazione, peraltro. Che io ora vorrei sapere ma quanta caspita di acqua può contenere un corpo umano, per quanto mozzafiato e di tutto rispetto come quello della vostra qui presente ma pur sempre di 47 chili totali? Non ve ne fate un’idea.

Mentre Orango Orfei continua le sue evoluzioni per aria, un Cip e Ciop scoiattolo a terra gli sta fregando la cena (banane, arance, papaye e un pinzimonio di verdura). Il gruppo dei sedici valorosi italici eroi continua invece a offrire nuovi materiali di studio al comparto disidratazione dei corpi solidi. Lo so, magari ci ho un’età per cui sarebbe stato più appropriato essere esposta all’aria condizionata del Louvre o del Museo Picasso di Parigi. E anfatti, eccolo qua, l’ultimo urangutang a Parigi, Bernardo Bertolucci mi perdoni e Meri Schneider pure.

Finito il lauto pasto di Cip e Ciop ci ritrasciniamo in direzione pulmino boollywoodiano ove Giorgio, la nostra guida locale, ci attende per infliggere il colpo finale a un fisico già provato facendoci risalire completamente zuppi di sudore sul pulmino a temperatura pinguini.

La nostra Miss Nikon, Silvia A che per distinguere da Silvia B continueremo a evocare come Miss Nikon, immortala tutto -ma dico tutto nel senso che veramente a questa il Nescional Geografic je fa un baffo e Uikipidia pure- con la sua Coolpix P 5100 (nel momento in cui vi scrivo, e siamo in viaggio da scarse 72 ore, mi ha appena scattato la foto numero 956 dalla partenza): insieme a Luisa, Louis May Alcott nostra scrivana ufficiale che forse ricorderete per la medesima performance effettuata nell’Omo River, fanno dunque un’accoppiata documentale delle italiche gesta che a ste due Piero e Alberto Angela je spicciano casa. Le nostre Borneo’s Angelas documenteranno quindi anche i tre monumenti principali nonché unici di Kunching: tre statue di gatti. Orripilanti.

Credo, in assoluto, le statue più kitsch in carriera fatta salva quella che il Comune di San Cesareo ha dedicato a Manuela Arcuri.

Molti altri spunti una città che si chiama gatto coerentemente non ne offre. Se non, attenzione, la sfilata di ristoranti e banchi di pesce che si trova al sesto piano del locale parcheggio ove ci trasciniamo per la cena.

L’uomo, ve lo dico, non è fatto per le decisioni. Basta metterlo davanti a un menù per verificarlo. Ora provate a mettercene sedici. Con menù e possibilità di scelta anche dal vivo della locale merce ittica esposta: è materiale che consegnerò direttamente al CNR. Inutile si rivelava qualsiasi tentativo atto a contenere il continuo proliferare di aggiunte, cambi, ripensamenti, sostituzioni, anche di quanto già faticosamente ordinato all’allibito asiatico cameriere. La maggior parte dei sedici, a un’ora dall’arrivo, ancora ciondolava di banchetto in banchetto additando pesci, molluschi e crostacei ora in cerca di spiegazioni ora in cerca di un qualsivoglia punto di riferimento, in un corpo già provato dalla pomeridiana sauna e ora vieppiù disorientato dal trilemma frittura-vapore-griglia.

Neanche il piglio tedesco del professor Pi o quello catanese di Sven (“racazzi cerkiamo ti non prentere setici kose diferse sennò finiamo a ritosso della kolazionenn”) riuscivano a venire a capo di una situazione ormai ingovernabile. Neanche il governo dei “tecnici”, i nostri Patrizio e Chiara viaggiatori scalatori canyonisti nel senso di canyon ma pure di Canon in quanto fotografi, riuscivano a governare due tavoli ormai stracolmi di lobsters, pescipalla, soglioloni, scorfani, gamberetti e calamari.

Una ristoratrice pioggia di Tiger Beer placava infine la disidratazione dei corpi e delle sinapsi e chiudeva in un monsone etilico la prima tornata asiatica.

Voi sarete qui

domenica, agosto 12th, 2012

A seguito di circostanziate richieste pervenute nella mail di questo blogghe -“A Meripo’ ma ndo caspita vai che non ho capito?”- informo che non l’ho capito bene manco io ma in linea di massima voi sarete qui:

12 agosto – Fiumicino (è di norma la parte più impegnativa)
13 agosto – Bangkok-Kuala Lumpur
14 agosto – Kuala Lumpur-Kuching
Semenggoh Wildlife centre “per il pasto degli UrangUtang” (io speriamo che il pasto non siamo noi)
15 agosto – Bako National Park. Poi si torna a Kuching
16 agosto – Kuching-Sibu e poi Kapit via mare infine via terra alla Ruman Badong Iban Longhouse (non vi fate illusioni su Longhouse)
17 agosto – “Giornata pescando con la Iban tribe e passeggiata nella giungla”. So’ i daiacchi, tagliatori di teste, per capirci. Per l’occasione ho evitato di fare la messa in piega prima della partenza.

18 agosto – Aritorniamo a Sibu e proseguiamo per il Similijau National Park. Pernottamento nell’ostello del parco
19 agosto – “Mattinata di relax sulla spiaggia e/0 camminata verso Turtle Bay (secondo voi come va a finire, la disfida delle opzioni, considerando che sta camminata è di 7 chilometri andà e 7 a tornà?). Nel pomeriggio trasferimento a Miri
20 agosto – In mattinata si spediscono i bagagli a Limbang. Il gruppo vola a Mulu National Park con uno zainetto , nel pomeriggio Deer and Lang’s Cave. Al tramonto ci appostiamo davanti alla bat-cave per vedere l’uscita dei pipistrelli
(a noi il figlio della Moratti ce fa un baffo, con la bat-casa)

21 agosto – Risaliamo in barca il Clearwater River, visitiamo le Wind e Clearwater Cave. Volendo si può fare il bagno nel fiume. Pic nic. In barca per Long Lutut
22 agosto – Trekking per salire ai Pinnacles. Per chi non è in grado c’è un agevole Kerangas Trail di due ore con arrivo su cascate.
23 agosto – Headhunters trail (12 chilometri) verso Terikan. Barca e arrivo alla città di Limbang
24 agosto – Barca veloce da Limbang a LABUAN (ecchime) poi verso Kota Kinabalu
25 agosto – ore 7 volo per SANDAKAN
26 agosto – In barca a Ox-bow lake, camminata nella giungla alla ricerca di scimmie e uccelli
27 agosto – In mattinata trasferimento via terra a Semporna
28 agosto – Trasferimento da Semporna a Mabul Island
29 agosto – Mabul Island
30 agosto – Mattina ancora al mare poi Semporna poi aeroporto di Tawau verso Kuala Lumpur
31 agosto e 1 settembre – Kuala Lumpur

(se.. capirai, pare vero)

La tigre della Malesia e il Leone di Tolstoj

venerdì, agosto 10th, 2012

Poco prima di separarmi dal mio primo marito, che ad oggi è anche l’unico ma faceva fico la frase, mi regalarono “Guerra e Pace“. Non so se fosse un suggerimento strategico-diplomatico. Consta, in ogni caso, di due discreti mattoni, di capolavoro sia chiaro, ma sempre mattoni sono. E dunque, siccome ci si avviava verso l’inverno, ricordo che dissi fra me e me (anche perché nel frattempo non c’era più nessuno accanto)
-Bene, mi terranno compagnia nelle solitarie serate invernali

Tre mesi dopo aprii questo blog (son circa due anni e una nticchia fa). Beh io, finora, non sono riuscita ad arrivare neanche a finire il riassunto della quarta di copertina.  

Così ieri stavo cercando il libro da portarmi in quota “letture da perla di Labuan” e m’è riscappato fuori, anziché la tigre della Malesia, il Leone de Tolstoj.

La presente dunque per dirvi che se ad oggi io non ho la più pallida idea di che caspita ci sia scritto là dentro, e dunque del capolavoro che mi sto perdendo, si sappia, è colpa vostra. Di serate solitarie non se n’è vista più manco una, da che son rimasta sola.

Ciò detto io allora vado. A Sandakan. E Labuan. E in Giro Batol. E mi porto dei libri. Ma non quello. Che, ne sono certa, mi terrà compagnia nelle solitarie serate invernali prossime.

Ci vediamo tipo ai primi di settembre, tigrotti.
Fate come foste a casa vostra, non innamoratevi d’agosto, spegnete le luci prima di andarvene la sera e date un po’ d’acqua alle piante.

Hasta la lista

giovedì, agosto 9th, 2012

Elenco degli oggetti ancora mancanti per lo zaino secondo la lista fornita dal professor Pi alla voce “Cosa portare” per fare la perla di Labuan:

-Sacchi spazzatura grandi e robusti (nell’escursione sui fiumi e durante alcuni trasferimenti sulle isole i bagagli potrebbero essere esposti all’acqua)
Io purtroppo sono ormai nella fase rassegnativa tale per cui a leggere sta cosa neanche mi sono agitata più di tanto e anzi mi son detta “Ambeh, almeno non ha scritto che i bagagli potrebbero essere esposti all’attacco degli squali”
-Guanti da lavoro (utili soprattutto nell’ascensione ai Pinnacles)
-Zanzariera (utile per il pernottamento in Longhouse al camp 5)
(Ora voi mi dovete dì, se uno scrive che si dorme nella Longhouse io già penso al Longhouse Resort Hilton, MINIMO, no a un posto in cui te devi portà pure la zanzariera e la carta igienica da casa)
-Carta igienica di riserva
(Anfatti, vedete? Ma di riserva de che? Ma io come devo fa’ con quest’uomo?)
-Coltellino svizzero e posate tipo campeggio
(Picchè, picchè, picchè io sono l’unica che se le dicono che dormirà in “alberghetti” e mangerà in “ristoranti” se deve portà pure le posate tipo campeggio?)

In questo agile “Indicazioni per il viaggio Borneo malese” a cura del professor Pi esiste poi un paragrafo “Sanguisughe”: io l’ho stampato ma non l’ho manco letto. ED è IL PARAGRAFO PIù LUNGO DI TUTTI. MEZZA PAGINA SCRITTA A CORPO 8 NEL SENSO SCRITTO PICCOLISSIMO.

Con la prima scimitarra che trovo all’aeroporto di Kuala Lumpur lo so io che ci faccio.

Là dove c’era l’erba e qua dove c’era un loveblog

mercoledì, agosto 1st, 2012

Avverto l’utenza che se si inserisce su Google “sanguisughe Borneo Sandokan” il quarto risultato è questo:

SuperCaliFragili » sanguisughe

  • www.supercalifragili.com/?tag=sanguisughe
    5 lug 2012 – Tags: Borneo malese, giungla, isole delle Tartarughe, Professor Pi, Salgari, Sandakan, Sandokan, sanguisughe, Sipadan, tagliatori di teste

    E dunque se “Là dove c’era l’erba ora c’è una città” ora aqquà dove c’era un blog sentimentale mo’ ci sta un allevamento di sanguisughe. Mi compiaccio. Evvabbè ora sentiamoci la Via Gluck che “ma un giorno disse/ vado nel Borneo in città/ e lo diceva mentre piangeva”.

  • La pirla di Labuan

    martedì, luglio 31st, 2012

    DRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIINNNNNNNNNNNN
    -Meri?
    -Professor Piiiiii che piacere, ci siamo quasi eh?
    -Si ,cara, senti volevo ricordarti di mettere nello zaino anche un cappello
    -Ma certo che l’ho messo, il cappellino di paglia con il velo da Marianna, tendenza Carole Andrè
    -Ecco no, paglia non va bene perché ha i buchi, serve un cappello di cotone pesante
    -Professor Pi ma il cotonaccio non va bene per perla di Labuan…
    -Lo so Meri però va bene per le sanguisughe

    SILENZIO

    -Meri? Meriii???
    -Ma non s’era detto che per le sanguisughe servivano le ghette e i pantaloni tenuti stretti coi calzini sopra?
    -Si, quello per le sanguisughe che saltano da terra. Poi ci sono quelle che scendono dagli alberi

    SILENZIO 2

    -Meri?
    -Io però così non ce la posso fare, eh. Già con le calze da sanguisuga lo capisci da te, prof, che io la perla la faccio col cavolo ma adesso pure con il cappellaccio l’unica cosa che posso fare è la pirla, la pirla di Labuan, accidentammè e a quando guardavo Kabir Bedi da piccola e accidentipurallui e alle calze elastiche e antisanguisughe, che possa portarle mo’ che è anziano e che anzi ci si arrotoli tutto come la mummia di Tutankane.