Archive for the ‘Sa ndo van’ Category

Borneo to run

venerdì, settembre 21st, 2012

-Meripo’, belli i racconti, eh, però si capisce che stavolta non è stata come le altre

E’ che io prima apro i blogghe, poi ci scrivo sopra e infine mi stupisco se sono frequentati da gente che sa leggere. Pure tra le righe. Tutto ciò premesso, arrivati ai titoli di coda di sto grande Boh che è stato il Bohrneo, è ora di dire che si, stavolta il mio sguardo sul viaggio è stato pressappoco questo:

Il grande Bohrneo (Foto Chiara Paparelli)

al punto che quando sono arrivata a casa e ho scaricato le mie 145 foto per totali 21 giorni, a fronte delle 7.890 di Miss Nikon sempresialodata, mi sono accorta che sembravano fatte da Frank Morris aka Clint Eastwood mentre scappava da Alcatraz. Ce ne fosse una a fuoco, per dire. Tipo le mie idee e un po’ anche il mio cuore mentre ero lì.

E dunque potrei anche continuare a raccontarvi dei quattro giorni a Mabul Island e dei tre a Kuala Lumpur ma, credetemi, direi che dopo il Teorema del M’illudono d’immenso ci possiamo fermare. Non prima, almeno di avervi messi a parte delle dieci cose che ho imparato dal grande Bohrneo.

10) Ci sono VIMP, viaggi a immediato impatto, e ci sono quelli a LER, lento rilascio.

9) Ci sono viaggi, e momenti della vita, nei quali non bastano gli occhi  per vedere cose che non siamo pronti a vedere

otto – il numero otto ve lo devo scrivere a lettere perchè col numero sto coso non so perché mi mette la faccina che ride. dunque dicevo otto) Inutile in questi casi portarsi la macchinetta fotografica (anche perché se siete fortunati trovate Miss Nikon e Carmencita che lavoreranno al posto vostro. Per non dire di Maria Teresa, Chiara e il professor Pi)

7) ci sono invece momenti della vita nei quali sei certo di vedere cose che in realtà non esistono. La salvezza corre, di norma, nel saper distinguere un attimo prima della catastrofe il punto 9 dal punto 7.

6) Se non ci state a capì niente potete dunque capire come mi sono sentita io

5) I noodles sono ottimi ma, come tutte le cose della vita, a forza di trovarteli ogni momento tra i denti possono venire a noja presto. Dunque se, a occhio, vi rendete conto che eravate un amore ma state a diventà un noodle, defilatevi.

4) Le sanguisughe possono essere assai fastidiose. Ma se quando le incontri ti sembrano un raro esempio di correttezza istituzionale fatti una domanda e datti una risposta

3) E se anche quando incontri i tagliatori di teste tutto sommato ti sembrano un faro di civiltà è ora di cambiare Paese. No, non quello nel quale momentaneamente ti trovi: quello dal quale provieni

2) Hai avuto paura e ti sei sconcertato nella giungla, a casa dei dajacchi, in mezzo ai guadi di fiume e sotto il tiro di incazzosi orang utang. Non avevi ancora visto la festa di Trucidopoli, Toga party alla vaccinara . Che quelli almeno le teste dei maiali le seppelliscono nelle fondamenta delle case.

1) Il viaggio è quella distanza che separa ciò che ti poteva essere chiaro anche qui accanto dai diecimila chilometri che hai dovuto percorrere per rendertene conto.

Ed è per questo che vale sempre la pena percorrerli. E dunque Borneo to run.

Benvenuti in Merinesia

mercoledì, settembre 19th, 2012

26 agosto – da Semporna a Mataking 

Dello squallore di Semporna si è detto a sufficienza, non è che posso stare a intristirvi più di tanto, che pure voi avete i caspita di cavoli vostri. Data per acquisita la rara tristezza del luogo arrivava il 26 mattina una barca a prelevarci, o meglio a liberarci per condurci a una seduta intensiva di snorkeling in quel di Mataking. Ora io in Polinesia non ci sono mai ancora stata ma fonti attendibili mi dicono che, non sapendolo, chi sbarcasse a Mataking potrebbe tranquillamente pensare di essere a Bora Bora. 

Mataking (Foto Professor Splash Pi)

Ed è quello che a me è sembrato, finalmente, lo sbarco in Merinesia 

Merinesia (Foto Professor Splash Pi)

quel uogo ideale del cervello, più che dell’orbe terracqueo, che si insegue nei momenti di più bassa autostima che si susseguono di norma dai 14 agli 84 anni, io trovandomi comunque più vicina al secondo step che al primo di questi due citati. E visto che ieri abbiamo tirato fuori dalle Teche Rai “Born to be alive” oggi diamo l’onore delle armi a Phoebe Cates (anno di grazia 1982 dopo Villarzilla), che giusto lei sentivo mentre mi immergevo nelle cristalline acque. 

 

Spettacolo sopra e sotto il mare, in cielo, in terra e in ogni dove. Eccheccavolo. Era pure ora, no? E daje su.
L’amaro rientro serale nella deprimente Semporna veniva in parte riscattato da un giretto al supermercato e all’islamico bazar con un professor Pi fermamente determinato ad acquistare nel primo qualcosa da mettere sotto i denti (mandorle, unica cosa mangiabile) e nel secondo un Baju Melayu, il costume tipico malese. 

E’ che la XXXLLL è un concetto di taglia che al malese medio sfugge. Comprensibilmente. Ma certo lo spettacolo dei commessi del Semporna bazar che assistevano ai vestimenti e svestimenti provamenti e riprovamenti del professor Pi, alle prese con taglie lillipuziane per la stazza, è roba che terrà impegnati gli antropologi fra qualche millemila anno. 

Bajo Melayu ammiration moment

L’alternarsi di stupore, ilarità, sganasciamenti misti a sincera ammirazione per quel refrigerator di occidentale uomo che si ostinava a insaccare una XXXLLL nella locale L e che a stento riusciva ad abbottonare il malese pantalone che comunque a stento arrivava al sottoginocchio, tipo alla zuava, è ugualmente scena indelebile per me e figuriamoci per loro, i loro figli e i figli dei loro figli. La delusione per lo svanito acquisto veniva affogata nel sacchetto delle malesi mandorle prima e della malese Tiger Beer di lì a poco, Tiger che tutti ci avrebbe accompagnati prima nel Sempornese letto indi, la mattina dopo, verso l’agognato sbarco a Mabul Island. Mabul Island. Ripeto: Mabul Island. Lo sentite già lo sciabordio delle onde del mare di Celebes? E le palme a farvi da corona mentre siete spiaggiati tipo i leoni marini nella baia di san Francisco, sulle bianche spiagge malesi aggettanti sulle cristalline acque, sorseggiando Pinacolada al Mabul Island resort? La sentite anche voi la magia?

Borneo to be alive

martedì, settembre 18th, 2012

25 agosto – Sandakan&Sepilong Orang Utang 

Alle ore 7 si decollava da Kota Kinabalu con destinazione Sandakan, città dell’omonimo figaccione. Non vi sto a dire della sveglia alle 4,30, tra ammaccature recenti da impatto tombino e chilometrici pedestri risentimenti precedenti. Menzione speciale mi è qui gradito fare, invece, della colazione, breakfast box, che il pregevole SABAH ORIENTAL HOTEL di Kota Kinabalu (il presente vale come errata corrige: che m’ha detto Miss Nikon che ieri ho scritto Century Hotel invece alla fine eravamo stati dirottati su questo sempresialodato) ci faceva trovare alle ore 5 alla Reception: doppio muffin (cioccolato e mirtilli), dolcini a fette, mela e arancia. 

A Sandakan ci prelevava nonmiricordomancopiùcchì e ci traslava al Sepilok Orang Utang dove alle ore 10 era previsto il breakfast loro. E qui diciamo subito che sti Oranghi sono dei tipini piuttosto riservati interessati unicamente a mangiare, a quanto pare, incazzosi, appartati e pericavoliloro che però ti compri con due banane e una papaya. 

Sepilong, indovina chi viene a cena (Foto Maria Teresa Menna)

Che tanto basta a farli uscire e apparire. Ma, ormai in overbooking di liane e papaye, a quel punto il gruppo decideva che sì, bella la giungla, belli gli Oranghitanghi, bella pure la buasserì (cit, il Marchese del grillo) però ora pure mobbasta: un diffuso e spontaneo ammutinamento indurrà il Professor Pi ad annullare un altro giro di scimmie, felci e giungle notturne e anticipare immediatamente le procedure di sbarco verso Semporna, arcipelago di Sipadan, avamposto che poi ci condurrà a Mabul Island. 

E’ che quando il pulmino, dopo quattro ore di dolon dolon da Sandakan a sta meraviglia, si fermava davanti ad alberghetto in fetusissima strada di puzzolente posto, immaginavo che fosse per il pipì-stop dell’autista. E immaginavo male, malissimo. Perché, signori, la porta verso il paradiso di Sipadan e dintorni cigola. Anzi, non è manco una porta: è un incredibilmente squallidino e anonimo posto. Dove blatte e topi scorazzano allegramente tra pozze di nonvogliosaperecosa. Succede lì, a picco su un mare e su un arcipelago immortalati sui depliant di meraviglie del mondo. 

Forse qui, più che su un’isola, stavamo sbarcando su una metafora della vita: niente è gratis e nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma. Tutto sta a capire a che punto di sto casino ti trovi. 

Voglio infine rassicurare tutti quelli che in queste ore mi stanno scrivendo riguardo al post di ieri sull’impatto col tombino: tutta intera emersi, grazie alle possenti braccia del professor Pi.

Borneo to be alive. Che a me Patrick Hernandez mi fa un baffo. 

Di perle nelle ostriche e pirle nei tombini

lunedì, settembre 17th, 2012

24 agosto Kota Kinabalu

Naturalmente mezz’ora prima dell’ora di cena si scatena una pioggia a doccia che durerà tutta la notte. Sbarchiamo impavidi a questo Fish Night Market

Kota Kina Kitchen (Foto Professor Pi)

dove iniziava una serata di slalom gastronomico da Guinness

Kota Kina Cena (Foto Maria Teresa Menna)

Ed è a Kota Kinabalu che troverò, oltre a questa apoteosi di spiedini, ali di pollo, ostriche senza perle e crostacei senza piatti, la dimostrazione scientifica di una teoria che, da tempo sostenuta dal Professor Pi, ha trovato nuove conferme anche in Patrizio, reduce da una serie di viaggi ai confini della realtà: viaggiare è un fatto di testa, ancor prima che di fisicaccio. La teoria è che, anche per situazioni molto impegnative, una buona testa può compensare un fisico meno allenato: il contrario mai.

Ed è infatti così che, sopravvissuta a cinque giorni di giungla, guadi di fiumi, tagliatori di teste, sanguisughe da gambe e tutto quello che sapete, nel pieno centro abitato e civilizzato di Kota Kinabalu sono finita dritta dentro a un tombino aperto.

La scena è presto detta: esterno notte, pioggia, semibuio di città, in uscita dal mercato, la compagnia viaggiante si apprestava ad attraversare la strada in cerca di un taxi quando la qui presente non vedeva una profonda buca aperta tra marciapiede e strada e ci finiva dritta dentro, tipo i cartoni animati.

Nell’incredulità generale sentivo solo la voce di Filippo che credo abbia detto qualcosa tipo
Occazzo Acciderbola
indi sentivo le possenti braccia del professor Pi sollevarmi dal sottoascella ed estrarmi. Ammaccata ma stabile su entrambe le gambe, ammaccate pure loro ma intere, la pirla di Labuan si interrogava inutilmente sul dilemma
-Come caspita si fa a uscire indenni dalla giungla dei Dajacchi e finire inghiottite nei tombini di KotaKinabalu?

Preso un taxi al volo (un altro tipo, di volo) e rientrati nei fasti del Century Hotel, una volta fatta la constatazione amichevole dell’incidente con un primo bilancio dei danni -un paio di sbucciature, lividozzi, pantaloni e kway inservibili- era il professor Pi a dire:
-Meri, io devo riportarti in Italia tutta intera e conto sulla tua piena collaborazione per la riuscita di questa impresa.

Dopodichè mi preparava un bel Nescafè (e ringraziate che stavamo nell’albergo figo), apriva la confezione di biscotti Oreo cioccolato e crema acquistati nella inguardabile Labuan

e procedeva al cioccococcolamento della pirla. Spazzolati via i biscotti e scolatasi il caffè, riposti in un sacchetto gli inservibili indumenti del frontale col tombino, la pirla si addormentava ancora interrogandosi sugli imperscrutabili e sconfinati sconfini dell’umana stupidità e sbadataggine.

Che ora che ci penso mica me lo ricordo come va a finire Sandokan. Ma escludo nella maniera più assoluta che ciò possa essere avvenuto tramite l’inghiottimento in un tombino di Mompracem.

Resta infine ancora oggi aperto, oltre al tombino, il pensiero sul momento nel quale, finalmente uscita da quella caspita di giungla con i dodici chilometri d’iradiddio e sanguisughe che sapete, mi ero detta:

-Effinalmente, ora che la parte cazzuta del viaggio è finita il resto è tutto in discesa.

Appunto.

A ciambellò, tu m’hai provocato…

domenica, settembre 16th, 2012

Riceviamo e volentieri pubblichiamo (che il mondo deve sapere ma deve soprattutto assaggiare, certe volte)

Cara Meri, se ti fossi scordata della bontà della torta gentilmente offerta da Pi a Limbang eccotene una plastica rappresentazione:

Malesian cake (Foto Miss Nikon)

anche nella versione slice, fettona:

A ciambellòtum'haiprovocatoeiometemagno (foto Miss Nikon)

Tua Miss Nikon

Sanguiseghe time

sabato, settembre 15th, 2012

23 agosto

La notte trascorreva tra stridor di ronfate e scrosci d’acqua. Si consideri che dalle 7 della mattina ci attendevano dodici -ripeto DODICI- chilometri di trekking sul temibile Headhunters Trail, sentiero dei cacciatori di teste al quale saremmo pervenuti avendo accumulato, nell’ordine:
n. 5 km il 20 agosto
n. 8 km il 21+spingimento barche e saliescendi dalle grotte
n. indefinibili per i Pinnacolieri.
Ma era il fattore Pi il vero incubo notturno. No, ma quale Pipistrelli, no ma che vi pare il professor Pi? La PiOGGIA: dodici chilometri sotto secchiate d’acqua con melma, scivolamenti e la Woodstock di sanguisughe che avremmo incontrato mi si palesavano in ogni anfratto di micropisolo, tra un ululato e uno stridìo della notturna giungla.

E così siccome ogni tanto persino Zeus si muove a compassione la mattina alle 6,15 un cielo grigio ma asciutto accoglieva il risveglio del Camp Five. Vestita così com’ero stata per la notte, effettuato solo il cambio calzone lungo in favore di quello corto, le sonnolenti truppe si radunavano per la partenza confortate da una colazione a base di uovo sodo di marmo e specie di pancake di piombo sul quale si tentava di spalmare del mastice marroncino spacciato per burro di arachidi, con ciò confezionando vere e proprie armi di distruzione di massa.

Vi risparmio la cronistoria del percorso. Tra ponti tibetani

Meri tibetan bridge Pop (Foto Professor Pi)

ponti di legno, radici, foglie, insetti, guadi, sassi e te credo che se alla fine incontri qualcuno che ti saluta male poi gli seghi la testa. Minimo.
Fatto sta che al km. -1 dall’arrivo, asciutti di pioggia ma zuppi di sudore, iniziavo ad elaborare fondate teorie di dimostrazione dell’esistenza di Dio. Naturalmente l’ultimo chilometro dei 12 è durato tipo come l’ergastolo: fine della pena mai.
Eppure, miracolosamente, dietro un’ennesima fratta, si iniziava a udire un italico vociare del primo nostro contingente ivi arrivato a picco sul fiume con altri sciami d’api, calabroni e vespe una delle quali un chilometro prima aveva già punto Laura tra i capelli.

Il gruppo primo arrivato era dunque intento alle operazioni di rianimazione respiratoria ma soprattutto di tamponamento con fazzoletti Citrosil delle numerose sanguinolente falle pedestri aperte -sissignori- dalle locali sanguisughe disseminate come tagliole proprio sull’ultimo pezzo di trail. Faccio presente che non più tardi di qualche chilometro prima Geni senior aveva rassicurato le truppe:
-Tranquilli, mi ha detto la guida che qui di sanguisughe manco l’ombra
con ciò adombrando l’ipotesi che ci si facesse suggestionare da reciproche sanguiseghe.

Alla vista della cruenta scena del crimine la vostra qui presente, pur apparentemente indenne da segnali di attacco, si sentiva un improvviso e diffuso sanguisugare ovunque. Toltasi scarpe e calzini alla velocità dei neutrini la sottoscritta iniziava una minuziosissima ispezione che confermava:
A) l’assenza di ciuccianti sanguisughe
B) la presenza di perenni sanguiseghe che io continuavo a sentirmi laddove le avvistavo su piedi e gambe degli altri.

Si procedeva quindi anche al contestuale cambio scarpe-sandali per poter nuovamente immergersi in piroghe che ci attendevano sul greto del fiume

Malese piroga (Foto Meri Pop)

per la risalita dello stesso, con durata prevista di ore TRE mentre una parola magica faceva capolino dalla disfatta sanguisughiga: lunch.

Era in  occasione del lunch -ottimo picnic attorno a un tavolo in praticello costeggiante fiume- che notavo sulal chiappa destra del Professor Pi il sigillo inequivocabile dell’avvenuto impatto: la lettera scarlatta di stille di sangue sparse ma copiose che variegavano il pantalone tecnico fu bianco.

-Professor Pi scusa ti ricordi che prima nella giungla hai esclamato “accc forse qualcosa mi ha pizzicato qua dietro?” Ecco togli il forse e togliti anche i pantaloni.

La scena che seguiva è materia che andrà ad ingrossare, oltre il corpaccione della maledetta che se l’era accalappiato, anche i manuali di antropologia dei posteri e dei posteriori- Scena di tutto rispetto, il pubblico abbassamento di braghe e, vi assicuro, indimenticabile. Contestualmente anche Alberto e Sven compilavano un Cid Citrosil di avvenuto impatto con sanguisughe, il piede di Sven eruttando come l’Etna ma nella sua più assoluta indifferenza, intento come era a gustare il prelibato intruglio del pranzo.

-Ora hoffame e mancio poi topo makari ci penzo, ah
esclamava rassicurante in tedescosiculo mentre il dito della vostra Meri ancora tamponava, rincorrendolo, il fazzoletto sul pregevole fondoschiena del Professor Pi il quale a quel punto richiamato anch’egli più dai morsi della fame che da quelli della sanguisuga, stoicamente mi apostrofava:
-Grazie Meri mobbasta che hoffamepureio

Spazzolata via ogni traccia di cibo, io ancora in evidente stato di choc al posto altrui, osservavo Sven avviarsi con tutta calma al barchino, contenente il pronto soccorso, lasciando una scia di sangue che manco Dario Argento , dicevo osservando la sua calma olimpica a fronte dell’incipiente crisi isterica mia per il piede suo, ho capito che gnaapossofa’, non ce la farò mai. Mai riuscirò e mai nessuno riuscirà, manco padre Amorth, a liberarmi dall’agitosi che mi prende in simili frangenti. Hai voglia a dire  all’ansiosi “esci da questo corpo”: vi stimo molto ma io, ad abituarmi a questo e considerarlo normale, non ce la posso fa’. Io mi agito. Dentro. Mi shakero proprio. Che magari poi fuori sembro anche la Sfinge. Ma dentro sono cazzi cavoli.

Con le Pinnacles, fucile ed occhiaie

venerdì, settembre 14th, 2012

21 agosto  

Appurato che il 13 dicembre Santa Lucia non è il giorno più corto che ci sia, si sperimentava che però il 21 agosto è incontrovertibilmente il più lungo. E dunque parliamo di questo Camp Five che, una volta riemersi come Zombie dal fiume, ci appariva in tutta la sua magnificenza. Miss Nikon, riemersa solitaria dalla boscaglia ad appena mezz’ora dagli ultimi ma senza ausilio di giapponesi, dava il “la” all’epilogo della giornata con la legittima domanda:
-Scusate, sono già state assegnate le stanze?  

Interrogativi che in condizioni di normalità sono più che legittimi, dopo dodici ore di sbattimento dall’alba.  

-Siamo tutti alla Room3 con due tedeschi
rituonava il professor Pi da un ballatoio di legno con alle spalle una camerata semiaperta ai lati ma con un tetto di lamiera, nella quale trovavano posto, su due muretti alti ai lati, 18 materassini, 9 per lato di ecopelle tipo divani Mondo Convenienza.  

-Con 10 ringhitt per notte si può noleggiare la zanzariera
specificava illustrando i confort previsti nella lochéscion mentre un pipistrello compiva evoluzioni da Barone Rosso alle sue spalle esattamente all’interno della Room3 e le vespe, una volta appozzatici vestiti nel fiume con ciò togliendo il richiamo degli abiti, si assiepavano su scarponi e calzini lasciati in bella mostra all’ingresso, che anche qui si va scalzi sulle assi di legno.  

Sssshhhh. Non dite nulla. Lo so. Ho perso i requisiti da minimo sindacale per le lamentazioni almeno quattro viaggi fa, al Safari australe est. Accettato quello e continuando a ripresentarmi agli imbarchi dei viaggi successivi so bene che esiste solo la spiegazione della sindrome di Stoccolma intesa non come quella del viaggio a. Ma tant’è.
Il professor Pi stava lì anche incerto se affittarla, sta zanzariera mentre io ce l’avrei voluto proprio avvolgere tipo sarcofago egizio indi farmi vedere da uno bravo. Uno psichiatra, intendo e dunque lì stentoreamente annunciavo  

-Abbi pietà, investiamo sti 20 ringhitt e aiutami a montare la caspita di zanzariera
esempio virtuoso che veniva seguito da tutti gli astanti per poi giungere, dopo manovre non sempre agevoli, al seguente risultato:  

Camp5, Room3, Meriuan (Foto Professor Pi)

E dunque questo Camp Five che è? Non un camping, non un ostello, non un albergo, non una Longhouse. Non è niente di conosciuto, per me. E, ve lo devo dire, come non bastasse la premenopausa che mi tormenta, ad essa si aggiungeva anche la difficoltà di capire dove caspita mi trovavo. Il tutto si traduceva in un’acutizzazione della mia già avanzata insopportabilità persino a me stessa, figuriamoci al povero Pi&Co. 

Insomma alle 18 sconforto, alle 19 cena, alle 19,30 la guida convocava il Pinnacles briefing. E qui apriamo un altro capitolo incomprensibile alla scrivente:
4 ore per la salita
5 ore per la discesa
partenza ore 6,30
rocce affioranti, terreno scivoloso, pendenza fra il 45% e il 75%, distanza da coprire 2.400 metri, occorrono 3 litri d’acqua almeno, guanti da lavoro per aggrapparsi alle rocce, barrette energetiche, mantella, torcia, kit pronto soccorso, l’aiuto del Padreterno e, dovesse piovere dopo la mezzanotte di stasera, si annulla tutto. Segue grafico 

Scalata ai Pinnacles, istruzioniperluso (Foto Professor Pi)

Persino il panzer Marià la sera prima aveva tenuto un’ora di riunione dissuasiva sui Pinnacles così concludendo 

-E portatevi anche il passaporto
-Per il riconoscimento delle salme
aveva sapientemente chiosato Filippo 

Giorni di tormento. Altrui. Che a me l’idea di sti Pinnacles, confesso, non m’ha sfiorata mai. Finché nove di noi, nel tira e molla fino alla sveglia delle 6,30 del giorno dopo, decideranno che si, annamo. 

Alle ore 21,30 -ora in cui al Camp Five scatta il coprifuoco per chiusura luci-, messo il sacco lenzuolo sotto e sta zanzariera sopra, prima spogliatami poi rivestitami (che l’umidità cala da ovunque insieme a moscerini, farfalle e pipistrelli nonostante la possente zanzariera) pare -dico pare- che si possa chiudere pure sto 21 d’agosto che per quanto mi riguarda sta a durà almeno da luglio. 

22 agosto 

Giornata di sostanziale fancazzismo dei restanti al Camp Five mentre i partenti  per i Pinnacles alle ore 6,30 buttavano il cuore oltre l’ostacolo e, per quanto reso noto, potevano buttà pure il cuore alla fine della performance. Dice che “chi deciderà di non fare i Pinnacles volendo potrebbe fare il Kerangas Tr…” immagino ci fosse scritto Trail ma guardate io manco ho finito di leggere la frase. E dunque me ne stavo a ciondolo, mangiolo, bevolo, gongolo, prontolo, brontolo finché alle ore 15 Patrizio ci riappariva -primo vittorioso rientrante dalla spedizione pinnacolesca- come un Vietcong a fine guerra. 

-Bravo, hai già fatto il bagno vestito nel fiume pure oggi?
-No, cara, è sudore 

Non faceva manco in tempo a piazzarsi sotto la tettoia del Camp Five per un tè caldo che plic plic plic iniziava una pioggerella che, nel volgere di minuti due, assumeva dimensione tifonico-monsonica con allagamento anche di tutto il Camp, gli altri 8 sempre chissà dove appiccati là sopra.
Alla spicciolata, e in modalità Survivor, tutti sani e salvi nonostante qualche grattugiata di roccia, rientravano alla base, la penultima baciando terra come il Santo Padre in terra straniera e l’ultima alle ore 18, Annuzza nostra mi pare, insieme all’esausta guida. 

Survivor (Foto Professor Pi)

E però pare che, lassù, ci fosse questo: 

Pinnacles (Foto Chiara Paparelli)

Ovviamente l’aria stava rinfrescando. Giusto mo’ che siamo qui solo con “lo stretto necessario”, molti senza manco la felpa. Il risultato finale dell’accumulo strati della sottoscritta è imbarazzante anche solo a trascrivervelo: pantalone lungo, maglietta manica corta, seconda maglietta, camicia, felpa, sandalo aperto con calzino da trekking. 

Siamo ai livelli passeggiatori della domenica anni ’80: tuta acetata, calzino bianco, mocassino e borsello. Per fortuna è notte e persino la Carmencita di Miss Nikon ha alzato bandiera bianca, che s’è esaurita financo la batteria senza possibilità di trovare prese fino a domani sera. E così pure uno specchio. 

Dopo luculliana cena servita alle 19, alle 20 i Pinnacolieri iniziavano a dar segni di evidente cedimento strutturale, qualcuno sognando già la branda. La mia, branda, era piazzata giusto in favore di finestrone aperto con raffiche di bora, la zanzariera oscillante come il pendolo di Foucault: quella del professor Pi, accanto, leggermente più riparata. Circostanza che  gli si ritorcerà contro in piena notte quando nella camerata scossa dalle raffiche di vento e dai ronfamenti prontamente però stoppati da ripetuti e perentori
-SSSSSSHHHHHHHH
di SilviaB detta Cicciuzz
si udiva anche uno strisciare di materasso Mondo Convenienza dal punto A al punto Pi, con azzeccamento di Meri e avvoltolamento in sacco e zanzariera.

Su per calli fradici

giovedì, settembre 13th, 2012

21 agosto – Gunung Mulu Park&pork e traversata per il Camp Five    

La colazione è, se possibile, ancora più buona della cena. Nel piatto che Marià ci fa pervenire sul tavolaccio trovano infatti posto: fagioli, wurstel, uovo fritto, tre fette di pane tostato, burro, marmellata e miele a volontà. L’ideale dovendo apprestarci a una traversata in barchetta. D’altro canto avendo Marià assistito la sera prima a un’asportazione cibo dai piatti più consona a idrovore che a esseri umani, le porzioni della mattina lievitano. E spariscono alla stessa velocità della sera. Contestualmente e misteriosamente Filippo e il professor Pi esibiscono l’arretramento di un buco nella cintura: l’effetto Dukan provocato dalla Dusaun.    

Alle 8,20 inizia la prima scesa in acqua delle formazioni nelle piroghe malesi: gli Sven, che Marià chiama “The Family” tipo i Soprano’s, nella prima e via via gli altri rimanendo nell’ultima: il Professor Pi, Filippo, Meri Pop, Mariaterè e Anna, la stazza dei primi due (nonostante la Dusaun) da sola equivalente all’intero equipaggio degli Sven.    

La flotta (Foto Miss Nikon)

Iniziava nel migliore dei modi la navigazione fluviale sul caspita di Clearwater River e durava all’incirca 5 minuti. Nel migliore dei modi. Il tempo di rendersi conto che ha piovuto poco e l’acqua è bassa mentre il peso degli occupanti piroga è alto. Il dubbio diventava certificazione Iso 9001 al primo SCRATCH: arenati in mezzo al guado. Il prodiere ordinava:    

-Men down, girls up! Giù gli spingitori di piroghe malesi, ragazze a bordo
Ma ben presto ci si rendeva conto che dovevanò andà down e spingere pure le girls. Non ve lo voglio manco dire quante volte siamo scesi. Al punto che arrivavamo con un’ora di ritardo rispetto ai primi, gli Sven. Arrivavamo un’ora dopo e sostanzialmente inaugurando la disciplina del “rafting a piedi”. nel frattempo Filippo aveva praticamente perso sui sassi del fondo fiume tutta la pianta dei piedi e il professor Pi arrancava con acqua fino alla coscia motivo per il quale io sarei stata praticamente in immersione subacquea se la pietà umana di Filippo -che qui mi è graidto segnalare allìelenco benefattori dell’umanità- non avesse più volte graziato la qui presente con un
-Resta pure a bordo
Sostanzialmente la nobile versione del “salgaabordocazzo” trovava nella malese piroga la sublimazione, con ciò riabilitando la gloriosa, proverbiale, italica marinaresca tradizione.    

Se spigne time (Foto Miss Nikon)

Va poi detto che a ogni su e giù dalla piroga -scendere, spingere, farsi il mazzo a piedi e risalire all’oplà- non sempre il nostro malese Schettino, ufficiale in plancia, azzeccava la direzione sulla quale tentare il disincaglio, spesso chiedendoci di spingere “TO THE LEFT” così facendoci incagliare con qualche altro masso.    

E dunque lo sa solo Domineddio cosa sia stato snocciolato nei drammatici frangenti dalle riverite toscane e piemontesi bocche del professor Pi e di Filippo i quali, nei rari momenti nei quali non stavano a gambe in acqua, facevano da prodiere al malese guidatore con indicazioni del tipo:
-Più a sinistra, coglione
-Ma vai al centro, testadi sciocchino
-E tieni la destra, cazzo
-Che minchia giri, vai dritto    

Sostanzialmente pronti per guidare anche l’Amerigo Vespucci, i nostri infine venivano accolti con festeggiamenti all’arrivo finale. Il tutto, sia chiaro, inframezzato anche dalle soste con discesa a terra ove inerpicarsi su scale, passerelle e radici per visitare una serie di altre grotte che -per carità una meraviglia- ma dopo la terza pure mobbasta, eh. Infatti io a quel punto mi ammutinavo adottando la frase guida
-V’aspettoqquà
Gli altri eroicamente proseguivano recuperandomi alla fine del giro grotte “diamole per viste”.    

Grotta del vento (Foto Maria Teresa Menna)

Che siccome Mariaterè non se n’è persa una io le avevo detto:
-Le vedrò dalle foto
Che infatti eccone un’altra: 

Clearwater cave (Foto Maria Teresa Menna)

E allora, agilmente sbarcati dopo due ore di sto spingi e salta eravamo dunque pronti a balzare su uno sterrato ove, nel tempo record di minuti tre, tentavamo un’asciugatura piedi con infilamento calzino e scarpa trekking e, caricati gli zaini dacinquegiorniquattronotti da kg7, iniziavamo la traversata di km. 8 a piedi verso il famigerato Camp Five.   

  

Ci sono momenti nella vita nei quali, fortunatamente, non si hanno né la forza né il tempo di porsi i fondamentali interrogativi dell’esistenza e che Raymond Carver  maddechè Bruce Chatwin (grazie Daniè) riassunse nel magistrale libercolo “Che ci faccio qui”.    

Con temperatura percepita di 52 gradi, tasso di umidità 90% delle 14,20 ci si aggrappava a liane e radici per risalire dalla spiaggetta di sbarco al sentiero verso il Camp Five.   

Sbarcamento e issaggio time (Foto Miss Nikon)

 La riverita manona del Professor Pi sapientemente apposta sul riverito fondoschiena della vostra qui presente, imprimeva una sollecitazione dal basso verso l’alto determinante ai fini della riuscita dell’operazione di issaggio.    

Iniziava dunque a quel punto la traversata della giungla che ci avrebbe condotti a sto caspita di Camp Five dal quale saremmo poi ripartiti il 23 con un’altra scarpinata di km 12, non prima che una nutrita pattuglia dei nostri valorosi avesse scalato i temibili Pinnacles, psicodramma al quale dedicheremo un faldone a parte.    

Sta di fatto che fare Tarzan della giungla con un Victorinox sulle spalle che, per quanto alleggerito del deodorante Infasil e dell’acqua di gelsomino Erbolario, sempre pesante era e non è stata proprio manco per il cavolo una “passeggiata”.    

Verso il Camp Five (Foto Professor Pi)

Si tenga anche conto che, al netto dei chili di cui sopra, ogni spostamento doveva avvenire “con almeno due litri di acqua a testa”  La formazione Miss Nikon, Mariaterè, Geni senior, Professor Pi e Meri Pop si incamminava buonultima.    

Vi risparmio i dettagli di sti 8 km. Se non per dirvi che a un certo punto della forestal sudata, traversata, arrampicata e ad almeno due ore dalla partenza, Mariaterè, che di poco ci precedeva, tornava indietro affranta annunciando
-La volete una cattiva notizia?
La risposta essendo NO ma non tenendone ella conto e non vedo come avremmo potuto peraltro evitarcela, ella proprompeva:
-Forse abbiamo sbagliato sentiero perchè mancano ancora 6 km.    

Avendo fin lì incontrato inequivocabili paline segnaletiche secondo le quali di chilometri dovevano mancarne 2, prima di accasciarmi affranta sul malese tappeto di foglie, formiche, radici e tronchi della malese giungla esalavo un residuale:
-Iognaapossofa’. Mi arrendo. Lasciatemipureqquà
Il Professor Pi circumnavigava la palina dei km.6 e borbottando irripetibili imprecazioni in vernacolo toscano infine mi fissava nel momento in cui anche io, aggrappata alla palina sopralluogando sul luogo della fine speranza, alzavo la mobile palina dal terreno.
Egli la rivoltava e ivi vi trovava scritto Km.2    

Qualche maalimortè precedente doveva aver pensato a lungo a questo esilarante scherzo che, purtroppo, lo confesso, lì per lì, senza ossigenazione di cervello cioè meno del solito, avevo attribuito a
-Sveeeennn, se l’acchiappo lo offro in pasto ai tigrotti di Mompracem e de Liana Orfei pure
Sven risultava invece, a un successivo approfondimento alla Carlo Lucarelli paura eh, non solo innocente ma anche lui precedente vittima di stesso idiota.    

La Sara palina del Borneo (Foto Miss Nikon)

Persa di vista da svariati chilometri Lady Nikon, a caccia di altri imperdibili clicchi nella giungla, comunque informando che al nono giorno ella aveva già collezionato 3589 scatti, arrancavamo con i superstiti nella buia giungla (che alle 16 già non si vedeva più una cippalippa, inoltre essendosi pure coperto il cielo là fuori).    

Il miraggio appariva all’improvviso, sbucando dalla boscaglia. Aveva le sembianze di un capannone in legno e lamiera ed era avvolto di mistero. E di vespe. Tuonava. Il cielo. E pure il Professor Pi che ci urlava:
-Buttatevi al fiume con tutti i vestiti addosso sennò oggi facciamo da cenone noi a tutti gli insetti del Campfaaaiiivvv.    

Non credevo alle mie orecchie. Ma credevo ai miei occhi e, ormai circondata dal Quinto Reparto Aeromobile Vespe e Calabroni che si stava gettando su di noi al grido di Banzai, iniziavo a correre verso il fiume gelato ove mi buttavo da piccola discesa come Tosca da Castel Sant’Angelo.    

E beh è roba. Vi assicuro che adesso a me Salvateilsoldatoraian mi deve solo allaccià gli scarponi.    

Sedici residui umani di boscaglia appozzati tutti vestiti in un fiume del malese Borneo circondato da montagne, palme, piante e insetti carnivori, mentre iniziava a scendere una tropicale pioggia, è roba che resterà a lungo impressa nei nostri cuori, nella Carmencita di Miss Nikon nonché -immagino- nell’Albo d’oro del Camp Five.

Lost in giunglèscion

martedì, settembre 11th, 2012

19 agosto – Turtle Bay

“Mattinata di relax sulla spiaggia e/o camminata verso Turtle Bay”. L’opzione giusta era la prima, questo è chiaro. Perché allora è sul concetto di “camminata” che ora vorrei aprire un confronto col professor Pi, pacatamente e serenamente. La camminata si rivelava infatti un trekking di 7 km attraverso la giungla del Borneo, con partenza ore 7,30, di saliscendi su radici, gradoni e massi.

Dice: e ma poi siete sbucati su una baia incantevole.

Turtle splendid Bay (Foto Professor Pi)

E facciamo pure che faceva schifo gliela tagliavo io, la testa e gliela piazzavo sulle fondamenta di quegli altri al posto di quelle dei pigs.
Fatto sta che sbuchiamo, appunto, e dopo tre ore di cammino, nella solita modalità cast-away coperti di insetti, formiche morte (che c’era da attraversare anche un passaggio tipo alligalli sotto tronchi infestati di formicai) su sta meraviglia qua nella quale però sarei volentieri sbarcata da, appunto, un natante, non necessariamente quello di Onassis.

-Meripo’, oggi qui è festa nazionale e le barche, anche volendo, non ci sono
Così ha detto. Cioè ha detto che non è che era colpa sua che m’aveva detto “Meripo’ vuoi fare la perla di Labuan?” ma del Ramadan. Evvabbè.
Comunque sia, una volta sbucati, ci spogliavamo scompostamente gettandoci a pesce nell’azzurro Mar della Cina gialla, io sfoggiando il mio nuovo costume Oviesse da 5 euro. Che lo sapevo come andava a finire e dunque quello di Jackie Onassis può attendere.
Allora: 3 ore per arrivare, mezz’ora per riprendere fiato, togliersi le formiche morte, bere e fare un bagnetto e via ripartire perché per le ore 15 la nostra nuova, incredibile guida Rymon detta Lemon, ha prenotato un ennesimo pulmino bollywoodiano per ripartire.

Sguazzando nei cinque minuti restanti si apprende en passant che, intanto, Mariaterè ha avuto il primo incontro ravvicinato con una locale sanguisuga. Me lo dice a mezza bocca, il professor Pi, tra un “bene, è ora di tornare indietro” e un “Meripo’ che mi passi un po’ d’acqua grazie”.
Rendo noto che il mio abbigliamento da “camminata” è composto da minigonna pantalone fiorata hawaiiana (porcamiseria se non me la metto al mare ma se non ora quandomai?), magliettina rosa della Freddy Dance e i caspita di sandali Teva d’ordinanza, zainetto e bandana malese. Memore dell’inutile raccomandazione della Carlina da Firenze
-Meri, tranquilla per le sanguisughe: quando andrai nella giungla basta che ti metti le ghette antisanguisuga
Io infatti stavo andando AL MARE, a Turtle Bay, no tra i Vietcong. Inizio dunque a realizzare che queste stanno ovunque.
Ci riavviamo e io stoicamente non dico una parola, non un lamento. Anche perché il terrore me lo impedisce. Io avanti e Professor Pi dietro:
-Meri, tranquilla che le gambette te le controllo io, casomai ci vedessi sopra una sanguisuga

Tranquilla un par di omissis. Io so solo che nella via del ritorno ci abbiamo messo la metà del tempo dell’andata perché a quel punto io il sentiero me lo sono fatto alla velocità di Beep Beep.

A un certo punto, impigliatici in una felce spinosa e segante, ripartiamo lui avanti e io dietro. Di guardia sulle sue, di riverite gambette che, per la cronaca, sono lunghe un par di metri e dunque manco col periscopio le posso controllare tutte. Comunque sia vigilo. E infatti. E’ stato dopo l’attraversamento dell’alligalli di formiche che l’ho vista apparire lì, sul suo polpaccio destro, bella spaparanzata e nera. E’ stato un attimo. Io che mi getto come un kamikaze sul suo polpaccio spruzzando Autan pronta a estirparla urlando “AAAhhhhh eccolaaa” e il povero professor Pi che, appena in tempo, mi blocca e dice:
-Meripo’o’o’o’… è un neo.

Che stavamo a dì? Ah si che alle 15 dovevamo ripartire. Alle 14,25, quasi tutti pronti, a conti fatti ne manca una: Miss Nikon non si trova. L’ultimo avvistamento risalendo a 3 ore e 2 km dall’arrivo alla mèta prima, iniziano i primi pattugliamenti attorno alla stanza, al bar, sulla spiaggia e in riva al mare. Niente. Nessuno l’ha più vista e incontrata. Neanche chi avrebbe dovuto per forza, essendo partito dopo di lei per tornare indietro. Il punto è che l’ultimo avvistamento consisteva nell’ineffabile Miss Nikon modalità romantica donna inglese con Nikon al collo anziché con retino per farfalle ma ugualmente svagata lì per boscaglie malesi a raccoglier foto come fosse però nell’orto botanico di Glasgow, chioma riccia rossa, occhio azzurro oceano, dito prensile sul compulsivo click.

Ad ore 15,15 ancora nulla partiva la prima squadra di emergenza per rifare il percorso: professor Pi, Patrizio e Sven, come fossero appena usciti dalla Beauty farm di Messeguè anzichè dai 14 km della mattina si imboscavano ululando
“Sirviettaaaaaaaa Sirviaaaaaaa ma indove caspita seeeeiiii?????”

Alle ore 16 in assenza assoluta di notizie anche dei tre cercatori o di qualsivoglia capoccella facesse capolino dalla giungla recando la gentil donzella in salvo, si staccava -come da precedenti accordi- la squadra 2 Chiara, SilviaB e Filippo cassetta prontosoccorso muniti. L’attesa dei restanti -già snervante di suo- si arricchiva delle continue molestie acustiche di Rymon radiotrasmettitoremunito -na nticchia d’uomo pallido con voce in modalità sintetizzatore- che continuava ad incalzarci con molestissimi
-Please, put your baggage on the bus
nell’assoluta impossibilità nostra di fargli capire che, senza ritrovare la missed Miss, quei nostri bagagli poteva agevolmente ficcarseli ove ritenesse più opportuno tranne che sul bus.
Intanto, sedie a cerchio riuniti sotto la lamiera del bus stop, noi restanti, in ossequio alla celebrazione della Giornata Mondiale dell’Ottimismo, avanzavamo le seguenti ipotesi di scuola:
A) si è persa
B) si è fatta male
e C) la più gettonata A+B
La mozione “prima si è persa poi ha avuto un colpo di calore e ora giace svenuta in chissà quale dirupo” veniva approvata alla semiunanimità dei restanti.

Alle 16,10 due turisti giapponesi da noi sottoposti a interrogatorio come tutti quelli che uscivano dalla boscaglia, testimoniavano -come fossero collegati con Federica Sciarelli a Chil’havista- un
-Aahhh de italian lediii? con conseguente avvistamento di sospetto vagabondaggio su un sentiero sbagliato che, per quanto ne sapevamo, avrebbe potuto farla sbucare direttamente ad Atlantide.

Alle 16,15 una barcollante ma nonmollante sagoma femminile paonazza, rispondente all’identikit diffuso, appariva da strada laterale e a noi opposta vociando, anche piuttosto incazzata stranita:
-E allora? Sono andata in camera mia ma è già chiusa a chiave
Riportata sulla retta via da altri due giapponesi era infine stata intercettata dalla squadra 2 che aveva, a quanto pare, riseminato e dunque ci appariva unica e sola.

Nell’occasione sperimentavo con evidenze scientifiche inattaccabili quanto il concetto di autocontrollo sia ormai insito nell’essere umano evoluto al punto da evitarmi di metterle le mani al collo e procedere a una rapida e indolore neautralizzazione.
Rientrata anche la squadra A, accompagnata d aun variegato florilegio di imprecazioni in idioma toscancatanromantetesko, unite alla sempre molesta irrefrenabile cantilena di Rymon, si procedeva alla forzosa chiusura dei bagagli di Miss Nikon alla bell’e meglio spingendo infine essa e tutte le bagattelle sul caspita di bus coi caspita di bagagli nostri evocati per ore da Rymon.

E qui questa ci sta tutta, eh:

Vape nsiero

lunedì, settembre 10th, 2012

Ancora dagli Iban

Dopo aver sperimentato la ristoratrice doccia Iban (un tubo attaccato a un rubinetto nella stanzetta di lamiera adibita a toilette) dopo la battuta di pesca Iban (guadi e guadi di fiume con piedi a mollo fino alla coscia – si lo so io la coscia a voi arrivava si e no al polpaccio) e l’aperitivo Iban (thè caldo e biscotti) traslochiamo dalle famiglie che ci ospiteranno per la seconda notte. Hanno allestito una cena di gala che si compone come la colazione e il pranzo: noodles, riso, cavolo, polletto, thè. Buoni, molto. Poi ci offrono dei bicchieri d’acqua che nessuno beve, facendo ammappazzare riso, pollo e noodles fin quasi allo strozzamento in gola finché Alberto – che si sta già scolando il secondo- ci guarda e comunica
-Proviene da bottiglie di acqua minerale, le ho viste mentre le aprivano e le versavano.

E vi dirò: io ho trovato che questa cosa di prendere per noi dell’acqua minerale fosse il più grande gesto di amicizia e ospitalità. E’ chiaro che a loro dell’acqua in bottiglia sfugge il senso ed è un costo altissimo ma ugualmente sanno che noi siamo un po’ bacati e con l’acqua loro ci viene il cagotto ci si irrita l’intestino. Eppure eccoli qua, con i teschi di nostri simili appesi sulle nostre teste ma la Borneo mineral water nei nostri bicchieri. E hanno fritto anche dei dolcini buonissimi. Tipo le ferratelle, o “cancelle”, molisane. Scusate ma io questi riferimenti geografici infantili ho.

Friggitoria di dolcini (Foto Professor Pi)

E’ al giretto finale della cena che calano il jolly: rise wine. Una delizia. Avete presente quando a fine cena zia Rosa tira fuori il limoncello e il nocino fatto in casa? Ecco.
Contestualmente arrivavano suonatori e un guerriero danzante che, giuro, è identico all’illustrazione che avevo su uno dei libri di Salgari, tipo “Ritorno a Mompracem”. Siamo alla madeleine del viaggio. Roba che Proust scànsati.

Guerriero Iban (Foto Professor Pi)

Dopo la danza inizia lo scambio di doni: l’ambasciatore Professor Pi regala loro due bottiglie di vodka e penne e caramelle ai bambini (che, ci avevano avvertito, sono rispettivamente molto graditi a entrambi), noi continuiamo ad attingere a sto rise wine da paura.

Finalmente, anche tramortiti dall’alcol, le signore Iban iniziano ad allestire le stanze per la notte: spunta fuori addirittura uno zampirone malese che ci accendono nella camera Meripoppica – in cui dormiamo in otto- dopodichè se ne vanno, sigillano la finestra e chiudono la porta. Mariaterè, la mia confinante a est di materassino, l’ovest essendo presidiato dal professor Pi, bisbiglia:
-Appena si allontanano vado a riaprire la porta
trascurando di considerare che, a bordo stanza, hanno lasciato una sediola con su assisa una vecchina Iban a sorvegliarci.

E’ chiaro che altro che pigs: qui giacciono le prossime otto teste per le fondamenta della Longhouse nuova. Perché deposti kriss, coltelli e scimitarre mo’ i bianchi li fanno fuori col Vape.  

18 agosto

Incredibilmente, invece, alle 6 della mattina dopo tutte le teste risultano ancora attaccate al monolite di partenza e, sotto una pioggia battente, i sedici eroi si rimettono in marcia con destinazione Sibu Harbour e proseguimento per il Similijan National Park.

Fallito anche lo sterminio col Vape ci riprovano con l’aria condizionata di st’altra barca, a farci fuori. In parte riuscendoci. Che, entrati sani, ne usciremo affetti da malattie da raffreddamento ciclopiche.