Archive for the ‘Omo river’ Category

Non è bello ciò che è bello

giovedì, novembre 5th, 2015

A Natale di quattro anni fa con il professor Pi e un delizioso e coraggioso manipolo di eroi andammo in Etiopia. Tra le tribù dell’Omo river.

Non ricordo di preciso il giorno. Ma giurerei che fosse comunque prima di Capodanno. Fatto sta che a un bel momento del viaggio, dopo una settimana di scambio di cortesie con autisti, guide, armati, poliziotti, scorte e ogni ben di dio di esponenti locali, tra convenevoli a suon di “Hay”, “Ciao”, “Hey”, una di noi, per uno di loro, è passò da “Farangi” (straniero) a “Yene Konjo” (la mia bella).

Che, ve lo volevo dire, l’amore è come il Natale: quando arriva arriva. E non sai mai quando, e soprattutto dove, può decidere di venirti a cercare.

Perché ve lo racconto stasera? Perchè poco fa, sul canale 50 LaEffe, hanno trasmesso un documentario sulle tribù dell’Omo sul tema della bellezza: cos’è e com’è la bellezza, al di fuori di qui? Tutti gli uomini di tutte le tribù intervistate, alla domanda “cos’è che rende una donna bella?” hanno risposto

-Le donne sono tutte belle. Perché sono una diversa dall’altra. Dunque non si possono fare paragoni: ciascuna è come è. Ed è bella. Perché è unica. Cambia strada facendo, ma è sempre unica

Hamer women

(Queste per esempio sono le donne Hamer – Foto Meri Pop)

Mi è sembrata una delle cose più sagge e sensate mai sentite. Una specie di Non è bello ciò che è bello, è bello ciò che è unico. E mi è sembrato pure di aver un po’ meno paura di cambiare, a causa del tempo che passa o di altre variabili. Poi, comunque, sono andata a mettermi la crema idratante e a farmi una tisana allo zenzero.

 

Omo arriver

giovedì, gennaio 26th, 2012

6 e 7 gennaio 2012
Non so se pure Moravia, nel senso Alberto, viaggiasse con i matti con i quali ho viaggiato io. Ma forse qualcosa di simile doveva essergli capitato quando ha scritto che “Viaggiare non è veramente piacevole. Si va incontro all’ignoto e l’ignoto è qualche volta sgradevole e sempre traumatico. Però fa bene.” 
E un altro che pure, secondo me, doveva essersi prenotato una quindicina di giorni tipo questi era coso, quello cinese,
(-Lin Yutang
-Esatto, grazie Professor Pi (che v’avevo detto?))
che dice che “Non ci si rende conto quanto sia bello viaggiare, finché  non si torna a casa e si posa la testa sul vecchio, caro, cuscino”. Anzi questo, secondo me, il Professor Pi se l’era portato proprio nell’Omo. Nel senso river.

Ma a te non ti sta mai bene niente! E po’ esse, certo. Però ora i miei 25 lettori considerino, tanto per fare un esempio, che il giorno della Befana ci si inerpicava per tre+tre ore di viaggio su uno sgarrupo tale che io, che non ho sofferto mai di mal di macchina in vita mia, manco quando guidavo io, e che -perdipiù- con l’occasione rendo noto che dal punto di vista degli sballonzolamenti io non ho uno stomaco: ho proprio il tunnel dei neutrini, che ci passa tutto alla velocità della luce senza colpo ferire, beh insomma quel giorno mi so’ sentita tornare su pure i confetti della Prima Comunione. La mia.

Dunque, sei ore di Camel Trophy per andare a vedere un promontoriuccio del lago Abbaya (nel senso nome proprio non imperativo presente) che io ancora non ho capito come caspita gli sia venuto in mente. Certo poi per strada si incontrava anche qualche avamposto dei famosi documentaristi del National Geographic:

Photo sciò (Foto Meri Pop)

che quando vedete quelle belle foto di zebre, dik dik, kudu, aquile reali, ma chi vi credete che le fa?
E poi dopo quete sei ore di fiera dello stomaco rivoltato lui che fa, il pomeriggio? Ci mette sopra a un barchino. E dice pure:
-Pare che faremo avvistamenti interessanti.
E infatti, guardate qua che robetta:

Finché la barca va (Foto Meri Pop)

Certo poi ci stavano pure sti due:

Ci son due coccodrilli (Foto Meri Pop)

E anche le Sirenette, eh:

Ciaffff (Foto Meri Pop)

Poi il 7 gennaio ci siamo sciroppati altri 600 chilometri per arrivare in tempo ad Addis Abeba. A festeggiare. Il Natale. Copto. Ma anche il compleanno del Professor Pi. Che Laura gli ha avvolto il regalo in una foglia di banano bellissima, legata con le fibre della canna da zucchero. Lui lo ha aperto la sera a cena, mentre mangiavamo l’Enjera con le mani. E intanto passava un cameriere con una brocca d’argento, un piatto sempre d’argento tutto lavorato sotto ma con i buchi, e sotto ancora un altro recipiente.

E a me è preso un colpo. Perché io quell’oggetto in casa ce l’ho da venti anni, diciannove, tanti anni: è stato uno dei regali per il mio matrimonio. Di una zia che viveva in Turchia, in realtà. Poi il matrimonio è finito ma la brocca coi sottocosi è rimasta. E io non ci ho mai capito nulla. Non solo del mio matrimonio ma pure di quel regalo. Era bellissimo: ma chissà a che serviva. E pensa un po’, serviva a questo: a farmi arrivare fino a qui, 20 anni dopo, per emozionarmi una sera di Natale copto mentre mi lavavo le mani unte in un ristorante di Addis Abeba, dopo aver mangiato Enjera con altri quindici matti mentre, dentro di me, finalmente mi rispondevo:
-del matrimonio non ci ho ancora capito un tubo mattugguardaacchesservivaquelcaspitadicoso

Così i matti hanno rimediato pure una bottiglia di Martini. Bevuto nei bicchieri. Poi nel ristorante hanno abbassato le luci e tutti gli avventori etiopi hanno cantato gli auguri. No, non di Natale: gli auguri al professor Pi.

Insomma, hai fatto 3000 chilometri di st’iradiddio, seguendo al limite dello stalking pezzi di quei 1000 km di fiume, 15 giorni, con 15 nuovi amici, in 10 tribù. 
Eppure a condurti nel disastro di norma non sono mai i grandi numeri ma gli attimi: a partire da quello  in cui gli dici agitatamente “prenoto” per finire in quello nel quale gli dici incoscientemente “grazie”.

Diceva Alice, quella nel Paese delle meraviglie:
“Per quanto tempo è per sempre?”
e  Bianconiglio: “A volte, solo un secondo.”

P.S.
E comunque nessuno mi toglie dalla testa che una puntatina col Professor Pi  l’aveva sperimentata pure Cesare. Nel senso Pavese: “Viaggiare è una brutalità. Obbliga ad avere fiducia negli stranieri e a perdere di vista il comfort familiare della casa e degli amici. Ci si sente costantemente fuori equilibrio. Nulla è vostro, tranne le cose essenziali – l’aria, il sonno, i sogni, il mare, il cielo – tutte le cose che tendono verso l’eterno o ciò che possiamo immaginare di esso”.

Meripo’?
-Eh?
-Beh, e che chiudiamo così?
-No, guarda, non ho altro da confessare, che poi le notti dopo le abbiamo passate dentro aerei e aeroporti e quindi anche volendo di zanzariere non ne ho più divelte.
-Si, ma allora?
-0286574636875025
-Che è?
-Il numero del mio avvocato. Senza il quale non intendo rilasciare più dichiarazioni di nessun tipo attinenti a viaggi che esondino oltre Abano Terme
-E perché ha tutte quelle cifre? (aò questo non abbandona la serie di Fibonacci manco alla penultima riga del post, santapace)
-Perché è il numero di un avvocato internazionale, Professor Pi, Patrocinante all’Onu.

(Foto David)

Grazie a:
Alessandra, Alice, Angelo, Carla, Elio, Fabio, Giancarlo, Laura, Loriana, Maria Luisa, Julie, Pietro, Silvia, Sven, Walter

e David:
 
 

 

Certe notti

mercoledì, gennaio 25th, 2012

5 gennaio 2012
Trascorsa una notte tranquilla (toni da referto post operatorio) nello sfolgorante hotel Swaynnes, la mattina del 5 gennaio ci vedeva in marcia verso il villaggio dei Dorzè.
(-Tranquilla un par di pa
-E mo’ chi è?
Meripo’, vedo che hai rimosso, dopo la mia zanzariera, anche il ricordo dell’annessa performance
-Professor Pi questa però si chiama esondazione non autorizzata in post altrui
No, Meripo’, questa si chiama omertà
-Vabbè allora mentre il resto dei viaggiatori trascorreva presumibilmente una notte tranquilla, io anche. Però poi a un certo punto ho sentito dei rumori fuori in giardino ed era già tutto buio che avevano tolto la luce e io non trovavo la torcia sul comodino cioè non trovavo neanche il comodino perché ero avvolta nella zanzariera. E ho cercato di scansare la zanzariera ma mi si è impicciata nel comodino e allora quando ho tirato la zanzariera è venuto giù anche il comodino con sopra la sveglia, la torcia, l’Autan e la bottiglia dell’acqua. E allora il Professor Pi si è svegliato di soprassalto e ha detto una cosa che non posso ripetere e quindi poi io gli ho detto che c’era un casino sospetto fuori e lui mi ha detto che invece ce n’era uno certo dentro.
Ecco, mo’ possiamo andare avanti col racconto??)

Allora stavo dicendo che ci incamminavamo verso il villaggio dei Dorzè. Che sti Dorzè abitano in montagna, sull’altipiano, 2.800 metri in quel di Chencha. Bel freschetto. Sono maestri di tessitura e coltivano il cotone. Ma anche, e soprattutto, risse. Se ne aveva un primo inequivocabile segno già arrivati al parcheggio: manco facevo in tempo a scendere dalla gippetta sedili posteriori che fuori dalla gippetta posizione sedili anteriori si sprigionavano urla amariche, nel senso in amarico, da certi energumeni che avevano circondato David.
-Guide locali
chiosava poco convintamente il Professor Pi a dieci minuti dall’inizio delle ostilità e in assenza di ricomposizione delle parti ma, anzi, essendo nel frattempo sopraggiunti esponenti della Polizia locale nonché tutto il villaggio.
(-Scusa e perché litighiamo con le guide locali?
-Perché sono finte guide locali, Meripo’
-Ah. E chi sarebbero?
-Boss locali)
Preso atto di trovarci in una specie di Gomorra notavo che però David, solo contro tutti, non era affatto scoraggiato dalla superiorità numerica e muscolare degli energumeni e, anzi, dopo aver rifiutato -per fortuna sua nel senso del professor Pi- il soccorso che gli aveva offerto il suddetto professor Pi, David andava esponenzialmente aumentando i decibel e l’incazzatura finché, osservatici tutti lì attoniti, riacquistava un mezzo sorriso e ci congedava con un
-Avviatevi pure tranquillamente al mercato, che qui ci penso io
Dal che si evince l’uso disinvolto che, presso i Dorzè, viene fatto dell’avverbio “tranquillamente”.

Ciò detto ci catapultavamo, raggiunti fin lì dall’eco della faida ancora in atto, in una spianata di cotone che sembrava di stare tipo dentro un Permaflex.

Mercato Dorzè (Foto Professor Pi)

Una volta sedata la controversia, che ormai aveva coinvolto tutta la vallata, David tornava vincitore come Radamès nell’Aida. E ci portava a casa dei Dorzè. Nel senso nelle capanne. Che questi costruiscono capanne altissime, fino a 16 metri. Perchè poi ci pensano le termiti a ridurle fino a un paio. E sono a forma di elefante. Giuro.

Capanna Dorzè (Foto Meri Pop)

Porte basse e dentro altissime ma buissime. La nostra guida, un rasta figo da paura
(-Meripo’
-E quando ce vo’ ce vo’, eh)
ci faceva entrare a tentoni, co’ sto buio che non si capisce nulla (chi abbia visitato Abercrombie&Fitch a New York sa di cosa parlo, anche nel senso dei commessi), poi ci faceva sedere su panche di legno e diceva:
-ora piano piano gli occhi si abituano a inizierete a vedere
Essantocielo è vero: stai al buio ma ci vedi. E io in cosa mi imbatto mentre mi giro un attimo? Due mucche a ore nove dietro un precario separè.
-I Dorzè vivono nelle capanne insieme agli animali. Per favorire il riscaldamento
Il famoso metodo Betlemme, capanna-Gesù Bambino-bue-asinello. Ecocompatibile.
E poi vivono prevalentemente della coltivazione di Ensete, “finto banano”: ci fanno dal pane alle impalcature delle capannucce.  E a un certo punto ci hanno cotto pure una specie di piadina di banano. E poi ci hanno detto
-A tavola, è pronto
E siamo entrati in questa cosa bella così:

Buon appetito dai Dorzè (Foto Meri Pop)

Quando, belli satolli di falsobanano ma soprattutto di una suprema insalata di riso, ci alzavamo dalla fastosa tavolata, trovavamo il modo di misurarci in esercizi ginnico-digestivi di vario genere fra i quali spiccavano le flessioni del risplendentissimo Elio:

Casca il mondo ma non casca la terra (Meri Pop)

 

 

Quel ramo del lago di Chamo

martedì, gennaio 24th, 2012

4 gennaio 2012
Forza, che fra un paio di giorni torniamo a casa.
Allora stavamo dicendo che si peregrinava fra desert flowers e strade similasfaltate, destinazione finale il lago nonmiricordocomesichiama, vicino Arba Minch, prima della risalita verso Addis Abeba. La meta era quasi vicina quando ci ritrovavamo improvvisamente immersi anziché nel lago in un mare. Di mucche: centinaia di mandrie sulla carreggiata. Un’ora e mezza di slalom.

Ed era all’improvviso che, dal pre Simmenthal, sbucava fuori un paesaggio alpino, Heidi compresa ma con i riccioli scuri scuri: una corona di montagne circondava pianure e distese erbose piene di mandrie e capanne. E un lago. Cioè due: uno azzurro e uno rosso.

The red lake (Foto Meri Pop)

Che non era né effetto della birretta scolatami a pranzo e manco di una precipitazione improvvisa nel daltonismo. Erano proprio due laghi uno accanto all’altro e di colori diversi: il lago Abbaya e il lago Chamo (ho ritrovato l’appuntino di viaggio del Professor Pi, tre agevoli cartelle di spostamenti, istruzioni e dissuasioni).

Ma la cosa davvero incredibile doveva ancora arrivare ed era l’albergo di Arba Minch: lo Swaynnes. Segnatevelo perché non lo so quando vi ricapita una cosa del genere: bungalow biposto con terrazza aggettante sul lago, letti puliti, belli, interi, che non cascano a terra di notte, zanzariere senza buchi (ah ma io sono riuscita a inciampare anche con queste sane, di notte, ca va sans dir), animali solo fuori, saponetta al bagno, bagno con la porta.

Veduta d'insieme (Foto Meri Pop incredula)

Il Professor Pi ci teneva a specificare, scusandosi, che “ho considerato che, essendo alla fine del viaggio, potesse essere utile stare tre notti nello stesso posto, possibilmente decoroso”. (Traduz: scialiamo ma non vi ci abituate, proprio).

Veduta dal balcone (Foto Meri Pop)

Molte delle stanze affacciavano sullo stesso giardino e dunque ci ritrovavamo fuori, increduli e guardinghi, immaginando che da un momento all’altro ci ci potesse notificare un errore di prenotazione. Invece si annunciava che dalle 18,30 alle 21 avremmo avuto anche acqua e luce e l’acqua persino calda tiepida.

Perché poi l’altro indubitabile vantaggio è che, una volta rientrata dalla Letiopia, sono dovuta partire per lavoro. In Italia. Sono arrivata nell’albergo della metropoli nordica, ho poggiato la borsa e, all’attonito concierge che mi aveva accompagnata al piano, iniziavo a rivolgermi con una raffica di vocali:
“OOOhhhh ma c’è un letto tutto pulito,  Aaaahhhh ma il bagno è in camera E HA LA PORTA, Uuuuhhhh gli asciugamani ah ma allora il mio non lo uso, Eeehhh ma anche l’armadio per i vestiti, Iihhhhh la luce, ma che cosa fantastica”.
Insomma il poverino alla fine m’ha dato, lui, a me, due euro di mancia.

Quanto allo Swaynnes Hotel, Arba Minch, Etiopia, avvicinandosi l’ora di andare a dormire, siccome ieri ho incontrato il mio amico che mi ha detto: “Meripo’, belli sti tuoi racconti africani! Ho apprezzato soprattutto le tue incursioni notturne nel letto del Professor Pi al quale va tutta la mia umana comprensione”, vorrei chiarire con l’utenza tutta che, tranne pochi e circostanziati bofonchi, il destinatario dell’umana pietas, comunque, non s’è mai lamentato. Credo. Penso. Tipo almeno con me non l’ha fatto. Ancora. Ne’ ho avuto notizie in tal senso dal mio avvocato. Per ora.

La Grande Spaccatura

lunedì, gennaio 23rd, 2012

4 gennaio 2012

Quanto poi alla geolocalizzazione del viaggio è qui il caso di ricordare che, trovandoci nella zona della Rift Valley, la grande spaccatura della crosta terrestre che attraversa l’Africa, anche l’italica spedizione omorivica trovava il modo di onorarla. E dunque dopo giorni e giorni di perfetta unità e sintonia il gruppo si spaccava: gruppo Dissenten vs gruppo supposte di glicerina. La giornata del 4 segnava, drammaticamente, gli ultimi significativi passaggi da glicerina a Dissenten senza passare dal via. Smottamenti episodici si erano già verificati nei giorni precedenti, in modulazione di frequenza varia, ma solo il 4 era possibile avere un quadro più preciso degli schieramenti in campo. In tutti i sensi. Soprattutto nel senso che si facevano più frequenti, in viaggio, le soste pe’ campi.

Il tema non è di quelli che si trattano volentieri ma temo sia necessario attardarmici per chiarire che, pur avendo viaggiato non alla Marco Polo ma comunque un pochetto purìo, è come se in Africa cambiasse la percezione di tutto: si viaggia, o almeno io, in due, tu e una perenne, sottile, discreta ma stanziale ansia. Per qualsivoglia anche trascurabile malessere. Il maldipancia che ti prende al quartiere Prati è un conto. Quello per prati africani un altro. Magari è solo la maledizione di Montezuma ma potrebbero essere diecimila altri accidenti contro i quali, se avessi voluto vaccinarti, t’avrebbero dovuto ridurre a buchi come uno scolapasta.

Non parliamo, poi, della legge secondo la quale un corpo, immerso nell’habitat delle zanzare, è molto probabile che venga punto. Ogni puntura è una specie di Camera di Consiglio di Tribunale che si riunisce: te tocca aspettà. E vedere che succede da qui a non si sa quanti giorni. Nonostante si sia tutti, anche qui, divisi nell’altra grande Sottospaccatura, quelli del Lariam e quelli del Malarone. Chevvelodicoaffare se ve spunta una macchietta, un’abrasione, una feritina: nulla si richiude, nulla si ricompone, nulla si schiarisce ma tutto tende solo a peggiorare.

Allo stesso modo un corpo, sia pure immerso nell’Autan extrastrong, viene punto lo stesso. E qualsiasi tentativo atto a panarcisi dentro non produrrà alcun effetto barriera sulle disgraziate. Lo produrrà invece sul primo e secondo strato di epidermide che, cementata nella miscela Autan-cremasolare bianca-polverelocale rossa- vi renderà simile a un calco di terracotta semovente.

Insomma tutto intorno a te sembra avere il disagevole sapore della precarietà. La giornata, di qualsiasi numero e tipo di ore sia composta, sarà un continuo susseguirsi di atti di legittima difesa: dal sole, dal caldo, dall’afa, dalle mosche e da ogni genere di insetti invisibili che non mancheranno però di lasciarvi indelebili tracce di variegati bubboni.

E dunque perché si continua a partire? Ecchenesoio, mannaggia. Che qua ce ne vorrebbe più d’uno bravo, di dottore, per rispondere. Più di quello di via Plinio delle vaccinazioni. Perchè è questa la sindrome peggiore: non riuscire più a fare a meno di non farlo più. Lamentarsi ma poi voler chiudere la tenda e gli occhi, la sera, qui davanti:

Karo sunset (Foto Meri Pop)

e poi riaprirli qui:

Villaggio Borea (Foto Meri Pop)

o incontrare l’occhiolino suo

Villaggio Dorzè (Foto Meri Pop)

Fatto sta che giusto il 4, dopo esserci sciroppati i fondamentali musei di Jimka e di Konso, strada facendo l’apparentemente imperturbabile David inchiodava il mezzo su strada stranamente non sgarrupata, innestava breve marcia indietro, poi di nuovo avanti, poi poco indietro e, sbirciando fra zeppi e rovi, indicava con il dito un buio oltre la siepe nel quale risaltava questo:

Desert flowers (Foto Meri Pop)

“fiori del deserto”- chiosava con grande fierezza. E siccome David ne ha viste di ogni, tra guerre e “desert storm”, mi sembrava che il suo poter finalmente indugiare sui “desert flowers” fosse cosa degna di essere segnalata anche a voi.

Miro al piattello

sabato, gennaio 21st, 2012

3 gennaio 2012
Doveva essere il clou del viaggio. L’Everest delle scalate, il Louis Armstrong del jazz, la Gioconda dei sorrisi in posa, la Nutella delle cioccolate. Loro, i Mursi. Quelli delle donne col piattello labiale. Quella cosa che tu parti e dici “e poi vedremo i Mursi”. Ma come spesso accade, e non solo in viaggio, capitemiammè, all’aumentare delle aspettative diminuisce proporzionalmente l’effettiva soddisfazione finale. E dunque mi guarderò bene dal dirvi che a incontrare cose così non sia rimasta sbigottita:

Mursi woman (Foto Meri Pop)

 provata

Mursi village (Foto Meri Pop)

o inebetita

Mursi post piattello (Foto Professor Pi)

Ma c’è che lo sanno. Sanno di essere le star. Che sei qui soprattutto per loro. E un po’ se la tirano. No, non solo il labbro e le orecchie. Sanno che tutto sommato sulla concorrenza dei Borana e dei Karo vincono a mani basse. Ma soprattutto a mani allungate: a chiedere “bir, bir, bir”, mani addosso a strattonarti, a stringerti per il braccio, a circondarti, a inseguirti, a sbarrarti la strada per mettersi in posa reclamando la foto a pagamento che gli spetta.

Sia chiaro (e 2): lo spettacolo è assicurato. Indimenticabile. Unico.
Ma proprio come quando ti avvicini alla Gioconda al Louvre, è tale il casino intorno, gli spintoni, la visuale offuscata, la gomitata nel fianco del vicino fotografante, che alla fine non vedi l’ora di andartene. Nel senso di uscire da quella centrifuga. E passare alla sala accanto. Dove magari c’è il capolavoro minore. Però è lì tutto per te. Puoi, per un attimo, sentirlo tuo. Non preso in prestito o, in questo caso, acquistato in franchising.

Detto questo appariva subito chiaro, dopo un’arrampicata chilometrica a tornanti su strapiombi e girata la curva finale della chicane, che presentadocisi innanzi un muro di muscoli, sia pur addobbati variamente, e armi di bastonamenti di massa, acquisiva una certa sostanza il contenuto del teorico appello lanciato dal Professor Pi per comunicare alcune coordinate per la sopravvivenza: “siate cauti-potrebbero rivelarsi molto aggressivi-se li fotografate e vi chiedono soldi pagateli-consiglio di non attardarvi in dibattiti e trattative”.

La questione piattello è presto detta: nato nella notte dei tempi per sottrarre le donne a pericoli di violenze da parte di nemici e stranieri, rendendole  poco desiderabili, in ossequio al principio secondo il quale nulla è più definitivo di ciò che è temporaneo, permane ancora oggi. Il “trattamento” inizia intorno ai 10-11 anni delle bambine: si buca il labbro inferiore, si inserisce prima un piccolo pezzo di legno, poi sempre più grande fino ad arrivare a veri e propri “dischi” di terracotta che possono arrivare anche a un diametro di 20 centimetri. Un CD, praticamente. Per fargli spazio all’interno della bocca vengono tirati via i quattro incisivi inferiori. Non sembrando ciò abbastanza, accade che lo stesso trattamento decidano di riservarlo anche ai lobi delle orecchie.

(Foto Meri Pop)

Ora però mi costituisco spontaneamente confessandovi che, per tutta la permanenza al villaggio, non mi sfiorava l’idea di nessuna di queste considerazioni storico antropologiche, essendo il mio sconcerto richiamato solo da domande basiche tipo: ma come fanno a mangiare? E a bere? E baciare?

Mentre amleticamente mi dibattevo in questi interrogativi venivo richiamata da un vociare di simil inizio rissa nel quale rischiava di precipitare la Carlina che, non avendo fotografato per nulla una santantonia locale piattellomunita, e di stazza tre volte la sua, si vedeva ugualmente richiedere il compenso:

-Cara, oicchè tu dici? Icchè issiachiaro, non è per i quattro bir (i Mursi hanno tariffa più alta rispetto alla concorrenza) che anche volentieri comunque ti darei, ma io proprio ‘unt’hoffotografataffatto, vedi, cara?
e le mostrava a ritroso lo storyboard omorivico della sua Canon.
La santantonia piattellomunita, spiazzata dall’inedita carrellata stile SuperQuark, la guardava dall’altissimo in basso piuttosto interdetta e, al quarto caricatore di foto, abbandonava stremata l’inesistente pretesa.

Confortati dal successo della trattativa sindacale della Carlina ritenevamo giunto il momento che dei Mursi mo’ pure basta.

L’insostenibile provvisorietà dell’essere

venerdì, gennaio 20th, 2012

3 gennaio 2012
E’ giusto il caso di osservare che il risveglio al Mago Park mi trovava impreparata all’improvviso raduno di autisti, guardie e guardaparchi intenti a un albeggiante confabulamento a capannello.
-Che succede, Professor Pi?
-Stavano raccontando del leone
-EEEHH?
-Del ruggito del leone che hanno sentito stanotte qua fuori
-EEEEHHHHHH??
-Meripo’ , lo dico in amicizia e però a voce alta: tu hai dei problemi di udito, acutizzatisi, quest’anno
-Professor Piiiii, come il leone?? Ma non erano Fabio e Angelo che russavano, stanotte? Il leoooooneeeeeee??? Che ruggivaaaaaaa??
-Calma: io non ho sentito nulla, loro il leone, tu due russi. Mi sembrano dati insufficienti per trarne conclusioni di qualche fondamento.

Ecco a me st’uomo piace per questo: perché quand’anche una mattina uscendo si trovasse fuori dalla tenda il mostro di Lockness sarebbe capace di dirgli “Salve, bentrovato. A una prima, sommaria analisi mi duole però informarla che temo lei abbia sbagliato lago”.

E dunque dopo il ruggito del leone e quello del coniglio, a colazione fatta, babuini sugli alberi fotografati in ogni angolazione, bagagli pronti è lì, dicevo, nel sottobosco savanico a 42 km dal primo luogo semicivilizzato, che mi giravo e vedevo Elio, companero già del viaggio cubano, che si teneva una mano gonfia come un’arancia e, piano piano sbiancando, diceva “non riesco a respirare”.

Avete presente il mondo crollare addosso sotto quattro parole? Ecco. Quelle. Il resto è un attimo: lui che aggiunge “mi ha punto una vespa”, poi lui sdraiato per terra, il dottor Kildare che scatta come una molla sul borsone dei medicinali e inizia a rovistare furiosamente mentre impartisce le prime disposizioni all’unità di crisi testè convocata, sua moglie Sandra: “Cortisone”, “presto”, “siringa”, “fai presto”. Si precipita su Elio e gli spara in vena un qualcheccosa.

Dunque Elio ancora steso per lo choc allergico, noi imbalsamati in piedi intorno a lui per quello emotivo, si incaricava il Professor Pi, osservati i primi cenni di miglioramento, di cacciarci tutti come galline dall’aia, modalità sciò sciò, al grido di “Bene, ora avviatevi pure a piedi che, smontate le tende e rimontato Elio, passiamo poi noi a prendervi su con le macchine”.

Una carovana di viandanti silenziosi, ancora increduli e con i pensieri a forma di “porcapaletta che strizza” , si avviava verso le due guide riflettendo ognun per se’ sull’insostenibile provvisorietà dell’essere.

Fatta una tappa all’imperdibile museo del Mago Park, uno stanzone in un hangar pieno di scalpi di giaguari, leopardi, corna di varia metratura e reperti florofaunistici, ivi Laura ed io lasciavamo traccia del nostro epistolare passaggio:

Fatta poi a ritroso la Gimkana road, finestrini serrati per la sempre incombente mosca a tse tse -anche se, provenendo da ciò che sapete, addormentarsi sarebbe stato al confronto un sollievo- continuavo a interrogarmi su un’inutile serie di “e se”. E se non che alla fine, all’ora di pranzo, pervenuti in quel dell’Orit Hotel (del quale vi parlo oggi) dopo aver visitato i Mursi (dei quali però vi parlo domani), apprestandoci a gustare un piatto di pasta e fagioli nel caldaione della sala ristorante (tavolaccio sgarrupato con sediole vintage in salsa moschicida) mi ritrovavo una Coca Cola ed Elio seduti di fronte. E al mio sguardo ansiogeno-apprensivo ma finto normale, lui rispondeva sorridendo con un:
-Meripo’, stamattina mi ero un po’ preoccupato
E siccome qua non è che stiamo a staccà pungiglioni alle vespe, a quel punto rispondevo, sollevata:
-Ambeh, allora pure tu, eh?

A Zigo Zago c’era un Mago. Nationalpark

giovedì, gennaio 19th, 2012

2 gennaio 2012
Trascinatami di buon mattino dalla tenda al cespuglio (bagno donne) e poi all’albero spinoso (acacia) ove avevo sistemato il quartier generale del restauro (specchietto appeso al ramo mentre ci si deterge con fazzolettini imbevuti sognando un lavandino con l’acqua, pure zozzo e sbeccato, il lavandino, ma con l’acqua) intercettavo un miraggio che odorava di caffè. Seguendo la scia pervenivo alla sala colazioni e, beh, ci sarà pure un motivo -dico almeno uno- per cui poi io sto Professor Pi ancora lo seguo. Questo è uno dei motivi e ci attendeva in quel di Kolcho, tribù Karo, Omo river, Etiopia, altipiano:

Breakfast room, Karo village (Foto Meri Pop)

Nel motivo, apparecchiato alla perfezione,

Colazione meglio che da Tiffany (Foto Meri Pop)

planavano addirittura delle fette di ananas. Oltre al solito nugolo insettivoro volante, disposto in formazione tipo Frecce tricolore, ovviamente. Ed era dopo la colazione da re che, preceduto da un corteo di ragazzini locali venuto a salutarci, le nostre tre ambasciatrici si congedavano, e facevano congedare noi, dai Karo come meglio non avrebbe potuto sceneggiare manco Denzel Washington. Cioè così: uno

Karo goodbye (Foto Meri Pop)

due

tre

stella

E così avete visto pure altri quattro motivi. Per cui sto Professor Pi lo seguo al limite dello stalking.
A malincuore, e radunate tutte le carabattole, ci rimettevamo in marcia, destinazione Mago Park.
Si fa presente all’utenza che, nei circa tremila chilometri di dolon dolon su piste etiopi, qualche centinaio l’equipaggio di Meri e Pi ospitava Laura, 10 anni. La qual cosa era rilevabile prima di tutto dal tipo di dibattiti politici (allora adesso si gioca a trova la sillaba. allora adesso mi date la rivincita a trova la sillaba. quindi che si fa, si gioca a trova la sillabaaa?) e poi dalla colonna sonora, quella di David essendo stanziale su Aster Aweke e la mia e del Professor Pi su Carlos Santana con sconfinamenti sugli U2 e John Denver. E dunque Laura, negli insondabili misteri etiopi, ci apriva  anche a quelli di Selena Gomez piuttosto che di James Blunt. Il che rendeva quei paesaggi, ve lo assicuro, ancora più irresistibili nelle loro contraddizioni e nella distanza tra qui e lì.

E, soprattutto, Laura in macchina legge. Legge con qualsiasi tipo di terreno, curve, pendenze, ascensioni, smottamenti. Ed è così che, aprendo la Lonely, declamava: “dunque noi stiamo andando al Mago Park? Bene allora Mago National Park, uno dei posti più remoti dell’Etiopia, zona ad altissima densità malarica, nonchè territorio per lo più ancora inesplorato e allo stato selvaggio, regno incontrastato della mosca a tse tse”. No, volete che aggiunga altro? E’ che io ‘ste caspita di guide non solo non le leggo in Italia prima di partire ma ormai manco me le compro più: io meno so prima di partire e meglio è perché sennò poi si rifarebbe strada l’ipotesi Abano terme. Che infatti decidevo in quel momento che avrei rimesso in vetta, sola e incontrastata, per le destinazioni estive. Anche se, sbarcati dopo ore di peregrinazioni a finestrini serrati (che sta mosca a tse tse s’infila ovunque), si perveniva qui:

Mago, Meri & Sirvietta (Foto Professor Pi)

che non ci sono le terme ma la sauna si. Nel senso che c’era un tasso di umidità da acquario e noi coperti come palombari, per via di quelle descrizioni della Lonely. Che, mi scappa e ve lo devo dire, Sirvietta che ha coordinato le pause dei pipì stop della spedizione per tutto il viaggio, nel Mago Park ha seriamente preso in considerazione l’ipotesi catetere.

A notte fonda, sigillati nelle tende in mezzo al caspita di niente della savana vergine, Professor Pi ronfante, udivo il lento scorrere del fiume. E un sinistro ruggito stereo, da destra e sinistra. Che però lo sapevo che se mi azzeccavo al professor Pi pure nel sacco a pelo a dirglielo, oltre ad aver imperversato in tutti i suoi baldaletti precedenti con presagi di vario tipo regolarmente rivelatisi senza fondamento, quello poi giustamente si poteva anche stranire. E mi sono detta, da sola (che qualcosa da sti viaggi l’avrò pure imparata):
-Meripo’, ma quale ruggito, sono Antonio e Fabio che russano.
ROOOOOONFFFFF

Karo amico

mercoledì, gennaio 18th, 2012
1 gennaio 2012
Strana sensazione. Quella di iniziare un nuovo anno in un nuovo posto. Ti sembra di cominciare non dico meglio ma di più. Poi c’è sta cosa che in questi viaggi col professor Pi quasi ogni mattina ti devi rifare lo zaino e ripartire. Cosa della quale ho cura, in loco, di lamentarmi abbondantemente. Però a pensarci qui mi piace mi da’ soddisfazione mi voglio lamentare ugualmente ma un po’ di meno.
Insomma è il primo gennaio 2012 e io, se mi guardo col geolocalizzatore, sto in un puntino in mezzo alla savana etiope con direzione villaggio Kolcho, tribù dei Karo. Che se qualcuno me l’avesse preannunciato solo un paio di anni fa l’avrei fatto ricoverare con TSO, trattamento sanitario obbligato. E fa un caldo pazzesco, il sole frigge il cervello già alle 10 del mattino, io mi sono spellata il naso già due volte, giro bardata tendenza burqa e costello ogni giornata di ansie di vario tipo (non bere acqua, non prendere ghiaccio, no verdure crude, non toccarti gli occhi, non toccarti la faccia, che è sta bolla, che è st’animale) ma è dopo ore di viaggio che il professor Pi ci fa infine arrivare su un promontorio affacciato su una vallata verde e rigogliosa sotto alla quale, a strapiombo, scorre sua Maestà. L’Omo river. E’ qui che ci aspettava questo:

Karo Omo (Foto Professor Pi)

E anche questo:

Karo mio (Foto Professor Pi)

che dico la verità m’aveva messa un po’ in soggezione e manco sono riuscita a fargli la foto. Però mi accertavo che gliela facesse il Professor Pi.

E poi in quel momento mi sono dimenticata di tutto, anche della crema protezione schermo globale. Sono scesa senza fiato e senza parole. E mi volevo abbracciare tutto l’Omo river. E l’Africa.

Meri Omo Pop (Foto professor Pi)

Però ci avevo accanto solo il professor Pi. E così mi sono abbracciata un po’ lui. Che è molto alto e quindi ne abbraccio di norma metà/due terzi al massimo.

Ed è allora che sono sgusciati fuori tutti i Karo: sono considerati i maestri della decorazione del corpo, si dipingono con una polvere bianca, calcare della montagna. Parecchio aggressivi. Soldi soldi soldi. Le prime ore di permanenza non sentivamo altro che “bir, bir, bir”. Il cattivissimo col fucile, là sopra, era il peggiore. E il professor Pi aveva pure detto:
-Di solito la gente si ferma qui un’oretta, li fotografa, li paga e se ne va. Noi resteremo. Anche la notte
Certo, visto come sono ospitali, maporcapaletta che bell’idea tranquillizzante.
E insomma per sottrarci alle continue richieste e strattonate ci rifugiavamo in una specie di capannotta dove allestivamo un frugale desinare. Loro fuori, a osservarci. Torvi.
Una loro guida, rinchiusa con noi, ci illustrava usi e costumi locali. Cose terribili tipo: “se a un bambino scende prima il dente di sopra anziché di sotto è considerato presagio di sventura e il bambino viene ucciso”.
CHE COSA???
E lui: – Si, anche se ora stiamo cercando di debellare questa usanza. Ma alcuni continuano a praticarla
E ancora: quando c’è un funerale le donne piangono e gli uomini sparano. Se sparando uccidono qualcuno “si dispiacciono molto”. Ah, che sensibilità lodevole.
No, proprio non ci siamo, Kari. Mi stavo infastidendo. Inorridendo. Spazientendo. Arrabbiando. Disagiando. Intanto passavano le ore.
Ed è stato quando abbiamo definitivamente messo via le nostre macchine fotografiche che, piano, piano, loro si sono riavvicinati incuriositi da sto gruppetto di matti che avrebbe pernottato su tende a picco sul costone.
E’ allora che ho visto Laura, 10 anni, fare i compiti circondata di bambini Karo, con le faccette dipinte di bianco: non ho idea in che lingua si parlassero ma piano piano loro sono entrati nel capannotto e si sono messi al tavolo con lei. Scambio di quaderni. Tipo le referenze degli ambasciatori.

E poi dopo di lei il guerriero cattivissimo s’è portato via Alice. Io stavo a morì di paura. Ma il suo papà e la sua mamma no e quindi ho capito che ero io che mi dovevo dare una calmata. E infatti poco dopo ce l’ha riportata. sana e salva. E TUTTA DIPINTA. Bellissima:

Alice nel Paese delle meraviglie dei Karo (Foto Professor Pi)

Tanto sono aggressivi, avidi, intrattabili quando si mettono in posa per estorcere soldi tanto poi si squagliano quando a disarmarci siamo noi. Insomma poi il guerriero ex cattivissimo s’è messo a fare lui le foto. A Sven e Alice.

Cheeeessseee (Foto Meri Pop e guerriero Karo)

Noi  nel frattempo avevamo visitato il loro villaggio e al termine avevo trovato la fila da Sven, che di suo sarebbe un dentista ma stava lì a ricucire piedi, ferite, mani. Insomma il disarmo bilaterale stava funzionando. Sarà che comunque, come aveva avuto modo di osservare il professor Pi, avere tre bambine, piccole donne al seguito ci stava aiutando nel contatto con queste popolazioni perché si predispongono meglio sia loro che noi, fatto sta che, per finire, la sera ci hanno portato e offerto anche un liquore all’anice, imbevibile, di circa 450 gradi. Il suggello alcolico scorreva sopra, l’Omo sotto.

La qui presente, invece, nella tenda, senz’acqua e senza bagni, senza luce e senza niente ma con una vista a picco sul fiume d’argento sotto luna piena specchiantevicisivi, firmava la resa al nemico con un fastidiosissimo e inspiegabile “peròcchebbello” che vagava indisturbato e a piede libero nella testa semidormiente senza cuscino. E pure con una colonna sonora. Questa:

che in macchina, quando c’erano con noi Laura o Julie, ci chiedevano sempre di metterla. E così ho pure svecchiato un po’ il mio parco musica. Che sto tizio non l’avevo manco mai sentito noiminare. Come l’Omo. Vedimo’.

Perdere. E trovare

martedì, gennaio 17th, 2012

31 dicembre 2011
E dunque a un certo punto delle danze Hamer, nel pieno del corteggiamento ancheggiante, si avvicinava al nostro gruppetto (eravamo in quota “delegazione straniera”) un vecchio del villaggio. Si avvicinava in realtà solo a Walter, il nostro dottor Kildare: il vecchio aveva un occhio completamente chiuso e l’altro, gonfio, lacrimava roba bianca.

Non diceva neanche una parola, lo guardava con quel che gli restava dell’occhio disponibile. E a quel punto iniziava un dialogo fra i più belli mai ascoltati: dialogo muto. Anche Walter non diceva nulla: gli si avvicinava, inforcava gli occhiali e poi spariva. Riappariva poco dopo con l’autista, la valigetta-Obama (che Barak ci porta i codici nucleari, Walter le medicine) e sua moglie Sandra: iniziava a scartabellare fra sciroppi, fiale, bustine, creme, unguenti, blister e garze e tirava fuori un flaconcino di gocce, guardava il vecchio, gli faceva un cenno di intesa, quello a sua volta rifaceva cenno di si, al che Kildare lo aiutava a reclinare la testa e iniziava a versargli poche gocce nell’occhio ancora semiaperto.

In your eyes (Foto Meri Pop)

-L’altro l’ha già perso, proviamo a salvare qualcosa di questo
-Ma cos’ha?
-Una congiuntivite. Cioè nulla che non potesse guarirlo con 5 euro di collirio antibiotico
Kildare chiedeva alla guida di poter parlare con un familiare del vecchio: si presentava una bellissima ragazzina ancora decorata con i paramenti delle danze.
-Deve metterne tre gocce ogni sei ore. Mi raccomando: tre ogni sei ore

Pare facile. Io ancora non ho capito come si regolano col tempo. Credo col sole. Alcuni autisti in macchina avevano sempre un orario strano rispetto a quello del mio orologio. Finché mi facevo coraggio e chiedevo: ma per voi che ora è? E loro: le ore passate dall’alba, +1, +2, +5, +7. Quanto all’anno qui ci troviamo nel 2005, ci sarebbe dunque tutto il tempo per impedire le cazzate mondiali che noi abbiamo già fatto.

Naturalmente, a seguire, dopo il vecchio con la congiuntivite, si radunava intorno a Kildare una piccola folla di varie infermità: conducevano la classifica vari tipi di ferite infette, cui seguivano altre congiuntiviti e mal di pancia di vario grado e intensità. Per tutti Kildare aveva, quando non un medicinale, un consiglio. A un certo punto vedevo qualcuno degli “stranieri”, chi di preciso non saprei, distribuire -a chi era rimasto senza farmaci ormai esauriti- delle compresse bianche.
-Ah, e queste che medicine sono?
-Tavolette di glucosio
Magari non guariscono l’ulcera gastroduodenale e manco riassorbono il pus delle ferite. Ma, da come ringraziavano mentre se le ciucciavano fiduciosi, ho avuto la netta impressione che facessero loro un gran bene comunque.

Chiuse le puntate del dottor House, salutati gli Hamer e soprattutto lei

Hamer little woman (Foto Meri Pop)

ci avviavamo verso il nostro amato camping per i festeggiamenti del Capodanno. Il cenone, una volta assisi al tavolone, comprendeva il seguente menù:
vegetable soup, riso lesso, patate e carote lesse, pollo alla nonsisaccome. Cioè uguale a tutte e due le sere precedenti.

Però a quel punto Sven calava il jolly: con un’occhiata d’intesa a Laura, Julie e Alice le autorizzava a depredare il suo zaino delle meraviglie. E da lì estraevano un salame siciliano di classe AAA+++ (certificato Fitch) e un panettone tipo Monte Athos. Così, a quel punto, iniziavano a planare sul tristanzuolo tavolo del lesso-dinner anche i pistacchi e le noccioline di Walter e Sandra, il pangiallo di Carlina donato da Adriana prima della partenza, il panpapato di Loriana, i torroni del professor Pi e altre piramidi di italiche squisitezze. Vino rosso come fosse Omo river. E vi volevo a questo punto far vedere anche il pandoro di Sirvietta nostra, dopo la cura bagaglio:

Pandori Bauli dentro gli Zaini (Foto Meri Pop)

sostanzialmente trasformato in un panforte.
Ma buonissimo.
E inoltre, una volta affettato, bastava riallungarlo e la fetta rilievitava. Marò che spettacolo. 
Per l’occasione le luci di tutto il camping, solitamente spente alle 22, venivano prolungate fino alle 23,50, che mezzanotte gli sembrava brutto. E insomma ci siamo fatti degli auguri come Toro seduto: che alzarsi dalle sedie, dopo quella mangiatona, non se poteva proprio fa’.