Archive for the ‘Dire’ Category

Jackie, Oh

martedì, maggio 19th, 2020

Frequentò la Vassar University di New York, la Sorbona di Parigi e la George Washington University, primo ingaggio come junior editor di Vogue ottenuto vincendo un concorso di scrittura e a Vogue lavorò prima negli uffici di Manhattan, poi nella redazione di Parigi. Fu poi arruolata come reporter per il “Washington Times-Herald”, realizzando interviste in ambito politico-finanziario. Fra gli intervistati Richard Nixon, l’uomo che il suo futuro marito avrebbe  sconfitto alle elezioni presidenziali del 1960.

E io che la inseguivo come una delle più iconiche soprattutto per quei sandali capresi e quel tailleur rosa macchiato di sangue. L’americana che vestiva francese. Finché il padre del futuro presidente, Joseph Kennedy, la strappò a Chanel e la riposizionò più consonamente sul designer americano Oleg Cassini, che gliene firmò circa 300, di abiti a stelle e strisce. La donna le cui conversioni stilistiche segnarono le epoche come fossero i periodi di Picasso.

Tipo il rosa Christian Dior.Jackie Oh

Jacqueline Kennedy Onassis nata Bouvier: e sì, il cognome da ragazza di Marge Simpson è volutamente lo stesso di quello da ragazza di Jackie.

Jacqueline alla quale, non sapevo, dobbiamo il salvataggio del tempio di Dendur, magnificente opera in arenaria salvata dalle acque dopo la costruzione della diga di Assuan e installata, grazie anche a lei, al Metropolitan Museum of Art di Manhattan, nel 1979.

Cose che un po’ me la riabilitano, che ahimè mai le ho perdonato il tragico destino della Callas, sfigata in amore più di Tosca (e ce ne vuole). Ma non fui sola: “Ha deluso il mondo intero” titolarono crudelmente i giornali, il 20 ottobre 1968 mentre a Skorpios diventava la signora Onassis (io mi delusi comunque una ventina d’anni dopo eh, che al matrimonio c’ero appena) … e nonostante fosse vestita Valentino, quel giorno, la vedova “del più amato”, per andare in sposa al “superpescecane”.

Superpescecane che lei tradì con Roswell Gilpatric, inducendo il cornificato a chiedere il divorzio. Che non ottenne mai perché spirò durante l’accumulo dei faldoni per gli avvocati. Così lasciando Jacqueline ancora una volta vedova e ricchissima. Chiuse il suo ciclo a New York, come esperta di arte egizia.

Morì nel suo appartamento sulla Fifth Avenue, il 19 maggio 1994, a 64 anni. E’ sepolta a fianco di John Fitzgerald Kennedy, nel Cimitero Nazionale di Arlington. Perché è lì che ci piace pensare sia sempre rimasto vicino, lì vicino, in qualche modo, il suo cuore.

La Ripartenza

domenica, maggio 17th, 2020
Stasera siamo finalmente tutti nella stessa condizione: come chi non ci ha capito un tubo e qualsiasi cosa farà potrà rivelarsi sbagliata. Ma è felice come non gli accadeva da tanto.
La ripartenza, altra grande metafora dell’amore.

The Mask

sabato, maggio 16th, 2020

Comunque non è che bisogna riaprì proprio tutto eh.

#iorestosingle

Caro Giuseppe Con-giunto

lunedì, aprile 27th, 2020

Caro Giuseppe,

le scrive una che, sopravvissuta a un divorzio, dieci traslochi e a tutta l’evoluzione della specie politica dalla Dc a oggi – ciononostante non ancora decrepita- da 60 giorni non vede e non tocca nessuno e non si è recata oltre le colonne d’Ercole del giornalaio. In tempi successivi al Pleistocene sono stata financo dalle sue parti, lavorativamente, nel senso governativo. E sono sopravvissuta pure a quelli. Dunque si figuri se mi metto qui ad aprire polemiche: se lei ordina io obbedisco. Ebbasta.

Però (eh, lo so). Da lunedì prossimo – si legge nel decreto, articolo 1 comma a – saranno considerati “necessari gli spostamenti per incontrare congiunti purché…”. Ora, dicoio, perché dopo sessanta giorni durissimi lei mi irrompe nella già squassata vita sentimentale-affettiva con uno dei termini più opachi, opinabili e anche giuridicamente nzesà?

Glielo ripeto: da 60 giorni senza vedere e toccare nessuno, senza soprattutto sapere il mio stato immunitario, se cioè me lo so’ preso e l’ho smaltito, se invece no, insomma, io i genitori e la famiglia ce li ho fuori dal Comune. Però perché, di grazia, lunedì prossimo posso oltrepassare i 200 metri per andare a trovare zia Peppinella che chi se l’è mai filata ma non un’amica che è più famiglia per me di zia Peppinella?

Questo solo io vorrei sapere: chi decide per me chi sono i miei congiunti? Me so’ distratta e nel frattempo c’è il congiunto di stato civile?

Capisco il timore dell’assembramento. Allora preferirei che mi si dicesse che da lunedì posso scegliere due persone di affezione (siamo a livello gatto eh) da andare a trovare. Però, Giusè, le scelgo IO. Chiaro?

Sua Meripo’
Si associa anche zia Peppinella

L’amore in una stanza: Amedeo Modigliani e Jeanne Hébuterne

mercoledì, aprile 8th, 2020

Avete mai amato così profondamente da condannare voi stessi all’inferno per l’eternità? Beh, io l’ho fatto.

E non ci sarebbe altro da aggiungere a ciò che il regista Mick Davis fa dire a Jeanne Hebuterne nel film “I colori dell’anima”. film sulla vita di Amedeo Modigliani e su quel perfetto manuale di autodistruzione reciproca che è stato l’amore fra lui e lei.

Non c’è niente di speciale, all’inizio, in quel copione dell’artista squattrinato, bello e dannato, e leopardianamente già minato in salute da giovane, che lascia l’Italia per Parigi e lì si tira dietro il suo fare smodato. Manca solo Puccini. E infatti. La vita bohemienne lo trascina tra osterie, alcol, droghe, sperperi, donne e un supremo talento. Ma… Eccolo il “Ma”: ha 19 anni -e lui 33 quando la incontra- occhi profondi e capelli lunghissimi. Si chiama Jeanne Hebuterne, artista anche lei, e appartiene a una famiglia conservatrice e borghese. C’è tutto ciò che serve per innescare la mina. Che infatti scoppia al primo sguardo: occhi negli occhi ed è già tardi per mettersi in salvo.

Lei lascia tutto, compresa la carriera di artista, e si trasferisce nel sottotetto di lui, la famiglia la ripudia e ostacolerà in ogni modo ciò che invece è inarrestabile. Il Paradiso dura poco perché la salute di lui peggiora, i soldi scarseggiano e lei rimane incinta ma lui neanche riconosce, all’inizio, quella bambina il cui nome per esteso diventerà la crasi di lui e di lei: Jeanne Modigliani.

Lui la ritrarrà e la amerà sulle tele come non riuscirà mai a fare nella vita. Restituendole, e facendolo a lei sola, financo lo sguardo:
“Dipingerò i tuoi occhi. Ma devo conoscere la tua anima per dipingerli”.

E gli occhi vuoti e cerulei che lui disseminerà ovunque si fermano qui, negli occhi di lei, i soli che riuscirà a riempire di intensità e non di vuoto.

La salute di lui peggiora e a un certo punto si accorge che di tempo gliene resta poco. Promette di sposarla, di riconoscere quella prima figlia, lei resta di nuovo incinta e sembra davvero, quella, una proroga concessa dalla vita. La proroga si interrompe per lui il 24 gennaio del 1920. Muore di tubercolosi, a 35 anni. Due giorni dopo lei, incinta di nove mesi, si suicida gettandosi dalla finestra dell’appartamento dei suoi. Lui viene sepolto al Père Lachaise, la famiglia di lei non cede neanche lì e la seppellisce al cimitero di Bagneux. Solo dieci anni dopo verrà portata anche lei accanto a lui.

Ma no, non chiuderemo questa storia con un suicidio. La chiuderemo con ciò che lui risponderà a lei ogni volta in cui ritorna, dopo abbandoni, strazi, tradimenti, angosce. E che ancora oggi, probabilmente, sdraiatole accanto al Pere Lachaise, continua a dirle:

-Ma dove sei stato?
-Ad aspettarti

Quello che non ho

mercoledì, aprile 1st, 2020

Non ho un terrazzo perché -A Roma vivo sempre fuori
Non ho Netflix perché -Vado direttamente al cinema
Non so cucinare perché -Vado dalle amichebbrave checcucinano
Non ho coabitanti perché -L’amoreventualmente funziona solo a distanza
Non ho figli perché le idee migliori mi vengono se passeggio da sola
Non ho manco cani perché Ci manca solo uscire per portarlo a spasso

Poidice la lungimiranza, Fabrì.

8 marzo

domenica, marzo 8th, 2020
Un pensiero grato alle madri che stanotte hanno scoperto di avere educato figli che sono prima di tutto cittadini responsabili. (Anche i padri, ove abbiano collaborato).
Cioè quelle -lo specifico nzesammai- che si son sentite dire “Resto qui e non mi muovo”.

Di cosa abbiamo veramente paura

martedì, marzo 3rd, 2020

Penso alla mia amica Sara. Che è partita un mese fa e rientrerà domani in Italia. E’ andata in un posto molto bello, a lavorare, un posto pieno di sole e di programmi di sviluppo da coordinare. Quando è partita, un mese fa, era lei che atterrava da loro per portare aiuti. Poi ieri un medico locale tutto bardato ha bussato alla sua porta. L’ha interrogata, le ha misurato la febbre e l’ha visitata. E lo ha fatto perché è “italiana”. Me lo ha scritto lei ed è da ieri che mi si è stretto il cuore pensando a Sara e immagino come si sia stretto anche il cuore di Sara.

Cara Sara, domani, quando atterrerai,  troverai un Paese cambiato, spaventato, diffidente, smarrito. Rientrerai in un’Italia in cui è sconsigliato darsi la mano, abbracciarsi, baciarsi. Sentirai spesso odore di alcol e l’Amuchina è inodore altrimenti sentiresti anche quella. Rientrerai in un Paese più sterilizzato, nell’igiene e nei sentimenti. Perché anche il contagio della paura è velocissimo.

Domani rientrerai in un Paese in cui una mattina ci siamo alzati e ci siamo scoperti tutti più spaventati. E soli. E forse è di questo che abbiamo più paura: di essere lasciati da soli. E’ che non siamo più abituati a non sapere, a non controllare, a non avere in mano la situazione, a essere in ostaggio di cose sconosciute. Che è un po’ uno smarrimento simile a quello che ci viene quando ci innamoriamo, quella paura che scorre silenziosa ma presente sotto la felicità. La paura di quello che ora c’è ma potrebbe non esserci più. La paura di perdere tutte le cose che davamo per scontate e che per questo ci sembravano senza molta importanza.

Cara Sara, ieri ho pubblicato una storia, una storia d’amore, quella fra Marina Abramovich e Ulay: ha battuto il record di tutto quello che ho pubblicato finora. E ho pensato che ieri -e oggi- avevamo bisogno proprio di questo: di credere ancora. Di credere ancora in qualcosa di così impalpabile ma anche di così concretamente avvertibile come l’amore. Che lui -l’amore- non aspetta che noi gli si apra le porte: lui le sfonda e si piazza. Avevamo bisogno di stringerci insieme attorno a qualcosa. Di stringerci col pensiero, certo. Che ora ci consigliano di stringerci solo così. Proprio ora che invece avremmo bisogno di un bell’abbraccio stropiccioso.

E io però a pensarci mi sono sentita meglio. Mi sono detta che dai, se abbiamo ancora voglia di credere all’amore, e di farlo insieme, non tutto è perduto. Ecco, Sarè, pensa come stiamo.

Dai, su. Ti aspettiamo. E lavati spesso le mani.

Le Cinque

lunedì, febbraio 17th, 2020

Le cinque fasi dell’amore:

Attrazione
Innamoramento
Esplosione emozioni
Disillusione
Mi prendo un gatto

#Giornatadelgatto

 

Brave a letto

giovedì, dicembre 12th, 2019

Prosegue il dibattito scatenato da un quotidiano italiano a seguito della fiction su Nilde Iotti sulla presunta “esuberanza delle emiliane a letto”. Concita De Gregorio, chiesto al Direttore del giornale cosa intendessero per “essere brave a letto” non ha comprensibilmente ottenuto risposte. Per altre vie, provando a cercare su Google, alla locuzione “essere brave a letto” otterrete circa 9.290.000 risultati.

Dice Meripo’ ma mo’ perché te ne occupi? Me ne occupo perché la curiosità di cosa un uomo intenda con l’espressione “brava a letto” l’ho sempre avuta e mai è stata soddisfatta. Al contrario ho quasi sempre sentito uomini accusare donne di non esserlo per ritorsione: ovvero quando sono stati piantati malamente, quando le cose non hanno funzionato per loro o mentre erano in preda a rivendicazioni -anche legittime per carità- su altri piani. Il modo in cui la rabbia di una lite a un certo punto si incanala è anche quella del “non eri manco brava a letto”.

Io non dubito che in tutti questi casi essi, gli uomini, avessero ragione nel rimproverare una performance poco entusiasmante. Il punto perdonatemi però è: ma, esattamente, cosa vi ha fatto credere che dipendesse solo da lei? Lo chiedo soprattutto alla luce del fatto che, in linea di massima, e senza voler con questo sottovalutare il problema della frigidità femminile, mentre l’uomo è riuscito ad arrivare sulla luna, nei segreti del genoma, in quelli dell’universo e della fisica quantistica, ebbene pare che ancora stenti ad arrivare al punto G.

Non vorrei infine scomodare Harrytipresentosally ma, insomma, ci siamo capiti, credo, Direttore.