Archive for the ‘Dire’ Category

Il ponte

giovedì, giugno 14th, 2018

Aula universitaria interno giorno, ora di matematica, si spiegano le equazioni. Assistono studentesse e studenti che si preparano ad essere futuri insegnanti elementari. Al termine un’allieva si avvicina al Professore

-Scusi Prof ma perché dobbiamo studiare cose così complesse visto che poi andremo a insegnare prevalentemente addizioni e sottrazioni?

-Mi perdoni, mia cara, in questo periodo sta forse leggendo libri di letteratura italiana?

-Si, certo Prof

-E perché lo fa, visto che andrà ad insegnare prevalentemente l’alfabeto?

Questo aneddoto, che riguardò e mi raccontò il professor Pi, mi è tornato in mente leggendone un altro, riguardante un Professor Hamilton, americano.

-Una ragazza mi ha detto: farò la stilista. Perché devo imparare l’algebra?
Hamilton chiama uno scienziato cognitivo (addirittura), Dan Willingham e gli chiede

-Già, perché i liceali studiano l’algebra?

e il collega gli risponde

-“Perché l’algebra è ginnastica per il cervello.Esiste però una ragione più importante: l’algebra è il modo in cui insegniamo al cervello ad applicare il pensiero astratto a cose pratiche”. “E’ il ponte, in altre parole -specifica l‘autore del libro in cui è raccontato– tra il mondo platonico delle forme idealizzate e il mondo caotico in cui viviamo. Gli studenti e noi tutti abbiamo bisogno di quel ponte”.

E dunque: non è importante l’algebra ma è quel ponte ad essere importante. E’ la bussola che possiamo usare per orientarci nel mondo.

Da giorni leggo molto scoramento per il fatto che, in cruciali posti di governo, sono state messe persone senza titoli e senza preparazione. E leggo molti: cosa ho studiato a fare? Perché tanti anni a studiare quando bastava non farlo per essere nominati sottosegretari?

Sono molto e spesso scoraggiata anche io. Ma mai pentita di aver studiato. E di essermi schiantata sull’algebra per anni. Però alla fine ho imparato ad attraversare quei ponti. E sì preferisco essermi schiantata sull’algebra anzichè al suolo cadendo dal burrone perché il ponte non lo sapevo usare.

Vorrei che tutte le persone chiamate a decidere le sorti anche mie fossero obbligate a costruirselo quel ponte. Vorrei che fosse obbligatorio superare esami di accesso a qualsiasi posto di responsabilità. Ma chi su quel ponte quotidianamente ci cammina sa che non ci rinuncerebbe mai, non ci rinuncerebbe più. Anche mentre guarda sconfortato tutti quelli che volteggiano spensierati sul ciglio del burrone.

 

Ponte neozelandese facile (la foto del difficile non c’è, mi stavo reggendo)

Elenco delle cose che ho imparato da mia nonna

mercoledì, maggio 30th, 2018

Nello smarrimento generale c’è chi cerca conforto nella fede, chi nella filosofia, chi nella Nutella. Io, dopo aver passato in rassegna i primi tre, avendo dovuto sospendere anche la somministrazione della terza, se ancora vacillo cerco conforto nelle mie nonne. Ed è dunque oggi, nel bel mezzo di questo invincibile casino, che credo sia ora di rispolverarne l’elenco.

Elenco di alcune cose che ho imparato da mia nonna che era sarta, devota, curiosa e aveva finissimi capelli bianchi e la quinta elementare.

-Sii sempre in ordine, non si sa mai

-Quando si è a posto con capelli e scarpe il grosso è fatto

-Bisogna sapere almeno attaccare i bottoni e fare gli orli

-Tieni sempre al tuo corpo: è lo scrigno dell’anima

-Colazione da re, pranzo da principi e cena da povero

-Studiare è meglio che non studiare

-Indipendentemente da quanto hai studiato leggi i libri

-L’amore passa, il marito resta e quello su misura -al contrario dei vestiti- non esiste

-A volte sanno più i genitori di te quale si rivelerà il marito giusto

-La fede in Dio va e viene. Tu, in ogni caso, prega

-Non cercare di sapere prima quali prove dovrai affrontare: penseresti di non farcela

Dove tutto è finto ma niente è falso

giovedì, maggio 17th, 2018

La prima volta in cui sentii parlare di Freddie Mercury vi è ormai leggendariamente nota. La prima volta in cui sentii parlare, invece, delle potenzialità di un certo caspita di internet fu nel lontano nonmiricordo quando il mio Direttore -che ormai mi aveva perdonata per la questione Mercury- un giorno mi disse che a Bologna era nata “una cosa” fatta molto bene che metteva in comunicazione tutti i cittadini con i servizi della città. Mi ci inviò per due giorni. Due giorni indimenticabili. A base di tortellini e di torri e di aceto balsamico e sì pure di questa cosa che si chiama Iperbole.

Ora, siccome la vita è un po’ come certi amori che fanno dei giri immensi e poi ritornano, capita che a Bologna mi ci riporti dopodomani questa caspita di Internet che però stavolta mi ci porta non come giornalista ma come co-autrice di testi teatrali. Vedi un po’ che mi doveva capitare dopo Freddie.
-Meripo’ ma come t’è venuto in mente mo’ di scrivere i testi teatrali?
Eh e che vi devo dire certe volte il cambiamento arriva e non gli interessa se sei pronto o no, quello arriva.

Per l’occasione il testo sarà “La storia di Google”, quarantacinque minuti a conclusione dallo StartUp Day organizzato dall’Università di Bologna per aiutare studenti e laureati ad avviare con successo le loro idee imprenditoriali. Quarantacinque minuti in cui Tiziana Sensi, regista e attrice, darà il meglio di sé, di me e di tutti quelli che hanno contribuito a questa cosa che insomma se potete voi andateci e poi mi dite. No, io stavolta fisicamente non potrò esserci. E non immaginate come vorrei. Però ci sono Andrea Dotti, che è l’inventore di Companies Talks e del format e di tutto questo cucuzzaro nonché il mio Grazie numero uno (e la lista però è lunga e piano piano ve la svelerò), e ci saranno anche un sacco di persone fighe (Lorenzina, mi raccomando eh che mo’ gli onori di casa li fai da casa) che non vi faranno sentire affatto la mia mancanza e se non vi piace potete protestare con loro.
Poi la settimana prossima invece vi aspetto a Roma e lì si che ci sarò ma ve ne parlo più in là che sennò voi vi dimenticate.

Allora, ricapitoliamo:
Sabato 19 maggio ore 18:15 Palazzo re Enzo Bologna, “La storia di Google”.
E benvenuti a teatro. Dove tutto è finto ma niente è falso.
(Giggino Proietti)

L’ora più felice

venerdì, maggio 4th, 2018

Un giorno ho letto -nonmiricordodove- che uno studio -che non trovo più- di una Università -di nonmiricordodove- affermava che l’ora più felice della settimana erano le 18,30 del venerdì.

Per tanti anni le 18,30 del venerdì sono state per me l’orario di un treno. Un treno dal quale scendeva Qualcuno, o un treno che io prendevo per andare a raggiungere Qualcuno.

Dello studio ho letto però quando Qualcuno aveva smesso di scendere. E dunque le 18,30 del venerdì mi erano diventate l’ora più malinconica della settimana. Che l’amore spesso è soprattutto questo: un bel rito. E quelle sono le cose che ci mancano di più all’inizio: i piccoli e grandi riti che costruiamo insieme.

Lo diceva anche Il Piccolo Principe, che ci vogliono i riti

“Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti”.

Senonché io questo bel rito del treno non ce l’avevo più. E però questa cosa delle 18,30 del venerdì mi si era ficcata in testa e ogni venerdì a quell’ora me ne ricordavo moltomolto malinconicamente.

Poi, un giorno, alle 18,30 di un venerdì senza treno ho preso una decisione: avrei provato a far sì che l’ora più felice della settimana non fosse più appaltata ad altri. Mi sarei presa cura io direttamente di quell’ora.

E così ho prenotato un treno di venerdì che mi portasse nella felicità alle 18,30. E sono andata da Franca con Lorenza. La prima mia ora più felice della settimana ero con i piedi a bagno nel mare al tramonto in Friuli Venezia Giulia, con uno Spritz in corpo fatto a mestiere. E sì, era quanto di più felice potessi immaginare.

La settimana dopo non potendo prendere treni ho preso le scale: le scale che da Via della Dataria salgono al Quirinale. E al termine dell’impettata mi sono affacciata, ansimante ma felice, dalla terrazza più bella del mondo.

Da allora mi è poi capitato anche di:
farmi consolare da Schopenhauer a gennaio
comprarmi un gelato al cioccolato a febbraio
regalarmi una mini Sacher a marzo
piantare dei semi difficilissimi ad aprile

Ho scoperto che sono in grado di rendermi felice. E che qualsiasi sconforto può essere interrotto per un po’ alle 18,30 del venerdì.
E sì, credo di poter dire che non so se esista veramente quello studio  ma che, in ogniccaso, la felicità non è un sentimento. E’, spesso, una decisione.

L’amore è non dover mai dire Mipiace

mercoledì, maggio 2nd, 2018

E dunque Zuckercoso ha deciso che su Facebook aprirà la sezione Agenzia sentimentale: un algocoso per conoscersi online e, se le cose funzionano, fidanzarsi. Lui vuole fare le cose serie eh, non favorire le sveltine, nonnonnò: “creare relazioni reali e per il lungo periodo, non per incontri occasionali”.

Solo che una App per incontrare sconosciuti affidando poi a un improbabile calcolo statistico la felice relazione stabile esiste già e si chiama Matrimonio. Si usa da millenni ma soprattutto si è già visto come va a finire: che uno alla fine va su Facebook e ricomincia a rimorchiare.

Perché, come diceva la zia della mia amica Mariapà quando finiva un amore, Ricordati che è sempre uno che hai conosciuto per strada. E che la strada possa essere online non farà alcuna differenza.

L’Aquila e i capelli di Maria D’Antuono

venerdì, aprile 6th, 2018

Si chiama Maria D’Antuono e aveva 98 anni quando fu  trovata viva dopo 30 ore sotto le macerie a Paganica, nel terremoto che nove anni fa sconquassò L’Aquila.

Appena l’hanno tirata fuori, dopo un giorno e mezzo trascorsi sotto ai calcinacci, oltre ai soccorritori ha trovato pure le telecamere e al giornalista che glielo chiedeva ha risposto: “cosa ho fatto tutto questo tempo? Ho lavorato, ho fatto l’uncinetto”.

Poi, è sbottata: “Ma almeno fatemi pettinare!”.

Ecco, al prossimo maschio che vi chiede di spiegargli una femmina, basterà parlare di Maria D’Antuono. Tre parole per capire che prima di schiantare una donna ce ne vuole e per spiegare perché le donne sono e saranno sempre la salvezza dell’umanità: almeno fatemi pettinare.

Dateci una spazzola. E vi solleveremo il mondo.

La funivia di Maya

mercoledì, aprile 4th, 2018

«Ho imparato che puoi capire molto di una persona dal modo in cui affronta queste tre cose: una giornata di pioggia, la perdita del bagaglio, e l’intrico delle luci dell’albero di Natale».

Oggi è il giorno di Martin Luther King ma è anche quello di Maya Angelou, alla quale Google dedica il doodle.

Poetessa, scrittrice, attivista per i diritti civili  ma anche cuoca, cameriera, attrice, prostituta, spogliarellista e ballerina, prima conduttrice afroamericana a condurre la funivia di San Francisco. E ancora giornalista in Egitto, insegnante, regista e produttrice di drammi teatrali e programmi televisivi.

Maya non si è risparmiata nulla della vita in salita: nata da famiglia poverissima, violentata dal compagno della madre, ma questo non le ha impedito di risalire sempre, proprio come su quella funivia.

Nel 1993 è stata lei a recitare una poesia durante la prima cerimonia di insediamento del presidente statunitense Bill Clinton.

Maya Angelou, la donna che ha trasformato tutto quello che le è successo in poesia. Perché  “puoi infangarmi nella storia
con le tue amare, contorte bugie.
Puoi schiacciarmi nella terra
ma, come la polvere, io mi rialzo.
Puoi ferirmi con le tue parole,
puoi trafiggermi con i tuoi sguardi,
puoi uccidermi con il tuo odio,
eppure, come la vita, io mi rialzo».

Qui l’integrale:

Puoi infangarmi nella storia
con le tue amare, contorte bugie.
Puoi schiacciarmi nella terra
ma, come la polvere, io mi rialzo.

La mia sfacciataggine ti disturba?
Perché sei afflitto dallo sconforto?
Perché cammino come se avessi pozzi di petrolio
che pompano nel mio salotto.

Proprio come le lune e i soli,
con la certezza delle maree,
come le speranze che volano alte,
io mi rialzo.

Volevi vedermi spezzata?
Con la testa china e gli occhi bassi?
Spalle cadenti come lacrime,
indebolite dai pianti della mia anima?

La mia immodestia ti offende?
Non te la prendere così tanto
solo perché io rido come se avessi miniere d’oro
scavate nel mio giardino

Puoi ferirmi con le tue parole,
puoi trafiggermi con i tuoi sguardi,
puoi uccidermi con il tuo odio,
eppure, come la vita, io mi rialzo.

La mia sensualità ti disturba?
Ti coglie di sorpresa
Che io danzi come se avessi diamanti
alla confluenza delle mie cosce?

Dalle capanne della storia ignobile
io mi rialzo.
Da un passato radicato nel dolore
io mi rialzo.
Sono un oceano nero, impetuoso e vasto
che traboccante e gonfio avanza con la marea.

Lasciandomi indietro notti di terrore e paura
io mi rialzo
in un nuovo giorno miracolosamente chiaro
Io mi rialzo
Portando i doni lasciati dai miei antenati,
sono la speranza e il sogno dello schiavo.
E così mi rialzo,
mi rialzo
mi rialzo

La rubrica

lunedì, marzo 19th, 2018

Appreso che la questione finiva male e che ci si separava definitivamente con il miodicuimarito, disse:

-Capisco che ora ti sembri un disastro. Ma considera che fra poco per star bene ti basteranno tre numeri nella rubrica

-Eh? Papà ma quali?

-Un idraulico di fiducia, un elettricista e un muratore

I papà andrebbero inseriti nei Lea, livelli essenziali di assistenza.

Belle, ciao

giovedì, marzo 8th, 2018

Ogni 5 minuti una bambina o una ragazza nel mondo muore a causa di violenze
1 su quattro si sposa prima di aver compiuto 18 anni
22 milioni di ragazze sono sposate con un uomo adulto
63 milioni di ragazze hanno subito mutilazioni genitali
130 milioni non vanno a scuola

Per quanto riguarda le ragazze cresciute
496 milioni di donne non sanno né leggere né scrivere
solo una su 2 ha un lavoro retribuito
sono il 70% dei poveri e i 2/3 degli analfabeti nel mondo
solo il 14% ricopre posizioni professionali direttive
sono il 10% dei seggi parlamentari e il 6% delle cariche ministeriali.

La foto è la nota positiva di questo post: quella che vedete è una scuola della tribù Afar, in Dancalia. Nonostante le condizioni di vita ostili, in una terra in cui si sta con 40 gradi di minima, scuola e istruzione sono garantite a dispetto di tutto il resto. E le femmine sono quelle che ci vanno di più e vanno meglio.

Scuola Afar in Dancalia. Foto Meri Pop

Perché, ricordiamocelo, dove gli altri potranno arrivare con ogni mezzo, a ciascuna di noi prima o poi qualcuno chiederà di essere brava il doppio.

E ora, e solo ora, buon 8 marzo. E andiamo, che c’è parecchio da fare.

Senza una donna

martedì, marzo 6th, 2018

Me ne accorgo ogni volta la notte degli Oscar. Quando, più che i vincitori, io aspetto un segno. Da lei. Lo aspetto e spesso lo ottengo. So che a un certo punto una donna arriverà su quel palco e mi darà una scossa. E una riscossa.

Ho aspettato Meryl e Halle Berry. E Patricia Arquette, che nel 2015 dedica il premio a “Tutte le donne che hanno partorito, tutte le cittadine e le contribuenti di questa nazione: abbiamo combattuto per i diritti di tutti gli altri, adesso è ora di ottenere la parità di retribuzione una volta per tutte, e la parità di diritti per tutte le donne negli Stati Uniti”.

E Olivia Evans, che ricorderà al pubblico dell’Academy come “Le donne non hanno pari diritti negli Stati Uniti perché la Costituzione non è stata scritta pensando a loro”.

O Reese Witherspoon: “Ambition is noi a dirty word”, l’ambizione non è una parola sporca, siatelo.

E anche quest’anno ho aspettato ed è arrivata. E’ stata la volta di Frances McDormand che per me resterà sempre Fargo ma insomma la Lorenza dice che pure i tre manifesti è roba cazzuta assai.

“Tutte abbiamo storie da raccontare e progetti da finanziare. Non parlateci di questa cosa alle feste di stasera. Invitateci nel vostro ufficio tra un paio di giorni o venite al nostro, come credete meglio, e vi diremo tutto”.

Poi si è rivolta alla platea chiedendo a tutte le donne che avevano ricevuto una nominatation di alzarsi in piedi con lei. Poche, pochissime rispetto ai masculi. “Ho solo due parole per voi stanotte, signore e signori: inclusion rider”, ha detto Frances facendo riferimento a una clausola che gli attori possono scegliere di inserire nei loro contratti e che garantisce la presenza di donne, neri e tutte le categoria sottorappresentate tra gli attori e il personale che lavora a un film.

E penso che c’è un’altra circostanza nella quale io l’aspetto, una donna. L’aspetto qui. Non a Los Angeles. La vorrei oggi, ad esempio. Nel bel mezzo del caos e di questo invincibile inverno. Vorrei che oggi qualcuna si alzasse in piedi e mi desse quella scossa. E quella riscossa.

Ti sto aspettando, ragazza. So che ci sei. Serve molto coraggio. E so che ce l’hai.