Archive for the ‘Tacco 12’ Category

Sorelle di taglia

venerdì, dicembre 3rd, 2010

Oggi Meri è anche qui:
http://www.ingenere.it/finestre/sorelle-di-taglia

con loro:
http://www.amiciobesi.it/

E a noi questa piace moltissimo:

Un cuore grasso da slegare

martedì, novembre 30th, 2010

di Marina

Domenica. Da sola a casa a piangere come poche volte prima. A cascatella, a rivolo, a fontana e a diga. Del Vajont. Mica pizza e fichi.

Riguardo le vecchie foto, vedo quella Marina così grassa, così ingombrante, così con quasi una persona in più sulle spalle, con oltre 40 kg a circondarla, e, con l’occhio affogato dal prodotto delle sacche lacrimali, mi chiedo come sia possibile che, ora, in questo istante, io la rimpianga.

Perché lo faccio? Perché quella Marina li aveva il cuore sotto grasso. Come i salami in Piemonte. Protetto e conservato. Anti-urto, anti-inganno, ben arrotolato. Nessun rischio di amare, perché il grasso le bastava. Allontanava chiunque. Compresa la stessa Marina.

Oggi. Quei 40 kg meno l’hanno di colpo spogliata. Resa vulnerabilissima, spaventata e temuta. Perché quel rimbombo nello stomaco non è più la peperonata della sera prima, ma è un cuore grasso, grasso da slegare. Solo che Marina è una dilettante. Si è dimenticata la lezione dei suoi primi 25 anni, o forse allora non serviva neppure studiare. E oggi il suo aspetto le fa orrore. Più di 40 kg fa. Perché oggi ha comprato uno specchio. E ci si guarda, si prova vestiti, si cambia, ma non sa davvero chi sia sta Marina nuova. E di fondo nemmeno le piace, perché, benchè se la racconti, non guarirà mai dall’ossessione del cibo. E forse, solo questo, la salverà.

Si ama così poco che non si concede neppure il beneficio del dubbio. Da grassa, grassissima, pensava: “Nessuno mi può amare perchè faccio splendidamente schifo.”. Da grassa, mediamente dimagrita, pensa: “Nessuno mi può amare perché faccio sempre splendidamente schifo”. Il tetro motivo conduttore non è affatto cambiato.

Pur comportandosi da donna da manuale, il minchia grande amore non appare. Non vede altre possibilità. E’ perchè è grassa. Meno grassa, ma grassa.

E poi, dopo questa valanga di lacrime domenicale, perdurata fino al lunedì mattina, come una batosta in mezzo alla fronte, un pensiero, l’unico sensato che poteva nascere, riesce a perforare la calotta cranica.
ECCHECCAZZO.
Un sano ECCHECCAZZO di quelli che sgorgano dal cuore. Anche da quelli magri.
E’ solo fottuta paura. E’ solo sostituire il grasso con qualcos’altro. In questo caso con un muro altissimo. E’ fingermi ciò che non sono e poi pretendere che qualcuno scavalchi quel muro di 20.000 mattoni che ho costruito con pazienza certosina, per trovare dietro una che ti chiede se vuoi giocare a Monopoli?

Credo di aver capito che, se non mollo io la paura, quella non mollerà mai me. Se non corro io il rischio, non saprò mai se ne sarebbe valsa la pena. E’ sempre la paura che fa 900, non solo 90.

E, di botto, ho sorriso. Facendomi largo fra le lacrime. E ho ricordato nonna che mi diceva: “Se una cosa si può sognare, si può fare”. E io, soffocata dalla paura, non ho più sognato.
Voglio riprendermi i miei sogni, là dove li avevo lasciati, voglio mollare un po’ di zavorra e concedermi il rischio di soffrire, ma avendo investito davvero me stessa nel tentativo di vivere…

Io sono una donna, mediamente grassa, consapevole di esserlo. Ma ancora troppo impaurita per non togliere quel grassa vicino alla parola donna. Quel grassa che, per anni, l’ha tutelata dalle emozioni. Ma posso lasciare li quel “grassa” e sbilanciarmi lo stesso.
Almeno in questo, essere donna di peso potrà aiutarmi.

Meri Vintage

venerdì, novembre 19th, 2010

E comunque la mia piccoletta punk è andata a Londra. A fare un corso. Da Vidal Sassoon. Me lo ha raccontato mentre massaggiava la capoccella di Meri nel lavabo del saloon post Sassoon.

Diciamo che nel borsino delle giornate oggi-non-è-giornata si stava piuttosto alte in classifica. E dunque sono i casi nei quali o, come Marilla, si sniffa Nutella o si entra da un coiffeur.

Meri optava per il piano B marciando di prima mattina, e in coincidenza con l’apertura delle Borse e dei saloon, verso la sua guru di riferimento che, raggiante nel suo dark total look -nel quale spiccavano un paio di stivaletti con micro borchie- l’accoglieva con un trionfale
-“eeehhiii, abbiamo bisogno di una sistemata, mi pare”.  
-“Possiamo cavarcela con una piega in mezz’ora o devo prendermi un periodo di aspettativa?”

Rassicurata dalla prospettiva di un apprezzabile miglioramento, almeno capillare, raggiungibile nel lasso di tempo della mezz’ora successiva, Meri si affidava fiduciosa alle cure del caso.

La capillatrice raccontava dunque del viaggio nella City al corso di perfezionamento di Vidal, quello dei capelli non del bagnoschiuma. E altresì raccontava di strepitosi acquisti – fra i quali rilucevano gli appena indossati stivaletti borchiati- in un mercatino vintage di nonsochequartiere.

Senonché a un certo punto la piccoletta sferra il colpo finale: “Insomma, un posto fantastico, il tempio del vintage: tutto anni ’60-’70. Deve essere stata un’epoca fichissima. E comunque ‘sto mercato ti sarebbe piaciuto molto”.

Ecco. Gli anni ’60 e ’70, cioè i miei, sono vintage. E io sono già il prodotto di “un’epoca”, seppur “fichissima”.

A volte, nella vita, i sensibili miglioramenti esigono prezzi altissimi.
Tutto sommato io me la sono cavata con 20 euro. E l’esaltante sensazione di far già parte della storia.

Daje de tacco daje de punta

mercoledì, ottobre 27th, 2010

Interrompiamo momentaneamente le schermaglie aprendo una via di fuga in ambito scientifico.

Riceviamo dal professor Pi e volentieri diffondiamo

Cara Meri Pop,
per fugare l’idea che gli scienziati si occupino solo di cose astruse, lontane dalla quotidianità delle persone, mi è gradito inviarle la seguente formula, volta a determinare l’altezza del tacco che una signora deve indossare la sera che decida di uscire, elaborata presso l’Institute of Physics dell’Università del Surrey: 

 h=12 Q + 3 s/8

Glossario
s
= il numero di scarpe espresso nella misurazione anglosassone
Q= viene chiamato fattore sociologico, ha bisogno di un calcolo più complesso. Viene espresso dalla formula (che ho riadattato ragionando in Euro) dove bisogna immettere al posto dei simboli i seguenti valori

v – rappresenta la voglia che avete di mettere i tacchi quella sera, va da 0 a 1, 0 nessuna voglia, 1 desiderio assoluto di portare i tacchi.

a – indica il numero di anni di esperienza sui tacchi. Poiché sta al numeratore della formula ci dice, come v del resto, che più esperienza avete più potete osare.

c – è il costo delle scarpe espresso in Euro, lo 0,85 a moltiplicare è solo dovuto al fatto che la formula originale era in sterline e questo rappresenta il rapporto Euro Sterlina al momento attuale.

t – misura il tempo, in mesi, passati dall’acquisto delle scarpe, cioè quanto esse sono alla moda; t=0 indica scarpe nuove.

b – indica il numero di bicchieri di cocktail che si intendono bere, una sorta di misuratore del tasso alcolico, essendo al denominatore ci dice che più si beve meglio è che il tacco sia basso.

Potete adesso calcolare Q, che va da un minimo di 0 ad un massimo di 1. 0 indica che non avete nessuna voglia di uscire, 1 che non potete e volete farne a meno!

Per fare un esempio. Supponiamo v = 1 (assoluta voglia di uscire), a = 10 (10 anni di esperienza sui tacchi), serata a medio tasso alcolico, due bicchieri di cocktali, b = 2 e scarpe appena comprate t= 0 che sono costate 200 Euro

Si ha che Q vale circa 0,30 e quindi l’altezza del tacco deve essere, se per esempio il numero delle scarpe è 38 (5 misura inglese)

h =12 0,3015/8 = 5,875

cioè non più di tacco 6.

Il bere, in questa formula, ha un peso notevole: già bevendo un solo bicchiere Q diventa 0,45 permettendo un tacco 8, con buona pace di tutte coloro che hanno visto caracollare le Sex and the City su tacchi vertiginosi mentre trangugiavano un cocktail via l’altro.

Lascio a voi signore ogni commento sul lavoro dei ricercatori inglesi ed attendo suggerimenti su come modificare la formula tenendo conto delle abitudine alcoliche delle donne italiane.

Questo è il sito da cui ho ripreso la formula:

http://www.eurekalert.org/pub_releases/2004-03/iop-sch031904.php
e riporto anche il commento del suo “scopritore”:

“Although at first glance our formula looks scary” said Dr Paul Stevenson of the University of Surrey who carried out the research for the Institute, “It’s actually pretty simple as it’s based on the science you learnt at school and which you never thought you would use in real life, in this case Pythagoras’ theorem
1 Applying this to shoes can tell us just how high the heel of the foot can be lifted above the ground.”

Della serie anche gli scienziati possono toppare.
Suo Professor Pi

Caro professor Pi,
sono ammirata. Soprattutto pensando alle mie 25 lettrici. Che, con questa formula, l’unica che riuscirà a calcolare con quale caspita di tacco uscire stasera è la Montalcini, che non fa parte delle mie 25. Forse anche Margherita Hack che non solo non fa parte delle mie 25 (però mi sa che fa parte delle sue),  ma che esce di sera solo per vedere le stelle e non mette tacchi.

Vedo che i fisici del Surrey hanno cassato completamente il fattore “FDA” fidanzato da accompagnamento, che per le italiane è determinante per il calcolo tacco molto più degli Spritz da scolarsi. E non vedo neanche il “FSI”, fattore strafigaggine indotta, cioé la considerazione che, comunque, il tacco 12 offre una chance in più a chiunque, per il prosieguo della serata.

Ciò detto Meri Pop si è arenata -tipo leone marino nella baia di San Francisco- già alla quinta riga, prima di “Surrey”.

Non è che il tacco me lo può calcolare Lei direttamente, prof, se le dico che ci sono 40 cm. che mi distanziano dallo spilungone col quale devo uscire? Io nel frattempo, stasera, mi leggo un libro. Scalza.
Meri

Meri Pop s’incalza

venerdì, ottobre 15th, 2010

Riguardo alla vicenda “Se lui si sfila anche noi ce le sfiliamo: no Omsa se parti” mi giunge l’elenco completo dei marchi Golden Lady-Omsa ed è una catastrofe: Golden Lady, Omsa, SiSi, Filodoro, Philippe Matignon, NY Legs, Hue, Arwa.

Nel frattempo Gimbo ci informa che da domani arriva un’ondata di freddo a Nord e da domenica pure nel resto d’Italia. Sopra i mille metri neve.

Forza con i “caltezzoni Biglia”, le calzette di lana e una bella e solitaria stagione invernale senza più un uomo nel raggio di centinaia di chilometri.

D’altra parte la rivoluzione non è una scampagnata. E neanche una scompagnata.

L’occasione mi è infine gradita per sdoganare  le Sore Palin della rivoluzione anti-Omsa.

Lui se la fila e noi ce le sfiliamo: no Omsa se parti

venerdì, ottobre 15th, 2010

Interrompiamo momentaneamente le trasmissioni sentimentali di Supercalifragili per informare tutte le utenti che è ufficialmente ora di andarsi a ricomprare le calze e che questa estate la Omsa ha deciso di fare, oltre alle calze, pure le valigie e andarsene dall’Italia in Serbia lasciando a casa 346 operaie.

Libero il signor Omsa di alzare le gambe e andarsene? Libere pure le nostre gambe di andarsene fuori dalle sue calze. Quindi, stavolta, se lui se la fila pure noi ce le sfiliamo. E facciamoglielo sapere: no Omsa se parti.
Mi aiutate?
Maschietti, pure voi. Ce l’avete una fidanzata, di solito anche due, no?

Allora, intesi: basta Omsa, Golden Lady, Sisi e Filodoro.

E siccome Meri Pop ormai ha preso il filone epistolare ha deciso di proseguirlo degnamente inviando pure questa:

Gentile signor Omsa,
in seguito alla sua decisione di traslocare altrove la produzione delle calze ho deciso anche io di traslocare altrove le mie gambe: non più nelle sue calze. Quindi con te partirò: tu in Serbia, io in altre marche.
Le ricordo con l’occasione che in Italia ci sono circa 30 milioni di donne alle quali si sfila in media un paio di calze a settimana.
Buon viaggio.
Meri Pop

qui: http://www.omsa.com/ita/contatti-consumer.asp

Le 10 regole del Personal sòla

mercoledì, ottobre 13th, 2010

Allora, io posso comprendere tutto: non c’è strazio sentimentale che mi senta di sottovalutare, dall’infatuazione di mia nipote per un concorrente di X Factor alle mazzate della signora Woods. E tutto giustifico purché la pena d’amore possa alleviarsi (ma sulle mazzate ho comunque delle perplessità di ordine puramente penale nel senso di Codice).

E’ quando si usa la pena d’amore per alleviare l’altrui portafoglio che un po’ mi incazzo adiro.

Dunque, sono certa che sapete dell’esistenza dei “dating coach”: in America spopolano e quindi possiamo forse noi farci mancare un bel “consulente di seduzione”, un allenatore da primo appuntamento, un personal happy hour? Certo che no.

Come potremmo fare, noi sole e abbandonate, a decidere che metterci, dove andare, cosa dire? Un tempo c’erano le amiche ma oggi se non hai il dating coach sei non solo una zitella ma anche una pezzente.

In America c’è questo David Wygant, con un sito da 51.000 pagine al giorno (Grazia – Il sesso ai tempi dell’Happy Hour, pagina 98), tariffa dai 55 ai 95 euro l’ora. Ripeto: fino a 95 euro l’ora.

E dunque ora non voglio privarvi, e gratis, delle 10 regole-base per l’appuntamento perfetto partorite da questa mente illuminata. Illuminata dal saldo del suo conto in banca quando va allo sportello del Bancomat.

1) Scegliete luogo, musica, vestito in sintonia (senza esagerare)
(Sono una rompicoglioni e lo so però mo’ scusate, avete mai dato appuntamenti alla discarica di Malagrotta vestite come Lady Gaga?)

2) Non lasciate nulla al caso, soprattutto l’ora.
(Vi prego, l’appuntamento con l’ora a casaccio no, giuratemi che non l’avete mai fatto anche in assenza di David Wygant).

3) Attenzione ai piccoli gesti: interessatevi all’altro, ascoltatelo.
(Presentarvi a un uomo che vi attizza indossando le cuffiette dell’Ipod e anzi alzare il volume mentre vi disturba dicendovi quanto gli piacete, un grande classico)

4) Siate maliziose con ironia: la seduzione passa da piccoli segnali, non dalla sfacciataggine.
(Il reggicalze lo esibisce in diretta solo la Brambilla, tranquilli)

5) Baciatevi al momento giusto. Non forzate le cose, fate in modo che si crei l’occasione.
(Basta con questa abitudine di sbatterlo al muro appena entrate nel bar avviluppandovici come un pitone in calore)

6) Il giorno dopo trovate il modo di fargli sapere che siete state bene.
(Il giorno dopo da che mondo è mondo sono LORO che devono farci sapere che come-te-nessuna-mai)

7) Un Sms della buonanotte va bene, una telefonata di due ore e 10 sms notturni no.
(Se uscite con delle psicopatiche non vi salva certo David, dovete chiamare il 118 forse anche la squadra antistalking)

8) Evitate le stravaganze: meglio un banale pizza+cinema che un rodeo di tori meccanici a rischio frattura.
(Io non ce la faccio più, toglietemi questo dalle mani)

9) Niente ex: con una persona nuova siamo nuove anche noi. Vietato parlare degli errori del passato.
(Non è che Alberoni ce l’abbiamo solo noi, eh)

10) Sesso: si o no? Non ci sono regole, solo buon senso. Se l’atmosfera è giusta perché no? Altrimenti rimandate.
(Cioé io ti ho pagato solo per risolvermi il punto 10 e tu spari ‘sta cazzata sciocchezza? Ma il 118 ora lo devi chiamare tu, anzi chiama proprio i caschi blu per liberarti dalla pressione che sto esercitando sulla tua glottide mentre ti interrompo il normale deflusso di aria con le mani strette attorno al tuo collo)

No, perchè io a questo punto non ho scelta e devo, purtroppo devo, ricorrere al lodo di missis Woods. E prenderlo a mazzate.
Perchè queste non sono regole per single: SONO REGOLE PER RINCOGLIONITI.

Diamoci un taglio

martedì, ottobre 12th, 2010

Quando una donna cambia taglio di capelli vuol dire che sta cambiando uomo. O che un uomo sta cambiando lei. Perchè temo che un uomo c’entri comunque, quando si cambia taglio. Ma prima o poi riusciremo a entrare da un parrucchiere anche senza tutto il condominio amoroso, dateci tempo.

In attesa di quel giorno Meri Pop ha cercato comunque di portarsi avanti con il lavoro e sabato mattina, per prepararsi adeguatamente alla presentazione del “peso irragionevole”, ha ritenuto maturi i tempi per liberarsi di un altro, irragionevolissimo peso, nonchè suo personale fardello. Tricologico.

Che il punto è questo: quanto dura un lavaggio? No, non uno shampoo, un lavaggio di cervello: quel sottile, subdolo riflesso condizionato che scatta ogniqualvolta dobbiamo decidere a chi piacere. Ed è statisticamente provato che poche volte siamo le prime destinatarie delle decisioni che prendiamo.

Insomma, Meri Pop era proprio convinta di non volersi tagliare i capelli perchè si piaceva così. E si è gettata come un kamikaze nell’impresa di “riuscire a fare una messa in piega di sabato mattina a Roma senza appuntamento”. Dopo un paio di “oggi manco a pensarlo”, si è imbattuta proprio sotto casa in un non meglio identificato salone nuovo di pacca nonchè deserto il cui unico pezzo di arredamento ben visibile era un contrabbasso. 

Ma siccome una donna è donna quando decide ecco che dopo essersi sguerciata ben bene a spiare dalla vetrina, infine apriva la porta prorompendo in un cordialissimo “Saaaalve. Questo è per caso un parrucchiere?”.

Due pischellissimi lui-e-lei dark PUNK con musica di sottofondo ROCK sfoderavano un irresistibile sorriso a Meri POP. Compiuto questo rapido giro dei generi musicali si passava al dunque in un coiffeur inusualmente vuoto, per essere sabato mattina a Roma.

Meri Pop: “Vorrei fare una messa in piega, è possibile?” (domanda retorica risuonava nel deserto).
Punk lei: “Certo. Ma (ammiccante) è sicura di aver bisogno solo di una messa in piega?”
Meri Pop: “Tesoro (affabile),  non sono sicura di nulla, soprattutto di ciò di cui ho bisogno. Però pensavo di aver sistemato almeno il fronte dell’acconciatura. Riapriamo anche quello?”
Punk lei: “Riapriamo. Al massimo ricrescono. E richiudiamo”.

Ed è così che, come in un lampo, al primo ZAC ho visto passarmi la vita davanti allo specchio. Quantomeno gli ultimi due anni. E mi sono accorta lì, su quella poltrona bordeaux, spalle al contrabbasso e alla pischella che imbracciava le forbici come un bisturi, con una professionalità che poche volte ho visto all’opera così, che era ora di recidere anche quel cordone. Quelle doppie punte, quantomeno.

Che troppo spesso accade di pretendere grandi cambiamenti dal mondo e dagli uomini. Salvo poi partecipare alla causa non essendo disposte a investirci nemmeno qualche ciocca di capelli.

Bentornata

venerdì, ottobre 8th, 2010

Nei vestiti da stringere.
Nei negozi.
Negli specchi.
Nei vestiti colorati.
Nelle riviste femminili.
Nel piacere.
Nella vanità.
Nella vita.

E auguri.

(Grazie a Marilla)

I migliori danni della nostra vita

martedì, settembre 28th, 2010

Cara amica che mi hai detto che hai un piccolograndenonsocchè che nasce,
mi sono sbagliata.

Cara amica che mi hai raccontato che è iniziato con un “aggiungi agli amici”, poi è proseguito con un “condividi”, “commenta”, “sgomenta”, “contenta”, mi sono sbagliata.

Cara amica che mi hai raccontato che poi c’è stato un sms e poi un altro ancora, mi sono sbagliata.

Cara amica che mi hai raccontato che piccoli battiti hanno cominciato a salire, mi sono sbagliata.

Cara amica che mi hai detto che a volte la felicità è anche una casellina rossa dei nuovi messaggi arrivati, mi sono sbagliata.

Cara amica che mi hai detto che quando non ci pensi le cose accadono, mi sono sbagliata.

Cara amica che mi  hai mandato un bip bip alle 6,20 e mi è preso un infarto perchè quella è l’ora in cui i cuori si fermano sul serio e invece il tuo aveva appena ricominciato a battere dopo un sacco di tempo, mi sono sbagliata.

Cara amica che mi hai detto che ancora non sai cos’è e ancora non sai bene chi è ma ti ci vuoi abbandonare lo stesso,
e io ti ho detto “si ma mettiamoci il paracadute che stavolta ci facciamo male, ma male sul serio”
e tu mi hai detto “no, io il paracadute non lo voglio”
e io ti ho detto: “almeno mettiamolo e teniamolo chiuso”
e tu mi hai detto: “no, io non me lo voglio manco mettere, basta paura”
e io ti ho detto: “che bip di testa dura che ci hai” e mi è venuta paura del vuoto a me,
mi sono sbagliata.

Ora che tu l’appuntamento l’hai preso, una cosa sola volevo, alla fine, veramente dirti: mi sono sbagliata, quando ti ho detto “seta”:
E’ MEGLIO IL PIZZO.

Psssss
Che tanto in infermeria, alla fine, ci andiamo a finire tutte lo stesso e allora meglio avvolte di pizzo che col nylon. Del paracadute.