Archive for the ‘Leggere’ Category

Ditelo coi muri

lunedì, giugno 5th, 2017

Saggi si nasce. A Roma ci si diventa

Cartelli Roma matrimonio

Foto Meri Pop, piazza Bologna

La zampata della tigre

venerdì, marzo 10th, 2017

Le pantofole. Si può essere così distratti da scivolare per colpa di due pianelle di stoffa e farsi anche male.

“Ho qualcosa al polmone!”. L’ho detto io, li ho tolti dall’imbarazzo, non so neanche perché. Io non fumo!

Paolo mi stringe dalla schiena, forte, sento le sue braccia scaldare ciò che prima “in quel tubo” metallico sembrava si congelasse.

Sebben che siamo donne, paura non abbiamo.

L’ordine è resistere. Il primo che crolla veniamo giù tutti. Andrà tutto bene.

La porta di casa non mi è mai sembrata così lontana e tanto desiderabile

“Mamma, sei tornata!”. E poi sono solo baci e lacrime

«Io non ce l’avrei mai fatta senza di te!». «Sei stata una guerriera, Nicoletta, e comunque io non ti avrei mai permesso di arrenderti».

-Mamma quanto è lungo il taglio!
-Ho combattuto contro una tigre che prima di scappare via mi ha dato una zampata sulla schiena!
-Mamma, ma tu sei la tigre e sei il più bel disegno che sia mai stato realizzato

Inspiro, espiro e piango.

Questa storia, quella di Nikki raccontata da Valeria, potrebbe a buon diritto stare tra le Storie calme di donne inquiete. Perché anche Nikki è una guerriera come loro, una che non si arrende, una che la tigre la sta ancora domando. Questa storia è racchiusa nelle 98 pagine di un libro, che qui vi ho dato in 10 pillole. Rispetto alle quali, davvero, io non voglio e non posso aggiungere nulla. Che certe cose le spiega meglio il silenzio.

Valeria Scafetta con Nikki Guelfi
La zampata della tigre
Alter Ego edizioni

La zampata della tigre

Amare alla follia

mercoledì, novembre 23rd, 2016

C’è che ieri sera ce la siamo goduta finché non ci siamo sedute, Grace ed io. Memori del suo imperituro motto “La patata deve girare” (che gli assidui del blogghe ricorderanno), facevamo una sosta obbligata dal contiguo Queen’s chips, mentre, in entrata al contiguo, ci sfilavano i SimonaIzzo’s, gli Edoardo Leo
(-Grace, io questo l’ho già visto da qualche parte
-Dint’a un film, Meripo’, din’t a parecchi film)
le Simone Marchini
(-Grace, la Marchesini -Marchini, Meripo’, Marchini
-Grace, Rocco Schiavone -Giallini, Meripo’, Giallini)
e molto cinema e teatro che è e che fu.

Ma una volta entrate la pacchia è finita.

E alla fine, quando dal palco si alza il velo in ogni senso, ti senti sollevata pure tu come quel palloncino in aria, dopo un’ora e mezza in apnea inchiodata alla poltrona.  Una cosa che a raccontarla è quasi impossibile. Una cosa da pazzi. Bravi da matti. Tutti. Perché “La pazza della porta accanto” forse è proprio questo: un viaggio su quel confine labilissimo che tutti ci attraversa, tra normalità e pazzia. Le parole sono quelle di Alda Merini, l’adattamento teatrale è di Claudio Fava e la regia è quella di Alessandro Gassman. Ma le paure sono le nostre. Basta poco per ritrovarsi oltre quel confine. Oltre quel velo. Fra i “normali” e i “dannati”. Quelli prima della legge Basaglia e quelli dopo. Alda Merini. Che infesta di frasi le bacheche di Facebook ma che nessuno, alla fine, conosce davvero. Una che il manicomio l’ha avuto fuori e dentro.

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All’Eliseo la Merini sta nel fragile e bellissimo corpo di Anna Foglietta.

Alda Merini, voce del verbo amare. E dare parole all’amore. Le parole che, insieme alla legge Basaglia, la salveranno dal manicomio ma non dall’inferno che si porta dentro. E che in fondo ognuno di noi si trascina appresso.

Perché, alla fine, è del suo stesso male che tutti noi abbiamo voglia e paura. Di amare. Di amare da impazzire.

alda-merini-vita

Il vaccino non è un’opinione

martedì, ottobre 18th, 2016

Mentre Bebe Vio starà dando gli ultimi ritocchi al suo abito Dior per la cena alla Casa Bianca di stasera

bebe-vio-dior

penso che mai avrei immaginato che nel 2016, mentre atterriamo su Marte, fosse necessario ri-obbligare le persone a vaccinarsi.
Mai avrei pensato che fosse necessario scriverci un libro, anche più d’uno.
Mai avrei pensato, quando l’ho conosciuto, che lo avrebbe scritto Roberto Burioni (che sarà che sulla rete circolano tante bufale ma per fortuna circola pure lui).
Premettiamolo subito: lo stimato professor Burioni, medico e ordinario di microbiologia e virologia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano è amicomio. Anche se non l’ho mai incontrato. Ma abbiamo incrociato le lame e le tastiere variamente su tutt’altro, comprese le sventure sentimentali per le quali, ahimè, il vaccino (ancora) non c’è.

Tutto ciò non sarebbe stato comunque sufficiente a motivarmi nella lettura di 160 pagine sulle vaccinazioni, se non fosse che Roberto Burioni oltre a essere dottore professore e amicomio è, anche, un fascinoso seduttore 2.0 (non ho idea se lo sia pure altrove, lo si metta agli atti, marescià mi raccomando). E dunque sì, sono stata irretita e me le sono sciroppate tutte e 160 come stessi leggendo Jane Austen. Perché, in qualche modo, quest’uomo scrive anche come una donna: con la penna intinta un po’ nel miele e un po’ nel fiele. Sempre, in ogni caso, nell’alambicco. Il tutto provvedendo a ridividere le due grandi categorie il cui mischiume è oggi responsabile di gran parte dei disastri orbeterracquei: fatti e opinioni.

Mai avrei pensato dunque di appassionarmi alla storia dell’antivaiolosa (soprattutto perché a me ha lasciato l’orrido timbro non sul braccio ma sul fiancochiappa). E mai avrei immaginato, per esempio, che a portare a segno un colpo micidiale al terribile virus fosse stata una fascinosa donna, tal Lady Mary Wortley Montagu (1689-1762) “bellissima, elegante, intelligente, insomma quel tipo di donna di cui ogni uomo conosce la pericolosità” scrive Roberto (che quindi direi che sì, deve essere seduttore anche oltre il 2.0 ma marescià peccarità questa è un’opinione).

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Lady Mary Wortley Montagu

Colpita dal vaiolo a 26 anni -insieme al fratello che morì, Lady Mary Wortley Montagu sopravvisse ma rimase “deturpata nel volto perdendo la sua bellezza ma non la sua intelligenza”. Cosa che non le impedì di sposare un ambasciatore a avere un figlio. A Costantinopoli venne a sapere che le persone si difendevano dalla malattia “infettandosi in maniera controllata” (vi risparmio i particolari della traslazione di liquido da pustole di poco malati a piccole zone di pelle di molto sani).

Il marito, narra sempre il Burioni amiconostro, era molto “contrario a questa bizzarria e non avrebbe mai permesso che il diletto primogenito fosse sottoposto a questa pratica turca. Tuttavia -voi sapete come sono fatte le donne- quando nel 1718 dovette tornare in Inghilterra, la moglie colse al volo l’occasione e in sua assenza fece variolizzare con successo il figlio. Il padre ritornò a cose fatte e a quel punto -come fa da sempre ogni coniuge di sesso maschile di fronte a una simile situazione- si rassegnò e diede ragione alla moglie”.

Ecco. Guarda che tocca fare per vedersi dare ragione da un uomo.
Sdogano quindi volentieri la Vanna Marchi che è in me e ve lo dico: amichemie e amicimiei specie i dubbiosi e gli assatanati contrari, fatelo: burionizzatevi. Burionizzatevi con successo. Se non per me fatelo almeno per Lady Mary Wortley Montagu.

burioni-libro

Roberto Burioni
Il vaccino non è un’opinione
Mondadori

Auguri, staffetta Gabriella, signorina ma non per forza

venerdì, marzo 25th, 2016

Auguri, staffetta Gabriella, cento chilometri al giorno in bicicletta e una gran fame.

Auguri staffetta Gabriella, pronta a morire a 17 anni “che ogni volta che uscivo di casa speravo di non dover sparare”.

Auguri staffetta Gabriella, che una notte a. Castelfranco arrestò un’ombra nella piazza perché non ricordava la parola d’ordine. E quell’ombra era suo padre, perseguitato dai fascisti.

Auguri, staffetta Gabriella, che andò casa per casa a incoraggiar le donne per prendersi il diritto di votare. E ancora oggi si chiede “perché per noi donne gli esami non finiscono mai. Come se essere maschio fosse un lasciapassare per la consapevolezza democratica”.

Auguri staffetta Gabriella, quando essere sindacaliste significava difendere “le mani lessate delle filandiere”.

Auguri staffetta Gabriella, che quando ti chiedevano se rimpiangevi la condizione di signorina rispondevi, dietro suggerimento della Sandra Codazzi, “signorina ma non per forza”.

Auguri staffetta Gabriella, prima donna ministro della storia della Repubblica e instancabile “acchiappafantasmi” della commissione d’inchiesta sulla P2.

Auguri a te e a tutti noi, Tina Anselmi, per i tuoi 89 anni.

E sempre grazie a Carla Trudu che mi regalò il libro di Anna Vinci dal quale sono tratte tutte queste perle preziose: “Tina Anselmi con Anna Vinci – Storia di una passione politica. La gioia condivisa di un impegno. Sperling&Kupfer”.

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(Alfonsina Morini Strada, altro tipo di pioniera…)

 

La rivoluzione della carezza

martedì, ottobre 27th, 2015

Ieri sera sono andata al piccolo Eliseo dove la mia amica Alessandra Di Pietro (che gli assidui del quippresente blogghe ricorderanno per aver dato alle stampe il programmatico Godete!) presentava il suo ultimo libro: “Il gioco della bottiglia – Alcol e adolescenti, quello che non sappiamo”. Essendo io interessata agli adolescenti quanto al dibattito sul sistema elettorale afghano (per quanto pure quello italiano…) e pur avendone ormai una in casa per il tramite di mia sorella (di adolescente, non di sistema elettorale), mi son recata in loco per l’unico motivo del vincolo di amicizia con Alessandra. E anche perché mi aveva detto che ci sarebbero stati Edoardo Camurri (una delle pelate più fighe che ci sia, contenente una moltitudine di pensieri belli assai pure quelli) e una batteria di amichemie.

Apperciocchè mi inabissavo nella poltrona pronta a riemergerne eventualmente dopo una pennica (che la giornata era stata impegnativa assai) quando mi destava subitanemanete prima la pelata di Camurri ma poi anche l’anticipata canizie sbarazzina di Federico Tonioni, che al Policlinico Gemelli si occupa di dipendenze da Internet e anche da altro, smartphone e tablet compresi.

Tonioni, parlando del gioco d’azzardo che come tutte le dipendenze nasce come forma di dissociazione, azzardò a un certo punto un parallelo con l’innamoramento. E a lungo si soffermò sui sentimenti.

Ed eccovi dunque l’elenco di ciò che, ascoltando una prolusione sulla dipendenza da strumenti digitali,  appuntai aprendo sulla mia protesi Ifonica la funzione “Utility” sottofunzione Note:

-L’innamoramento ti estrania dalla realtà,  ti fa perdere la cognizione spazio temporale. E anche qui chi ne “soffre” ha lo spazio mentale completamente occupato… E’ in sostanza una psicosi benevola che non tutti possono permettersi.

-Il corpo dice un sacco di cose e dice sempre la verità

-Anche gli occhi: sono l’unico nervo scoperto di tutto il corpo. Pure dal punto di vista fisico, sono un nervo cavo, un canale per guardare dentro. Perciò lo sguardo di una persona amata può farci innamorare

-Online però il corpo non c’è. Ed ecco che la cosa che è diventata più difficile di tutte è arrossire. Ma anche fare una carezza e trovare qualcuno in grado di accettarla. Lo stesso vale per l’addormentarsi fra le braccia di qualcuno: è lì, e non nello sballo artificiale, il vero lasciarsi andare. Un’operazione difficilissima. Per questo forse stiamo diventando più inclini a farlo prendendoci una pillola. O una sbornia.

Carezza

Concludendo, e citando, stasera tornando a casa… fate una carezza.

Alessandra Di Pietro “Il gioco della bottiglia”
Add editore
192 pagine
14 euro
ebook 6,99

Il gioco della bottiglia

Strumenti di riparazione per cuorinfranti: la vasca

giovedì, settembre 24th, 2015

Un gruppo di studenti va in visita in un centro psichiatrico. Il direttore del centro fa da guida. Uno studente chiede al direttore

-Signor direttore, che criterio seguite per decidere quali pazienti devono essere ricoverati nel centro?
-Uno molto semplice: mettiamo il paziente davanti a una vasca piena d’acqua e gli diamo un cucchiaio, una tazza e un secchio. In base a cosa sceglie per svuotare la vasca decidiamo

-Certo -dice lo studente saputello- la cosa più logica è il secchio, che ha una capienza maggiore rispetto al cucchiaio e alla tazza…

-No, caro, l’unica cosa logica è togliere il tappo della vasca. Preferisce la stanza che dà sul giardino o quella sul torrente?

Ad uso dei devastati e inondati dallo tsunami della fine di un amore: il tappo. Dovete togliere il tappo…

(da “Manuale sui postumi dell’amore”, Juan Bas – Castelvecchi)

Vasca con rana

Aiutiamo Didone

martedì, luglio 7th, 2015

C’è questo fenomeno che sarebbe anche antico come il mondo, ma che a causa della liberalizzazione dei costumi, del femminismo, della legge sul divorzio ha trovato negli ultimi decenni un considerevole incremento. Il fenomeno per cui donne gagliarde, bonazze e in gamba si innamorano perdutamente di uomini che, nell’economia della relazione, sembrano essere degli incontrovertibili cazzoni.

Costanza Jesurum – Guida portatile alla psicopatologia della vita quotidiana
Minimum Fax

P.S.
Non avevo alcun dubbio che, anche stavolta, il libraio della Versilia di Meripo’ avrebbe fatto centro.

didone innamorata

 

Una bella Storia

giovedì, giugno 18th, 2015

“A fare la Storia sono anche i romani che hanno il coraggio (perché un po’ di coraggio ci vuole) di infilarsi nello spazio stretto di quel vicolo, carichi di buste della spesa. (…). Poi ci sono i romani che organizzano le manifestazioni contro gli immigrati, ma quelli al massimo possono fare la cronaca”. Oggi Pietro Piovani sul Messaggero parte da un tweet della vostra quippresente per raccontare l’Italia che fa la storia. A Roma. Eccolo: (cliccateqquà). Una gran bella Storia.

 

Partire da ferme

martedì, giugno 16th, 2015

Portarsi addosso una sconosciuta. Non ve lo so spiegare meglio, quello che mi è successo con Maria Perosino. Storica dell’arte e scrittrice. Scrittrice di viaggi. E di vita. C’è che un giorno, non tanto tempo fa, sentii fare il suo nome da qualche parte (no, non mi ricordo niente peggio di Nora Ephron). Dopo pochi giorni lo sentii rifare da due amiche che ne parlavano sull’autobus citando il titolo di un suo libro. IL suo libro: “Io viaggio da sola”. Senonché mi tuffai su Google e iniziai a cercarla. Nello stesso tempo aprii il socialcoso dell’uccellino, Twitter, e tra le notifiche c’era scritto “Maria Perosino ha iniziato a seguirti”. Un messaggio chiaro, tipo: “ho capito, se aspetto te stiamo fresche”.

Cliccai il tastino bianco di Segui che virò in blu: ci eravamo trovate. Non ricordo (ve l’ho detto, è un disastro) quanti giorni ci seguimmo. Ricordo che appresi che stava uscendo un suo nuovo libro. E io ancora dovevo comprare “Io viaggio da sola”. Ma continuavo ad aspettare nonsisacché. Un giorno entrai da Feltrinelli al grido di “Mi dia Io viaggio da sola della Perosino” con la stessa determinazione di un rapinatore da “Caccia il malloppo” ma, quando quello me lo consegnò, lo sfogliai e lo rimisi a posto. E pensai

-No, non è ancora il momento

Non so che caspita stessi aspettando. Ma quel pensiero di lei e del libro era ormai quotidiano e fisso. Però mi appuntai la data di uscita del nuovo, ormai mancava poco, e scrissi sull’Agenda

16 giugno – Le scelte che non hai fatto

Ed è stato così che giusto la mattina del 16 giugno di un anno fa, uscendo per portare finalmente a compimento sta missione, arrivarono dal socialcoso dell’uccellino quattro agghiaccianti parole: “E’ morta Maria Perosino”.

Non so dirvi che sbigottimento è perdere una persona che non hai mai avuto. Ma che hai sfiorato. Che stava lì, a portata di clic, e non hai raggiunto mai. Pensando di aver tempo. E che ne avesse lei. Che aveva la mia età.

Maria Perosino. Una a cui il viaggiare ha salvato la vita, anzi ne ha regalato un’altra (vi ricorda qualcosa?). E che mi ha definitivamente convinta del fatto che, spesso, per cambiare vita basta iniziare cambiando valigia. Perché «è il trolley l’invenzione che più di ogni altra, pillola anticoncezionale inclusa, ha contribuito alla liberazione delle donne».

Maria Perosino. Che ci ha consegnato il passaporto per vivere bene. Anche e soprattutto da sole. Partendo da ferme, all’occorrenza. Che “Viaggiare da sole non significa affatto essere sole. Significa che vi dovete arrangiare a portare la valigia”.

Maria Perosino taccuino