Archive for the ‘Leggere’ Category

Parlami d’amore Meripo’

giovedì, gennaio 30th, 2020

Neanche la scoperta della particella di Dio è riuscita a risolvere il problema della smaterializzazione improvvisa degli amanti.
Quelli che scompaiono. Servisse rivolgergli un appello gli diremmo: bastano tre parole per uscirne come uno statista, Scusa-è-finita. Fatti sto regalo.

Tre paroline per entrare nella Hall of fame di quelli che, un giorno, andremo a ripescare nello specchietto retrovisore della nostalgia.

Credeteci: arriva il giorno in cui ci mancano un pochino financo l’inaffidabile e il bugiardo. Ma il codardo, o la codarda, proprio No.

Ma la priorità non è, ora, quello che avrebbero dovuto fare gli altri quando lo fanno-male. È cosa dobbiamo fare noi quando ci capita.
E cioè… (Continua su Repubblica Live… In edicola, sapete quei luoghi… per amatori, ecco appunto).

Tullia Zevi, la signora della Forza

martedì, gennaio 14th, 2020

Non a caso l’unica sua biografia, al netto della chiacchierata con la nipote Nathania, sta in una collana chiamata “Farfalle”, creata da Clara Sereni, per farla “volare così in alto da urtare contro quel tetto di vetro che nei secoli è stato imposto alla parola delle donne”. Il libro, a cura di Puma Valentina Scricciolo, è un continuo tessere fili, ricami, punti a croce ricavati dalle testimonianze dei figli, dei nipoti Tobia e Nathania, del genero Matteo Amati (ne abbiamo parlato qui per la Cooperativa Agricoltura Nuova), degli amici, dei testimoni.

Oggi, che non ci sono più né Clara né Tullia, mi è venuta voglia di parlarvene anche perché stasera RaiStoria alle 21,10 manderà in onda il documentario “Tullia Zevi, la signora delle minoranze”.

Tullia Calabi Zevi oggi avrebbe 101 anni e ha lasciato un segno profondo ma discreto in tutti quelli che ha attraversato. Costretta all’esilio dopo che nel 1939 vengono promulgate le Leggi razziali, in America incontra si innamora e sposa Tullio Zevi. Rientra in Italia dove nascono Adachiara e Luca. Prima donna a essere eletta Presidente dell’Ucei, e non sarà facile convertire i suoi  interlocutori tuttimaschi, è lei che firmerà l’Intesa fra comunità ebraiche e Stato italiano, lei che per la prima volta accoglierà un Papa in Sinagoga, lei che stringerà la mano ad Arafat in Campidoglio, lei che farà lavoro di tessitura, dialogo, incontro a livello internazionale.

Da giornalista sarà reporter sia al processo di Norimberga che al processo ad Eichmann in Argentina: una vittima che assiste al processo dei suoi carnefici ma ci assiste da giornalista. Ritrovarseli di fronte, guardarli negli occhi, distaccarsene, scriverne, raccontarcelo. Quanta forza ci vuole?

Ma c’è un episodio che più di tutti mi ha reso “la signora dell’ebraismo italiano” indimenticabile. Da Presidente Ucei si trova ad affrontare il caso Priebke, il responsabile dei 335 martiri delle Fosse Ardeatine. Segue le udienze ed è in Aula anche il 1 agosto 1996 quando la Corte decreta la scarcerazione, il non luogo a procedere. L’efferatezza è a piede libero. Si scatena il finimondo, il Tribunale viene occupato e a quel punto, per motivi di sicurezza, lei resta chiusa nella stessa stanza con Priebke. La vittima e il carnefice. I conti della storia a portata di mano. Lì, davanti a lei. Da soli.

Ed è allora che lei decide di colpirlo. Con l’unica arma che ritiene di saper maneggiare: l’indifferenza. Con le braccia e le gambe conserte si siede di spalle al nazista. Muta. Immobile. Sono le sliding doors della storia e della dignità. E’ tarda sera quando finalmente li fanno uscire. Ed è allora che lei si reca alle Fosse Ardeatine con un fiore. La seguiranno in molti, in quella processione notturna.

Questa è l’immagine che porto con me di lei. Lei così composta, elegante, discreta, sobria. Ma così forte. Così invincibile.

 

Tullia Calabi Zevi
di Puma Valentina Scricciolo
Alino Editrice

Jane Austen, quello che le donne non dicono. Ma scrivono

lunedì, dicembre 16th, 2019

Quando esce quello che è considerato il suo capolavoro, nel 1811, in copertina c’è soltanto l’intestazione “by a Lady”. Scritto da una donna. Il libro si chiama “Orgoglio e Pregiudizio” e la donna è Jane Austen. Nata oggi nel 1775.  Tanto per capire la lungimiranza degli editori aggiungiamo subito che il libro esce grazie al fratello che glielo paga, dopo che altri editori l’avevano rifiutato. Per “una donna” il cui volto verrà stampato sulla moneta nazionale, tanto per capire la strada che ha fatto da allora.

Jane Austen, la donna dell’ e-e (Ragione e sentimento, Orgoglio e pregiudizio) ma anche dell’o-o, che o la ami o la odi e se la ami non la molli più. Jane Austen che alla fine di romanzi ne ha scritti solo sei e di quelli dobbiamo campare. Altri non ce ne saranno. Eppure in qualche modo è come se li aspettassimo. Jane Austen che tutti e sei si concludono con il Matrimonio perché lì alla fine è sempre l’agognato approdo. Garantito da una che non si sposò mai. E possiamo discutere all’infinito, sul fatto che ciò sia antifemminista, antivero e antiattuale. Eppure, di nascosto, vergognandosene, c’è sempre nella vita un momento in cui la Cenerentolitudine si affaccia ed entro ci rugge. E noi il sogno del Principe lo vogliamo eccome. A costo di baciare rospi tutta la vita.

Jane Austen che per la prima volta al centro della scena mette sorelle, madri, amanti, amiche. Cioè le donne. Che gli uomini, come intuirà lei e dirà più in là Coco, possono indossare ciò che vogliono ma resteranno sempre un accessorio della donna.

Donne messe in guardia per tempo: donne che se si lasciano trasportare dal sentimento e trascurano la ragione andranno incontro alla sofferenza. Per tempo ma inutilmente. Che noi, Austeniane per ragione ma Masochiste per sentimento, se non si soffre non ci piace. Che il problema alla fine non è mai stato quello che le donne non dicono ma quello che dicono, lanciando il cuore oltre l’ostacolo prima e lanciando troppi chi t’è stramuorto dopo. Tutte Austeniane per ragione e Tucheseidiverso Almenotunelluniverso per sentimento. E non è mai stato neanche che le donne amano troppo: è che amano male.

Jane, tu ce l’hai scritto in tutti i modi. Ma mentre indicavi la luna noi guardavamo il signor Darcy e aspettavamo, con Mia Martini, quello di Minuetto. Che, siamai, “Rinnegare una passione no, ma non posso dirti sempre si’” perché alla fine
“Troppo cara la felicità per la mia ingenuità. Continuo ad aspettarti nelle sere per elemosinare amore”.

Jane, scusaci. E buon compleanno a te e a noi.

Jane Austen

Caccia alla notizia

mercoledì, dicembre 4th, 2019
E’ l’alba del 17 marzo 2014 quando una forte scossa di terremoto colpisce Beverly Hills. La corsa a dare per primi la notizia la vince il “Los Angeles Times”. Ma l’articolo non è opera di un giornalista: lo ha scritto quasi in tempo reale un robot.

Alle 6:25 di quella mattina Ken Schwencke, giornalista e programmatore del Los Angeles Times nonché estensore dell’articolo finale, è stato effettivamente svegliato dal terremoto, è rotolato giù dal letto e si è precipitato davanti al suo computer (avrebbe dovuto precipitarsi in strada ma, è risaputo, la categoria non eccelle in prudenza quando si trova a tu per tu con una notizia).

Schwencke corre dunque verso il pc sul quale il grosso del pezzo è stato già scritto da Quakebot. A lui a quel punto non rimane che dare una veloce controllata e premere “Pubblica”. Tre minuti in tutto. Praticamente imbattibile.
Questa è la cattiva notizia. Ma ce n’è una buona, molto buona, per i pazzi scellerati che ancora si ostinassero a voler fare i giornalisti.

Quella buona ve la darò domani, alle 16,30 a Più libri più liberi, Sala Antares. Quello che avete letto più su è l’incipit della Prefazione che mi hanno chiesto per un libro sul giornalismo -che presenteremo domani- scritto da Paolo Castiglia, docente a Roma Tre.

Un vero giornalista spiega benissimo quello che non sa, diceva Leo Longanesi. Speriamo che non sia proprioproprio così pure domani. Vi aspetto.

Burioni, l’omeopatia e Julio Iglesias

giovedì, novembre 14th, 2019

La premessa la faccio sempre: Roberto Burioni è mio amico. Da prima che fosse il Torquemada della trivalente. A lui rimprovero solo una dissennata fede laziale. L’avvertenza è necessaria perché ogni volta che parlo dei suoi libri con entusiasmo voi siate autorizzati a pensare che ciò sia dovuto o all’ansia di fare una marchetta o a quella di compiacerlo.

Ed è stato con sollievo che stavolta mi son detta Oh finalmente ne posso parlare malissimo. Perché stavolta Burioni il libro l’ha scritto contro l’omeopatia. E chi di noi, nella vita, non potrebbe testimoniare di aver fatto ricorso con successo alla Nux Vomica 6ch? O, già che siamo in periodo pre-influenzale, all’Oscillococcinum? 

Mi preparavo dunque, finalmente, a remargli contro quando, ingurgitando le sue 200 pagine di “Omeopatia, bugie, leggende e verità” a un certo punto ho pensato che si fosse, lui, bevuto il cervello. Perché, narrando del felicissimo caso risolto di una donna affetta da una grave depressione che le stava rovinando la vita, Burioni scrive che il preparato omeopatico grazie al quale è guarita conteneva una diluizione infinitesimale di… Muro di Berlino. Ve lo ripeto: granulini contenenti acqua e Muro di Berlino. E ce ne sono che contengono infinitesimali diluizioni anche di Vallo di Adriano e di Grande Muraglia Cinese.

Perché se “il simile cura il simile” (dal greco hòmoios -simile- e pàtheia suffisso legato a pàthos che significa “malattia”, scusate non trovo gli accenti giusti su sta caspita di tastiera), cosa può guarire le persone oppresse, bloccate, ostacolate nei loro desideri,  meglio del Murodibberlino?

Ma ci sono prodotti anche a base di diluizione di tasso (sì, proprio l’animale e non voglio sapere perché ma tra i vari effetti ha quello di indurre un “notevole desiderio sessuale”), di diluizione della nave Helvetia (affondata nel 1887 in una baia gallese), di diluizione di colori, di diluizione del Fa -sì la quarta nota musicale- (come la catturano? Boh), diluizioni di Sole (“il rimedio si ottiene esponendo il lattosio ai raggi solari e rimestandolo con una bacchetta di vetrofinché non raggiunge la saturazione. Saturazione di cosa? Non fate i difficili”).

E ancora diluizioni di Luna, di vuoto cosmico e…. basta, io mi fermo qui.

I prodotti omeopatici contengono “il nulla addizionato alla nostra suggestione”, dice Burioni a noi 600 milioni (oltre 100 milioni in Europa), seguiti da 500mila medici omeopati. E quando abbiamo in mano un prodotto omeopatico a una diluizione di 15CH per bere una singola molecola di principio attivo “dovremmo ingurgitare un’intera piscina olimpica da 50 metri”. E in quelle da 30CH bisognerebbe “bere un quantitativo pari a 100 miliardi di volte la massa della Terra”.

Ero lì, inebetita e incredula da giorni, su queste cifre dell’ingurgitamento di piscine quando domenica scorsa ho ascoltato un intervento di Elena Cattaneo, scienziata e senatrice a vita, che le ha ripetute per filo e per segno. E lei credo non sia neanche della Lazio.

Certo avrei voluto dire a Elena Cattaneo che effettivamente io a volte mi sono sentita meglio, dopo aver assunto, forse, la diluizione di Diptyque Do Son, il mio profumo preferito, che magari a poterci fare il bagno.

Ma qui la risposta per me ce l’ha purtroppo il mio amico Robertoburioni:

-Meripo’, sei guarita perché in quei casi saresti guarita lo stesso da sola, quindi anche ascoltando un disco di Julio Iglesias

Qualcosa che non contiene nulla ma della quale crediamo di aver bisogno e che per ciò stesso ci fa stare meglio. L’omeopatia, altra grande metafora dell’amore.

E allora amiche e amicimiei, ascoltiamoci “Se mi lasci non vale”, che avevo giusto voglia di Nux Vomica.

Tutti a Fano

mercoledì, giugno 26th, 2019

C’è il mare, ci sono dei ristoranti che lèvati, ci sono i libri, ci sono i lettori, ci sono le scrittrici e gli scrittori, c’è pure Lino Guanciale, ma una che altro deve fa’ per invogliavi?

Da domani Flavia Fratello e Laqquippresente saranno a Fano, a PasSaggi Festival.

Vi aspettiamo ogni giorno alle 18 (prima al mare) nella ex Chiesa di San Francesco per incontrare:
Giovedì 27 Daniela Collu aka Stazzitta “Volevo solo camminare”
Venerdì 28 Angela Frenda “La cena perfetta”
Sabato 29 Maria Venturi “Cuore matto”
Domenica 30 Luciana Castellina “Amori comunisti”.

Giovanni Belfiori , stay pronto? (Flaviè ma non abbiamo manco una foto insieme al mare? Questa, a Fano, è dell’anno scorso, opera di Lorenza Bolelli).

E ricordiamoci sempre che “gli amanti dei libri non vanno mai a letto da soli”. Ecco, sì, consoliamoci così. Aloha.

Il senso di Paola per l’accidia: L’ora meridiana

venerdì, marzo 29th, 2019

E’ una domenica di giugno il giorno in cui Lorenzo Martinez prende atto che quattro fatti lo minacciano: sua moglie l’ha lasciato, la sua azienda è sull’orlo del baratro, la sua amante lo tradisce e il suo socio è scomparso. Potrebbe piovere, direbbe Frankenstein junior.

“Mia moglie mi ha lasciato”: è da queste cinque parole che parte la sua vicenda. Irresistibili, per una tenutaria di blog sentimentale. Senonché “L’ora meridiana”, l’ultimo libro di Paola Musa e lo dico subito che l’autrice è persona che conosco e stimo (lei è l’autrice, tra l’altro di Condominio occidentale, da cui è stato tratto il film di  Rai 1 “Una casa nel cuore” con Cristiana Capotondi), non è un libro né sulle separazioni, né sulla pennica del dopo pranzo né sulla sfiga. E’ un libro sull’accidia.

Parola temibile e difficilissima per me che la sentivo evocare da mia nonna mentre da piccola mi elencava i sette vizi capitali. E mi sembrava la più terribile. La vita mi avrebbe dimostrato che era effettivamente così. Accidia, quel “vorticare catatonici e depressi nella frenesia di un’esistenza votata infine all’effimero”. Più che pigri: negligenti, anche di fronte al male. Che, grazie a loro che non fanno, fa quel che vuole.

Accidia. Acedia, dicevano i greci: senza cura. Dante li mette nella palude Stige: neanche si vedono, sotto la melma, ma se ne intuisce la presenza dal gorgogliare dell’acqua. Tanto per farsi un’idea della repulsione indotta.

E non è per cattiveria, quindi, che Lorenzo Martinez -e chissà quanti di noi con lui- si ritrova un giorno all’implosione della propria vita. Accusato di un delitto che non ricorda di aver commesso. Ci si ritrova non per aver fatto chissà cosa ma proprio per non aver fatto. Per non essersi accorto. Per non aver visto. Per non aver ascoltato. Per non aver fatto.

Che, come disse il saggio, se il mondo si ritrova nelle disgraziate condizioni in cui si trova, non è solo per causa di chi fa del male ma spesso per chi non ha fatto proprio nulla.

Oggi questo libro mi suona non solo come una profonda esperienza di lettura, come Paola sa regalarci, ma anche e soprattutto un bussare alla nostra coscienza.

Mi fermo qui, per non scoprire il finale del giallo. E dico a Paola che anche stavolta il suo TocToc ha fatto centro.

Il sesso magico

venerdì, marzo 22nd, 2019

E’ il titolo con il quale fare il pienone, “Il sesso magico”. Sesso e magìa. Cos’altro deve scrivere una per invogliarvi? Senonché del libro di Paola Tavella vorrei invece qui sottoporvi il sottotitolo: “Perché le donne intelligenti sono stupide in amore?”.

Io potrei chiuderla qui. Non abbiamo altro da reciprocamente aggiungerci, caremie.

Senonché nessun editore le avrebbe editato solo la copertina (ma sarebbe una grande idea, così invitando ciascuna di noi a riempirlo dei casi nostri come risposta) apperciocché Paola ingaggia il suo maestro yoga, Guru Dev Singh, messicano y genial, per rispondere alla disperante domanda e lo sguinzaglia tra le 200 pagine di un un romanzo che in realtà è un libro di meditazione.

Vi propongo quindi un giro del libro in dieci frasi, con alcune delle pillole che Paola fa dire a Guru Dev in quel messicanspagnolese che si è inventata per darci saggezza sì ma anche sdrammatizzamiento in questo suffrimiento infinito y loco che ce priende quando disgraziatamiente cediamo all’innamoramiento.

1 En tu vida tenes due possibilidad: suffres o non suffres
2 Ahora que hai ajustado la bicicleta, deve pedalar
3 Las donnas apasionadas no vanno ben para hombres de cierta età, gli fanno aumentar la presiòn, Sono mejores le donne dulci
4 Soy mexicano e no me preocupo. Ho parlato con i discendenti de los Mayas e no se preocupan. Ora potete rilassarvi pure voi.
5 La gelosia arriva siempre dall’esclusione
6 L’amante te ama porque no es obligado de amarte
7 La nostra redencion no se mesura con il dolore degli altri
8 No tiene ansiedad de la soluzione, intanto non c’è soluzione
9 Ogni volta che me pongo en relacion con una donna innanzitutto le chiedo scusa di essere un uomo
10 Tutte le relazioni principiano con la costruzione de una fantasia. E la manteniamo in vita fino a quando se rompe.

E ahora buon libro, buon godimiento y buon weekend, niñas y chicos.

La Sindrome del Ma che avrà voluto dire

giovedì, marzo 14th, 2019

Buongiorno bellimiei: nuova puntata della rubrica su Repubblica e nuova illustrazione (Direttore, poi voglio l’album eh).
Ebbene, oggi parleremo del perché anche le più e i più perspicaci, una volta innamorati vengano colti dalla sindrome del “Ma che avrà voluto dire?”.
La Repubblica delle Meripo’ vi abbacia.

La scelta

martedì, dicembre 11th, 2018

Pochi sono gli incontri veri, quelli capaci di cambiarti la vita. E pochi sono gli incontri che trasformano la vita in un destino. Non lo sa ancora, Matteo, ragazzo di famiglia destinato a diventare ingegnere, quando a 20 anni conosce un prete, don Roberto Sardelli, che si occupa dei baraccati -184 famiglie- accampati all’Acquedotto Felice, a Roma.

Eccola, l’altra Roma del 1968, che di questo parliamo:

Quanto ci vuole a cambiare il corso di una vita?
Un attimo. QUELL’attimo. L’attimo in cui ogni volta ciascuno di noi compie una scelta.

E quello studente si ritroverà di lì a poco ad abbandonare casa, genitori, fratelli (e con quanto dolore, sapendo che li avrebbe persi sul serio per un’incomprensibile e ai loro occhi folle scelta) e passare dal comodo letto della sua stanza a una brandina poggiata in una cucina di una baracca.

E’ iniziato così, il suo 1968. Le sue barricate hanno i confini di una stanzetta dalla quale esce la mattina per andare a coltivare i campi e rientra la sera, stremato, aprendosi una brandina in cucina per dormire, dopo aver insegnato nel pomeriggio alla Baracca 725 -cioè la scuola per i ragazzi baraccati. Perché don Sardelli su questo non transige: “il povero che non prende coscienza della sua condizione è fottuto”. E il povero ha un’unica strada per riscattarsi: studiare. Non c’è elettricità, nella Baracca 725, alle quattro del pomeriggio è già buio, e non c’è acqua, nonostante stiano accampati sui muri dell’Acquedotto. Ma nessuno si tira indietro, tantomeno Matteo. Davanti c’è don Sardelli, dietro c’è don Milani.

In quella Baracca i ragazzi imparano a conoscere e amare Martin Luther King, Gandhi, Malcom X, a leggere i libri editi dalla casa editrice fondata da Adriano Olivetti, stanno sì nelle baracche ma in sottofondo ascoltano Beethoven e Vivaldi. Quei ragazzi si interrogano, chiedono, apprendono, crescono, si riscattano.

E no Matteo non si farà prete, si farà anzi parecchio comunista (che allora, in certi casi, era la stessa cosa). E paladino della lotta all’emarginazione, ovunque la veda. Mai però in solitaria, sempre “con”, “insieme a”: ai suoi compagni, a sindacati, braccianti, disoccupati, contadini. Dopo la Scuola 725 arriveranno le lotte accanto ai cavatori di pietra, l’inclusione nel lavoro dei portatori di handicap, degli ex detenuti, sarà Direttore della Comunità di Capodarco e molto altro ancora.

Come non bastasse tutto questo putiferio a un certo punto si accorge che ci sono dei terreni incolti tra la Laurentina e la Pontina: immense distese in completo abbandono dove transita solo qualche pecora randagia. Si chiama Le Tre Decime. E’ considerata terra di nessuno. E per questo stanno per metterci le mani i palazzinari, per sventrare tutto e costruire selvaggiamente. E’ terra piena di reperti archeologici, resti di insediamenti romani ed è terra buona da mettere a frutto.

Ora però, dicoio, già hai messo in campo attività che basterebbero a riempire dieci vite, ma pensa a quelle, no? NO. E dunque insieme ai suoi compagni che fanno? E’ il 2 luglio del 1977 quando una strana colonna di braccianti, contadini, disoccupati e volontari si mette in marcia sulla Pontina.

La madre di Matteo sta davanti al Tg1 quando rivede quel figlio “scomparso”: sta occupando insieme agli altri quelle terre. Pacificamente ma convintamente, diciamo. Per poco non ci rimane secca, racconta oggi lui.
Ed eccola la foto delle tronchesi che tagliano i lucchetti: sta nascendo la Cooperativa Agricoltura Nuova.

Chi è di Roma forse sa di cosa parlo e agli altri dico Venite a conoscerla. Io ci ho abitato accanto un matrimonio fa, per dodici anni. E dico Venite a vedere.

Oggi quei 180 ettari di terreni incolti sono diventati un’azienda agricola all’avanguardia, che ha introdotto il chilometro zero e il biologico e il rispetto dei tempi della natura quando nessuno sapeva neanche cosa significasse. In quell’azienda-comunità lavorano anche portatori di handicap, ex detenuti, i fondatori accanto ai nuovi operai.

In quell’azienda -e accanto a Matteo a ai suoi fondatori- è passata la storia. Sì, la storia. Tu dici Agricoltura Nuova e stai parlando di Giulio Carlo Argan, di Luigi Petroselli, di don Di Liegro, Pio La Torre, Antonio Cederna, Danilo Dolci, Emanuele Macaluso, Natalia Ginzburg, Carlo Lizzani, Ennio Calabria, Liliana Cavani, Tullio De Mauro e ancora Clara Sereni e Raffaele Paganini (sì lui, il ballerino) e perdonatemi ma sono una marea.

Questo signore si chiama Matteo Amati e su questa storia collettiva e su tutti questi incontri ha scritto un libro che si chiama “Animali abbandonati in pascoli abusivi”:

il titolo arriva proprio da un ragazzo della Comunità di Capodarco, con un grave handicap motorio, che Matteo portò con sé a vendere i prodotti agricoli su un banchetto all’Appio. Lui osservò, chiese, si informò su tutto quello che stava dietro quelle patate e quei broccoletti e insomma alla fine esclamò: “mi sembrate animali abbandonati in pascoli abusivi”.”E io pensai -scrive Matteo Amati- che aveva proprio ragione”.

Se penso di dover spiegare cosa sia stato il 1968, se penso di doverlo raccontare oggi a mia nipote, cinquant’anni dopo, io penso soprattutto a questo ’68, quello di questi ragazzi sognatori che volevano cambiare il mondo. E un po’ l’hanno cambiato davvero.

E se penso a Matteo Amati io penso a quell’attimo. Quello nel quale abbiamo perso un ingegnere. E abbiamo guadagnato questo pezzo di storia del quale andare orgogliosi. Accanto, e insieme a lui, il libro restituisce l’immagine e la testimonianza di un’Italia che si rimbocca le maniche e rischia in prima persona e aiuta e sogna in grande e raggiunge i propri sogni e cambia la qualità della vita di chi incontra.

E’ un’Italia aperta, generosa, impegnata, quella che troverete in questo libro. Un’Italia che oggi più che mai avrebbe bisogno di essere intercettata, valorizzata, rappresentata, moltiplicata. “Un’Italia -scrive Guido Crainz nella Prefazione-  che non potrà mai vincere, forse, ma neppure essere sconfitta”. Viva l’Italia. Questa Italia.

Matteo Amati
Animali abbandonati in pascoli abusivi. Un ’68 diverso
Edizioni Viella