Archive for the ‘Fare’ Category

Il Vero Amore

martedì, gennaio 29th, 2019

L’ha cercato e inseguito sempre. Il Vero Amore. Sì lei è una romantica. E non si accontenta, non si è accontentata mai. Poi la vita l’ha piegata ai compromessi del caso e sì una famiglia alla fine l’ha costruita. Felice come tutte quelle che si assomigliano. Ma Il Vero Amore no. Il Vero Amore veniva avvistato di quando in quando, a volte addirittura certa di averlo afferrato. Ma no, non era.

Qualche anno fa se ne inventò uno, nella sua testa: prese spunto da un amico caro, molto caro, che però da Amico Caro ad Amore-come-dico-io non decollava mai. Diventò per lei in ogni caso Il Vero Amore a sua insaputa, a insaputa di lui. Che sempre ha continuato ad essere il suo Amico Caro.

Non che ci fossero troppe occasioni di incontro ma quelle che c’erano trascorrevano nella più inequivocabile atmosfera di Amico Caro che ci sia. Eppure qualcosa dentro di lei diceva che quello, proprio quello, avrebbe potuto essere il suo Il-Vero-Amore prima o poi.

Senonché qualche giorno fa lui si è un po’ stranito: era stranito dal fatto che lei avesse dimenticato il suo compleanno e no, non era accaduto mai, e vieppiù stranito dal fatto che al suo uozzappo lei manco avesse risposto e ancor peggio al suo squillo nemmeno avesse richiamato, un po’ si è pure insospettito e vabbene chevvoi donne siete umorali ma qui mo’ è troppo.

Ed è stato allora che, invece, un’altra Amica Cara lo ha chiamato e glielo ha detto. Gli ha detto dove trovarla. Così lui, in piena notte, si è alzato, vestito di tutto punto, profumato, uscito, ha comprato una rosa rossa alta un metro e mezzo ed è andato da lei. Ha preso l’ascensore, salito al piano, entrato, sorriso, preso la sua mano libera e gliel’ha accarezzata, poi ha poggiato la rosa sul comodino e le ha detto delle parole nell’orecchio.

Lei allora si è svegliata, ha aperto gli occhi e con gli occhi gliene ha dette altrettante, di parole, che con la voce non poteva più. Poi ha guardato la rosa, ha guardato un’ultima volta lui e ha richiuso gli occhi. Che non riaprirà.

Sì, miei cari. Il Vero Amore esiste. Ma forse non sta dove continuiamo spesso a cercarlo. Qualche volta ci viene incontro lui e ci prende per mano. Per accompagnarci per l’ultima volta.

 

Due cose sono infinite

mercoledì, gennaio 23rd, 2019

Dunque, oggi c’è questa copertina di Libero con un titolo che, davvero, mi imbarazza anche trascrivere ma che ormai la sappiamo comunque tutti e diamola per trascritta. Arriva dopo altri titoli ributtanti. E dopo quotidiane e variamente sparse e sperse dichiarazioni ributtanti. E anche dopo, cambiamo proprio tono, quella cosa che ancora gira del tizio di mezza età, francese, che dice un’ovvietà e cioè che il corpo di una donna di venticinque anni è meglio del corpo di una di cinquanta. Ma siccome ha un libro in uscita e non sa come caspita venderlo, la dice così, all’intervistatrice:  “Non potrei mai amare una donna di 50 anni. Le trovo troppo vecchie, forse quando avrò 60 anni ne sarò capace, allora una donna di 50 mi sembrerà giovane. Le 50enni per me sono invisibili, preferisco i corpi della donne giovani, tutto qua”.

Ora, in un mondo più avanzato, sia quei titoli che quelle dichiarazioni che la questione del poverino che deve vendere il libro potrebbero essere archiviate al più con un moto interiore di profondissima pena per tutti costoro. Dice ma in un mondo avanzato magari manco esisterebbero. E no. Perché nonostante l’avanzamento ci sarà sempre quella spada di Damocle di Einstein che comunque incombe, secondo la quale

“Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo l’universo ho ancora dei dubbi”.

In ogni caso pensate, anzi sognate: sognate per un attimo il momento in cui Libero, i minus habens, il francese e associati esternano le loro cialtronate e non succede nulla. Passano i titoli in rassegna stampa e nulla. Ma nulla nulla. Non una reazione, non un articolo, non una dichiarazione. Non un’alzata di sopracciglio.

Ecco. Lo sentite questo suono ovattato e lontano? Il tonfo di una cosa miserabile nel vuoto.
Sarebbe impagabile.

Sì, due cose sono infinite. E una, purtroppo, sono ancora i titoli di Libero.

Helen Hulick, che ci regalò il diritto di portare i pantaloni

giovedì, gennaio 17th, 2019

I ladri le hanno svaligiato casa e lei deve presentarsi in tribunale come testimone. E’ così che una storia di ordinario furto si trasforma in una Storia con la S maiuscola. Perché a quell’udienza Helen Hulick, di professione maestra di scuola materna, si presenta in pantaloni. E’ il 1938 e il giudice del Tribunale di Los Angeles, Arthur S. Guerin, non è pronto a un simile oltraggio. Sospende l’udienza e le intima di tornare vestita “da donna”.

Per tutta risposta Helen, che all’epoca ha 28 anni, replica

-Dite al giudice che farò valere i miei diritti. Se mi ordina di mettermi un vestito non lo farò. Mi piacciono i pantaloni. Sono comodi.

Si ripresenta cinque giorni dopo. Con un bel paio di pantaloni arancioni e verdi. Il giudice è furibondo:

L’ultima volta che si è presentata a questa corte vestita come lo è ora, ha attirato l’attenzione di tutti più del procedimento in corso. Le è stato chiesto di tornare con un abito più consono per un processo in tribunale. Oggi è tornata indossando dei pantaloni, sfidando apertamente la corte. E la corte le ordina di tornare dunque domani con un abito adatto. Se insiste a indossare i pantaloni, le verrà impedito di testimoniare. Ma sia pronta a essere punita secondo la legge per oltraggio alla corte

Secondo voi cosa risponde a quel punto, la sventurata?

-Tornerò con i pantaloni, signor giudice. E se lei mi metterà in prigione spero che questo possa aiutare le donne a liberarsi per sempre dagli anti-pantalonisti.

Neanche a dirlo, si presenta il giorno dopo con i pantaloni e con un avvocato, William Katz, che a sua volta si trascina dietro quattro volumi di citazioni sul diritto ad indossare anche in tribunale l’abbigliamento voluto.

A conferma del fatto che “il coraggio fortifica ma l’ostinazione diverte“, Helen spiega:

-Signor giudice, d’altra parte io indosso pantaloni dall’età di 15 anni, non ho altri vestiti se non uno da gran cerimonia, e non vorrà mica che mi presenti qui in abito da sera, immagino.

Helen viene condannata a cinque giorni di carcere dove, sì, dovrà indossare un abito, un abito di jeans, che è la divisa delle detenute.

Il suo avvocato a quel punto porta la questione in Corte d’Appello che, signore e signori, sancirà finalmente il diritto di Helen e di ogni donna di indossare i pantaloni anche in tribunale.

E siccome “un fatto è la cosa più ostinata del mondo”, è il 17 gennaio 1939 quando Helen Hulick, di nuovo convocata come testimone sul furto a casa propria e dopo aver prevalso sia sul giudice Guerin che sulla mentalità bacchettona dell’epoca, finalmente si presenta in tribunale… vestita in abiti femminili.

 

La pioniera americana dei pantaloni fu in realtà Mary Walker, una delle prime donne medico del Paese che rifiutò, ovviamente derisa, di indossare le lunghe, scomode e anti igieniche gonne che raccoglievano dalle strade sporcizia e polvere. Pare abbia così magistralmente riassunto la situazione, nel 1871:
I più grandi dolori quotidiani di cui soffrono le donne sono fisici, morali e mentali, causati dal loro modo poco igienico di vestire“.

Ma saranno le aviatrici e attrici come Marlène Dietrich, Greta Garbo e Katharine Hepburn ad ostentare e liberalizzare i pantaloni femminili. E solo nel 1960, millenovecentosessanta, André Courrèges e Yves Saint Laurent presenteranno ufficialmente nelle sfilate di moda il pantalone femminile, contribuendo finalmente alla cancellazione del divieto.

La freccia sul cuore

mercoledì, gennaio 16th, 2019

“Ora mi odi ma stasera mi ringrazierai”. E’ così che Roberta alle 8 di domenica mattina ha sintetizzato l’impresa che ci si stava parando innanzi: Frecciarossa di andata-ritorno toccata-effuga Roma-Firenze per andare a vedere la mostra di Marina Abramovic, la madre della performance art, a Palazzo Strozzi

Firenze, lo dico per la cronaca, sabato sera stava a -6. MENO SEI. A Roma piovigginava e nebbiava. Maddicoio ma che v’ha fatto di male il piumone sotto al quale barricarsi la domenica? E sì certo che ardevo dal desiderio di vedere “The Cleaner”, la personale allestita nell’incanto di palazzo Strozzi, ci avevo spedito anche la giovane older e torme di amiche. Ma ormai avevo rinunciato, non avendo trovato in quattro mesi il modo di andare. Un tentativo l’avevo fatto planandoci a ottobre ma sbirciando il quarto d’ora di fila mi ero detta che No, mo proprio no. Ed è così che domenica ne abbiamo fatta più di un’ora, di fila.

Controversa, coraggiosa, provocatrice, disturbante, anche. Si inizia con Ponderabilia: due performer completamente nudi l’uno di fronte all’altro presidiano gli stipiti di una porta stretta. Si può decidere se passare lì in mezzo o girare al largo. Laqquippresente mollava cappotto e borsa a Rob e attraversava quel passaggio, scoprendo che così facendo in qualche modo ci si mette a nudo più dei due artisti che sfiori passando (e no, non posso mettervi la foto che sennò Zuckercoso rimuove il post, così come ha già fatto Instagram. Poi dice il senso dei socialcosi per la realtà). In ogni caso quando Marina e il compagno Ulay la misero in scena nel 1977 rischiarono di essere arrestati.

Ma delle ondate di emozione che potrebbero investirvi attraversando le sale e la sua arte e la sua follia, c’è un’immagine più di tutte che proprio non mi esce dalla testa. Ed è questa:

Si chiama Rest Energy.

“Io reggevo un grosso arco e Ulay ne tendeva la corda, reggendo tra le dita la base di una freccia puntata contro il mio petto (…) con il rischio che se Ulay avesse mollato la presa avrei potuto trovarmi con il cuore trafitto. (…) La performance durava quattro minuti e venti secondi, che sembravano un’eternità. La tensione era insopportabile”.

E’ così che lo spiega lei. Un arco teso con una freccia puntata sul cuore dell’altro. E microfoni sui loro cuori ad amplificarne il battito. L’ansia, la paura, il timore. “Era la rappresentazione più estrema possibile della fiducia”, dice ancora lei.

Un arco teso fra noi e una freccia appuntita puntata verso il cuore dell’altro.

Non è forse questo che facciamo -e rischiamo- ogni volta che stabiliamo un legame? Non è questo che facciamo ogni volta che ci accostiamo alla vita e al cuore di un altro? E non è questa l’ansia, quasi dolorosa anche quando è travestita da gioia, che proviamo quando amiamo? Quello stato di continua sospensione. Quella sensazione di non essere più padroni a casa nostra ma di esserci consegnati anche nelle mani di un altro? Maneggiamoci con cura, verrebbe da reciprocamente avvertirci.

Non saprei trovare un modo migliore per spiegarlo. E infatti l’ha spiegato, facendocelo vedere e ascoltare, con quel battito del cuore amplificato, lei. E’ per questo che esiste l’arte.

E sì, per la cronaca, alla fine della giornata non ho potuto far altro che esserle grata. A Marina. E pure a Rob che mi ci ha trascinata. Anche perché a Firenze era uscito un sole che lèvati.

Per la mostra c’è tempo fino a domenica. Per chiederci scusa quando per distrazione, per superficialità, per trascuratezza, quell’arco ci sfugge e la freccia parte un po’ di più. Ma non aspettiamo troppo.

L’albero che non c’è

venerdì, dicembre 21st, 2018

L’albero più bello d’Italia l’hanno fatto centinaia di donne. L’albero più bello d’Italia è alto 6 metri ed è largo 3 metri e mezzo. L’albero più bello d’Italia è composto da 1300 mattonelle all’uncinetto e e sta a Trivento, nel posto che non esiste: il Molise.

L’albero più bello d’Italia è cresciuto fra le mani di mamme, nonne, nipotine, grazie all’Associazione “Un filo che unisce”. E’ cresciuto chiacchierando e affondando l’uncinetto tenuto da pollice e indice destro nella lana poggiata sull’indice sinistro. E scorre come il rosario, l’uncinetto. Una catenella per volta, ogni catenella un pensiero.

E’ fatto da un unico filo che si interrompe nelle mani di una e ricomincia in quelle dell’altra, l’albero più bello d’Italia. Ogni mattonella è diversa. E da sola farebbe ben poco. Ma tutte insieme hanno fatto un capolavoro d’arte che sta facendo il giro del mondo.

Fanpage ne ha realizzato un video molto molto bello che trovate qui.

A guidare questa squadra di architette con l’uncino è stata Lucia Santorelli, che la scorsa estate aveva messo all’opera le donne di Trivento per un altro capolavoro entrato nella storia dei record, il tappeto più lungo del mondo: 637 piastrelle da un metro l’una. Realizzato da 300 donne e 1 uomo (poidice la parità), srotolato sui 365 gradini della scalinata di San Nicola, uno per ogni giorno dell’anno. Alla fine ognuna delle piastrelle è stata venduta su una base d’asta di 20 euro. E tutto il ricavato è andato alla Ricerca per la Sma, atrofia muscolare spinale.

No, non esiste il Molise. Infatti.
Ecco perché l’albero più bello d’Italia può vederlo solo chi crede alle cose che non esistono. Come la sapienza, la tradizione, la pazienza, la solidarietà, la saggezza antica.

Profuma di lana e di bene, l’albero più bello d’Italia, messo lì nel cuore dello Stivale. Nel posto che non c’è.

La Parlanza e la Presenza

mercoledì, dicembre 19th, 2018

Una volta mia nonna, richiestole di dare un giudizio su un presunto amore e riferendole di profferte e portandole a testimonianza lettere, rispose
-Belle. Ma – e questo ti valga sempre- degli uomini, tutti, non ascoltare ciò che dicono: guarda ciò che fanno. Non ascoltare la parlanza, guarda la presenza.

La presenza. Che non è solo starci. E’ esserci.

Mi è tornato in mente vedendo questa foto: è Sergio Mattarella che, insieme al papà e alla fidanzata, accoglie la salma di Antonio Megalizzi sulla pista di Ciampino.

“Il vero contatto fra gli esseri si stabilisce solo con la presenza muta, con l’apparente non-comunicazione, con lo scambio misterioso e senza parole che assomiglia alla preghiera interiore”, diceva Emil Cioran (L’inconveniente di essere nati).

La presenza muta. Che, in una centrifuga impazzita di parole, è la cosa più preziosa che io abbia visto da tanto tempo. Rinchiusa in quel signore anziano, curvo, schivo, mesto, solo. Che si chiama Sergio Mattarella. Un uomo che sa salvare l’onore di tutte le persone perbene solo stando lì. Fermo e zitto.

Tra le parole evocative del 2018 avevo messo La Restanza. Oggi metto anche La Presenza. La presenza muta. Ricordiamoci di guardarla -e ascoltarla- sempre, fra le nostre cose e persone preziose.

Quello che potremmo fare ioettè

martedì, novembre 20th, 2018

Esterno sera. Un bar all’aperto, complice quelle sere d’estate che Roma ti regala e che nessun’altra città al mondo potrà darti mai.

Due tavolini vicini. Lei si gira e chiede un accendino, glielo allunga lui. Quanto ci sarà voluto? Cinque secondi. Ci si può consegnare prigionieri negli occhi di un altro in cinque secondi? Sì, si può. Si uniscono i tavolini. Si uniscono anche le anime. Dopo un’ora, al secondo giro di quei caspita di Spritz con la cannuccia che solo Roma sa darti e che tanto fanno incavolare la mia friulana amica Franca, i giochi sono già chiusi.

Io e te, io e te dentro un bar a bere e a riderè.

Iniziano lì, quei giorni perduti a rincorrere il ponentino. E a mandare in tilt whatsapp. Quello che potremmo fare io e te. Non lo puoi neanche crederè.

Ma l’amore non può dirsi completo senza complicazioni. Ed eccole le tre di lui: 38, 10 e 7 anni. Compaiono quasi subito, in questa storia. Senza scuse, senza infingimenti. No, non ci sono matrimoni in crisi, non ci sono separazionincasa (l’Italia è una Repubblica fondata sui separati in casa ma lui no, questa meschinità proprio no). Non si può.

Ma l’amore non può dirsi completo senza i ritorni. Passano mesi e lui la cerca di nuovo: senza non ce la faccio. Non so come fare neanche con.
Sai che ho pensato sempre,
quasi continuamente,
che non sei mai stato mio.
Dovevi sempre andar via.

L’amore non può dirsi completo manco senza giorni di infiniti rovelli. Che lo trasformano in altro: né con te né senza di te. Che non è amore: è tormento. Quello che c’è ora. E quello che verrebbe da qui in poi.

Così è lei che gioca il jolly. A quel tavolino lo ha convocato due sere fa: ha tirato fuori una busta bianca dalla borsa e gliel’ha consegnata. E’ un biglietto. Un biglietto per un concerto. Vasco Rossi a Milano. Giugno 2019. Lei ne ha un altro, al posto accanto. Da qui a lì io non ci sarò più per te. Se ti troverò seduto alla fila 5 posto 30 vorrà invece dire che potrò. Che potrai. Che potremo.
Che potremmo fare io e te
Non l’ho mai detto a nessuno
Però ne sono sicuro
Quello che potremmo fare ioettè
Non si può neanche immaginarè.

Io e te.
Sdraiati sul divano, parlar del più e del meno io e te.
Come nelle favolè.

A story of Beauty

martedì, ottobre 30th, 2018

Uno dei miei momenti più felici è quando posso poggiare un bagaglio a mano sul divano e iniziare a riempirlo.

Questa volta la destinazione sarà Israele.

Tra le cose che stamattina ho iniziato a radunare per il viaggio (la metà delle quali sarà poi tolta e lasciata a casa) c’è una storia. La racconta oggi Roberto Gagnor, che di norma scrive fumetti per Topolino, su Il Post. E a lui l’ha raccontata Radek Vezgrzyn. Perché le storie fanno così, viaggiano da persona a persona finché incontrano qualcuno che le fa fermare su qualche pagina o qualche pellicola o qualche canzone.

E la storia è che ad Haifa, in Israele, c’è una casa di riposo, creata dall’associazione Yad Ezer L’Haver (“Una mano d’aiuto da amici”) di Shimon Sabag. Shimon l’ha aperta -con l’aiuto dell’International Christian Embassy, un gruppo di volontari cristiani evangelici di Gerusalemme- dopo essere sopravvissuto a un pauroso incidente. Alla sua mensa dei poveri si accorge che arrivano parecchi sopravvissuti all’Olocausto. Ma è una psicologa, Miriam Grinberg, ad aprire una porta imprevista che ci fa entrare in un’altra storia nella storia.

Miriam lavora con i sopravvissuti dell’Olocausto (“Paranoia, depressione, abuso di psicofarmaci, il survivor’s guilt il rimorso per essere sopravvissuti, insonnia”). Ma lavora soprattutto con i ricordi delle donne, sopravvissute: maltrattate, violentate, abusate. Donne senza infanzia i cui corpi sono stati i primi campi di battaglia e che per questo non hanno mai potuto sentirsi femminili, attraenti, belle. Mai.

E che si inventa? Un concorso di bellezza per sopravvissute all’Olocausto. Sì anche io sono saltata sulla sedia appena l’ho letto. Quindi l’ho riletto. E sì lei si inventa The Miss Holocaust Survivor Beauty Pageant. Una serata in un teatro di Haifa in cui le sopravvissute mettono i loro vestiti migliori, si truccano, sfilano, si raccontano. E non si raccontano solo nell”orrore, anzi, raccontano prevalentemente di come hanno fatto a rinascere dopo. E di ciò che sono riuscite a diventare, professioniste, scrittrici, artiste.

Come Rita Kassimow Brown: quando i nazisti arrivano nel suo paesino lituano, tutta la famiglia scappa e si rifugia in un nascondiglio sotto una stalla. I genitori escono a cercare cibo ma lei e i suoi fratellini non escono mai. Rita rimane in quel buco per diciotto mesi. Un anno e mezzo dentro a un buco nel terreno. A un certo punto, per disperazione, tenta il suicidio ingoiando bottoni.

Ma si salva. Con tutta la famiglia. Emigra in America e da allora si è sposata due volte, ha avuto figli e nipoti, ha scritto un libro, dipinge e ora vive allo Yad Ezer.

Uno show come un concorso di bellezza diventa quindi la possibilità di “mostrarsi” sì, ma di mostrare la propria rinascita.

L’idea ovviamente ha avuto anche critiche e detrattori che l’hanno definita “macabra”. Ma alle partecipanti sembra fare un gran bene. Il 14 ottobre si è svolta l’ultima edizione che potrebbe essere proprio l’ultima in ragione delle età delle partecipanti.

E insomma ora Roberto Gagnor e l’amico Radek hanno deciso di raccontarle in un film, queste storie. E per questo hanno lanciato una sottoscrizione su Kickstarter (ricordate? La piattaforma di crowdfunding sulla quale sono nate le Storie della buonanotte per bambine ribelli, la stessa la cui storia è stata oggetto del monologo teatrale che la quippresente vostra ha scritto per Companies Talks e che abbiamo rappresentato a Heroes Meet Maratea a settembre scorso).

Adotta una storia, chiedono Roberto e Radek. Il progetto è il “Miss Holocaust Survivor. A story of Beauty”: il link per chi volesse adottarla è questo.

Io intanto metto queste storie nel mio bagaglio a mano. E me le porto. Ovunque.

Viver bene è la miglior vendetta

martedì, ottobre 23rd, 2018

Qualche tempo fa si è incaricato il mio libraio di fiducia della Versilia, sempresianolodati Andrea Geloni e Nina, di inviarmi auguri di genetliaco che piovvero sull’inutile tentativo di bilancio di mezza età (che io e i bilanci, come drammaticamente sa la mia commercialista, proprio zero). Alle prese, allora, con un primo assaggio di Svampìa, questo giunse:

“Arrivata a questo punto ti meriti di vivere bene. Farlo rende ogni giorno un piacere (e ovviamente “viver bene è la miglior vendetta” come ha detto acutamente il poeta George Herbert) (…) E’ un’arte vera e propria che alla nostra età avremmo dovuto fare nostra: siamo troppo vecchie per vivere male”. 
India Knight

Dunque il bilancio che sono in grado di stilare dopo il genetliaco recente è questo: meno pippe più rimedi. Meno male più bene. E dove il bene sembra non esserci crearlo. Soprattutto se è semplice. Creare e godere di piccole cose: un buon libro, un buon rosso, un buon profumo.

Non sono in grado, e ahimè manco me ne importa, di trattenere la giovinezza ma posso utilmente azzeccarmi bene dove sto. Anche perché, e questa è l’altra buona notizia, lì dove anagraficamente sto c’è sempre meno posto per il male (in ogni sua forma, comprese le sembianze di stracciamaroni umani, oltre che dei capelli infeltriti). Ce n’è ancora troppo per le pippe ma confido nel ritorno al futuro.

Se il capello si arriccia lo stiro.
Se s’imbianca lo scuro.
Se l’umano mi ammolestia o m’intrista lo ignoro.

Siamo troppo vecchie per vivere male. A qualsiasi età, bellimiei: chi è in tempo si porti dunque avanti col lavoro già dai 30.

Viver bene è la miglior vendetta. Anche nei confronti del tempo.

Pop in Nuova Zelanda, Moeraki Boulder (Foto Professor Pi)

It’s a kind of magic

lunedì, settembre 24th, 2018

-Ehi, Yancey, come sarà Kickstarter fra cinque anni??

-Mmhh. Più o meno come adesso. È il resto del mondo che, fra cinque anni, sarà molto più simile a Kickstarter.

Dunque, miei cari, lui -quello in mezzo con la camicia bianca- si chiama Jancey Strickler, è uno dei due fondatori di Kickstarter, il più grande sito web di finanziamento di idee creative: a oggi conta 150 mila campagne finanziate per un totale di 4 miliardi di dollari raccolti.

È su Kickstarter che sono nate le “Storie della buonanotte per bambine ribelli”.

E venerdì a Heroes meet in Maratea abbiamo raccontato la sua storia.

Tre quarti d’ora di monologo teatrale durante il quale ha riso, fatto foto e video.

Poi questa foto. Con:
Da sinistra la vostra quippresente autrice del testo
Tiziana Sensi
, la regista che ha trasformato in vita le parole di carta
Fabio Pappacena, l’attore che ci ha trasportati da Brooklyn al Giappone a Firenze a Milano ma sempre stando sullo stesso palco
Andrea Fusacchia che ha messo il tocco magico del sax
Andrea Dotti, coraggioso produttore e ideatore di Companies Talks

Insomma, pare gli sia piaciuta. E alla fine Yancey ci ha guardati come a dire
-Really? Ma overamente ho fatto questo?

Grazie, davvero, a tutti. Forse manco la Poppins sarebbe riuscita in una magìa così.