Archive for the ‘Fare’ Category

Stiamo freschi

mercoledì, agosto 1st, 2018

Iniziare cercando l’amore eterno e finire anelando il Pinguino De Longhi.
In sintesi il segreto della vita: tenere basse le aspettative e alta l’aria condizionata.

Mo’ basta

lunedì, luglio 30th, 2018

Diceva Nelson Mandela che “Nella vita di qualunque Nazione viene sempre il momento in cui restano solo due opzioni: arrendersi o combattere”.
Credo sia arrivato quel momento. Il momento della seconda.

Marc Gasol, coast to coast

giovedì, luglio 19th, 2018

Il figaccione della foto qui sotto si chiama Marc Gasol Sáez, classe 1985, di Barcellona.

Di lavoro fa il giocatore di basket e gioca nei Memphis Grizzlies nella NBA, cioè l’Olimpo del basket.
E’ alto 216 centimetri ed è un “centro”.
Cresciuto nelle categorie inferiori con la seconda squadra del Barcellona, nella stagione 2005-06 entra a far parte in modo definitivo nella prima squadra dei blaugrana.
Nella stagione 2008-09 esordisce nella NBA con i Memphis Grizzlies, la stessa squadra in cui aveva esordito il fratello maggiore Pau, poi passato ai Los Angeles Lakers.
A Memphis, Marc dimostra di non essere solo il fratello di Pau Gasol ma di essere un grande centro, soprattutto in fase difensiva.
Proprio per le sue qualità di difensore nel 2013 vince il premio come miglior difensore NBA.
Ha partecipato a 3 All Star Game Nba.
Con la Spagna è stato campione del Mondo, 2 volte campione d’Europa e ha vinto due argenti olimpici.
Ha un contratto da 24 milioni di dollari l’anno.

Marc Gasol Saez passa parte della sua off-season aiutando gli immigrati nel Mediterraneo. Ed è uno dei volontari dell’equipaggio di Open Arms che ha portato a termine il salvataggio di Josefa. Questa dunque è l’altra sua foto.

Perché lo fa? Perché da padre, “pensando ai miei due figli ho deciso che dovevo fare qualcosa”.

Gioco, partita, incontro.

P.S.
Coast to coast, nel basket, è una prestazione atletica e tecnica straordinaria che consiste nell’impossessarsi del pallone sotto il proprio canestro e da lì da soli attraversare tutto il campo della squadra avversaria fino al canestro opposto, mettendo a segno i due punti (da un estremo all’altro). Coast to coast. In campo. E in mare.

Maturo

mercoledì, luglio 11th, 2018

Quella parola di sette lettere gli è piombata addosso proprio in mezzo all’anno scolastico: linfoma. Ha richiuso la busta, l’ha riaperta ma lei era ancora lì, ancora la stessa.

Lo ha aggredito alle spalle una mattina di marzo, a tre mesi esatti dall’inizio dei suoi esami di maturità. Un anticipo di prova. Almeno così lui si è detto. Un anticipo di maturità. E’ così che la sua Aula si è ristretta in una stanza. Bianca. Candida. A prova di batteri. I batteri. Microrganismi unicellulari di tipo procariotico. Sì battteri lo so.

Parole. Parole da capire, da sopportare, da farti entrare nelle vene.
Parole che ti fanno cadere i capelli.

Parole che fanno male ma che lo fanno per farti star bene. Dopo. Intanto si sta.
Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

Ungaretti, Ungaretti ce l’ho sì.

E poi parole che leniscono: casa. Insieme a parole che si riaccaniscono: pronto soccorso notturno.

Parole che non finiscono mai anche se sono cortissime: amore. Quello che resiste a tutto. Che a 18 anni si ama così sempre, senza rete.

Parole che sono lì a farti misurare e definire il limite. Il limite di una funzione. Il tuo, anche. E così anche la matematica è sistemata. E l’ultima chemio pure. Alla vigilia degli orali.

Parole che lottano: gli scritti in ospedale ma gli orali a scuola. Insieme agli altri.

Parole che alla fine, solo alla fine, si liberano ed esplodono: promosso.
Promosso come meglio non si potrebbe.
Come solo chi si conquista ogni parola, ogni giorno, può.

Il ponte

giovedì, giugno 14th, 2018

Aula universitaria interno giorno, ora di matematica, si spiegano le equazioni. Assistono studentesse e studenti che si preparano ad essere futuri insegnanti elementari. Al termine un’allieva si avvicina al Professore

-Scusi Prof ma perché dobbiamo studiare cose così complesse visto che poi andremo a insegnare prevalentemente addizioni e sottrazioni?

-Mi perdoni, mia cara, in questo periodo sta forse leggendo libri di letteratura italiana?

-Si, certo Prof

-E perché lo fa, visto che andrà ad insegnare prevalentemente l’alfabeto?

Questo aneddoto, che riguardò e mi raccontò il professor Pi, mi è tornato in mente leggendone un altro, riguardante un Professor Hamilton, americano.

-Una ragazza mi ha detto: farò la stilista. Perché devo imparare l’algebra?
Hamilton chiama uno scienziato cognitivo (addirittura), Dan Willingham e gli chiede

-Già, perché i liceali studiano l’algebra?

e il collega gli risponde

-“Perché l’algebra è ginnastica per il cervello.Esiste però una ragione più importante: l’algebra è il modo in cui insegniamo al cervello ad applicare il pensiero astratto a cose pratiche”. “E’ il ponte, in altre parole -specifica l‘autore del libro in cui è raccontato– tra il mondo platonico delle forme idealizzate e il mondo caotico in cui viviamo. Gli studenti e noi tutti abbiamo bisogno di quel ponte”.

E dunque: non è importante l’algebra ma è quel ponte ad essere importante. E’ la bussola che possiamo usare per orientarci nel mondo.

Da giorni leggo molto scoramento per il fatto che, in cruciali posti di governo, sono state messe persone senza titoli e senza preparazione. E leggo molti: cosa ho studiato a fare? Perché tanti anni a studiare quando bastava non farlo per essere nominati sottosegretari?

Sono molto e spesso scoraggiata anche io. Ma mai pentita di aver studiato. E di essermi schiantata sull’algebra per anni. Però alla fine ho imparato ad attraversare quei ponti. E sì preferisco essermi schiantata sull’algebra anzichè al suolo cadendo dal burrone perché il ponte non lo sapevo usare.

Vorrei che tutte le persone chiamate a decidere le sorti anche mie fossero obbligate a costruirselo quel ponte. Vorrei che fosse obbligatorio superare esami di accesso a qualsiasi posto di responsabilità. Ma chi su quel ponte quotidianamente ci cammina sa che non ci rinuncerebbe mai, non ci rinuncerebbe più. Anche mentre guarda sconfortato tutti quelli che volteggiano spensierati sul ciglio del burrone.

 

Ponte neozelandese facile (la foto del difficile non c’è, mi stavo reggendo)

“A volte pensiero di morire non è cosa peggiore. Dipende come vivi”

lunedì, giugno 11th, 2018

Ogni volta io penso a Daniel: è stato uno dei nostri angeli custodi durante un viaggio in Dancalia, sette anni fa. Non sapevo nemmeno dove fosse, la Dancalia. E Daniel era il capoautisti, caposcorta, capotutto. Quello che ci aiutava quotidianamente a uscire indenni dai “feroci Afar”, per riassumere. E spesso in quei posti avere un Daniel fa la differenza tra fare un viaggio e vivere un incubo.

Daniel allora aveva 31 anni, una moglie, due bambini e un solo desiderio: scappare. Scappare qui. E portarci tutta la sua famiglia. Che in tutta l’Africa è durissima. Ma non ci si fa un’idea di quanto è dura in Dancalia, Etiopia.

Insomma Daniel mi raccontò che una volta ci ha provato. Ha fatto la fame più del solito per anni e anni e alla fine si era messo da parte quei 3.500 dollari -tremilacinquecento dollari- perché “mi avevano detto che era pronto il viaggio”.

-Quale viaggio, Daniel?
-Quello sul barcone
-Ma che sei partito pure tu su una di quelle carrette?
-Nooo, io ho aspettato una barca buona. Mica potevo morire: io ci dovevo far arrivare pure i miei bambini, quando poi stavo in Italia
-E allora?
-E allora ho pagato di più e ho aspettato. E una notte sono partito
-E com’è che stai di nuovo qua?
-Eh, perché mi hanno preso
-Ma dove?
-A Lampedusa. Ma ci ero arrivato eh, e sì che ci sono arrivato
-E poi?
-E poi ci aspettavano all’arrivo. E dopo due giorni mi hanno rimandato in Libia
-E in Libia che è successo?
-Io meglio non rispondo a questo. E da Libia mi hanno rimandato a Etiopia
-Mi dispiace molto
-Anche io. Ma io ritorno. Io lo so che torno. Io già iniziato a risparmiare dollari. Io un giorno riparto, io arrivo, io resto

Gli chiesi anche se aveva paura. E lui ribadì che cercava barche sicure. Ma, aggiunse, “a volte pensiero di morire non è cosa peggiore. Dipende come vivi”.

Negli Altipiani

Ogni volta io penso anche a Daniel. Perché a ogni cosa si deve dare un nome. E anche a ogni cosa terribile. E se gli diamo nomi e volti poi le capiamo meglio. E ci pensiamo non solo quando ce le sbattono in faccia le cronache.

Anche se, lo confesso, io davvero non so che fare e che altro pensare. Quindi penso a Daniel. E lo penso in salvo.

Tagliatori di sale in Dancalia

Elenco delle cose che ho imparato da mia nonna

mercoledì, maggio 30th, 2018

Nello smarrimento generale c’è chi cerca conforto nella fede, chi nella filosofia, chi nella Nutella. Io, dopo aver passato in rassegna i primi tre, avendo dovuto sospendere anche la somministrazione della terza, se ancora vacillo cerco conforto nelle mie nonne. Ed è dunque oggi, nel bel mezzo di questo invincibile casino, che credo sia ora di rispolverarne l’elenco.

Elenco di alcune cose che ho imparato da mia nonna che era sarta, devota, curiosa e aveva finissimi capelli bianchi e la quinta elementare.

-Sii sempre in ordine, non si sa mai

-Quando si è a posto con capelli e scarpe il grosso è fatto

-Bisogna sapere almeno attaccare i bottoni e fare gli orli

-Tieni sempre al tuo corpo: è lo scrigno dell’anima

-Colazione da re, pranzo da principi e cena da povero

-Studiare è meglio che non studiare

-Indipendentemente da quanto hai studiato leggi i libri

-L’amore passa, il marito resta e quello su misura -al contrario dei vestiti- non esiste

-A volte sanno più i genitori di te quale si rivelerà il marito giusto

-La fede in Dio va e viene. Tu, in ogni caso, prega

-Non cercare di sapere prima quali prove dovrai affrontare: penseresti di non farcela

Dove tutto è finto ma niente è falso

giovedì, maggio 17th, 2018

La prima volta in cui sentii parlare di Freddie Mercury vi è ormai leggendariamente nota. La prima volta in cui sentii parlare, invece, delle potenzialità di un certo caspita di internet fu nel lontano nonmiricordo quando il mio Direttore -che ormai mi aveva perdonata per la questione Mercury- un giorno mi disse che a Bologna era nata “una cosa” fatta molto bene che metteva in comunicazione tutti i cittadini con i servizi della città. Mi ci inviò per due giorni. Due giorni indimenticabili. A base di tortellini e di torri e di aceto balsamico e sì pure di questa cosa che si chiama Iperbole.

Ora, siccome la vita è un po’ come certi amori che fanno dei giri immensi e poi ritornano, capita che a Bologna mi ci riporti dopodomani questa caspita di Internet che però stavolta mi ci porta non come giornalista ma come co-autrice di testi teatrali. Vedi un po’ che mi doveva capitare dopo Freddie.
-Meripo’ ma come t’è venuto in mente mo’ di scrivere i testi teatrali?
Eh e che vi devo dire certe volte il cambiamento arriva e non gli interessa se sei pronto o no, quello arriva.

Per l’occasione il testo sarà “La storia di Google”, quarantacinque minuti a conclusione dallo StartUp Day organizzato dall’Università di Bologna per aiutare studenti e laureati ad avviare con successo le loro idee imprenditoriali. Quarantacinque minuti in cui Tiziana Sensi, regista e attrice, darà il meglio di sé, di me e di tutti quelli che hanno contribuito a questa cosa che insomma se potete voi andateci e poi mi dite. No, io stavolta fisicamente non potrò esserci. E non immaginate come vorrei. Però ci sono Andrea Dotti, che è l’inventore di Companies Talks e del format e di tutto questo cucuzzaro nonché il mio Grazie numero uno (e la lista però è lunga e piano piano ve la svelerò), e ci saranno anche un sacco di persone fighe (Lorenzina, mi raccomando eh che mo’ gli onori di casa li fai da casa) che non vi faranno sentire affatto la mia mancanza e se non vi piace potete protestare con loro.
Poi la settimana prossima invece vi aspetto a Roma e lì si che ci sarò ma ve ne parlo più in là che sennò voi vi dimenticate.

Allora, ricapitoliamo:
Sabato 19 maggio ore 18:15 Palazzo re Enzo Bologna, “La storia di Google”.
E benvenuti a teatro. Dove tutto è finto ma niente è falso.
(Giggino Proietti)

L’ora più felice

venerdì, maggio 4th, 2018

Un giorno ho letto -nonmiricordodove- che uno studio -che non trovo più- di una Università -di nonmiricordodove- affermava che l’ora più felice della settimana erano le 18,30 del venerdì.

Per tanti anni le 18,30 del venerdì sono state per me l’orario di un treno. Un treno dal quale scendeva Qualcuno, o un treno che io prendevo per andare a raggiungere Qualcuno.

Dello studio ho letto però quando Qualcuno aveva smesso di scendere. E dunque le 18,30 del venerdì mi erano diventate l’ora più malinconica della settimana. Che l’amore spesso è soprattutto questo: un bel rito. E quelle sono le cose che ci mancano di più all’inizio: i piccoli e grandi riti che costruiamo insieme.

Lo diceva anche Il Piccolo Principe, che ci vogliono i riti

“Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti”.

Senonché io questo bel rito del treno non ce l’avevo più. E però questa cosa delle 18,30 del venerdì mi si era ficcata in testa e ogni venerdì a quell’ora me ne ricordavo moltomolto malinconicamente.

Poi, un giorno, alle 18,30 di un venerdì senza treno ho preso una decisione: avrei provato a far sì che l’ora più felice della settimana non fosse più appaltata ad altri. Mi sarei presa cura io direttamente di quell’ora.

E così ho prenotato un treno di venerdì che mi portasse nella felicità alle 18,30. E sono andata da Franca con Lorenza. La prima mia ora più felice della settimana ero con i piedi a bagno nel mare al tramonto in Friuli Venezia Giulia, con uno Spritz in corpo fatto a mestiere. E sì, era quanto di più felice potessi immaginare.

La settimana dopo non potendo prendere treni ho preso le scale: le scale che da Via della Dataria salgono al Quirinale. E al termine dell’impettata mi sono affacciata, ansimante ma felice, dalla terrazza più bella del mondo.

Da allora mi è poi capitato anche di:
farmi consolare da Schopenhauer a gennaio
comprarmi un gelato al cioccolato a febbraio
regalarmi una mini Sacher a marzo
piantare dei semi difficilissimi ad aprile

Ho scoperto che sono in grado di rendermi felice. E che qualsiasi sconforto può essere interrotto per un po’ alle 18,30 del venerdì.
E sì, credo di poter dire che non so se esista veramente quello studio  ma che, in ogniccaso, la felicità non è un sentimento. E’, spesso, una decisione.

L’amore è non dover mai dire Mipiace

mercoledì, maggio 2nd, 2018

E dunque Zuckercoso ha deciso che su Facebook aprirà la sezione Agenzia sentimentale: un algocoso per conoscersi online e, se le cose funzionano, fidanzarsi. Lui vuole fare le cose serie eh, non favorire le sveltine, nonnonnò: “creare relazioni reali e per il lungo periodo, non per incontri occasionali”.

Solo che una App per incontrare sconosciuti affidando poi a un improbabile calcolo statistico la felice relazione stabile esiste già e si chiama Matrimonio. Si usa da millenni ma soprattutto si è già visto come va a finire: che uno alla fine va su Facebook e ricomincia a rimorchiare.

Perché, come diceva la zia della mia amica Mariapà quando finiva un amore, Ricordati che è sempre uno che hai conosciuto per strada. E che la strada possa essere online non farà alcuna differenza.