Archive for the ‘Fare’ Category

Quello che potremmo fare ioettè

martedì, novembre 20th, 2018

Esterno sera. Un bar all’aperto, complice quelle sere d’estate che Roma ti regala e che nessun’altra città al mondo potrà darti mai.

Due tavolini vicini. Lei si gira e chiede un accendino, glielo allunga lui. Quanto ci sarà voluto? Cinque secondi. Ci si può consegnare prigionieri negli occhi di un altro in cinque secondi? Sì, si può. Si uniscono i tavolini. Si uniscono anche le anime. Dopo un’ora, al secondo giro di quei caspita di Spritz con la cannuccia che solo Roma sa darti e che tanto fanno incavolare la mia friulana amica Franca, i giochi sono già chiusi.

Io e te, io e te dentro un bar a bere e a riderè.

Iniziano lì, quei giorni perduti a rincorrere il ponentino. E a mandare in tilt whatsapp. Quello che potremmo fare io e te. Non lo puoi neanche crederè.

Ma l’amore non può dirsi completo senza complicazioni. Ed eccole le tre di lui: 38, 10 e 7 anni. Compaiono quasi subito, in questa storia. Senza scuse, senza infingimenti. No, non ci sono matrimoni in crisi, non ci sono separazionincasa (l’Italia è una Repubblica fondata sui separati in casa ma lui no, questa meschinità proprio no). Non si può.

Ma l’amore non può dirsi completo senza i ritorni. Passano mesi e lui la cerca di nuovo: senza non ce la faccio. Non so come fare neanche con.
Sai che ho pensato sempre,
quasi continuamente,
che non sei mai stato mio.
Dovevi sempre andar via.

L’amore non può dirsi completo manco senza giorni di infiniti rovelli. Che lo trasformano in altro: né con te né senza di te. Che non è amore: è tormento. Quello che c’è ora. E quello che verrebbe da qui in poi.

Così è lei che gioca il jolly. A quel tavolino lo ha convocato due sere fa: ha tirato fuori una busta bianca dalla borsa e gliel’ha consegnata. E’ un biglietto. Un biglietto per un concerto. Vasco Rossi a Milano. Giugno 2019. Lei ne ha un altro, al posto accanto. Da qui a lì io non ci sarò più per te. Se ti troverò seduto alla fila 5 posto 30 vorrà invece dire che potrò. Che potrai. Che potremo.
Che potremmo fare io e te
Non l’ho mai detto a nessuno
Però ne sono sicuro
Quello che potremmo fare ioettè
Non si può neanche immaginarè.

Io e te.
Sdraiati sul divano, parlar del più e del meno io e te.
Come nelle favolè.

A story of Beauty

martedì, ottobre 30th, 2018

Uno dei miei momenti più felici è quando posso poggiare un bagaglio a mano sul divano e iniziare a riempirlo.

Questa volta la destinazione sarà Israele.

Tra le cose che stamattina ho iniziato a radunare per il viaggio (la metà delle quali sarà poi tolta e lasciata a casa) c’è una storia. La racconta oggi Roberto Gagnor, che di norma scrive fumetti per Topolino, su Il Post. E a lui l’ha raccontata Radek Vezgrzyn. Perché le storie fanno così, viaggiano da persona a persona finché incontrano qualcuno che le fa fermare su qualche pagina o qualche pellicola o qualche canzone.

E la storia è che ad Haifa, in Israele, c’è una casa di riposo, creata dall’associazione Yad Ezer L’Haver (“Una mano d’aiuto da amici”) di Shimon Sabag. Shimon l’ha aperta -con l’aiuto dell’International Christian Embassy, un gruppo di volontari cristiani evangelici di Gerusalemme- dopo essere sopravvissuto a un pauroso incidente. Alla sua mensa dei poveri si accorge che arrivano parecchi sopravvissuti all’Olocausto. Ma è una psicologa, Miriam Grinberg, ad aprire una porta imprevista che ci fa entrare in un’altra storia nella storia.

Miriam lavora con i sopravvissuti dell’Olocausto (“Paranoia, depressione, abuso di psicofarmaci, il survivor’s guilt il rimorso per essere sopravvissuti, insonnia”). Ma lavora soprattutto con i ricordi delle donne, sopravvissute: maltrattate, violentate, abusate. Donne senza infanzia i cui corpi sono stati i primi campi di battaglia e che per questo non hanno mai potuto sentirsi femminili, attraenti, belle. Mai.

E che si inventa? Un concorso di bellezza per sopravvissute all’Olocausto. Sì anche io sono saltata sulla sedia appena l’ho letto. Quindi l’ho riletto. E sì lei si inventa The Miss Holocaust Survivor Beauty Pageant. Una serata in un teatro di Haifa in cui le sopravvissute mettono i loro vestiti migliori, si truccano, sfilano, si raccontano. E non si raccontano solo nell”orrore, anzi, raccontano prevalentemente di come hanno fatto a rinascere dopo. E di ciò che sono riuscite a diventare, professioniste, scrittrici, artiste.

Come Rita Kassimow Brown: quando i nazisti arrivano nel suo paesino lituano, tutta la famiglia scappa e si rifugia in un nascondiglio sotto una stalla. I genitori escono a cercare cibo ma lei e i suoi fratellini non escono mai. Rita rimane in quel buco per diciotto mesi. Un anno e mezzo dentro a un buco nel terreno. A un certo punto, per disperazione, tenta il suicidio ingoiando bottoni.

Ma si salva. Con tutta la famiglia. Emigra in America e da allora si è sposata due volte, ha avuto figli e nipoti, ha scritto un libro, dipinge e ora vive allo Yad Ezer.

Uno show come un concorso di bellezza diventa quindi la possibilità di “mostrarsi” sì, ma di mostrare la propria rinascita.

L’idea ovviamente ha avuto anche critiche e detrattori che l’hanno definita “macabra”. Ma alle partecipanti sembra fare un gran bene. Il 14 ottobre si è svolta l’ultima edizione che potrebbe essere proprio l’ultima in ragione delle età delle partecipanti.

E insomma ora Roberto Gagnor e l’amico Radek hanno deciso di raccontarle in un film, queste storie. E per questo hanno lanciato una sottoscrizione su Kickstarter (ricordate? La piattaforma di crowdfunding sulla quale sono nate le Storie della buonanotte per bambine ribelli, la stessa la cui storia è stata oggetto del monologo teatrale che la quippresente vostra ha scritto per Companies Talks e che abbiamo rappresentato a Heroes Meet Maratea a settembre scorso).

Adotta una storia, chiedono Roberto e Radek. Il progetto è il “Miss Holocaust Survivor. A story of Beauty”: il link per chi volesse adottarla è questo.

Io intanto metto queste storie nel mio bagaglio a mano. E me le porto. Ovunque.

Viver bene è la miglior vendetta

martedì, ottobre 23rd, 2018

Qualche tempo fa si è incaricato il mio libraio di fiducia della Versilia, sempresianolodati Andrea Geloni e Nina, di inviarmi auguri di genetliaco che piovvero sull’inutile tentativo di bilancio di mezza età (che io e i bilanci, come drammaticamente sa la mia commercialista, proprio zero). Alle prese, allora, con un primo assaggio di Svampìa, questo giunse:

“Arrivata a questo punto ti meriti di vivere bene. Farlo rende ogni giorno un piacere (e ovviamente “viver bene è la miglior vendetta” come ha detto acutamente il poeta George Herbert) (…) E’ un’arte vera e propria che alla nostra età avremmo dovuto fare nostra: siamo troppo vecchie per vivere male”. 
India Knight

Dunque il bilancio che sono in grado di stilare dopo il genetliaco recente è questo: meno pippe più rimedi. Meno male più bene. E dove il bene sembra non esserci crearlo. Soprattutto se è semplice. Creare e godere di piccole cose: un buon libro, un buon rosso, un buon profumo.

Non sono in grado, e ahimè manco me ne importa, di trattenere la giovinezza ma posso utilmente azzeccarmi bene dove sto. Anche perché, e questa è l’altra buona notizia, lì dove anagraficamente sto c’è sempre meno posto per il male (in ogni sua forma, comprese le sembianze di stracciamaroni umani, oltre che dei capelli infeltriti). Ce n’è ancora troppo per le pippe ma confido nel ritorno al futuro.

Se il capello si arriccia lo stiro.
Se s’imbianca lo scuro.
Se l’umano mi ammolestia o m’intrista lo ignoro.

Siamo troppo vecchie per vivere male. A qualsiasi età, bellimiei: chi è in tempo si porti dunque avanti col lavoro già dai 30.

Viver bene è la miglior vendetta. Anche nei confronti del tempo.

Pop in Nuova Zelanda, Moeraki Boulder (Foto Professor Pi)

It’s a kind of magic

lunedì, settembre 24th, 2018

-Ehi, Yancey, come sarà Kickstarter fra cinque anni??

-Mmhh. Più o meno come adesso. È il resto del mondo che, fra cinque anni, sarà molto più simile a Kickstarter.

Dunque, miei cari, lui -quello in mezzo con la camicia bianca- si chiama Jancey Strickler, è uno dei due fondatori di Kickstarter, il più grande sito web di finanziamento di idee creative: a oggi conta 150 mila campagne finanziate per un totale di 4 miliardi di dollari raccolti.

È su Kickstarter che sono nate le “Storie della buonanotte per bambine ribelli”.

E venerdì a Heroes meet in Maratea abbiamo raccontato la sua storia.

Tre quarti d’ora di monologo teatrale durante il quale ha riso, fatto foto e video.

Poi questa foto. Con:
Da sinistra la vostra quippresente autrice del testo
Tiziana Sensi
, la regista che ha trasformato in vita le parole di carta
Fabio Pappacena, l’attore che ci ha trasportati da Brooklyn al Giappone a Firenze a Milano ma sempre stando sullo stesso palco
Andrea Fusacchia che ha messo il tocco magico del sax
Andrea Dotti, coraggioso produttore e ideatore di Companies Talks

Insomma, pare gli sia piaciuta. E alla fine Yancey ci ha guardati come a dire
-Really? Ma overamente ho fatto questo?

Grazie, davvero, a tutti. Forse manco la Poppins sarebbe riuscita in una magìa così.

Stiamo freschi

mercoledì, agosto 1st, 2018

Iniziare cercando l’amore eterno e finire anelando il Pinguino De Longhi.
In sintesi il segreto della vita: tenere basse le aspettative e alta l’aria condizionata.

Mo’ basta

lunedì, luglio 30th, 2018

Diceva Nelson Mandela che “Nella vita di qualunque Nazione viene sempre il momento in cui restano solo due opzioni: arrendersi o combattere”.
Credo sia arrivato quel momento. Il momento della seconda.

Marc Gasol, coast to coast

giovedì, luglio 19th, 2018

Il figaccione della foto qui sotto si chiama Marc Gasol Sáez, classe 1985, di Barcellona.

Di lavoro fa il giocatore di basket e gioca nei Memphis Grizzlies nella NBA, cioè l’Olimpo del basket.
E’ alto 216 centimetri ed è un “centro”.
Cresciuto nelle categorie inferiori con la seconda squadra del Barcellona, nella stagione 2005-06 entra a far parte in modo definitivo nella prima squadra dei blaugrana.
Nella stagione 2008-09 esordisce nella NBA con i Memphis Grizzlies, la stessa squadra in cui aveva esordito il fratello maggiore Pau, poi passato ai Los Angeles Lakers.
A Memphis, Marc dimostra di non essere solo il fratello di Pau Gasol ma di essere un grande centro, soprattutto in fase difensiva.
Proprio per le sue qualità di difensore nel 2013 vince il premio come miglior difensore NBA.
Ha partecipato a 3 All Star Game Nba.
Con la Spagna è stato campione del Mondo, 2 volte campione d’Europa e ha vinto due argenti olimpici.
Ha un contratto da 24 milioni di dollari l’anno.

Marc Gasol Saez passa parte della sua off-season aiutando gli immigrati nel Mediterraneo. Ed è uno dei volontari dell’equipaggio di Open Arms che ha portato a termine il salvataggio di Josefa. Questa dunque è l’altra sua foto.

Perché lo fa? Perché da padre, “pensando ai miei due figli ho deciso che dovevo fare qualcosa”.

Gioco, partita, incontro.

P.S.
Coast to coast, nel basket, è una prestazione atletica e tecnica straordinaria che consiste nell’impossessarsi del pallone sotto il proprio canestro e da lì da soli attraversare tutto il campo della squadra avversaria fino al canestro opposto, mettendo a segno i due punti (da un estremo all’altro). Coast to coast. In campo. E in mare.

Maturo

mercoledì, luglio 11th, 2018

Quella parola di sette lettere gli è piombata addosso proprio in mezzo all’anno scolastico: linfoma. Ha richiuso la busta, l’ha riaperta ma lei era ancora lì, ancora la stessa.

Lo ha aggredito alle spalle una mattina di marzo, a tre mesi esatti dall’inizio dei suoi esami di maturità. Un anticipo di prova. Almeno così lui si è detto. Un anticipo di maturità. E’ così che la sua Aula si è ristretta in una stanza. Bianca. Candida. A prova di batteri. I batteri. Microrganismi unicellulari di tipo procariotico. Sì battteri lo so.

Parole. Parole da capire, da sopportare, da farti entrare nelle vene.
Parole che ti fanno cadere i capelli.

Parole che fanno male ma che lo fanno per farti star bene. Dopo. Intanto si sta.
Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

Ungaretti, Ungaretti ce l’ho sì.

E poi parole che leniscono: casa. Insieme a parole che si riaccaniscono: pronto soccorso notturno.

Parole che non finiscono mai anche se sono cortissime: amore. Quello che resiste a tutto. Che a 18 anni si ama così sempre, senza rete.

Parole che sono lì a farti misurare e definire il limite. Il limite di una funzione. Il tuo, anche. E così anche la matematica è sistemata. E l’ultima chemio pure. Alla vigilia degli orali.

Parole che lottano: gli scritti in ospedale ma gli orali a scuola. Insieme agli altri.

Parole che alla fine, solo alla fine, si liberano ed esplodono: promosso.
Promosso come meglio non si potrebbe.
Come solo chi si conquista ogni parola, ogni giorno, può.

Il ponte

giovedì, giugno 14th, 2018

Aula universitaria interno giorno, ora di matematica, si spiegano le equazioni. Assistono studentesse e studenti che si preparano ad essere futuri insegnanti elementari. Al termine un’allieva si avvicina al Professore

-Scusi Prof ma perché dobbiamo studiare cose così complesse visto che poi andremo a insegnare prevalentemente addizioni e sottrazioni?

-Mi perdoni, mia cara, in questo periodo sta forse leggendo libri di letteratura italiana?

-Si, certo Prof

-E perché lo fa, visto che andrà ad insegnare prevalentemente l’alfabeto?

Questo aneddoto, che riguardò e mi raccontò il professor Pi, mi è tornato in mente leggendone un altro, riguardante un Professor Hamilton, americano.

-Una ragazza mi ha detto: farò la stilista. Perché devo imparare l’algebra?
Hamilton chiama uno scienziato cognitivo (addirittura), Dan Willingham e gli chiede

-Già, perché i liceali studiano l’algebra?

e il collega gli risponde

-“Perché l’algebra è ginnastica per il cervello.Esiste però una ragione più importante: l’algebra è il modo in cui insegniamo al cervello ad applicare il pensiero astratto a cose pratiche”. “E’ il ponte, in altre parole -specifica l‘autore del libro in cui è raccontato– tra il mondo platonico delle forme idealizzate e il mondo caotico in cui viviamo. Gli studenti e noi tutti abbiamo bisogno di quel ponte”.

E dunque: non è importante l’algebra ma è quel ponte ad essere importante. E’ la bussola che possiamo usare per orientarci nel mondo.

Da giorni leggo molto scoramento per il fatto che, in cruciali posti di governo, sono state messe persone senza titoli e senza preparazione. E leggo molti: cosa ho studiato a fare? Perché tanti anni a studiare quando bastava non farlo per essere nominati sottosegretari?

Sono molto e spesso scoraggiata anche io. Ma mai pentita di aver studiato. E di essermi schiantata sull’algebra per anni. Però alla fine ho imparato ad attraversare quei ponti. E sì preferisco essermi schiantata sull’algebra anzichè al suolo cadendo dal burrone perché il ponte non lo sapevo usare.

Vorrei che tutte le persone chiamate a decidere le sorti anche mie fossero obbligate a costruirselo quel ponte. Vorrei che fosse obbligatorio superare esami di accesso a qualsiasi posto di responsabilità. Ma chi su quel ponte quotidianamente ci cammina sa che non ci rinuncerebbe mai, non ci rinuncerebbe più. Anche mentre guarda sconfortato tutti quelli che volteggiano spensierati sul ciglio del burrone.

 

Ponte neozelandese facile (la foto del difficile non c’è, mi stavo reggendo)

“A volte pensiero di morire non è cosa peggiore. Dipende come vivi”

lunedì, giugno 11th, 2018

Ogni volta io penso a Daniel: è stato uno dei nostri angeli custodi durante un viaggio in Dancalia, sette anni fa. Non sapevo nemmeno dove fosse, la Dancalia. E Daniel era il capoautisti, caposcorta, capotutto. Quello che ci aiutava quotidianamente a uscire indenni dai “feroci Afar”, per riassumere. E spesso in quei posti avere un Daniel fa la differenza tra fare un viaggio e vivere un incubo.

Daniel allora aveva 31 anni, una moglie, due bambini e un solo desiderio: scappare. Scappare qui. E portarci tutta la sua famiglia. Che in tutta l’Africa è durissima. Ma non ci si fa un’idea di quanto è dura in Dancalia, Etiopia.

Insomma Daniel mi raccontò che una volta ci ha provato. Ha fatto la fame più del solito per anni e anni e alla fine si era messo da parte quei 3.500 dollari -tremilacinquecento dollari- perché “mi avevano detto che era pronto il viaggio”.

-Quale viaggio, Daniel?
-Quello sul barcone
-Ma che sei partito pure tu su una di quelle carrette?
-Nooo, io ho aspettato una barca buona. Mica potevo morire: io ci dovevo far arrivare pure i miei bambini, quando poi stavo in Italia
-E allora?
-E allora ho pagato di più e ho aspettato. E una notte sono partito
-E com’è che stai di nuovo qua?
-Eh, perché mi hanno preso
-Ma dove?
-A Lampedusa. Ma ci ero arrivato eh, e sì che ci sono arrivato
-E poi?
-E poi ci aspettavano all’arrivo. E dopo due giorni mi hanno rimandato in Libia
-E in Libia che è successo?
-Io meglio non rispondo a questo. E da Libia mi hanno rimandato a Etiopia
-Mi dispiace molto
-Anche io. Ma io ritorno. Io lo so che torno. Io già iniziato a risparmiare dollari. Io un giorno riparto, io arrivo, io resto

Gli chiesi anche se aveva paura. E lui ribadì che cercava barche sicure. Ma, aggiunse, “a volte pensiero di morire non è cosa peggiore. Dipende come vivi”.

Negli Altipiani

Ogni volta io penso anche a Daniel. Perché a ogni cosa si deve dare un nome. E anche a ogni cosa terribile. E se gli diamo nomi e volti poi le capiamo meglio. E ci pensiamo non solo quando ce le sbattono in faccia le cronache.

Anche se, lo confesso, io davvero non so che fare e che altro pensare. Quindi penso a Daniel. E lo penso in salvo.

Tagliatori di sale in Dancalia