Archive for the ‘donne toste’ Category

Jocelyn Bell, e le stelle stanno a pulsare

mercoledì, aprile 26th, 2017

Storie calme di donne inquiete/22

Il doodle di Google di oggi è dedicato all’ultimo viaggio della sonda Cassini dentro agli anelli di Saturno perché giusto oggi la Cassini inizierà a muoversi verso l’anello più interno, quello nel quale nessuna sonda è mai riuscita ad arrivare finora. Eccomplimenti a tutti. La giornata giusta, forse, per parlare di Susan Jocelyn Bell, sposata Burnell. Susan è un’astrofisica britannica, vivente, nata a Belfast nel 1943 ed è la scopritrice, con il suo relatore di tesi Antony Hewish, della prima pulsar, “uno dei risultati più alti della fisica del XX secolo“, oggetti celesti dei quali nessuno ebbe la più pallida idea fino al 1967.

Dunque Jocelyn che fa? Su indicazione di Hewish passa “un paio di anni a costruire, con cacciavite e martello, un nuovo radiotelescopio” all’Università di Cambridge. “Ciò -racconta Andrea Possenti, astronomo- richiese la posa di oltre 200 chilometri di cavi, su un’area grande come 57 campi da tennis. Lo scopo era di studiare la cosiddetta “scintillazione” delle onde radio nel mezzo interplanetario”. Non chiedetemi cosa significhi ma mi pare comunque una cosa titanica. Insomma dal luglio 1967 lei inizia, da sola, a studiare i dati prodotti da questo coso mostruoso e insomma nel novembre del 1967 -ve la faccio breve- capisce che si tratta di una nuova classe di stelle. «Quello fu l’istante meraviglioso, l’autentica dolcezza, il momento di dire Eureka!», commenterà Jocelyn Bell 39 anni dopo in una intervista radiofonica alla BBC.

Tutta la scienza mondiale esulta. Ma sapete però a chi l’Accademia svedese decide di assegnare il premio Nobel per questa scoperta, nel 1974? Solo ad Antony Hewish, il suo professore.

Lei incassa con una classe e rassegnazione che, solo queste, avrebbero meritato il Nobel della Signorilità.  «Io ero una studentessa di dottorato, e in quei tempi si credeva, si percepiva, si dava per assodato, che la scienza fosse fatta e guidata da grandi uomini – propriamente uomini – probabilmente in camici bianchi. E che questi uomini avessero una pattuglia di servi che facevano ogni cosa su indicazione, senza pensare».

Picture shows: Dame Jocelyn Bell Burnell

Invece di incazzarsi ad libitum per questo smacco, Jocelyn prosegue la sua carriera scientifica a livelli stellari (diventerà professore di Fisica alla Open University nonché Preside di Scienze della Università di Bath e poi ancora professore in visita alla Università di Oxford) e continuerà a fare opera di divulgazione scientifica ovunque, soprattutto per i non addetti ai lavori e alle persone adulte, di nacerta, alle quali -come a lei a 11 anni- era stato detto che con la scienza meglio avessero lasciato perdere.

Così è: riusciamo ad arrivare financo dentro agli anelli di Saturno ma non ancora a riconoscere un merito a una scienziata. Perdonaci ancora, Jocelyn.

Irma, la Bandiera della Resistenza è donna

lunedì, aprile 24th, 2017

Storie calme di donne inquiete/ 21

Racconta Renata Viganò che quando nasce Irma il suo babbo sta in guerra e la mamma, disperata, guarda sta frugoletta femmina e a parziale consolazione si dice “Tu almeno tu non andrai in guerra”. Che la guerra era cosa da uomini. E invece Irma in guerra ci va. Nata a Bologna nel 1915 da una famiglia benestante avrebbe potuto evitarla, la guerra, anche abbastanza agiatamente. Ma quando di anni ne ha 23 entra nella VII Brigata Gap di Bologna con il nome di Imma e diventa una delle staffette più svelte, più attive, più coraggiose. A casa non sanno nulla. Il 7 agosto 1944 porta delle armi nella base di Castelmaggiore e tutto sembra andare liscio quando, sulla strada del ritorno, a Funo, casca nelle mani dei nazisti. Viene fatta prigioniera e incarcerata a San Giorgio di Piano. I suoi carcerieri sanno che lei sa, sa tanto. E vogliono saperlo anche loro. Iniziano gli interrogatori. Niente, Iniziano anche le torture.

“Le stavano sopra, la picchiavano, la torturavano -racconta la Viganò- e lei zitta. Ognuno di loro inventava una cosa nuova per farle male e se ne gloriavano l’un l’altro del loro talento, ma lei zitta”. “I torturatori le promettevano la libertà, la salvezza in cambio di quelle poche sillabe. Ma la piccola Irma non diceva niente, in mezzo ai suoi lamenti”. “Gridava quando il dolore era più grande della sua forza però non diceva niente”.

Poco prima di fucilarla le concedono di scrivere una lettera ai familiari:

“A voi incomberà il dovere di addolcire il dolore di mia madre. Ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l’ho tanto voluto io stessa. Sono morta per attestare che si può amare follemente la vita e insieme, accettare una morte necessaria. Caro figlio, non posso scriverti tutto quello che sento, ma quando sarai grande e ti immedesimerai nella mia situazione, allora capirai. Non consideratemi diversamente da un un soldato che va sul campo di battaglia, sento il volere di Dio e con letizia voglio che esso si compia. Credo che questa sera avverrà, avrei tanto voluto vedere tempi nuovi. Mio caro marito, il mio ultimo respiro sia ancora di ringraziamento al destino, che mi ha concesso di amarti e di vivere sette anni con te. Avrei tanto voluto vederti ancora una volta, ma poiché non mi sono concessi favori, sono troppo fiera per fare una richiesta inutile”.

La mattina del 14 agosto la scaraventano sul marciapiede di fronte alla casa dei suoi genitori. “Uno -racconta Pino Cacucci in Ribelli- disse: “Ma ne vale la pena? Dacci qualche nome, e potrai entrare in casa, farti curare… Dietro questa finestra ci sono tua madre e tuo padre”. Mimma non rispose. La finirono con una raffica di mitra, e se ne andarono imprecando.”

Lasceranno per un giorno intero il suo corpo sulla strada, come monito per gli altri. Oggi quella via porta il nome di Irma Bandiera e porta il nome di quel silenzio. Un silenzio che grida forte ancora oggi.

 

Irma Bandiera

Gerda Taro, la metà dimenticata di Capa

giovedì, aprile 20th, 2017

Storie calme di donne inquiete/20

Gerda Taro. Alzi la mano chi ne ha mai sentito parlare ma la alzi prima di andare su Google. Gerda Taro, reporter di guerra morta a 27 anni schiacciata da un carro armato durante la guerra civile spagnola. Ancora nulla? Neanche io. Allora Robert Capa: meglio? E dunque Gerda Taro, l’altra metà di Robert Capa. Che non era Robert Capa ma Andrè o Endre Friedmann, l’uomo che riuscì a fotografare la guerra facendocene sentire, oltre che vedere, l’orrore. E Robert Capa, attenzione, non è mai esistito: è il personaggio che entrambi, lei e Andrè, inventano per sbarcare il lunario, una sorta di Sveva Casati Modignani della reflex, invenzione che funziona perché grazie a questo inesistente fotografo americano ricco, famoso e momentaneamente europeo,  moltiplicheranno ordini e commesse.

Ma neanche Gerda Taro è Gerda Taro. Gerta Pohorylle, nata da una famiglia di ebrei polacchi nel 1910, bella, ribelle, appassionata. Nel 1933 già l’arrestano, sospettata di distribuire volantini antinazisti. Quando incontra Andrè, nel 1934 a Parigi, lui è scappato dall’Ungheria ed è un bravissimo quanto sconosciutissimo fotografo, il colpo di flash e di fulmine è inevitabile: lui le insegna tutto quello che sa, lei diventa fotografa di prima grandezza, entrambi con Robert Capa decollano. Il marchio Capa lo usano all’inizio tutti e due poi solo lui. Si amano. Moltissimo. Ma lei di sposare lui non vuol proprio sentir parlare, vuole “rimanere un essere libero”, Gerda vuole essere “la sua compagna, pari in ogni campo, compreso l’amore: non sua moglie”.

Gerda e Capa

Nel 1936 scoppia la guerra civile spagnola, ci vanno entrambi, nel 1937 sono ancora lì quando Andrè rientra a Parigi, lei resta a Madrid ed è proprio allora che realizza il suo reportage più importante, sulla battaglia di Brunete.

Il generale non era affatto contento della visita di Gerda Taro, ordinò loro di sparire immediatamente. Di lì a poco sarebbe scoppiato l’inferno. L’obiezione di Gerda che quella fosse l’ultima occasione per fare delle fotografie prima della sua partenza non interessò minimamente il comandante. Ripeté brusco e conciso che Ted e Gerda dovevano tornare indietro immediatamente, che lui non poteva assumersi alcuna responsabilità. Lei decise di ignorare l’ordine e convinse il suo accompagnatore a sgattaiolare in un ricovero”.

Il culmine della sua bravura ma anche della sua vita, che perde di lì a poco: “dopo ore passate in un buco a fotografare aveva terminato i rullini, così aveva trovato un passaggio per rientrare a Madrid viaggiando aggrappata al predellino di un’auto colma di feriti”. E’ a quel punto che gli aerei tedeschi attaccano il convoglio: Gerda con le sue macchine fotografiche finisce sotto ai cingoli di un carrarmato amico. Letteralmente spezzata in due continua a chiedere solo “Avete messo al sicuro le mie macchine? Sono nuove”. Resta qualche ora tra la vita e la morte. Se ne va all’alba del 26 luglio 1937. Ha solo 27 anni.

Gerda Taro, donna libera, fotografa rivoluzionaria, la prima a morire mentre lavora, su un campo di guerra. Morta e dimenticata troppo presto.

Gerda Taro(Gerda Taro mi è arrivata da Raffaello Conti)

Mary Wortley Montagu, la Lady del primo micidiale colpo anti-vaiolo

mercoledì, aprile 19th, 2017

Storie calme di donne inquiete/19

Quel timbrino che gli attempatelli recano in cima al braccio, quale imperitura testimonianza di tempi di terribili epidemie debellate nonché del fatto che ci abbiamo nacerta, è opera discendente da cotal Edward Jenner (1749-1823), considerato il padre dell’immunizzazione. Eppure la prima persona che portò a segno un colpo micidiale contro il virus del vaiolo fu Lady Mary Wortley Montagu (1689-1762), “donna bellissima affascinante, elegante, intelligente, insomma quel tipo di donna di cui ogni uomo conosce la pericolosità”, avverte opportunamente Roberto Burioni, il nostro amico virologo Torquemada dei bufalari antivaccini online. “E di questa pericolosità – prosegue nel suo libro Il vaccino non è un’opinione– si sarebbe reso conto anche il virus del vaiolo”.

In realtà Lady Fascino è una aristocratica donna inglese poetessa, scrittrice, saggista, autrice di mirabili lettere (Cara bambina, Lettere dall’Italia alla figlia) nonché una delle protagoniste delle Blue-Stockings, le prime acerbe femministe del Settecento inglese. Il punto è che, a 26 anni, Lady Montagu viene colpita dal vaiolo insieme al fratello, che muore. Lei sopravvive ma completamente sfigurata in viso. Il bello delle bellissime intelligenti è però che, persa la bellezza, potenziano intelligenza e cazzimma e dunque non solo sposa un ambasciatore, ci fa un figlio e lo segue nel peregrinare ma, arrivati a Costantinopoli, apprende dalle donne turche la tecnica di pungersi con aghi intinti nel pus di pustole vaiolose (a pensarci lo so è terribile, dice ma come caspita gli è venuto in mente a queste? Embeh, donne, gente che osa) in modo da contrarre una forma leggerissima di vaiolo che da una parte non lascerà cicatrici e dall’altra le renderà immuni per il futuro.

Lady Montagu è entusiasta: cerca di convincere le autorità inglesi ad adottare la tecnica delle turche su vasta scala e si fida a tal punto da voler applicare l’inoculazione anche sul figlio Edward. Ma sapete chi è che a quel punto si oppone? Uomini: a iniziare dal marito, inorridito dall’idea che l’aristocratico rampollino potesse essere contaminato da una pratica simile. Siamo a Mammaliturchi, proprio. E lei che fa? Aspetta che il coniuge parta e turchizza Edward di nascosto. Quando il marito torna non può fare altro che ciò che ogni uomo dovrebbe fare di fronte alle decisioni di una moglie: arrendersi.

Il resto è storia della medicina e storia di una donna che dovrà continuare a superare la diffidenza e l’ostracismo degli uomini, accademici, familiari e quant’altro. Stiamo parlando di un vero e proprio flagello: nel solo 1719 il contagio fa 17.000 morti a Parigi. Lady Montagu non si arrende, mai: ne parla a Londra , riesce a convincere un circoletto di nobili amici a sottoporsi al turco inoculo, si convince pure il suo medico di famiglia, il dottor Maitland, che comincia così ad applicare il metodo ai propri pazienti. Lady Cazzimma Montagu convince infine le Autorità inglesi a far inoculare, nel 1720, anche alcuni carcerati di Newgate: sarà lo stesso Maitland a farlo e variolizzerà, già che ci sta, pure i figli del futuro re Giorgio.

Insomma in linea di massima l’antivaiolosa nasce da una disubbidiemza a un marito. E ai cattedratici. E alle corti. E a tutto il cucuzzaro. Libera, disobbediente, non ho idea se pure innamorata ma scassacabasisi abbastanza, grazie. Edward Jenner avrà la strada spianata quando, nel 1798, introdurrà il primo vaccino (e introdurrà anche la parola vaccino: aveva notato che le mungitrici che si erano infettate con il vaiolo bovino non sviluppavano più il vaiolo e “vaccino” deriva proprio dalla parola variolae vaccinae cioè vaiolo della mucca).

Per capire l’involuzione della storia basti dire che siamo passati dai vaccini alle bufale. Non sono tempi facili neanche questi, cara Lady Coraggio Montagu. Oggi il vaiolo è stato debellato. Dagli anni 70-80 è stata sospesa anche la vaccinazione. Grazie a tutti quei nostri timbrini sul braccio. E grazie a Lady Montagu.

(P.S. “Riserve del virus, per motivi di studio, sono mantenute ufficialmente solo in due laboratori in condizioni di stretta sicurezza: uno negli Stati Uniti e uno in Russia” (Iss) Ecco, voi capite, sì, come possiamo stare sicuri e tranquilli mo’.)

Lady Montagu

Mileva Maric, la relatività del bene

mercoledì, aprile 12th, 2017

Storie calme di donne inquiete/18

“Ho bisogno di mia moglie. lei risolve tutti i miei problemi matematici”. Signori, Albert Einstein. Perché, in effetti, tutto è relativo. E no, non ero pronta neanche io a saperlo un po’ pippa in matematica. Ecco dunque Mileva Maric, la spiccia cervello di Einstein nonché moglie ma soprattutto scienziata e probabilmente convitata di pietra della relatività.

Scienziata e Fisica serba, nata a Titel nel 1875, unica donna presente al Politecnico di Zurigo quando nel 1896 supera l’esame di ammissione nella sezione VI A del Dipartimento di Matematica e Fisica. Lì a studiare c’è anche Albert. Lui generosamente le presta i suoi appunti di fisica, lei glieli restituisce corretti. Che a guardarla dall’inizio questa storia non ti aspetti che poi il Nobel lo acchiappi lui. Mileva compagna di studi, innamorata, poi moglie ma a prezzo di grandi sofferenze e molti ostacoli, iniziando dall’ostracismo del padre di lui che si oppone al matrimonio del figliolo con una non-ebrea.

In ogni caso nel 1903 convolano. Lei sempre sullo sfondo, sempre un passo indietro, sempre un profilo basso, sempre riservata, per lasciare solo lui sotto al faro della ribalta, della notorietà, del successo. Senza nulla togliere alla genialità, agli studi e alle intuizioni di lui gli è però che tutti i tasselli fondamentali della teoria della relatività, con annessi e connessi, vedranno la luce durante il periodo del matrimonio e del sodalizio scientifico con Mileva, il cui cognome non apparirà mai sui lavori comuni perché, dirà lei, “siamo entrambi una sola pietra” una pietra = ein stein”. E all’inizio questa sembra sempre essere una cosa meravigliosa ma ci vorrebbe un tomo di Amaldi o chissàcchì per capire come si parta sempre uniti e ci si riduca poi in particelle.

Non sappiamo e forse non sapremo mai a quante mani furono scritti gli articoli che nel 1905 Albert Einstein pubblica sugli Annalen der Physik, quelli che gli daranno fama, onori e il via a una straordinaria carriera. Sappiamo che quando lo fa ha 26 anni ed è un impiegato dell’ufficio brevetti di Zurigo. Un geniale impiegato. Che in un sol colpo rottama Galileo e Newton e ribalta la nostra idea dell’Universo.

Senonché strada facendo la vita si fa in salita per entrambi e il mondo sembra rivoltarsi contro, soprattutto a lei: una prima figlioletta partorita di nascosto e forse data in affidamento o forse morta, altri due figli uno dei quali con gravi turbe psichiche, i primi problemi economici, il marito che ormai brilla e viaggia singolo a Berna, Praga, Berlino mentre lei accudisce figli e guai a Zurigo. E sì siamo una pietra sola ma lui strada facendo si appietra parallelamente pure con un’altra, la cugina Elsa. Una sola pietra un par di quanti. Il resto sarà materia di avvocati divorzisti. E proprio in sede di divorzio Mileva ottiene dal marito che i soldi di un eventuale premio Nobel le saranno interamente devoluti. E così sarà e questa, ci è chiaro, è in ogni caso una formidabile freccia all’arco delle Mileviane.

Il 18 luglio 1914 Einstein spedisce a Mileva una lettera accompagnata dalle “condizioni” che le pone per salvare il loro matrimonio. Diciamo che non è una delle sue pagine migliori. Che davvero tutto è relativo e anche la grandezza dei geni poi s’infrange nel tinello. Eccola. Ma saltate oltre se non siete pronti a intaccare un mito:

Mileva, queste sono le mie condizioni:

A. Ti assicurerai che:

1. i miei vestiti e il mio bucato siano sempre tenuti in buon ordine.

2. che riceverò i miei tre pasti regolarmente e nella mia stanza.

3. che la mia stanza e il mio studio siano sempre puliti, e specialmente che il mio tavolo sia riservato al mio esclusivo utilizzo.

B. Rinuncerai a tutte le relazioni personali con me, a meno che non siano strettamente necessarie per ragioni di etichetta e di vita sociale. In particolare ti asterrai:

1. dal sederti accanto a me in casa;

2. dall’uscire o viaggiare con me.

C. Ti atterrai ai seguenti punti per regolare le relazioni personali con me:

1. Non ti aspetterai alcuna intimità da me, e non mi rimprovererai in alcun modo per questa mancanza.

2. Smetterai di parlare, se io ne farò richiesta;

3. Lascerai immediatamente la mia stanza da letto o il mio studio, senza protestare, quando io ne farò richiesta.

Il giorno di San Valentino del 1919 lei gli darà il definitivo benservito con la sentenza di divorzio, al termine di una lunghissima trattativa, complicata anche dai problemi di salute di lei.

Gli ultimi anni di Mileva sono un continuo oscillare tra problemi di salute, economici, burocratici, sempre prendendosi cura del figlio Eduard. Che anche questo forse è giusto dire: fermi restando il valore, il genio e le intuizioni di Albert Einstein, certo è che quel suo potersi dedicare completamente alla scienza fu pagato a caro prezzo anche dai sacrifici della moglie.

Il punto è che l’unica legge fisica che accompagna la vita di Mileva Maric sembra essere la rimozione: proprio nel senso di rimuoverne le sue tracce ovunque, soprattutto dalla sua attività di scienziata. Bisogna arrivare al 1982 -ripeto, 1982- perché Desanka Trbuhovic-Gjuric, sua conterranea e biografa, si metta in testa di fare la Sherlock Holmes della sua vita rubata. Spulcia lettere, documenti, indizi. Rintraccia prove. “Come sarò felice e orgoglioso -scrive Albert a Mileva- quando avremo terminato con successo il nostro lavoro sul moto relativo! Quando osservo le altre persone, apprezzo sempre più le tue qualità!”.

La storia però, si sa, la scrivono non solo i vincitori ma spesso quelli che arrivano prima.

Tempo e spazio non sono assoluti, teorizzò Einstein, si allargano o si stringono a seconda della velocità con cui ci muoviamo. La gratitudine anche, evidentemente.

Mileva Maric

Tasneem Alsultan, la divorziata saudita che fotografa matrimoni e guida il proprio destino

martedì, aprile 11th, 2017

Storie calme di donne inquiete/17

Sposata a 17 anni con un matrimonio imposto e combinato, a 21 aveva già due figli e a 27 è riuscita, mettendoci dieci anni, a divorziare. Oggi, che di anni ne ha pochi di più, fotografa matrimoni e storie d’amore. Sembra una legge del contrappasso e invece è una scelta di vita. Ma soprattutto è una scelta coraggiosa perché Tasneem Alsultan fa tutto questo in Arabia Saudita, uno dei paesi più conservatori e chiusi del mondo nei confronti delle donne.

Una donna saudita divorziata che fotografa nozze in Arabia. Già mi vedo il soggetto del film. E come nelle migliori vendette, silenziose ma implacabili, anche quella di Tasneem passa per un piano messo a punto con le stesse armi d’offesa: mi cancelli? Mostro le immagini. Mi chiudi tutto? Apro l’obiettivo.

E’ così che è nato Saudi Tales of Love, un progetto fotografico inaugurato sabato alla Fondazione Studio Marangoni di Firenze, nell’ambito del Middle East Now festival, qui approdato con un curriculum che lèvati: pubblicato nella sezione “Lightbox” del Time prima ed esposto al festival PhotoKathmandu nonché a Paris Photo poi. Tasneem è stata inoltre selezionata tra i 10 beneficiari del Magnum Foundation Prince Claus, premio AFAC grant nel 2015, ed è stata inclusa tra i 30 fotografi da tenere d’occhio per il magazine PDN nel 2017. Fa inoltre parte di Rawiya, il primo collettivo di fotografe donne in Medio Oriente.

E’ stata Nicki Sventola, che gli assidui del blog ricorderanno dalla saga dancalica, ad intercettarla.

-Meripo’ è ora di occuparsi di Tasneem Alsultan e di prendere un treno per raggiungerla

Ed è stato così, nella città Di Dante e Beatrice, che due divorziate (cioè la Tasneem e la Meri eh, non la Sventola) agli antipodi del mondo, di cui una tenutaria di blog sentimentale e una fotografa di nozze, si sono ritrovate davanti a un succo di frutta e a due domande, quelle con le quali si apre la sua mostra:

“C’è bisogno del matrimonio per dimostrare che c’è amore? Abbiamo bisogno per forza di un marito per avere una vita piena?”. NO, OF COURSE, mi ha risposto lei dal profondo dei suoi immensi occhi neri, ridendoci su, finalmente.

“Sono una raccontatrice di storie, più che una fotografa, racconto l’intimità delle donne dentro storie e luoghi complicati, quelli del mio Paese”, mi dice ancora. Raccontare cose complicate – come le relazioni d’amore- in posti complicati come l’Arabia. Raccontare l’amore ovunque, in tutte le sue forme, belle, brutte, corrisposte, iniziate, finite. Raccontarlo in un posto in cui una donna ha senso solo nella tutela di un uomo.

Perché questa è stata la parola più forte e dirompente del nostro colloquio: il “sorvegliante”. Donne sotto custodia ovunque. “Ci ritorni anche dopo il divorzio, sotto la “tutela” di un uomo, sia padre, fratello, zio. La tua vita è sempre definita da qualcun altro: sarà comunque un uomo a stabilire cosa potrai o non potrai fare. Non puoi muoverti da sola. Mai. Devi inventarti una via d’uscita”. E la sua è stata la fotografia.

Da ragazza teneva un diario. Fino ai 17 anni, quando l’hanno costretta a sposarsi. Eccola qui, l’ultima pagina scritta:

Tasneem diario

“Fotografo le donne nella realtà, il matrimonio non è la realtà”, mi dice ancora. “Ho fatto foto in 100 matrimoni in 21 Paesi”. Fotografa le women in love fuori ma soprattutto dentro. Il riflettore che accende punta al viso ma poi intercetta l’anima.

Tasneem foto stilista

“Come madre single indipendente ho fatto pace con i sacrifici che ho dovuto fare. Ma sono anche riuscita a trovare la felicità da sola”. Nassiba, stilista di moda

Ed eccoli qui, gli occhi di Tasneem, quelli dietro l’obiettivo (ci sono foto più belle dal signor Google ma in quelle ha il velo e io la preferisco così, scapigliata, mossa, effervescente)

Tasneem Alsultan

Tasneem Alsultan, foto Meri Pop

“Le mie figlie mi dicono spesso -Mamma, non vogliamo sposarci, vogliamo solo avere figli, come te. Dopo aver visto la loro madre lottare dieci anni per ottenere il divorzio, hanno una visione negativa del matrimonio”.

Dovesse riscriverla e cantarla Barbra Streisand questa storia, direbbe che sì I am a woman in love, sono una donna innamorata e farei qualunque cosa per averti nel mio mondo… tranne sposarti (la saggezza di questi non si batte).

Poi, alla fine, mentre mi accompagna alla porta le chiedo

-Ma qual è la cosa che ti sta piacendo di più dell’Italia?

E lei sorride ed esclama

-Guidare!

Che l’Arabia Saudita è l’unico Paese al mondo che non permette alle donne di guidare. Ma anche di viaggiare, studiare, lavorare all’estero. E dunque in linea di massima Tasneem ha preso la macchina a Milano, ci ha girato tutto il lago di Como, poi è scesa, risalita, ridiscesa, zigzagato e non è ancora scesa e sì, nella vita è così: quando ingrani la marcia giusta,  specie se ti è costato tanto riuscire a farlo, poi non permetti più a nessuno di farti scendere.

E allora buona guida, Tasneem.

Il Teorema di Emmy Noether

venerdì, aprile 7th, 2017

Dice Meripo’ ma perché ci stai sbomballando da giorni con queste storie di donne? Non lo so ma anche solo questo avrebbe il suo perché:

“Gentile Meri Pop.
sono un fisico e da anni mi confronto con il teorema di Noether. Ma fino ad oggi non avevo mai saputo fosse una donna, una donna con una storia così importante. Per questo la ringrazio. E da oggi lo chiamerò il Teorema di Emmy Noether.
Cordialmente”

Emmy Noether

 

Émilie du Châtelet, quel “grande uomo la cui unica colpa fu essere una donna”

giovedì, aprile 6th, 2017

Storie calme di donne inquiete/17

“Era un grande uomo la cui unica colpa fu essere una donna”, disse di lei Voltaire.

Émilie du Châtelet, nata sotto Luigi XIV, prima scienziata di Francia, matematica, fisica, scrittrice, intellettuale (che, ricordiamolo, erano sempre e solo cosedauomini), poliedrica, passionale, anticonformista, stravagante, libera, studiosa di greco, tedesco e latino. “Una delle madri spirituali delle donne del ventunesimo secolo“, ha riassunto Elisabeth Badinter, scrittrice e filosofa francese.

E sì, nella sua vita ci fu anche Voltaire, che di Madame Émilie du Châtelet fu appassionato amante, intellettualmente complice, infedele ma sempre presente compagno. “Non ho perduto un’amante ma la metà di me stesso. Un’anima per la quale sembrava fatta la mia”, disse ancora alla sua morte. Una delle fiamme più vive dell’Illuminismo. Ma l’avete mai sentita accostare all’elenco di Voltaire, Rousseau e Montesquieu? Il link più gettonato se la si ricorda, quando succede, porta invece a Madame de Chatelet “amante di Voltaire”.

Un matrimonio combinato la porta a 19 anni a sposare il marchese Florent Claude du Châtelet. Lei intraprende altre relazioni e, nel 1733, arriva anche quella con Voltaire ed è a quel punto che molla Parigi, marito, figli e secondari amanti. Vanno a vivere nel castello di Cirey. E’ del 1737 il tomo “Elementi della filosofia di Newton”, che scrive insieme a Voltaire (il nomignolo che le darà lui sarà “Pompon Newton”,  a sottolineare la passione di lei per i fronzoli e per lo scienziato, non lo trovate delizioso?), e seguiranno poi le “Istituzioni di fisica” sulle teorie di Leibniz e la traduzione dal latino al francese di “Principia matematica” sempre di Newton, integrata con riflessioni e acquisizioni degli scienziati francesi.

Dormiva e mangiava poco (dicono si tenesse sveglia immergendo mani e braccia nell’acqua ghiacciata) e amava pazzamente, oltre la scienza, anche il sesso, territori che -ricordiamolo sempre- erano, entrambi, dominio esclusivo dei maschi.

E qui la Elisabeth Badinter ci fa entrare per un attimo nell’intimità al tempo dei Lumi, almeno dei Lumi di questi due che, diciamolo, ne hanno da far invidia fino ad oggi: “È lei che lo introduce all’astrazione filosofica, al mondo dei concetti. Madame du Châtelet era agnostica e probabilmente atea, anche se non si poteva dire all’epoca. Lei e Voltaire, all’inizio della loro passione, passavano le giornate al letto, analizzando l’Antico e il Nuovo Testamento, e facendosi un sacco di risate”.

Cervello, sesso, risate. Un trittico invincibile. Eppure. Eppure finisce anche per loro. Dove non poterono gli abbandoni di lui (prima per un’attrice e poi per la nipote, Madame Denis) a un certo punto poté la poesia, per meglio dire un giovane poeta. Ed è così che nel 1746 Emile infrange un altro tabù e molla Voltaire per un uomo di dieci anni più giovane di lei, il poeta Saint-Lambert. Ma è a quel punto che lei rimane incinta avendo già però raggiunto unacerta, per i tempi, cioè 42 anni. Ed è l’inizio dlela fine: la bambina nascerà morta e sei giorni dopo il parto morirà anche lei, assistita sia dal giovin poeta che dal vecchio amore Voltaire.

Émilie du Châtelet ci ha lasciato anche un “Discorso sulla felicità”, pubblicato postumo, in cui abbandona i toni del rigore scientifico e si lascia andare come avesse un blog sentimentale. Dal quale sprona tutti a seguire le passioni e per le donne aggiunge anche l’ambizione. E, come dovesse riassumercelo in un tweet, ci tramanda così la sua ricetta della felicità:

“Amare ciò che si ha, saperne gioire, godere dei privilegi del proprio stato, non invidiare coloro che ci sembrano più felici di noi, applicarsi per perfezionare noi stessi e per ricavare i maggiori vantaggi dai nostri comportamenti, è tutto quello che chiamo felicità”.

Quando siete felici fateci caso. E pensate ad Émilie.

Emilie du Chatelet

Emmy Noether, mamma dell’algebra a dispetto del mondo

mercoledì, aprile 5th, 2017

Storie calme di donne inquiete/16

“Pochi giorni fa una insigne matematica, il Professor Emmy Noether (…) è morta a 53 anni. Nel giudizio dei matematici più competenti la Signorina Noether era il più significativo e creativo genio matematico apparso finora da quando è iniziata l’educazione universitaria delle donne». Fu Albert Einstein a salutarla così. Dopo una vita in cui era stata bellamente emarginata, cacciata, umiliata. Perché, insisto, avete voi mai sentito parlare, accanto ad Einstein Albert o Poincarè Henri, di Noether Emmy?

Fräulein Noether, la “madre” della moderna algebra astratta, nasce a Erlangen, sud Germania, nel 1882 figlia di un insigne matematico. Ma dopo gli studi superiori non può iscriversi all’Università in quanto femmina. Che le femmine possono essere ammesse solo come Hospitanten: ascolti ma non puoi fare gli esami. Evidentemente è ancora lontana la consapevolezza che anche le orecchie delle femmine sono collegate al cervello. Siamo, ve lo ricordo, non al Pleistocene ma ai primi del Novecento. In ogni caso di lì a poco la legge cambia e l’Università aprirà le porte, oltre a Emmy, solo ad altre tre iscritte.

Riesce dunque a laurearsi e inizia a lavorare nel Dipartimento di matematica ma, chevelodicoaffare, senza essere pagata, che le femmine devono arrivare sempre in quota Florence Nightingale. E a nulla servono le segnalazioni di David Hilbert e Felix Klein, due scienziatissimi che sottolineano la validità degli studi della Noether. «Concedere la libera docenza a una donna? Giammai! Dopo questo nessuno le avrebbe più impedito di diventare professore e di partecipare al Senato accademico!” pare tuonassero cattedratici appartenenti alle facoltà delle cosiddette scienze morali, ed è a quel punto che Hilbert pare ebbe ad esclamare:«Signori, il senato non è mica un bagno pubblico!».

Emmy deve aspettare fino al 1922 per ottenere la nomina a Professore straordinario non ufficiale (e come ti sbagli) e insegnando sempre gratis nei corsi di Hilbert (e ci mancherebbe altro) in quel di Gottinga. Lei spopola non solo per l’algebra e non solo fra i matematici ma anche tra i fisici e infatti entrambi dovranno molto al suo Teorema di Noether, che fa luce sulla connessione tra simmetrie e leggi di conservazione.

Nel 1932 Emmy Noether è l’unica donna a partecipare alle ventuno conferenze plenarie del Congresso internazionale di matematica tenuto a Zurigo ma giusto l’anno seguente, riuscita a scampare ai divieti sociali per le femmine, arriva invece la persecuzione del governo nazista che le vieta l’insegnamento in quanto ebrea. Leggi razziali che produrranno uno sfacelo anche nella scienza, oltre che nel catalogo degli altri orrori. E’ costretta a emigrare in America ma, attenzione, nonostante il prestigio conquistato a caro prezzo, a differenza dei colleghi maschi ai quali verranno offerti incarichi di livello, lei finirà al collegio femminile Bryn Mawr in Pennsylvania. Dove in ogni caso continuerà a sfavillare e a raccogliere attorno a sé una comunità di matematici di grande valore e soprattutto di matematiche.

Ora è vero che la ricerca è un lavoro, e apre un destino, di solitudine. Ma un conto è la solitudine un conto l’isolamento. Eppure, ironia della sorte, il suo genio ha superato tutto al punto da poter parafrasare e applicare anche a lei il principio di conservazione: ovvero la conservazione nel tempo di una grandezza in un sistema isolato.

Emmy Noether, grande in un sistema isolato. Grande a dispetto del mondo.

Emmy Noether

Cristina da Pizzano, la prima donna “uomo di lettere”

martedì, aprile 4th, 2017

Storie calme di donne inquiete/15

Vedova a 25 anni con tre figli piccoli da mantenere ai quali si aggiunsero pure la madre e una nipote e sul groppone avendo anche i debiti lasciati dal padre, tutto tentando di sopravvivere agli intrighi della corte di Francia del XV secolo. Roba che avrebbe schiantato chiunqua. Ma non Cristina da Pizzano, nell’accezione del territorio bolognese dal quale proveniva il babbo, o Christine de Pisan nella versione francese di approdo. Nata a Venezia nel 1365, educata agli studi umanistici dal padre, Tommaso, trasferitosi alla corte di Carlo V come astrologo e consigliere. E sì ma come ci arrivano questi in Francia? “Verso la fine del 1369 C., allora in età di soli quattro anni, valicò le Alpi insieme con la madre e i fratelli. Dopo avere risalito le valli del Rodano e della Saona, raggiunsero Parigi e furono presentati al re in dicembre”.

Cioè questa s’è valicata le Alpi a piedi a 4 anni, a 15 sposa il giovin gentiluomo piccardo, Étienne Castel e a 25 sta in un mare di guai, donna, vedova, caduta in disgrazia a corte, circondata da mariuoli e approfittatori e osteggiata dal clima misogino generale nonché dai professori dell’università di Parigi, incapaci di accettare il fatto che una donna potesse accedere al sapere: e lei che fa? Diventa il primo scrittore professionista della letteratura francese, quando nessuno prima di lei era stato costretto a guadagnarsi la pagnotta con la propria penna. E se 500 anni dopo Virginia, Woolf teorizzerà che una donna per dedicarsi alla letteratura dovrebbe avere denaro e una stanza tutta per sé, Cristina 500 anni prima, che non aveva né stanza né soldi, inizia a farsi un mazzo tanto scrivendo per procurarseli.

Poesia. Poesia lirica. E poesia di corte, personale, amorosa. Scrive, legge, studia. E lo fa ricorrendo all’arma dell’ironia, con la quale leggiadramente perculerà i suoi avversari maschi e metterà in guardia le femmine, criticherà la moda (sempre in voga) di disprezzare le donne e invocherà una giustizia che sappia proteggerle.

Nel 1402, impazzando il Roman de la Rose, uno dei più apprezzati ma anche più misogini capolavori della letteratura medievale, Cristina gli si mette di traverso: raccoglie pezze d’appoggio e motivazioni delle sue critiche nelle Epistres du debat sur le Roman de la Rose, tesi appoggiate anche da eminentissimi esponenti del Regno. E’ a quel punto che diventerà uno dei punti di riferimento degli intellettuali francesi. Nonché, in qualche modo, la prima “femminista”.

Profetica ma anche osteggiata, Cristina. Che a un certo punto, nel 1418, decide di ritirarsi nel monastero di Poissy dove la figlia si era fatta monaca: 11 anni di silenzio interrotti solo una ma epica volta, quella in cui, nel 1429 nel Ditié, celebrerà Giovanna d’Arco. Le fu risparmiato almeno il dolore di vederla bruciare, visto che Cristina morirà un anno prima del rogo di Rouen, nel 1430.

Profetica, osteggiata e ironica Cristina. Che dal Medioevo ci dice ancora:
Ahimè, mio Dio, perché non mi hai fatto nascere maschio?
Tutte le mie capacità sarebbero state al tuo servizio, non mi sbaglierei in nulla e sarei perfetta in tutto, come gli uomini dicono di essere. (dalla Città delle dame).

Cristina da Pizzano