Archive for the ‘donne con le palle’ Category

Aggrappati per i capelli

Monday, April 22nd, 2013

Nell’assoluta impossibilità di trovare da giorni un qualsiasi appiglio barra punto di riferimento barra lumicino barra spiraglio per risalire dal gorgo, sono appunto giorni che continuano a tornarmi in mente solo i capelli di Maria D’Antuono.

Maria D’Antuono, 98 anni, fu  trovata viva dopo 30 ore sotto le macerie a Paganica, nel terremoto che sconquassò L’Aquila.

Appena la tirarono fuori, dopo un giorno e mezzo trascorsi sotto ai calcinacci, oltre ai soccorritori trovò pure l’assedio di telecamere  e giornalisti che, nell’assoluta impossibilità di tacere, le chiesero cosa avesse fatto in quelle 30 ore là sotto. Che un bel tacer non fu mai scritto e meno ancora televisionato.

Lei, frastornata ma più lucida degli interlocutori, non si sottrasse e replicò: “cosa ho fatto tutto questo tempo? Ho lavorato, ho fatto l’uncinetto, ho mangiato qualche cracker”. Poi sbottò: “Ma almeno fatemi pettinare!”.

Da giorni mi aggrappo a quei capelli, a quell’uncinetto e quella spazzola. Non necessariamente in quest’ordine. Cioè mi aggrappo all’idea, o quantomeno alla speranza, che dalle macerie si possa non solo riemergere ma farlo con dignità e vigore. Certo ci vorrebbe non dico una corda di sicurezza ma almeno una spazzola. Quantomeno un uncinetto.

Motivi per i quali questo blogghe ha senso

Friday, March 8th, 2013

E’ nei commenti agli Atti di subordinazione ma lo metto anche qui.

Io le ho prese, una volta.
Pesantemente. Avevo 20 anni.
All’inizio ti domandi dove hai sbagliato, poi come coprire…e infine se hai una madre come la mia “che caspita le racconto io a questa…che sarebbe capace di lasciarlo a terra morto” (lei a 1.60 non ci arriva lui è 1.90 ex canottaggio ma capacissima).
Ci penso spesso, spessissimo. Soprattutto quando d’inverno la mandibola dx mi scricchiola come se fosse di sabbia. Me la accarezzo con una dolcezza infinita.
E ora mi arrabbio. Ma prima no. Giuro.
Se non fosse stato per le domande dei miei a cui avrei dovuto dar risposta, avrei creduto alla mia testa che mi diceva “lo hai esasperato a tal punto, che vedi mo’ che hai creato…”
Ho inventato un incidente stradale, con lui ovviamente.
Due anni prima ne avevamo avuto uno.
Vero, però. In cui mi ero frantumata lo stesso lato di faccia.
E mio padre mi ha cazziato come non mai.
Se avesse saputo…ma arrivarci è difficile. Quando ci arrivi, poi…poi diventi una iena. Ho somatizzato, oggi ho una soglia al dolore fisico pari allo zero. Un pizzico mi diventa una melanzana, un morso amoroso un melone.
Ma quando sei lì non capisci subito e non tutto. Non tutte capiamo.
Non sono “andata” via solo per mia madre, l’ho fatto perché sapevo che era sbagliato.
Tuttavia, per me, il dolore di ammettere di avere amato un coglione è stato superiore al dolore delle mazzate. E’stata dura, durissima. Ma possiamo farcela.
Certo se le istituzioni comunali e regionali riuscissero a erogare più fondi, potremmo essere più vigili.
Ma questa è un’altra storia.

Grace

E’ un’incognita ogni sera Mia

Thursday, March 7th, 2013

Quella che segue è la storia di una sconfitta. No, non di una sconfitta in amore. Una sconfitta umana. Perché qui non c’entra neanche più l’amore ma i sentimenti dei quali siamo o non siamo più capaci come persone. Roba tipo altruismo, disponibilità, capacità di ascolto, umanità e – se il concetto non fosse ormai consegnato per l’eternità all’immagine del cagnolino di Monti- empatia, capacità di comprendere lo stato d’animo di chi ci sta accanto. E, addirittura, accoglierlo.

A Francesca, che ha lasciato nella mia mail questo messaggio in bottiglia 2.0, dico solo che sulle “sere per elemosinare amore” in cui si rimediano solo sòle ci aveva già messe in guardia Mia Martini dal 1973. Ma almeno tu, Francè, sta soddisfazione di interrompere il minuetto in corsa glie l’hai data: “È un’incognita ogni sera mia/ Un’attesa pari a un’agonia/ Troppe volte vorrei dirti no/Il mio cuore si ribella a te ma il mio corpo no” e vedi mo’ che invece stavolta tu glie l’hai detto. No.
E alla fine s’è ribellato pure il corpo. Azionando solo il tasto “invia mail” senza ulteriori dispendi di mazzate. Dai, Francè. Che t’aspettano serate certamente migliori. E lontane dalla Stirella.
Meri Pop


Casa, interno sera
DRIIIINNNN
Lui: ciao, ho fatto tardi, scusa non mi sono accorto. Che c’è per cena?
Lei:  tagliatelle al ragù
Lui: arrivo

Poco dopo. Arriva
Lui: Ah… scusa,  ci sarebbero una decina di camicie da stirare, sai per non gravare su mia madre e la tua collaboratrice fa poco o nulla
Lei: va bene

Cenano, si parla esclusivamente di lui. Finisce la cena
Lui: ok, grazie, ora me ne vado a casa
Lei: Non ti va di restare?
Lui: no, vado a casa
Lei: be’ allora vai adesso, subito
Lui: mi cacci di casa? Allora addio (sbatte la porta per fortuna portando con sé le camicie)

Il giorno dopo lui via mail
-”Addio e’ tutto finito. Riguardo quei soldi che mi hai prestato mandami il tuo Iban”
Lei: prima lo manda mentalmente aff a a quel paese poi riflette.
Scrive.
E manda l’Iban.

Mamme

Monday, January 14th, 2013

Scusate ma solo a me a vedere questa donna viene in mente non chi ami ma quanto sia strafica a cinquant’anni?

Tutto ciò premesso oltre le cose bellissime che ha detto dedicando il premio alla sua ex compagna di vita, ha calato un jolly anche quando ha parlato della madre ottantaquattrenne Evelyn Almond, che soffre di demenza senile:
-Mamma, lo so che sei dentro quegli occhi azzurri da qualche parte. Ti amo, ti amo, ti amo, e spero che se dico questo tre volte, le parole sapranno magicamente raggiungere la tua anima, e potranno riempirla di grazia, con la gioia di sapere che hai fatto bene in questa vita, sei una mamma grande.

Chapeau

E come disse Ollòn le sciansgemàn se mentenàn

Sunday, January 6th, 2013

Domani la mia amica Grace cambia. Lavoro. La mia amica Grace ci siamo conosciute in modo un po’ rocambolesco su Zuckercoso, poi magari una volta ve lo raccontiamo. La mia amica Grace è una che quando pensa pensa in grande. Infatti lavorava all’estero. Poi è rientrata. E ha continuato a pensare in grande nonostante stesse qui. Non solo per lei, eh. Tipo la mia amica Grace lo sa che io ora non mi ci va di cucinare. E allora per rimettermi la voglia non è che mi dica “Meripo’ facciamo un aglio e olio”, no lei dice “Meripo’, filetto alla Strogonoff e tortino al cioccolato con cuore morbido e gelato alla crema” o cose di questo genere. Insomma avete capito che per un po’ le hanno offerto solo aglio e olio.

Ora non lo so se da domani è proprio un filetto alla Strogonoff però un po’ di cuoricino al cioccolato secondo me c’è. E mi sembra una bella cosa che questo suo inizio coincida con l’inizio dell’anno, quello dei buoni propositi. Quello che come diceva Ollòn, Fransuà, le franscè, “le changement c’est maintenant” che è una frase che mi suona così charmant che in effetti fa molta più scena di “il cambiamento è ora”.

Insomma Grace per dirti che il cambiamento è adesso e, come diceva Claudio, pure la vita. E sei tu che spingi avanti il cuore. Ed il lavoro duro. E quindi avanti tutta, spingitori di cuori e di lavori. Anche se non vi chiamate Grace.

Almost Blue

Tuesday, October 23rd, 2012

Si chiama Elena. Elena Dak. Aveva un sogno. E se l’è andato a prendere. Nel Sahara. Perché poi i sogni ognuno ci ha i suoi e non sempre sono a portata. Dunque lei se la poteva cavare con un paio di scarpe di Jimmy Choo o, che ne so, un’altana sul canal Grande (che Elena è di Venezia) il Gronchi rosa, un posto fisso. No. Lei voleva farsi la traversata del Tenerè con i Tuareg, aggregandosi a una delle carovane del sale che risalgono verso le oasi di Bilma e Fachi.

Chi è assiduo di questo blogghe sa quanto ve l’ho fatta lunga con la Dancalia: perché pure io, eh l’ho seguita, una carovana del sale, ma per 20 chilometri a piedi e svariati strisciando di caldo ma la maggior parte dentro una jeep. Lei cinque settimane. A piedi o a dorso di cammello. Unica donna fra 30 uomini (piano con gli entusiasmi) e 300 dromedari.

Trenta Tuareg, stavamo dicendo, gli “uomini blu”, quelli che li guardi e il tasso ormonale ti s’impenna come lo spread. Dice beata lei. Si. Poi voglio vedè a 45 gradi, senz’acqua, a fare l’arrosticino bianco in mezzo al Sahara, senza capì una parola, senza vedè un albero per giorni e giorni.

Insomma Elena ce l’ha fatta. E’ partita. E soprattutto è pure tornata. Non lo voglio manco immaginare, la fatica che è stata. Che lei, che pure ci ha scritto un libro, la parola fatica non l’ha usata mai. E del fatto che lì si sia presa pure la malaria accenna brevemente in un capitoletto e passa oltre.

Non so come ciascuno di noi sappia affrontare il deserto. Nonsolo quello del Nord del Niger: anche i deserti che abbiamo dentro, tipo. Lei lo fa così: “Affrontiamo il deserto in un’alba di quelle che la vita ti regala una volta soltanto, sospesa nella foschia e nello spazio, ora senza più confini, del deserto. L’enorme carovana procede in tante file parallele come un organismo unico ma elastico che assorbe le asperità del terreno e ne segue le diverse inclinazioni adeguandosi senza scomporsi”.

Elena Dak

Elena è partita in un’alba di ottobre per andare a prendersi il suo sogno. Oh, ragassi, è il 23, mancano sette giorni: siamo ancora in tempo anche noi. Per imparare a sognare.

Elena Dak, La carovana del sale. Cda&Vivalda Editore

E per chi è a Milano andate a trovarla domenica prossima, 28 ottobre, alle 16 a Via Tortona 27 al Nomad Dance Festival

E liberaci dal Mali

Wednesday, July 18th, 2012

Stavolta è vero: Rossella Urru è libera.

Segnali dell’irreversibile declino dell’Universo: la Minetti come Rosa Parks

Sunday, July 15th, 2012

Tutto, tutto avrei immaginato tranne, un giorno, di dover dire: Nicole, non alzarti da quella sedia. Siamo dunque a questo: la Minetti come Rosa Parks. Che il cielo mi perdoni e soprattutto Rosa. Le ragioni per le quali non deve farlo le ha già spiegate la mia amica Angela qualche giorno fa. Senonché vedo che oggi, per la legge del contrappasso evidentemente, il giù a sua volta silurato Alfano le dà l’ultimatum: dimissioni domani.

Ora c’è da dire che persino Iva Zanicchi ha avuto il suo bel momento Rosa Parks: correva la tivvù del 25 gennaio 2011 quando un infuriato telefonico Silvio Berlusconi, dopo un’iradiddio a colpi di “cafone” con Gad Lerner nella trasmissione dall’eloquente titolo “L’Infedele”, chiudeva intimando “Invito cordialmente l’onorevole Zanicchi ad alzarsi e venire via da questo incredibile postribolo televisivo». L’aquila di Ligonchio col cavolo che s’alzò né dalla sedia né in volo, con ciò vendicando generazioni di camerieri politici usa-e-getta.

Contestualmente Berlusconi spiegava che Nicole Minetti è una splendida persona, intelligente, preparata e seria»che «si è laureata con 110 e lode ed è di madrelingua inglese». Ora, dico io, perché la Regione Lombardia, che un anno fa dunque non poteva privarsi di un simile curriculum, dovrebbe farlo oggi? No, dico, ma perché non la private prima delle camicie di Formigoni, tipo?

Nicole, sei “una splendida persona, intelligente, preparata e seria”, “laureata con 110 e lode” e pure “di madrelingua inglese”. E quello che deve dirti che fare soloquandolodirò io è uno ma non è Silvio: è Giucas. Casella. Daje, resta seduta su quella caspita di sedia.

Ciao Adri

Thursday, July 12th, 2012

Chiedimi se sono felice

Thursday, June 28th, 2012

Oriana l’ho conosciuta quando stavo in alto mare. In tutti i sensi. Il primo senso è nel senso che eravamo proprio in barca. Ma non tipo a Ponza al Frontone: si stava in mare aperto. Ci si stava in tutti i sensi, ognuna per fatti suoi, ma non lo sapevamo. Nel senso che ognuna lì pensava di aver trovato un assetto di vita simildefinitivo. Senonché onda su onda fummo disarcionate. Lei liquida la faccenda, nella biografia ufficiale, con uno sbrigativo “Dal 1998 abbandona il mondo della pubblicità per dedicarsi alla pittura”.

Ebeh, io me lo ricordo: lei proprio un giorno disse “Io così non sono felice”. E sapete com’è, un conto è continuare a lamentarsene un conto è entrare dal capo e dirgli “Capo, scusa, io ti ringrazio, bello il lavoro, bello lo stipendio bella pure a buasserì (cit Albertone il Marchese del Grillo) ma io così non sono felice”. E che ti fa Oriana? Molla tutto e si trasferisce dal Colosseo a Rimini. Si chiude in un nonsocosa, tipo un hangar (ancora non sono mai riuscita ad andare a trovarla) e ne sce sostanzialmente dieci anni dopo, cioè quando la rincrocio, alla sua prima mostra in una Galleria d’arte a Roma. Esile, filiforme direi, capelli sale e pepe, neanche un filo di trucco, total black. E felice.

Ori l’ho rivista ieri ed è ancora più filiformesaleppepetotalblack. E mi sembra ancora parecchio felice. E siccome però qua niente è gratis è del tutto evidente che questa felicità se l’è pagata, e continua a pagarsela, a caro prezzo.

Ma se questo è il prezzo -per questo risultato- ogni volta che la si incontra vien voglia di pagarlo.

Oriana è a Roma con la sua terza personale fino al 14 luglio. Si chiama “Fiori di strada” e sta al D’ARC Rifugio d’Arte Contemporanea in Via di Sant’Ippolito 44A (Metro piazza Bologna poi pezzettino a piedi, se serve vi faccio pure un disegnetto una mappa).

Ah e se andate e la incontrate fatevi raccontare anche il resto della storia. Che a noi Cuorinfranti farà risalire la fiducia tipo lo spread.