Archive for the ‘donne toste’ Category

Helen Hulick, che ci regalò il diritto di portare i pantaloni

giovedì, gennaio 17th, 2019

I ladri le hanno svaligiato casa e lei deve presentarsi in tribunale come testimone. E’ così che una storia di ordinario furto si trasforma in una Storia con la S maiuscola. Perché a quell’udienza Helen Hulick, di professione maestra di scuola materna, si presenta in pantaloni. E’ il 1938 e il giudice del Tribunale di Los Angeles, Arthur S. Guerin, non è pronto a un simile oltraggio. Sospende l’udienza e le intima di tornare vestita “da donna”.

Per tutta risposta Helen, che all’epoca ha 28 anni, replica

-Dite al giudice che farò valere i miei diritti. Se mi ordina di mettermi un vestito non lo farò. Mi piacciono i pantaloni. Sono comodi.

Si ripresenta cinque giorni dopo. Con un bel paio di pantaloni arancioni e verdi. Il giudice è furibondo:

L’ultima volta che si è presentata a questa corte vestita come lo è ora, ha attirato l’attenzione di tutti più del procedimento in corso. Le è stato chiesto di tornare con un abito più consono per un processo in tribunale. Oggi è tornata indossando dei pantaloni, sfidando apertamente la corte. E la corte le ordina di tornare dunque domani con un abito adatto. Se insiste a indossare i pantaloni, le verrà impedito di testimoniare. Ma sia pronta a essere punita secondo la legge per oltraggio alla corte

Secondo voi cosa risponde a quel punto, la sventurata?

-Tornerò con i pantaloni, signor giudice. E se lei mi metterà in prigione spero che questo possa aiutare le donne a liberarsi per sempre dagli anti-pantalonisti.

Neanche a dirlo, si presenta il giorno dopo con i pantaloni e con un avvocato, William Katz, che a sua volta si trascina dietro quattro volumi di citazioni sul diritto ad indossare anche in tribunale l’abbigliamento voluto.

A conferma del fatto che “il coraggio fortifica ma l’ostinazione diverte“, Helen spiega:

-Signor giudice, d’altra parte io indosso pantaloni dall’età di 15 anni, non ho altri vestiti se non uno da gran cerimonia, e non vorrà mica che mi presenti qui in abito da sera, immagino.

Helen viene condannata a cinque giorni di carcere dove, sì, dovrà indossare un abito, un abito di jeans, che è la divisa delle detenute.

Il suo avvocato a quel punto porta la questione in Corte d’Appello che, signore e signori, sancirà finalmente il diritto di Helen e di ogni donna di indossare i pantaloni anche in tribunale.

E siccome “un fatto è la cosa più ostinata del mondo”, è il 17 gennaio 1939 quando Helen Hulick, di nuovo convocata come testimone sul furto a casa propria e dopo aver prevalso sia sul giudice Guerin che sulla mentalità bacchettona dell’epoca, finalmente si presenta in tribunale… vestita in abiti femminili.

 

La pioniera americana dei pantaloni fu in realtà Mary Walker, una delle prime donne medico del Paese che rifiutò, ovviamente derisa, di indossare le lunghe, scomode e anti igieniche gonne che raccoglievano dalle strade sporcizia e polvere. Pare abbia così magistralmente riassunto la situazione, nel 1871:
I più grandi dolori quotidiani di cui soffrono le donne sono fisici, morali e mentali, causati dal loro modo poco igienico di vestire“.

Ma saranno le aviatrici e attrici come Marlène Dietrich, Greta Garbo e Katharine Hepburn ad ostentare e liberalizzare i pantaloni femminili. E solo nel 1960, millenovecentosessanta, André Courrèges e Yves Saint Laurent presenteranno ufficialmente nelle sfilate di moda il pantalone femminile, contribuendo finalmente alla cancellazione del divieto.

Simone de Beauvoir, la donna che le donne fece diventare

mercoledì, gennaio 9th, 2019

“Di me sono state create due immagini. Sono una pazza, una mezza pazza, un’eccentrica. […] Ho abitudini dissolute; una comunista raccontava, nel ’45, che a Rouen da giovane mi aveva vista ballare nuda su delle botti; ho praticato con assiduità tutti i vizi, la mia vita è un continuo carnevale, ecc. L’essenziale è presentarmi come un’anormale. […]
Il fatto è che sono una scrittrice: una donna scrittrice non è una donna di casa che scrive, ma qualcuno la cui intera esistenza è condizionata dallo scrivere. È una vita che ne vale un’altra: che ha i suoi motivi, il suo ordine, i suoi fini che si possono giudicare stravaganti solo se di essa non si capisce niente”.

Nulla meglio di quello che lei stessa scrive di sé può raccontare Simone de Beauvoir, nata oggi -il 9 gennaio- 1908, 111 anni fa. Suo padre è un donnaiolo e scialacquatore che ridurrà la famiglia sul lastrico e basta già il matrimonio dei suoi a convincerla “che la vita coniugale borghese era contro natura».

Il suo faro non sarà dunque un marito ma l’indipendenza. Che prende la forma di una laurea, nel 1927, in filosofia -tesi su Leibniz- seconda in graduatoria dietro Simone Weil e prima di Maurice Merleau-Ponty, sposato, che avrà una relazione con la cugina, e prima passione femminile della de Beauvoir, Zaza Lacoin. Zaza, ostacolata nel suo amore “sconveniente” per Maurice, alla fine si uccide. Il matrimonio e la rigidità delle convenzioni a quel punto, per Simone, diventeranno un vero e proprio abominio.

Ed è per questo che quando un perdutamente innamorato Jean Paul Sartre le chiede di sposarlo lei lo spiazza controproponendo una relazione aperta fra uguali che preveda la sincerità assoluta sulle storie parallele. Siamo, lo ricordo, in un’epoca in cui il ruolo riconosciuto di una donna è quello di essere principalmente madre e moglie. «Ho bisogno di Sartre ma amo Mathieu», confessava Simone (il Castoro) al suo diario.

Simone diventa invece la madre del niente-è-impossibile, niente-è-vietato, neanche alle donne.
Simone o del secondo sesso che poi è il primo, Simone convinta che «donna non si nasce, si diventa» e dunque non conta la nascita bensì l’autodeterminazione.

Ma il centro della sua vita non sarà -e sì che lo farà- rivoluzionare la storia del pensiero intorno alle donne: il centro della sua vita sarà scrivere. E tramite la scrittura imporre il punto di vista delle donne. Scrive occupandosi di politica, di filosofia, di costume. E soprattutto scrive da donna di questioni di uomini.

Tutto intorno la storia infuria, l’occupazione nazista di Parigi, la guerra civile spagnola sembrano imporre una battuta d’arresto a quel Tutto-si-può e invece poi arriverà la Liberazione.

“La libertà è intera in ognuno. Soltanto perché nella donna rimane astratta e vuota, non può essere autenticamente assunta che nella ribellione: è questa l’unica strada aperta a coloro che non hanno la possibilità di costruire niente; è necessario che rifiutino i limiti della loro situazione e cerchino di aprirsi le strade dell’avvenire; la rassegnazione non è che rinuncia e fuga; per la donna non c’è altro mezzo che lavorare sulla propria liberazione. Questa liberazione non può che essere collettiva, ed esige prima di tutto che si compia l’evoluzione economica della condizione femminile”.

Liberazione. Questa forse potrebbe essere la parola che ci consegna ancora oggi Simone de Beauvoir: ma una Liberazione che non arriverà con nessuno sbarco esterno di soldati. Arriverà solo se la faremo noi. Da sole. Perché “Nessuno deciderà per te, neanche il destino”.

E arriverà, quella Liberazione. Perché possiamo. Possiamo tutto.

Nell’ultimo periodo della sua vita non si sottrae neanche al problema e al tabù della vecchiaia sulla quale scrive pagine memorabili ne La terza età (1970).

Simone de Beauvoir

Muore il 14 aprile 1986 e viene seppellita nel cimitero di Montparnasse a Parigi accanto a Jean-Paul Sartre. Atea come lui scriverà della morte del suo compagno e della sua ne La Cérémonie des Adieux  non sottraendosi alla verità fino alla fine:

«La sua morte ci separa. La mia morte non ci riunirà. È così. E’ già bello che le nostre vite abbiano potuto essere in sintonia così a lungo».

Perché Non, elle ne regrette rien.

L’albero che non c’è

venerdì, dicembre 21st, 2018

L’albero più bello d’Italia l’hanno fatto centinaia di donne. L’albero più bello d’Italia è alto 6 metri ed è largo 3 metri e mezzo. L’albero più bello d’Italia è composto da 1300 mattonelle all’uncinetto e e sta a Trivento, nel posto che non esiste: il Molise.

L’albero più bello d’Italia è cresciuto fra le mani di mamme, nonne, nipotine, grazie all’Associazione “Un filo che unisce”. E’ cresciuto chiacchierando e affondando l’uncinetto tenuto da pollice e indice destro nella lana poggiata sull’indice sinistro. E scorre come il rosario, l’uncinetto. Una catenella per volta, ogni catenella un pensiero.

E’ fatto da un unico filo che si interrompe nelle mani di una e ricomincia in quelle dell’altra, l’albero più bello d’Italia. Ogni mattonella è diversa. E da sola farebbe ben poco. Ma tutte insieme hanno fatto un capolavoro d’arte che sta facendo il giro del mondo.

Fanpage ne ha realizzato un video molto molto bello che trovate qui.

A guidare questa squadra di architette con l’uncino è stata Lucia Santorelli, che la scorsa estate aveva messo all’opera le donne di Trivento per un altro capolavoro entrato nella storia dei record, il tappeto più lungo del mondo: 637 piastrelle da un metro l’una. Realizzato da 300 donne e 1 uomo (poidice la parità), srotolato sui 365 gradini della scalinata di San Nicola, uno per ogni giorno dell’anno. Alla fine ognuna delle piastrelle è stata venduta su una base d’asta di 20 euro. E tutto il ricavato è andato alla Ricerca per la Sma, atrofia muscolare spinale.

No, non esiste il Molise. Infatti.
Ecco perché l’albero più bello d’Italia può vederlo solo chi crede alle cose che non esistono. Come la sapienza, la tradizione, la pazienza, la solidarietà, la saggezza antica.

Profuma di lana e di bene, l’albero più bello d’Italia, messo lì nel cuore dello Stivale. Nel posto che non c’è.

Nilde Iotti, quanto ci manchi, quanto ci sei ancora

martedì, dicembre 4th, 2018

La prima donna -e pure comunista- a ricoprire una delle tre più alte cariche dello Stato venne eletta nel 1979. Fu Presidente della Camera per tre legislature e nessuna l’ha ancora eguagliata, non solo in durata.

Ma Leonile Iotti detta Nilde è stata anche partigiana, staffetta, combattente, indomita, ha fatto parte del primo nucleo di politici che ha preparato il Parlamento Europeo e soprattutto è stata una donna che, nonostante i ruoli pubblici, non ha rinunciato all’amore nel privato (e l’ha pagato a caro prezzo, quell’amore, confinata in una soffitta). Nilde Iotti che a quell’amore impossibile in tempi bacchettoni scrive “… Ti amerò sempre come ti ho amato dal primo giorno, come ti amo oggi” ma allo stesso tempo aggiunge “Nella mia vita potrei accettare di tutto, salvo che di non lavorare, di non essere me stessa”.

Con quell’amore illegittimo ha intanto anche adottato una figliola.

E’ il 20 giugno del 1979 quando per la prima volta sale sullo scranno più alto della Camera ed è la prima donna a poterlo fare. E questo, tra l’altro, dice:

“Io stessa – non ve lo nascondo – vivo quasi in modo emblematico questo momento, avvertendo in esso un significato profondo, che supera la mia persona e investe milioni di donne che attraverso lotte faticose, pazienti e tenaci si sono aperte la strada verso la loro emancipazione. Essere stata una di loro e aver speso tanta parte del mio impegno di lavoro per il loro riscatto, per l’affermazione di una loro pari responsabilità sociale e umana, costituisce e costituirà sempre un motivo di orgoglio della mia vita”.

Rinunciò a tutti gli incarichi per motivi di salute il 18 novembre 1999. La sua lettera fu accolta alla Camera con un grandissimo applauso. Morì pochi giorni dopo, il 4 dicembre, oggi.

Nilde Iotti: ragione e sentimento. Ma soprattutto il fascino dell’intelligenza.
Ricordiamole, ricordiamole sempre, le persone capaci. Quelle delle quali nessuno ha avuto bisogno di notare o sottolineare più di tanto che fossero donne: erano, semplicemente, le persone migliori in quei posti.

 

Louisa May Alcott, piccola grande donna

giovedì, novembre 29th, 2018

Primancora degli oroscopi di Paolo Fox e dei test di IodonnatudonnaElladonna fu lei a disegnare le quattro categorie in cui ciascuna donna, da quel momento in poi, avrebbe potuto riconoscersi. E forse è stato questo il successo inarrivabile del suo capolavoro, “Piccole donne”, 1868: Louisa May Alcott, che nacque 186 anni fa oggi a Germantown, città della Pennsylvania oggi parte dell’area di Philadelphia.

Perché chi di noi non ha trovato almeno una delle sorelle March ch’entro le ruggeva? Quando non un po’ di tutte. Quante fragili Beth, sagge Meg, buffe Amy e tumultuose Jo March si sono riconosciute in quelle pagine? Quanta forza ci ha dato Jo che voleva scrivere e non sposarsi, in un’epoca nella quale senza matrimonio ci si consegnava all’insignificanza e all’invisibilità?

Louisa May Alcott non si sposò mai e volle che anche Jo non lo facesse. Una volta raccontò,  in pieno puritanesimo americano, di essere rimasta nubile perché nella vita “mi sono sempre innamorata di molte ragazze carine, ma mai una volta di un uomo”.

A un certo punto iniziarono pressioni fortissime da parte del pubblico perché sta benedetta Jo si sposasse con Laurie, il ragazzo della porta accanto. Alla fine Louisa cedette ma niente ragazzo bello, giovane, ricco, che la adorava: le diede in marito il professore Bhaer. Scegliere per amore. Non si usava.

Louisa May Alcott, dunque attivista femminista, antischiavista, insegnante, domestica, governante e scrittrice, ma soprattutto disegnatrice di caratteri femminili. Suo padre Amos Bronson Alcott, era un insegnante e fissato trascendentalista kantiano, sempre in ambasce e in bolletta. E fu lei che, per aiutare la famiglia, si dovette rimboccare le maniche anzi i pennini. Si guardò intorno e vide le sue tre sorelle da raccontare. Perché Piccole donne è la sua storia, quella della sua famiglia. Compresa la morte della sorella più giovane e il matrimonio della più anziana.

Alla fine degli anni Quaranta dell’Ottocento, Louisa May Alcott si appassionò ai diritti delle donne e soprattutto l’estensione del diritto di voto. Diventò la prima donna a iscriversi negli elenchi per l’elezione di un consiglio d’istituto scolastico a Concord. Lavorò come infermiera durante la Guerra Civile, ma si ammalò gravemente di tifo.

Anni Cinquanta, ancora guai finanziari per la famiglia. Lei si sentiva angosciata perché non trovava un lavoro adatto a sostenerla. Ebbe una forte depressione e meditò persino il suicidio.

Ma è nel 1868 che scrisse il libro che non aveva nessuna intenzione di scrivere. Poi, capito che l’editore non avrebbe mai fatto scrivere un libro a suo padre (che di quel libro stava facendo una malattia) se lei non ne avesse scritto uno per ragazzi, si decise. E scrisse Piccole donne in 10  settimane, come una forsennata, spesso dimenticandosi anche di mangiare. “Questo lavoro non mi piace per niente”, disse del lavoro che doveva consegnarla alla storia.

L’anno dopo uscì anche Piccole donne crescono. Nel frattempo stava facendo i conti  con una malattia autoimmune cronica, forse lupus, che la debilitava giorno per giorno (un’altra ipotesi è che soffrisse di un avvelenamento da mercurio, causato dai trattamenti subiti per curare il tifo).

Morì a 55 anni per un ictus il 6 marzo del 1888 a Boston, due giorni dopo la morte del padre.

È sepolta allo Sleepy Hollow Cemetery di Concord, poco distante dalle tombe di altri grandi autori americani come Henry David Thoureau e Ralph Waldo Emerson.

Le quattro sorelle March, invece hanno 150 anni. E sono più vive che mai.

Matilde Serao. Di quando i giornali li fondavano le donne

martedì, ottobre 9th, 2018

E’ nel pieno successo professionale di lei, in un mestiere fino ad allora popolato solo di uomini, che il marito di lei si innamora di un’altra. Un grande classico. Lui poco dopo darà all’altra una figlia. L’altra, dopo un pressing forsennato su di lui per fargli lasciare la moglie, a un certo punto si suicida.

La piccola bimba abbandonata dalla madre morente sulla porta della casa di lui e di lei, viene amorevolmente accolta da lei. Ma i due non reggeranno l’impatto emotivo e scandalistico per l’epoca di questa drammatica vicenda. E i due si separeranno. E’ il 1891. Lei si chiama Matilde Serao. Con il marito aveva appena fondato un giornale, “Il Mattino” di Napoli, del quale era diventata co-direttrice. La prima direttrice donna di un giornale.

E non si può dire che il primo giudizio di lui, su di lei, fosse stato proprio esaltante. Così Edoardo scriverà di Matilde a un’amica:

Edoardo Scarfoglio scrisse di lei a un’amica:

questa donna tanto convenzionale e pettegola e falsa tra la gente e tanto semplice, tanto affettuosa, tanto schietta nell’intimità, tanto vanitosa con gli altri e tanto umile meco, tanto brutta nella vita comune e tanto bella nei momenti dell’amore, tanto incorreggibile e arruffona e tanto docile agli insegnamenti, mi piace troppo, troppo, troppo”.

Alla fine della loro relazione seguirà, qualche anno dopo, anche il volontario allontanamento di lei da «Il Mattino» coinvolto in uno scandalo amministrativo che non risparmierà a Matilde accuse infamanti di corruzione.

Matilde Serao, giornalista, scrittrice, imprenditrice, donna dei primati. Nel 1882 è assunta al «Capitan Fracassa», prima donna redattrice nella storia del quotidiano romano, fonda due giornali «Il Mattino» (insieme al marito Edoardo Scarfoglio nel 1892) e «il Giorno» (1904), sarà poi direttrice di diverse riviste periodiche. Ma soprattutto riesce a infischiarsene di consuetudini,  pregiudizi, usanze e tabù e inaugurerà anche un nuovo modo di fare giornalismo. Diceva Lord Chesterton che

“Il giornalismo consiste principalmente nel dire ‘Lord Jones è morto’ a persone che non hanno mai saputo che Lord Jones fosse vivo”.

Per lei il giornalismo non è solo cronaca ma è impresa, formazione, testimonianza.

Dopo la fine del matrimonio con Edoardo Scarfoglio arriverà anche un nuovo incontro, quello con Giuseppe Natale, un nuovo amore e la fondazione di un nuovo giornale, «il Giorno». Autrice, scrittrice, narratrice di talento. Fu candidata sei volte, SEI, al premio Nobel per la letteratura, senza ottenerlo mai. Morirà a Napoli nel 1927, a 71 anni.

In giorni e tempi nei quali sul giornalismo spirano venti di tempesta, ricordiamola, questa pioniera coraggiosa e illuminata.

Eppur si smuove

mercoledì, ottobre 3rd, 2018

Eppur si smuove, qualcosa: è stato assegnato a Frances H. Harnold il premio Nobel per la Chimica. E’ la quinta volta per una donna, dal 1903, quando lo vinse Marie Curie.
Frances Arnold ha condotto la prima evoluzione diretta degli enzimi, utilizzati per fabbricare dai biocarburanti ai prodotti farmaceutici.
Lo ha vinto insieme a George P. Smith e Sir Gregory P. Winter.

La Fisica è Donna

martedì, ottobre 2nd, 2018

Si chiama Donna Strickland è canadese e poco fa ha vinto il #Nobel per la Fisica per “il sistema di generazione di impulsi ottici ad alta intensità”. In 118 anni se l’erano aggiudicato solo altre due donne, Marie Curie e Maria Goeppert-Mayer.

In questo momento giungano molti e cordiali saluti al professor Strumia: “”La fisica è stata costruita da uomini e non ci si entra su invito”.

Jane Cooke Wright, la madre della chemioterapia

martedì, settembre 25th, 2018

Jane Cooke Wright. Ricordiamolo questo nome. Perché è grazie lei, chirurga e oncologa afroamericana, che oggi si possono curare  con efficacia alcune neoplasie maligne e a lei dobbiamo alcuni risultati in chemioterapia attraverso la sperimentazione dei farmaci su tessuti umani.

Ma la sua è una storia fatta di grandi rivoluzioni non solo scientifiche.

Il nonno paterno, Ceah Wright, era stato uno schiavo, ma non solo riuscì a ottenere la libertà, riuscì anche a studiare al Meharry Medical College di Nashville, in Tennessee, la prima scuola medica per afroamericani degli Stati Uniti meridionali.

Suo padre, invece, Louis Wright, in un’epoca di insormontabili pregiudizi e discriminazione razziale, riuscì a diventare un chirurgo di fama  nonché primo afroamericano a lavorare come medico in un ospedale non riservato ai soli pazienti neri.

Jane Cooke Wright, nata nel 1919, bambina particolarmente portata per la matematica e le scienze ma anche per l’arte e lo sport. Così decide di seguire tutte le sue passioni. La prima laurea sarà in campo artistico ma poi ne prenderà un’altra in medicina.

Nel 1949 inizia a studiare l’efficacia dei farmaci chemioterapici in anni nei quali la via principale per affrontare il cancro era solo quella chirurgica. Lei e suo padre iniziano a condurre test non solo su animali da laboratorio, ma per la prima volta anche su campioni di tessuto. Arrivano progressi e risultati.

Nel 1967 sarà direttrice associata del New York Medical College, di cui dirigerà anche il dipartimento di chemioterapia: nessuna persona di colore, prima di lei, aveva ricoperto un incarico così elevato in una scuola medica americana.

Quaranta anni di carriera, oltre cento articoli scientifici, incalcolabili premi. Ma la grandezza di Jane Cooke Wright è stata prima di tutto umana:

“So di far parte di due gruppi minoritari, ma non penso a me stessa in questo modo. Certo, per una donna è tutto due volte più difficile. Ma il pregiudizio razziale? Ne ho incontrato molto poco. O forse l’ho incontrato, ma non ero abbastanza intelligente per riconoscerlo”.

Simone Weil, che rinunciò all’amore ma non ad amare

venerdì, agosto 24th, 2018

I primi cinque minuti durante i quali lui mi offriva la suggestione di un post su di lei, li abbiamo passati a parlare di due persone diverse che si chiamano più o meno nello stesso modo. Perché l’essere figura impetuosa ma a lento rilascio deve essere evidentemente il suo karma. Di lei, Simone Weil. L‘altra: la filosofa, mistica, pensatrice. Che continuavo a confondere con Simone Veil, signora di Francia e d’Europa. Chiarito l’equivoco si è però spalancato il mondo. Talmente spalancato che mi è difficile richiudere le finestre e trattenerne e riassumerne un po’ anche perché lei pare essere come l’aria: più cerchi di afferrarla più ti scappa.

Quella, dunque. Quella Simone Weil insegnante di filosofia che comprava i libri agli studenti più poveri, che teneva corsi serali gratuiti per gli operai e che però non esitò un attimo a mollare l’insegnamento della filosofia per andare a lavorare come fresatrice alla Renault, già che non si può certo dire di occuparsi della condizione degli operai se non se ne sperimenta sulla propria pelle il peso. Quella Simone Weil che andò a manifestare ovunque sentisse che bisognava portare il proprio corpo a farlo e lo portò davvero ovunque: contro la guerra, contro l’oppressione, contro il nazismo, a favore della guerra civile spagnola arruolandosi nella colonna anarchica Buenaventura Durruti e fu operaia in fabbrica e contadina nelle Ardeche, dormendo per terra e nutrendosi di frutta selvatica dopo aver regalato ai poveri le sue tessere annonarie.

Trasportare il corpo ovunque e contemporaneamente, un po’, rinnegarlo: vestì sempre di nero, capelli sempre scarmigliati, pesanti occhiali tondi, si truccò solo una volta in vita sua, prima di sostenere il colloquio di assunzione alla Renault di Billancourt. Come volesse dimenticare, e farci dimenticare, di essere una donna. Donna che fu perseguitata tutta la vita dai nazisti e dai dolori: mal di testa perenni e malattie a ripetizione.

Nei “Quaderni” a un certo punto la spiega ironicamente così: una donna bella rischia di identificarsi solo con la sua immagine riflessa allo specchio mentre una donna brutta non corre questo rischio. Ma non odia affatto la bellezza: è che pensa che la bellezza sia essenzialità. E lo fa in un tempo in cui trionfa l’eccesso. “Il popolo ha bisogno di poesia come di pane”. Quindi di bellezza.

Quella Simone Weil dotata di “un coraggio estremo attirato dall’impossibile” (per dirla con Georges Bataille) e che rinunciò all’amore ma non ad amare. E no, una relazione sentimentale pare non la volle mai. Ma sì, consentiamocelo su un blog sentimentale, ci consegna lo stesso una perla di rara saggezza:

“Bisogna essere in un deserto. Perché colui che dobbiamo amare è assente”.

Quella Simone Weil nata in una famiglia ebraica ma che spazia ovunque e a un certo punto lancia l’idea della “decreazione”: l’atto creativo di Dio interpretato come una limitazione della sua divinità. Rinchiuderlo in un atto, per quanto supremo, lo limita.

Quella i cui unici fari furono la verità e l’attenzione:
“Il bisogno di verità è il più sacro di tutti. Eppure non se ne parla mai. La lettura fa spavento, quando ci si sia resi conto della quantità e dell’enormità di menzogne materiali, diffuse senza vergogna anche nei libri degli autori più amati. E così leggiamo come se si bevesse acqua di un pozzo sospetto”. Profetica.

E l’attenzione. Verso lo studio (paragonabile a una forma di preghiera) e verso l’altro, immedesimandosi in lui per capire di cosa davvero abbia bisogno.

Dunque «l’adempimento di un diritto non proviene da chi lo possiede, bensì dagli altri uomini che si riconoscono nei suoi confronti obbligati a qualcosa», altrimenti lo si otterrà solo a condizione di avere la forza per sostenerlo.

Quanto è illuminante e doloroso scriverne mentre scorrono le immagini di tutti i diritti calpestati per terra per cielo e per mare.

Inclassificabile, indomabile, scomoda. In soli 34 anni. Che a quell’età calò il sipario sulla sua vita, con una tubercolosi. Il 17 agosto 1943 fu portata in ospedale in condizioni che portarono il medico a scrivere “troppo grave per essere esaminata come si deve”.

E lei, che per tutta la vita non si era mai appoggiata alla bellezza, pare abbia detto, entrando nella sua ultima stanza d’ospedale il 24 agosto 1943, “sì, bella per morirci”.