Archive for the ‘donne toste’ Category

La prima volta

martedì, giugno 2nd, 2020

Ogni tanto ci ripenso. A quando me lo raccontò. Mia nonna Quintina. Della sua prima volta.

Mi disse che non dormì per tutta la notte precedente.
Che era emozionata.
Che quel momento l’aveva aspettato per anni.
Che la mattina si fece bella apposta.
Che uscì prestissimo e guardandosi intorno circospetta.

Mia nonna aveva 41 anni, quando successe la prima volta.
E non lo dimenticò mai, il giorno in cui potè votare.

Il doppio Enigma di Ann

venerdì, maggio 22nd, 2020

Non ha avuto la movimentata vita di Alan Turing, Ann Mitchell, ma soprattutto è stata una matematicadonna troppo presto. E dunque nella saga di Enigma il suo nome non spunta come quello di Turing. Spunta tra le Bletchey Girls, che contribuirono a decriptare i codici nazisti. Girls, appunto. Nonostante fossero matematiche e scienziate anch’esse. Ma se sei donna ecco che al massimo passi alla storia come Girl.

Ann Mitchell portata via da un altro enigma chiamato Covid, notizia che oggi mi ha segnalato il mio amico Pino accompagnandola con il messaggio niente affatto enigmatico “pane per i tuoi denti”.

Nasce a a Oxford nel 1922. “La mia direttrice disse con fermezza ai miei genitori che la matematica non era una materia femminile”, dirà. Ma lei insiste e nel 1940 è una delle sole cinque donne accettate alla facoltà di Matematica all’Università di Oxford. Fino agli anni ’70 nasconde a tutti, anche al marito, il proprio passato a Bletchley Park nel gruppo di matematici che, sotto la guida di Alan Turing decifrò i messaggi in codice delle milizie naziste. Ann aveva infatti firmato un atto ufficiale di segretezza e solo nel 2008 le verrà riconosciuto il merito di aver aiutato a decifrare Enigma.

Lei, low profile tutta la vita, dirà che in realtà, quando firmò, non sapeva neanche lei cosa stesse accettando.

James Turing, pronipote di Alan, “ha sottolineato che i diari di Ann Mitchell nonché la poca documentazione che è rimasta sulle attività di Bletchley mostrano che le mansioni di Ann e le sue esperienze durante la guerra furono molto simili a quelle del prozio”.

“Molto simili” non è evidentemente mai bastato, però, a darle il giusto riconoscimento. Lei, per altro, ne ha fatto tranquillamente  meno. E ha chiuso la sua carriera con grande nonchalance occupandosi di altri tipi di sistemi binari, consulente di matrimoni e divorzi.

“È stato come uno scherzo -disse- verso la fine della mia vita, crescere improvvisamente di importanza, passare dall’essere nessuno a qualcuno”. Ann Mitchell, quel Nessuno che aiutò il mondo a salvarsi.

 

Amelia Earhart, la donna che sussurrava alle ali

giovedì, maggio 21st, 2020

Amelia Earhart, una vita racchiusa già nella scritta di inizio e fine:

Atchinson, Kansas 1897 – Oceano Pacifico 1937

“Sono convinta che uomini e donne siano in grado di raggiungere tutto ciò che desiderano”. E lei desidera volare. Ma desidera farlo quando alle donne è consentito, a malapena, camminare.

Sopravvissuta al pregiudizio degli uomini, alla spagnola e alle devastazioni della guerra, lascerà la scuola per frequentare un corso da infermiera e portare aiuto dove serve.

Ci chiediamo spesso cosa sia l’amore e dove trovarlo. E beh per Amelia quella scintilla scocca un giorno del 1920 quando il padre, con un biglietto da un dollaro, la fa salire su un biplano per un volo turistico su Los Angeles. E’ amore a prima vista, indissolubile. Un anno dopo, con sacrifici, lavoretti e prestiti, già vola sul suo primo biplano, color giallo acceso, che chiama Canary e con cui stabilirà il record femminile di altitudine. Arriverà poco dopo anche il brevetto da pilota, sedicesima donna al mondo a ottenerlo.

Ma è solo nel 1928 che arriva la telefonata della vita, da un uomo che le rivolge la fatal domanda. Che non è “Vuoi tu Amelia Earhart sposarmi?”ma è “Vuoi tu Amelia Earhart essere la prima donna a volare sull’Atlantico?”. La sventurata rispose.

Tra i coordinatori di quell’impresa c’è anche l’editore George Palmer Putnam che innamoratosi di lei le chiederà anche di sposarlo, e lo faranno effettivamente nel 1931.

Amelia sale a bordo con Wilmer Sturz e Louis Gordon. «Wilmer pilotò per quasi tutto il tempo. Io –dirà- ero solo un bagaglio, venni trasportata come un sacco di patate».

Eppure all’atterraggio in Galles l’interesse è tutto per lei, la “Regina dell’aria”.  Queen Amelia, da quel momento in poi, si impegnerà in ogni modo per promuovere l’aviazione per le donne. Altro che “paura di volare”, Erica Jong perdonaci. Amelia partecipa a conferenze, scrive articoli, libri ma soprattutto vola. L’avventura del primo volo in Atlantico, quello del sacco di patate, lo intitolerà “20 hours-40 minutes”.

Inizia  a macinare record e imprese e nel 1932 sarà la prima donna al mondo a compiere la trasvolata dell’Atlantico in solitaria. Prima di lei ce l’aveva fatta solo Charles Lindbergh. E dunque da ora in poi Lady Lindy alzerà l’asticella della sua passione e della sua audacia sempre di più. Il 20 maggio del 1932 parte da Harbour Grace, a Terranova, ai comandi di un Lockheed Vega. Dopo quindici ore di volo avrebbe dovuto atterrare a Parigi ma il meteo non lo consente, per cui arriva a Culmore, in Irlanda del Nord, il 21 maggio 1932. Ed è così che descrive l’impresa:

“Dopo aver spaventato la maggior parte delle mucche del vicinato mi sono fermata nel cortile di un contadino”.
Il quale le chiede se arrivasse da molto lontano.
“Dall’America”, risponde.

Dalle Hawai alla California, da Los Angels a Città del Messico i suoi voli in solitaria non si contano. Finché si mette in testa l’impresa delle imprese: la circumnavigazione aerea del globo seguendo la rotta equatoriale, la più lunga.

Amelia e Fred Noonan decollano da Miami su un bimotore il 1 giugno 1937 facendo rotta verso est. Attraversano Sud America, Africa, India e Indocina, arrivando a Lae, in Nuova Guinea, il 29 dello stesso mese. Hanno percorso circa 35000 chilometri e ora devono affrontare l’ultimo pezzo attraverso l’Oceano Pacifico. Il 2 giugno decollano da Lae alla volta di Howland Island – a oltre 4000 chilometri –dove è previsto che facciano tappa.

Le tracce del Lockheed Electra si perdono invece 1000 chilometri dopo Lae.

Nonostante una mobilitazione senza precedenti di navi e aerei di soccorso, Amelia e Fred Noonan non verranno mai ritrovati. Ogni tanto qualcuno annuncia di aver ritrovato le ossa di Amelia. Ma finora nessuno sa con certezza dove sia.

“L’unica cosa al mondo che desiderassi era vagabondare. Nel cielo”.
Forse Amelia si trova proprio lì: sta ancora navigando nel cielo.

Maria Montessori, una vita per aiutarci a farcela da soli

mercoledì, maggio 6th, 2020

Pagò anche un uomo che le fumasse accanto mentre dissezionava cadaveri, per contrastare la nausea da cattivo odore della formaldeide e non farla svenire lì, nell’Aula di Medicina della Sapienza a Roma. Era il 1893. E la refrigerazione non era proprio al top. Lei alle nove di sera di norma lì stava, armata di bisturi. E perché da sola, di sera, e non con i suoi compagni di corso il giorno? E beh perché non si addiceva a una donna stare nella stessa stanza con un corpo nudo e altri uomini. Sebbene il nudo fosse in rigor mortis.

Quella ragazza aveva 23 anni. E si chiamava Maria Montessori. E basterebbe solo questo aneddoto a farcene capire determinazione e tigna.

Maria Montessori da Chiaravalle, provincia di Ancona, classe 1870 (il 31 agosto ricorreranno i 150 anni dalla nascita), periodo in cui il posto per una donna poteva essere solo il focolare domestico. Non certo una morgue. Eppure. Nel 1883 si autorizzano le donne a frequentare le scuole superiori: e lei vuol fare l’ingegnere. Nel 1889 capisce invece che la sua vocazione è la medicina: le autorità accademiche le negano l’accesso. “Sarò medico, costi quel che costi”. E lo diventa. Anche se in Facoltà dovrà sempre essere scortata “da un adulto”, andarci di notte e da sola.

Da quel momento in poi i suoi studi e i suoi lavori iniziano a brillare anche di giorno. E diventa assistente alla clinica psichiatrica dell’Università di Roma, insieme a Giuseppe Ferruccio Montesano dedicandosi al recupero dei bambini e delle bambine con problemi psichici, al tempo definiti anormali. Lui sarà anche il suo amore e da quell’unione nasce un figlio, senza essere sposati. Nasce Mario, forma maschile del suo nome. Non si sposeranno ma si promettono che mai si sposeranno neanche con altri e terranno segreta la nascita di quel figlio.

E sì, la regina delle pedagogiste affidò il suo neonato a una balia e poi a una famiglia. Perché nella vita non tutti i calcoli tornano. Lui, ovviamente, dopo poco invece si sposerà con un’altra. Lei indosserà tutta la vita abiti neri, in ricordo di quel lutto del cuore. Mario andrà a riprenderselo, già adolescente, ma continuerà a presentarlo come il nipote. Dio solo sa con quale dolore. Ma quel figlio saprà apprezzarla e amarla ugualmente moltissimo.

La sua passione, l’ingegno, la rivoluzione pedagogica dell’imparare facendo, dell’indipendenza come faro, e della libertà di scelta e di azione del bambino, della responsabilizzazione, faranno nascere e apprezzare in tutto il mondo quell'”Aiutiamoli a fare da soli” che diventerà il “metodo Montessori”.

Al suo arrivo negli Stati Uniti, nel 1913, il New York Tribune la presenta come la donna più interessante d’Europa. Glorie e onori che presto le si ritorcono contro e alternerà stelle e stalle. Ma nient e nessuno riuscirà a fermarla. Solo la morte che arriva il 6 maggio 1952 a Noordwijk. Sulla sua tomba si legge, in lingua italiana: «Io prego i cari bambini, che possono tutto, di unirsi a me per la costruzione della pace negli uomini e nel mondo».

Irma, la Bandiera della Libertà

sabato, aprile 25th, 2020

L’ultimo viaggio sognato ma anche un po’ già abbozzato, prima del lockdown, è nato su un tavolino del Mercato delle erbe di Bologna e prevedeva di riandare sui suoi passi e nei suoi luoghi. Quelli di Irma Bandiera.

Racconta Renata Viganò che quando nasce Irma il suo babbo sta in guerra e la mamma, disperata, guarda questa frugoletta femmina e a parziale consolazione si dice “Tu, almeno tu, non andrai in guerra”. Che la guerra era cosa da uomini.

E invece Irma in guerra ci va. Nata a Bologna nel 1915 da una famiglia benestante avrebbe potuto evitarla, la guerra, abbastanza facilmente. La Prima, Guerra, le porta via il padre. La Seconda l’amore della sua vita, Federico. Ed è allora che decide di scenderci lei, in guerra, nel 1943. Ha 28 anni. Entra nella VII Brigata Gap di Bologna con il nome di Mimma e diventa una delle staffette più determinate. A casa non sanno nulla. Finché il 7 agosto 1944 porta delle armi nella base di Castelmaggiore e tutto sembra andare liscio quando, sulla strada del ritorno, a Funo, cade nelle mani dei nazisti. Viene fatta prigioniera e incarcerata a San Giorgio di Piano. I suoi carcerieri sanno che lei sa, sa tanto. E vogliono saperlo anche loro. Iniziano gli interrogatori. Niente, Iniziano anche le torture.

“Le stavano sopra, la picchiavano, la torturavano -racconta la Viganò- e lei zitta. Ognuno di loro inventava una cosa nuova per farle male e se ne gloriavano l’un l’altro del loro talento, ma lei zitta”. “I torturatori le promettevano la libertà, la salvezza in cambio di quelle poche sillabe. Ma la piccola Irma non diceva niente, in mezzo ai suoi lamenti”. “Gridava quando il dolore era più grande della sua forza però non diceva niente”.

Continuò a tacere, sì. Ma dopo l’ennesimo rifiuto, i suoi torturatori la accecano e scaricano i caricatori dei mitra sul suo corpo. La mattina del 14 agosto la scaraventano sul marciapiede di fronte alla casa dei suoi genitori, al Meloncello:

“Uno -racconta Pino Cacucci in Ribelli- disse: “Ma ne vale la pena? Dacci qualche nome, e potrai entrare in casa, farti curare… Dietro questa finestra ci sono tua madre e tuo padre”. Mimma non rispose. La finirono con una raffica di mitra, e se ne andarono imprecando.”

Lasceranno per un giorno intero il suo corpo sulla strada, come monito per gli altri. Oggi quella via, al Meloncello, porta il suo nome. Ci si accede dal portico più lungo del mondo, il portico di San Luca, 666 arcate. E lì una pietra la ricorda. Così:

“Eroina nazionale 1915-1944. Il tuo ideale seppe vincere le torture e la morte. La libertà e la giovinezza offristi per la vita e il riscatto del popolo e dell’Italia. Solo l’immenso orgoglio attenua il fiero dolore dei compagni di lotta. Quanti ti conobbero e amarono, nel luogo del tuo sacrificio, a perenne ricordo posero”.

Il murale che campeggia a Bologna sulla facciata delle scuole elementari Bombicci

Irma Bandiera. Il silenzio che ci regalò la libertà.

 

Rita Levi Montalcini, figlia delle stelle danzanti

mercoledì, aprile 22nd, 2020

Una disobbediente.
Ebrea.
Caparbia.
Senza marito.
Senza figli.

Nata nel momento in cui bastava una sola di queste caratteristiche per essere emarginate. Potenzialmente una sfigata.

E invece da questa miscela Rita Levi Montalcini, nata il 22 aprile 1909, ha tirato fuori Rita Levi Montalcini. Cioè quello che poi ha fatto tutta la vita: tirar fuori scienza e sapere dal caos. Che, come diceva quell’altro, “Bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante”.

L’ho conosciuta all’epoca del secondo governo Prodi. Quello, per capirci, che per vivere aveva bisogno ogni giorno di un miracolo.

La incontrai una volta al Senato, durante una di quelle votazioni nelle quali lei, che in quel periodo stava male, doveva essere accompagnata a braccia per votare. Ci fu anche chi si prese il lusso di offenderla, per questo e non solo.

Lei era in fila alla cassa del bar, uno scricciolo. Non che io fossi un caterpillar ma accanto a lei sembravo giunonica.

Incontrai il suo sguardo mentre parlava con qualcuno che aveva accanto. Un attimo. Un lampo. Quel guizzo che illumina i dintorni ma anche il proprio interno. Credo fosse il guizzo dell’intelligenza.

Ecco se potessi fare un augurio alle persone alle quali voglio bene, e siete tanti, direi questo: auguriamoci di intravedere l’uno nell’altro quel guizzo. Quel lampo nello sguardo.

Pure in amore, intendo eh.

Auguri dunque a Rita Levi Montalcini, che ci ha lasciati otto anni fa. Per tornare a danzare fra le stelle.

Cosa ho imparato da Nilde

venerdì, aprile 10th, 2020

Nasceva oggi cento anni fa la prima donna -e pure comunista- a ricoprire una delle più alte cariche dello Stato, Presidente della Camera per tre legislature e nessuna l’ha ancora eguagliata, non solo in durata.

Nel primo nucleo di politici che ha preparato il Parlamento Europeo.

Partigiana, staffetta, combattente, indomita.

Madre Costituente: fu eletta con 15mila voti di preferenza ed entrò così tra le prime ventuno donne sbarcate a Montecitorio. 

Quando si scrive l’articolo 51 della Costituzione, che disciplina l’accesso ai “pubblici uffici e alle cariche elettive”,  sottolineando che “tutti i cittadini” possono accedervi “in condizioni di eguaglianza”, molti deputati chiedono di aggiungere una frasetta: “Conformemente alle loro attitudini, secondo norme stabilite dalla legge”. Lei e le altre Costituenti ne intravedono la trappola: limitare le donne, specie nella carriera di magistrato. Previsione azzeccata. La loro protesta porterà alla cancellazione della riga del trappolone.

Nonostante i ruoli pubblici non rinunciò a un amore per il quale fu offesa, osteggiata, oltraggiata anche dai suoi stessi compagni di partito

Con il Migliore il primo sguardo se lo scambiano nell’ascensore della Camera: “Non ci parlammo, ci si guardò solo”.

Con quell’amore illegittimo ha anche adottato una figliola.

In prima fila, sempre, in tutte le battaglie in difesa dei diritti delle donne

Prima donna a ricevere un mandato esplorativo per la formazione di un governo, nel 1987.

Ha rinunciato a tutti gli incarichi per motivi di salute pochi giorni prima di morire. La sua lettera fu accolta alla Camera con un grandissimo applauso.

A un certo punto scrisse: “Le cronache di tutti i giorni ci dicono di violenze di ogni genere all’interno e fuori della famiglia, nella società, compiute da anziani su giovani e bambini, da figli contro i genitori, come se si stesse diffondendo uno spirito di rivolta, contro i sentimenti e i valori della persona umana. Quale cultura sta generandosi, forse anche per i nostri ritardi? È con inquietudine che mi pongo queste domande”.

La Fondazione a lei intitolata ha lanciato, tra le tante iniziative per ricordarla, anche una campagna “Cosa ho imparato da Nilde Iotti?”. Alcune testimonianze si possono già leggere sul sito, compresa quella di Livia Turco, attuale presidente.

Nilde Iotti: ragione e sentimento. Ma soprattutto il fascino dell’intelligenza.

La cura

mercoledì, marzo 25th, 2020

Se oggi possiamo prenderci cura di tutti lo dobbiamo soprattutto a una donna che si chiama Tina Anselmi,nata il 25 marzo del 1927 a Castelfranco Veneto.

Prima donna in Italia a ricoprire la carica di ministra, del Lavoro e poi della Sanità. E’ grazie a lei se oggi il nostro Servizio Sanitario Nazionale è guardato da tutto il mondo come un faro nella notte. Il 23 dicembre del 1978 viene infatti promulgata la legge che porta la sua firma e con la quale l’Italia passò dal sistema delle mutue a uno basato su criteri di universalità, uguaglianza, equità.

Tina Anselmi, staffetta partigiana, staffetta Gabriella. Cento chilometri al giorno in bicicletta e una gran fame.

Staffetta Gabriella, pronta a morire a 17 anni “che ogni volta che uscivo di casa speravo di non dover sparare”.

Staffetta Gabriella, che una notte a Castelfranco arrestò un’ombra nella piazza perché non ricordava la parola d’ordine. E quell’ombra era suo padre, perseguitato dai fascisti.

Staffetta Gabriella, che andò casa per casa a incoraggiar le donne per prendersi il diritto di votare. E ancora si chiedeva “perché per noi donne gli esami non finiscono mai. Come se essere maschio fosse un lasciapassare per la consapevolezza democratica”.

Staffetta Gabriella, quando essere sindacaliste significava difendere “le mani lessate delle filandiere”.

Staffetta Gabriella, che quando ti chiedevano se rimpiangevi la condizione di signorina rispondevi, dietro suggerimento della Sandra Codazzi, “signorina ma non per forza”.

Staffetta Gabriella, che “con gli anni si diventa leggeri forse perché ci si avvicina all’ultimo approdo e ci si libera dei bagagli inutili, ingombranti e si conserva l’essenziale”.

Staffetta Gabriella, prima donna ministro della storia della Repubblica e instancabile “acchiappafantasmi” della commissione d’inchiesta sulla P2.

Cara nostra,Tina Anselmi, che ci hai insegnato anche a essere donne coraggiose. E a prenderci cura di tutti.

 

P.S.
E sempre grazie a Carla Trudu che mi regalò il libro di Anna Vinci dal quale sono tratte tutte queste perle preziose: “Tina Anselmi con Anna Vinci – Storia di una passione politica. La gioia condivisa di un impegno. Sperling&Kupfer”.

Ma angeli cosa, perché?

domenica, febbraio 2nd, 2020

Ma Angeli cosa? Ma perché? Scienziate. Sono due scienziate. Ebbasta.
E sono Concetta Castilletti, responsabile dell’Unità virus emergenti dell’Istituto Spallanzani e Francesca Colavita, 30 anni, ricercatrice, precaria: se volete scomodare categorie celesti cercatele piuttosto un Santo in Paradiso che la stabilizzi.

Donne de-vote. Il giorno in cui ci fu “concesso” votare

giovedì, gennaio 30th, 2020

Nuova Zelanda, 1893
Australia, 1895
Granducato di Finlandia, 1907
Norvegia, 1913
Russia, 1918
Canada, 1918
Gran Bretagna, Germania, Olanda 1919
Stati Uniti, 1920
Turchia, 1926
Italia, 1 febbraio 1945

Abbiamo trasmesso una breve storia del diritto di voto alle donne. Che in Italia è arrivato con un provvedimento deliberato 75 anni fa, il 30 gennaio 1945 e che si chiamava “concessione” del diritto di elettorato attivo e passivo. Fu approvato dal Consiglio dei ministri e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 1 febbraio 1945: le donne italiane (con più di 21 anni ad eccezione delle prostitute che esercitavano «il meretricio fuori dei locali autorizzati») hanno potuto farlo  per la prima volta nelle elezioni amministrative del 1946 ma furono dichiarate eleggibili solo con un decreto successivo, il 10 marzo del 1946.

Se alla fine l’abbiamo spuntata –la storia è lunga e dolorosa– lo dobbiamo in gran parte a una donna cocciuta che si chiamava Anna Maria Mozzoni,  che nel 1877, rifacendosi a tutti quelli che l’avevano già ottenuto, presentò una petizione al governo «per il voto politico alle donne», la prima di una lunga serie di bocciature e di No. Morirà nel 1920 senza veder raggiunto il traguardo.