Archive for the ‘donne toste’ Category

Ruth Bader Ginsburg, quel geniale grimaldello del diritto alla parità

lunedì, aprile 1st, 2019

Ruth Bader Ginsburg, detta RBG, anzi “The Notorius RBG”. Tipo JFK, tanto per capire che icona sia da loro. Da noi lo è meno ed è un gran peccato. Motivo per cui il film appena uscito, che racconta la sua storia, merita di essere visto a prescindere dal film che ne è venuto fuori, “Una giusta causa” anzi “On the basis of Sex”, “Sulla base del sesso”.

RBG, quindi, classe 1933, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti nominata nel 1993 dal Presidente Bill Clinton, una delle uniche quattro donne che abbiano mai fatto parte della Corte Suprema, assieme a Sandra Day O’Connor (in pensione), Sonia Sotomayor ed Elena Kagan (entrambe in carica).

RBG, donna, piccola, ebrea, autoironica, una delle prime e poche donne ammesse ad Harvard (9 su 500) anno di grazia 1956, la più brava (di tutti, intendo, non delle donne ammesse): ce n’è a sufficienza per capire che vita in salita sia stata, la sua, quella di una pioniera donna in un mondo di uomini e in un’epoca bigotta e retrograda nella quale viene rifiutata per decenni da tutti gli studi legali perché “le mogli potrebbero ingelosirsi”, alla quale viene chiesto ad Harvard  “Perché occupa un posto che sarebbe potuto andare a un uomo?”. Una donna che oltre a studiare per sé studia -e frequenta le lezioni- anche per il neo marito, che si ammala di cancro, e alla fine lo porta alla laurea, essendo anche diventata mamma da poco.

RBG, che inizia ad insegnare ma alla quale è proprio suo marito a segnalare un caso, apparentemente poco rilevante: a essere discriminato stavolta è un uomo, non sposato, che assiste la madre invalida ma che non può detrarre dalle tasse i soldi spesi, perché ciò è concesso solo alle donne, perché è a loro che spetta il lavoro di cura.

E’ lì che svolta la storia, la sua e la nostra e quella della parità di genere: con un rimborso delle tasse. Tipo Al Capone arrestato per evasione fiscale.

Ed è davanti a una Corte di uomini che un po’ la sfottono un po’ la compiangono che a un certo punto lei dirà: non vi sto chiedendo di cambiare tutte le leggi, vi sto chiedendo di dare a questo Paese la possibilità di cambiare.

I film non sono importanti solo per come sono fatti e per il tema che trattano: sono importanti anche per il momento nel quale escono. E come è suonato, questo film, proprio in questo weekend.

A un certo punto un rappresentante della Corte le dice
-Nella Costituzione americana non c’è la parola “donna”
ed è lì che lei risponde
-Neppure la parola “libertà”.

Patrizia Palanca, la forza che neanche il terremoto ha piegato

mercoledì, marzo 13th, 2019

Lei si chiama Patrizia. Patrizia Palanca. E’ una matematica e ha studiato facendosi onore e con stelle di prima grandezza. Il 24 agosto del 2016 trecento scosse di terremoto devastano il centro Italia e la sua vita.

Perde tutto. Beni, casa, mobili: tutto. Ma è viva. E non dimentica di essere anche una preside. Patrizia però ha perso anche quelle, le sue scuole. Non c’è più un edificio in piedi. Ce ne sarebbe per sfiancare chiunque. Non lei. Che, da allora, lotta come la sua chioma leonina promette perché i suoi ragazzi possano continuare ad essere uniti, ad andare a scuola da qualche parte, ad avere un punto di riferimento che non li destabilizzi ulteriormente. E come un leone Patrizia continua  battersi da allora in tutte le sedi.

Io l’ho conosciuta oggi, al Quirinale, dove ero andata a seguire la cerimonia degli “Alfieri della Repubblica”, ragazzi che in tutta Italia si sono distinti per quella che Sergio Mattarella ha definito “L’impalcatura della convivenza: la solidarietà”. Era lì perché tra i premiati c’è anche una delle sue ragazze. Storie delle quali vorrei parlarvi nei prossimi giorni ma di lei voglio parlarvi subito.

Me l’ha presentata la mia amica Beatrice e ci siamo sedute accanto. Senonché osservavo la fierezza e la tostaggine ma anche lo charme di questa donna, avvolta in una stola di antica eleganza e, soprattutto, issata su un paio di splendide scarpe decolletè. Che sono, da allora, la sua divisa d’ordinanza quando va in giro a perorare la causa. “Me le ha donate una casa di scarpe”.

“Ho potuto salvare molto poco. E ho vissuto con i vestiti in macchina. Ma -mi ha detto dall’alto del suo tacco 12- proprio quando stai inguaiata devi tirarti su. E il tacco è un ottimo inizio per risalire la china della dignità. Per me e per i miei ragazzi”.

When in trouble go chic. Patrizia Palanca, una delle migliori testimonial.

Le Giuste

venerdì, marzo 8th, 2019

Marina, che taglia e scolpisce i tuoi capelli con la stessa cura che Michelangelo ebbe per il David.
Barbara, che prende le ferie e va a fare Patch Adams in un ospedale pediatrico in Croazia.
Paola, che è andata sotto i ferri per riappropriarsi della sua vita e del suo girovita.
Marcella, che lavora a Bruxelles e cresce i figli a Roma.
Lorenza, che ti spinge e ti incoraggia anche quando non avrebbe voglia di farlo neanche per se stessa.
Donatella, che vive dalle parti di Heidi ma ha un sogno a Procida e continua a inseguirlo proprio perché è difficile.
Francesca, che se non vuoi cambiare il mondo non puoi essere non dico il suo fidanzato ma neanche suo amico.
Rita, che accetta i turni di notte per stare con i suoi bambini di giorno.
Grazia, che appena può fa virare il portafoglio clienti su progetti di integrazione per i bambini.
Raffaella, che ha ricominciato a volersi bene ballando.
Paoletta, che non ha chiesto il trasferimento per accompagnare la quarta B fino alla maturità.
Nikki, che continua a difendere i diritti di tutte noi anche mentre combatte contro la zampata della tigre con medicine che annienterebbero pure un leone.

Tali donne, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

Rosetta Stame, vivere per ricordare

mercoledì, febbraio 27th, 2019

Non bastava che le SS avessero preso prigioniero suo padre, torturandolo a Via Tasso, quando lei era una bimba di sei anni.

Non bastava aver dovuto vedere, subito dopo, sul corpo del padre, il tenore e partigiano Nicola Ugo, i segni della barbarie nazista.

Non bastava neanche averlo visto trucidare alle Fosse Ardeatine, che lui fu uno dei 335 massacrati per rappresaglia dopo Via Rasella.

No, Rosetta Stame aveva dovuto subire -nel 2003- anche l’umiliazione della condanna a risarcire Eric Priebke.

Perché lui aveva denunciato lei, Presidente dei familiari delle vittime delle Fosse Ardeatine, per diffamazione (per aver detto in un’intervista che il padre fu torturato, presente Priebke, a Via Tasso) Che a volte la vita, davvero, ti si accanisce contro. (In appello -e in extremis per la imperitura vergogna- la condanna al risarcimento fu annullata)

Rosetta Stame se ne è andata stanotte, a 81 anni. Non ci sarà quest’anno, il 24 marzo, a ricordare l’irricordabile.

E allora lo ricorderemo noi, anche per lei.

Rosa Luxemburg, l’amore rivoluzionario

giovedì, gennaio 31st, 2019

“Mi trovo a casa davanti al tavolo e cerco di buttare giù il volantino. Dziodzio mio! Non ne ho voglia (…). Voglio essere con te, non ne posso più. (…) Quando avrà fine tutto questo? Oggi ho sentito dentro di me una stanchezza così profonda e una così grande nostalgia che per poco non mi sono messa a gridare. (…). Per consolarmi immagino già la locomotiva che fischia, il treno che si mette in moto quando partirò per raggiungerti. Il treno si avvicina a Zurigo, tu mi aspetti, io scendo e corro vero l’uscita e tu sei lì, alla porta tra la folla e non ti sarà possibile correre verso di me: no, sarò io ad affrettarmi! Ma noi non ci abbracceremo subito, no, questo guasterebbe tutto, non avrebbe nessun significato. Andremo a casa in fretta e, camminando, ci guarderemo in un certo modo e ci sorrideremo. E a casa ci siederemo sul sofà e ci abbracceremo; e io scoppierò in lacrime, come adesso. (…). Purtroppo ho strappato tutte le tue lettere nel timore di una perquisizione. E adesso non ho niente per consolarmi”.

Rivoluzionaria, intellettuale, grande teorica del marxismo e pienamente -pienamente- donna. Rosa Luxemburg. Che qui scrive al suo amato. E sono sì rivoluzionarie queste “Lettere di lotta e disperato amore”. Una piccola parte delle 2.500 che ci ha lasciato. Una corrispondenza di oltre vent’anni, quella con Leo Jogiches, suo compagno di lotta e amante. Ma il suo è un Amore universale, per tutti gli uomini. E certo anche per uno in particolare. Rosa che non ha mai rinunciato a quella parte di sé, quella umana.

E dunque in queste lettere c’è il demone della rivoluzione ma c’è anche l’ossessione dell’amore: “Dziodzio.. Vieni subito. Ci nascondiamo tutti e due da tutto il mondo in due stanzette e lavoreremo da soli, faremo da mangiare da soli e staremo così bene, così bene…”. Non arretra di un passo nella lotta ma poi vorrebbe mettergli le braccia al collo e baciarlo “mille volte. Vorrei che tu mi sollevassi tra le braccia, come piace a me, ma tu trovi sempre la scusa che peso troppo”.

Rosa Luxemburg con le sue passioni, i suoi umori, il suo desiderio di tenerezza e cura (“Scrivimi se la mattina prendi ancora l’uovo. Bevi la cioccolata alle 4? Prendi il latte ogni giorno?”) “che nulla toglie alla portata rivoluzionaria. Vuole cambiare il mondo ma vuole anche essere felice. Filosofa, economista, politica e rivoluzionaria polacca di origini ebraiche naturalizzata tedesca, teorica del socialismo.

E, come dirà Margarethe von Trotta illustrando il suo film su di lei, c’è anche “il suo amore per Leo Jogiches con il quale, all’ inizio, lei voleva dividere una serie di gioie e di piaceri “borghesi”, una casa, dei bambini, dei viaggi. Racconterò di come si lasciarono perché li divideva l’ incapacità di lui a rispondere alla natura appassionata di lei… Racconterò però anche del rispetto e dell’ amicizia che li ha uniti per tutta la vita, anche se, terminato l’ amore, si davano reciprocamente del “lei”.

Il film si intitolerà La pazienza di Rosa (più conosciuto come Rosa L): “Perché quasi ogni lettera delle moltissime che ci ha lasciato la Luxemburg finiva con la frase “resta sereno e paziente”, che scriveva e raccomandava a tutti gli amici. E’ stata nove volte in carcere, Rosa Luxemburg, e da lì si rivolgeva all’esterno: “sii paziente”. Ma in realtà lo diceva soprattutto a se stessa, che paziente non era: che contro ogni razionalità della pazienza voleva, disperatamente voleva, che la rivoluzione si realizzasse subito, finché lei era ancora in vita”.

“Restare un essere umano, cioè gettare, se necessario, gioiosamente tutta la propria vita “sulla grande bilancia del destino”, ma allo stesso tempo rallegrarsi per ogni giornata di sole, per ogni bella nuvola. Ahimè! Non conosco la ricetta che permetterebbe di comportarsi come un essere umano:  so solo come lo si è. E tu lo sapevi, anche tu, ogni volta che andavamo per qualche ora a passeggiare nella campagna di Südende, mentre i raggi del tramonto illuminavano i campi di grano. Il mondo è così bello malgrado tutti gli orrori e sarebbe ancora più bello se non vi fossero sulla terra dei vigliacchi e dei codardi.”

Nel gennaio del 1919, cento anni fa, i Freikorps arrivati a Berlino per reprimere la rivoluzione spartachista, uccidono Rosa Luxemburg e il suo compagno di ideali Karl Liebknecht e buttano il corpo in un canale. Il suo cadavere verrà ripescato a maggio, completamente sfigurato. Una morte atroce, con orde di gente armata ad infierire sul corpo senza vita di una delle menti più brillanti dell’ideologia marxista.

E dunque se oggi le chiedessimo
-Rosa, come si fa ad essere rivoluzionarie?
lei probabilmente ci risponderebbe
-Io so soltanto come si è umani

“Non c’è neanche un braccio al quale dobbiamo appoggiarci”: quel vaticinio semprevivo di Virginia Woolf

venerdì, gennaio 25th, 2019

“Se guarderemo in faccia il fatto – perché è un fatto – che non c’è neanche un braccio al quale dobbiamo appoggiarci ma che dobbiamo camminare da sole e dobbiamo entrare in rapporto con il mondo della realtà e non soltanto con il mondo degli uomini e delle donne, allora si presenterà l’opportunità”.

E’ la giornata di Virginia Woolf, nata oggi 137 anni fa. Giornata di Stanze tutte per sé, quindi.

Ma se da tutta la richezza woolfiana dovessi trarre un Bignami Woolf, direi che, ieri come oggi, è ancora questo: “non c’è neanche un braccio al quale dobbiamo appoggiarci”. E’ solo occasionalmente che ne troveremo uno -di braccio- e sarà provvisorio, che quel milione di scale di Eugenio Montale che-ho-sceso-dandoti-il-braccio, di norma sono solo un accidente della vita, la regola restando l’aggrapparsi semmai al corrimano.

Per dirla in nove paroline occorre-prendere-l’abitudine alla libertà e al coraggio. Perché oggi come ieri potremmo con lei ripetere:

“Come contiamo poco e come tutte queste moltitudini annaspano per restare a galla”.

E’ per questo che lei la stanza tutta per sé la costruì prima di tutto nella sua spaziale testa.

“L’unica vita eccitante è quella immaginaria. Appena metto in moto le rotelle nella mia testa non ho più molto bisogno di soldi o di vestiti, e neppure di una credenza, un letto a Rodmell o un divano”.

Un'immagine tratta da Virginia Woolf: An Illustrated Biography di Zena Alkayat e Nina Cosford che mostra gli oggetti sulla scrivania di Virginia Woolf. (Nina Cosford)

Un’immagine tratta da Virginia Woolf: An Illustrated Biography di Zena Alkayat e Nina Cosford che mostra gli oggetti sulla scrivania di Virginia Woolf.

Adeline Virginia Stephen incitò le donne a farsi largo nel mondo per tutta la vita. Ma un giorno, stanca e depressa, al largo decise di andarci lei: scese al fiume, si riempì le tasche di sassi e, senza alcun braccio al quale aggrapparsi, si lasciò morire nell’Ouse.

Virginia Woolf2

Helen Hulick, che ci regalò il diritto di portare i pantaloni

giovedì, gennaio 17th, 2019

I ladri le hanno svaligiato casa e lei deve presentarsi in tribunale come testimone. E’ così che una storia di ordinario furto si trasforma in una Storia con la S maiuscola. Perché a quell’udienza Helen Hulick, di professione maestra di scuola materna, si presenta in pantaloni. E’ il 1938 e il giudice del Tribunale di Los Angeles, Arthur S. Guerin, non è pronto a un simile oltraggio. Sospende l’udienza e le intima di tornare vestita “da donna”.

Per tutta risposta Helen, che all’epoca ha 28 anni, replica

-Dite al giudice che farò valere i miei diritti. Se mi ordina di mettermi un vestito non lo farò. Mi piacciono i pantaloni. Sono comodi.

Si ripresenta cinque giorni dopo. Con un bel paio di pantaloni arancioni e verdi. Il giudice è furibondo:

L’ultima volta che si è presentata a questa corte vestita come lo è ora, ha attirato l’attenzione di tutti più del procedimento in corso. Le è stato chiesto di tornare con un abito più consono per un processo in tribunale. Oggi è tornata indossando dei pantaloni, sfidando apertamente la corte. E la corte le ordina di tornare dunque domani con un abito adatto. Se insiste a indossare i pantaloni, le verrà impedito di testimoniare. Ma sia pronta a essere punita secondo la legge per oltraggio alla corte

Secondo voi cosa risponde a quel punto, la sventurata?

-Tornerò con i pantaloni, signor giudice. E se lei mi metterà in prigione spero che questo possa aiutare le donne a liberarsi per sempre dagli anti-pantalonisti.

Neanche a dirlo, si presenta il giorno dopo con i pantaloni e con un avvocato, William Katz, che a sua volta si trascina dietro quattro volumi di citazioni sul diritto ad indossare anche in tribunale l’abbigliamento voluto.

A conferma del fatto che “il coraggio fortifica ma l’ostinazione diverte“, Helen spiega:

-Signor giudice, d’altra parte io indosso pantaloni dall’età di 15 anni, non ho altri vestiti se non uno da gran cerimonia, e non vorrà mica che mi presenti qui in abito da sera, immagino.

Helen viene condannata a cinque giorni di carcere dove, sì, dovrà indossare un abito, un abito di jeans, che è la divisa delle detenute.

Il suo avvocato a quel punto porta la questione in Corte d’Appello che, signore e signori, sancirà finalmente il diritto di Helen e di ogni donna di indossare i pantaloni anche in tribunale.

E siccome “un fatto è la cosa più ostinata del mondo”, è il 17 gennaio 1939 quando Helen Hulick, di nuovo convocata come testimone sul furto a casa propria e dopo aver prevalso sia sul giudice Guerin che sulla mentalità bacchettona dell’epoca, finalmente si presenta in tribunale… vestita in abiti femminili.

 

La pioniera americana dei pantaloni fu in realtà Mary Walker, una delle prime donne medico del Paese che rifiutò, ovviamente derisa, di indossare le lunghe, scomode e anti igieniche gonne che raccoglievano dalle strade sporcizia e polvere. Pare abbia così magistralmente riassunto la situazione, nel 1871:
I più grandi dolori quotidiani di cui soffrono le donne sono fisici, morali e mentali, causati dal loro modo poco igienico di vestire“.

Ma saranno le aviatrici e attrici come Marlène Dietrich, Greta Garbo e Katharine Hepburn ad ostentare e liberalizzare i pantaloni femminili. E solo nel 1960, millenovecentosessanta, André Courrèges e Yves Saint Laurent presenteranno ufficialmente nelle sfilate di moda il pantalone femminile, contribuendo finalmente alla cancellazione del divieto.

Simone de Beauvoir, la donna che le donne fece diventare

mercoledì, gennaio 9th, 2019

“Di me sono state create due immagini. Sono una pazza, una mezza pazza, un’eccentrica. […] Ho abitudini dissolute; una comunista raccontava, nel ’45, che a Rouen da giovane mi aveva vista ballare nuda su delle botti; ho praticato con assiduità tutti i vizi, la mia vita è un continuo carnevale, ecc. L’essenziale è presentarmi come un’anormale. […]
Il fatto è che sono una scrittrice: una donna scrittrice non è una donna di casa che scrive, ma qualcuno la cui intera esistenza è condizionata dallo scrivere. È una vita che ne vale un’altra: che ha i suoi motivi, il suo ordine, i suoi fini che si possono giudicare stravaganti solo se di essa non si capisce niente”.

Nulla meglio di quello che lei stessa scrive di sé può raccontare Simone de Beauvoir, nata oggi -il 9 gennaio- 1908, 111 anni fa. Suo padre è un donnaiolo e scialacquatore che ridurrà la famiglia sul lastrico e basta già il matrimonio dei suoi a convincerla “che la vita coniugale borghese era contro natura».

Il suo faro non sarà dunque un marito ma l’indipendenza. Che prende la forma di una laurea, nel 1927, in filosofia -tesi su Leibniz- seconda in graduatoria dietro Simone Weil e prima di Maurice Merleau-Ponty, sposato, che avrà una relazione con la cugina, e prima passione femminile della de Beauvoir, Zaza Lacoin. Zaza, ostacolata nel suo amore “sconveniente” per Maurice, alla fine si uccide. Il matrimonio e la rigidità delle convenzioni a quel punto, per Simone, diventeranno un vero e proprio abominio.

Ed è per questo che quando un perdutamente innamorato Jean Paul Sartre le chiede di sposarlo lei lo spiazza controproponendo una relazione aperta fra uguali che preveda la sincerità assoluta sulle storie parallele. Siamo, lo ricordo, in un’epoca in cui il ruolo riconosciuto di una donna è quello di essere principalmente madre e moglie. «Ho bisogno di Sartre ma amo Mathieu», confessava Simone (il Castoro) al suo diario.

Simone diventa invece la madre del niente-è-impossibile, niente-è-vietato, neanche alle donne.
Simone o del secondo sesso che poi è il primo, Simone convinta che «donna non si nasce, si diventa» e dunque non conta la nascita bensì l’autodeterminazione.

Ma il centro della sua vita non sarà -e sì che lo farà- rivoluzionare la storia del pensiero intorno alle donne: il centro della sua vita sarà scrivere. E tramite la scrittura imporre il punto di vista delle donne. Scrive occupandosi di politica, di filosofia, di costume. E soprattutto scrive da donna di questioni di uomini.

Tutto intorno la storia infuria, l’occupazione nazista di Parigi, la guerra civile spagnola sembrano imporre una battuta d’arresto a quel Tutto-si-può e invece poi arriverà la Liberazione.

“La libertà è intera in ognuno. Soltanto perché nella donna rimane astratta e vuota, non può essere autenticamente assunta che nella ribellione: è questa l’unica strada aperta a coloro che non hanno la possibilità di costruire niente; è necessario che rifiutino i limiti della loro situazione e cerchino di aprirsi le strade dell’avvenire; la rassegnazione non è che rinuncia e fuga; per la donna non c’è altro mezzo che lavorare sulla propria liberazione. Questa liberazione non può che essere collettiva, ed esige prima di tutto che si compia l’evoluzione economica della condizione femminile”.

Liberazione. Questa forse potrebbe essere la parola che ci consegna ancora oggi Simone de Beauvoir: ma una Liberazione che non arriverà con nessuno sbarco esterno di soldati. Arriverà solo se la faremo noi. Da sole. Perché “Nessuno deciderà per te, neanche il destino”.

E arriverà, quella Liberazione. Perché possiamo. Possiamo tutto.

Nell’ultimo periodo della sua vita non si sottrae neanche al problema e al tabù della vecchiaia sulla quale scrive pagine memorabili ne La terza età (1970).

Simone de Beauvoir

Muore il 14 aprile 1986 e viene seppellita nel cimitero di Montparnasse a Parigi accanto a Jean-Paul Sartre. Atea come lui scriverà della morte del suo compagno e della sua ne La Cérémonie des Adieux  non sottraendosi alla verità fino alla fine:

«La sua morte ci separa. La mia morte non ci riunirà. È così. E’ già bello che le nostre vite abbiano potuto essere in sintonia così a lungo».

Perché Non, elle ne regrette rien.

L’albero che non c’è

venerdì, dicembre 21st, 2018

L’albero più bello d’Italia l’hanno fatto centinaia di donne. L’albero più bello d’Italia è alto 6 metri ed è largo 3 metri e mezzo. L’albero più bello d’Italia è composto da 1300 mattonelle all’uncinetto e e sta a Trivento, nel posto che non esiste: il Molise.

L’albero più bello d’Italia è cresciuto fra le mani di mamme, nonne, nipotine, grazie all’Associazione “Un filo che unisce”. E’ cresciuto chiacchierando e affondando l’uncinetto tenuto da pollice e indice destro nella lana poggiata sull’indice sinistro. E scorre come il rosario, l’uncinetto. Una catenella per volta, ogni catenella un pensiero.

E’ fatto da un unico filo che si interrompe nelle mani di una e ricomincia in quelle dell’altra, l’albero più bello d’Italia. Ogni mattonella è diversa. E da sola farebbe ben poco. Ma tutte insieme hanno fatto un capolavoro d’arte che sta facendo il giro del mondo.

Fanpage ne ha realizzato un video molto molto bello che trovate qui.

A guidare questa squadra di architette con l’uncino è stata Lucia Santorelli, che la scorsa estate aveva messo all’opera le donne di Trivento per un altro capolavoro entrato nella storia dei record, il tappeto più lungo del mondo: 637 piastrelle da un metro l’una. Realizzato da 300 donne e 1 uomo (poidice la parità), srotolato sui 365 gradini della scalinata di San Nicola, uno per ogni giorno dell’anno. Alla fine ognuna delle piastrelle è stata venduta su una base d’asta di 20 euro. E tutto il ricavato è andato alla Ricerca per la Sma, atrofia muscolare spinale.

No, non esiste il Molise. Infatti.
Ecco perché l’albero più bello d’Italia può vederlo solo chi crede alle cose che non esistono. Come la sapienza, la tradizione, la pazienza, la solidarietà, la saggezza antica.

Profuma di lana e di bene, l’albero più bello d’Italia, messo lì nel cuore dello Stivale. Nel posto che non c’è.

Nilde Iotti, quanto ci manchi, quanto ci sei ancora

martedì, dicembre 4th, 2018

La prima donna -e pure comunista- a ricoprire una delle tre più alte cariche dello Stato venne eletta nel 1979. Fu Presidente della Camera per tre legislature e nessuna l’ha ancora eguagliata, non solo in durata.

Ma Leonile Iotti detta Nilde è stata anche partigiana, staffetta, combattente, indomita, ha fatto parte del primo nucleo di politici che ha preparato il Parlamento Europeo e soprattutto è stata una donna che, nonostante i ruoli pubblici, non ha rinunciato all’amore nel privato (e l’ha pagato a caro prezzo, quell’amore, confinata in una soffitta). Nilde Iotti che a quell’amore impossibile in tempi bacchettoni scrive “… Ti amerò sempre come ti ho amato dal primo giorno, come ti amo oggi” ma allo stesso tempo aggiunge “Nella mia vita potrei accettare di tutto, salvo che di non lavorare, di non essere me stessa”.

Con quell’amore illegittimo ha intanto anche adottato una figliola.

E’ il 20 giugno del 1979 quando per la prima volta sale sullo scranno più alto della Camera ed è la prima donna a poterlo fare. E questo, tra l’altro, dice:

“Io stessa – non ve lo nascondo – vivo quasi in modo emblematico questo momento, avvertendo in esso un significato profondo, che supera la mia persona e investe milioni di donne che attraverso lotte faticose, pazienti e tenaci si sono aperte la strada verso la loro emancipazione. Essere stata una di loro e aver speso tanta parte del mio impegno di lavoro per il loro riscatto, per l’affermazione di una loro pari responsabilità sociale e umana, costituisce e costituirà sempre un motivo di orgoglio della mia vita”.

Rinunciò a tutti gli incarichi per motivi di salute il 18 novembre 1999. La sua lettera fu accolta alla Camera con un grandissimo applauso. Morì pochi giorni dopo, il 4 dicembre, oggi.

Nilde Iotti: ragione e sentimento. Ma soprattutto il fascino dell’intelligenza.
Ricordiamole, ricordiamole sempre, le persone capaci. Quelle delle quali nessuno ha avuto bisogno di notare o sottolineare più di tanto che fossero donne: erano, semplicemente, le persone migliori in quei posti.