Archive for the ‘donne toste’ Category

Liliana Segre, la colpa di essere nati

martedì, luglio 3rd, 2018

A un certo punto ha lievemente rallentato il ritmo del discorso, ha fatto una breve pausa e ha detto: non sono mai tornati per la colpa di essere nati. La colpa di essere nati. Cinque parole nelle quali Liliana Segre domenica sera ha asciugato chilometri di inchiostro e ore di prolusioni su Olocausto e nuovi razzismi e l’ha messa così, asciutta e senza fronzoli.

Liliana Segre, numero di matricola 75190 tatuata sul braccio, deportata a 13 anni da Milano ad Auschwitz e Birkenau il 30 gennaio 1944 con il padre, che non rivide mai più, qualche mese prima dei nonni, anche loro uccisi all’arrivo.

Il vero male si chiama indifferenza, ha detto dal palco di Passaggi Festival a Fano domenica sera, intervistata da Bianca Berlinguer. E cos’è l’indifferenza? Una domanda senza risposta.

Si alza da quella nuvola di capelli candidi e da una calma apparentemente imperturbabile la forza di questa donna che nessun male ha piegato. La voce per raccontare l’indicibile è difficile trovarla, aggiunge, ma a un certo punto per me è diventato impossibile continuare a tacere. La voce l’ha trovata solo dal 1990, quarantasei anni dopo l’indicibile, ma da quel momento non l’ha più messa a tacere.

La memoria, dice oggi che di anni ne ha 88, è una liberazione e un dovere.

La Berlinguer a un certo punto le chiede

-Ma è vero che, alla tua età, volevi salire sulla nave Aquarius?
-Sì
-E perché?
-Per dire loro “Io lo so come si sta quando nessuno ti vuole. E beh io vi voglio, io vi voglio bene”.

Lei c’è stata a lungo, in quella terra di nessuno in cui nessuno ti vuole. E anche quando il male è apparentemente passato ed è arrivata la Liberazione e sono arrivati gli affetti, l’amore, il marito, i figli e la vita le si è riaperta in ogni forma, ha continuato a pagare il pedaggio a quell’oscurità. Che è arrivata sotto forma di esaurimento nervoso e di altro ancora. Ed è lì che a un certo punto ha capito che doveva trovare la voce. La voce per raccontare l’indicibile.

-Di cosa hai sofferto di più? Le chiede ancora la Berlinguer su quel palco mentre una piazza gremita fino all’inverosimile ascolta da un’ora in un silenzio irreale quella voce

E qui una si aspetterebbe la fame, il freddo, le privazioni, l’orrore, l’aver visto sterminare affetti, legami, storie. E invece lei risponde

-La solitudine

Cosa significa, oggi, avere umanità?
-Fare una scelta. Essere umanità nascosta significa, alla fine fare una scelta.

Liliana Segre, la voce ritrovata. Una voce mai alta. Ma sempre, sempre, ferma.

A lei è andato il premio Passaggi 2018 a cura di Nando dalla Chiesa, presidente del comitato scientifico di Passaggi Festival e Giovanni Belfiori, ideatore e direttore del Festival. Un’edizione intitolata “Il Paese delle Donne”. Che davvero, a vederle tutte insieme lì a Fano, dalla B di Letizia Battaglia alla S di Segre, c’è stato di che rincuorarsi e ricominciare a sperare un po’.

Nilde Iotti, quanto ci manchi, quanto ci sei ancora

mercoledì, giugno 20th, 2018

La prima donna -e pure comunista- a ricoprire una delle tre più alte cariche dello Stato: venne eletta oggi, il 20 giugno del 1979 Presidente della Camera (lo è stata per tre legislature e nessuna l’ha ancora eguagliata, non solo in durata).

Ma Leonile Iotti detta Nilde è stata anche partigiana, staffetta, combattente, indomita, ha fatto parte del primo nucleo di politici che ha preparato il Parlamento Europeo e soprattutto è stata una donna che, nonostante i ruoli pubblici, non ha rinunciato all’amore nel privato (e l’ha pagato a caro prezzo, quell’amore, confinata in una soffitta). Con quell’amore illegittimo ha anche adottato una figliola.

Rinunciò a tutti gli incarichi per motivi di salute pochi giorni prima di morire.
La sua lettera fu accolta alla Camera con un grandissimo applauso.

A un certo punto scrisse: “Le cronache di tutti i giorni ci dicono di violenze di ogni genere all’interno e fuori della famiglia, nella società, compiute da anziani su giovani e bambini, da figli contro i genitori, come se si stesse diffondendo uno spirito di rivolta, contro i sentimenti e i valori della persona umana. Quale cultura sta generandosi, forse anche per i nostri ritardi? È con inquietudine che mi pongo queste domande”.

Nilde Iotti: ragione e sentimento. Ma soprattutto il fascino dell’intelligenza.
Ricordiamole, ricordiamole sempre, le persone capaci. Quelle delle quali nessuno ha avuto bisogno di notare o sottolineare più di tanto che fossero donne: erano, semplicemente, le persone migliori in quei posti.

Emily Dickinson, che non sopportò di vivere a voce alta

lunedì, giugno 18th, 2018

Facciamo finta che vi svegliate una mattina e vi accorgete che parlate una lingua che non capisce nessuno. Prima i familiari, poi il barista, poi il vicino. Niente. Voi parlate, loro non capiscono cosa volete dire.
E’ così che si è svegliata ogni mattina per tutta la vita Emily Dickinson. Poetessa del Massachusetts nata con il corpo nell’Ottocento puritano -il 10 dicembre 1830- ma con una testa e un linguaggio che appartenevano al Poidopo laico.

Emily Dickinson, una vita passata chiusa in una stanza a scrivere lettere di notte. Emily che racconterà nelle sue poesie il mondo, la natura, l’animo umano, sostanzialmente senza mai essere uscita dalla casa del padre.

Dice Pascal che “Tutta l’infelicità dell’uomo deriva dalla sua incapacità di starsene nella sua stanza da solo”. E lei che invece riuscì a vivere solo in quella stanza poi la felicità non la raggiunse lo stesso. Ma la tregua sì: e ci si autosegregò.

A quiet passion è il film di Terence Davies che ce la restituisce oggi. Appena ho detto a Grace

-Andiamo, scegli tu il cinema

sapevo che mi stavo autocondannando alla versione originale al Cinema Olimpia (ma ha i sottotitoli eh): c’è una Cynthia Nixon magistrale nella quale Sex and the city è un ricordo lontanissimo.

Emily Dickinson, la donna che

Non sopportavo di vivere
a voce alta-
mi vergognavo-
del baccano.

e di

Dove tu sei, quella è casa

e di

“Che l’Amore è tutto
È tutto ciò che sappiamo dell’Amore,
È abbastanza, il carico dev’essere
Proporzionato al solco”.

e di

Sarei forse più sola
senza la mia solitudine.

Ma qui le trovate tutte.

Emily Dickinson che non uscì di casa per quindici anni, si vestì sempre di bianco e ci regalò un modo nuovo di guardare il mondo e di azionare il cervello. Senza mai muoversi.

 

E lucean le stelle. Italiane

venerdì, aprile 20th, 2018

Il 17 agosto 2017, mentre la maggior parte di noi capta il sole in spiaggia, un’onda gravitazionale viene captata nei laboratori Ligo (negli Usa) e Virgo (in Italia). A ricevere l’allerta sullo smartphone c’è Marica Branchesi: legge e avvisa 95 radiotelescopi di tutto il mondo. E’ grazie a questo “link” tra fisici e astronomi che, in 4 ore, tutte le antenne inizieranno ad orientarsi verso quella parte di cielo. Ed è così che a quel punto verrà scoperta l’onda gravitazionale generata dalla fusione di due stelle a neutroni.  Di lei avevamo già parlato qui.

Lui invece è Giuliano Testa, del Baylor University Medical Center di Dallas ed è il capo del team che ha messo in piedi negli Usa il primo test clinico sul trapianto di utero, su dieci donne affette dalla sindrome di Mayer-Rokitansky-Küster-Hauser, o MRKH, una rara malattia genetica per cui si nasce senza utero.

L’articolo che spiegava il valore di Giuliano Testa lo ha scritto proprio la donna che ha ricevuto quell’utero e che nel 2017 ha partorito un bambino. “L’esperienza – ha raccontato dopo il trapianto – non è stata priva di delusioni. Ma nonostante le avversità il dottor Testa è stato un pilastro di forza e affidabilità, e la sua sicurezza è stata contagiosa”.

Oggi tutti e due entrano fra i magnifici 100 più influenti del mondo secondo il Time. Bello esserci con due scienziati. Due scienziati così. Stelle di punta della ricerca nel mondo.

Oriana Ubaldi, stella di mare

lunedì, aprile 16th, 2018

Dice Mark Twain che “I due giorni più importanti della vita sono quello in cui sei nato e quello in cui capisci perché”. Oriana Ubaldi lo ha capito in un giorno in cui c’ero anche io. Eravamo entrambe in alto mare, proprio nel senso in mare aperto a bordo di una splendida barca di sedici metri e, più in generale, in quelle acque agitate dell’esistenza nelle quali a un certo punto la vita ti costringe quando devi decidere che fare. E lei, che era un’affermatissima art director pubblicitaria, cazzando una randa quel giorno disse: “Io non sono felice”.

Quante volte ce lo diciamo anche noi? Ma di norma continuiamo a lamentarcene tirando i remi in barca e lasciandoci trasportare dalla corrente. Lei invece, appena sbarcata, va dal suo capo, glielo dice e molla tutto. E’ il 1996. Si trasferisce dal Colosseo a Rimini, si chiude tipo un hangar a dipingere quadri immensi e ne esce sostanzialmente dieci anni dopo, cioè quando la rincrocio alla sua prima mostra in una Galleria d’arte a Roma: filiforme, capelli sale e pepe, neanche un filo di trucco, total black. E felice. Dieci anni nei quali è stato un esercizio di equilibrismo economico anche comprarsi un cappotto nuovo. Perché anche questo va detto: la felicità non è mai gratis.

L’ho rivista sabato scorso: è sempre filiforme, capelli sale e pepe, aveva addirittura un velo di rossetto, sempre total black. E sempre felice. Nel frattempo ha esposto all’Art London Fair di Londra, a Shangai, a Toronto, a Parigi e i suoi quadri sono quotatissimi. Lei ha sempre la modestia e il low profile di chi la grandezza se l’è conquistata pennellata dopo pennellata. In alto mare, risalendo il vento di bolina.

Non voglio aggiungervi altro. Trovate Oriana alla Galleria del sole a Roma con questa mostra che si intitola Transiti e ci sarà fino al 28 aprile. Non sta a me dirvi quanto sia brava come pittrice

(ma il signor Google è pieno di recensioni da inorgoglirsi senza fine)

ma sento di poter dire che in quella galleria troverete prima di tutto una donna straordinaria. In ogni caso se ingrandite queste foto di due sue opere e guardate attentamente quelle strisce bianche che le interrompono… e beh guardate un po’ cos’è? Cos’è quella roba bianca con le cuciture? E’ dacron. Il materiale delle vele. Anche se la barca di Oriana, stella di mare, come direbbe Lucio, ora “non naviga ma vola, vola, vola!”

Ah e fatevi raccontare anche il resto della storia. Che a noi Cuorinfranti farà un gran bene. Io non ve la posso dire sennò Pasquale mi rimette a fare il mozzo.

Oriana Ubaldi – Transiti
Galleria Il sole 
Via Nomentana 125
dal 14 al al 28 aprile

L’Aquila e i capelli di Maria D’Antuono

venerdì, aprile 6th, 2018

Si chiama Maria D’Antuono e aveva 98 anni quando fu  trovata viva dopo 30 ore sotto le macerie a Paganica, nel terremoto che nove anni fa sconquassò L’Aquila.

Appena l’hanno tirata fuori, dopo un giorno e mezzo trascorsi sotto ai calcinacci, oltre ai soccorritori ha trovato pure le telecamere e al giornalista che glielo chiedeva ha risposto: “cosa ho fatto tutto questo tempo? Ho lavorato, ho fatto l’uncinetto”.

Poi, è sbottata: “Ma almeno fatemi pettinare!”.

Ecco, al prossimo maschio che vi chiede di spiegargli una femmina, basterà parlare di Maria D’Antuono. Tre parole per capire che prima di schiantare una donna ce ne vuole e per spiegare perché le donne sono e saranno sempre la salvezza dell’umanità: almeno fatemi pettinare.

Dateci una spazzola. E vi solleveremo il mondo.

La funivia di Maya

mercoledì, aprile 4th, 2018

«Ho imparato che puoi capire molto di una persona dal modo in cui affronta queste tre cose: una giornata di pioggia, la perdita del bagaglio, e l’intrico delle luci dell’albero di Natale».

Oggi è il giorno di Martin Luther King ma è anche quello di Maya Angelou, alla quale Google dedica il doodle.

Poetessa, scrittrice, attivista per i diritti civili  ma anche cuoca, cameriera, attrice, prostituta, spogliarellista e ballerina, prima conduttrice afroamericana a condurre la funivia di San Francisco. E ancora giornalista in Egitto, insegnante, regista e produttrice di drammi teatrali e programmi televisivi.

Maya non si è risparmiata nulla della vita in salita: nata da famiglia poverissima, violentata dal compagno della madre, ma questo non le ha impedito di risalire sempre, proprio come su quella funivia.

Nel 1993 è stata lei a recitare una poesia durante la prima cerimonia di insediamento del presidente statunitense Bill Clinton.

Maya Angelou, la donna che ha trasformato tutto quello che le è successo in poesia. Perché  “puoi infangarmi nella storia
con le tue amare, contorte bugie.
Puoi schiacciarmi nella terra
ma, come la polvere, io mi rialzo.
Puoi ferirmi con le tue parole,
puoi trafiggermi con i tuoi sguardi,
puoi uccidermi con il tuo odio,
eppure, come la vita, io mi rialzo».

Qui l’integrale:

Puoi infangarmi nella storia
con le tue amare, contorte bugie.
Puoi schiacciarmi nella terra
ma, come la polvere, io mi rialzo.

La mia sfacciataggine ti disturba?
Perché sei afflitto dallo sconforto?
Perché cammino come se avessi pozzi di petrolio
che pompano nel mio salotto.

Proprio come le lune e i soli,
con la certezza delle maree,
come le speranze che volano alte,
io mi rialzo.

Volevi vedermi spezzata?
Con la testa china e gli occhi bassi?
Spalle cadenti come lacrime,
indebolite dai pianti della mia anima?

La mia immodestia ti offende?
Non te la prendere così tanto
solo perché io rido come se avessi miniere d’oro
scavate nel mio giardino

Puoi ferirmi con le tue parole,
puoi trafiggermi con i tuoi sguardi,
puoi uccidermi con il tuo odio,
eppure, come la vita, io mi rialzo.

La mia sensualità ti disturba?
Ti coglie di sorpresa
Che io danzi come se avessi diamanti
alla confluenza delle mie cosce?

Dalle capanne della storia ignobile
io mi rialzo.
Da un passato radicato nel dolore
io mi rialzo.
Sono un oceano nero, impetuoso e vasto
che traboccante e gonfio avanza con la marea.

Lasciandomi indietro notti di terrore e paura
io mi rialzo
in un nuovo giorno miracolosamente chiaro
Io mi rialzo
Portando i doni lasciati dai miei antenati,
sono la speranza e il sogno dello schiavo.
E così mi rialzo,
mi rialzo
mi rialzo

Alda Merini, nata il 21 a primavera

mercoledì, marzo 21st, 2018

-Lei non ha mai scritto poesie?
-No, io non…
-Si scrivono quando non si sa dove mettere l’amore

E’ un minidialogo tratto da Tutto quello che vuoi, con Giuliano Montaldo, che può darci accesso ai luoghi nei quali decise di mettere il suo amore una donna nata il 21 a primavera del 1931, da famiglia modestissima, Alda Merini. Frequenta le scuole professionali ma quando chiede di iscriversi al prestigioso liceo Manzoni di Milano non supera la prova di italiano. La scopre quando lei ha 15 anni Giacinto Spagnoletti: sarà anche il primo a pubblicare un suo lavoro, nel 1950: nella “Antologia della poesia italiana 1909-1949” compaiono le sue poesie “Il gobbo” e “Luce”.

Ha 16 anni quando incontra quelle che chiamerà le “prime ombre della sua mente“: viene internata per un mese in un ospedale psichiatrico.

Nel 1951 è Eugenio Montale a sollecitare un editore a stampare suoi lavori, mentre frequenta anche Salvatore Quasimodo. Si sposa nel 1953 con il proprietario di alcune panetterie milanesi. Nel 1955 nasce il primo figlio. Poi l’isolamento. Viene internata fino al 1972, qualche volta tornerà in famiglia e in ogni caso le nascono altre tre figlie.

Ed è proprio sulla sua esperienza in manicomio che nasceranno i testi più intensi. Che il pennino della poesia, per lei, non ha avuto altro inchiostro che il dolore.

Nel 1981 muore il marito, nel 1983 si risposa e si trasferisce a Taranto. Nuovi orrori in un nuovo manicomio.

Nel 1993 riceve il Premio Librex-Guggenheim “Eugenio Montale” per la Poesia, nel 1996 le viene assegnato il “Premio Viareggio” per il volume “La vita facile”; l’anno seguente riceve il “Premio Procida-Elsa Morante“.

Premi, manicomi, premi, manicomi, premi. Poesie che nascono ovunque, soprattutto sui muri di casa.

Nel frattempo versa anche in stato di povertà. Che di Premi non si campa. Nel febbraio 2004 un amico chiede aiuto economico con un appello pubblico. E un appello pubblico viene sottoscritto anche per non far asportare l’intonaco da quella casa (ce ne occupammo anche qui su Supercali).

Morirà a Milano il 1 novembre 2009, nel reparto di oncologia dell’ospedale San Paolo, per un tumore osseo.

Oggi è Alda Merini, quella che “niente mi pettina meglio del vento” e “ci sono notti che non accadono mai”. Oggi è Dio mio, spiegami amore come si fa ad amare la carne senza baciarne l’anima.

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

Oggi. Oggi che, mentre leggiamo lei e di lei, possiamo tranquillamente chiederci: e allora chi sono i matti?

Anna Goldi, l’ultima strega

giovedì, marzo 15th, 2018

Anna Göldi nasce il 24 ottobre 1734 nel Canton San Gallo. Famiglia poverissima. Ed è questo il primo suo guaio.

A 15 anni la mandano a fare la serva. Non la cameriera: la serva. A 31 anni rimane incinta di un soldato mercenario che, secondo guaio,  fugge all’estero prima ancora del parto. Il bimbo nasce ma muore soffocato la notte dopo. Questo è il terzo vero guaio perché nonostante la morte precoce dei neonati fosse molto comune, lei viene accusata di averlo ucciso.

Ve lo ricordo: è una donna povera, umile, sola ed è ragazza madre, nel Settecento.

Anna viene condannata alla gogna e agli arresti domiciliari per infanticidio. Deve vivere per sei anni in casa della sorella. A quel punto fugge. E va a Glarona, altra giurisdizione. Più tardi trova lavoro nella ricca famiglia Zwicky dove avrà una relazione con il figliò del padrone, un giovane medico di undici anni più giovane di lei. Da quella relazione nascerà un figlio. Ma quei due sono troppo distanti socialmente: lei serva, lui rampollo, il matrimonio non si può fare nonostante lui sia disposto. Non si saprà mai che fine faccia il bambino. Quarto inenarrabile guaio.

Dal 1780 inizia a lavorare per la famiglia di Johann Jakob Tschudi a Glarona. Ma di lì a poco la bambina Tschudi inizia a soffrire di convulsioni e, almeno così testimonieranno i familiari, a vomitare spilli. Quinto e definitivo guaio.

A quel punto i familiari diranno di tutto, che Anna metteva aghi nel pane e nel latte di una delle figlie e dunque la denunciano per stregoneria e avvelenamento. Lei cerca di difendersi, va da un magistrato. E, ve lo ripeto ancora, lei è povera, umile, sola, ed è considerata orgogliosa, attraente e «piuttosto istruita”. Ora ve lo immaginate il magistrato che offre la presunzione di innocenza a lei?

Infatti la condannano.

Stremata da maltrattamenti e torture alla fine confesserà di aver stretto un patto con il Diavolo, che si è manifestato a lei sotto forma di un cane nero. La condannano a morte. Eppure l’Illuminismo è arrivato fin nelle campagne, Johann Jakob Tschudi è un medico, santocielo, le superstizioni sono superate dai progressi scientifici. Ma niente, niente, basta a salvarla.

Anna viene decapitata sulla piazza di Glarona: è il 13 giugno 1782.

E’ invece il 27 agosto 2008 , 220 anni dopo, quando il Parlamento svizzero la riabiliterà: è il primo caso al mondo di una “strega” riabilitata. Ma è comunque tardi. Troppo.

“Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle”, disse Voltaire.

Non conosceva però le infinite risorse dei neoeletti leghisti in Italia: “Nelle scuole della mia Brescia, dopo il Gender, sono arrivati a imporre la stregoneria, ovviamente all’insaputa dei genitori. Appena insediato farò una interrogazione parlamentare su questa vergognosa vicenda”, ha tuonato infatti Simone Pillon. Due giorni fa.

Ottanta scienziate a Ushuaia, destinazione Antartide

martedì, febbraio 13th, 2018

Ieri ottanta scienziate di tutto il mondo si sono incontrate a Ushuaia, in Argentina, la città più a Sud del mondo, la città della Fine del mondo. Da lì il 19 salperanno per la più grande missione femminile in Antartide. E per la prima volta saliranno a bordo anche due italiane. Sono Gaia Dell’Ariccia e Elena Joli.

Gaia Dell’Ariccia è ricercatrice in comportamento animale, lavora da oltre 10 anni sulla migrazione degli uccelli marini attraverso gli oceani, ha fatto parte di diversi istituti internazionali a Montpellier, Barcellona, Zurigo.

Gaia Dell'Ariccia Antartide

Gaia Dell’Ariccia

Elena Joli è una fisica teorica, ha studiato i buchi neri all’Università di Bologna e all’École Normale Supérieure di Parigi. Per superare la selezione internazionale ed entrare a far parte di questa spedizione ha messo in campo anche suo figlio (come racconta in questa intervista): è stato lui a girare la presentazione video da due minuti, da allegare al curriculum, che ha convinto la commissione del progetto.

Elena Joli Antartide

Elena Joli

Un anno nel Continente più freddo del mondo, temperatura media annua di -49° per occuparsi di scienza del cambiamento climatico e dei suoi impatti e potranno farlo grazie all’iniziativa australiana “Homeward Bound”.

Buon vento a tutte. E, come disse sir William, in piedi, signori, davanti ad una donna. Figuriamoci davanti a 80