Archive for the ‘donne toste’ Category

Daphne Caruana Galizia

lunedì, ottobre 16th, 2017

Si chiamava Daphne Caruana Galizia. 53 anni. Giornalista e blogger. Indagò sui Malta Files. E’ morta poco fa, saltando in aria con la sua macchina. Nella civilissima Malta.
Pochi giorni fa aveva depositato una denuncia dopo aver ricevuto minacce di morte. Era stata denominata “una donna Wikileaks” da Politico, che l’aveva inserita tra le 28 personalità che “stanno agitando l’Europa”.
Daphne Caruana Galizia

Chiara Vigo, la Penelope del mare

giovedì, ottobre 12th, 2017

Una donna chiusa in una stanza in Sardegna da quarant’anni che tesse bava di mollusco tutto il giorno cantando una nenia ebraica. Sembra uscita da una leggenda, Chiara Vigo. E invece sta a Sant’Antioco. Ed è l’unica persona al mondo ancora in grado di tessere il Bisso marino, “la seta del mare”. Qualche tempo fa la intercettai zappingando in tv: di poche parole, austera, imperturbabile. Una sacerdotessa. E infatti questo Bisso è “il filo dorato con cui venivano create le vesti dei sacerdoti e dei faraoni e che viene prodotto dalla Pinna nobilis, un mollusco simile a una cozza che si trova nelle profondità del Mediterraneo”. Oggi ne parla anche La Stampa, qui. Ma è in questa intervista a Tpi News che troverete molte perle, non solo di mare.

Non può essere né comprato, né veduto da nessuno. Pensare che il filo dell’acqua possa essere di qualcuno è stupido e non è il motivo per il quale nasce. Il filo dell’acqua non ha nulla a che vedere con con il mercato, ha origini ebraiche, è antico come il mondo, abbiamo 46 passi biblici che ne parlano”.

Chiara, 62 anni, infatti vive di offerte e quel filamento prezioso se lo va proprio a raccogliere in mare, immergendosi sotto il controllo della guardia costiera.

Chiara Vigo mare

E, come tante donne, anche lei ha un corredo lasciatole dalla nonna. Solo che non sono parure di lenzuola: è una scorta di Bisso. «ne ho una quantità che non potrei esaurire neanche in cinquant’anni». Sta, come tutti i corredi che si rispettino, in un baule insieme alla ricetta segreta di famiglia. Ed è solo lei a lavorarla ogni giorno nella sua stanza.

“A quattro anni ho iniziato a usare un fuso e a dodici un telaio. Se respiri un’arte in una famiglia farai quell’arte, anzi sarai quell’arte”. Perché alla fine anche l’arte è un destino.

Come si lavora, il Bisso? -Ci vuole pazienza e devozione. Ho fatto un coprimano da 7 centimentri per 28: ci sono voluti sette anni.

Lei vive di offerte ma un commerciante giapponese le aveva proposto oltre 2 milioni di euro per un arazzo. Che lei ha rifiutato. Ma perchè?

-Io non devo vendere niente -ha risposto- perché quello che ho in mano sarà dei nostri nipoti, perché se mai penseranno di volerlo, io gli riconosco il diritto, ancora prima che quel pensiero nasca, di ritrovare intatto quello che io ho costruito. Questo è il concetto di maestria, poi il resto è altro.

E cos’è un maestro? le chiede ancora

“Un maestro è quello che accetta l’altro per quello che è e non per quello che vorrebbe fosse. Un maestro non è altro, ma per arrivare a essere un maestro bisogna camminare dietro un maestro e non affianco, bisogna fermarsi, ascoltarlo quando parla perché non lo dirà più”

Pazienza, devozione, cura, attesa, maestrìa. Chiara è candidata da svariato tempo a Patrimonio immateriale dell’Umanità. Dubito le interessi qualcosa l’eventualità di riceverlo. Lei che ogni giorno già vive della cosa più immateriale che ci sia: di amore per ciò che fa. Amore quello vero. Quello che non chiede nulla in cambio. Quello che sei felice e appagata per il solo fatto che ci sia. Lì, in fondo al mar.

Chiara Vigo bisso

Clare Hollingworth, la donna che ci regalò lo scoop del secolo. E molto altro

martedì, ottobre 10th, 2017

Google le regala oggi un doodle

Clare Hollingworth

e la sua storia la racconta bene oggi Il Post: è il 28 agosto del 1939. Clare Hollingworth si trova a Varsavia. E’ stata assunta da una settimana al Daily Telegraph. Il confine tra Germania e Polonia è bloccato. Passano solo i mezzi diplomatici. Clare Hollingworth si fa prestare una macchina dall’ambasciata britannica a Katowice ed entra in Germania. Compra vino e pellicole fotografiche. E’ tornando indietro che passa in un posto in cui sono stati messi grandi teli mimetici. Una folata di vento ne butta giù uno. Claire Hollingworth sbircia molti soldati tedeschi, carri armati e artiglieria.

Ed è così che la mattina dopo, il 29 agosto 1939, il Telegraph apre a tutta pagina annunciando l’invasione della Polonia da parte della Germania nazista: “1.000 carri armati ammassati al confine con la Polonia. Dieci divisioni sono pronte per colpire”. E’ entrata nel giornale da una settimana e, con un articolo non firmato, ha già fatto “lo scoop del secolo”. Tre giorni dopo i carri armati si muovono davvero e lei assiste all’invasione. A quel punto telefona di corsa al segretario dell’ambasciata britannica a Varsavia, che però non le crede. Ed è allora che Claire Hollingworth mette il telefono fuori dalla finestra e gli fa sentire il rumore dei cingolati. Sostanzialmente la prima diretta Facebook.

Nacque oggi 106 anni fa. Diventerà una delle più grandi corrispondenti: scriverà da Turchia, Grecia ed Egitto durante la seconda guerra mondiale. In un’epoca in cui per le donne le porte sono sbarrate quasi ovunque. Dopo la scuola le fanno frequentare un corso di economia domestica che la porterà a odiare tutte le mansioni casalinghe. La sua passione è poter visitare col babbo i siti delle battaglie storiche inglesi. E quando è così quelle passioni prima o poi si fanno strada. Infatti. Entra a Tripoli col generale britannico Montgomery che però non vuole una donna fra i piedi. Lei non fa una piega e si unisce alle truppe di Eisenhower. Una che si butta a capofitto nelle imprese. Letteralmente, intendo: durante la guerra si butterà diverse volte con il paracadute per seguire le truppe Alleate. Gli piomba proprio addosso.

Coraggio, intuizione, velocità, intelligenza, prontezza, senso pratico. E’ lei che scopre uno degli scandali di spionaggio più famosi del Novecento:  scopre che l’ex agente dei servizi segreti britannici Kim Philby è una spia ed è scappato in Unione Sovietica su una nave per Odessa. prepara l’articolo con lo scoop per il Guardian. Ma il direttore l’affossa in una notiziola. Il giorno dopo il Daily Express lo mette in prima pagina. E  costringe il governo britannico ad ammetterlo: sì Philby era una spia.

Clare Hollingworth. Una che in Vietnam impara il vietnamita per parlare con i locali (e chi è stato in Vietnam e li ha sentiti parlare sa che caspita voglia dire) e capirà e prevederà che gli Stati Uniti, nonostante superiorità militare, ne usciranno sconfitti.

“Nel 1990 spera di essere mandata in Iraq per seguire la Guerra del Golfo”: dorme cinque giorni sul pavimento per prepararsi: ha 79 anni. Non ci andrà. nel 2015 esce una sua biografia scritta dal nipote: rivelerà fra l’altro che da poco aveva smesso di bere birra a colazione ma che continuava a portare le scarpe a letto, nel caso avesse dovuto uscire in fretta.

Fino alla fine ha tenuto un passaporto pronto nello zaino. Nel caso l’avessero chiamata per scrivere un reportage. E’ morta il 10 gennaio scorso. A 105 anni.

Clare Hollingworth 2

E non c’è niente da temere

mercoledì, ottobre 4th, 2017

Mentre Jacques Dubochet, Joachim Frank e Richard Henderson ricevono il premio Nobel per la chimica per il loro contributo nello sviluppo del Cryo-EMi, il microscopio crio-molecolare che raffigura le biomolecole in 3D, dal microscopio della storia dei premi Nobel assegnati alle donne ci riappare Marie Curie, la prima che vinse il Nobel nel 1903 bissandolo otto anni dopo nel 1911. Unica a vincerne due in due campi differenti, Nobel alle donne che tra il 1901 e il 2016, sono stati 49 a fronte dei 911 premi totali e stanno quasi tutti sotto il segno Peace and Love, cioè pace letteratura e medicina: fanalini di coda chimica, fisica ed economia.

Dice ma mica è un premio di genere, è un premio all’eccellenza. E infatti: calcolando quanti ne sono stati finora scippati alle donne che quelle scoperte fecero per darli agli uomini che di quelle scoperte si appropriarono e beh capite che ogni volta che sale un uomo a ritirare il sigillo io un po’ dubito.

Ma dicevamo di Marie Curie. 1903 premio Nobelper la Fisica (assieme al marito Pierre Curie e ad Antoine Henri Becquerel) per i loro studi sulle radiazioni e nel 1911 Nobel per la chimica per la sua scoperta del radio e del polonio.

“Nella vita non c’è nulla da temere, c’è solo da capire”, disse.
Ecco Maria, volevamo dirti che qua più andiamo avanti e meno capiamo. Soprattutto i nostri simili.

“Sii meno curioso della gente e più curioso delle idee”, ridisse.

Scarseggiano anche quelle. Però, ok, mi arrendo.

Marie Curie be less cuious

Pia Astone, la donna che sussurra alle onde

martedì, ottobre 3rd, 2017

Oggi il premio Nobel per la fisica è stato assegnato a Rainer Weiss per metà e per l’altra metà congiuntamente a Barry C. Barish e Kip S. Thorne, tutti fisici americani, “per il contributo decisivo al rilevatore LIGO e all’osservazione delle onde gravitazionali“.

E’ giusto il caso di osservare che, a cento anni dalle intuizioni di Albert Einstein, nel team internazionale che ha osservato per la prima volta le onde gravitazionali non c’era Franco Battiato ma c’è anche una scienziata donna e italiana, Pia Astone, ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, nel gruppo del progetto Virgo, che ha analizzato i dati provenienti dalla grande antenna che si trova a Cascina, in provincia di Pisa. Pia Astone è una dei sei redattori dell’articolo sulla rivista Physical Review Letters che ha rivelato al mondo l’esistenza delle onde gravitazionali.

Epperò quello che mi preme raccontarvi oggi, mentre esultiamo per questa importante scoperta rivoluzionaria che mammamia santocielo anvedi, è una cosa che ha raccontato in questa intervista Pia Astone. “Quando ho iniziato a lavorare è stata davvero dura”. “Tante volte mi sono sentita dire che esageravo, che avrei dovuto insegnare nelle scuole e avere orari migliori, ma io sono sempre andata avanti e non ho rinunciato a studiare”.

E poi l’apoteosi: nel 1995 tiene una conferenza al Cern. Alla fine le si avvicina un collega russo che le fa i complimenti. E poi le chiede:

-Ma come mai una ragazza così carina non è a casa con suo marito?

Questo dobbiamo tener sempre e ancora ben presente ragazzemie: una parte del cervello scopre le onde gravitazionali mentre l’altra ancora fatica a considerare che una donna può essere tale, e coi controcavoli, anche senza un uomo accanto.

Pia Astone

A casa stateci voi

mercoledì, settembre 20th, 2017

Foto Mister OM 

Franca Viola, il No che ci ha rese più libere. Ma che è a rischio ogni giorno

lunedì, settembre 11th, 2017

E’ la donna che con No ha fatto cambiare la sua storia, quella del codice penale e quella dell’Italia, catapultandoci -con una sillaba- dall’oscurantismo a uno spiraglio di luce. Franca Viola, da Alcamo, classe 1948, figlia di due coltivatori. Ha 15 anni quando si fidanza con un ragazzo del suo paese, Filippo. Filippo Melodia, nipote di un mafioso. Motivo per cui dopo un po’ lo arrestano. A quel punto il primo No lo dice il papà di Franca, che le fa rompere il fidanzamento. Scandalo, ricatti, angherie, emarginazione per tutta la famiglia. Siamo -vorrei ricordarvelo- nel 1965, millenovecentosessantacinque, ma ancora funziona così, in Italia.

Funziona così al punto che il 26 dicembre 1965 Filippo con alcuni suoi scherani rapisce Franca e il fratellino. Il piccolo lo rilasciano quasi subito lei invece la chiudono in un casolare e la violentano ripetutamente. Cinque giorni dopo la riportano ad Alcamo. Della violenza non si sta occupando nessuno, il punto è che lei ora è “disonorata”. Ve lo ricordo, stiamo per scavallare il 1965.

Il padre di Franca viene contattato dalla famiglia di Filippo per “la paciata”, cioè per far la pace tra famiglie e procedere al matrimonio riparatore. Insisto: della violenza non si occupa nes-su-no. L’articolo 544 del codice penale dell’Italia, in pieno boom economico, Paese ormai in piena ascesa economica, prevede che il matrimonio estingua il reato di sequestro di persona e violenza carnale. Reato estinto per la legge e onore restituito.

E’ qui che arriva quel No: è Franca Viola da Alcamo la prima donna in Italia a dire di No alla “paciata”, al matrimonio riparatore e a un destino segnato. Lei, supportata da un padre illuminato, insiste nel suo No.

Il resto è storia del diritto, della giustizia, delle donne, del riscatto, d’Italia, del mondo. Perché la storia di Franca, da Alcamo, inizia a viaggiare ovunque e a portare quel vento fresco di libertà.

Il processo ai sequestratori, lungo e a tratti umiliante, si svolge a Trapani. Lei lo affronta a testa alta. Al termine i suoi sequestratori saranno tutti condannati, Filippo Melodia morirà ucciso anni dopo da un colpo di lupara non dal babbo di Franca (c’era ancora pure il “delitto d’onore”), ma da da ignoti.

“Non fu difficile decidere -racconta in questa intervista-. Mio padre Bernardo venne a prendermi con la barba lunga di una settimana: non potevo radermi se non c’eri tu, mi disse. Cosa vuoi fare, Franca? Non voglio sposarlo. Va bene: tu metti una mano io ne metto cento. Questa frase mi disse. Basta che tu sia felice, non mi interessa altro. Mi riportò a casa e la fatica grande l’ha fatta lui, non io. È stato lui a sopportare che nessuno lo salutasse più, che gli amici suoi sparissero. La vergogna, il disonore. Lui a testa alta. Voleva solo il bene per me”.

Lei ha sposato l’uomo che amava. Lo diamo per scontato, oggi, ma per lei non lo era affatto. Ha dovuto pagare a caro prezzo anche l’amore: “Ho un marito meraviglioso. Nei giorni del processo e anche dopo mi arrivarono tante proposte di matrimonio, per lettera. Giuseppe però mi aveva aspettata. Io non volevo più maritarmi, dopo. Gli dicevo: sarà durissima per te. Ma lui mi ha detto non esistono altre donne per me, Franca. Esisti tu”.

Dopo il No di Franca Oronzo Reale, allora ministro, propone di abolire la norma del codice penale sul matrimonio riparatore. Ma dovremo aspettare fino al 1981. Millenovecentoottantuno. Abbiamo avuto il matrimonio riparatore fino al 1981. E abbiamo dovuto aspettare il 1996 -1996- per far approvare la legge che fa dello stupro un reato contro la persona e non contro la morale.

L’8 marzo del 2014 Franca Viola è stata nominata Grande Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana da Giorgio Napolitano, perché “il suo coraggioso gesto di rifiuto è stato una tappa fondamentale nell’emancipazione delle donne italiane.”

Si dice che la vita sia il 10% cosa che ti accade e il 90% come reagisci. Franca Viola con quel suo 90% ha cambiato una parte della storia e della storia del diritto di questo Paese.

Quanto le devono le donne mi pare abbastanza chiaro. Moltissimo. E’ invece il momento di pensare a quanto poco basti per vanificare tutti questi sacrifici. Lo scorso weekend, dopo i drammatici fatti di Firenze, ne abbiamo avuto una drammatica, amara, sconcertante prova.

Franca Viola

Dove osano le principesse delle aquile

mercoledì, agosto 30th, 2017

Lei si chiama Aisholpan Nurgaiv, ha 13 anni, è una nomade kazaka e vive in un nonsisaddove sperduto della Mongolia, in mezzo agli Altai, ai montoni e alle gher. Ma soprattutto alle aquile. Catturarle quando sono piccoli aquilotti e addestrarle alla caccia è una tradizione millenaria. Dei maschi. Ma lei non ci sta. E decide che anche lei, proprio lei, Aisholpan Nurgaiv di anni tredici, lo farà.

I “saggi” del villaggio si ribellano, tutto e tutti le sono contro. Ma suo padre, che evidentemente la conosce bene, non prova nemmeno a dissuaderla: la aiuta direttamente. Fino a portarla a partecipare al Festival delle aquile, l’appuntamento più importante dell’anno, dove si sfidano i migliori. Aisholpan supererà fatica, pregiudizi, ostacoli, il freddo e pure le correnti gravitazionali e sarà la prima addestratrice di aquile. La più brava.

Farà spiccare il volo alla sua aquila e lo farà spiccare un po’ anche a noi. Perché la sua capa tosta in Mongolia e il battito d’ali della sua aquila saranno come quello dell’effetto farfalla nella teoria del caos: piccole variazioni nelle condizioni iniziali producono grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema. Una singola azione può determinare imprevedibilmente il futuro: un semplice movimento di molecole d’aria generato dal battito d’ali della farfalla potrebbe causare una catena di movimenti di altre molecole fino a scatenare un uragano chissàddove.

Tanto è vero che quel battito è arrivato fino alle orecchie di Otto Bell, un documentarista inglese, che si è precipitato in Mongolia da Aisholpan e dalla sua storia ha tratto un documentario e un film, La principessa e l’aquila, che esce domani al cinema. La determinazione di Aisholpan Nurgaiv dalla Mongolia sta dunque per atterrare qui. Per farci spiccare il volo, ragazzemie. Che nonostante le apparenze la strada per l’autonomia e soprattutto quella del rispetto è ancora lunga, anche qui.

Eccola, Aisholpan Nurgaiv, al Toronto International Film Festival l’anno scorso:

Principessa Aisholpan Nurgaiv

Di Gordon Correll – Aisholpan Nurgaiv, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=56662590

Ed eccola con la sua aquila nel film:

Principessa aquile

Ecco anche la canzone-guida del film. Contenente un “You can do anything”. Che non è ancora vero. Ma fra qualche battito d’ali di farfalla e qualcuno di aquila magari, invece, sì.

Madame Trainaud

martedì, agosto 29th, 2017

Me la immagino, dopo tre figli, la dedizione di una vita alla scuola in cui è maestra e alla sua famiglia, alzarsi un giorno dal letto a 40 anni e dirsi
-Parbleau, quasi quasi stamani je me vais a fare ‘na corsetta

Da quel giorno Madame Trainaud non si è più fermata. Come Forrest Gump. Oggi, che di anni ne ha (omissis) ma insomma da sei mesi è stata pure promossa nonna, Madame Trainaud è diventata una maratoneta. Non ha lasciato nulla di ciò che faceva prima: ha solo aggiunto un paio di scarpe da running.

Madame Trainaud vive ad Aigre, mille abitanti, dipartimento della Charente, Regione di Poitou-Charentes. Esile, tosta, un fascio di piccoli muscoli tonici, dritta come un fuso, l’abbronzature delle corse e un po’ anche quella di Marsiglia dove per un mese ha preso servizio come nonna-sitter. Non un filo di trucco, né sul viso né sul cuore , Madame Trainaud ha lo sguardo fermo e azzurro di chi ha sempre una mèta davanti. Consapevole del fatto che gli ostacoli sono quelle cose spaventose che vedi quando distogli gli occhi dal traguardo e infatti lei non li distoglie peggnente. Neanche dall’interlocutore.

Non bastandole poi i 42,195 km, un giorno si è aridetta

-Parbleau, fatto 30 facciamo 31

Solo che lei ha fatto 100. Cento chilometri di corsa. Lo capite che starle dietro è impegnativo. In tutti i sensi. Lo sa bene Monsieur Trainaud che per quei 100 chilometri della prima volta (e per tutti quelli che stanno seguendo a quelli) ha avuto l’autorizzazione di “assisterla in caso di bisogno” seguendola in bicicletta.

Non ce n’è stato alcun bisogno, come avrete intuito, ma insomma c’è che oggi lui è in forma, agile e scattante, quanto lei. Poi dice che col matrimonio si mette su la panza. Un matrimonio che dura da almeno una trentacinquina d’anni: bella corsa impegnativa pure questa, effettivamente. E senza assistenza in caso di bisogno.

Dunque Madame Trainaud corre. Corre ogni mattina, senza farla troppo lunga, senza selfie su Instacoso, senza cuffiette Bang e Olufsen alle orecchie né materiali ipertecnici addosso: lei infila le scarpette e va. E’ arrivata fino a Roma. Alla Maratona, intendo. Che a Ciampino ce l’ha portata Ryanair. Ma sono certa che da qualche parte della sua mente si sia già affacciato il lampo tentatore del “Per quanto, effettivamente, Bordeaux-Roma saranno giusto quei 1.500 chilometri…”. Il punto è che Monsieur Trainaud dovrebbe farseli in bici, giusto questo potrebbe placarla.

Ad ogni modo, tra una Maratona e una Centochilometrona, Madame Trainaud non ha tralasciato nulla di ciò che curava prima ad Aigre. Compresi i suoi figlioli sparsi un po’ ovunque. Ed io sono arrivata da lei (in aereo) grazie all’invito di Aurélien, che è uno dei tre, sparso a Roma, e appena diventato professore alla Sapienza. E anche questo appuntiamocelo: che sì, sarà pure un mondo schifo ma in ogni caso è un mondo che ancora consente a un ragazzo intelligente di 30 anni di potersi fare un mazzo tanto partendo da Aigre milleabitanti per diventare professore universitario alla Sapienza.

Dicevo che sono arrivata da Madame nello Charente dopo l’invito di Aurelienne che sapendoci in viaggio in zona Cognac ha detto

-Parbleau MeriUnPeu (che sarebbe Meripo’ in francais), maman vuole invitarvi a cena, venitevù, venitevù

E infatti Grace ed io abbiamo detto Allons allons però poi Grace ha pure detto

-Meripo’ allons, però io poi devo guidare la voiture, non potrò bere manco un goccetto non dico di cognac ma manco di vinò Pinò

Ed è stato così che googlemappando il territorio e verificando che il più vicino albergo stava a 40 chilometri da lei, Madame Trainaud ci ha fatte restare a casa sua, lasciandoci proprio il suo lettòn nella sua cameròn. Inutile ogni tentativo di farla desistere, con i “Ma non ma non, peccarità, ci mancherebbe aussì”: Madame e Monsieur avevano già traslocato nell’altro stanzòn.

Lei ci ha accolte a braccia aperte nel pomeriggio, mentre sui vigneti a perdita d’occhio tutt’intorno e anche sui suoi alberi, piante di rose e galline, si spalancava un tramonto che lèvati. Era sulla tolda di comando in cucina, impegnata nella venti chilometri di torte (pere e cioccolata, crostata di susine, biscotti) e patè e marmellate e conserve e mostarde. Monsieur arrostiva in giardino. Nel senso le bisteccòn e le salsicciòn e la pancettòn (per i vegani magari al prossimo viaggio, che in Dordogne e Aquitania proprio no). Madamne ha allestito una cena per nove senza battere ciglio, allenamento di routine. Usufruendo del suo bagno (perdonnez moi la confidens) ci ho trovato un cesto di riviste: di jogging e appuntamenti di maratone nel mondo. Nel mio, al massimo, le parole crociate.

Lei non parla italiano io non spiccico francese ma dopo due giorni, quando ci ha riaccompagnate alla voiture, mentre ci salutavamo, io mi sono sentita rinascere in quell’abbraccio forte, discreto, muto. Accompagnato da una confezione di marmellata di fichi. Che però mi porteranno Aurélien e Albertò appena rientrano (aò sbrigateve).

Ed è stato allora che ci siamo guardati tutti e cinque e Ouì, senza manco dire una parola, abbiamo furtivamente tirato fuori le telefonen e, sì, abbiamo sdoganato un’immagine, questa, che riassume anche un po’ il senso di tutto il nostro viaggio di cui Madame era la semifinale: un viaggio nello spirito,  non solo perché eravamo a Cognac. Un viaggio fatto soprattutto di storie e di incontri. Che sono la vera essenza dei posti.

Perché è questo che di Madame Trainaud io mi son portata a casa: avere sempre una mèta davanti cercando la forza nelle gambe e nei polmoni per raggiungerla. In qualsiasi momento.

Allons, enfants di ogni età.

Madame Trainaud

Freya Stark, Nostra Signora -e Lawrence di Persia- delle viaggiatrici solitarie

martedì, luglio 25th, 2017

Storie calme di donne inquiete/39

Quando mi ci trascinarono alle ore 13 di quattro 20agosto fa, checcertedate e soprattutto certiorari nonsidimenticano, credo di aver chitemmuortato per giorni. Ma Freya Stark, nella Valle degli Assassini, una delle zone più impervie dell’Iran occidentale, ci arrivò per prima e da sola, nel 1930.

E dunque Freya Madeleine Stark nata a Parigi nel 1893 esploratrice e saggista britannica, scrittrice, cartografa, approda da piccolissima ad Asolo, con la sua famiglia. La passione per l’Oriente esplode a nove anni quando uno zio le regala il libro delle Mille e una notte. Inizia a studiare l’arabo e a fortificare il corpo in vista di future spedizioni. Alta meno di un metro e sessanta, fisico minuto ma indomita: non si farà fermare da nulla, neanche da un terribile incidente avuto da ragazzina che le costerà metà della capigliatura, un orecchio e la palpebra destra e le lascerà anche una cicatrice che le attraversa la testa: risolverà con complicati toupé e strategici cappellini.

Freya Stark cappellino

Viaggiare è un piacere e un’arte, per Freya, ma soprattutto una necessità.

Nel 1911 si iscrive al Bedford College di Londra ma allo scoppio della Prima Guerra mondiale si arruola come infermiera in un ospedale da campo gestito dalla Croce Rossa Inglese sul fronte italiano dove assiste alla tragica ritirata di Caporetto.

Finalmente nel 1930 può mettersi sulle orme di Marco Polo e puntare alla Persia, alle “Valli degli Assassini”. In realtà la Valle è quella di Alamut che sarà proprio lei a geolocalizzare: e lì ci sono anche i Castelli degli Assassini che sarebbe più corretto definire dei suicidi perché uno, arrivato più morto che vivo lassù, alla sola idea di dover ridiscendere si vorrebbe direttamente buttare di sotto.

E visto che ci siamo informo l’utenza che sti Castelli erano il rifugio dei seguaci di tal Hasan-e-Sabbah, capo di un’organizzazione mercenaria che rapiva e uccideva personalità religiose e politiche. Sti tizi erano convinti che tali gesta li avrebbero portati in Paradiso, convinzione rafforzata dal fatto che Sabbah li imbottiva di hashish per compierle. Perciò furono chiamati Hashish-i-yun, da cui deriva la moderna parola “assassino“. Chi ve l’avrebbe mai detto, eh, fricchettoni miei, che alla fine sempre alle canne si torna, anche con l’etimologia? Che poi se lo fate dire a un bolognese torna proprio a essere i Castelli degli asciascini (per gentile concessione di Davide, che così li apostrofò appena si riuscì a riprender fiato una volta arrivati, sempre quel famoso ore 13 di quattro 20agosto fa).

Ma torniamo alla nostra Freya, che proprio lì si inerpica e da lì inizierà a viaggiare sempre da sola, al massimo con qualche guida locale, con ogni mezzo, a cavallo, a piedi, a dorso di mulo o di cammello, incaponendosi e addentrandosi dove nessun occidentale aveva mai osato.

Ma Freya non va in viaggio: va “alla ricerca dell’impossibile” e racconterà tutto in libri diventati veri e propri cult. Uno fra i più belli è proprio “Le Valli degli Assassini”, con la prefazione di Alberto Moravia.

Freya Stark

Freya viaggia seguendo una stella – afferma in uno degli articoli sulla rivista The Spectator – l’orsa maggiore che illumina il suo cammino dal 1927 al 1993, anno della sua morte,  Nel 1972 le viene conferito il titolo di Dame of the British Empire; il 9 maggio 1993 muore centenaria nella sua piccola casa di Asolo.

L’ultima spedizione la fa in Afghanistan quando ormai ci ha nacerta e nel 1970 pubblica The Minaret of Djam.

Freya Stark, il piacere e il desiderio di viaggiare -che non significa spostarsi da un posto all’altro- fatti donna. Freya che in qualche modo ci lasci anche una ricetta per viaggiare nella vita, anche se non ci si sposta da casa.«Viaggiare significa ignorare i fastidi esterni e lasciarsi andare completamente all’esperienza, fondersi con tutto quello che ci circonda, accettare tutto quello che ci succede e così, in questo modo, fare finalmente parte del paese che si attraversa. E questo è il momento in cui si avverte che la ricompensa sta arrivando».