Archive for the ‘donne toste’ Category

Freya Stark, Nostra Signora -e Lawrence di Persia- delle viaggiatrici solitarie

martedì, luglio 25th, 2017

Storie calme di donne inquiete/39

Quando mi ci trascinarono alle ore 13 di quattro 20agosto fa, checcertedate e soprattutto certiorari nonsidimenticano, credo di aver chitemmuortato per giorni. Ma Freya Stark, nella Valle degli Assassini, una delle zone più impervie dell’Iran occidentale, ci arrivò per prima e da sola, nel 1930.

E dunque Freya Madeleine Stark nata a Parigi nel 1893 esploratrice e saggista britannica, scrittrice, cartografa, approda da piccolissima ad Asolo, con la sua famiglia. La passione per l’Oriente esplode a nove anni quando uno zio le regala il libro delle Mille e una notte. Inizia a studiare l’arabo e a fortificare il corpo in vista di future spedizioni. Alta meno di un metro e sessanta, fisico minuto ma indomita: non si farà fermare da nulla, neanche da un terribile incidente avuto da ragazzina che le costerà metà della capigliatura, un orecchio e la palpebra destra e le lascerà anche una cicatrice che le attraversa la testa: risolverà con complicati toupé e strategici cappellini.

Freya Stark cappellino

Viaggiare è un piacere e un’arte, per Freya, ma soprattutto una necessità.

Nel 1911 si iscrive al Bedford College di Londra ma allo scoppio della Prima Guerra mondiale si arruola come infermiera in un ospedale da campo gestito dalla Croce Rossa Inglese sul fronte italiano dove assiste alla tragica ritirata di Caporetto.

Finalmente nel 1930 può mettersi sulle orme di Marco Polo e puntare alla Persia, alle “Valli degli Assassini”. In realtà la Valle è quella di Alamut che sarà proprio lei a geolocalizzare: e lì ci sono anche i Castelli degli Assassini che sarebbe più corretto definire dei suicidi perché uno, arrivato più morto che vivo lassù, alla sola idea di dover ridiscendere si vorrebbe direttamente buttare di sotto.

E visto che ci siamo informo l’utenza che sti Castelli erano il rifugio dei seguaci di tal Hasan-e-Sabbah, capo di un’organizzazione mercenaria che rapiva e uccideva personalità religiose e politiche. Sti tizi erano convinti che tali gesta li avrebbero portati in Paradiso, convinzione rafforzata dal fatto che Sabbah li imbottiva di hashish per compierle. Perciò furono chiamati Hashish-i-yun, da cui deriva la moderna parola “assassino“. Chi ve l’avrebbe mai detto, eh, fricchettoni miei, che alla fine sempre alle canne si torna, anche con l’etimologia? Che poi se lo fate dire a un bolognese torna proprio a essere i Castelli degli asciascini (per gentile concessione di Davide, che così li apostrofò appena si riuscì a riprender fiato una volta arrivati, sempre quel famoso ore 13 di quattro 20agosto fa).

Ma torniamo alla nostra Freya, che proprio lì si inerpica e da lì inizierà a viaggiare sempre da sola, al massimo con qualche guida locale, con ogni mezzo, a cavallo, a piedi, a dorso di mulo o di cammello, incaponendosi e addentrandosi dove nessun occidentale aveva mai osato.

Ma Freya non va in viaggio: va “alla ricerca dell’impossibile” e racconterà tutto in libri diventati veri e propri cult. Uno fra i più belli è proprio “Le Valli degli Assassini”, con la prefazione di Alberto Moravia.

Freya Stark

Freya viaggia seguendo una stella – afferma in uno degli articoli sulla rivista The Spectator – l’orsa maggiore che illumina il suo cammino dal 1927 al 1993, anno della sua morte,  Nel 1972 le viene conferito il titolo di Dame of the British Empire; il 9 maggio 1993 muore centenaria nella sua piccola casa di Asolo.

L’ultima spedizione la fa in Afghanistan quando ormai ci ha nacerta e nel 1970 pubblica The Minaret of Djam.

Freya Stark, il piacere e il desiderio di viaggiare -che non significa spostarsi da un posto all’altro- fatti donna. Freya che in qualche modo ci lasci anche una ricetta per viaggiare nella vita, anche se non ci si sposta da casa.«Viaggiare significa ignorare i fastidi esterni e lasciarsi andare completamente all’esperienza, fondersi con tutto quello che ci circonda, accettare tutto quello che ci succede e così, in questo modo, fare finalmente parte del paese che si attraversa. E questo è il momento in cui si avverte che la ricompensa sta arrivando».

Annie Smith Peck, la “quota rosa” che voleva i pantaloni

lunedì, luglio 24th, 2017

Storie calme di donne inquiete/38

Non avrebbe sfigurato nel campionario delle mie amiche ArcheoGnok, Annie Smith Peck, archeologa e insegnante di latino, da Providence, classe 1850. Vorrebbe frequentare la Brown University ma è donna e le porte per lei sono sbarrate. Va in quella del Michigan che, bontàssua, le donne le accetta. Lì si laurea con onore in lingue classiche, specializzazione in greco. Ed è la prima donna a frequentare la Scuola Americana di Studi Classici di Atene, mentre continua a studiare anche archeologia, francese, spagnolo e portoghese. Vette culturali altissime nel curriculum. Che però non le bastano. Perché lei di vette vorrebbe scalarne altre, proprio in quota. E nel 1885 inizia da Capo Miseno, Italia, poi prosegue in Svizzera e Grecia e insomma a un certo punto molla trowel, pala, picchetti e picconi e decide che la sua vita sarà tutta in salita. In ogni senso ma soprattutto in montagna.

Annie Smith Peck Miss

Solo che scalare il Cervino con la gonnella è, oltre che problematico, anche molto rischioso. Cosicché lei si mette i pantaloni. E apriti cielo. Perché portare i pantaloni per una donna, nel Milleottocentosuo, signorimiei, non è sconveniente: è proprio un reato, che prevede l’arresto. Lei non si arrende e la questione pantaloni scala, oltre che le montagne, polemiche, dibattiti e litigate e arriva fino al New York Times.

Annie Smith Peck

Annie tiene lezioni, promuove il panamericanesimo -la pace in America Latina- e scala, scala, scala. Scala il Pico de Orizaba e il Popocatepetl in Messico nel 1897. Ha già più di cinquant’anni ma Annie vuol fare a tutti i costi una salita molto speciale. Cerca una montagna più alta dell’ Aconcagua argentina (6960 m). Nel 1908 con una spedizione americana sarà la prima donna a salire sull’Huascarán in Perù (6768 m).

Annie non si sposerà mai con un uomo: il “finché morte non ci separi” lo pronuncerà solo alle montagne, fino alla fine. Ha 65 anni quando conquista una delle cime della Coropuna in Perù nel 1911. E quando raggiunge finalmente la cima cosa ci pianta? Una bandiera, sì. Ma sopra c’è scritto “Women’s Vote”. Là in cima rende omaggio alla lega delle Suffragette di  Joan of Arc Suffrage, di cui diventerà poi presidente. Lo fa perché capisce che anche quel passaggio lì, quello del voto alle donne, sarà arduo, faticoso, pericoloso. Ma senza quello non potrà arrivare mai nessuna vera indipendenza per le donne.

La sua ultima montagna sarà il Madison del New Hampshire, a 82 anni .

Annie inizia un tour mondiale nel 1935 a 84 anni ma si ammala mentre si arrampica sull’Acropoli di Atene. Torna a casa a New York dove morirà di polmonite bronchiale il 18 luglio 1935. 

Ciò che Annie pensava delle arrampicate probabilmente potrebbe essere un buon viatico per esplorare anche le strade controcorrente della vita: “L’arrampicata è un lavoro duro e ostico. L’unico vero piacere è la soddisfazione di andare dove nessun uomo è stato prima e dove pochi potranno seguirti”.

Margaret Fuller, penna tempestosa che solo il mare in tempesta fermò

giovedì, luglio 20th, 2017

Storie calme di donne inquiete/37

E’ il 19 luglio del 1850, il vascello Elizabeth è quasi arrivato a destinazione nel porto di New York. Due mesi prima a Livorno ci si sono imbarcati tra gli altri un uomo, una donna, il loro bambino di due anni, Angelino, e la bambinaia. Non è stato facile arrivarci, strada facendo il capitano è morto di vaiolo (no, non esistevano i vaccini) e al posto suo alla tolda di comando c’è un ufficiale giovane ed inesperto, Mr Bangs. E’ proprio lì che nella notte, all’altezza di Fire Island la Elizabeth s’incaglia per il forte vento. Inizia una lotta disperata per la salvezza, quasi tutto l’equipaggio riuscirà a salvarsi aggrappandosi al relitto della nave ormai in pezzi. Si tenta di salvare Angelino mentre la donna e l’uomo vengono inghiottiti dalle onde. Non saranno mai più ritrovati. E’ così che muore Margaret Fuller, insieme al marito Giovanni Ossoli e alla bambinaia. Sono le due del pomeriggio del 19 luglio 1850. Lei ha 40 anni.

Margaret Fuller, scrittrice, giornalista e patriota americana: colta, poliglotta, a sei anni impara il latino, a sette legge Virgilio e Ovidio al posto di Topolino ovemai vi fosse stato. A 18 anni è pronta per ipotetici campionati mondiali di erudizione. Ha 30 anni quando pubblica Woman in the Nineteenth Century, il primo libro scritto in America che affermi l’uguaglianza tra uomo e donna. Copie esaurite in una settimana (1500, che per l’epoca sono ai livelli dell’odierno Harry Potter). Stroncati in tempo reale, lei e il libro: il libro è immorale, scandaloso e lei “arrogante, pedante, aggressiva, sgradevole, mascolina”.  Una “vecchia zitella isterica”, per dirla con Edgar Allan Poe. Insomma  Vade retro Margaret. Lei è una che fa paura. Lì inizia una grande opera di censura, rimozione, allontanamento, emarginazione.

Eppure, o proprio per questo, ha un record di primati da far invidia: “la prima -racconta Giulietta Raccanelli in enciclopediadelledonne.it– a scrivere un libro-radiografia del West, la prima a lavorare per giornali come il «New York Daily Tribune» e il «The Dial Magazine», prima rivista letteraria negli Stati Uniti. E ancora la prima a diventare corrispondente dall’estero, inviata per documentare tutti i moti rivoluzionari europei, prima donna critico e prima traduttrice degli scritti di Goethe in America, la prima a denunciare e a chiedere migliori condizioni di vita per le donne nelle prigioni di New York, nei manicomi e nelle istituzioni, la prima a organizzare sessioni di formazione per le donne, sostenendo (ed era anche questa una rivoluzione) che le donne sono dotate di menti pensanti («women did have minds»).” E lei? “Guardati -dice- dall’enorme piacere nell’essere popolari o anche amati”.

Ma scrivere non le basta. A Roma partecipa alla lotta risorgimentale e andrà a presiedere l’ospedale Fatebenefratelli sull’isola Tiberina. Qui  incontra Florence Nightingale, la fondatrice dell’assistenza infermieristica moderna.

E, soprattutto, è a Roma che Margaret si innamora, in piazza san Pietro, del marchese Ossoli. “Fu il tuo bacio, amore, a rendermi immortale”. Marchese che è più giovane di 9 anni, cattolico, nobile, squattrinato. Ce n’è per scomunicarli a vita. Nasce Anche un bimbo, Angelino. Sarà lei a mantenere la famiglia, orrore per l’epoca, peregrinando prima a Firenze poi a Livorno dove il 17 maggio si imbarcano verso il naufragio.

Una donna tempestosa. Che solo un mare ancor più in tempesta poteva fermare. Ironia della sorte per la donna che, tra tutto, anche una teorizzazione del gender fluid ci lascia:

“Il maschio e la femmina rappresentano i due aspetti del grande dualismo radicale. Ma nei fatti sono in fase di perpetuo passaggio dentro l’un l’altro. I fluidi si induriscono in solidi, i solidi si liquefanno in fluidi. Non c’è un uomo completamente maschio, e nessuna donna puramente femmina”.

E infine:
«È tempo, in questo tempo, che la Donna, l’altra metà dello stesso pensiero, l’altra stanza nel cuore della vita, prenda il suo turno e inizi a pulsare appieno; e si migliorerà la vita delle nostre figlie femmine, cosa che sarà di massimo aiuto perché migliorino e mutino anche i nostri giovani figli maschi».

Margaret Fuller

(E grazie a Maristella Lippolis che me l’ha segnalata)

Emanuela Loi, ci sono state donne che hanno scritto pagine

mercoledì, luglio 19th, 2017

Emanuela Loi, agente scelta. Emanuela Loi da Sestu, Cagliari, diploma magistrale ma poi la tentazione del concorso in Polizia. Studia insieme alla sorella, si preparano ma alla fine passa solo lei, con il massimo dei voti. Vedi a volte le scelte della vita, nel senso che è la vita che sceglie. Ha 20 anni e parte per i sei mesi di addestramento a Trieste, città di frontiera che in qualche modo le sta predicendo la sorte, perché è proprio in una zona di confine che viene destinata: Palermo. Il confine non è solo quello con il mare: è quello con la mafia. Ed è a Palermo che arrivano anche gli sfottò dei ragazzini che vedono la divisa addosso a una donna. Lei tira dritto. Con la speranza di poter tornare a casa, prima o poi.

Le affidano alcuni piantonamenti poi la assegnano alle scorte.

A un amico che le chiede prudenza dice “Maddai, finché non mi mettono con Borsellino, non corro nessun rischio. Solo con lui mi possono ammazzare». Il 17 luglio 1992, rientrata da un periodo di ferie in Sardegna, è proprio a Paolo Borsellino che l’assegnano. Lui, incontrandola, le dice «Lei dovrebbe difendere me? Dovrei essere io a difendere lei».

Il primo giorno di scorta va tutto liscio. Alle 16,58 del secondo, in via D’Amelio Paolo Borsellino va a salutare la madre: il giudice ed Emanuela sono appena scesi dalla macchina quando esplode una Fiat 126. E con quella Fiat tutto il mondo intorno. Emanuela ha 25 anni. E’ la prima agente donna della Polizia di Stato a restare uccisa in servizio.

Con lei a via D’Amelio muoiono, oltre a Paolo Borsellino, anche i colleghi Walter Eddie CosinaAgostino CatalanoClaudio Traina e Vincenzo Li Muli.

«Eravamo giovani, io avevo 23 anni, lei 24. Amava la vita, e il suo obiettivo era quello di rientrare in Sardegna. Ma non certo in quel modo», racconterà a Rainews la collega Claudia Cogoni, sarda come Emanuela. E sarà proprio lei ad accompagnarla a prendere quell’aereo per Cagliari. L’ultimo.

C’è una bella canzone di Fabrizio Moro che si intitola “Pensa” che andrebbe riscritta anche al femminile:
“Ci sono stati uomini -e ci sono state donne- che hanno scritto pagine
Appunti di una vita dal valore inestimabile.

Ci sono stati uomini -e ci sono state donne- che passo dopo passo
hanno lasciato un segno con coraggio e con impegno
con dedizione contro un’istituzione organizzata
cosa nostra… cosa vostra… cos’è vostro?”

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Il 5 agosto del 1992 Emanuela Loi ha ricevuto la medaglia d’oro al valor civile

Jane Austen, quello che le donne non dicono. Ma scrivono

martedì, luglio 18th, 2017

Storie calme di donne inquiete/36

Quando esce quello che è considerato il suo capolavoro, nel 1811, in copertina c’è soltanto l’intestazione “by a Lady”. Scritto da una donna. Il libro si chiama “Orgoglio e Pregiudizio” e la donna è Jane Austen. Morta oggi 200 anni fa. Tanto per capire la lungimiranza degli editori aggiungiamo subito che il libro esce grazie al fratello che glielo paga, dopo che altri editori l’avevano rifiutato. Per “una donna” il cui volto, da oggi, verrà stampato sulla moneta nazionale, tanto per capire la strada che ha fatto da allora.

Jane Austen, la donna dell’ e-e (Ragione e sentimento, Orgoglio e pregiudizio) ma anche dell’o-o, che o la ami o la odi e se la ami non la molli più. Jane Austen che alla fine di romanzi ne ha scritti solo sei e di quelli dobbiamo campare. Altri non ce ne saranno. Eppure in qualche modo è come se li aspettassimo. Jane Austen che tutti e sei si concludono con il Matrimonio perché lì alla fine è sempre l’agognato approdo. Garantito da una che non si sposò mai. E possiamo discutere all’infinito, sul fatto che ciò sia antifemminista, antivero e antiattuale. Eppure, di nascosto, vergognandosene, c’è sempre nella vita un momento in cui la Cenerentolitudine si affaccia ed entro ci rugge. E noi il sogno del Principe lo vogliamo eccome. A costo di baciare rospi tutta la vita.

Jane Austen che per la prima volta al centro della scena mette sorelle, madri, amanti, amiche. Cioè le donne. Che gli uomini, come intuirà lei e dirà più in là Coco, possono indossare ciò che vogliono ma resteranno sempre un accessorio della donna.

Donne messe in guardia per tempo: donne che se si lasciano trasportare dal sentimento e trascurano la ragione andranno incontro alla sofferenza. Per tempo ma inutilmente. Che noi, Austeniane per ragione ma Masochiste per sentimento, se non si soffre non ci piace. Che il problema alla fine non è mai stato quello che le donne non dicono ma quello che dicono, lanciando il cuore oltre l’ostacolo prima e lanciando troppi chi t’è stramuorto dopo. Tutte Austeniane per ragione e Tucheseidiverso Almenotunelluniverso per sentimento. E non è mai stato neanche che le donne amano troppo: è che amano male.

Jane, tu ce l’hai scritto in tutti i modi. Ma mentre indicavi la luna noi guardavamo il signor Darcy e aspettavamo, con Mia Martini, quello di Minuetto. Che, siamai, “Rinnegare una passione no, ma non posso dirti sempre si'” perché alla fine
“Troppo cara la felicità per la mia ingenuità. Continuo ad aspettarti nelle sere per elemosinare amore”.

Jane, scusaci. E buon anniversario a te e a noi.

Jane Austen

Maryam Mirzakhani, leggere Gauss -e decifrare il mondo- a Teheran

lunedì, luglio 17th, 2017

Storie calme di donne inquiete/35

Iraniana, donna, matematica. Ce n’era per entrare nel Guinness delle imprese impossibili. E invece Maryam Mirzakhani riesce a trasformare questo concentrato di ostacoli sociali in una serie di successi. Nasce nel 1977, due anni prima dell’ascesa dell’ayatollah Khomeini e cresce durante la guerra Iran Iraq. Da piccola legge romanzi, vuol fare la scrittrice e in matematica va così così. Premessa che apre una speranza per tutte le “sono negata” cioè quasi tutte. E in realtà lei non si appassiona alla matematica ma alle soluzioni. E’ il fratello, quando lei ha 13 anni, a illuminarla il giorno in cui le parla del metodo elaborato da Carl Friedrich Gauss per sommare in pochi secondi tutti i numeri da 1 a 100. “Quella è stata la prima volta -dirà poi- in cui ho apprezzato una bella soluzione, sebbene non fossi ancora in grado di trovarla da sola”.

Insomma, per farla breve, quattro anni dopo Maryam -grazie anche a una preside illuminata che vuol dare le stesse opportunità a uomini e donne e che non avrebbe sfigurato nel libro Leggere Lolita a Teheran- nel 1994 vince la medaglia d’oro alle Olimpiadi Internazionali di matematica a Hong Kong, prima studentessa iraniana a vincerla. L’anno dopo ne conquista 2 a Toronto, nel 1999 si laurea in matematica alla Sharif University of Technology di Teheran e decide di proseguire ad Harvard, poi nel 2008, a soli 31 anni, ottiene un posto come professore ordinario alla Stanford University. Segue un’altra sfilza di premi e riconoscimenti finché nel 2014 arriva la Medaglia Fields, il massimo riconoscimento per un matematico, l’anello di congiunzione fra un Nobel, la copertina di Time, l’Oscar, il Grammy Award e associati dei matematici.

Ci sono voluti 78 anni: 78 anni per dare la medaglia Fields per la prima volta a una donna. Lei. Due occhi azzurri e un cervello supersonico dedicati alla “geometria iperbolica” e alla “teoria ergodica”,  no non mi chiedete che significhi. Per lei è la vita: fare ricerca in quest’ambito -dirà- era divertente “come risolvere un puzzle o unire tra loro i puntini per trovare la soluzione di un giallo”.  La medaglia arriva proprio per “i suoi contributi eccezionali alla dinamica e alla geometria delle superfici di Riemann e dei loro spazi di moduli”.

Un genio? No, sono “una pensatrice lenta”.

Al Guardian, poco dopo esser stata medagliata, riassumerà la sua passione così: “la parte più gratificante è l’eccitazione della scoperta e la gioia di capire qualcosa di nuovo, la sensazione di trovarsi in cima a una collina e avere una visione chiara del panorama. La maggior parte del tempo, però, per me fare matematica è come partecipare a una lunga escursione senza avere un sentiero né un punto d’arrivo all’orizzonte”.

E’ morta sabato scorso a 40 anni per un tumore. Ma a noi piace pensare che in realtà ha solo cambiato sentiero. E ci scruta dal suo punto d’arrivo, all’orizzonte.

Maryam Mirzakhani

Nellie Bly, la reporter che umiliò Giulio Verne col giramondo in 72 giorni

giovedì, luglio 13th, 2017

Storie calme di donne inquiete/34

E’ che la storia, e le storie, le scrivono prevalentemente i maschi. E comprensibilmente tendono a oscurare quelle delle femmine. Diversamente ci saremmo entusiasmati per le imprese di Phileas Fogg che Giulio Verne immortalò nel “Giro del mondo in 80 giorni” ma oggi porteremmo in trionfo Nellie Bly che il giro del globo lo fece, in solitudine, davvero e senza sherpa o uomini al seguito, in 72.

Nellie Bly, pseudonimo di Elizabeth Jane Cochran, classe 1864, prima donna a fare il giro del mondo in solitaria e soprattutto pioniera del giornalismo d’inchiesta sotto copertura, l’anello di congiunzione tra Oriana Fallaci e Mata Hari.

E come tutte le migliori carriere anche la sua nasce da un’incazzatura. Quella che si prende dopo aver letto un articolo sul Pittsburgh Dispatch dal titolo «What Girls Are Good For» (“A cosa sono buone le ragazze”). Scrive una risposta di fuoco all’editore firmandosi “Lonely Orphan Girl” (“Orfanella sola”). L‘editore, per tutta risposta, l’assume. Lei si concentra sulle condizioni di lavoro delle donne in fabbrica. Le spia da dentro. E le rende visibili fuori. “Inaugurò –scrive David Randall– quello che sarebbe diventato uno dei suoi tratti distintivi: fare le domane che altri cronisti potevano immaginare ma non osavano formulare”. Avete capito, sì, come va a finire? Avrebbe potuto concorrere al Pulitzer e invece viene trasferita nelle “pagine femminili” nel senso quelle della posta rosa. Certamente più apprezzate dagli industriali, dopo quelle fastidiose indagini sui dipendenti.

Nellie Bly. Una che si finge pazza e si fa rinchiudere per 10 giorni in un manicomio. Per farci sapere di nascosto l’effetto che fa. Ne esce un reportage che lèvati e infatti a quel punto Joseph Pulitzer la assume al New York World.

Nellie Bly, “il miglior cronista infiltrato della storia”, Nostra Signora delle Reporter perché è lei che consegna anche alle donne la legittimazione alle stunt girls che, sulla scia della loro eroina, possono ora pensare di intraprendere la strada delle giornaliste inviate.

Nel 1888 viene scelta per imbarcarsi nel famoso viaggio attorno al mondo in solitaria, viaggio che conclude a New York “settantadue giorni, sei ore, undici minuti e quattordici secondi dopo la sua partenza da Hoboken negli Usa” (25 gennaio 1890)”. Ha percorso 40.000 chilometri. E li ha fatti con tutto ciò che ha trovato: treno, nave, piedi.

E’ il suo trionfo. E con questa impresa nasce pure il primo caso di merchandising: il libro che racconta la sua impresa si trasforma in una serie di gadget, dalla bambola con le sue fattezze a saponette e sigari col suo nome ma pure un albergo, un treno e un cavallo da corsa. Le creano financo un gioco da tavola per i più piccoli.

Nonostante abbia percorso il globo senza bisogno di alcun uomo accanto, Nellie a un certo punto, nel 1895, sposa Robert Seaman, milionario, e si allontanò dal giornalismo. Robert muore nel 1904. Lei amministra i patrimoni ma deve dichiarare bancarotta nel 1914. Parte per l’Europa e lì si mantenne come corrispondente di guerra (sempre dedicando parte dei suoi pochi o tanti introiti a vedove e orfani).

“Non ho mai scritto una parola che non provenisse dal mio cuore. E mai lo farò”, scrisse poco prima di morire, di polmonite, nel 1922.

Ma soprattutto oggi ci risuona, e ci spinge, quell’ “I said I could and I would. And I did.” “Ho detto che avrei potuto e voluto. E l’ho fatto”.

Nellie Bly

(Grazie, sempre, a Brunella Barbella che mi ha fatto conoscere Nellie Bly)

Esther Zimmer Lederberg e quel Nobel nascosto nel piumino da cipria

mercoledì, luglio 12th, 2017

Storie calme di donne inquiete/ 33

Sei righe. Tanto le offre Wikipedia. Sei righe per Esther Zimmer Lederberg, una vita all’insegna dell’invisibilità, financo postuma. Una legge del contrappasso in piena regola quella che perseguiterà una delle più grandi microbiologhe, immunologa, pioniera della genetica.

Nasce nel in 1922 nel Bronx, New York e in un primo momento si orienta verso studi letterari. A un certo punto cambia idea e opta per Biochimica, incurante degli appelli a non farlo perché la scienza, si sa, è avara di soddisfazioni per le donne. Lei imperterrita prosegue e arriva alla Stanford University per un master in Genetica. Anni duri, durissimi. E’ ridotta talmente in bolletta che, racconterà più avanti, a un certo punto inizia a mangiare le cosce delle rane usate per la dissezione nei corsi di laboratorio (e lo so, animalisti abbiate pietà ma lo vedete pure voi come stava ridotta anche l’umana). Nel 1946 finisce il corso e si sposa. Il fortunato si chiama Joshua ed è un professore di qualche anno più giovane.

Da quel momento lei inizierà a vivere all’ombra di lui. Ma i fari che aiuteranno e ispireranno lui, quelli del genio e dell’intuizione, stanno prevalentemente nel cervello di lei.

Lei a un certo punto scopre un virus che infetta i batteri e inizia a mettere a punto, assieme al marito, una tecnica per trasferire i batteri da una capsula di Petri all’altra. Nei loro primi esperimenti i due useranno anche il piumino da cipria di lei per raccogliere e depositare i batteri in laboratorio.

Fatte tutte queste premesse, considerati i precedenti in zona riconoscimenti, dicano ora i miei cari 25 lettori: nel 1958 a chi verrà assegnato il premio Nobel per la medicina “”per le scoperte sulla ricombinazione genetica e l’organizzazione del materiale genetico dei batteri“? Sì, a lui.

A soli 33 anni, il 29 maggio del 1959, Joshua Lederberg sale sul podio dell’Accademia svedese e ritira il Nobel. Da solo. E, da par suo, nel discorso di accettazione la nominerà una sola volta.

I due, dopo alcuni anni, chevvelodicoaffare, divorzieranno nel 1966. Luigi Cavalli Sforza, nel 1974, dirà di Esther che la lunga collaborazione con l’ex marito le impedì di avere un lavoro stabile e indipendente, cosa che avrebbe meritato a pieno. Lei fonda e dirigerà fino al 1985 il Centro di Riferimento Plasmidi alla Stanford.

A piccolo parziale risarcimento la vita le riserverà nel 1989 un bell’incontro, quello con Matthew Simon che condivide con lei la passione per la musica. Si sposeranno nel 1993. L’11 novembre del 2006 lei morirà per un’infezione, di polmonite. Perché i danni dell’ingratitudine, malattia ugualmente dannosa, non sono però misurabili.

Esther Zimmer Lederberg

Maria Mitchell, l’astronoma che gridò “la scienza ha bisogno delle donne” santocielo

martedì, luglio 11th, 2017

Storie calme di donne inquiete/32

E’ stato ieri sera, quando dalla terrazza di Manu l’ho vista alzarsi immensa, rossa, abbagliante

Luna Manu

La luna da Manu – Foto Meri Pop

che ho pensato a Maria Mitchell (e fino ad allora in verità stavo pensando prevalentemente al ristoro che un bianco ghiacciato può darti in una notte di afa). Maria Mitchell, la prima donna americana a lavorare come astronoma professionista. Maria nata in una famiglia di quaccheri nel 1818 nel Massachusetts, cugina di quinto grado di Benjamin Franklin. Maria curiosa, pioniera, attenta, rivoluzionaria. Maria che scoprì una cometa, la “cometa di Miss Mitchell” e per questo ebbe in premio una medaglia d’oro (gliela consegnò Federico VII di Danimarca). E sulla medaglia di Maria c’era scritto: “Non invano osserviamo il sorgere e il calare delle stelle”.

Già. Non invano. Solo che mentre io sul sorgere e il calare delle stelle al massimo ci fantastico di amore, mentre sulle fasi lunari al massimo ci prenoto la ceretta, Maria no: a 12 anni aiuta il babbo a calcolare il momento esatto di una eclissi anulare, nel 1847 usando un telescopio scopre la cometa, calcolò pure le tabelle di posizioni di Venere, diventa professore di astronomia al Vassar College nel 1865 e sarà la prima persona con questa carica nominata in quella facoltà. Diventa poi Direttrice del Vassar College Observatory. Inizia a insegnare ma viene a sapere che, nonostante il suo curriculum che lèvati, il suo stipendio è inferiore a quello di molti professori più giovani e maschi. Inizia una battaglia per avere l’aumento di stipendio. L’ottiene. E sarà proprio lei a gridare ai suoi colleghi “La scienza ha bisogno delle donne!” santocielo.

Amica di tante suffragette si impegna per il diritto di voto e di proprietà (che le donne quacchere non avevano nonostante ci fosse una considerazione di diritti abbastanza paritari. Tanto per farsi un’idea del caratterino, a un certo punto in segno di protesta contro la schiavitù smette di indossare vestiti di cotone. Maria Mitchell è stata anche la prima donna non religiosa alla quale è stato permesso di metter piede alla Specola Vaticana, l’Osservatorio della Santa Sede. A patto che se ne andasse al tramonto. L’ora di andare a osservare le stelle. Ma altrove.

Muore nel 1889. Indomita e curiosa. Maria Mitchell, la donna che rivendicò il diritto di non fermarsi al guardare ma quello di osservare.

“Abbiamo una fame della mente. Vogliamo conoscere tutto intorno a noi e più otteniamo, più desideriamo conoscere”.

Nel 1905 è stata inserita nella Hall of Fame for Great Americans.

Tenchiù, Maria. E buone stelle a tutti.

Maria Mitchell

 

Simone Veil, una vita a testa alta che neanche Auschwitz ha piegato

venerdì, giugno 30th, 2017

Storie calme di donne inquiete

«Non serve a niente il voler travestire i fatti: di fronte a un milieu molto conservatore avevo palesato la mia triplice “mancanza”, quella di essere una donna, di essere favorevole alla legalizzazione dell’aborto e infine di essere ebrea.». Il migliore ritratto-sintesi di Simone Veil, morta oggi, è quello che lei si fa da sola mentre conduce in Francia, da ministro della Sanità, la battaglia per la legalizzazione dell’aborto.

Una vita, la sua, tutta in salita.

“Non bastava distruggere i nostri corpi. Bisognava anche farci perdere la nostra anima, la nostra coscienza, la nostra umanità. Privati dell’identità fin dall’ arrivo, attraverso il numero ancora tatuato sul nostro braccio, non eravamo altro che degli Stuecke, dei pezzi.” Così, il 27 gennaio 2015, ricorderà la sua deportazione ad Auschwitz-Birkenau.

Simone Veil, donna di gran fascino e determinazione, si trova questo masso a inizio cammino. Che inizierà a rotolare e lo farà per tutta la vita accanto a lei ma senza mai schiacciarla. Inizia in una famiglia felice che si ritrova dimezzata a guerra finita: suo padre André, suo fratello Jean e sua madre Yvonne moriranno lì. Ritorneranno in Francia solo in tre: lei, sua sorella Denise e Milou, che morirà dopo in un incidente stradale nel quale perde la vita anche il suo bambino.

Contro il volere del marito, Antoine Veil che incontrerà mentre studia a Science-Po, intraprende la carriera di magistrato. Settore penitenziario. Cerca, memore della sua di prigionia, di migliorare le ignobili condizioni di detenuti e, soprattutto, detenute. E sarà di lì a poco che, lontanissima dalle sue previsioni, arriverà la nomina a Ministro della Sanità.

Nel 1979 altro colpo di scena: Simone Veil venne eletta al Parlamento Europeo, per la prima volta eletto a suffragio universale. Soprattutto per questo, oggi che è morta, viene ricordata. Ma la sua più grande impresa è quella per il riconoscimento dell’aborto in Francia. Una battaglia lunghissima che vide tra le sue protagoniste un’altra Simone, Simone De Beauvoir.

Una vita in salita, battagliera, determinata, limpida. Con un testamento che parla da solo:

«Nelle diverse funzioni che ho occupato, in governo, nel Parlamento europeo, nel Consiglio costituzionale, mi sono sforzata di non essere una banderuola, mettendo le mie azioni al servizio dei principi nei quali mi riconosco in tutta me stessa: il senso della giustizia, il rispetto dell’uomo, la vigilanza per quel che riguarda l’evoluzione della società.» 

“Mi sono sforzata di non essere una banderuola”. Perché a volte basta applicare otto parole, nella vita, per farne una vita degna.

Simone Veil