Archive for the ‘donne toste’ Category

Matilde Serao. Di quando i giornali li fondavano le donne

martedì, ottobre 9th, 2018

E’ nel pieno successo professionale di lei, in un mestiere fino ad allora popolato solo di uomini, che il marito di lei si innamora di un’altra. Un grande classico. Lui poco dopo darà all’altra una figlia. L’altra, dopo un pressing forsennato su di lui per fargli lasciare la moglie, a un certo punto si suicida.

La piccola bimba abbandonata dalla madre morente sulla porta della casa di lui e di lei, viene amorevolmente accolta da lei. Ma i due non reggeranno l’impatto emotivo e scandalistico per l’epoca di questa drammatica vicenda. E i due si separeranno. E’ il 1891. Lei si chiama Matilde Serao. Con il marito aveva appena fondato un giornale, “Il Mattino” di Napoli, del quale era diventata co-direttrice. La prima direttrice donna di un giornale.

E non si può dire che il primo giudizio di lui, su di lei, fosse stato proprio esaltante. Così Edoardo scriverà di Matilde a un’amica:

Edoardo Scarfoglio scrisse di lei a un’amica:

questa donna tanto convenzionale e pettegola e falsa tra la gente e tanto semplice, tanto affettuosa, tanto schietta nell’intimità, tanto vanitosa con gli altri e tanto umile meco, tanto brutta nella vita comune e tanto bella nei momenti dell’amore, tanto incorreggibile e arruffona e tanto docile agli insegnamenti, mi piace troppo, troppo, troppo”.

Alla fine della loro relazione seguirà, qualche anno dopo, anche il volontario allontanamento di lei da «Il Mattino» coinvolto in uno scandalo amministrativo che non risparmierà a Matilde accuse infamanti di corruzione.

Matilde Serao, giornalista, scrittrice, imprenditrice, donna dei primati. Nel 1882 è assunta al «Capitan Fracassa», prima donna redattrice nella storia del quotidiano romano, fonda due giornali «Il Mattino» (insieme al marito Edoardo Scarfoglio nel 1892) e «il Giorno» (1904), sarà poi direttrice di diverse riviste periodiche. Ma soprattutto riesce a infischiarsene di consuetudini,  pregiudizi, usanze e tabù e inaugurerà anche un nuovo modo di fare giornalismo. Diceva Lord Chesterton che

“Il giornalismo consiste principalmente nel dire ‘Lord Jones è morto’ a persone che non hanno mai saputo che Lord Jones fosse vivo”.

Per lei il giornalismo non è solo cronaca ma è impresa, formazione, testimonianza.

Dopo la fine del matrimonio con Edoardo Scarfoglio arriverà anche un nuovo incontro, quello con Giuseppe Natale, un nuovo amore e la fondazione di un nuovo giornale, «il Giorno». Autrice, scrittrice, narratrice di talento. Fu candidata sei volte, SEI, al premio Nobel per la letteratura, senza ottenerlo mai. Morirà a Napoli nel 1927, a 71 anni.

In giorni e tempi nei quali sul giornalismo spirano venti di tempesta, ricordiamola, questa pioniera coraggiosa e illuminata.

Eppur si smuove

mercoledì, ottobre 3rd, 2018

Eppur si smuove, qualcosa: è stato assegnato a Frances H. Harnold il premio Nobel per la Chimica. E’ la quinta volta per una donna, dal 1903, quando lo vinse Marie Curie.
Frances Arnold ha condotto la prima evoluzione diretta degli enzimi, utilizzati per fabbricare dai biocarburanti ai prodotti farmaceutici.
Lo ha vinto insieme a George P. Smith e Sir Gregory P. Winter.

La Fisica è Donna

martedì, ottobre 2nd, 2018

Si chiama Donna Strickland è canadese e poco fa ha vinto il #Nobel per la Fisica per “il sistema di generazione di impulsi ottici ad alta intensità”. In 118 anni se l’erano aggiudicato solo altre due donne, Marie Curie e Maria Goeppert-Mayer.

In questo momento giungano molti e cordiali saluti al professor Strumia: “”La fisica è stata costruita da uomini e non ci si entra su invito”.

Jane Cooke Wright, la madre della chemioterapia

martedì, settembre 25th, 2018

Jane Cooke Wright. Ricordiamolo questo nome. Perché è grazie lei, chirurga e oncologa afroamericana, che oggi si possono curare  con efficacia alcune neoplasie maligne e a lei dobbiamo alcuni risultati in chemioterapia attraverso la sperimentazione dei farmaci su tessuti umani.

Ma la sua è una storia fatta di grandi rivoluzioni non solo scientifiche.

Il nonno paterno, Ceah Wright, era stato uno schiavo, ma non solo riuscì a ottenere la libertà, riuscì anche a studiare al Meharry Medical College di Nashville, in Tennessee, la prima scuola medica per afroamericani degli Stati Uniti meridionali.

Suo padre, invece, Louis Wright, in un’epoca di insormontabili pregiudizi e discriminazione razziale, riuscì a diventare un chirurgo di fama  nonché primo afroamericano a lavorare come medico in un ospedale non riservato ai soli pazienti neri.

Jane Cooke Wright, nata nel 1919, bambina particolarmente portata per la matematica e le scienze ma anche per l’arte e lo sport. Così decide di seguire tutte le sue passioni. La prima laurea sarà in campo artistico ma poi ne prenderà un’altra in medicina.

Nel 1949 inizia a studiare l’efficacia dei farmaci chemioterapici in anni nei quali la via principale per affrontare il cancro era solo quella chirurgica. Lei e suo padre iniziano a condurre test non solo su animali da laboratorio, ma per la prima volta anche su campioni di tessuto. Arrivano progressi e risultati.

Nel 1967 sarà direttrice associata del New York Medical College, di cui dirigerà anche il dipartimento di chemioterapia: nessuna persona di colore, prima di lei, aveva ricoperto un incarico così elevato in una scuola medica americana.

Quaranta anni di carriera, oltre cento articoli scientifici, incalcolabili premi. Ma la grandezza di Jane Cooke Wright è stata prima di tutto umana:

“So di far parte di due gruppi minoritari, ma non penso a me stessa in questo modo. Certo, per una donna è tutto due volte più difficile. Ma il pregiudizio razziale? Ne ho incontrato molto poco. O forse l’ho incontrato, ma non ero abbastanza intelligente per riconoscerlo”.

Simone Weil, che rinunciò all’amore ma non ad amare

venerdì, agosto 24th, 2018

I primi cinque minuti durante i quali lui mi offriva la suggestione di un post su di lei, li abbiamo passati a parlare di due persone diverse che si chiamano più o meno nello stesso modo. Perché l’essere figura impetuosa ma a lento rilascio deve essere evidentemente il suo karma. Di lei, Simone Weil. L‘altra: la filosofa, mistica, pensatrice. Che continuavo a confondere con Simone Veil, signora di Francia e d’Europa. Chiarito l’equivoco si è però spalancato il mondo. Talmente spalancato che mi è difficile richiudere le finestre e trattenerne e riassumerne un po’ anche perché lei pare essere come l’aria: più cerchi di afferrarla più ti scappa.

Quella, dunque. Quella Simone Weil insegnante di filosofia che comprava i libri agli studenti più poveri, che teneva corsi serali gratuiti per gli operai e che però non esitò un attimo a mollare l’insegnamento della filosofia per andare a lavorare come fresatrice alla Renault, già che non si può certo dire di occuparsi della condizione degli operai se non se ne sperimenta sulla propria pelle il peso. Quella Simone Weil che andò a manifestare ovunque sentisse che bisognava portare il proprio corpo a farlo e lo portò davvero ovunque: contro la guerra, contro l’oppressione, contro il nazismo, a favore della guerra civile spagnola arruolandosi nella colonna anarchica Buenaventura Durruti e fu operaia in fabbrica e contadina nelle Ardeche, dormendo per terra e nutrendosi di frutta selvatica dopo aver regalato ai poveri le sue tessere annonarie.

Trasportare il corpo ovunque e contemporaneamente, un po’, rinnegarlo: vestì sempre di nero, capelli sempre scarmigliati, pesanti occhiali tondi, si truccò solo una volta in vita sua, prima di sostenere il colloquio di assunzione alla Renault di Billancourt. Come volesse dimenticare, e farci dimenticare, di essere una donna. Donna che fu perseguitata tutta la vita dai nazisti e dai dolori: mal di testa perenni e malattie a ripetizione.

Nei “Quaderni” a un certo punto la spiega ironicamente così: una donna bella rischia di identificarsi solo con la sua immagine riflessa allo specchio mentre una donna brutta non corre questo rischio. Ma non odia affatto la bellezza: è che pensa che la bellezza sia essenzialità. E lo fa in un tempo in cui trionfa l’eccesso. “Il popolo ha bisogno di poesia come di pane”. Quindi di bellezza.

Quella Simone Weil dotata di “un coraggio estremo attirato dall’impossibile” (per dirla con Georges Bataille) e che rinunciò all’amore ma non ad amare. E no, una relazione sentimentale pare non la volle mai. Ma sì, consentiamocelo su un blog sentimentale, ci consegna lo stesso una perla di rara saggezza:

“Bisogna essere in un deserto. Perché colui che dobbiamo amare è assente”.

Quella Simone Weil nata in una famiglia ebraica ma che spazia ovunque e a un certo punto lancia l’idea della “decreazione”: l’atto creativo di Dio interpretato come una limitazione della sua divinità. Rinchiuderlo in un atto, per quanto supremo, lo limita.

Quella i cui unici fari furono la verità e l’attenzione:
“Il bisogno di verità è il più sacro di tutti. Eppure non se ne parla mai. La lettura fa spavento, quando ci si sia resi conto della quantità e dell’enormità di menzogne materiali, diffuse senza vergogna anche nei libri degli autori più amati. E così leggiamo come se si bevesse acqua di un pozzo sospetto”. Profetica.

E l’attenzione. Verso lo studio (paragonabile a una forma di preghiera) e verso l’altro, immedesimandosi in lui per capire di cosa davvero abbia bisogno.

Dunque «l’adempimento di un diritto non proviene da chi lo possiede, bensì dagli altri uomini che si riconoscono nei suoi confronti obbligati a qualcosa», altrimenti lo si otterrà solo a condizione di avere la forza per sostenerlo.

Quanto è illuminante e doloroso scriverne mentre scorrono le immagini di tutti i diritti calpestati per terra per cielo e per mare.

Inclassificabile, indomabile, scomoda. In soli 34 anni. Che a quell’età calò il sipario sulla sua vita, con una tubercolosi. Il 17 agosto 1943 fu portata in ospedale in condizioni che portarono il medico a scrivere “troppo grave per essere esaminata come si deve”.

E lei, che per tutta la vita non si era mai appoggiata alla bellezza, pare abbia detto, entrando nella sua ultima stanza d’ospedale il 24 agosto 1943, “sì, bella per morirci”.

La rivoluzione degli educati

martedì, luglio 31st, 2018

“La maleducazione è arrivata molto in alto. La nostra freddezza li ha lasciati lavorare. Adesso la ribellione spetta a noi. Non si era mai visto nella storia: la rivoluzione degli educati”.

Auguri a Franca Valeri.

E a tutti gli educati.

 

Rita Atria, la disperata dignità del coraggio

giovedì, luglio 26th, 2018

Dodici donne portano a spalla una bara nel cimitero di Partanna, paese siciliano devastato da faide e da lupare. Solo donne, un centinaio, sono venute a seppellire in un cimitero semideserto e arroventato -è agosto ed è il 1992- Rita Atria, morta di mafia e di disperazione a 18 anni. Non c’è, fra quelle donne, la madre di Rita, che l’ha ripudiata quando lei figlia di boss ha iniziato a parlare, a svelare il marcio che c’era anche in casa sua. Non c’è neanche il suo fidanzato. Quando si dice il coraggio dell’amore.

Rita ha 11 anni quando suo padre viene ucciso da Cosa Nostra. Sei anni dopo le fanno fuori anche il fratello. E’ allora che, seguendo le orme della cognata, Rita decide di parlare: non è pentita di mafia perché non ha mai commesso nulla ma sarà testimone. In una terra in cui la parola testimone significa autocondannarsi a morte. Ma Rita lo fa perché ha fiducia in una persona di giustizia. In un giudice. Che si chiama Paolo Borsellino. E che poco a poco diventa per lei come un padre, “il padre che avrebbe voluto avere e che la chiamava «picciridda», la parola con cui i padri siciliani chiamano le loro bambine. Era la «picciridda» anche per Agnese Borsellino, la madre del giudice, che le faceva regali e la considerava ormai di casa”, racconta Paolo Di Stefano sul Corriere della sera.

Ma a Via D’Amelio a Rita fanno saltare in aria pure il secondo padre. Stavolta è troppo. E una settimana dopo, il 26 luglio 1992, la «picciridda” spalanca una finestra e si butta giù dal settimo piano del palazzo di Roma in cui è costretta a vivere in segreto.

La dignità in vita l’ha lasciata da sola. Della dignità della morte molto si parla in queste ore ma Rita, cui è venuto a mancare tutto, non riesce ad avere neanche la dignità della sepoltura. Perché alcuni mesi dopo il funerale sarà proprio la madre a entrare al cimitero, avvicinarsi a quella tomba e, impugnando un martello, devastare il marmo che la ricopre strappando anche la sua foto.

Rita Atria

Eccola la sua foto. Ed ecco le sue ultime parole:
“Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. 
Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi.

Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amicila mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarci.

Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta.
Rita” 

Anna Politkovskaya, donna non rieducabile

martedì, luglio 17th, 2018

La Corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato poco fa la Russia per “non aver attuato le opportune misure investigative per identificare i mandanti dell’omicidio” della giornalista Anna Politkovskaya, avvenuto nel 2006. “Lo Stato russo – si legge in una nota – non ha rispettato gli obblighi relativi all’efficacia e alla durata dell’indagine imposti dalla Convenzione europea sui diritti umani”.

“Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all’estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me.
Eppure tutti i più alti funzionari accettano d’incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un’indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all’aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie.
Sono felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto. È una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci”. E’ questo quello che Anna Politkovskaya scrive di se stessa in un saggio che verrà pubblicato postumo nel 2007.

Anna Politkovskaja, classe 1958, giornalista russa e attivista per i diritti umani, viene trovata cadavere nell’ascensore del suo palazzo il 7 ottobre 2006, giorno del compleanno di Putin. Freddata da quattro colpi di pistola più un altro “di sicurezza” alla nuca.

Muore così dopo una serie di minacce sferratele dai vertici militari, oggetto delle denunce della giornalista nelle sue inchieste sugli abusi, le torture, i soprusi e le umiliazioni nei confronti dei civili ceceni. “Io vedo tutto. Questo è il mio problema”, riassunse lei.

Anna Politkovskaja che il regime classificò, poco prima della morte “Donna non rieducabile”.

Liliana Segre, la colpa di essere nati

martedì, luglio 3rd, 2018

A un certo punto ha lievemente rallentato il ritmo del discorso, ha fatto una breve pausa e ha detto: non sono mai tornati per la colpa di essere nati. La colpa di essere nati. Cinque parole nelle quali Liliana Segre domenica sera ha asciugato chilometri di inchiostro e ore di prolusioni su Olocausto e nuovi razzismi e l’ha messa così, asciutta e senza fronzoli.

Liliana Segre, numero di matricola 75190 tatuata sul braccio, deportata a 13 anni da Milano ad Auschwitz e Birkenau il 30 gennaio 1944 con il padre, che non rivide mai più, qualche mese prima dei nonni, anche loro uccisi all’arrivo.

Il vero male si chiama indifferenza, ha detto dal palco di Passaggi Festival a Fano domenica sera, intervistata da Bianca Berlinguer. E cos’è l’indifferenza? Una domanda senza risposta.

Si alza da quella nuvola di capelli candidi e da una calma apparentemente imperturbabile la forza di questa donna che nessun male ha piegato. La voce per raccontare l’indicibile è difficile trovarla, aggiunge, ma a un certo punto per me è diventato impossibile continuare a tacere. La voce l’ha trovata solo dal 1990, quarantasei anni dopo l’indicibile, ma da quel momento non l’ha più messa a tacere.

La memoria, dice oggi che di anni ne ha 88, è una liberazione e un dovere.

La Berlinguer a un certo punto le chiede

-Ma è vero che, alla tua età, volevi salire sulla nave Aquarius?
-Sì
-E perché?
-Per dire loro “Io lo so come si sta quando nessuno ti vuole. E beh io vi voglio, io vi voglio bene”.

Lei c’è stata a lungo, in quella terra di nessuno in cui nessuno ti vuole. E anche quando il male è apparentemente passato ed è arrivata la Liberazione e sono arrivati gli affetti, l’amore, il marito, i figli e la vita le si è riaperta in ogni forma, ha continuato a pagare il pedaggio a quell’oscurità. Che è arrivata sotto forma di esaurimento nervoso e di altro ancora. Ed è lì che a un certo punto ha capito che doveva trovare la voce. La voce per raccontare l’indicibile.

-Di cosa hai sofferto di più? Le chiede ancora la Berlinguer su quel palco mentre una piazza gremita fino all’inverosimile ascolta da un’ora in un silenzio irreale quella voce

E qui una si aspetterebbe la fame, il freddo, le privazioni, l’orrore, l’aver visto sterminare affetti, legami, storie. E invece lei risponde

-La solitudine

Cosa significa, oggi, avere umanità?
-Fare una scelta. Essere umanità nascosta significa, alla fine fare una scelta.

Liliana Segre, la voce ritrovata. Una voce mai alta. Ma sempre, sempre, ferma.

A lei è andato il premio Passaggi 2018 a cura di Nando dalla Chiesa, presidente del comitato scientifico di Passaggi Festival e Giovanni Belfiori, ideatore e direttore del Festival. Un’edizione intitolata “Il Paese delle Donne”. Che davvero, a vederle tutte insieme lì a Fano, dalla B di Letizia Battaglia alla S di Segre, c’è stato di che rincuorarsi e ricominciare a sperare un po’.

Nilde Iotti, quanto ci manchi, quanto ci sei ancora

mercoledì, giugno 20th, 2018

La prima donna -e pure comunista- a ricoprire una delle tre più alte cariche dello Stato: venne eletta oggi, il 20 giugno del 1979 Presidente della Camera (lo è stata per tre legislature e nessuna l’ha ancora eguagliata, non solo in durata).

Ma Leonile Iotti detta Nilde è stata anche partigiana, staffetta, combattente, indomita, ha fatto parte del primo nucleo di politici che ha preparato il Parlamento Europeo e soprattutto è stata una donna che, nonostante i ruoli pubblici, non ha rinunciato all’amore nel privato (e l’ha pagato a caro prezzo, quell’amore, confinata in una soffitta). Con quell’amore illegittimo ha anche adottato una figliola.

Rinunciò a tutti gli incarichi per motivi di salute pochi giorni prima di morire.
La sua lettera fu accolta alla Camera con un grandissimo applauso.

A un certo punto scrisse: “Le cronache di tutti i giorni ci dicono di violenze di ogni genere all’interno e fuori della famiglia, nella società, compiute da anziani su giovani e bambini, da figli contro i genitori, come se si stesse diffondendo uno spirito di rivolta, contro i sentimenti e i valori della persona umana. Quale cultura sta generandosi, forse anche per i nostri ritardi? È con inquietudine che mi pongo queste domande”.

Nilde Iotti: ragione e sentimento. Ma soprattutto il fascino dell’intelligenza.
Ricordiamole, ricordiamole sempre, le persone capaci. Quelle delle quali nessuno ha avuto bisogno di notare o sottolineare più di tanto che fossero donne: erano, semplicemente, le persone migliori in quei posti.