Archive for the ‘donne toste’ Category

Nilde Iotti, il fascino dell’intelligenza

martedì, giugno 20th, 2017

Storie calme di donne inquiete/30

La prima donna -e pure comunista- a ricoprire una delle tre più alte cariche dello Stato: venne eletta proprio il 20 giugno del 1979 Presidente della Camera (lo è stata per tre legislature e nessuna l’ha ancora eguagliata, non solo in durata).

Ma Nilde Iotti è stata anche partigiana, staffetta, combattente, indomita, ha fatto parte del primo nucleo di politici che ha preparato il Parlamento Europeo e soprattutto è stata una donna che, nonostante i ruoli pubblici, non ha rinunciato all’amore nel privato (e l’ha pagato a caro prezzo, quell’amore, confinata in una soffitta). Con quell’amore illegittimo ha anche adottato una figliola.

Rinunciò a tutti gli incarichi per motivi di salute pochi giorni prima di morire. La sua lettera fu accolta alla Camera con un grandissimo applauso.

A un certo punto scrisse: “Le cronache di tutti i giorni ci dicono di violenze di ogni genere all’interno e fuori della famiglia, nella società, compiute da anziani su giovani e bambini, da figli contro i genitori, come se si stesse diffondendo uno spirito di rivolta, contro i sentimenti e i valori della persona umana. Quale cultura sta generandosi, forse anche per i nostri ritardi? È con inquietudine che mi pongo queste domande”.

Nilde Iotti: ragione e sentimento. Ma soprattutto il fascino dell’intelligenza.

Nilde Iotti

Erasmus, l’elogio della Sofia

martedì, giugno 13th, 2017

Storie calme di donne inquiete/29

Era il 1959, frequentavo l’ultimo anno di Giurisprudenza e fin lì erano stati tutti trenta e lode. Con tre esami su ventuno da dare, vinsi una borsa di studio, la Fulbright, e andai a New York. Columbia University. Parlavo inglese e riuscii a prendere un master in Diritto comparato: gli americani mi ritenevano post-laureata, non solo laureata. Quando tornai a Roma trovai naturale chiedere il riconoscimento di quella specializzazione. Allo sportello della segreteria studenti l’impiegato cadde dalle nuvole: “Columbia University? Mai sentita nominare”. E quando arrivò il direttore mi riempì di insulti: “Crede che regaliamo una laurea a chi si va a fare una scampagnata negli Stati Uniti? Torni a studiare e veda di essere promossa”. L’Erasmus nasce così, da un’incazzatura. Dall’incazzatura di una donna, Sofia Corradi -classe 1934- che alla Columbia si è fatta un mazzo tanto, altro che scampagnata. E decide di fare qualcosa per il riconoscimento degli studi fatti all’estero.

Sofia Corradi Erasmus

E dunque se 4 milioni e mezzo di studenti (ma gira e gira quelli che ci ruotano davvero intorno sono 9,1 milioni più 1 milione di Erasmini, nati dagli incontri andati a buon fine non solo negli studi) e 120 mila insegnanti in 30 anni hanno potuto studiare nell’università di un altro paese e vivere in una città straniera lo devono a lei. Sofia si laurea con 110 e lode,  svolge attività di ricerca sul diritto allo studio presso l’Onu e diventa consulente della Conferenza dei Rettori Italiani. Inizia a bussare a tutte le porte possibili e nel 1969 propone quello che sarà l’Erasmus ai Rettori. L’idea piace ma si dovrà aspettare il 1986 e Francois Mitterrand per trovare l’appoggio e il sì definitivo.

Il 14 maggio 1987, nonostante l’opposizione degli inglesi, a Bruxelles in Consiglio dei ministri viene votata la delibera che vara la nascita di un programma di studio all’estero. Il 15 giugno la ratifica. Fu invece Domenico Lenarduzzi, 81 anni, torinese emigrato con il padre minatore in Belgio, a scegliere il nome

Erasmus, acronimo di European Region Action Scheme for the Mobility of University Students, e tributo al viandante da Rotterdam che viaggiò in mezza europa, quello dell’Elogio della follia. Erasmus? Il più grande programma contro la denatalità europea, sfottono i detrattori. Visto che dalle trasmigrazioni di quei 3 milioni e mezzo di studenti, oltre a collaborazioni e scambi, sono nati anche un milione di bambini, i figli di Erasmus. Trent’anni di orgasmus, hanno chiosato di conseguenza l’anno scorso altri buontemponi per festeggiare il trentennale.

Certo è che senza la capa tosta e la determinazione di Sofia Corradi saremmo rimasti fermi all’umiliazione di una porta chiusa in faccia e consegnati nelle mani di un inetto di Facoltà esperto in scampagnate.

Io ve lo dico sempre: le donne non le dovete fare incazzare.

Sofia Corradi

P.S.
E anche la Sofia me l’ha caldamente consigliata Brunella Barbella, sempresialodata

Rita Atria, la disperata dignità del coraggio

martedì, giugno 6th, 2017

Dodici donne portano a spalla una bara nel cimitero di Partanna, paese siciliano devastato da faide e da lupare. Solo donne, un centinaio, sono venute a seppellire in un cimitero semideserto e arroventato -è agosto ed è il 1992- Rita Atria, morta di mafia e di disperazione a 18 anni. Non c’è, fra quelle donne, la madre di Rita, che l’ha ripudiata quando lei figlia di boss ha iniziato a parlare, a svelare il marcio che c’era anche in casa sua. Non c’è neanche il suo fidanzato. Quando si dice il coraggio dell’amore.

Rita ha 11 anni quando suo padre viene ucciso da Cosa Nostra. Sei anni dopo le fanno fuori anche il fratello. E’ allora che, seguendo le orme della cognata, Rita decide di parlare: non è pentita di mafia perché non ha mai commesso nulla ma sarà testimone. In una terra in cui la parola testimone significa autocondannarsi a morte. Ma Rita lo fa perché ha fiducia in una persona di giustizia. In un giudice. Che si chiama Paolo Borsellino. E che poco a poco diventa per lei come un padre, “il padre che avrebbe voluto avere e che la chiamava «picciridda», la parola con cui i padri siciliani chiamano le loro bambine. Era la «picciridda» anche per Agnese Borsellino, la madre del giudice, che le faceva regali e la considerava ormai di casa”, racconta Paolo Di Stefano sul Corriere della sera.

Ma a Via D’Amelio a Rita fanno saltare in aria pure il secondo padre. Stavolta è troppo. E una settimana dopo, il 26 luglio 1992, la «picciridda” spalanca una finestra e si butta giù dal settimo piano del palazzo di Roma in cui è costretta a vivere in segreto.

La dignità in vita l’ha lasciata da sola. Della dignità della morte molto si parla in queste ore ma Rita, cui è venuto a mancare tutto, non riesce ad avere neanche la dignità della sepoltura. Perché alcuni mesi dopo il funerale sarà proprio la madre a entrare al cimitero, avvicinarsi a quella tomba e, impugnando un martello, devastare il marmo che la ricopre strappando anche la sua foto.

Rita Atria

Eccola la sua foto. Ed ecco le sue ultime parole:
“Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. 
Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi.

Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amicila mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarci.

Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta.
Rita” 

Le Gioconde

giovedì, maggio 25th, 2017

Da oggi la Francia di Monna Lisa ne ha due. Una ha 40 anni, una Laurea allo IULM in Relazioni Pubbliche, un master in politica europea a Bruxelles e l’ingresso all’École Nationale d’Administration. Si chiama Claudia Ferrazzi, è nata a Bergamo e da tre mesi lavora a Milano nello staff di Beppe Sala come responsabile settore marketing territoriale. Ora però sta facendo le valigie. Perché l’ha chiamata Emmanuel Macron. All’Eliseo. In Francia ci era già stata quando di anni ne aveva 34 dalla porta principale del Louvre, nel trio dirigenziale come vice amministratore generale. Poi Roma, segretaria generale all’Accademia di Francia e Unesco e Cda della Galleria degli Uffizi.

Auguri. E sì: Parigi è sempre una buona idea

villa medici

Claudia Ferrazzi

Vera Pegna, la fimmina tinta che sfidò la mafia

martedì, maggio 23rd, 2017

Storie calme di donne inquiete/28

“È il 1962. A Caccamo, poche anime nell’entroterra palermitano, il boss don Peppino Panzeca siede comodo davanti alla sezione del Pci, pronto a intimidire chiunque voglia entrarvi. Qualcuno sta montando un altoparlante sul balcone. D’un tratto spunta una ragazza, che agguanta il microfono: “Prova, prova, per don Peppino. Se rimane seduto davanti a noi, allora è vero che è un mafioso; e se è così, allora gli chiedo di alzare gli occhi e sorridere che gli voglio fare la fotografia”. Paura e sgomento attraversano la piazza, insieme a una domanda: chi è quella “fimmina tinta” che osa sfidare con tale baldanza il potere mafioso? Quella ragazza ventottenne, arrivata al volante di una Topolino targata Ginevra, si chiama Vera Pegna”. E questo è il cameo della sua vita contenuto in un libro che si intitola “Tempo di lupi e di comunisti”.

“Io non sapevo cos’era la mafia. Quando sono arrivata a Caccamo e i compagni mi hanno spiegato subito cosa era in grado di fare, allora ho incominciato a capire dov’ero e quello che mi aspettava”, dice Vera in un altro cameo che le ha dedicato Rai Storia in Diario Civile, puntata che trovate qui e che a me è stata segnalata dalla mia rabdomante Brunella.

Vera di nome e di fatto. Vera ragazza borghese nata in Egitto, laureata in Svizzera, guardata con sospetto e derisione. Vera che in Sicilia viene portata da Danilo Dolci. Vera che si conquista la fiducia dei braccianti di Caccamo e con i quali spezza il dominio della paura e dell’omertà. Vera che porta i comunisti di Caccamo a presentarsi per la prima volta alle elezioni e a conquistare quattro seggi in consiglio comunale. Vera che oggi vive a Roma e non ha mai smesso di combattere e che a Caccamo è tornata dopo 50 anni, coi capelli bianchi.

“Per tanti anni non avevo capito quanto fossi stata importante per Caccamo. Me ne sono accorta solo 50 anni dopo, quando un gruppo di ragazzi del paese mi ha ritrovata su internet”, dice oggi Vera. Fimmina tosta. Fimmina Vera.

Vera Pegna

 

Alice Guy, la donna che inventò il cinema e mamma delle Shonda Rhimes

giovedì, maggio 18th, 2017

Storie calme di donne inquiete/27

“Era una regista di una grande sensibilità con uno sguardo incredibilmente poetico. Ha scritto, diretto e prodotto più di 1000 film. Eppure è stata dimenticata dall’industria che lei stessa aveva contribuito ad inventare”. E’ Martin Scorsese a renderle onore in questo modo. A rendere onore ad Alice Guy maritata Blachè. Prima regista donna nella storia del cinema, autrice di commedie, melodrammi, film con effetti speciali, trucchi e horror.

Alice Guy, francese savasandir, nasce nel 1873 in una famiglia bene e viene educata dai sacri Cuori. Alla morte del padre inizia a lavorare, giovanissima. E inizia come segretaria da un certo signor Léon Gaumont, ingegnere. Questo signore ha anche una società di produzione di apparecchi fotografici.

Il giorno in cui i fratelli Lumiere invitano Gaumont alla proiezione del primo filmato in movimento, 1895, c’è pure lei. Chepperò rientrata in ufficio dice Maaa perché non ci mettiamo pure una storia, dentro questo coso? Intuisce, come dirà Stanley Kubrick una centina d’anni dopo, che “Se può essere scritto, o pensato, può essere filmato”. Il signor Gaumont dice Va bene purché non mi lasci indietro i protocolli della corrispondenza. Poi dice l’intuito maschile. Insomma, ve la faccio breve, nel 1896 il primo film nella storia vede la luce e lo mette al mondo lei, si intitola  La feè de choux

Lei applica la sicronizzazione suono-immagine, lei inventa e codifica i generi (comico, storico, avventuriero, drammatico..), lei inizia a scrivere vere e proprie fiction. Insomma la prima Shonda Rhimes si chiama Alice Guy.

A 33 anni si sposa con Herbert Blachè, 9 anni più giovane di lei (pioniera pure di Brigitte primerdamdeFrance) e va a New York col marito a rappresentare la Gaumont, fa pure un bambino ma dopo un anno di pannolini e tettarelle gnaafa’ più e fonda una sua società di produzione, la Solax. Fa il botto vero e diventa la donna più pagata degli Stati Uniti. Crede nella parità dei sessi e fa della questione femminile una delle spinte professionali, nei soggetti e nelle produzioni.Sempre un passo avanti.

Ma a lei, che di copioni strepitosi ne ha inventati tanti, tocca invece una storia personale scontata e volgarotta: nel 1919 il marito scappa in California con un’attrice più giovane di lei, due anni dopo è costretta a vendere gli studi in America e infine deve tornarsene con i due bambini a Parigi. Muore nel 1968, a 98 anni, dimenticata da tutti, financo dai libri di storia del cinema. L’unica storia che le dia ciò che le spetta se l’è scritta da sola, pubblicata postuma nel 1976.

Il cinema è la scrittura moderna il cui inchiostro è la luce, disse Jean Cocteau. Bene. Allora ricordiamo sempre che la prima luce in sala l’ha accesa Alice Guy.

Alice Guy

Clara Josephine Wieck, il piano forte dell’amore

mercoledì, maggio 17th, 2017

Storie calme di donne inquiete/26

Pianista e compositrice tedesca, concertista tra i primi al mondo a eseguire tutto il programma a memoria senza lo spartito davanti, fra le prime ad aggiungere anche interpretazioni sul tema, molto apprezzata da Chopin, ideatrice di nuove tecniche per suonare il pianoforte alcune delle quali tormentano ancora oggi i giovini allievi: signore e signori, Clara Josephine Wieck. Sposata Schumann. Perché sì anche in lei lo stato maritale finirà per offuscare se non sostituire del tutto la fama che avrebbe meritato da spajata. Per cui ovunque voi inseriate la ricerca “Clara Josephine Wieck” uscirà “Clara Schumann” nonostante lei sia una delle figure più importante del romanticismo, al netto della grandezza del coniuge.

Nasce a a Lipsia nel 1819, da babbo fondatore di fabbrica di pianoforti e mamma cantante e pianista, genitori che divorzieranno pochi anni dopo la sua nascita. E proprio il babbo, visto il talento della cinquenne Clara, mette a punto un metodo di insegnamento che aiuterà il suo talento e ne farà una concertista acclamatissima, metodo che userà pure Robert quando ne diventerà marito. E lei conoscerà Schumann proprio perché è allievo del babbo: insomma in Clara tutto nasce, cresce e si consuma sotto alla coda di un pianoforte, compreso un bell’amoreamico con Johannes Brahms, rapporto durato tutta la vita sul quale molto si malignerà -del quale ci restano delle splendide lettere- e che meriterebbe un racconto a parte.

Clara e Robert si sposano nel 1840 ma già pochi anni dopo l’illustre marito inizia a dar segni di squilibrio mentale, motivo per il quale verrà anche ripetutamente licenziato: soffre di amnesie, tenta un suicidio e alla fine nel 1854 verrà rinchiuso nel manicomio di Endemich dove morirà due anni dopo.

Insieme, nel frattempo, hanno avuto otto figli. Ripeto: otto figli e un marito malato. E’ lei che si accollerà sempre lavoro, casa, figli, procacciamento di concerti, soldi, medici, medicine, allievi, contatti. Una fatica improba. Nel 1854, in due mesi, farà 22 concerti in tutta l’Europa. Un mazzo senza pari che, alla fine, le presenta un conto salatissimo: dolori fortissimi alle braccia. E le sue, ricordiamocelo, non erano rubate all’agricoltura ma all’arte dei tasti.

“Sindrome da sovraccarico”, la chiameremmo oggi. E ti credo. E’ costretta a sospendere i concerti e non bastando le cure a base di oppio per darle sollievo alla fine un medico tedesco metterà a punto proprio per lei una terapia innovativa che le permetterà di risalire su un palco. E rifarsi il mazzo da capo. Continuerà inoltre sempre a comporre e a promuovere senza sosta tutti i brani del marito, soprattutto dopo la morte di lui: perché, diciamolo, la fama di Robert crescerà anche grazie a questo instancabile lavoro di promozione di Clara.

Clara Wieck Schumann

Una vita, quella di Clara, segnata dal dolore ovunque, visto che quattro dei loro otto figli -e il marito- muoiono prima di lei e un altro figlio verrà rinchiuso in un ospedale psichiatrico come il padre.

Gli ultimi anni li trascorrerà su una sedia a rotelle e quasi completamente sorda. Muore per un ictus. Brahms corre al suo funerale ma, sconvolto, sbaglia direzione del treno e ne prende uno per Francoforte mentre i funerali sono a Bonn. Arriverà solo mentre il carro funebre si allontana. E qui arriva un ultimo piccolo cameo d’amore: “Nel trambusto ha preso tanto freddo da ammalarsi. Difficile capire se è il dispiacere o l’ infreddatura a stroncarlo. Fatto sta che non si riprende: muore undici mesi dopo di lei“.
Sipario. Applausi.

E ora fatevi un regalo: ascoltatela.

Hilma af Klint, the dark side della pittura e pure della luna

giovedì, maggio 11th, 2017

Storie calme di donne inquiete/25

Il giorno in cui muore ha 81 anni ed è il 1944 e lascia scritto che, invece di aprirli, i suoi lasciti andranno tenuti chiusi almeno altri 20 anni, perché solo allora forse potranno essere capiti. Signore e signori, Hilma af Klint pittrice svedese e probabile risposta da dare alla domanda “Chi realizzò il primo dipinto astratto?“. In principio dunque fu Hilma, Hilma prima di Kandinsky, Mondrian e Malevic. Hilma madre dell’astrattismo pittorico e spirituale. Hilma nata nel posto giusto, nel 1862, in Svezia, Nazione che permette alle donne di studiare arte e infatti lei si iscrive alla Royal Academy of Fine Arts a Stoccolma. Hilma che frequenta la teosofia e lo spiritismo (dopo la morte della sorella) e che con altre quattro amiche si autoproclama “de Fem”, le cinque, e non solo fa regolari sedute spiritiche ma le traduce in rappresentazione artistica. Non si considera una pittrice ma un tramite, una medium: non dipinge, esegue sotto dettatura non di un mecenate ma di uno spirito denominato Amaliel.

«Dipingevo direttamente sulla tela senza disegni preliminari, con grande forza. Non immaginavo l’esito finale, eppure lavoravo alacremente e sicura di me, senza modificare una sola pennellata». Dice che gli spiriti guida le dettano i cosiddetti “dipinti per il Tempio” ma la obbligano a non farli vedere a nessuno e le danno sette mesi per finire. Come campa nel frattempo? Ritrattista di giorno e astrattista di notte. Botanica e paesaggi di giorno e la dettatura astratta degli spiriti di notte.

Sì lo so anche io a questo punto del racconto stavo archiviando la questione da artistica in psichiatrica ma ormai la storia mi aveva rapita. Dunque andiamo avanti. E diciamo che la produzione dei dipinti del Tempio è ipnotica. E se ti irretisce non ti fa più scappare.

Hilma af Klint quadri

Alla sua morte, nel 1944, lascia al nipote Erik af Klint oltre mille dipinti e 125 manoscritti in cui parla della sua arte ma anche della cosmologia e di filosofia, teosofia, scienza (dal 1917 lavorò a una serie spirata alla relatività di Einstein). E impone il silenzio di 20 anni, l’ottimista Hilma: resterà tutto stipato nei magazzini del Moderna Museet di Stoccolma fino al 1986 quando saranno esposti a Los Angeles e poi a New York. Il direttore del Moderna li definisce «invendibili». Ma è a quel punto che, scoperchiati, mostrano il genio di questa “pioniera”. Hilma che, dall’oblìo, è approdata infine pure sui vestiti:

Hilma af Klint vestiti

E bene la ricorderà chi in questi giorni sta andando al cinema a vedere “The personal shopper”.

I suoi quadri sono stati esposti al Padiglione italiano della 55ma Biennale di Venezia curato da Massimiliano Gioni nel 2013 (onore al merito) ma esclusi dalla mostra come dal catalogo di Inventing Abstraction, 1910-1925 al Museum of Modern Art di New York.

Hilma af Klint, la pittura non “fatta da” ma “fatta attraverso”, la donna che mise in comunicazione due mondi agli antipodi. E rese visibile l’invisibile.

Hilma af Klint

Artemisia Gentileschi, la donna che ha dato voce alla pittura

mercoledì, maggio 10th, 2017

Storie calme di donne inquiete/24

“L’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità. (…) Nulla in lei della peinture de femme che è così evidente nel collegio delle sorelle Anguissola, in Lavinia Fontana, in Madonna Galizia Fede, eccetera (…)”. Ma vien voglia di dire questa è la donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo!”.

E’ il 1916 quando  Roberto Longhi sdogana la pittura della pittora Artemisia Gentileschi nata nel 1593. Trecentoventitrè anni. 323 anni per restituire all’Italia e al mondo il tratto geniale della nostra Caravaggio femmina. Roberto Longhi guarda il Giuditta e Oloferne di Capodimonte e resta fulminato. Nessuno prima di lui l’ha neanche mai citata nei libri di storia dell’arte. Artemisia Gentileschi figlia di Orazio, pittore in Roma, che alla tavolozza del padre si avvinghia quando presto le muore la mamma. Artemisia approdata alle cronache del suo e degli altri tempi non per il talento ma per aver subito violenza da Agostino Tassi, pittore al quale il padre l’aveva affidata per il tutoraggio. Lei descriverà così, come se le parole fossero un pennello furioso, quello sbotto di violenza:

“Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne”.

Dopo averla violentata Tassi la prende pure in giro con la promessa di nozze riparatrici che non arriveranno mai. Orazio, il padre, col cavolo che interviene. Lei alla fine lo denuncia. Siamo nel Seicento, il suo è un atto eroico. E solitario. Viene esposta a tutto: giudici, visite ginecologiche lunghe e umilianti, la curiosità morbosa della plebe di Roma, pure agli occhi di un notaio che deve scrivere il verbale. Tassi alla fine viene condannato a 5 anni di prigione a l’allontanamento perpetuo da Roma, lui sceglie l’allontanamento e col cavolo che se ne va. Lei sarà costretta a sposarsi un inetto, neanche ve lo nomino, col quale prima espatria a Firenze e poi a Roma poi a Venezia e Napoli e l’Inghilterra. Lui, lo schiantato marito, riesce anche a coprirla di debiti. Lei continua a sfornare capolavori. Lei e tutto l’orrore che la accompagnerà sempre sono in quella Giuditta che decapita Oloferne, 1620, una GiudittArtemisia che continuerà a trovare la sua unica vendetta e riscossa sulle tele, per tutta la vita. Perché le pennellate di Artemisia questo hanno: gridano.

Artemisia Giuditta Oloferne

Dovremmo parlare della sua grande arte e invece siamo ancora qui a narrare di un processo. Ma è proprio la tempra di questa donna battagliera e geniale che imprime un cambiamento di percezione epocale: è come se tutte le donne, fino ad allora subalterne, remissive, silenti, acquistassero con lei voce e “tratto” e iniziassero a scrivere e dipingere una nuova storia. Sì, le donne possono dipingere. E denunciare. E ribellarsi. E competere con gli uomini. Pur continuando ahimè anche a soccombere.

Artemisia ritratto

Lise Meitner, quando la fisica è donna e può essere solo cosmetica

martedì, maggio 2nd, 2017

Storie calme di donne inquiete/23

E’ il 1926 quando un quotidiano berlinese riferisce che “l’Esimia Professoressa Meitner ha inaugurato l’anno accademico con una lezione di fisica cosmetica”. L’Esimia Professoressa si è in realtà occupata di fisica cosmologica ma evidentemente i tempi non sono pronti a prendere atto che una donna possa occuparsi del decadimento del plutonio anziché o in aggiunta a quello del contorno occhi. Lise Meitner, la scopritrice della fissione nucleare, nasce a Vienna nel 1878 da una famiglia ebrea, terza di otto figli: avrebbe dovuto finire la carriera scolastica alle scuole medie e al massimo diventare una istitutrice per rampolli di famiglie bene, una Mary Poppins altolocata, il liceo è vietato alle donne, l’Università vietatissima ma a scuola va talmente bene che il babbo decide di pagarle privatamente il proseguimento degli studi. Va prima in una scuola femminile. Dove non c’è l’algebra. ‘Ma a me l’algebra piace’, va dicendo Lise, ‘e vorrei approfondirla’. “L’algebra non è una necessità per una brava ragazza”, sentenzia l’insegnante di matematica. Insegnante femmina. Molto bene.

Dunque lei laurearsi non può ma nel 1906 sarà la seconda donna a ottenere un dottorato in fisica con Ludwig Boltzmann, che la segnalerà a Max Planck all’Università di Berlino, che accetterà di farle seguire le lezioni nonostante sia una donna, che la promuoverà assistente dopo un anno, chealmercatomiopadrecomprò. Da Planck lavorerà anche con un altro docente, il chimico Otto Hahn che, riuscito ad ottenere un dipartimento di radiochimica suo, la registrerà come “ospite” ma solo nel 1913 dopo aver ingaggiato una strenua lotta con l’Economato, riuscirà a farle dare uno stipendio.

Scoppia la guerra: lui, Otto, va a far parte di un gruppo di ricerca sui gas asfissianti lei rientra in Austria come crocerossina ma nel 1917 ritorna in Germania e insieme a lui scopre il protoattinio. Finita la guerra inizia Hitler e con lui le persecuzioni contro gli ebrei: la strada di Lise è segnata. Einstein, che la definisce “la nostra Madame Curie”, la vorrebbe in America ma lei vuol restare nella sua Università. Resiste un po’ ma alla fine deve cedere: ha 60 anni quando due colleghi le preparano il viaggio fino a Copenaghen. “Hahn l’accompagna alla stazione e le dà l’anello di diamanti della madre, per corrompere la polizia nel caso fosse fermata alla frontiera. Da Copenaghen procede per Stoccolma e l’istituto Nobel dove per anni ha soltanto una scrivania perché il direttore, Manne Siegbahn, non tollera femmine attorno a sé”. Quella femmina che ha attorno, dopo alcuni studi ed esperimenti fatti con il giovin nipote fisico nucleare Otto Robert Frisch, nel 1939 pubblica su Nature un articoletto di due pagine Disintegration of Uranium by Neutrons: a New Type of Nuclear Reaction: è la svolta per le ricerche sulla fissione nucleare. Nonostante ciò rifiuterà con orrore di partecipare al programma americano della prima bomba atomica, che scoppia il 6 agosto 1945, mentre Lise si trova in vacanza in campagna per riposarsi.

E proprio allora, nel 1945, mentre a lei viene data la colpa (la soprannomineranno “mamma della bomba”) a Otto Hahn viene assegnato il premio Nobel per la scoperta della fissione, Nobel che ritirerà nel 1946 senza manco citarla nel discorso di ringraziamento.

Nonostante ciò Lise, che andrà in pensione nel 1954, riceverà il premio Enrico Fermi nel 1966 e continuerà a scriversi affettuosamente con Hahn. Poi dice che sono le femmine, quelle rancorose. Ma soprattutto continuerà ad andare in giro per il mondo per aiutare l’ingresso delle donne nella ricerca e nei lavori intellettuali. Morirà nel 1968, tre mesi dopo la morte di lui.

Nel 1997 il suo nome verrà dato a un nuovo elemento transuranico, il meitnerio. Tutto ciò che è gratis. Tutto tranne il Nobel.

Lise Meitner 3