Archive for the ‘donne toste’ Category

Code Girls, le ragazze che fecero la storia e che la storia ha nascosto

martedì, dicembre 12th, 2017

Mentre Alan Turing decifrava “Enigma” per stanare i nazisti al di là dell’Atlantico, circa undicimila donne stavano decriptando il codice dei nemici in tutta l’America.

E mentre Richard Feynman veniva reclutato come uno dei fisici più promettenti dell’America per lavorare al progetto Manhattan in un laboratorio segreto a Los Alamos, la sua giovane moglie Arline gli scriveva lettere d’amore in codice dal letto di morte. Lei morirà di tubercolosi poco dopo, a 25 anni. Ma aveva deciso di sfidare così la censura militare. L’amore, vedi certe volte.

Nel frattempo altre migliaia di donne arruolate nel Paese si cimentavano con i codici militari: e diedero un contributo fondamentale per la vittoria della Seconda Guerra mondiale.

Eroiche e infaticabili come le matematiche nere della Nasa che contribuirono alla corsa nello Spazio e come loro (prima che Il diritto di contare le facesse uscire dall’oblìo) ignorate per settant’anni fino ad oggi. Fino a quando cioè si è incaricata Liza Mundy di raccontare le loro storie nel libro “Code girls, The Untold Story of the American Women Code Breakers of World (New York, Hachette Books).

Code girls

Una marea di donne crittografe. Che venivano contattate dal governo di Washington e sottoposte a stress test e colloqui: solo le migliori furono arruolate in segreto, quelle che dimostrarono di avere supersoniche capacità di calcolo matematico e di conoscenza delle lingue -che dall’intersezione fra le due cose nasce un crittografo-  ma dotate anche di memoria.

Liza Mundy ne ha intervistate una ventina ancora vive. E a lei raccontano di aver ricevuto solo due domande, nella prima lettera di contatto, come quella che arrivò ad Ann White nella posta del College in Massachusetts (lo racconta Anna Popova qui):
Did Ann White like crossword puzzles, and was she engaged to be married?

Le piacciono i cruciverba? Ed è per caso in procinto di sposarsi?

Le donne che fecero l’impresa. Quelle che, per dirne una, nei giorni precedenti il d-day crearono e inviarono falsi messaggi ai tedeschi per depistarli dal vero luogo dello sbarco in Normandia. Quelle senza le quali avremmo scritto un’altra storia. E delle quali la storia non si è mai occupata. Le Code Girls.

Code girls2

Ann Caracristi, far right, oversaw an Army code breaking unit when she was 23. Foto NYT

Maria Grazia Cutuli, la donna che voleva sapere

lunedì, novembre 20th, 2017

Il più vicino possibile. Il più vicino possibile alle notizie e ai posti in cui le cose succedono. Così lei voleva stare.

E’ il 19 novembre del 2001 quando Maria Grazia Cutuli si trova il più vicino possibile a Peshawar, sulla prima strada liberata, tra Jalalabad e Kabul. Ed è lì, il più vicino possibile che l’auto su cui viaggia cade in un’imboscata. Muore a 39 anni appena compiuti, uccisa a raffiche di kalashnikov assieme ai colleghi Julio Fuentes, Harry Burton e Azizullah Haidari.

I quattro corpi verranno recuperati il 20 novembre 2001.

Catanese, 39 anni, Maria Grazia era inviata del Corriere della sera. Senza averne la qualifica. Che le viene attribuita dopo la morte. Figlia della precarietà e del coraggio, aveva cominciato la sua carriera nel 1986 nel quotidiano La Sicilia, poi era passata in un settimanale regionale -Sud- quindi il trasferimento a Milano, per la scuola di giornalismo. Nel luglio ‘99 arriva al Corriere della Sera. Che per un giornalista era un po’ come arrivare sull’Everest.

Arriva invece in Afghanistan. Il più vicino possibile a dove le cose stanno succedendo. Muore il 19 novembre: lo stesso giorno in cui esce in prima pagina del Corriere della Sera il suo scoop e suo ultimo articolo: “Un deposito di gas nervino nella base di Osama”.

Gli imputati del suo omicidio sono ancora sotto processo a Roma. Alla sbarra (e collegati in videoconferenza da un carcere del loro Paese d’origine) ci sono Mamur, figlio di Golfeiz e Zar Jan, figlio di Habib Khan, entrambi di etnia Pashtun. Il pm Nadia Plastina ha chiesto per loro la condanna a 30 anni di carcere. Sono già stati condannati nel loro Paese. La sentenza è prevista per il 29 novembre prossimo.

Maria Grazia Cutuli 2

Fabiola Gianotti, la particella di dea

mercoledì, novembre 15th, 2017

Dirige il più grande laboratorio al mondo di fisica delle particelle ed è la prima donna in 60 anni a farlo. Eccola qua, sulla copertina che le dedicò Time

Fabiola Gianotti

Fabiola Gianotti, classe 1960, che da ragazza legge la vita di Marie Curie e trasforma la passione per le materie scientifiche e per la Fisica nel suo lavoro e nella sua vita. Nel 1984 si laurea alla Statale di Milano con indirizzo sub-nucleare: è lo stesso anno dell’assegnazione a Carlo Rubbia del Premio Nobel. Decide a quel punto di iniziare un dottorato di ricerca sulle particelle elementari. Nel 1987 entra a far parte del CERN di Ginevra.

Comincia a lavorare sull’argon liquido e parteciperà con altre migliaia di studiosi all’esperimento Atlas insieme a fisici di tutto il mondo, ritenuto ancora oggi il più grande esperimento scientifico della storia.

Ed è proprio in veste di portavoce dell’esperimento che nel luglio del 2012 rende noto al mondo che è stata osservata per la prima volta una particella compatibile con il bosone di Higgs, la cosiddetta particella di Dio, cioè tipo la colla che tiene insieme l’Universo (mi scusi l’utenza per la sintesi).

Nel novembre del 2014 viene scelta dalla 173esima sessione del consiglio del CERN per la carica di direttore generale, diventando così la prima donna nella storia a vedersi assegnato questo incarico.

Noi con lei, invece, abbiamo scoperto che sì, la scuola italiana è incerottata e l’Università chevelodicoaffare ma alla fine i nostri cervelli e le nostre cervellesse danno lustro al mondo.

Perché Fabiola Gianotti, fra le altre cose, sarà una delle sette donne -l’unica italiana- copresidenti del World Economic Forum che si terrà a Davos a gennaio per discutere delle grandi sfide che il mondo dovrà affrontare. E Fabiola Gianotti parlerà della ricerca scientifica.

“La conoscenza, come l’arte -ha detto una volta- è un bene che appartiene all’umanità”. E una parte importante di quella scientifica oggi porta il nome di una donna. Di una donna italiana.

Fabiola Gianotti Cern

Hedy Lamarr, Nostra Signora dei cellulari

giovedì, novembre 9th, 2017

Storie calme di donne inquiete

Hedwig Eva Maria Kiesler, aka Hedy Lamarr, che schifò abbestia il nazismo e per combatterlo inventò il Frequency Hopping Spread Spectrum, (FHSS), sistema per bypassare le interferenze radio. In suo onore, il 9 novembre cioè oggi, data dal suo compleanno, è stato proclamato Giornata dell’Inventore. Perché è lei, una delle donne più belle del cinema, e non Steve Jobs che dovremmo ringraziare ogni volta che usiamo un cellulare: senza la sua invenzione non esisterebbe infatti la telefonia mobile e le nostre conversazioni sarebbero solo un’accozzaglia di rumori che si accavallano.

Hedy Lamarr nata a Vienna nel 1914, sposata e divorziata sei volte, dichiarerà che i periodi più felici della sua vita sono stati quelli fra un matrimonio e l’altro. Genio ovunque. A 10 anni sa già suonare il piano e conosce quattro lingue, portata per la matematica rinuncerà a studiare Ingegneria per la carriera di attrice.

Reciterà in oltre 30 film, anche con attori del calibro di Clark Gable e Spencer Tracy e i fumettisti Bob Kane e Bill Finger creeranno Catwoman ispirandosi a lei. 

Ancora ragazza si inventa un nuovo tipo di semaforo che velocizza il traffico con una migliore alternanza delle luci e una pastiglia che, sciolta nell’acqua, la rende gassata: cioè l’Idrolitina (per gli anziani come me)! Ma passerà alla storia perché, durante la seconda guerra mondiale, si accorge che i tedeschi possono deviare i siluri americani provocando interferenze nei segnali radio, le viene l’idea di realizzare un sistema in grado di modificare la trasmissione delle frequenze per rendere i siluri irrintracciabili dai nemici. Si inventa allora un’apparecchiatura apposita per sparigliare: il primo Secret Communication System sembra ispirato dalle pianole meccaniche e produce variazioni veloci di 88 frequenze radio, cioè lo stesso numero dei tasti del pianoforte: è a quel punto che sarà ormai impossibile intercettare.

Alternerà successi, dimenticatoi, depressioni, dolori, divorzi, denunce per violenze sessuali, passioni erotiche,

Nel 1999 risponde a un questionario di Proust di Vanity Fair, un gustoso Bignami della sua personalità: la sua occupazione preferita è giocare a poker, il viaggio preferito è esplorare la vita, il grande amore della sua vita è il padre, il suo più grande successo è essere stata genitore, i periodi più felici quelli tra un matrimonio e l’altro, gli scrittori favoriti Khalil Gibran e Tennessee Williams, il personaggio di fantasia preferito Bart Simpson e il modo in cui preferirebbe morire è dopo un rapporto sessuale.

Hedy Lamarr muore invece per attacco cardiaco la notte del 19 gennaio 2000 davanti alla televisione, con una maschera per gli occhi sulla fronte. Le sue ceneri, per sua volontà, sono disperse nella Selva Viennese.

Sipario. Applausi.

hedy-lamarr

Marie Curie, la donna che irradiò di passione il mondo

martedì, novembre 7th, 2017

Storie calme di donne inquiete

E’ che a vederla con quell’aria austera e la crocchia di capelli elettrici in testa penseresti solo alla grande scienziata e non, istintivamente, a una donna piena di passioni anche erotico amorose.

Marie Sklodowska  Curie nata il 7 novembre di 150 anni fa a Varsavia, figlia di insegnanti progressisti nella Polonia occupata dalla Russia in cui le donne non possono fare studi superiori: dunque va a Parigi e si laurea in Fisica alla Sorbona (dopo aver mantenuto la sorella Bronya lavorando come istitutrice in famiglie ricche, dandosi il cambio alla di lei laurea) e poi sposa il fisico Pierre Curie dal quale avrà due figlie. Marie che, fra stenti e difficoltà, nel 1897 scopre con il marito due nuovi elementi: il radio e il polonio. Ma mai vorranno “brevettare” nulla affermando che le scoperte scientifiche sono di tutti.

Marie che nel 1903 termina il suo dottorato e nello stesso anno ottiene il Premio Nobel per la fisica, insieme a Pierre e a Henri Becquerel, per la scoperta della radioattività naturale. Inizialmente per il Nobel, e come ti sbagli, si fa solo il nome del marito: sarà solo dopo le proteste di Pierre se lei non ne sarà esclusa. Ma, attenzione, viene pregata di “stare zitta” alla cerimonia: il discorso di accettazione viene tenuto solo dal marito.

Nel 1905 nasce la seconda figlia ma l’anno dopo Pierre muore travolto da un carro a cavalli. Lei sprofonda nella depressione. Le viene offerta la cattedra del marito in qualità di professore incaricato. Due anni più tardi le viene riconosciuto il titolo di professore ordinario: la prima donna ad ottenere questo incarico alla Sorbona. Ma non verrà mai ammessa all’Académie Française des Sciences perché una donna giammai.

Di lì a poco esplode lo scandalo della sua relazione con Paul Langevin un collega più giovane, sposato e con quattro figli, che trasformerà il premio Nobel in “una straniera ladra di mariti”, una polacca spudorata che attenta ai valori della famiglia. Scandalo che per poco non le costa anche l’assegnazione del secondo Nobel che riceverà nel 1911 per la Chimica.

E dunque Marie Curie prima donna a vincere un premio Nobel e prima persona a vincerne due in due ambiti differenti

Nel 1914 allo scoppio della prima guerra mondiale fonda e organizza il servizio di radiologia per il fronte. Continua a essere esposta e a incamerare sostanze radioattive. Viene quindi colpita da una grave forma di anemia.

Muore nel 1934 nel sanatorio di Sancellemoz di Passy  nell’ Alta Savoia, mentre prepara il suo ultimo esperimento con l’attinio. “Ancora oggi –racconta Sara Sesti- tutti i suoi appunti di laboratorio successivi al 1890, persino i suoi ricettari di cucina, sono considerati pericolosi a causa del loro contatto con sostanze radioattive. Sono conservati in apposite scatole piombate e chiunque voglia consultarli deve indossare abiti di protezione”.

La grandezza di Marie Curie credo sia contenuta soprattutto nelle parole che Wislawa Szymborska pronuncerà quando verrà insignita del Nobel per la letteratura, rendendo omaggio alla connazionale nel discorso tenuto a Stoccolma.

Ne parlerà per cercare di spiegare cosa sia l’ispirazione: L’ispirazione, qualunque cosa sia, -dice Wislawa Szymborska- nasce da un incessante “non so”. Perché ogni sapere da cui non scaturiscono nuove domande, diventa in breve morto, perde la temperatura che favorisce la vita. Per questo apprezzo tanto due piccole paroline: “non so”. Piccole, ma alate. Se la mia connazionale Maria Sklodowska Curie non si fosse detta “non so”  sarebbe sicuramente diventata insegnante di chimica per un convitto di signorine di buona famiglia, e avrebbe trascorso la vita svolgendo questa attività, peraltro onesta. Ma si ripeteva “non so” e proprio queste parole la condussero, e per due volte, a Stoccolma, dove vengono insignite del premio Nobel le persone di animo inquieto ed eternamente alla ricerca”.

Dal 1995 il corpo di Marie Curie riposa al Pantheon di Parigi, prima donna in un luogo riservato ai grandi -maschi- di Francia. La sua bara, per paura di contaminazioni radioattive, è stata avvolta in una camicia di piombo.

 Marie Curie due

Kim Wall, inseguitrice di storie che solo l’orrore ha fermato

lunedì, ottobre 30th, 2017

Kim Wall, reporter svedese di trent’anni. “A 6 anni diceva che le favole che le raccontavamo erano troppo corte. Così ha imparato a leggere da sola”, racconta la mamma Ingrid. Ma soprattutto Kim impara a inseguirle, le storie, ovunque si trovino per poi scriverne. E ne scrive per i migliori, il New York Times, il Guardian e Vice.

E’ così che decide di incontrare Peter Madsen, 46 anni, bizzarro inventore danese che si è costruito un sottomarino artigianale di quaranta tonnellate, l’UC3 Nautilus. L’appuntamento è per il 10 agosto alle 19 al porto di Refshaleoen. Lei sale a bordo per l’intervista. Vuol scrivere un reportage sui viaggi sott’acqua. Prima dell’immersione si scattano una foto insieme. E’ l’ultima cosa che sappiamo di lei. Kim Wall scompare.

Kim Wall ultima foto

Quella stessa notte Madsen affonda intenzionalmente il suo sottomarino.

Il 21 agosto sulla spiaggia di Klydesoen, a sud di Copenaghen, un ciclista vede qualcosa: è un busto di donna senza arti né testa, attaccato a un pezzo di ferro E’ il busto di Kim Wall.

Il 6 ottobre, i sommozzatori trovano in un sacco la testa e gli arti, dentro ci sono anche pezzi di metallo pesante. Per farli andare a fondo e non farli ritrovare. C’è del marcio in Danimarca, fa dire Shakespeare ad Amleto. Qui c’è dell’orrore vero.

E Madsen? Prima dice di aver riportato Kim a terra la sera del 10 agosto, poi che è morta per un incidente nel sottomarino con un portellone di settanta chili cadutole sulla testa e che per paura l’ha sepolta in mare e poi, proprio poco fa, che sì è lui che l’ha fatta a pezzi ma non l’ha uccisa.

Perché vi racconto questa storia orrenda? Perché io, forse distratta, forse sotto l’effetto svampente della menopausa, non mi ci ero mai imbattuta in questi mesi finché mercoledì scorso Vanity Fair ha pubblicato un articolo di Caterina Clerici che era la sua amica del cuore, compagna di studi e reporter come lei.

Ve la racconto perché è la storia di una donna coraggiosa, tenace, forte, curiosa, appassionata. E’ la storia di una giornalista.

Kim Wall

Ci sono vite nate per raccontare ciò che ci urge dentro. Le storie ci trascinano, ci portano dove non vorremmo ma è impossibile fermarle. Un po’ come fa l’amore.

Kim Wall è stata una appassionata, indomabile, irrefrenabile inseguitrice di storie. Come Daphne Caruana Galizia, fatta saltare in aria a Malta il 16 ottobre scorso. Come Anna Politkovskaja uccisa da un sicario nell’ascensore del suo palazzo il 7 ottobre 2006. Kim, Daphne, Anna… E l’elenco è purtroppo molto più lungo. Ripetiamoli spesso, i loro nomi. Non dimentichiamole.

Ci sono ancora donne, storie, passioni che non le ferma nessun ostacolo: le ferma solo la morte.

Per tutte aspettiamo ancora che sia fatta giustizia.

Anne Frank, il silenzio che ha dato voce al mondo

martedì, ottobre 24th, 2017

E’ una ragazzina ebrea nata il 12 giugno 1929 nella città tedesca di Francoforte sul Meno. Anne Frank, che la crisi economica, il successo di Hitler e venti antisemiti costringono ad emigrare con la sua famiglia ad Amsterdam.  Il 1° settembre 1939 la Germania invade la Polonia. Guerra.  il 10 maggio 1940 le truppe tedesche invadono anche l’Olanda che, occupata cinque giorni dopo, si arrende.

Il babbo e la mamma di Anne, Otto ed Edith Frank, decidono di nascondersi. Insieme a Hermann van Pels, un suo dipendente ebreo come lui, e con l’aiuto di altri due impiegati, Johannes Kleiman e Victor Kugler. Otto allestisce un nascondiglio in Prinsengracht 263, l’edificio che ospita la sua impresa. Per più di due anni vivranno tutti nascosti nell’Alloggio segreto. Vivere facendo finta di non esistere.

Ad Anne, poco prima di entrare in clandestinità, hanno regalato un diario per il compleanno. Sarà quello il lasciapassare per la vita. Quella che le resta da vivere facendo finta di non esistere, in Prinsengracht 263. E’ lei l’occhio che il mondo avrà sulla vita dell’Alloggio e dunque su come la mente dell’uomo possa da un lato concepire l’orrore di perseguitare e segregare e dall’altro dare una via di salvezza scrivendo.

Il 4 agosto 1944 li scoprono, li arrestano e li deportano ad Auschwitz. Non si saprà mai come sia stato scoperto il nascondiglio. Otto Frank sarà l’unico a sopravvivere alla guerra. Anne e la sorella Margot moriranno di malattia e di stenti a Bergen-Belsen. Subito dopo l’arresto Miep Gies e Bep Voskuijl avevano salvato le pagine del diario di Anne ed è in quel momento che Miep le consegna al padre. Il 25 giugno 1947 esce “Het Achterhuis”, L’Alloggio segreto, con una tiratura di tremila copie. Il resto è storia.

Come una storia del genere possa diventare un insulto è invece la domanda che mi faccio da ieri. E questa in parte è responsabilità non dei laziali che hanno esposto le foto di Anne Frank con la maglietta della Roma allo stadio ma di tutti quelli che hanno visto comparire quella foto allo stadio e sono stati zitti. E di tutti quelli che oggi, a cominciare da me, inorridiscono ma che per educazione di norma inorridiscono in silenzio.

Forse abbiamo taciuto troppo. Su tutto. La nostra educazione di molti sta facendo dilagare l’ignoranza dei meno. Perché la strafottenza dell’ignoranza vive soprattutto di questo: dell’umiliazione silente della maggioranza degli altri.

Anne Frank

Daphne Caruana Galizia

lunedì, ottobre 16th, 2017

Si chiamava Daphne Caruana Galizia. 53 anni. Giornalista e blogger. Indagò sui Malta Files. E’ morta poco fa, saltando in aria con la sua macchina. Nella civilissima Malta.
Pochi giorni fa aveva depositato una denuncia dopo aver ricevuto minacce di morte. Era stata denominata “una donna Wikileaks” da Politico, che l’aveva inserita tra le 28 personalità che “stanno agitando l’Europa”.
Daphne Caruana Galizia

Chiara Vigo, la Penelope del mare

giovedì, ottobre 12th, 2017

Una donna chiusa in una stanza in Sardegna da quarant’anni che tesse bava di mollusco tutto il giorno cantando una nenia ebraica. Sembra uscita da una leggenda, Chiara Vigo. E invece sta a Sant’Antioco. Ed è l’unica persona al mondo ancora in grado di tessere il Bisso marino, “la seta del mare”. Qualche tempo fa la intercettai zappingando in tv: di poche parole, austera, imperturbabile. Una sacerdotessa. E infatti questo Bisso è “il filo dorato con cui venivano create le vesti dei sacerdoti e dei faraoni e che viene prodotto dalla Pinna nobilis, un mollusco simile a una cozza che si trova nelle profondità del Mediterraneo”. Oggi ne parla anche La Stampa, qui. Ma è in questa intervista a Tpi News che troverete molte perle, non solo di mare.

Non può essere né comprato, né veduto da nessuno. Pensare che il filo dell’acqua possa essere di qualcuno è stupido e non è il motivo per il quale nasce. Il filo dell’acqua non ha nulla a che vedere con con il mercato, ha origini ebraiche, è antico come il mondo, abbiamo 46 passi biblici che ne parlano”.

Chiara, 62 anni, infatti vive di offerte e quel filamento prezioso se lo va proprio a raccogliere in mare, immergendosi sotto il controllo della guardia costiera.

Chiara Vigo mare

E, come tante donne, anche lei ha un corredo lasciatole dalla nonna. Solo che non sono parure di lenzuola: è una scorta di Bisso. «ne ho una quantità che non potrei esaurire neanche in cinquant’anni». Sta, come tutti i corredi che si rispettino, in un baule insieme alla ricetta segreta di famiglia. Ed è solo lei a lavorarla ogni giorno nella sua stanza.

“A quattro anni ho iniziato a usare un fuso e a dodici un telaio. Se respiri un’arte in una famiglia farai quell’arte, anzi sarai quell’arte”. Perché alla fine anche l’arte è un destino.

Come si lavora, il Bisso? -Ci vuole pazienza e devozione. Ho fatto un coprimano da 7 centimentri per 28: ci sono voluti sette anni.

Lei vive di offerte ma un commerciante giapponese le aveva proposto oltre 2 milioni di euro per un arazzo. Che lei ha rifiutato. Ma perchè?

-Io non devo vendere niente -ha risposto- perché quello che ho in mano sarà dei nostri nipoti, perché se mai penseranno di volerlo, io gli riconosco il diritto, ancora prima che quel pensiero nasca, di ritrovare intatto quello che io ho costruito. Questo è il concetto di maestria, poi il resto è altro.

E cos’è un maestro? le chiede ancora

“Un maestro è quello che accetta l’altro per quello che è e non per quello che vorrebbe fosse. Un maestro non è altro, ma per arrivare a essere un maestro bisogna camminare dietro un maestro e non affianco, bisogna fermarsi, ascoltarlo quando parla perché non lo dirà più”

Pazienza, devozione, cura, attesa, maestrìa. Chiara è candidata da svariato tempo a Patrimonio immateriale dell’Umanità. Dubito le interessi qualcosa l’eventualità di riceverlo. Lei che ogni giorno già vive della cosa più immateriale che ci sia: di amore per ciò che fa. Amore quello vero. Quello che non chiede nulla in cambio. Quello che sei felice e appagata per il solo fatto che ci sia. Lì, in fondo al mar.

Chiara Vigo bisso

Clare Hollingworth, la donna che ci regalò lo scoop del secolo. E molto altro

martedì, ottobre 10th, 2017

Google le regala oggi un doodle

Clare Hollingworth

e la sua storia la racconta bene oggi Il Post: è il 28 agosto del 1939. Clare Hollingworth si trova a Varsavia. E’ stata assunta da una settimana al Daily Telegraph. Il confine tra Germania e Polonia è bloccato. Passano solo i mezzi diplomatici. Clare Hollingworth si fa prestare una macchina dall’ambasciata britannica a Katowice ed entra in Germania. Compra vino e pellicole fotografiche. E’ tornando indietro che passa in un posto in cui sono stati messi grandi teli mimetici. Una folata di vento ne butta giù uno. Claire Hollingworth sbircia molti soldati tedeschi, carri armati e artiglieria.

Ed è così che la mattina dopo, il 29 agosto 1939, il Telegraph apre a tutta pagina annunciando l’invasione della Polonia da parte della Germania nazista: “1.000 carri armati ammassati al confine con la Polonia. Dieci divisioni sono pronte per colpire”. E’ entrata nel giornale da una settimana e, con un articolo non firmato, ha già fatto “lo scoop del secolo”. Tre giorni dopo i carri armati si muovono davvero e lei assiste all’invasione. A quel punto telefona di corsa al segretario dell’ambasciata britannica a Varsavia, che però non le crede. Ed è allora che Claire Hollingworth mette il telefono fuori dalla finestra e gli fa sentire il rumore dei cingolati. Sostanzialmente la prima diretta Facebook.

Nacque oggi 106 anni fa. Diventerà una delle più grandi corrispondenti: scriverà da Turchia, Grecia ed Egitto durante la seconda guerra mondiale. In un’epoca in cui per le donne le porte sono sbarrate quasi ovunque. Dopo la scuola le fanno frequentare un corso di economia domestica che la porterà a odiare tutte le mansioni casalinghe. La sua passione è poter visitare col babbo i siti delle battaglie storiche inglesi. E quando è così quelle passioni prima o poi si fanno strada. Infatti. Entra a Tripoli col generale britannico Montgomery che però non vuole una donna fra i piedi. Lei non fa una piega e si unisce alle truppe di Eisenhower. Una che si butta a capofitto nelle imprese. Letteralmente, intendo: durante la guerra si butterà diverse volte con il paracadute per seguire le truppe Alleate. Gli piomba proprio addosso.

Coraggio, intuizione, velocità, intelligenza, prontezza, senso pratico. E’ lei che scopre uno degli scandali di spionaggio più famosi del Novecento:  scopre che l’ex agente dei servizi segreti britannici Kim Philby è una spia ed è scappato in Unione Sovietica su una nave per Odessa. prepara l’articolo con lo scoop per il Guardian. Ma il direttore l’affossa in una notiziola. Il giorno dopo il Daily Express lo mette in prima pagina. E  costringe il governo britannico ad ammetterlo: sì Philby era una spia.

Clare Hollingworth. Una che in Vietnam impara il vietnamita per parlare con i locali (e chi è stato in Vietnam e li ha sentiti parlare sa che caspita voglia dire) e capirà e prevederà che gli Stati Uniti, nonostante superiorità militare, ne usciranno sconfitti.

“Nel 1990 spera di essere mandata in Iraq per seguire la Guerra del Golfo”: dorme cinque giorni sul pavimento per prepararsi: ha 79 anni. Non ci andrà. nel 2015 esce una sua biografia scritta dal nipote: rivelerà fra l’altro che da poco aveva smesso di bere birra a colazione ma che continuava a portare le scarpe a letto, nel caso avesse dovuto uscire in fretta.

Fino alla fine ha tenuto un passaporto pronto nello zaino. Nel caso l’avessero chiamata per scrivere un reportage. E’ morta il 10 gennaio scorso. A 105 anni.

Clare Hollingworth 2