Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Emily Dickinson, che non sopportò di vivere a voce alta

Facciamo finta che vi svegliate una mattina e vi accorgete che parlate una lingua che non capisce nessuno. Prima i familiari, poi il barista, poi il vicino. Niente. Voi parlate, loro non capiscono cosa volete dire.
E’ così che si è svegliata ogni mattina per tutta la vita Emily Dickinson. Poetessa del Massachusetts nata con il corpo nell’Ottocento puritano -il 10 dicembre 1830- ma con una testa e un linguaggio che appartenevano al Poidopo laico.

Emily Dickinson, una vita passata chiusa in una stanza a scrivere lettere di notte. Emily che racconterà nelle sue poesie il mondo, la natura, l’animo umano, sostanzialmente senza mai essere uscita dalla casa del padre.

Dice Pascal che “Tutta l’infelicità dell’uomo deriva dalla sua incapacità di starsene nella sua stanza da solo”. E lei che invece riuscì a vivere solo in quella stanza poi la felicità non la raggiunse lo stesso. Ma la tregua sì: e ci si autosegregò.

A quiet passion è il film di Terence Davies che ce la restituisce oggi. Appena ho detto a Grace

-Andiamo, scegli tu il cinema

sapevo che mi stavo autocondannando alla versione originale al Cinema Olimpia (ma ha i sottotitoli eh): c’è una Cynthia Nixon magistrale nella quale Sex and the city è un ricordo lontanissimo.

Emily Dickinson, la donna che

Non sopportavo di vivere
a voce alta-
mi vergognavo-
del baccano.

e di

Dove tu sei, quella è casa

e di

“Che l’Amore è tutto
È tutto ciò che sappiamo dell’Amore,
È abbastanza, il carico dev’essere
Proporzionato al solco”.

e di

Sarei forse più sola
senza la mia solitudine.

Ma qui le trovate tutte.

Emily Dickinson che non uscì di casa per quindici anni, si vestì sempre di bianco e ci regalò un modo nuovo di guardare il mondo e di azionare il cervello. Senza mai muoversi.

 


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Il ponte

Aula universitaria interno giorno, ora di matematica, si spiegano le equazioni. Assistono studentesse e studenti che si preparano ad essere futuri insegnanti elementari. Al termine un’allieva si avvicina al Professore

-Scusi Prof ma perché dobbiamo studiare cose così complesse visto che poi andremo a insegnare prevalentemente addizioni e sottrazioni?

-Mi perdoni, mia cara, in questo periodo sta forse leggendo libri di letteratura italiana?

-Si, certo Prof

-E perché lo fa, visto che andrà ad insegnare prevalentemente l’alfabeto?

Questo aneddoto, che riguardò e mi raccontò il professor Pi, mi è tornato in mente leggendone un altro, riguardante un Professor Hamilton, americano.

-Una ragazza mi ha detto: farò la stilista. Perché devo imparare l’algebra?
Hamilton chiama uno scienziato cognitivo (addirittura), Dan Willingham e gli chiede

-Già, perché i liceali studiano l’algebra?

e il collega gli risponde

-“Perché l’algebra è ginnastica per il cervello.Esiste però una ragione più importante: l’algebra è il modo in cui insegniamo al cervello ad applicare il pensiero astratto a cose pratiche”. “E’ il ponte, in altre parole -specifica l‘autore del libro in cui è raccontato– tra il mondo platonico delle forme idealizzate e il mondo caotico in cui viviamo. Gli studenti e noi tutti abbiamo bisogno di quel ponte”.

E dunque: non è importante l’algebra ma è quel ponte ad essere importante. E’ la bussola che possiamo usare per orientarci nel mondo.

Da giorni leggo molto scoramento per il fatto che, in cruciali posti di governo, sono state messe persone senza titoli e senza preparazione. E leggo molti: cosa ho studiato a fare? Perché tanti anni a studiare quando bastava non farlo per essere nominati sottosegretari?

Sono molto e spesso scoraggiata anche io. Ma mai pentita di aver studiato. E di essermi schiantata sull’algebra per anni. Però alla fine ho imparato ad attraversare quei ponti. E sì preferisco essermi schiantata sull’algebra anzichè al suolo cadendo dal burrone perché il ponte non lo sapevo usare.

Vorrei che tutte le persone chiamate a decidere le sorti anche mie fossero obbligate a costruirselo quel ponte. Vorrei che fosse obbligatorio superare esami di accesso a qualsiasi posto di responsabilità. Ma chi su quel ponte quotidianamente ci cammina sa che non ci rinuncerebbe mai, non ci rinuncerebbe più. Anche mentre guarda sconfortato tutti quelli che volteggiano spensierati sul ciglio del burrone.

 

Ponte neozelandese facile (la foto del difficile non c’è, mi stavo reggendo)


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“A volte pensiero di morire non è cosa peggiore. Dipende come vivi”

Ogni volta io penso a Daniel: è stato uno dei nostri angeli custodi durante un viaggio in Dancalia, sette anni fa. Non sapevo nemmeno dove fosse, la Dancalia. E Daniel era il capoautisti, caposcorta, capotutto. Quello che ci aiutava quotidianamente a uscire indenni dai “feroci Afar”, per riassumere. E spesso in quei posti avere un Daniel fa la differenza tra fare un viaggio e vivere un incubo.

Daniel allora aveva 31 anni, una moglie, due bambini e un solo desiderio: scappare. Scappare qui. E portarci tutta la sua famiglia. Che in tutta l’Africa è durissima. Ma non ci si fa un’idea di quanto è dura in Dancalia, Etiopia.

Insomma Daniel mi raccontò che una volta ci ha provato. Ha fatto la fame più del solito per anni e anni e alla fine si era messo da parte quei 3.500 dollari -tremilacinquecento dollari- perché “mi avevano detto che era pronto il viaggio”.

-Quale viaggio, Daniel?
-Quello sul barcone
-Ma che sei partito pure tu su una di quelle carrette?
-Nooo, io ho aspettato una barca buona. Mica potevo morire: io ci dovevo far arrivare pure i miei bambini, quando poi stavo in Italia
-E allora?
-E allora ho pagato di più e ho aspettato. E una notte sono partito
-E com’è che stai di nuovo qua?
-Eh, perché mi hanno preso
-Ma dove?
-A Lampedusa. Ma ci ero arrivato eh, e sì che ci sono arrivato
-E poi?
-E poi ci aspettavano all’arrivo. E dopo due giorni mi hanno rimandato in Libia
-E in Libia che è successo?
-Io meglio non rispondo a questo. E da Libia mi hanno rimandato a Etiopia
-Mi dispiace molto
-Anche io. Ma io ritorno. Io lo so che torno. Io già iniziato a risparmiare dollari. Io un giorno riparto, io arrivo, io resto

Gli chiesi anche se aveva paura. E lui ribadì che cercava barche sicure. Ma, aggiunse, “a volte pensiero di morire non è cosa peggiore. Dipende come vivi”.

Negli Altipiani

Ogni volta io penso anche a Daniel. Perché a ogni cosa si deve dare un nome. E anche a ogni cosa terribile. E se gli diamo nomi e volti poi le capiamo meglio. E ci pensiamo non solo quando ce le sbattono in faccia le cronache.

Anche se, lo confesso, io davvero non so che fare e che altro pensare. Quindi penso a Daniel. E lo penso in salvo.

Tagliatori di sale in Dancalia

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Il senso della Lore per le salite

Dopo anni e annieannieanni di attesa, di delusioni e di aspettative malriposte la mia amica Lore ha fatto l’incontro della sua vita. Sono stati decenni di tentativi a vuoto, di innamoramenti non corrisposti, di tempi sbagliati, di annunci non supportati dai fatti e di promesse al vento. Chiunque si sarebbe messo l’anima in pace e avrebbe rinunciato, al grido di meglio sole che sòle. Lei no. Lei sapeva che da qualche parte lui c’era. E la stava aspettando. Inutilmente abbiamo cercato di riportarla alla realtà. Lei, indomita, non cedeva. E aspettava. Aspettava.

Finché i fatti e il tempo, che sì è galantuomo ed è uno dei pochissimi rimasti, non le hanno dato ragione e ricompensa. E sì, lui alla fine l’ha incontrato, l’ha corteggiato e l’ha persino inseguito quando -sul più bello e a un passo dalla mèta- tutto si è improvvisamente complicato. Sì, l’ha voluto con tutte le sue forze. E alla fine l’ha ottenuto. E ieri sera mi ha portata a conoscere il magico incontro della sua vita: un terrazzo a Roma. Nella sua casa. La sua prima casasua.

L’ultima volta che ci eravamo fatte un’impettata insieme era stato in Vietnam, un Natale e una menopausa fa (la mia eh). Anche allora l’ascesa era culminata con un paesaggio mozzafiato e con una discreta serie di kitemmuorti durante l’inghianata (molisano, salita). A conferma del fatto che il concetto del macchimelhaffattofareammè di fronte a uno sforzo da fare ovunque porti, affiora a qualsiasi latitudine.

Stavolta l’ascesa si è protratta solo per quattro piani di scale, a differenza dei duecento terrazzamenti di risaie vietnamite. E stavolta ci sono stati risparmiati i dirupi ma non la fanga e la polvere. A conferma del fatto che il karma è una cosa seria.

Ci siamo preparate alle presentazioni in pompa magna: due Corona -Coronissime- gelate comprate dai bangla del market di sotto e un piccolo sacchetto di patatine. E con quel bendiddio abbiamo iniziato la salita.

Lei ha aperto la porta, mi ha preceduta nella devastazione del buio e polveroso cantiere e poi ha infilato una chiavetta in una serratura e ha aperto la caspita di portafinestra inseguita da sempre. E sì è stato lì, signore e signori miei, che ci si è spalancato di fronte non un panorama ma una conquista. Che non è tanto e non è solo quella di essere arrivate senza bisogno del rianimatore ma quella di chi si è data un obiettivo e con fatica lo ha raggiunto.

E mentre brindavamo con le due Corona mi è sembrato che quella conquista non fosse solo la sua ma che, nella sua costanza, ci fosse la risposta ai tentativi di tutti noi: perché
“La riuscita non deve essere inseguita; deve essere attratta dalla persona che diventi”, sostiene tal Jim Rohn.

Ecco, Lore ci dice che la nostra terrazzina -qualsiasi sia la terrazzina che desideriamo raggiungere- è lì, da qualche parte. Sta solo aspettando di entrare nell’orbita della grantostaggine che dobbiamo diventare per attirarla.


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Fin dove ti ho accompagnato?

E’ stato davanti a un piatto di gnocchetti zucchine e pachino che un giorno mia madre, classe 1933, cercando di contenere gli aggiornamenti su venti giorni di arretrati nell’arco di mezz’ora, mi raccontava della difficoltà di chi dopo una vita da protagonista  si ritrovi a viverla da spettatore e di ricordi.

La vita da protagonista, lo specifico subito, si è svolta per quarant’anni nelle aule delle scuole più incredibili d’Italia. Tra queste anche la scuola allestita nell’ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà a Roma. Scuola dove, quando lei arrivò, tra i tanti casi c’era quello di Graziella, una donna di 35 anni che passava tutto il giorno -per sua scelta- a lavare pavimenti come una forsennata inginocchiata accanto a un secchio d’acqua. E guai a tentare di farla alzare o distoglierla. Al punto che dovettero confezionarle delle ginocchiere perché si era letteralmente sfranta entrambe le ginocchia.

Parlare di “recupero” nel caso di Graziella avrebbe potuto apparire quantomeno velleitario. Ma si decise che invece era da lì che occorreva partire. A un certo punto scoprirono che in realtà il suo sogno sarebbe stato quello di raccogliere cartoni. Quindi uscendo. Insomma per farla breve Graziella si alzò da quel caspita di pavimento, abbandonò secchio e spazzola, trovò una bicicletta con un carrellino fuori ad aspettarla e iniziò la sua nuova vita di raccoglitrice di cartoni. Dopo qualche tempo uscì anche dall’ospedale e andò a vivere in una casa famiglia. (La chiameremo Graziella proprio in onore della bici, eh, che non lo so come si chiamasse).

Questo accadeva, credo, una trentina di anni fa. Mentre una quindicina di anni fa mia madre ritrovò, dopo 50 anni, alcuni alunni della sua prima classe, 43 bambini, di una scuola arrampicata sul cucuzzolo di una montagna nel suo paesino del Molise chiamato San Pietro Avellana.

-Ecco, Meripo’, quando ripenso a tutti loro e quando penso a quelli che non ho più rivisto, mi farebbe piacere sapere una sola cosa: che persona sei diventata? Fin dove ti ho accompagnato? So le difficoltà del posto in cui ci siamo incontrati: dimmi dove sei arrivato.

Che è quello, aggiungeva, che tutto sommato dovrebbe fare chi è chiamato a guidare qualsiasi cosa. E dunque anche nei rapporti personali, sempre, chiedersi: dove possiamo andare, insieme?


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Elenco delle cose che ho imparato da mia nonna

Nello smarrimento generale c’è chi cerca conforto nella fede, chi nella filosofia, chi nella Nutella. Io, dopo aver passato in rassegna i primi tre, avendo dovuto sospendere anche la somministrazione della terza, se ancora vacillo cerco conforto nelle mie nonne. Ed è dunque oggi, nel bel mezzo di questo invincibile casino, che credo sia ora di rispolverarne l’elenco.

Elenco di alcune cose che ho imparato da mia nonna che era sarta, devota, curiosa e aveva finissimi capelli bianchi e la quinta elementare.

-Sii sempre in ordine, non si sa mai

-Quando si è a posto con capelli e scarpe il grosso è fatto

-Bisogna sapere almeno attaccare i bottoni e fare gli orli

-Tieni sempre al tuo corpo: è lo scrigno dell’anima

-Colazione da re, pranzo da principi e cena da povero

-Studiare è meglio che non studiare

-Indipendentemente da quanto hai studiato leggi i libri

-L’amore passa, il marito resta e quello su misura -al contrario dei vestiti- non esiste

-A volte sanno più i genitori di te quale si rivelerà il marito giusto

-La fede in Dio va e viene. Tu, in ogni caso, prega

-Non cercare di sapere prima quali prove dovrai affrontare: penseresti di non farcela


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Dove le idee fanno sesso

No non è un post sconcio. Ma “L’innovazione nasce quando le idee fanno sesso”, disse un certo Scott Galloway. Beh insomma qui si proverà fargli fare anche l’amore: ve l’avevo detto che vi avrei perseguitato con la tappa romana dei monologhi teatrali sui socialcosigeni.

Care e cari romani da stasera a giovedì, per tre sere, trovate la vostra quippresente alla Nuvola di Fuffas, al Forum PA: oggi La storia di Google, domani Zuckercoso e giovedì Amazon.

Vi aspetto a teatro, dove tutto è finto ma niente è falso. Tipo certi amori, insomma.

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Dove tutto è finto ma niente è falso

La prima volta in cui sentii parlare di Freddie Mercury vi è ormai leggendariamente nota. La prima volta in cui sentii parlare, invece, delle potenzialità di un certo caspita di internet fu nel lontano nonmiricordo quando il mio Direttore -che ormai mi aveva perdonata per la questione Mercury- un giorno mi disse che a Bologna era nata “una cosa” fatta molto bene che metteva in comunicazione tutti i cittadini con i servizi della città. Mi ci inviò per due giorni. Due giorni indimenticabili. A base di tortellini e di torri e di aceto balsamico e sì pure di questa cosa che si chiama Iperbole.

Ora, siccome la vita è un po’ come certi amori che fanno dei giri immensi e poi ritornano, capita che a Bologna mi ci riporti dopodomani questa caspita di Internet che però stavolta mi ci porta non come giornalista ma come co-autrice di testi teatrali. Vedi un po’ che mi doveva capitare dopo Freddie.
-Meripo’ ma come t’è venuto in mente mo’ di scrivere i testi teatrali?
Eh e che vi devo dire certe volte il cambiamento arriva e non gli interessa se sei pronto o no, quello arriva.

Per l’occasione il testo sarà “La storia di Google”, quarantacinque minuti a conclusione dallo StartUp Day organizzato dall’Università di Bologna per aiutare studenti e laureati ad avviare con successo le loro idee imprenditoriali. Quarantacinque minuti in cui Tiziana Sensi, regista e attrice, darà il meglio di sé, di me e di tutti quelli che hanno contribuito a questa cosa che insomma se potete voi andateci e poi mi dite. No, io stavolta fisicamente non potrò esserci. E non immaginate come vorrei. Però ci sono Andrea Dotti, che è l’inventore di Companies Talks e del format e di tutto questo cucuzzaro nonché il mio Grazie numero uno (e la lista però è lunga e piano piano ve la svelerò), e ci saranno anche un sacco di persone fighe (Lorenzina, mi raccomando eh che mo’ gli onori di casa li fai da casa) che non vi faranno sentire affatto la mia mancanza e se non vi piace potete protestare con loro.
Poi la settimana prossima invece vi aspetto a Roma e lì si che ci sarò ma ve ne parlo più in là che sennò voi vi dimenticate.

Allora, ricapitoliamo:
Sabato 19 maggio ore 18:15 Palazzo re Enzo Bologna, “La storia di Google”.
E benvenuti a teatro. Dove tutto è finto ma niente è falso.
(Giggino Proietti)


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Royal Esquilin

A pochi giorni dal royal convolo di Harry e Meghan mi è qui gradito ricordare di quando, per il matrimonio del fratello William e di Kate, su Zuckercoso si organizzò con Roberta e Grazia la direttastriming dal titolo “Anche tu invitato al royal wedding”.

Ero in cerca di casa, quartiere Esquilino, e un giorno chiamò l’agenzia immobiliare.

-DRIIIIIIINNN -Signora Meripo’ scusi per lei andrebbe bene vedere l’appartamento venerdì alle 15?

-No, guardi, mi scusi ma io venerdì alle 15 ho il matrimonio di William e Kate.

Silenzio. Poi lui

-Signò, joo dico subito: la casa non è un granché

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Perché piangevo. E mi tremavano le mani

(Ve lo ripropongo, perché non conosco altro modo per parlare dell’indicibile)

Se la storia d’Italia potesse essere racchiusa in un poker di foto questa sarebbe una delle quattro.

Molti anni dopo quel 9 maggio 1978 ho conosciuto il fotografo che tra i primi arrivò davanti alla Renault rossa di via Caetani.

Non il primo a scattare, il primo – o fra i primissimi- ad arrivare. Lavoravamo nello stesso giornale. E quando gli chiesi perché la prima foto non fosse stata la sua lui rispose

-Perché piangevo. E mi tremavano le mani

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