Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Investire in tempo di crisi: il Sentimental Bot

Pizzeria interno giorno. A tavola una marinara, una Margherita e una Grace particolarmente radiosa e abbronzata nonostante fuori impazzi il diluvio modalità Nuova Delhi. Mi ragguaglia su alcuni suoi incontri di lavoro attinenti al comparto broker-finanza-mercati. Poi

-Insomma Meripo’ è soprattutto nei periodi di crisi che occorre applicarsi con metodo, pianificare e rilanciare gli investimenti
-Possiamo studiarne anche un’applicazione sentimentale?
-E’ soprattutto lì che occorre agire perché è lì che si concentrano le crisi di sistema, diciamo
-Dunque per quanto riguarda la scarsità di materie prime sul mercato cosa consiglieresti?

Nel frattempo uno dei due manager attavolati sul tavolo azzeccato al nostro aziona l’orecchio a parabola

-Qui occorre riabilitare le categorie intermedie: ma che è sta fissazione che bisogna sempre aspettare il principe azzurro?

-E dunque, una ricetta per le nostre investitrici?

-E dunque Meripo’ ci son fior di dignitari o anche di valvassini che possono garantire la soddisfazione orizzontale a breve termine. Un tipo di diversificazione sicuro e senza impegno.

-Cioè una specie di Sentimental Bot?

-Si. Naturalmente continuiamo a lavorare creando condizioni di mercato che consentano un investimento verticale nel medio-lungo periodo.

E’ a quel punto che il manager attavolato ha definitivamente ruotato la testa verso di noi che nel frattempo ci alzavamo soddisfatte e satolle e, guardando in tralice Grace, ha alzato le mani in segno di resa.

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Subbaqqui

Su Rieducational Channel

Foto di Cosimo Errede

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Financo le parallele s’incontrano. Quelle miopi mai

Non so voi ma io, dei miei professori, oggi ricordo solo se fossero bravi o pessimi. Di nessuno ho mai saputo, né mi ha mai punto vaghezza sapere,  cosa facesse nei dintorni della camera da letto, essendo più che sufficiente avere a che fare con quello che faceva o non faceva in Aula. Alcuni di loro ancora mi accompagnano nelle sliding doors della vita, altri sono stati consegnati all’oblìo -cinque minuti dopo averli lasciati- dalla loro stessa mediocrità. E non c’è dubbio che tutte le scelte degli studi successivi alla terza media siano state determinate da quanto fossero appassionati o pippe loro, ancor prima che io, nelle materie che erano chiamati a insegnare. In Aula, appunto.

Ne parlo ogni tanto con il Professor Pi, che insegna analisi matematica. E che, senza nulla togliere alle gratificanti soddisfazioni che mi offre oggi in altri campi, avrei tanto voluto incontrare prima quando -ad esempio- si susseguivano insegnanti che mi hanno convinta del fatto che la matematica fosse una indigeribile mappazza di numeri. Senonché oggi la scopro invece come uno dei fondamenti della conoscenza, della costruzione del pensiero logico, roba della cui assenza nella mia vita mi accorgo e mi dolgo ahimè ogni giorno e si accorgono certamente i miei interlocutori quando sfarfallo e svalvolo.

Dice Meripo’ e che è sto pippone proprio di lunedì?

E’ che da un paio di giorni sfarfallo attorno alla vicenda della prof alla quale una scuola paritaria non avrebbe rinnovato il contratto perché gay. Uso il condizionale perché una parte di me ancora spera che, all’accertamento dei fatti, si scopra che così non è stato.

Una cosa, in particolare mi ha colpita. Cioè che la madresuperiora preside, chiamata la prof a conferire chiedendole spiegazioni in merito a voci sulle sue tendenze sessuali, si sia giustificata dicendo:

-Ho doveri educativi
-Io sono responsabile di mille studenti e 137 dipendenti
-L’ho convocata, giuntami voce che era lesbica, per sapere se vivesse un problema personale e come aiutarla a risolverlo

Mi è tornata in mente la questione della matematica, intesa come applicazione di strumenti logici. Cioè mi chiedevo, ad esempio, che caspita ci azzecchi la tutela di studenti e dipendenti con la presunta fidanzata della prof. E, ancora, che c’entri sta fidanzata con il compito di estrapolare (educazione: educere, tirar fuori) e potenziare qualità, competenze e talenti espressi e inespressi. Deve essere, mi son detta, una fidanzata talebana, una che ha fatto rincoglionire la prof al punto di obnubilarle le capacità didattiche. Delle quali capacità, sia chiaro, non risulta però si sia parlato un solo minuto nel colloquio.

E allora forse alla madresuperiora, mi dicevo, non è venuto a mancare il senno o l’applicazione della Costituzione (tipo l’articolo 3: È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese). Deve esserle mancata la matematica. Non è quindi colpa di Lesbo. E’ proprio colpa del V Postulato di quel caspita di Euclide: financo due rette parallele alla fine -all’infinito- si incontrano. Ma se una non ha proprio voglia di capire allora no, non si incontreranno mai.

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Atac che ti passa

-Scusi è già passato l’85?
-Si signò, ieri. Ormai regolari passano solo l’acquazzoni
‪#‎romatiamo‬

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Parmigiano da Tiffany

Poche cose danno soddisfazioni gratis come offrirsi volontariamente di recarsi da Tiffany a Via del Babuino per “dare un’occhiata per i ciondolini, vedi se c’è qualcosa da prendere per Clara sotto i 150″. Naturalmente essendoci “sotto i 150″ niente, neanche il laccetto di caucciù, l’occasone mi era comunque gradita per dare almeno l’occhiata e sentirmi Audrey per venti minuti.

Ed è così che la vostra volontaria si recava, al termine di una giornata priva di altre soddisfazioni gratis ma neanche a pagamento, in quel del Babuino a farsi aprire il portone dal bonazzo di turno. Naturalmente, in previsione della visita del tardi meriggio, già dalla mattina sceglievo con accortezza nel guardaroba un dress-code “abitino acconcio” ma senza ricadute in “modalità Messa della domenica”.

Saltato del tutto il piano terra mi recavo direttamente all’ascensore (i ciondolini eventualmente abbordabili sono relegati in un anfratto del primo piano, fronte parure) come una di casa insomma, modalità per la donna che non deve chiedere mai.

Era allo schiudersi delle porte automatiche dell’ascensore che mi si faceva incontro il commesso beta (essendo l’alfa al guardaportone) che iniziava a ricoprirmi di inspiegabili salamelecchi e attenzioni. Signora prego, signora come posso esserle utile, signora si accomodi, il tutto essendo ancora all’oscuro del budget disponibile, già esaurito al terzo salamelecco e proprompendo in un imbarazzante

-D’altra parte vedo che è tra le nostre migliori clienti

Escluso che avesse potuto desumerlo dagli orecchini a forma di Mary Poppins regalatimi da Elisa e Daniele che pure adornavano i quipresenti lobi, al mio sguardo a punto interrogativo fissava il suo, di sguardo, sulla mia giugulare e sì, santocielo sì, ricordavo di aver opportunamente indossato un bellissimo girocollo loro che la mia amica Rita regalommi per uno storico genetliaco.

Sentendomi ormai appajata con la clientela storica da Liz Taylor alla Callas,  ma infine non trovando nulla, portavo il mio regale incedere verso la cassa dove il commesso-beta voleva a tutti i costi farmi omaggio di un biglietto da visita e mi porgeva contestualmente un cartonato Pineider ghiaccio, istoriato argento, sul quale lasciare i miei riveriti dati. Appostovi NOME e COGNOME rimaneva intonsa la casella TITOLO. E richiestagli una spiegazione egli, sussieguosamente, ammiccava

-TITOLO nobiliare, signora, se ne ha

Sulla reazione scatenata da quel “se ne ha” potremmo scrivere dei tomi. Vi basti sapere che ora da Tiffany di via del Babuino esiste una scheda con apposizione di mio nome cognome e al titolo troneggia un nobilissimo articolo determinativo femminile singolare: LA.

Ma è stato infine aprendo la mia borsina Hervè Chapelier Paris, comprata in liquidazione con la mia amica Mietta anni orsono per la cifra di euro trenta, che ho dato un senso ai miei venti minuti di glamour: perché sì, nella borsina Chapelier comprata a Parigi ove dovevo introdurre il biglietto Tiffany N.Y faceva capolino -giusto mentre il commesso si sporgeva con lo sguardo- il prodotto manufatto in zona terremotata e alluvionata, acquistato via mail dalla mia amica Barbara e recapitatomi giusto prima di uscire in direzione Tiffany: un dorato quarto di Parmigiano Reggiano sottovuoto.

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Mi chiamavano Mimì

Per onorare la tradizione con Grace secondo la quale l’estate viene ufficialmente proclamata solo dopo la scelta e l’acquisto dei biglietti per Caracalla, stamattina mi recavo al botteghino del teatro Costanzi in Roma (chè dice -Meripo’ esiste l’onlàin, si  ma io sono vintage e devo recarmi in loco, farmi mostrare dalle signorine tutti gli ordini di posto, sbirciarli da dietro l’oblò, uscire e godermi la facciata dell’Opera) dicevo stamattina mi recavo ad acquistare il lasciapassare della Bohème per una delle repliche, ché stasera c’è la prima.

Nonostante l’uggiosità di questo luglio autunnale al botteghino c’era la fila: quasi tutti stranieri, va detto, ma movimentava la situazione anche un nutrito gruppo di melomani nostrani. In particolare due tedeschi accanto a me farfugliavano una serie di consonanti senza vocali nelle quali rintracciavo però schegge di frasi conosciute fra le quali l’apice di un “ke celida manina” accompagnato da un languido “si mi kiamano mimì”.

Segnalo anche la presenza di una signora di-una-certa, pensionata, che guardava scorrere i prezzi e, verificato che con il biglietto da 25 euro

-Signò purtroppo io ce sento poco, se me mette in piccionaia pe’ me è come stà a guardà i firm muti

e verificato che la signorina dei biglietti faceva di tutto per agevolarle l’acquisto di quello da 40 scontato (signora è over 65? ha la tessera di Feltrinelli, della Conad, dell’autobus, una qualsiasi tessera?? )

me ne andavo rinfrancata pensando che sì, siamo pur sempre un grande Paese.

Ora leggo che, a meno di un miracolo dell’ultimo minuto, è stato proclamato uno sciopero per far saltare la “prima” di stasera. Ne sta seguendo una lite fra sigle sindacali a colpi di “noi siamo di più e la faremo saltare” “no noi invece ci saremo”.

Ci saranno motivi certamente seri e fondati per giustificare lo stato di agitazione delle maestranze. E’ che a me, appena l’ho letto, è venuto da pensare solo a tutte quelle persone compostamente in fila, arrivate da tutte le parti del pianeta. Penso ai nipponici che quandocaspitajericapita di poter avere un’emozione come quella che solo Caracalla sa dare, al netto dell’interpretazione artistica, già solo come scenario naturale. Penso anche a tutti quelli per i quali quelle due ore sono il sollievo di giornate quotidianamente complesse, penso a chi mette da parte euro dopo euro (ne conosco) per regalarsi quell’emozione.

Ora, chiedo: noi detentori della più grande fetta di patrimonio artistico del mondo, possiamo permetterci di fare ste figuredelcavolo globali? Possiamo permetterci, in un momento di crisi così, di continuare a segare i rami sui quali ogni tanto poggiamo un pochino di credibilità? Possiamo permetterci di fare del paradiso dell’arte una Cialtronia a cielo aperto?

Qui non si tratta di deludere gli ingioiellati delle prime: qui si tratta di difendere la nostra reputazione e il nostro portafoglio santocielo.

Ci crediamo o no al fatto che l’arte è un servizio essenziale, un bene di prima necessità?  Che la messa in scena di un’Opera lirica sia elemento di sussistenza al pari di un assegno sociale e una badante? Perché, capiamoci, qui non si può continuare a dire che la cultura è il nostro petrolio e contemporaneamente continuare a sparare e a fare buchi ai bidoni che lo contengono eh.

In conclusione: la nostra credibilità in certi momenti dipende più dall’apertura della soffitta di Mimì che dalle Borse. E questo è uno di quei momenti.

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Papillon

E’ stato più o meno sul finire della telefonata, dopo aver esaurito anche il luogocomunismo dell’ occaspita-è-tornato-il-freddo, che il professor Pi mi ha detto

-Ah, domani mattina non sono raggiungibile per qualche ora perché si laurea uno dei miei studenti migliori. In carcere

Ecco a me questa cosa ha fatto venire un brivido. Non per aver constatato che il professor Pi poi sarà pure severo ma alla fine qualcuno lo promuove pure, ma per il fatto che quella che considero a tutti gli effetti la via più complessa ma soddisfacente per la libertà -lo studio- irrompesse coerentemente anche nel carcere.

Nella fattispecie, inoltre, il candidato non si laureava in legge, come avviene nella maggior parte dei casi, ma in Ingegneria. Ed è stato così che il professor Pi di buon mattino si è incamminato, insieme al Rettore e a tutti i colleghi che negli anni si sono alternati per corsi ed esami, in quella particolare trasferta.

Mi è piaciuto immaginarmeli alla discussione della tesi, alle domande e poi anche al rinfresco (pare fosse molto buono). Chissà se si è messo la corona di alloro, chissà che avrà pensato quando lo hanno dichiarato dottore. Quando ho raccontato poco fa questa storia al mio amico Roberto lui ha subito esclamato “Papillon”. Il film. Con Dustin Hoffman e Steve McQueen, la storia di Henri Charrière, un venticinquenne francese detto “Papillon” per via di una farfalla che porta tatuata sul torace, condannato all’ergastolo per un omicidio mai commesso.

Ecco mi è venuto in mente che tutto sommato anche qui si è trattato di tatuarsi una farfalla sul cuore. E che c’è un tipo di Fuga per la vittoria, e di fuga verso la libertà, che manco le sbarre riescono a fermare. E a volte, incredibilmente, avviene su una strada lastricata di equazioni differenziali, algebra, fisica e chimica.

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Si nasce incendiari e si finisce spazzini

Capisci che sei passata dall’età dall’incendiario a quella del pompiere anzi dello spazzino quando ti accorgi che voterai chiunque compilerà il proprio programma elettorale con due soli punti:

Farò passare gli autobus
Raccoglierò la mondezza

Per il resto potete anche far celebrare matrimoni di massa al Colosseo, fare l’Aquapark a Piazza Navona e la gara di lap dance con l’Obelisco di piazza del Popolo e avrete comunque il mio appoggio.

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Non vorrei mai far parte di un club che

Mentre leggevo, direttamente con gli affilati commenti apposti dalla mia amica Taniuzza, l’esemplare vicenda della statua della Madonna fatta inchinare di fronte alla casa del capo clan in quel di Oppido Mamertina, mi è tornato in mente che più o meno tre anni fa, subito dopo la Prima Comunione, per la Giovane Older e associati -le amichette- iniziarono le manovre di avvicinamento alla Cresima. Fu in quella occasione che mi chiese

-Zia, mi faresti da madrina?

E fu allora che le spiegai che

-No, tesoro, vorrei ma non posso

-E perché?

-Perché fra tre anni sarò divorziata e chi è divorziato non può fare da madrina

La cosa finì lì. Giorni fa, invece, mentre fervevano i preparativi per partecipare alla festa della Cresima di una delle associate, le ho chiesto:

-Maaaa a proposito e tu? Com’è andata a finire l’iscrizione alla Cresima?

-No, zia, non l’ho più fatta

-E perché, tesoro?

-Perché in un posto in cui non vogliono te non voglio stare nemmeno io

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Modello Unico

Comunque le sei parole più belle non sono “Ti amerò per tutta la vita” ma “Meripo’ quest’anno vai a credito”.
Commercialista ti adoro Roma ti amo.

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