Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Via con l’Avvento/ All I want for Christmas is… Bologna

di Ramerrez

Certo c’è il Natale con i regali l’albero le luci il pranzo il panettone ed il vischio. Ma a volte – disdetta! – manca la persona da baciare sotto il vischio. E senza di lei (o lui, a seconda dei gusti) sembra che non sia neanche festa. Che quasi verrebbe da dire non me ne importa niente dei regali dell’albero delle luci del panettone ma, Babbo Natale, portami solo lei e sarò felice.

Putroppo (relativamente) per noi, non sempre questa letterina viene ricevuta, e questo desiderio esaudito, anche se siamo stati buonissimi. E allora quando sotto il vischio non abbiamo nessuno da baciare ci viene da dire che del Natale non ce ne importa proprio nulla se lei non c’è.

Però non vale, perché le cose vanno sempre diversamente. Ce lo dimostrano le Puppini Sisters, un trio londinese fondato da una ragazza di Bologna, Marcella Puppini, (la musica – così come la felicità-  prende strade originali e non sempre rettilinee), che prendono una canzone malinconica ed un poco sdolcinata e dopo alcune decine di secondi (non ascoltate solo l’inizio!) la fanno diventare una bellissima esplosione di allegria.

Perché è vero che qualcuna (o qualcuno) ci può pure mancare, ma anche se lei manca il Natale, i regali, l’albero le luci il pranzo il panettone il vischio e soprattutto l’allegria ci devono essere lo stesso.

Perché senza allegria che Natale è?

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Battaglie

La storia è fatta di persone che fanno della propria vita una battaglia. Ma oggi scriviamo un pezzo di storia e di civiltà grazie a chi è stato costretto a fare anche della propria morte, una battaglia.
Dopo molti anni, molti rinvii e incalcolabile dolore il Biotestamento è legge dello Stato italiano.

Biotestamento foto Ansa Giuseppe Lami

foto Ansa Giuseppe Lami

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Via con l’Avvento/ Let it snow. Che nacque a 40 gradi

di Ramerrez

Il fatto è che per avere un bel Natale ci vuole la neve. Perché un conto è guardare fuori e vedere tutto grigio, un conto è vedere gli alberi scintillanti che solo a vederli mettono allegria. Se poi fuori c’è una bufera, è ancora più bello stare davanti al fuoco mangiando le castagne (o i pop corn) e pure se poi magari bisogna uscire un attimo se abbiamo dentro di noi l’abbraccio di una persona che ci vuole bene non sentiamo neanche freddo.

Nell’estate del 1945 a Los Angeles era caldissimo. Due giovani compositori – Sammy Cahn e Jule Styne – stavano boccheggiando nel caldo.

Let it snow autori

Uno dei due voleva andare al mare perché era troppo caldo per lavorare, l’altro gli disse che per rinfrescarsi potevano scrivere una canzone natalizia. E così venne fuori la bellissima canzone che trovate qui sotto.

Perché è vero che a Natale ci vuole l’albero, il presepe, il vischio sotto il quale baciarsi e pure un sacco di neve. Ma per creare la magia del Natale, in fondo, basta averli nel cuore e tutto va magicamente a posto.

Però nel cuore bisogna averli, e bisogna averci anche la neve

Perché senza neve, che Natale è?

Let it snow!

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Via con l’Avvento/ I’d Like to Teach the World to Sing. Cioè la Cocadlin

Ramerrez ed io, entrambi provenienti per carta di identità da una serie di sommovimenti rivoluzionari di vario tipo,  ci siamo ormai convinti che una delle forme più avanzate di rivoluzione sia quella di star fermi. Star fermi nei propri pensieri e sentimenti. Riscoprendo il dadoveveniamo. Pure quello musicale. Perché anche “le canzoncine di Natale”, a conoscerne la storia, hanno ancora molto da dirci.
(Ramerrez è il nome d’arte di un personaggio pubblico de nacerta, levatura intendo, melomane per legittima difesa, che qui si prende il suo momento di “ricreazione” e che ringrazio per la fedeltà. Almeno al blogghe. Che qua mani sul fuoco per nessuno eh).

di Ramerrez

Il fatto è che molti di noi sono nati lievemente prima degli altri, e non c’erano computer e navigatori e cellulari e siccome non si potevano mandare i link di youtube l’unico modo per fare sentire una canzone ad una ragazza era registrarla sulla musicassetta e fargliela sentire nel mangianastri dell’automobile. E alcuni pensieri sono rimasti proprio lì.

Certo, erano anni duri, anche più di questi. Però si pensava di potere cambiare il mondo e di cambiarlo in meglio.

Sapendolo bene una famosa agenzia pubblicitaria decise di prendere un bel gruppo di ragazzi di tutti i colori e li mise a cantare con una candela in mano su di una collina vicino a Roma facendogli dire che volevano comprare una casa al mondo e arredarla con l’amore; che volevano insegnargli a cantare tutti insieme per vedere per una volta tutte le persone tenersi per mano. E alla fine pure se volevano che si bevesse proprio una certa bibita, il tutto non ci lasciava indifferenti perché erano le stesse cose che avremmo voluto cantare tutti noi.

Avvento Coca cola song

Ecco, sono passati tanti anni, ma quella canzone è ancora molto bella e a quelli che sono diversamente giovani ancora fa venire un tuffo al cuore.

Perché il Natale è bello quando è fatto dell’avvento musicale su questo blog, di mail, di sms di auguri e di canzoni in mp3. Ma nel mondo dove tutte queste cose si incrociano come lampi di luce ci vuole la pace.

Perché senza la pace che Natale è?

Ramerrez

I’d like to build the world a home
And furnish it with love
Grow apple trees and honey bees
And snow white turtle doves

I’d like to teach the world to sing
In perfect harmony
I’d like to buy the word a Coke
And keep it company

I’d like to see the world for once
All standing hand in hand
And hear them echo through the hills
For peace throughout the land

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Code Girls, le ragazze che fecero la storia e che la storia ha nascosto

Mentre Alan Turing decifrava “Enigma” per stanare i nazisti al di là dell’Atlantico, circa undicimila donne stavano decriptando il codice dei nemici in tutta l’America.

E mentre Richard Feynman veniva reclutato come uno dei fisici più promettenti dell’America per lavorare al progetto Manhattan in un laboratorio segreto a Los Alamos, la sua giovane moglie Arline gli scriveva lettere d’amore in codice dal letto di morte. Lei morirà di tubercolosi poco dopo, a 25 anni. Ma aveva deciso di sfidare così la censura militare. L’amore, vedi certe volte.

Nel frattempo altre migliaia di donne arruolate nel Paese si cimentavano con i codici militari: e diedero un contributo fondamentale per la vittoria della Seconda Guerra mondiale.

Eroiche e infaticabili come le matematiche nere della Nasa che contribuirono alla corsa nello Spazio e come loro (prima che Il diritto di contare le facesse uscire dall’oblìo) ignorate per settant’anni fino ad oggi. Fino a quando cioè si è incaricata Liza Mundy di raccontare le loro storie nel libro “Code girls, The Untold Story of the American Women Code Breakers of World (New York, Hachette Books).

Code girls

Una marea di donne crittografe. Che venivano contattate dal governo di Washington e sottoposte a stress test e colloqui: solo le migliori furono arruolate in segreto, quelle che dimostrarono di avere supersoniche capacità di calcolo matematico e di conoscenza delle lingue -che dall’intersezione fra le due cose nasce un crittografo-  ma dotate anche di memoria.

Liza Mundy ne ha intervistate una ventina ancora vive. E a lei raccontano di aver ricevuto solo due domande, nella prima lettera di contatto, come quella che arrivò ad Ann White nella posta del College in Massachusetts (lo racconta Anna Popova qui):
Did Ann White like crossword puzzles, and was she engaged to be married?

Le piacciono i cruciverba? Ed è per caso in procinto di sposarsi?

Le donne che fecero l’impresa. Quelle che, per dirne una, nei giorni precedenti il d-day crearono e inviarono falsi messaggi ai tedeschi per depistarli dal vero luogo dello sbarco in Normandia. Quelle senza le quali avremmo scritto un’altra storia. E delle quali la storia non si è mai occupata. Le Code Girls.

Code girls2

Ann Caracristi, far right, oversaw an Army code breaking unit when she was 23. Foto NYT

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Ezio Bosso, la forza di essere fragili

Se “scrivere di musica è come ballare di architettura” scrivere di Ezio Bosso è, più semplicemente, nzepoffà. E dunque se l’avete perso ieri sera, e se potete, andate su Raiplay e guardate uno dei pochi motivi per cui ormai valga la pena accendere un televisore. La puntata de I Dieci Comandamenti su Ezio Bosso. Che è il compositore, pianista, direttore d’orchestra che un Festival di Sanremo fece conoscere a un pubblico più ampio e che consacrò al successo.

Ezio Bosso, artista di prima grandezza che nessuna difficoltà della vita ha mai fermato, diventato l’involontario testimonial di quanta forza ci voglia per essere fragili: quaranta minuti di arte, di musica, di umanità.

Ezio Bosso I 10 comandamenti3

Un corpo sempre più esile, una voce sempre più fioca, dita sempre più avvolte dai tutori ma che nulla nulla tolgono a quella impalpabile ma potente cosa che si chiama carisma e che anzi in lui sembra aumentare al diminuire delle forze.

L’orchestra. Che, dice, è la società ideale: proviamo ore non per essere i migliori ma per migliorare noi stessi. E l’orchestra è il luogo in cui tutti danno il proprio contributo per andare oltre. Un luogo in cui lo strumento di ciascuno vibra con quello dell’altro e senza quel valore aggiunto che è l'”Insieme” non si va da nessuna parte.

L’orchestra. Che è quel luogo in cui non esiste l’ultima nota perché la tua ultima nota è la prima dell’altro.

L’orchestra che fa musica. Che, la musica, ce la siamo inventata per aiutarci a vivere. E abbiamo bisogno tutti di aiuto.

Lui suona, dirige, ringrazia, tiene lezioni e intanto la musica fa il resto. E lo tiene in vita. In tutti i sensi. E tiene vivi anche noi, mentre lo ascoltiamo dirigere il Largo dal Concerto n. 5 in Fa minore di Bach e l’Ave Verum di Mozart.

Lui parla. E in quella voce fioca, in quella fragilità ciascuno può fare i conti con la propria debolezza. E ritrovarla trasformata in forza. E con la propria paura e amare persino quella.  “Tutti quelli che amano veramente ciò che fanno hanno paura. La paura di non poterlo fare più. Persino quando baciamo chi amiamo abbiamo paura: paura che poi se ne vada”.

Che a ben guardare l’orchestra non solo è il modello di società ideale. Ma lo è anche per quella particolare società che si costruisce non solo quando si suona ma quando ci si ama.

La porta aperta. E’ il titolo della puntata. Se riuscite, entrate.

Ezio Bosso I 10 comandamenti

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Pizzaiuoli patrimonio della Poppità

Mo’ che la pizza dei pizzaiuuuoli napoletani è diventata Patrimonio dell’Umanità vorrei giustappunto festeggiuare ricordando di quella volta in cui alla giovane older di anni 8 regalarono uno Smartcoso di un uichendo e lei decise che invece di andare con i suoi ci sarebbe andata “con zia Meri e con lamicasua Grace” eddove? A Napoli.

Senonchè a criatura è celiaca. Ma fu proprio qui la grandezza di Grace e dei piazzaiuuoli napoletani: rendere indimenticabile un uichendo di pizza a una pupa celiaca.

-DRRRRIIIIIINN
-Ciao Grace
-Meripo’ comunque pensavo: meno male che sta trasferta la facciamo insieme alla criatura gluten free e non da sole
-Perché Grà?
-Accussì nun magnamm

L’albergo trovandosi -per dicitura letterale di Grace- in Culonia rispetto alla mappatura preventivata dei giri in centro, acchiappavamo ‘o tassista alla stazione che ci dava in sorte la fila, in verità assai sgangherata, e una volta indicatagli la destinazione Grace esordiva

-Carmelo scusate ma voi, dopo, tenit che ffà? (Dopo avete da fare?)

-Signò no, ch’avvimma fà? (Signora, naturalmente essendo in servizio no, non ho da fare. Perché che dobbiamo fare?)

-Carmè quanto volete per aspettarci e poi riportarci al centro?

-Signò e ditemi voi

Vedevo così nascere la tariffa on demand

-Carmè io credo che per 40 euro ci rientrate che è na bellezza e vi fate pure il pranzo

-Signò facimm 50

-No Carmè 40 e stàmm

-Vabbuò signò. Però io mi chiamo Nico

Una discreta reincarnazione del miglior principe De Curtis ci scarrozzava in su e in giù accompagnando l’illustrazione dei luoghi con estemporanee incursioni in storie e geografie a noi sconosciute ma soprattutto sconosciute a Grace, che napoletana doc è. Insomma proprio un  “Signora sono a sua completa disposizione, corpo, anima e frattaglie” (Totò).

Ora vi risparmio tutto il resto del particolareggiato racconto della 36 ore che però mi riservo di trascrivere in un tomo dal titolo “Anema e cozz” (credo sia un ristorante, racchiude perfettamente tutto in sole 2 parole e 1 congiunzione, praticamente un affare). Permetterete solo un paio di eccezioni culturali e un altro paio culinarie, strada facendo. Qui mi sia consentito dirvi che, dopo una giornata che diosololosa quanto ci ha fatto girare Grace, sfrantecate a dovere, alle sette di sera addormentateci di botto sul letto dell’albergo, realizzavamo che dovevamo prenotare la pizzeria con il gluten free.

DRIIIIIIIIIIINNNNN

-Signò scusate vorrei prenotare per tre per le 20,30, per la guagliona però ci serve la pizza senza glutine

-No, bella, noi il sabato fra le 19,30 e le 21,30 dobbiamo sospendere il senza glutine, venite alle 21,30

-E perché signò sospendete per due ore?

-Perché il sabato sera in quelle due ore ci sta troppa circolazione di farina normale…  s’ammischian effarin

Ed è in quel di Bagnoli, da Gennaro 2, Via Lucio Silla, che abbiamo trovato uno dei servizi più accurati che io, da zia, abbia finora visto nello stivale nel reparto gluten free. Compresa l’ulteriore attesa alle 21,30 che la corpulenta vigilessa e sceriffa di Gennaro2 così  riassumeva

-Signò dovete aspettare almeno un altro quarto d’ora ca stasera ‘a circolazion d’effarin normali è assaie. E nonva bbuon si s’ammischian ‘è ffarin. Assettatev da fòr che vi chiamo io quando migliora ‘a circolazion dentr

Fu un trionfo. Di bontà e di cortesia. Perché quello che davvero ci vorrebbe, dopo l’Unesco ai pizzaiuoli napoletani, sarebbe l’istituzione di un Citrasisco, un Unesco tradotto in napoletano.

Agrodolce


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Ogni volta quando

Misuro il mio grado di invecchiamento dalla presenza, o dalla rarefazione, di “la prima volta che”. Perché si sarà pure fatta nacerta ma finché le prime-volte-che prevarranno su quella-volta-in-cui, il flavonoide -soprattutto quello mentale-non prevarrà.

Ed è stato così che la serata di ieri ha fatto balzare l’età percepita a un post adolescenziale maturo. Perché ieri sera per la prima volta ho visto un concerto di Vasco Rossi. E l’ho visto al cinema, insieme al mediatore musicale che me lo ha proposto, nuova figura di riferimento dopo quello culturale. Per scongiurare un altro momento Freddie Mercury mi ero preparata accuratamente. Il film è quello che porta al cinema lo storico concerto di Modena Park, che avevo bellamente saltato a piè pari non solo dal vivo ma anche nella diretta televisiva. Diciamo che per una che gli ultimi 40 anni li aveva passati prevalentemente su Mozart e Bach il rock faceva capolino prepotentemente ma sporadicamente, come quegli oggetti che ti incuriosiscono ma che non sai mai dove mettere.

Vasco Rossi da Zocca, quella e quello e quelli della zeta blesa che farebbe innamorare chiunque al primo ascolto. Ah i modenesi, che bella gente. (vero Bolè?). Senonché per me al massimo Vasco era Fiorella-Mannoia-di-Sally e però è stato anche la fulminazione su un’altra poltrona di cinema, quando Elio Germano ne “La nostra vita” canta a squarciagola “Anima fragile” al funerale della compagna. Emozioni indimenticabili di nacerta.

Epperò a pensarci bene Vasco c’era anche quando -ogni volta quando- uscendo dalle carte bollate del finematrimonio c’era bisogno di trovare “Un senso” a quel faldone che un senso sembrava non averlo.Poi, giusto sul recente, Vasco c’è stato quando questa estate con Grace abbiamo attraversato la Dordogna e l’Aquitania e il Cognac e ad accompagnarci c’era “Come nelle favole”, che ha giusto il ritmo di una traversata.

Perché, come dice lui, lui Blasco, nel film, alla fine “dentro ciascuno di noi c’è un po’ di Vasco”, di quella cazzuta fragilità, soprattutto. E attraversare quarant’anni di canzoni è stato come rileggersi quarant’anni di storia italiana e di storia di ciascuno. Come nessun libro potrebbe mai farci sentire. E ascoltare.

E restituirci le parole che non abbiamo mai pronunciato.

E le emozioni che non abbiamo fino in fondo vissuto.

E anche il coraggio che non abbiamo mai trovato e infine assolvere anche ogni Oggi non ho tempo-Oggi voglio stare spento.

E farlo ogni volta che viene giorno, ogni volta che ritorno, ogni volta che mi sveglio, ogni volta che mi sbaglio.
Vasco Modena

Per una che aveva puntato tutto su Bach stiamo proprio a oggivogliostarespento.

Ma senza perdersi d’animo mai.
E combattere.

Sigla

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Che cossss’è l’amor

Ora di pranzo, in un bar fuorizona.
Mi siedo, panino al salmone-rughetta-un bicchier d’acqua grazie.
A un certo punto inizia in sottofondo CHECOSS’èL’AMOR.
Io penso a Silvia Mauro che me l’ha postata su Facebook due giorni fa a commento di Amori che non sanno stare al mondo.

Mi metto a ridere, mi appoggio alla spalliera e me la godo. Ed è allora che si avvicina il cameriere e mi fa:

Ahi-permette-signorina-sono-il-re-della-cantina e qui ci vorrebbe che la invitassi a ballare. Ma intanto scusi eh, almeno na biretta.

Checoss’èl’amor io ancora non lo so. Ma Roma per fortuna è anche questa.

Sipario

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Amori che non sanno stare al mondo

Alla fine usciamo dalla laterale del cinema Intrastevere, in uno splendido vicoletto chessoloarroma la notte è arancio e nera, e lei mi dice

-Che in effetti Meripo’ macheccazzocesuccede certevolteannoi quando ci innamoriamo, che basta passi un po’ de tempo e te dici Macomehoffatto?

E’ tutto qui, nella recensione di Scassaminx, il senso di “Amori che non sanno stare al mondo”. Sta tutto in quel  macheccazzocesuccede certevolteannoi. Non lo sappiamo, che ci succede certevolteannoi. Sappiamo solo che al mondo ci stiamo con grande difficoltà. E quindi a volte è nell’amore che vogliamo trovare riparo. Che però al mondo non ci sa stare manco lui, l’amore intendo.

La FrancescaComencini lo sa bene, anche per esperienza personale. Come a nacerta lo sappiamo tutte e tutti. C’è un amore che ci vagola nella testa, immaginato sognato desiderato, e ce n’è uno in carne e ossa proprio qui davanti e spesso i due fanno fatica a convivere.

Forse è per questo che il modo migliore per farli vivere, gli amori, è nell’assenza. Di norma niente ci tiene più uniti che desiderarci.

Ma insomma sti due si amano sul serio e per sette anni. Poi. Poi non più o forse ancora sì ma non ce la fanno più a sopportare la tensione, la difficoltà, la devastazione. E allora poi lui ama un’altra, più giovane. Prevedibile e banale. Ma il cinema ci mette il resto. E alla fine siamo un po’ tutte con questa sconclusionata protagonista su uno dei ponti di Roma, mentre butta il cappello rosso nel Tevere e finalmente libera dall’ossessione si dice

-Che poi alla fine si sono lasciati anche i Beatles

e soprattutto è Lucia Mascino, l’attrice, a riassumerne in un’intervista la morale:
“L’amore non può essere il naufragio della nostra personalità”.

Cosa che ci diciamo tutti, appena usciamo dalla devastazione. Subito prima di ricascarci di nuovo.

Perché questa alla fine, è l’espiazione della vita:”Questa cosa che quasi non fu mai ancora ci tenta” (Andrè Aciman).

Amori che non sanno stare al mondo

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