Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Quando si chiude una porta ma si riapre un portone. Del cuore

Capita raramente, che a scrivermi sia un uomo. E che uomo. Ma per ora non l’ho ancora convinto a svelarsi. Ci scrive, dunque, il nostro amico Mister X. Anzi Mister XY.

Ogni volta che leggo Meripop mi si aprono universi interi sull’argomento amore.
Dice: “Scrivi che te passa”.
Dico: “Ma non mi piace. M’annoia”.
Me fa: “Sei solo pigro. Scrivi”.
E vediamo un po’, allora.

Stamattina apro FB e mi compare il post di Meripop che parla d’amore (il che non sarebbe nemmeno più una sorpresa, ormai). La sorpresa l’ho avuta nel momento in cui ho capito di cosa si stesse parlando: cuore,
le stanze del cuore.

Eh. Capito perché non commento? Troppa roba da scrivere.

Però rifletti: sulle tue idee, le tue convinzioni, su come possa funzionare il cuore rispetto a questo sentimento che tutti cercano, tutti vogliono ma che poi alla fine, per un motivo o per l’altro, tutti odiano (escluse le rare eccezioni di coppie che stanno insieme ancora adesso dopo più di 50 anni di matrimonio, che tutti conosciamo).

L’amore. Qualcuno ha dato una definizione ben precisa di amore.
Lo definisce come quell’innata necessità di occuparsi del benessere, sia esso fisico o psicologico, della persona che si ha di fronte.

Attenzione!!! PERSONA. Non partner. Certo, perché l’amore non è solo quello che c’è (leggi dovrebbe esserci) tra due partners. Ovviamente ne cambia la natura, ma sempre di amore si parla.
L’amore, quello puro, esiste. Ed è quello che ti porta a tenertelo nel cuore nonostante le varie esperienze che ti possano capitare durante tutta la vita. Se l’amore vero non viene vissuto, verrà di conseguenza immagazzinato come evento che avremmo voluto. Ed è in questo momento che il nostro cuore apre la sua bella stanzetta, immagazzina e chiude la porta. Porta che solo la corrispondenza esatta di quell’amore sarà in grado di riaprire nonostante il tempo o le esperienze avute.
A me così è capitato.

A 15 anni conosco questa ragazza più grande di me. E’ amore. Totale. Inespresso per la timidezza di un quindicenne. Dopo due anni decido di fare qualche passo, forse un po’ goffo, verso di lei. Un anno di “un passo avanti e due indietro”. Alla fine ci riesco. Agosto 1998. 9 agosto 1998. Domenica 9 Agosto 1998. Erano le ore 19.45. Nella camera da letto di un amico. Il bacio più bello. Quello che non scordi. Quello che ti porti nel cuore per sempre. Nella stanza del cuore.
Il tutto dura  una settimana. Ancora mi ricordo il mio primo pensiero: “ Chiedevo un mese. Solo un mese per farti capire quanto tu già sia dentro al mio cuore”. Rimase un pensiero.
Da qui in poi esperienze lunghe. Dieci anni con una donna, di cui 5 di matrimonio, un figlio. Separazione. Altra relazione lunga, 4 anni. Convivendo.
Siamo arrivati nel 2014. Il solito gruppo di amici organizza un’estate in Puglia tutti insieme. Vado anche io con la mia compagna. Tra tutti, anche lei. Ancora lei. Sempre lei.

Non so esattamente cosa io possa aver potuto fare, ma devo averle smosso qualcosa. Anche solo a livello ormonale. Siamo in acqua a fare il bagno. All’improvviso mi sento una presenza che vuole salire sulla mia schiena. E’ lei. Lei che, con quell’abbraccio, ha riaperto la stanza del mio cuore.

La mia proverbiale forza di volontà vacilla. Inizia una storia clandestina. Dopo un anno lascio la mia compagna e finalmente corono il sogno di una vita. Avere una storia d’amore con lei.
E’ durata due anni. Lei non andava bene per me. O io per lei, vai a sapere.
Ora la domanda viene spontanea: era amore vero, il mio? Le altre donne con cui sono stato le ho amate veramente? Oppure non ho amato nessuna poiché amavo di un amore puro solo lei?

Leggo alcuni scrivere: “Perché in tutti questi anni non si sono dati da fare per cercarsi nuovamente?”. Semplice. A volte la vita ti mette davanti a situazioni o esperienze che ti portano a mettere da parte quell’amore inespresso o vissuto solo per poco, per affrontare le tue responsabilità o anche solo la diretta conseguenza di una tua scelta.

Ciò però non può voler dire che non hai amato veramente. O che non ami ancora tuttora.
Hai amato. Segretamente. Nella stanza del tuo cuore. E proprio perché è lì, proprio perché è solo per te, sicuramente non può che essere un amore puro, vero.

Mister XY


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Quante stanze ha il cuore?

Lei aveva 17 anni quando incontrò lui, che ne aveva 23. E si amarono. Per due settimane. Ma è il 1944, c’è la guerra e lui a un certo punto scompare e non torna più.

Ciascuno prosegue la propria vita. Si sposano. Restano anche vedovi. Poi arriva l’anniversario dello sbarco in Normandia e France2 intervista lui, Robbins, in America. Lui parla della sua storia d’amore, di QUELLA storia d’amore. Con lei, francese. E France2 si mette in ricerca di lei, di Jeanine.

La trova. E quando lui arriva in Francia per partecipare alla cerimonia trova lei ad aspettarlo. Settantacinque anni dopo. Lui trasecola: “pensavo che fosse morta”. Lei pure.  E te credo: lui ha 98 anni lei 92. Le telecamere riprendono il loro abbraccio, il loro bacio sulle labbra e le loro lacrime. La favola fa il giro del mondo. Applausi, sipario.

Ma da stamattina almeno in dieci (la prima è stata Gloria, il secondo Pierluigi) mi hanno mandato il link dicendo

-Meripo’ makkome… untummi commenti questa notizia ? (questo è Pierluigi, dal Granduhato)

E’ che io stavo imbambolata su una frase di lui. Quando le dice

Ti ho sempre amato Jeanine. Non hai mai lasciato il mio cuore”.

Non hai mai lasciato il mio cuore. Ecco, secondo me, il punto: in quel cuore c’è stato spazio sincero per altri amori, per la moglie per altre vite. Eppure. Eppure nel cuore di Kara Troy Robbins una stanza è rimasta sempre aperta per Jeanine Ganaye. “Non hai mai lasciato il mio cuore”.

Dell’amore abbiamo sempre un’idea di spazio contingentato, di esclusività, di monopolio.
E invece, allora, quante stanze ha il cuore?
E quanto possono restare aperte le sue porte?


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L’amore, quello di quando ce la fa

Avendo sviluppato una certo qual cinismo in materia a seguito di sentenza di divorzio passata in giudicato e a seguito di nove anni di onorata carriera di sentimental blogger in cui ne ho viste, sentite e combinate a livello top di gamma, attraversando inoltre un presente periodo di precariato emotivo diffuso, all’inizio pensavo me stesse a prende in giro. Quando cioè lei mi ha detto

-Meripo’ mi sposo. Ci vieni?

No so perché mi fossi fatta l’idea, nel tempo, di trovarmi di fronte a una single professionista e dunque pacificata con la vita e apperciocchè serenissima. Ma ci avevo preso solo sulla Serenissima: perché a Venezia, aggiunse, ci sposiamo. Al lido di Jesolo, per la precisione. Contestualmente apprendevo che essi stavano insieme da 27 anni. Ve lo ripeto: ventisette anni. Eddunque ancor di più mi chiedevo

-Ma mo’ dicoio perché bisogna sfidare la sorte?

Ritrovarmi su un pullman di romani in trasferta che cantano “Mi son El gondolier” è stato un attimo.

Causa traffico a livelli di Roma-Ostia la domenica estiva, venivamo catapultati quasi direttamente dal pullman alla spiaggia, fatto salvo un affrettato restauro.

Così, alle 17,30 del primo vero giorno di una primavera che non arrivava mai e che quando l’ha fatto quasi ci faceva rimpiangere l’inverno (altra grande metafora dell’amore), ci ritrovavamo su una spiaggia splendida, di fronte a un faro, che pure Jesolo quando ci si mette fa le cose in grande.

Comunque a me ci vuole ben altro, eh, per distogliermi dalla ragione sociale cinica di questo blogghe.

Ve la faccio breve. Ho resistito strenuamente. Finché l’ho vista arrivare, Fiammetta. Felice.

Fiammetta, Luciano, l’amore e noi (Foto Luciana Bregonzio Cembran)

Ed è stato mentre stavo lì a fare foto, che insomma cihoppursempre un blogghe e Ilmondodevesapere e darsi na regolata, che ho visto Fiammetta e Luciano guardarsi. Ebbasta. Guardarsi soltanto. E poi a tradimento i suonatori hanno iniziato a cantare All you need is love.

Ed è stato a quel punto che porcamiseria le lacrime hanno preso a tradimento me. Contestualmente una mano pietosa mi passava un fazzoletto per arginare l’eyeliner che si scioglieva insieme ad anni di resistenza attiva. Sissignori. Laqquippresente Meripo’ non lo sa ancora cosa sia l’amore però quando lo vede a volte -a volte- lo riconosce. E su quella caspita di spiaggetta del Faro di Jesolo io l’ho visto.

L’amore, quello di quando ce la fa. Che alla fine il cinismo è solo questo: un amore che non ce l’ha ancora fatta.

Eccheccavolo Fiammè a me sembra che mo’ ci posso credere di nuovo pure io. E che, ora sì, possiamo andarci a riprendere tutto quello che è nostro. In caso di emergenza anche il matrimonio. 

(Nino che ci fa le bolle di sapone. Che alla fine la felicità è un po’ così, come le bolle: non devi soffiarci troppo forte sopra. E devi godertela così, impalpabile e leggera. Foto Mary Cacciola, supervisione Andrea Lucatello. Cinziè perdonami se l’ho pubblicata ma ilmondodevesapere e deve pure vedere un pezzetto della redazione di Repubblica Live).

Perché All you need is love

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Quanto costa questa libertà

Aveva già preparato percorso, date, soste, ripartenze, approdi. Ci aveva già lavorato tanto. Ma non ha esitato a buttare tutto all’aria quando le ho detto “Grace, splendida la Cornovaglia. Ma io non sono mai stata in Normandia”. Ci ha aggiunto la Bretagna e ha ricominciato da capo.

E così, per quel suo naturale afflato verso i posti pieni di fascino, la sera prima del nostro sbarco in Normandia me l’ha fatta passare in uno splendido maniero d’epoca un po’ decaduto ma ancora pieno di atmosfera.

Ed è stato a colazione, mentre Madame sfoggiava composte e marmellate autoprodotte illustrandoci tutto il percorso da fare per arrivare a Omaha Beach, che Grace ha captato una parolina detta in modo molto duro e un po’ sprezzante: le cimetiere de ces autres, il cimitero degli altri. Perché sì, oltre alle 9387 croci bianche del cimitero americano di Colleville-sur-Mer che sta sulla collina a ridosso della spiaggia più insanguinata, Omaha Beach, da qualche parte esiste anche un cimitero “di quegli altri”. Dei soldati tedeschi.

Omaha Beach ci ha accolte in una giornata d’agosto fredda e grigia, quasi a riecheggiare quel clima terreo e immobile che deve aver preceduto una delle più gradi operazioni anfibie della storia. Là dove morirono come mosche migliaia di ragazzi, il 6 giugno 1944.

Omaha Beach

Che cos’è un eroe? Gli eroi non esistono, ha raccontato un reduce: esiste solo la fortuna che in quei momenti salva la vita a te e condanna quelli che hai attorno. E a Omaha Beach l’Oceano blu diventò tutto rosso in pochi minuti. Caddero uno dopo l’altro. E chiunque oggi vada su quella spiaggia sente ancora vivo quel sacrificio. Ancora oggi dopo 75 anni, parenti e amici piangono accasciati davanti al monumento che li ricorda. Anche noi non abbiamo potuto fare altro. Così come davanti alle 9387 croci bianche di Colleville sur mer.

Una giornata in cui ci saremo scambiate sì e no venti parole. E guardate che per ridurci al silenzio in viaggio, a me e a Grace, ce ne vuole. Ed eravamo sulla via del ritorno quando a un certo punto lei inchioda, mi guarda e dice

-Meripo’ ma veramente non ci andiamo da “quegli altri”?

-Grà, ma da chi?

-Quegli altri, quelli delle croci nere

Perché così è: non tutte le morti sono uguali. Anche se sei un ragazzino di 16 anni buttato dentro alla parte sbagliata della storia come carne da macello.

E la tua croce è nera.

Il cimitero tedesco di La Cambe in Normandia è un luogo deserto. Quasi introvabile. Sessanta chilometri. Di tanto abbiamo allungato per poterci andare. Croci nere, spesso senza nome, di ragazzi quasi tutti sotto i 20 anni. Nessuno li piange. Nessuno li ricorda.

E’ un prezzo altissimo, quello pagato per liberare il mondo dalla follia nazista. Sono passati 75 anni: troppi, evidentemente. E qualcuno, sempre di più, comincia a dimenticare. Croci bianche e croci nere tengono ancora il conto. Così come lo tengono quelli ancora vivi, i sopravvissuti della follia.

Ma sembra che non basti mai niente, neanche i morti, per tenere viva la memoria. Eppure, diceva José Saramago, “noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere”.

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Mister Pop

Ora, Poppiane e Poppiani dellaprimaora, ma chi ce lo doveva dì a noi che saremmo finiti nell’homepage di Repubblica, sempresialodata, sotto Arrigo Sacchi?

Grazie ancora a tutteettutti, che a certi gol non ci si arriva mai da soli.

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OroscoPop: quella sfavillante, simpatica canaglia del Gemelli Jep

 “La scoperta più consistente che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto i 65 anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare”. Ironico, a tratti sarcastico, mondano, snob, disincantato fino a lambire un cinismo forse più di maniera che autentico, Jep (Gambardella, chi altri se non lui) è – come del resto il suo creatore, il gemellissimo Paolo Sorrentino – è molto, ma molto, Gemelli.

Curioso, socievole, a volte lieve, a volte così leggero da risultare superficiale, come Jep, il Gemelli è una stella che brilla della veloce intelligenza di Mercurio, il pianeta che lo governa.

Intelligenza sfarfallante che coglie al volo il punto e sa tradurlo in qualcosa di divertente e interessante, che si tratti di letteratura, scienza o anche un modo particolarmente smart di fare il 730. E soprattutto, sa comunicarlo in modo interessante. In Gemelli, infatti, Mercurio, messaggero degli Dei e prima di ogni altro di chi degli Dei è Sovrano, ovvero Giove, esprime al massimo le sue doti di comunicazione veloce alla luce della grande capacità di interconnessione logica che gli appartiene.

Dotato di un fulminante sense of humour, sdrammatizzare anche le situazioni più difficili è uno dei suoi punti di forza mentre, grazie a Plutone esaltato, sa toccare con abilità i tasti della seduzione. Segno a cui la vox populi imputa infida doppiezza, in realtà i giovani gemelli che lo raffigurano nonché il suo simbolo tradizionale rimandano più che alla doppiezza, alla dualità: luce/ombra, maschile/femminile, razionale/emotivo. Un’ambivalenza che incarna e riflette astrologicamente l’intrinseca contraddittorietà della natura umana, l’ambiguità del pensiero e della parola, la complessità della esistenza.

Ciò detto, per sua natura, un Gemelli sa bene come essere accorto e trova sempre brillantemente vie d’uscita anche a situazioni imbarazzanti, magari attraverso qualche utile bugia che, quando diventa sistematica, è uno dei suoi lati ombra, insieme a una certa scaltrezza che non va troppo per il sottile. A ben guardare, il Nostro è abbastanza il tipo da “Tesoro scendo un attimo a prendere le sigarette” e poi chi si è visto si è visto. Così, al volo, senza fare un plissè. A volte il Gemelli puo’ essere Una simpatica canaglia che svicola con nonchalance, come del resto sa chiunque abbia avuto modo di provare (tendo a pensare inutilmente) a placcarne uno. 

Nel 2019 il test di Giove, compleanno easy e presto si vola

Inchiodati fino a fine 2017 da Saturno opposto al loro Sole dal campo delle relazioni, i Gemelli, che quando sentono anche solo minimamente odore di vincoli e blocchi si smaterializzano all’istante, e se non possono diventano evanescenti, si sono spesso sentiti come legati da una camicia di forza da cui hanno tentato in ogni modo di liberarsi, soprattutto nei rapporti di coppia e in quelli di natura societaria, anche perché ormai da tempo Plutone spinge a un cambiamento profondo. Molti hanno sentito il morso della freddezza di una relazione di coppia invecchiata o ormai priva di slancio vitale e hanno chiuso o subito chiusure di matrimoni e convivenze, pur se socialmente convenienti.

C’è chi ha invece dovuto confrontarsi con storie, magari con persone impegnate, bloccate e bloccanti: senza respiro. E non c’e nulla come la mancanza d’aria e di movimento che mandi un Gemelli in depressione. Nel 2019, con Giove che ha preso il posto di Saturno, i nuovi amori sono entrati in rodaggio, un test di convivenza – che può anche rivelarsi esaltante ma che dovrà presto confrontarsi con la realtà del day by day – sul modo di vivere la relazione di coppia, così come, con alti e bassi, accade a quelli che sono rimasti in piedi. Possibili incontri interessanti per i single, che potrebbero però scambiare un bel flirt per l’amore della vita, o magari, meno facilmente, anche trovarlo davvero: con Giove, sia pure opposto, non si può mai sapere. Da un po’ Nettuno, in aspetto dinamico al Sole dal settore della professione e dell’autonomia, instilla nei Gemelli il bisogno di sperimentare strade diverse, più creative e originali, per realizzarsi nel mondo, di destrutturare i vecchi schemi di gioco e ad aprirsi ad altro, lasciando però i Nostri un po’ nervosamente confusi o in fase di riorganizzazione. La tendenza a innovare e cambiare la porta anche Urano in Toro che potrebbe far sopraggiungere, all’improvviso, stimoli, idee e illuminazioni da cui far crescere talenti e inclinazioni. Un processo che porterà i suoi frutti con l’ingresso di Saturno nell’amico Acquario, a fine 2020, quando gli sforzi messi in campo troveranno una loro stabilità. Tanto più che, a sostenerli, ci sarà anche Giove.

Con Mercurio congiunto al Sole nel segno fino al 4 giugno, i Gemelli entrano nei giorni del loro compleanno esattamente come gli va: in modo easy, potendo contare su tutta la loro capacità di affabulare e divertirsi, oltre che sulla possibilità di concludere qualche piccolo affare. Anche se Mercurio in Cancro dal 4 giugno sarà invece un po’ frenante e introspettivo tanto più che in Cancro si troverà pure Marte: un’occasione per guardarsi un dentro e fare un check del modo di affermare il proprio valore nei vari ambiti dell’esistenza o di gestire i propri beni a tutto campo.

Ma come batterà il cuore? Forte, ma fino ai primi di giugno sarà un battito più affettivo che erotico. Dal 10 in poi Venere nel segno farà volare i Gemelli verso il solstizio con tutta la sua sontuosa carica di sensualità, passione e “piccola fortuna”. Un annuncio d’estate denso di promesse che non dovranno però farsi portar via da malinconie e incertezze passeggere che oltre a non fare per loro, li indispongono vieppiù.

E quindi, Fanciulli e Fanciulle dello Zodiaco: lo spleen non è cosa vostra, volate leggeri verso l’estate

Per sempre vostra, Maga Bagò


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Cos’è un pompelmo?

Cos’è un pompelmo?
Un limone a cui è stata data un’opportunità e ha saputo approfittarne.

E’ quello che è successo anche a Zuckercoso e ai due ragazzi di Kickstarter. Cosè Kickstarter? Se venite oggi alle 18,15 alla Nuvola di Fuffas all’Eur ve lo raccontiamo. Ma, tra l’altro, sono quelli grazie ai quali sono state pubblicate le Storie della Buonanotte per bambine ribelli.

Sul palco, per Kickstarter, troverete Fabio Pappacena. Cioè lui:

Da oggi a giovedì al Forum PA approdano anche tre monologhi della quippresente. Regìa di Tiziana Sensi.
Vi aspetto. Ma dovete accreditarvi. Cliccando Qui

E buone spremute di pompelmo a tutti.

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Qualsiasi cosa sia destinata a te…

Qualsiasi cosa sia destinata a te troverà il modo di raggiungerti.

Sarà probabilmente per questo che, evitatolo scientemente a Roma, me lo sono ritrovato a Napoli.
Scannasurice“, letteralmente scanna topi.
“Un’ora di monologo in napoletano stretto di cui capirai nonsoqquanto ma che, e non saprei dirti come né perché, ti conquisterà”. E’ così che me lo ha presentato Danilo, l’amico che ci ha lanciato la sfida. “Venite. Venite a vederlo a Napoli”.

Perché sarà che Parigi è sempre una buona idea ma mai così buona come Napoli.

E a me e a Pat non sembra vero trovare una scusa per andarci.
A un quarto d’ora dall’inizio dello spettacolo Danilo ci dice

-Entrate un attimo, vi faccio vedere il teatro ancora vuoto. Il Teatro Elicantropo: piccolo, raccolto, post industriale, ex falegnameria resuscitata come teatro grazie a tre coraggiosi artisti (uno ve lo presento fra pochissimo); tutto nero, con gradinate a cuscini rossi. Siamo lì in silenzio quando, dal piccolo palco costruito a loculi di cemento stile cimiteriale, sbuca una figura strana.

Sobbalziamo come chi pensava di esser lì da solo mentre, districandosi tra gli anfratti di cemento come una contorsionista, sbuca lei. Lui. Leilui: retina in testa, cerone in faccia, maschera di trucco, un cardigan abbondante a coprire un indecifrabile corpo. Occhi e incedere magnetici. Paura. E una vocina dentro -Uànema, vedi che serata t’aspetta mo’ …
Ma a quel punto è già tardi: quell’entità magnetica si avvicina e io non riesco più a staccarle gli occhi di dosso. Ci saluta, ha una voce calda, dolce, femminile.

-Meripo’ ti presento Imma Villa, la protagonista

Ve la faccio breve. Finisce, dopo un’ora di spettacolo, con me in lacrime, trucco completamente sciolto che sembro più Scannasurice, femminiello e mascherone di lei.

In mezzo un’ora ininterrotta di emozioni, di cambi di voce, di stili, di generi teatrali e sessuali lui-lei-laltro-ilnonso, in cui si ride, si trattiene il fiato, ci si dispera, ci si rialza. Un’ora in ostaggio della magìa, della disperazione, della bravura. Un’ora sulle montagne russe insieme a questo femminiello dei Quartieri Spagnoli, che batte e si sbatte per sopravvivere all’indomani del terremoto del 1980 .

E precipitiamo con luilei nel baratro della stamberga in cui abita tra surece (topi), munnizza e dolore ma anche fra belle mbriane e munacielli perché «Le case sono intonaco e divinità».

Sapevo come andava a finire la storia. Eppure quella fine mi ha travolta lo stesso, senza più difese.

Per un’ora non si è sentito un fiato che non fosse il suo, quello di Imma Villa intendo. E quando è chiaro che è finita e si spegne anche l’ultima luce, tutti aspettano quegli interminabili due tre secondi per far partire il primo battito di mani che diventa torrenziale e infinito e che alla fine ci fa alzare tutti in piedi.

Lei stremata ringrazia, si inchina, sta a mani giunte, indica la regìa, i tecnici e noi che non riusciamo ad andare via.

Da domani Scannasurice sarà al Piccolo di Milano.

Amiche e amici di lassù, se potete fatevi questo regalo. Consegnatevi spontaneamente in ostaggio a questa inspiegabile e indicibile forza che si chiama arte.

 

Scannasurice
di Enzo Moscato
regìa Carlo Cerciello
dal  al 
Piccolo Teatro Grassi
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You Pop, Parlami d’amore sbarca su Youtube e su Rep.it

Parlami d’amore Meripo’ sbarca su Youtube e si piazza sulla home page di Repubblica (qui): il video oltre la siepe e oltre la carta. A Repubblica (e La Stampa e tutto il cucuzzaro e gruppo Gedi) sono degli spericolati.
Una parola al mese. A maggio è Leggerezza. Alleggeriamoci, amiche e amicimiei.
Alleggeriamo lo spirito e pure gli armadi.
Fatevi guidare nelle vie del Butting.
E ricordate che ciò che vale per il cambio armadi vale pure per il cambio-partner. 
Le Tre Regole dell’Armadio vi accompagnino sempre. Che da Marie Kondo a Meripo’ è ‘nattimo.

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Leonardo Da Vinci, storia del primo cervello in fuga

Avendo lungamente sbomballato anche io a lei i cabasisi sulla questione “certo però guarda come i francesi hanno costruito la propria fortuna sugli artisti italiani” e nella fattispecie osservando la fila chilometrica che serve per entrare nell’ultima dimora di Leonardo Da Vinci nel Castello di Clos Lucè -Valle della Loira-, lei aveva in un primo momento effettivamente assecondato la rivendicazione patriottica mia con l’esclamazione

-Uànema, Meripo’, laggènt

vieppiù rafforzata dal fatto che, dopo un percorso di visite a L’ultimo studio di Leonardo


Il Parco di Leonardo percorso paesaggistico sulle sue orme con venti macchine a grandezza naturale azionabili e quaranta teli trasparenti rappresentanti dettagli di suoi dipinti
il Giardino di Leonardo, con i suoi disegni botanici, studi geologici e idrodinamici e paesaggi: il ponte a due piani da lui progettato
gli attrezzi di Leonardo,
la seggiola di Leonardo
la cucina di Leonardo
eravamo infine sbucate dentro al gift shop finale a base di: Birra Leonardo da Vinci, Cereali Leonardo da Vinci, Carta igienica e salvietta Leonardo da Vinci.

Senonché giusto oggi che ricorrono i 500 anni dalla morte di uno dei più grandi geni mai apparsi sulla terra, genio di casa nostra, mentre iniziano le celebrazioni solenni per la fu dipartita, è però il caso di ricordare che Leonardo arrivò in Francia nell’autunno del 1516, accogliendo l’invito di Francesco I, re di Francia, a risiedere presso di lui. E perché lo fa? Perché ha 64 anni, è indebolito dall’età e ha una paralisi alla mano destra e a Roma è morto a marzo il suo grande protettore Giuliano de’ Medici. Quindi non sa bene come sbarcare il lunario, in Italia. E se ne va.

Perché in Italia puoi anche essere il più grande genio mai apparso sulla faccia della terra ma se non hai un protettore sono cavoli amari.

Valica le Alpi con i due discepoli Francesco Melzi e Battista de Villanis e con un seguito di bauli e borse piene di manoscritti, appunti, quaderni e tre tele: la Monna Lisa, il San Giovanni Battista e la Sant’Anna.

Francesco I è un amante dell’arte italiana e suo grandissimo estimatore. E onorerà la presenza del genio italiano, il più grande di tutti i tempi, dandogli alloggio nel castello di Clos-Lucé, e fregiandolo del titolo di “premier peintre, architecte, et mecanicien du roi” ma soprattutto gli darà un vitalizio di 5000 scudi.

Gli ultimi anni che Leonardo trascorrerà in Francia saranno i più sereni della sua vita. Nonostante debolezza e paralisi riuscirà a portare avanti le sue ricerche e i suoi studi aiutato dagli allievi e dedicandosi alle sue prime passioni ossia scienza e fisica.

Leonardo è stato il primo cervello in fuga. Facciamocene una ragione.

la Gioconda non ce l’ha rubata purtroppo nessuno, tantomeno Napoleone: anche questa, come tante, è una bufala. La Gioconda è legittima proprietà della Francia perché Leonardo la vendette a Francesco I nel 1518 per riuscire a campare.

E dunque il mesto ritorno alla realtà, lì in mezzo ai castelli della Loira, trovava la finale sintesi nella chiosa di Grace:

-Meripo’, la verità è che questi sono riusciti a vendere Leonardo pure sulla carta del cesso. E noi non siamo riusciti nemmeno a trattenerlo in Italia.


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