Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Io sono Mia

Quando i pompieri sfondano la porta di casa lei è stesa sul letto, le cuffie con la musica sulle orecchie. “L’espressione serena”, forse per la prima volta. È morta da due giorni e nessuno l’ha cercata, Domenica Rita Adriana Berté per l’anagrafe e Mia Martini per tutti noi. Scende così tristemente il sipario su una delle voci e delle anime più calde e al contempo oscure che la storia della musica ricordi. E’ il 1995.

Stasera RaiUno le dedica un film, Io sono Mia. Di quanto male le sia stato fatto sappiamo tutti. Di quanto bene ci faccia lei, e di quanto paradossalmente rischiari il nostro buio con il suo, meno. Mia Martini, quell’angolo malinconico e sofferente che risuona in ciascuno di noi appena la sua voce reca in prestito suono e parole.

Chi saprebbe racchiudere meglio di Minuetto lo stato dell’arte del perenne stare appese? Chi, se non le parole di Franco Califano, la musica di Dario Baldan Bembo e il graffio della sua voce? E il suo è un graffio perenne. Nella voce e nella mente. Sua e nostra.

Dove sei “Tu, piccolo uomo” che dal 1972 imploriamo di non andar via? E in quanti Almeno Tu abbiamo riposto nuovamente la fiducia che l’Almeno tu precedente si era portato via?

Potremmo riscrivere ciascuno il proprio il curriculum sentimentale quasi solo con l’elenco delle sue canzoni. Quelle alle quali ci siamo aggrappati, quelle che ci hanno stanati, quelle che ci hanno stappato le lacrime, quelle che ce le hanno asciugate. Ci ha scrutato nel cuore e ci ha restituito le parole per saperlo leggere anche noi Si chiama arte. E non muore mai. Perché, diceva Rainer Maria Rilke,
Le opere d’arte sono sempre il frutto dell’essere stati in pericolo, dell’essersi spinti, in un’esperienza, fino al limite estremo oltre il quale nessuno può andare”.

“Molti mi hanno chiesto cosa è successo in questi anni, dove sono andata a finire”. Ecco, cosa le è successo, dalla sua viva voce:

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Rosa Luxemburg, l’amore rivoluzionario

“Mi trovo a casa davanti al tavolo e cerco di buttare giù il volantino. Dziodzio mio! Non ne ho voglia (…). Voglio essere con te, non ne posso più. (…) Quando avrà fine tutto questo? Oggi ho sentito dentro di me una stanchezza così profonda e una così grande nostalgia che per poco non mi sono messa a gridare. (…). Per consolarmi immagino già la locomotiva che fischia, il treno che si mette in moto quando partirò per raggiungerti. Il treno si avvicina a Zurigo, tu mi aspetti, io scendo e corro vero l’uscita e tu sei lì, alla porta tra la folla e non ti sarà possibile correre verso di me: no, sarò io ad affrettarmi! Ma noi non ci abbracceremo subito, no, questo guasterebbe tutto, non avrebbe nessun significato. Andremo a casa in fretta e, camminando, ci guarderemo in un certo modo e ci sorrideremo. E a casa ci siederemo sul sofà e ci abbracceremo; e io scoppierò in lacrime, come adesso. (…). Purtroppo ho strappato tutte le tue lettere nel timore di una perquisizione. E adesso non ho niente per consolarmi”.

Rivoluzionaria, intellettuale, grande teorica del marxismo e pienamente -pienamente- donna. Rosa Luxemburg. Che qui scrive al suo amato. E sono sì rivoluzionarie queste “Lettere di lotta e disperato amore”. Una piccola parte delle 2.500 che ci ha lasciato. Una corrispondenza di oltre vent’anni, quella con Leo Jogiches, suo compagno di lotta e amante. Ma il suo è un Amore universale, per tutti gli uomini. E certo anche per uno in particolare. Rosa che non ha mai rinunciato a quella parte di sé, quella umana.

E dunque in queste lettere c’è il demone della rivoluzione ma c’è anche l’ossessione dell’amore: “Dziodzio.. Vieni subito. Ci nascondiamo tutti e due da tutto il mondo in due stanzette e lavoreremo da soli, faremo da mangiare da soli e staremo così bene, così bene…”. Non arretra di un passo nella lotta ma poi vorrebbe mettergli le braccia al collo e baciarlo “mille volte. Vorrei che tu mi sollevassi tra le braccia, come piace a me, ma tu trovi sempre la scusa che peso troppo”.

Rosa Luxemburg con le sue passioni, i suoi umori, il suo desiderio di tenerezza e cura (“Scrivimi se la mattina prendi ancora l’uovo. Bevi la cioccolata alle 4? Prendi il latte ogni giorno?”) “che nulla toglie alla portata rivoluzionaria. Vuole cambiare il mondo ma vuole anche essere felice. Filosofa, economista, politica e rivoluzionaria polacca di origini ebraiche naturalizzata tedesca, teorica del socialismo.

E, come dirà Margarethe von Trotta illustrando il suo film su di lei, c’è anche “il suo amore per Leo Jogiches con il quale, all’ inizio, lei voleva dividere una serie di gioie e di piaceri “borghesi”, una casa, dei bambini, dei viaggi. Racconterò di come si lasciarono perché li divideva l’ incapacità di lui a rispondere alla natura appassionata di lei… Racconterò però anche del rispetto e dell’ amicizia che li ha uniti per tutta la vita, anche se, terminato l’ amore, si davano reciprocamente del “lei”.

Il film si intitolerà La pazienza di Rosa (più conosciuto come Rosa L): “Perché quasi ogni lettera delle moltissime che ci ha lasciato la Luxemburg finiva con la frase “resta sereno e paziente”, che scriveva e raccomandava a tutti gli amici. E’ stata nove volte in carcere, Rosa Luxemburg, e da lì si rivolgeva all’esterno: “sii paziente”. Ma in realtà lo diceva soprattutto a se stessa, che paziente non era: che contro ogni razionalità della pazienza voleva, disperatamente voleva, che la rivoluzione si realizzasse subito, finché lei era ancora in vita”.

“Restare un essere umano, cioè gettare, se necessario, gioiosamente tutta la propria vita “sulla grande bilancia del destino”, ma allo stesso tempo rallegrarsi per ogni giornata di sole, per ogni bella nuvola. Ahimè! Non conosco la ricetta che permetterebbe di comportarsi come un essere umano:  so solo come lo si è. E tu lo sapevi, anche tu, ogni volta che andavamo per qualche ora a passeggiare nella campagna di Südende, mentre i raggi del tramonto illuminavano i campi di grano. Il mondo è così bello malgrado tutti gli orrori e sarebbe ancora più bello se non vi fossero sulla terra dei vigliacchi e dei codardi.”

Nel gennaio del 1919, cento anni fa, i Freikorps arrivati a Berlino per reprimere la rivoluzione spartachista, uccidono Rosa Luxemburg e il suo compagno di ideali Karl Liebknecht e buttano il corpo in un canale. Il suo cadavere verrà ripescato a maggio, completamente sfigurato. Una morte atroce, con orde di gente armata ad infierire sul corpo senza vita di una delle menti più brillanti dell’ideologia marxista.

E dunque se oggi le chiedessimo
-Rosa, come si fa ad essere rivoluzionarie?
lei probabilmente ci risponderebbe
-Io so soltanto come si è umani


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Il Vero Amore

L’ha cercato e inseguito sempre. Il Vero Amore. Sì lei è una romantica. E non si accontenta, non si è accontentata mai. Poi la vita l’ha piegata ai compromessi del caso e sì una famiglia alla fine l’ha costruita. Felice come tutte quelle che si assomigliano. Ma Il Vero Amore no. Il Vero Amore veniva avvistato di quando in quando, a volte addirittura certa di averlo afferrato. Ma no, non era.

Qualche anno fa se ne inventò uno, nella sua testa: prese spunto da un amico caro, molto caro, che però da Amico Caro ad Amore-come-dico-io non decollava mai. Diventò per lei in ogni caso Il Vero Amore a sua insaputa, a insaputa di lui. Che sempre ha continuato ad essere il suo Amico Caro.

Non che ci fossero troppe occasioni di incontro ma quelle che c’erano trascorrevano nella più inequivocabile atmosfera di Amico Caro che ci sia. Eppure qualcosa dentro di lei diceva che quello, proprio quello, avrebbe potuto essere il suo Il-Vero-Amore prima o poi.

Senonché qualche giorno fa lui si è un po’ stranito: era stranito dal fatto che lei avesse dimenticato il suo compleanno e no, non era accaduto mai, e vieppiù stranito dal fatto che al suo uozzappo lei manco avesse risposto e ancor peggio al suo squillo nemmeno avesse richiamato, un po’ si è pure insospettito e vabbene chevvoi donne siete umorali ma qui mo’ è troppo.

Ed è stato allora che, invece, un’altra Amica Cara lo ha chiamato e glielo ha detto. Gli ha detto dove trovarla. Così lui, in piena notte, si è alzato, vestito di tutto punto, profumato, uscito, ha comprato una rosa rossa alta un metro e mezzo ed è andato da lei. Ha preso l’ascensore, salito al piano, entrato, sorriso, preso la sua mano libera e gliel’ha accarezzata, poi ha poggiato la rosa sul comodino e le ha detto delle parole nell’orecchio.

Lei allora si è svegliata, ha aperto gli occhi e con gli occhi gliene ha dette altrettante, di parole, che con la voce non poteva più. Poi ha guardato la rosa, ha guardato un’ultima volta lui e ha richiuso gli occhi. Che non riaprirà.

Sì, miei cari. Il Vero Amore esiste. Ma forse non sta dove continuiamo spesso a cercarlo. Qualche volta ci viene incontro lui e ci prende per mano. Per accompagnarci per l’ultima volta.

 


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Professorè, da Auschwitz nun po’ tornà nessuno

Ve lo ripropongo ogni anno. Perché non trovo altre parole che queste. Soprattutto QUESTO anno.

Alcuni governi, una separazione e tre lavori fa Meri Pop decise di non farsi mancare proprio nulla e accettò di verificare se era in grado di sopravvivere anche al Ministero della Pubblica Istruzione.
Un giorno la chiamò il ministro e le disse: “Meripo’ sto andando ad Auschwitz. Con i ragazzi. Copriti bene”.

Arrivarono una mattina di gennaio davanti a una montagna di neve bianca dalla quale spuntava un cancello di ferro nero. E sotto una gelida nevicata iniziarono a camminare a fatica tra le stradine dell’inferno. I ragazzi accompagnavano il ministro, Meri Pop i giornalisti, il ghiaccio e il silenzio accompagnavano tutti.

Andarono nelle baracche delle donne, in quelle degli uomini, in quelle dei bambini. Poi andarono anche al museo: cataste di abiti, occhiali, capelli, protesi dentarie, scarpe. Davanti a una scarpina singola taglia bambina la linea Maginot di Meri Pop crollò.

E cominciarono a scendere: tante, calde, veloci.

E’ a quel punto che, dal gruppetto degli studenti, se ne staccò uno -primo liceo scientifico, 14 anni massimo 15- e le si avvicinò, facendo cadere un’altra Maginot, quella che in qualche modo aveva tenuto una distanza di sicurezza e di comprensibile reverenzial timore tra i due.  E, dopo ventiquattr’ore di viaggio e di “Dottorè”, il ragazzo le poggiò un vigoroso braccio sulla spalluccia piangente, ed ora anche scossa, ed esclamò:

“Professorè, io me sto a trattenè da un’ora e mo’ tu sbraghi?”

E’ uno dei momenti salienti della Hall of Fame della mia vita. Uno di quelli ai quali ogni tanto attingo nei fotogrammi No. Insieme al fatto che, poche mattine fa, ero su un autobus e a un certo punto ho sentito uno che richiamava l’attenzione di tutto il jumbobus con:

“Professorèèè! Se ricorda?”
e con aria complice e abbassando la voce come dovesse rivelarmi la comune appartenenza alla Massoneria aggiungeva
“semo stati insieme ad Auschwitz”.

Ovviamente non l’ho riconosciuto ma dimenticare è, appunto, impossibile.
Ci siamo scambiati qualche battuta, ha già fatto la maturità. Poi gli ho chiesto quanti anni erano passati da quando eravamo tornati da Auschwitz.

Mi ha guardata e ha preso fiato. Poi:

“Professorè, mica lo so. Me sa che da Auschwitz nun po’ tornà nessuno. Io certe volte ce ripenso e me sembra che sto ancora là”.


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“Non c’è neanche un braccio al quale dobbiamo appoggiarci”: quel vaticinio semprevivo di Virginia Woolf

“Se guarderemo in faccia il fatto – perché è un fatto – che non c’è neanche un braccio al quale dobbiamo appoggiarci ma che dobbiamo camminare da sole e dobbiamo entrare in rapporto con il mondo della realtà e non soltanto con il mondo degli uomini e delle donne, allora si presenterà l’opportunità”.

E’ la giornata di Virginia Woolf, nata oggi 137 anni fa. Giornata di Stanze tutte per sé, quindi.

Ma se da tutta la richezza woolfiana dovessi trarre un Bignami Woolf, direi che, ieri come oggi, è ancora questo: “non c’è neanche un braccio al quale dobbiamo appoggiarci”. E’ solo occasionalmente che ne troveremo uno -di braccio- e sarà provvisorio, che quel milione di scale di Eugenio Montale che-ho-sceso-dandoti-il-braccio, di norma sono solo un accidente della vita, la regola restando l’aggrapparsi semmai al corrimano.

Per dirla in nove paroline occorre-prendere-l’abitudine alla libertà e al coraggio. Perché oggi come ieri potremmo con lei ripetere:

“Come contiamo poco e come tutte queste moltitudini annaspano per restare a galla”.

E’ per questo che lei la stanza tutta per sé la costruì prima di tutto nella sua spaziale testa.

“L’unica vita eccitante è quella immaginaria. Appena metto in moto le rotelle nella mia testa non ho più molto bisogno di soldi o di vestiti, e neppure di una credenza, un letto a Rodmell o un divano”.

Un'immagine tratta da Virginia Woolf: An Illustrated Biography di Zena Alkayat e Nina Cosford che mostra gli oggetti sulla scrivania di Virginia Woolf. (Nina Cosford)

Un’immagine tratta da Virginia Woolf: An Illustrated Biography di Zena Alkayat e Nina Cosford che mostra gli oggetti sulla scrivania di Virginia Woolf.

Adeline Virginia Stephen incitò le donne a farsi largo nel mondo per tutta la vita. Ma un giorno, stanca e depressa, al largo decise di andarci lei: scese al fiume, si riempì le tasche di sassi e, senza alcun braccio al quale aggrapparsi, si lasciò morire nell’Ouse.

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Due cose sono infinite

Dunque, oggi c’è questa copertina di Libero con un titolo che, davvero, mi imbarazza anche trascrivere ma che ormai la sappiamo comunque tutti e diamola per trascritta. Arriva dopo altri titoli ributtanti. E dopo quotidiane e variamente sparse e sperse dichiarazioni ributtanti. E anche dopo, cambiamo proprio tono, quella cosa che ancora gira del tizio di mezza età, francese, che dice un’ovvietà e cioè che il corpo di una donna di venticinque anni è meglio del corpo di una di cinquanta. Ma siccome ha un libro in uscita e non sa come caspita venderlo, la dice così, all’intervistatrice:  “Non potrei mai amare una donna di 50 anni. Le trovo troppo vecchie, forse quando avrò 60 anni ne sarò capace, allora una donna di 50 mi sembrerà giovane. Le 50enni per me sono invisibili, preferisco i corpi della donne giovani, tutto qua”.

Ora, in un mondo più avanzato, sia quei titoli che quelle dichiarazioni che la questione del poverino che deve vendere il libro potrebbero essere archiviate al più con un moto interiore di profondissima pena per tutti costoro. Dice ma in un mondo avanzato magari manco esisterebbero. E no. Perché nonostante l’avanzamento ci sarà sempre quella spada di Damocle di Einstein che comunque incombe, secondo la quale

“Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo l’universo ho ancora dei dubbi”.

In ogni caso pensate, anzi sognate: sognate per un attimo il momento in cui Libero, i minus habens, il francese e associati esternano le loro cialtronate e non succede nulla. Passano i titoli in rassegna stampa e nulla. Ma nulla nulla. Non una reazione, non un articolo, non una dichiarazione. Non un’alzata di sopracciglio.

Ecco. Lo sentite questo suono ovattato e lontano? Il tonfo di una cosa miserabile nel vuoto.
Sarebbe impagabile.

Sì, due cose sono infinite. E una, purtroppo, sono ancora i titoli di Libero.


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Helen Hulick, che ci regalò il diritto di portare i pantaloni

I ladri le hanno svaligiato casa e lei deve presentarsi in tribunale come testimone. E’ così che una storia di ordinario furto si trasforma in una Storia con la S maiuscola. Perché a quell’udienza Helen Hulick, di professione maestra di scuola materna, si presenta in pantaloni. E’ il 1938 e il giudice del Tribunale di Los Angeles, Arthur S. Guerin, non è pronto a un simile oltraggio. Sospende l’udienza e le intima di tornare vestita “da donna”.

Per tutta risposta Helen, che all’epoca ha 28 anni, replica

-Dite al giudice che farò valere i miei diritti. Se mi ordina di mettermi un vestito non lo farò. Mi piacciono i pantaloni. Sono comodi.

Si ripresenta cinque giorni dopo. Con un bel paio di pantaloni arancioni e verdi. Il giudice è furibondo:

L’ultima volta che si è presentata a questa corte vestita come lo è ora, ha attirato l’attenzione di tutti più del procedimento in corso. Le è stato chiesto di tornare con un abito più consono per un processo in tribunale. Oggi è tornata indossando dei pantaloni, sfidando apertamente la corte. E la corte le ordina di tornare dunque domani con un abito adatto. Se insiste a indossare i pantaloni, le verrà impedito di testimoniare. Ma sia pronta a essere punita secondo la legge per oltraggio alla corte

Secondo voi cosa risponde a quel punto, la sventurata?

-Tornerò con i pantaloni, signor giudice. E se lei mi metterà in prigione spero che questo possa aiutare le donne a liberarsi per sempre dagli anti-pantalonisti.

Neanche a dirlo, si presenta il giorno dopo con i pantaloni e con un avvocato, William Katz, che a sua volta si trascina dietro quattro volumi di citazioni sul diritto ad indossare anche in tribunale l’abbigliamento voluto.

A conferma del fatto che “il coraggio fortifica ma l’ostinazione diverte“, Helen spiega:

-Signor giudice, d’altra parte io indosso pantaloni dall’età di 15 anni, non ho altri vestiti se non uno da gran cerimonia, e non vorrà mica che mi presenti qui in abito da sera, immagino.

Helen viene condannata a cinque giorni di carcere dove, sì, dovrà indossare un abito, un abito di jeans, che è la divisa delle detenute.

Il suo avvocato a quel punto porta la questione in Corte d’Appello che, signore e signori, sancirà finalmente il diritto di Helen e di ogni donna di indossare i pantaloni anche in tribunale.

E siccome “un fatto è la cosa più ostinata del mondo”, è il 17 gennaio 1939 quando Helen Hulick, di nuovo convocata come testimone sul furto a casa propria e dopo aver prevalso sia sul giudice Guerin che sulla mentalità bacchettona dell’epoca, finalmente si presenta in tribunale… vestita in abiti femminili.

 

La pioniera americana dei pantaloni fu in realtà Mary Walker, una delle prime donne medico del Paese che rifiutò, ovviamente derisa, di indossare le lunghe, scomode e anti igieniche gonne che raccoglievano dalle strade sporcizia e polvere. Pare abbia così magistralmente riassunto la situazione, nel 1871:
I più grandi dolori quotidiani di cui soffrono le donne sono fisici, morali e mentali, causati dal loro modo poco igienico di vestire“.

Ma saranno le aviatrici e attrici come Marlène Dietrich, Greta Garbo e Katharine Hepburn ad ostentare e liberalizzare i pantaloni femminili. E solo nel 1960, millenovecentosessanta, André Courrèges e Yves Saint Laurent presenteranno ufficialmente nelle sfilate di moda il pantalone femminile, contribuendo finalmente alla cancellazione del divieto.

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La freccia sul cuore

“Ora mi odi ma stasera mi ringrazierai”. E’ così che Roberta alle 8 di domenica mattina ha sintetizzato l’impresa che ci si stava parando innanzi: Frecciarossa di andata-ritorno toccata-effuga Roma-Firenze per andare a vedere la mostra di Marina Abramovic, la madre della performance art, a Palazzo Strozzi

Firenze, lo dico per la cronaca, sabato sera stava a -6. MENO SEI. A Roma piovigginava e nebbiava. Maddicoio ma che v’ha fatto di male il piumone sotto al quale barricarsi la domenica? E sì certo che ardevo dal desiderio di vedere “The Cleaner”, la personale allestita nell’incanto di palazzo Strozzi, ci avevo spedito anche la giovane older e torme di amiche. Ma ormai avevo rinunciato, non avendo trovato in quattro mesi il modo di andare. Un tentativo l’avevo fatto planandoci a ottobre ma sbirciando il quarto d’ora di fila mi ero detta che No, mo proprio no. Ed è così che domenica ne abbiamo fatta più di un’ora, di fila.

Controversa, coraggiosa, provocatrice, disturbante, anche. Si inizia con Ponderabilia: due performer completamente nudi l’uno di fronte all’altro presidiano gli stipiti di una porta stretta. Si può decidere se passare lì in mezzo o girare al largo. Laqquippresente mollava cappotto e borsa a Rob e attraversava quel passaggio, scoprendo che così facendo in qualche modo ci si mette a nudo più dei due artisti che sfiori passando (e no, non posso mettervi la foto che sennò Zuckercoso rimuove il post, così come ha già fatto Instagram. Poi dice il senso dei socialcosi per la realtà). In ogni caso quando Marina e il compagno Ulay la misero in scena nel 1977 rischiarono di essere arrestati.

Ma delle ondate di emozione che potrebbero investirvi attraversando le sale e la sua arte e la sua follia, c’è un’immagine più di tutte che proprio non mi esce dalla testa. Ed è questa:

Si chiama Rest Energy.

“Io reggevo un grosso arco e Ulay ne tendeva la corda, reggendo tra le dita la base di una freccia puntata contro il mio petto (…) con il rischio che se Ulay avesse mollato la presa avrei potuto trovarmi con il cuore trafitto. (…) La performance durava quattro minuti e venti secondi, che sembravano un’eternità. La tensione era insopportabile”.

E’ così che lo spiega lei. Un arco teso con una freccia puntata sul cuore dell’altro. E microfoni sui loro cuori ad amplificarne il battito. L’ansia, la paura, il timore. “Era la rappresentazione più estrema possibile della fiducia”, dice ancora lei.

Un arco teso fra noi e una freccia appuntita puntata verso il cuore dell’altro.

Non è forse questo che facciamo -e rischiamo- ogni volta che stabiliamo un legame? Non è questo che facciamo ogni volta che ci accostiamo alla vita e al cuore di un altro? E non è questa l’ansia, quasi dolorosa anche quando è travestita da gioia, che proviamo quando amiamo? Quello stato di continua sospensione. Quella sensazione di non essere più padroni a casa nostra ma di esserci consegnati anche nelle mani di un altro? Maneggiamoci con cura, verrebbe da reciprocamente avvertirci.

Non saprei trovare un modo migliore per spiegarlo. E infatti l’ha spiegato, facendocelo vedere e ascoltare, con quel battito del cuore amplificato, lei. E’ per questo che esiste l’arte.

E sì, per la cronaca, alla fine della giornata non ho potuto far altro che esserle grata. A Marina. E pure a Rob che mi ci ha trascinata. Anche perché a Firenze era uscito un sole che lèvati.

Per la mostra c’è tempo fino a domenica. Per chiederci scusa quando per distrazione, per superficialità, per trascuratezza, quell’arco ci sfugge e la freccia parte un po’ di più. Ma non aspettiamo troppo.


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Su per cali fragili

Sì, mi ha commossa e anche un po’ incantata. Sono entrata scettica e sono uscita tirando su col naso come parecchi altri avventori intorno, il più grande dei quali credo però avesse dodici anni. Mi ha commossa-e-anche-un-po’-incantata nonostante ahimè condivida gran parte delle critiche che le sono piovute addosso senza che stavolta l’ombrello magico la proteggesse. perché sì, è vero, Emily Blunt è troppo algida e moscia, la versione canterina italiana nze po’ sentì, esci che non ti è rimasto neanche un motivetto in testa e sì se proprio Mary Poppins doveva tornare ci si aspettava un ritorno più trionfale di questo.

Eppure.

Eppure premesso che solo un pazzo avrebbe potuto pensare di emulare scimmiottare o rifare l’altro -e non credo fosse questo l’intento de “Il ritorno di Mary Poppins”-

e chiarito che Julie Andrews e associati restano nell’Olimpo che gli spetta, questa Mary Poppins tornata vent’anni dopo a me è piaciuta.

Trova i suoi bambini cresciuti: Jane Banks è un’attivista per i diritti dei lavoratori e altri grandi amori non ne ha incontrati, Michael Banks invece l’amore della vita ce l’aveva ma l’ha perso e vive con i suoi tre bambini nel dolore di un ricordo che non si capacita dell’assenza. Come non bastasse siamo negli anni della Grande Depressione e anche i Banks sono praticamente sul lastrico. Dolore, crisi, smarrimento. Uscirne sarebbe una missione impossibile. Ma proprio questo è invece il terreno di sfida che giustifica l’epocale ritorno della Poppins, che con crisi di serie B sarebbe capace quasi chiunque a tirarci fuori.

Mary ritorna OGGI. Anche se sono gli anni Trenta. Perché quella sfiducia, quell’impotenza, quella rassegnazione li riconosciamo benissimo, seduti sulle poltroncine del nostro cinemino del 2019. E ce la sentiamo addosso la disperazione e le lacrime di Michael Banks. Ecco, io in quell’altro ero la pupa. Era con i bimbi che mi identificavo. Ma stavolta sono Jane e sono Michael, e non trovo un amore e non trovo la consolazione dopo una perdita.

E stavolta è a me adulta fuori e bimba dentro che l’algida eppure magica Emily Blunt viene incontro su quella poltroncina. E mi porta ad aggiustare aquiloni, a rincollare cocci di vasi, a mostrarmi che i diritti di tutti meritano ancora di essere difesi da ciascuno e, soprattutto, a insegnarmi a saper perdere. Mary Poppins vola con un ombrello, ha una borsa che lèvati, è praticamente perfetta: ma le persone che ci hanno lasciato -in qualsiasi modo ciò sia avvenuto- non può restituircele neanche lei.

Può però insegnarci a guardare alla stesse cose in modo diverso: perché anche in questo film la vita è per il 10 per cento ciò che ci accade e per il 90 per cento come reagiamo. E riscoprire il bambino che abbiamo dentro è sempre un ottimo modo per affrontarla.

Stavolta Mary Poppins ha un compito più arduo che far ingoiare pillole e riordinare stanze: stavolta deve portare la speranza in un mondo sfiduciato, scettico, arrabbiato, chiuso. E a me, su quella poltroncina, un po’ di questo colpo di magìa è arrivato. Anche se Emily non ha lo sguardo di Julie, anche se ho aspettato per tutto il tempo che dalla colonna sonora (pare sia splendida nella versione originale e abominevole nella trascrizione italiana) facesse capolino (per evidenti conflitti di interesse, lo capirete) un Supercalifragili o un Bastaunpocodizucchero. Che non arriva. Ma non credo che questo film ci abbia rovinato l’infanzia (costruita anche grazie al film del 1964) o abbia leso la maestà della inarrivabile Julie Andrews. Forse, invece, ci fa rincontrare oggi il bambino di ieri, oggi che il bambino è nuovamente spaventato da un mondo che gli si sta rivoltando contro e non ha più le promesse di benessere e il senso di fiducia di ieri.

Non è un film sul senso della vittoria-su-tutto: è un film sul senso della perdita. Su come affrontarla. Sul lasciar andare ciò che non possiamo più avere ma sapendo che si perde davvero solo chi -o cosa- si è posseduto, non chi si è amato.

Eddunque Meripo’ dopo tutto sto pippone che ce voi dì? Dico che io alla fine la penso come Ester, quattro anni, alla quale il film è piaciuto assai. Ma uscendo dal cinema si è avvicinata all’orecchio del babbo e gli ha detto

-Papà, io però la pillola la volevo sentire


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Simone de Beauvoir, la donna che le donne fece diventare

“Di me sono state create due immagini. Sono una pazza, una mezza pazza, un’eccentrica. […] Ho abitudini dissolute; una comunista raccontava, nel ’45, che a Rouen da giovane mi aveva vista ballare nuda su delle botti; ho praticato con assiduità tutti i vizi, la mia vita è un continuo carnevale, ecc. L’essenziale è presentarmi come un’anormale. […]
Il fatto è che sono una scrittrice: una donna scrittrice non è una donna di casa che scrive, ma qualcuno la cui intera esistenza è condizionata dallo scrivere. È una vita che ne vale un’altra: che ha i suoi motivi, il suo ordine, i suoi fini che si possono giudicare stravaganti solo se di essa non si capisce niente”.

Nulla meglio di quello che lei stessa scrive di sé può raccontare Simone de Beauvoir, nata oggi -il 9 gennaio- 1908, 111 anni fa. Suo padre è un donnaiolo e scialacquatore che ridurrà la famiglia sul lastrico e basta già il matrimonio dei suoi a convincerla “che la vita coniugale borghese era contro natura».

Il suo faro non sarà dunque un marito ma l’indipendenza. Che prende la forma di una laurea, nel 1927, in filosofia -tesi su Leibniz- seconda in graduatoria dietro Simone Weil e prima di Maurice Merleau-Ponty, sposato, che avrà una relazione con la cugina, e prima passione femminile della de Beauvoir, Zaza Lacoin. Zaza, ostacolata nel suo amore “sconveniente” per Maurice, alla fine si uccide. Il matrimonio e la rigidità delle convenzioni a quel punto, per Simone, diventeranno un vero e proprio abominio.

Ed è per questo che quando un perdutamente innamorato Jean Paul Sartre le chiede di sposarlo lei lo spiazza controproponendo una relazione aperta fra uguali che preveda la sincerità assoluta sulle storie parallele. Siamo, lo ricordo, in un’epoca in cui il ruolo riconosciuto di una donna è quello di essere principalmente madre e moglie. «Ho bisogno di Sartre ma amo Mathieu», confessava Simone (il Castoro) al suo diario.

Simone diventa invece la madre del niente-è-impossibile, niente-è-vietato, neanche alle donne.
Simone o del secondo sesso che poi è il primo, Simone convinta che «donna non si nasce, si diventa» e dunque non conta la nascita bensì l’autodeterminazione.

Ma il centro della sua vita non sarà -e sì che lo farà- rivoluzionare la storia del pensiero intorno alle donne: il centro della sua vita sarà scrivere. E tramite la scrittura imporre il punto di vista delle donne. Scrive occupandosi di politica, di filosofia, di costume. E soprattutto scrive da donna di questioni di uomini.

Tutto intorno la storia infuria, l’occupazione nazista di Parigi, la guerra civile spagnola sembrano imporre una battuta d’arresto a quel Tutto-si-può e invece poi arriverà la Liberazione.

“La libertà è intera in ognuno. Soltanto perché nella donna rimane astratta e vuota, non può essere autenticamente assunta che nella ribellione: è questa l’unica strada aperta a coloro che non hanno la possibilità di costruire niente; è necessario che rifiutino i limiti della loro situazione e cerchino di aprirsi le strade dell’avvenire; la rassegnazione non è che rinuncia e fuga; per la donna non c’è altro mezzo che lavorare sulla propria liberazione. Questa liberazione non può che essere collettiva, ed esige prima di tutto che si compia l’evoluzione economica della condizione femminile”.

Liberazione. Questa forse potrebbe essere la parola che ci consegna ancora oggi Simone de Beauvoir: ma una Liberazione che non arriverà con nessuno sbarco esterno di soldati. Arriverà solo se la faremo noi. Da sole. Perché “Nessuno deciderà per te, neanche il destino”.

E arriverà, quella Liberazione. Perché possiamo. Possiamo tutto.

Nell’ultimo periodo della sua vita non si sottrae neanche al problema e al tabù della vecchiaia sulla quale scrive pagine memorabili ne La terza età (1970).

Simone de Beauvoir

Muore il 14 aprile 1986 e viene seppellita nel cimitero di Montparnasse a Parigi accanto a Jean-Paul Sartre. Atea come lui scriverà della morte del suo compagno e della sua ne La Cérémonie des Adieux  non sottraendosi alla verità fino alla fine:

«La sua morte ci separa. La mia morte non ci riunirà. È così. E’ già bello che le nostre vite abbiano potuto essere in sintonia così a lungo».

Perché Non, elle ne regrette rien.


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