Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Pensavo fossero corna invece era la matematica

C’è che la mia amica Chiara invitommi alla Mostra dei numeri e io, dandoli spesso, capii che era arrivato il momento di misurarmici.

Intendevo recarmici con il Professor Pi, tanto per mitigare la frustrazione, e con lui improvvisare una visita “Matematica for dummies” senonché invece ieri sera il Professor Pi (il cui nome per esteso, lo ricordo all’utenza, è Professor Pi greco) trovavasi a svariati chilometraggi di distanza e dunque io mi portai lì con la mia amica Shylock.

Shylock di matematica ne sa ma signorilmente faceva finta invece di no.

Il primo segnale di incoraggiamento agli avventori arrivava proprio all’ingresso del Palazzo delle Esposizioni, ove è allestita, lì campeggiando una scritta a caratteri cubitali che recita:

“Non preoccuparti delle tue difficoltà in matematica: posso assicurarti che le mie sono ancora maggiori”. Firmata da Albert Einstein

Ora non starò a dirvi del fatto che, giusto a inizio di percorso, tentando di partecipare a un gioco interattivo di tiro bastoncini per individuare il 3,14 del succitato Pi greco, dopo esserci incaponite a lungo sulla pista di lancio senza individuare manco i pulsanti luminosi dell’1,2,3 tira, si avvicinava dopo un quarto d’ora uno della vigilanza a dirci “signorì, questo è rotto”.

Recuperata quasi completamente l’ autostima ci dirigevamo in lungo e in largo e in altezza e volume e in tutto il cucuzzaro attraversando indenni i campi magnetici della quadratura del cerchio, del numero aureo, del teorema di Fermat e della seie di Fibonacci, infine pervenivamo alla seguente spiegazione del bernoccolo della matematica:

Ed è stato a quel punto che dalla frustrazione si è passate al sollievo e un sorriso lieto si è finalmente dipinto sui nostri volti riscattando anni e anni di incomprensioni e amori scientifici non corrisposti:

-Il bernoccolo della matematica! E io che pensavo fossero corna

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Hai voluto la bicicletta

E comunque dire “andate in bicicletta” senza risolvere il casino delle macchine rischia di diventare il nuovo “dategli le brioches”.

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Il divorzio non è mai facile

Però per favore non chiamatelo “divorzio facile”: approvare una norma che non ti fa affogare nella burocrazia non vuol dire renderti facile il divorzio, vuol dire rendere dignitosa la giustizia. (Capito Giovanà?)

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Da Trieste in giù

In linea di massima le aree geografiche delle quali preoccuparmi in caso di avverse condizioni meteo, per la cerchia stretta di famiglia, fino a cinque anni fa erano geolocalizzabili fra l’agro romano, la Tuscia e il Sannio con episodiche incursioni nel Granducato di Toscana.

Giusto oggi, per la prima volta, mi sono resa conto che all’allerta del Friuli Venezia Giulia e nei giorni scorsi a quella di Genova e Liguria, ero balzata sulla sedia per andare a verificare, al di là del dovere di cronaca e della partecipazione umana, le effettive aree di emergenza, di criticità o di rischio confinanti con le mie nuove case.

Un balzo sulla sedia che ormai si estende per tutto lo Stivale. Perché, per dire, e non vorrei proprio fare nomi specifici per includere tutti, per laprima volta mi sono resa conto di aver acquisito case dalla Bisiacaria a Scilla e Cariddi (dove, e disciamolo, stanno Franca su e Maria e Luisa giù) passando da Trieste, Vale, a Napoli (lunghissimo, troppe) e risalendo e riscendendo ovunque, tarallucci pugliesi compresi.

Tipo ieri in ufficio un collega ha letto un’agenzia dicendo “aò, è cascato un pezzetto del portico di San Luca a Bologna” e mentre tutti continuavano a leggere io balzavo dalla sediola senza fiato urlando

-Ma comeeee quandooo? Come se il manufatto mi fosse appena crollato sulla cabeza

E’ perché lì c’è Marco. Questo ovviamente i miei colleghi non lo sanno per cui ormai, delicatamente, attribuiscono questi stati ansiogeni alla premenopausa. L’occasione mi è quindi gradita per fargli sapere che invece è perché ci sono dei pezzi di casa e di famiglia 2.0 -che poi son diventati in tanti casi 1-1-, sparsi da Trieste in giù.

Marescià, giusto per chiarire, ste case che ci ho sparse ovunque sono comunque le loro quindi siccome oggi scade la Tasi non si faccia strane idee. Tutto ciò premesso si tratta di una cosa impagabile. Ma gratis. Un affare. Marescià, senta a me, se metta su Facebook pure lei con nome e cognome.

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Ignoranza a oltranza

Un uomo di 24 anni, ripeto 24 anni, si accanisce su un ragazzino di 14 con un compressore nell’intestino perché grasso. La madre, la madre, lo giustifica dicendo “Era uno scherzo”. Lui, quello di 24 anni, una volta in carcere chiede scusa aggiungendo “Non volevo fargli del male, era un gioco”.

Non sarà il pil e non sarà la Bce e non sarà il Fondo salvastati e non sarà l’Ue e non saranno le scie chimiche ad affondarci: sta già operando indisturbata, e da tempo, l’ignoranza.

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La resa

Uozzappa

-Cara, allora oggi faccio io la spesa prima di rientrare
-Si
-Prendo i fagiolini e la frutta da quello del biologico
-Non t’allargare, la lista la faccio io
-Si ma lo so anche io quello che manca
-Comprare: 1 kg patate, cipolle bianche, carote confezione in busta da mezzo chilo, un cespo di lattuga, 1 kg zucchine con fiore, pere kaiser, mele verdi, carta per cucina,  uova allevate a terra, latte intero della Centrale, Pavesini.
-Ok
-No fagiolini che costano ancora troppo
-Ok
-Bene, grazie. Ciao amore
-Ok

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Le posate buone

Nell’ambito del generale risveglio della Donna Letizia che mi abita dentro, e nella più generale riapertura del faldone del Galateo di monsignor della Casa, a opera del professor Pi, avendo egli -Pi, non il monsignore- constatato che a seguito della rottamazione coatta o spontanea dei precedenti cimeli denominati “avanzi dalla lista di nozze”, il professor Pi convocava un paio di cene nella mia magione in cui lui cucinava e io apparecchiavo. A seguito di suddette cene ci si accorgeva che erano venute a mancare anche le suppellettili base (tipo eravamo sei e il gelato lo poterono mangiare nelle coppette solo in quattro, noidue avvalendoci dei bicchieri Ikea) dunque egli decideva di condurmi in uno stupefacente tour nei migliori negozi di stoviglieria della Capitale.

Per chi è residente da congruo tempo a Roma specificherò che, approfittando di una svendita coi controcavoli, ci si era fiondati dalle Sorelle Adamoli di Via del Plebiscito, storico loco stovigliario contiguo con casa Berlusconi. Ne eravamo infine usciti con due scatole da sei di posate di acciaio comesideve di Villeroy e Bosch, acquistate al prezzo di quelle precedentemente prese alla Upim.

Le scatole delle posate erano dunque state scaffalate nello stanzino, reparto  ”posate buone”. Accanto ai “bicchieri buoni”, sotto ai “piatti buoni”. Con ciò, vi è chiaro, automaticamente relegando allo scomparto scarrafone tutto ciò che era in quotidiano uso.

Sperimentatene consistenza, comodità ed efficacia dell’inforco, mestamente si era tornate al quotidiano uso delle Upim ma sempre rimpiangendo quelle buone. Al punto che avevo tenuto un cucchiaino del serviziobbuono per lo yogurt della mattina, cucchiaino che, non so come, dava l’impressione di rendere più buono financo il cibo che ivi conteneva.

Va altresì aggiunto che la frequenza statistica di queste “cene buone” per le quali si riteneva di dover scomodare “il serviziobbuono” era piuttosto rarefatta e, in più, quali erano i criteri per catalogare le “cene buone”? Che forse dipendeva dai commensali? Giammai.

C’è da aggiungere che ancor oggi in famiglia si narra del giorno in cui nonno Gigi aveva ricevuto una bottiglia di vino molto buono che mia nonna Aida gli aveva prontamente sequestrato e messo da parte “per le occasioni”. Dopo mesi e mesi di attesa di questa “per le occasioni”, un giorno nonno sottrasse la bottiglia alla refurtiva accantonata da nonna, la mise a tavola e veementemente disse

-Adesso basta, l’occasione è oggi. Perché chi è meglio di noi per godersi una bottiglia buona?

Insomma, signori miei, io ieri, al termine di giorni di meditazione e di adocchiamento scatole chiuse, ho disimballato le posate buone e le ho sostituite a quelle della Upim.

E mi sono autodetta alla mia famiglia

-Meripo’ adesso basta, l’occasione è oggi. Perché chi è meglio di noi per godersi le posate buone?

Dunque il vero buon proposito per l’anno è già stato realizzato: la grande occasione è ogni giorno. Perché come diceva quello La vita è adesso e la forchetta pure.

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Anche le grandi cadono. Ma solo le grandissime sanno rialzarsi con stile

Tempo fa sperimentammo su questo blogghe le proprietà terapeutiche del Daje. Vi ricordate? L’amico piccolino e l’amico grande grande s’erano trovati in mare aperto con una tempesta in corso. Per tutti e due si era messa in moto una catena che, riassumendo, avevo definito “del daje”. Che è romanesco, sì. Ma la catena dell’”orsù” non ha la stessa spinta propulsiva, diciamo.

Mi è tornata un mente questa cosa della catena e della spinta del Daje perché domani mattina una amica ha un appuntamento importante. Torna libera. O meglio ha la prima puntata del tornalibera. Ha un’udienza di separazione. Che è un momento doloroso, molto. Intanto perché si entra in un tribunale. E non tutti pensano, quando si sposano, che se le cose non vanno tocca presentarsi da un giudice. Il prete o il sindaco, tutto sommato, sono meno impegnativi. Insomma uno entra lì per certificare il proprio fallimento. Tipo con gli scatoloni di Lehman Brothers in braccio.

E la sera prima è complicata: non passa mai. Anche la mattina, in verità. Ma la si riempie facilmente con ansie vestitorie di ogni tipo. Dunque, amica nostra, approfittando anche del fatto che siamo nella Paris Fashion Week, domani come su una passerella. Anche le più grandi cadono. Ma solo le grandissime sanno rialzarsi con stile. Daje.

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Dell’andare a “vedere” una mostra

La prima cosa da dire è che io non sapevo nemmeno come si pronunciasse. E continuavo a dirgli che lo avrei portato a vedere la mostra di Escher con ch di chiesa. E lui continuava a dirmi
-Certo, ci vengo volentieri alla mostra di Escer
C’è poi da aggiungere che in realtà io non portavo proprio nessuno: non volevo andarci da sola. A incontrare l’opera di un formidabile nonché inquietante genio che dice cose tipo
“Io non uso droghe, i miei sogni sono già abbastanza terrificanti”.
Che però dice pure “Siete davvero sicuri che un pavimento non possa diventare un soffitto?”

E anche: “Solo coloro che tentano l’assurdo raggiungeranno l’impossibile”.

Fatto sta che ho aspettato che planasse a Roma il professor Pi e ci siamo portati al Chiostro del Bramante dove ad aspettarci c’erano 150 opere di Maurits Cornelius Escher, litografo dell’impossibile plausibile, dell’arte che incontra l’aritmetica, la geometria, la cristallografia, la fisica, l’architettura, insomma avete capito perché mi son portata Virgilio, nel senso il badante.

Il punto è che, passando davanti a quei misteri chiamati quadri, rimanevo lì a sguerciarmi spesso senza “vedere” ciò che avrei dovuto e vedendo invece ciò che non c’era; perché questa cosa di Escher non è stato andare-a-una-mostra: è stato entrare in quell’antro buio e misterioso chiamato dentro-di-sè.

Tu guardi ma non necessariamente vedi. E vedi ciò che è possibile e impossibile allo stesso momento. Insomma un casino. Aggravato dal fatto che c’erano persino dei pannelli di spiegazione delle leggi ottiche o fisiche o matematiche applicate.

E lì la tragedia ulteriore: stavo fissa sul quadro con la faccia a punto interrogativo finché una mano compassionevole mi si poggiava sulla spalla e una voce dall’alto alle mie spalle diceva
-Meripo’ vedi, questo è ciò che sta alla base della teoria dei frattali
-Meripo’ vedi il dodecaedro?
-Meripo’ vedi qui la regola della buona forma? EEEHHH?? Cioè che qualsiasi cosa vediamo tendiamo a percepire sempre la struttura più semplice

I frattali. Il dodecaedro. La buona forma. Un continuo e fallimentare annaspamento nei ricordi di scuola. Finché, al Nastro di Moebius, il professor Pi ha addirittura preso il cartoncino della mostra e me lo ha piegato per spiegarmi dal vivo il concetto.

Vi risparmio tutto il resto della psicologia della Gestalt. Le cui 8 regole (rappresentate nei quadri del genio) voglio comunque elencarvi (Wikipedia santa subito):

  1. buona forma (la struttura percepita è sempre la più semplice);
  2. prossimità (gli elementi sono raggruppati in funzione delle distanze);
  3. somiglianza (tendenza a raggruppare gli elementi simili);
  4. buona continuità (tutti gli elementi sono percepiti come appartenenti ad un insieme coerente e continuo);
  5. destino comune (se gli elementi sono in movimento, vengono raggruppati quelli con uno spostamento coerente);
  6. figura-sfondo (tutte le parti di una zona si possono interpretare sia come oggetto sia come sfondo);
  7. movimento indotto (uno schema di riferimento formato da alcune strutture che consente la percezione degli oggetti);
  8. pregnanza (nel caso gli stimoli siano ambigui, la percezione sarà buona in base alle informazioni prese dalla retina).

Ora, sostanzialmente, quello che ho capito -e con queste premesse lo capite da soli quanto io sia affidabile- è che non vediamo quello che guardiamo ma vediamo quello che pensiamo. Me sto a incartà. Cioè vediamo quello che siamo pronti a vedere non quello che realmente c’è.

Spero non vi stia sfuggendo la ricaduta da Escher a Giovanni. Intendo dire il passaggio di questo concetto dai frattali alle frattaglie dei nostri presunti uomini ideali. Quello che vediamo, quello che vogliamo vedere e quello che realmente sono.

E dunque da quella mostra si esce con un unico grande punto interrogativo: ma noi in effetti, quando crediamo di vedere, che caspita vediamo in realtà? E vediamo la realtà o ciò che riusciamo a percepire e accettare?

Bellimiei, guardate in che razza di guaio ci si può trovare solo per aver detto
-Andiamo a vedere una mostra?

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La silenziosa strage dei bottoni

Fra le sorprendenti scoperte della giornata c’è che io, oggi, non indosso neanche un bottone.

Dice Meripo’ non ci hai proprio un tubo da fare, eh? In realtà avevo aperto due mail, tre giornali, due video, Uozzappa e anche il socialcoso2 quando l’occhio mi è andato sull’articolo del giorno che secondo me è questo di Giacomo Papi su Il Post: “Quella mattina decisi di contarmi i bottoni”. Cioè sostanzialmente la storia di una specie di Gregor Samsa che invece di svegliarsi accorgendosi che è diventato uno scarafaggio si sveglia accorgendosi che indossa 33 bottoni. La metà rispetto ai 70 ritratti in una foto del 1947 addosso a un uomo dell’epoca.

“Una strage avvenuta nell’indifferenza generale”, chiosa lo sbigottito Botton Samsa. Come non bastasse “I bottoni reali sono dimezzati, ma le categorie (di lavoratori legati all’uso dei bottoni) sono 13 volte di meno”. Bottom Samsa parte da qui per dimostrare quanto sia cambiato il mondo della produzione, del lavoro e della necessità di fare riclassificazioni “larghe” delle categorie (“Tanto più l’interesse è definito, tanto meno persone riguarderà. Redattore, cronista, redattore, inviato, inviato speciale, reporter, corrispondente, informatore, giornalista… A rileggere la classificazione Istat 1971 sembra di vedere scribi, gazzettieri, frati amanuensi che sgomitano per una definizione, anche se sono morti da secoli).

A me invece è venuto in mente che uno dei “tesori” inestimabili di quando ero piccola era La Scatola Dei Bottoni Di Nonna Quintina: nonna era sarta, “sarta rifinita”, e in 70 anni di lavoro -che iniziò a 13 anni- aveva conservato tutti i bottoni avanzati e li aveva riposti in una scatola di latta. Da quelli dei cappotti Loden a quelli degli abiti da sera, da quelli di legno agli strass. La scatola, che si riempiva di anno in anno, era chiusa in un cassettone ma a volte nonna la tirava fuori e mi permetteva di aprirla e affondarci le mani dentro. Assicuro che il tuffo delle mani nei bottoni ha un potere catartico come poche cose hanno. Quando nonna è morta non ho fatto in tempo a recuperare la scatola prima che arrivasse lo svuota cantine. Ci penso ogni giorno, da circa vent’anni.

E dunque la silenziosa strage dei bottoni mi colpisce su tanti fronti. Perché, dopo la scatola taumaturgica, ora spariscono pure loro: i bottoni. Dice ma è il progresso, Meripo’. Io, per dire, oggi ho una lampo e un gancetto ai pantaloni e niente sulla maglia.

E’ un mondo che se ne è andato da un pezzo ma del quale sento il vero dolore della perdita solo oggi. Come è successo con la scatola. E con nonna. E come succede anche con le stelle. Che noi continuiamo a veder splendere in cielo. Ma molte di loro già non ci sono più da tempo. Però secondo me in questo c’è anche una bella notizia: quando guardiamo le stelle di notte, le vediamo come erano. Cioè le vediamo ancora. Anche se non ci sono più. Bello, no?

E voi quanti bottoni vi vedete addosso, oggi? E quanti ne avete veramente?

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