Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Oggi è il 16 ottobre. Quello

Tempo fa lavoravo in un posto di Roma che si chiama Piazza del Gesù. Dietro Piazza del Gesù c’è il Ghetto. Nel Ghetto c’è un forno che fa i bruscolini caldi e la torta di ricotta e visciole. Fa anche dei biscotti pesantissimi e untuosi che fanno ingrassare come la torta di ricotta e i bruscolini.

Passeggiare al Ghetto mi piace molto. E anche allora, appena potevo, scappavo dall’ufficio e ci andavo. Con l’occasione seguivo la scia di profumo del forno e, in un colpo solo, davo una sistemata ai trigliceridi, alla glicemia e alla massa adiposa.

Un giorno ero lì nella pasticceria di Piazza Costaguti a scegliere biscotti quando a un certo punto iniziò a suonare, fortissima, una sirena: un allarme antiaereo.

Uscirono tutti dal negozietto. Uscirono tutti da tutti gli altri negozi. Uscirono tutti da tutte le case. E si precipitarono in piazza.

Io, all’inizio, ero rimasta dentro: mi tappavo le mani con le orecchie mentre mi batteva forte il cuore dalla paura. Perchè non capivo. Era il 2001 ma improvvisamente era di nuovo un tempo sospeso.

Alla fine uscii anche io sulla piazza. La sirena smise di suonare. Scese un silenzio immobile, come le persone. Grandi, bambini, anziani, turisti, clienti, rabbini, negozianti. Nessuno fiatava. Nessuno si muoveva. Il silenzio durò un tempo infinito. Forse un minuto.

Poi, improvvisamente, si rimise tutto in moto. Come prima.

Quel giorno era il 16 ottobre. Non l’ho più dimenticato.

Chiama anche lei dalla strada: «Sterina! Sterina!».
«Che c’è?», fa quella dalla finestra. «Scappa, che prendono tutti!».
«Un momento, vesto pupetto, e vengo».
Purtroppo vestire pupetto le fu fatale: la signora Sterina fu presa con pupetto e con tutti i suoi.

(Dal libro 16 ottobre 1943 di Giacomo Debenedetti)

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Com’è bello questo amore da Trieste in giù

La sua mamma l’ho conosciuta così: eravamo amiche da un bel po’ quando decido di andare da lei. Prendo il FrecciaPop direzione Venezia Mestre e salto la fermata. Panico. A quel punto prendo il cellulare e faccio il numero della Franca
DRIIIIIIIIIIIIIINNNN
-Siii??? dice la vocina scoppiettante
-Franca ho sbagliato fermata, non sono scesa a Mestre, disastro
Ed è a quel punto che la vocina dice
-Meri stai tranquilla, alla prossima c’è il mare: non puoi comunque andare oltre

E’ stato in quel momento che mi sono resa conto che io la voce di Franca non l’avevo sentita mai. Perché noi solo voce di tastiera ci scambiavamo su Facebook. E invano mia madre aveva chiesto
-Che fai il prossimo weekend?
-Vado da Franca, a casa sua
-E chi è Franca?
-Una mia amica. Ma non l’ho mai vista
-Ma come sarebbe, a casa di una che non conosci?
-No, mamma, a casa di una che non ho mai visto. Ma che conosco…

Era circa (omissis) anni fa. Franca abita in Bisiacaria. Un posto che avevo incontrato solo nei libri di Claudio Magris. E che negli anni ho sentito sempre più come un altro posto in cui arrivare e sentirsi a casa.
Senonché qualche mese fa arriva una busta a casa qui. Una partecipazione di nozze. Quella di Deborah, la figlia di Franca. Deborah che anni fa mi ha regalato lei, la MeriPop viaggiante.

La Meripo’ di Deborah alle Galapagos

Insieme abbiamo attraversato tutti e cinque i Continenti. Dentro a questa bambolina c’è financo un po’ di Oceano Pacifico, che lei mi cascò in acqua alle Galapagos e si tuffò Elena a recuperarla e continuò a uscire Oceano dalla pupa per mesi.
Insomma in qualche modo è come se i viaggi li avessi fatti anche con Deborah.

Ora sono qui, costretta a inficiare la statistica dei post cinici dedicati al matrimonio. Perché a quello di Deborah, pur arrivata con tutti i miei cinicopropositi, ho dovuto arrendermi. Segno di rammollimento, mi pare evidente. Ma anche segno che ci sono emozioni inarginabili. Questa, per esempio (la foto è arrivata alla mamma di Giulio):

Che va bene perdere la testa ma la memoria non la si deve perdere mai. Manco da innamorati. E questo è stato il momento Deborah-Danilo-Giulio. Che lui lì accanto a loro abitava. E loro non lo dimenticano mai.
Vederla con l’abito da sposa, confesso, mi ha squaqquerato il cuore. E lo stesso è successo entrando al Comune di Cervignano del Friuli, sotto a quello striscione.

E anche poco dopo mi sono un po’ risquaqquerata,  quando un sindaco particolarmente illuminato ha detto a questi due ragazzi e a tutti noi che la ricetta per far durare l’amore, se mai ve ne fosse una, è continuare a trovare sempre motivi per ridere insieme. In quel momento mi è sembrato desiderabile financo sposarsi.
Amare e ridere. Già. Sapete quella storia che amare e ridere sono le cose che ci salvano, diceva tal Tarun Tejpal: se ne avete una va bene ma se le avete tutte e due siete invincibili.
E allora avantitutta, WonderDeborah e WonderDanilo.
Io resto qui, in ogni caso, a darvi l’appoggio esterno.

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Esther Duflo, Nobel per l’economia. La seconda donna nella storia

Si chiama Esther Duflo e poco fa ha vinto il premio Nobel per l’economia, insieme ai colleghi Abhijit Banerjee e Michael Kremer, “per il loro approccio sperimentale alla lotta alla povertà “. E’ la seconda volta nella storia che lo vince una donna, prima di lei solo Elinor Ostrom, nel 2009.

Esther Duflo, classe 1972, è una delle più giovani e influenti economiste al mondo e sulla povertà ha sempre avuto un approccio molto ambizioso. Ha legato, in particolare, il suo lavoro e la sua vita all’India: un altro dei premiati è l’economista di origine indiana Abhijit Banerjee ed è suo compagno e collega.

Con lui e con il professor Sendhil Mullainathan ha fondato l’Abdul Latif Jameel Poverty Action Lab (J-Pal) al MIT, il Massachusetts Institute of Technology, non certo un centro caritatevole ma un vero e proprio laboratorio di ricerca e innovazione. Uno dei criteri applicati è stato quello di dividere il problema in domande più piccole e precise, più affrontabili con esperimenti mirati sul campo, ad esempio agendo sulla scuola e sulla formazione.

Esther Duflo è anche una delle maggiori supporter del “women empowerment”, convinta del fatto che se aiuti un uomo aiuti un uomo ma se aiuti una donna ad avviare un’attività inneschi un processo di sviluppo economico e rinascita sociale per tutti.


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Anna Politkovskaja, donna non rieducabile

E’ il 7 ottobre del 2006. Un cadavere viene ritrovato nell’ascensore di un palazzo. E’ quello di Anna Politkovskaja. Nel suo, palazzo.

Classe 1958, giornalista russa e attivista per i diritti umani, freddata -nel giorno del compleanno di Putin- da quattro colpi di pistola più un altro “di sicurezza” alla nuca.

Muore così, Anna Politkovskaja, dopo una serie di minacce sferratele dai vertici militari, oggetto delle denunce della giornalista nelle sue inchieste sugli abusi, le torture, i soprusi e le umiliazioni nei confronti dei civili ceceni. “Io vedo tutto. Questo è il mio problema”, riassunse lei.

Anna Politkovskaja che il regime classificò, poco prima della morte “Donna non rieducabile”. 

La Corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato l’anno scorso la Russia per “non aver attuato le opportune misure investigative per identificare i mandanti dell’omicidio”. “Lo Stato russo non ha rispettato gli obblighi relativi all’efficacia e alla durata dell’indagine imposti dalla Convenzione europea sui diritti umani”.

“Sono una reietta” scrisse di sé. “È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all’estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me.
Eppure tutti i più alti funzionari accettano d’incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un’indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all’aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie.
Sono felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto. È una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci”. Parole che verranno pubblicate postume, in un saggio, nel 2007.

Perché quando non sei rieducabile puoi essere una sola cosa: morta. Ed è per questo che, ancora oggi, Anna è viva.

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Il segreto, e il progetto, di Francesca

Conosco lei per via di lui ma strada facendo lei è diventata solo lei. Viaggiatrice, blogger, determinata, bellissima. Era fissata con L’Australia quando lo ero pure io e tanto è bastato per innamorarmene, come lui, quando ancora si scriveva sui blog. Poi venne Instagram e lei sbocciò definitivamente. Senonché mesi fa la vedevo in foto sempre più magra e mi dicevo “Aò ma non sarà che le sta venendo la sindrome della modella?”. Non era quella sindrome. Era la chemio. Ma questo lo abbiamo scoperto un anno dopo. Quando, poche settimane fa, ce lo ha raccontato lei stessa sul suo blog.

“Ho avuto la diagnosi l’8 ottobre 2018. E mi sono detta: “Non voglio odiare questa data per il resto della mia vita”. Così ho cercato un modo per dare un nuovo significato a questa giornata. E l’ho trovato. Ho deciso che l’8 ottobre 2019 partirò per fare il giro del mondo in solitaria. Fare il giro del mondo è sempre stato uno dei miei sogni, e dopo questa brutta esperienza ho capito che i sogni non vanno rimandati”.

La storia la trovate qui. E qui:

Francesca partirà da Milano l’8 ottobre, fra cinque giorni, andrà verso est. “Durerà 3 mesi, perché dopo quel periodo dovrò tornare in Italia per rifare tutti i controlli e verificare che il tumore non sia tornato”. Per questo sogno Francesca ha aperto anche un crowdfunding, una raccolta fondi (il link lo trovate qui). Il ricavato servirà al 50% per finanziare il suo viaggio intorno al mondo. Il restante 50% verrà donato alla Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro.

Eddunque, a sto punto, buon viaggio Francesca
Bella ragazza, begli occhi e bel cuore, bello sguardo da incrociare
e sarà un piacere
Accompagnarti per certi angoli del presente,
che fortunatamente diventeranno curve nella memoria
quando domani ci accorgeremo che non ritorna mai più niente,
ma finalmente accetteremo il fatto come una vittoria.

Francesca Barbieri, Fraintesa #GoFraintesa

Partiamo insieme, sì. Perché “Dietro a un miraggio c’è sempre un miraggio da considerare, come del resto alla fine di un viaggio c’è sempre un viaggio da ricominciare”.

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Bilancia, dolci ma non zuccherosi, affettivi ma non sentimentali. Statevaccorti a loro

23 settembre – 23 ottobre

 Bilancia

Non lasciamoci ingannare. Governati da Venere, come Monica (Bellucci) – che obiettivamente sarebbe difficile immaginare governata da un pianeta, da una Dea, diversa – i Bilancia sono dolci ma non zuccherosi, affettivi ma non sentimentali, centrati sulla relazione ma non così disposti a farsi invadere né a cedere sui propri confini che hanno ben chiari e che sanno difendere. Senza per questo perdere di un millimetro l’attenzione e la cura nei confronti di chi amano, che come loro nessuno.

Per un Bilancia, segno sociale per eccellenza, non solo l’altro va curato: gli va dato il suo, ciò che è giusto, che è in suo diritto, che gli spetta nell’equilibrio complessivo delle cose, a cui loro, come è noto, tengono particolarmente. E l’altro non è solo un fidanzato o una fidanzata, ma, appunto, il consesso sociale costituito da tanti altri: il mondo, che va orientato al bene comune e a cui restituire giustizia. Non quella terrorizzante e sbilanciata della ghigliottina – che rifuggono – ma quella rassicurante dell’equità e dell’armonia.

Nessun altro segno dello Zodiaco come la Bilancia ha infatti bisogno di armonia – se volete fagli un dispetto portatelo in un caos sgangherato e lasciatecelo – cosa da cui discende l’amore e l’istinto per la bellezza e il proverbiale senso estetico, che nel suo lato ombra può anche diventare formalismo un po’ affettato. Così come il bisogno di andare sempre a vedere i pro e i contro di ogni cosa rischia di trasformarsi in incertezza, logorante per loro, defatigante per chi gli è vicino. Di un’intelligenza razionale – e ragionevole – che sa lasciare spazio all’intuizione senza farsene sovrastare, i Nostri sono per natura insofferenti agli eccessi, che tendono saggiamente a ritenere, oltre che una cosa un tantino primitiva e decisamente poco raffinata, un inutile e sbagliato dispendio di energie. A guardar bene c’è un’unica cosa che tende a farli eccedere, oltre alla passione per le cose belle (e per le belle persone): i dolci, di cui sono effettivamente molti i Bilancia ad andare matti. Purché siano perfetti, però.

Nel 2019 si torna a respirare, e il compleanno sarà lieve

Reduci da tempi faticosi, in cui molti hanno dovuto fare i conti con cambiamenti lenti ma profondi che in qualche caso li hanno portati a rivoluzionare la propria vita, anche chiudendo relazioni e matrimoni di lunga data, spesso cambiando anche casa, i Bilancia ricominciano piano piano a respirare. Ad appoggiare i piedi su un terreno più solido, che andrà via via consolidandosi alla fine del 2020, quando Giove e Saturno a favore dall’amico Acquario consentiranno agli sforzi fatti per ritrovare il proprio asse, per ritrovarsi, anche se magari in una nuova vita, di portare tutti i risultati che meritano.

Anche per questo, a dispetto dell’aspetto sfavorevole di Saturno sul proprio Sole, i Nostri sapranno scacciare le nuvole e trascorreranno un compleanno leggero, godendosi l’ultimo sole autunnale e sentendosi anche rinvigoriti dal passaggio di Marte nel segno, che porterà loro in dote una gran voglia di farsi valere, soprattutto nelle questioni di lavoro, anche sollecitate da Mercurio.

Ma l’amore? Il loro pianeta, Venere, in queste settimane transita sul Sole portando nelle coppie una fiammata di passione, di voglia di vivere più intensamente la relazione, di complicità. I single avranno voglia di uscire, di incontrare persone nuove e di lanciarsi in qualche flirt elettrizzante. Attenzione, però, non è ancora il momento di relazioni stabili, quindi, Bilancia del nostro cuore: siate lievi e amorosi,  ma non puntate ancora sul “E vissero per sempre felici e contenti”. Arriverà. Per il momento, godetevela: il futuro non è scritto.

E quindi, Bilancini Nostri, ci siamo quasi. Basta solo un poco di zucchero e la pillola va giù. (Portandosi via i tempi duri)

Per sempre vostra

Maga Bagò

 

 

 


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Parlami d’amore. E del punto e virgola

Oggi modalità OrnellaVanoni che “Ho sbagliato tante volte ormai che lo so già
Che oggi quasi certamente
Sto sbagliando su di te”.

Se ci fermassimo solo agli errori saremmo estinti da un pezzo. Ma pure amare, e sbagliare, stanca. E si scopre che nella vita si procede più per punti e virgola che per punti e basta.

Eqquindi? Vi aspettiamo erranti, sbaglianti e dubitanti in edicola, su Repubblica #Live


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The River

Del mio stato di arretratezza in campo Rock molti di voi sanno. Dunque oggi che Bruce Frederick Joseph Springsteen compie 70 anni è giusto ricordare che il primo che si incaricò di colmare le più evidenti voragini in tema fu il poveruomo, un matrimonio fa. Un giorno tornò con due biglietti e mi portò dal Boss per la prima volta dal vivo, a Roma. Ci prese in ostaggio alle nove di sera e a mezzanotte era ancora con le Duracell innescate.

Eppure a un certo punto, nonostante avesse davvero cantato e incantato con tutto, uno dalla sala -in un rarissimo momento di pseudo silenzio- si alzò e chiese

-The River!

Il Boss sul palco si fermò, guardò in sala, rimase un po’ in silenzio e poi disse solo

-NO

Me lo ricordo ancora quel NO. Per me fu uno schianto, visto che era pure la mia preferita nonché una delle poche che conoscevo bene.

E pensai che ci vuole coraggio a volte a dire dei NO. Molto più che a dire dei SI.

Me lo ricordo bene perché, proprio quella sera, nonostante al poveruomo volessi un bene dell’anima, capii che io il mio SI non ero più in grado di mantenerlo. Ed era ora di ammettere che, anche se quella canzone era bellissima, forse aveva già dato tutto quello che poteva.


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Tolstoj, la felicità e il Molise

Leone Tolstoj, quello che tutte le famiglie felici si somigliano ma ogni famiglia infelice è disgraziata a modo suo, a un certo punto pensò di averla trovata, la ricetta. E così la riassunse:

“Ho vissuto molto, e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna. Con la possibilità di essere utile con le persone che si lasciano aiutare, e che non sono abituate a ricevere. E un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilità; e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo. E poi, al di sopra di tutto, tu per compagna, e dei figli, forse. Cosa può desiderare di più il cuore di un uomo?”.

Che mi è sempre suonata benissimo, letta a debita distanza, dalla poltrona di una casa vicina al Colosseo. Ora però c’è che da qualche tempo sempre più mi imbatto in storie di Ricominciamenti che hanno più a che vedere con la prospettiva di Tolstoj che con quella di Trilussa.

Ed è a questo punto che nel binomio felicità-Tolstoj si è inserita lei, la TerraCheNonEsiste, il Molise. Perché da pochi giorni è stato pubblicato un bando della Regione, che trovate qui, che istituisce una misura all’apparenza bizzarra e cioè pagare qualcuno per tre anni purché si trasferisca in Molise, in Comuni con meno di 2000 abitanti e ci apra un’attività. Settecento euro al mese. La notizia ha già fatto il giro del mondo ed è approdata financo sulla Cnn.

Il punto è che da questo microcosmo sconosciuto se ne stanno andando tutti. Come riportarceli? La Regione ci prova così. I Comuni in cui potrete applicare la ricetta Tolstoj sono 107 sui 136 totali della TerraCheNonEsiste e li trovate qui (cliccate).  Vanno da San Pietro Avellana (permettetemi di iniziare dal “mio”)

San Pietro Avellana, paese (anche) del tartufo

a Capracotta, Carovilli, Vastogirardi (io non le mangio ma guardate che questo è il poker delle scamorze più buone del mondo, dicono gli amicimiei che le mangiano). E ancora Salcito, Bagnoli del Trigno

Bagnoli del Trigno

Forlì del Sannio, Pescolanciano, Scapoli (ma non illudetevi, ci si sposa pure lì) e tanti nomi che ora non vi dicono granché ma che saprebbero Tolstojzzarvi un belPop.

Carovilli dalla Masseria Monte Pizzi

I requisiti? Essere cittadini italiani (basta anche la doppia cittadinanza) o della comunità europea o essere in possesso del permesso di soggiorno per lungo periodo. L’attività che aprirete dovrà essere mantenuta per almeno cinque anni, per i primi tre avrete i 700 euro al mese di incoraggiamento.

Io non so se la ricetta della felicità di Tolstoj valga per tutti o, come per quelle famiglie di cui parlava, ciascuno voglia essere felice a modo suo. Ma posso assicurarvi che, se ce lo porterete, un pezzetto del cuore lì ce lo lascerete. Che si fa presto a parlare come tutti del mal d’Africa. Ma il mal di Carovilli è solo per intenditori. E amatori.

(e ora sbrigatevi, che le domande di partecipazione sono molte più del previsto).

 

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Maria Callas, la donna che non morì mai

Due donne abitarono dentro al corpo di Anna Maria Cecilia Sophia Kalogeropoulos.

Mentre Maria cercava inutilmente affetto, la Callas mieteva successi e cercava di compensarne le angosce. Mentre Maria veniva tradita un po’ da tutti, a iniziare dalla madre passando dal marito Giovanni Battista Meneghini (che la trascinerà anche in tribunale per il tradimento con Ari) ad Aristotele Onassis, la Callas sublimava e ne curava le ferite su un palcoscenico.

Arte, talento, stile, eleganza. Ma anche una serie di schiaccianti dolori. A vestirle il corpo e a fasciarle l’anima fu Elvira Leonardi, sarta milanese nota con il nome di Biki, nipote acquisita di Giacomo Puccini ma soprattutto amica.

Alberto Mattioli su La stampa due anni fa riassunse la questione così: “D’accordo, diamo per detti il dimagrimento, la mamma stronza, il divorzio da Meneghini, gli amori sbagliati, quindi l’orrido Onassis, e quelli impossibili, vedi Visconti e Pasolini, i tailleur della Biki, la morte misteriosa”. Ma diciamolo: “quarant’anni fa quel 16 settembre 1977, al 36 dell’Avenue Georges Mandel di Parigi morì una donna che in effetti era già morta”.

Eppure ancora oggi resta la più viva. La più viva cantante lirica morta. Nel nostro immaginario, nei nostri occhi ma soprattutto nelle nostre orecchie. Perché? Ah saperlo. Si chiama carisma. E non ha un perché. O ce l’hai o non ce l’hai. E se ce l’hai non ti abbandonerà mai, neanche da morto.

Cosa aveva Maria Callas e cosa hanno le icone e i miti che non muoiono mai? Quella cosa che devi sentire che è tua. Che è anche un po’ tua. Quella cosa che ascolti Casta Diva, la sua Casta Diva, e senti che ti sta riportando a casa parti di te. Come fa l’amore.  E forse per questo mi piace pensare a Maria Callas come la donna che non morì mai.


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