Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Vera Pegna, la fimmina tinta che sfidò la mafia

“È il 1962. A Caccamo, poche anime nell’entroterra palermitano, il boss don Peppino Panzeca siede comodo davanti alla sezione del Pci, pronto a intimidire chiunque voglia entrarvi. Qualcuno sta montando un altoparlante sul balcone. D’un tratto spunta una ragazza, che agguanta il microfono: “Prova, prova, per don Peppino. Se rimane seduto davanti a noi, allora è vero che è un mafioso; e se è così, allora gli chiedo di alzare gli occhi e sorridere che gli voglio fare la fotografia”. Paura e sgomento attraversano la piazza, insieme a una domanda: chi è quella “fimmina tinta” che osa sfidare con tale baldanza il potere mafioso? Quella ragazza ventottenne, arrivata al volante di una Topolino targata Ginevra, si chiama Vera Pegna”. E questo è il cameo della sua vita contenuto in un libro che si intitola “Tempo di lupi e di comunisti”.

“Io non sapevo cos’era la mafia. Quando sono arrivata a Caccamo e i compagni mi hanno spiegato subito cosa era in grado di fare, allora ho incominciato a capire dov’ero e quello che mi aspettava”, dice Vera in un altro cameo che le ha dedicato Rai Storia in Diario Civile, puntata che trovate qui e che a me è stata segnalata dalla mia rabdomante Brunella.

Vera di nome e di fatto. Vera ragazza borghese nata in Egitto, laureata in Svizzera, guardata con sospetto e derisione. Vera che in Sicilia viene portata da Danilo Dolci. Vera che si conquista la fiducia dei braccianti di Caccamo e con i quali spezza il dominio della paura e dell’omertà. Vera che porta i comunisti di Caccamo a presentarsi per la prima volta alle elezioni e a conquistare quattro seggi in consiglio comunale. Vera che oggi vive a Roma e non ha mai smesso di combattere e che a Caccamo è tornata dopo 50 anni, coi capelli bianchi.

“Per tanti anni non avevo capito quanto fossi stata importante per Caccamo. Me ne sono accorta solo 50 anni dopo, quando un gruppo di ragazzi del paese mi ha ritrovata su internet”, dice oggi Vera. Fimmina tosta. Fimmina Vera.

Vera Pegna

 

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Spiegare

“Un tempo pensavo che sarebbe stato difficile spiegare Dio, a mia figlia. Ho scoperto che è difficile spiegare gli uomini”. (Alfredo Colella)

Manchester attentato

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Alice Guy, la donna che inventò il cinema e mamma delle Shonda Rhimes

Storie calme di donne inquiete/27

“Era una regista di una grande sensibilità con uno sguardo incredibilmente poetico. Ha scritto, diretto e prodotto più di 1000 film. Eppure è stata dimenticata dall’industria che lei stessa aveva contribuito ad inventare”. E’ Martin Scorsese a renderle onore in questo modo. A rendere onore ad Alice Guy maritata Blachè. Prima regista donna nella storia del cinema, autrice di commedie, melodrammi, film con effetti speciali, trucchi e horror.

Alice Guy, francese savasandir, nasce nel 1873 in una famiglia bene e viene educata dai sacri Cuori. Alla morte del padre inizia a lavorare, giovanissima. E inizia come segretaria da un certo signor Léon Gaumont, ingegnere. Questo signore ha anche una società di produzione di apparecchi fotografici.

Il giorno in cui i fratelli Lumiere invitano Gaumont alla proiezione del primo filmato in movimento, 1895, c’è pure lei. Chepperò rientrata in ufficio dice Maaa perché non ci mettiamo pure una storia, dentro questo coso? Intuisce, come dirà Stanley Kubrick una centina d’anni dopo, che “Se può essere scritto, o pensato, può essere filmato”. Il signor Gaumont dice Va bene purché non mi lasci indietro i protocolli della corrispondenza. Poi dice l’intuito maschile. Insomma, ve la faccio breve, nel 1896 il primo film nella storia vede la luce e lo mette al mondo lei, si intitola  La feè de choux

Lei applica la sicronizzazione suono-immagine, lei inventa e codifica i generi (comico, storico, avventuriero, drammatico..), lei inizia a scrivere vere e proprie fiction. Insomma la prima Shonda Rhimes si chiama Alice Guy.

A 33 anni si sposa con Herbert Blachè, 9 anni più giovane di lei (pioniera pure di Brigitte primerdamdeFrance) e va a New York col marito a rappresentare la Gaumont, fa pure un bambino ma dopo un anno di pannolini e tettarelle gnaafa’ più e fonda una sua società di produzione, la Solax. Fa il botto vero e diventa la donna più pagata degli Stati Uniti. Crede nella parità dei sessi e fa della questione femminile una delle spinte professionali, nei soggetti e nelle produzioni.Sempre un passo avanti.

Ma a lei, che di copioni strepitosi ne ha inventati tanti, tocca invece una storia personale scontata e volgarotta: nel 1919 il marito scappa in California con un’attrice più giovane di lei, due anni dopo è costretta a vendere gli studi in America e infine deve tornarsene con i due bambini a Parigi. Muore nel 1968, a 98 anni, dimenticata da tutti, financo dai libri di storia del cinema. L’unica storia che le dia ciò che le spetta se l’è scritta da sola, pubblicata postuma nel 1976.

Il cinema è la scrittura moderna il cui inchiostro è la luce, disse Jean Cocteau. Bene. Allora ricordiamo sempre che la prima luce in sala l’ha accesa Alice Guy.

Alice Guy

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Clara Josephine Wieck, il piano forte dell’amore

Storie calme di donne inquiete/26

Pianista e compositrice tedesca, concertista tra i primi al mondo a eseguire tutto il programma a memoria senza lo spartito davanti, fra le prime ad aggiungere anche interpretazioni sul tema, molto apprezzata da Chopin, ideatrice di nuove tecniche per suonare il pianoforte alcune delle quali tormentano ancora oggi i giovini allievi: signore e signori, Clara Josephine Wieck. Sposata Schumann. Perché sì anche in lei lo stato maritale finirà per offuscare se non sostituire del tutto la fama che avrebbe meritato da spajata. Per cui ovunque voi inseriate la ricerca “Clara Josephine Wieck” uscirà “Clara Schumann” nonostante lei sia una delle figure più importante del romanticismo, al netto della grandezza del coniuge.

Nasce a a Lipsia nel 1819, da babbo fondatore di fabbrica di pianoforti e mamma cantante e pianista, genitori che divorzieranno pochi anni dopo la sua nascita. E proprio il babbo, visto il talento della cinquenne Clara, mette a punto un metodo di insegnamento che aiuterà il suo talento e ne farà una concertista acclamatissima, metodo che userà pure Robert quando ne diventerà marito. E lei conoscerà Schumann proprio perché è allievo del babbo: insomma in Clara tutto nasce, cresce e si consuma sotto alla coda di un pianoforte, compreso un bell’amoreamico con Johannes Brahms, rapporto durato tutta la vita sul quale molto si malignerà -del quale ci restano delle splendide lettere- e che meriterebbe un racconto a parte.

Clara e Robert si sposano nel 1840 ma già pochi anni dopo l’illustre marito inizia a dar segni di squilibrio mentale, motivo per il quale verrà anche ripetutamente licenziato: soffre di amnesie, tenta un suicidio e alla fine nel 1854 verrà rinchiuso nel manicomio di Endemich dove morirà due anni dopo.

Insieme, nel frattempo, hanno avuto otto figli. Ripeto: otto figli e un marito malato. E’ lei che si accollerà sempre lavoro, casa, figli, procacciamento di concerti, soldi, medici, medicine, allievi, contatti. Una fatica improba. Nel 1854, in due mesi, farà 22 concerti in tutta l’Europa. Un mazzo senza pari che, alla fine, le presenta un conto salatissimo: dolori fortissimi alle braccia. E le sue, ricordiamocelo, non erano rubate all’agricoltura ma all’arte dei tasti.

“Sindrome da sovraccarico”, la chiameremmo oggi. E ti credo. E’ costretta a sospendere i concerti e non bastando le cure a base di oppio per darle sollievo alla fine un medico tedesco metterà a punto proprio per lei una terapia innovativa che le permetterà di risalire su un palco. E rifarsi il mazzo da capo. Continuerà inoltre sempre a comporre e a promuovere senza sosta tutti i brani del marito, soprattutto dopo la morte di lui: perché, diciamolo, la fama di Robert crescerà anche grazie a questo instancabile lavoro di promozione di Clara.

Clara Wieck Schumann

Una vita, quella di Clara, segnata dal dolore ovunque, visto che quattro dei loro otto figli -e il marito- muoiono prima di lei e un altro figlio verrà rinchiuso in un ospedale psichiatrico come il padre.

Gli ultimi anni li trascorrerà su una sedia a rotelle e quasi completamente sorda. Muore per un ictus. Brahms corre al suo funerale ma, sconvolto, sbaglia direzione del treno e ne prende uno per Francoforte mentre i funerali sono a Bonn. Arriverà solo mentre il carro funebre si allontana. E qui arriva un ultimo piccolo cameo d’amore: “Nel trambusto ha preso tanto freddo da ammalarsi. Difficile capire se è il dispiacere o l’ infreddatura a stroncarlo. Fatto sta che non si riprende: muore undici mesi dopo di lei“.
Sipario. Applausi.

E ora fatevi un regalo: ascoltatela.

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Hilma af Klint, the dark side della pittura e pure della luna

Storie calme di donne inquiete/25

Il giorno in cui muore ha 81 anni ed è il 1944 e lascia scritto che, invece di aprirli, i suoi lasciti andranno tenuti chiusi almeno altri 20 anni, perché solo allora forse potranno essere capiti. Signore e signori, Hilma af Klint pittrice svedese e probabile risposta da dare alla domanda “Chi realizzò il primo dipinto astratto?“. In principio dunque fu Hilma, Hilma prima di Kandinsky, Mondrian e Malevic. Hilma madre dell’astrattismo pittorico e spirituale. Hilma nata nel posto giusto, nel 1862, in Svezia, Nazione che permette alle donne di studiare arte e infatti lei si iscrive alla Royal Academy of Fine Arts a Stoccolma. Hilma che frequenta la teosofia e lo spiritismo (dopo la morte della sorella) e che con altre quattro amiche si autoproclama “de Fem”, le cinque, e non solo fa regolari sedute spiritiche ma le traduce in rappresentazione artistica. Non si considera una pittrice ma un tramite, una medium: non dipinge, esegue sotto dettatura non di un mecenate ma di uno spirito denominato Amaliel.

«Dipingevo direttamente sulla tela senza disegni preliminari, con grande forza. Non immaginavo l’esito finale, eppure lavoravo alacremente e sicura di me, senza modificare una sola pennellata». Dice che gli spiriti guida le dettano i cosiddetti “dipinti per il Tempio” ma la obbligano a non farli vedere a nessuno e le danno sette mesi per finire. Come campa nel frattempo? Ritrattista di giorno e astrattista di notte. Botanica e paesaggi di giorno e la dettatura astratta degli spiriti di notte.

Sì lo so anche io a questo punto del racconto stavo archiviando la questione da artistica in psichiatrica ma ormai la storia mi aveva rapita. Dunque andiamo avanti. E diciamo che la produzione dei dipinti del Tempio è ipnotica. E se ti irretisce non ti fa più scappare.

Hilma af Klint quadri

Alla sua morte, nel 1944, lascia al nipote Erik af Klint oltre mille dipinti e 125 manoscritti in cui parla della sua arte ma anche della cosmologia e di filosofia, teosofia, scienza (dal 1917 lavorò a una serie spirata alla relatività di Einstein). E impone il silenzio di 20 anni, l’ottimista Hilma: resterà tutto stipato nei magazzini del Moderna Museet di Stoccolma fino al 1986 quando saranno esposti a Los Angeles e poi a New York. Il direttore del Moderna li definisce «invendibili». Ma è a quel punto che, scoperchiati, mostrano il genio di questa “pioniera”. Hilma che, dall’oblìo, è approdata infine pure sui vestiti:

Hilma af Klint vestiti

E bene la ricorderà chi in questi giorni sta andando al cinema a vedere “The personal shopper”.

I suoi quadri sono stati esposti al Padiglione italiano della 55ma Biennale di Venezia curato da Massimiliano Gioni nel 2013 (onore al merito) ma esclusi dalla mostra come dal catalogo di Inventing Abstraction, 1910-1925 al Museum of Modern Art di New York.

Hilma af Klint, la pittura non “fatta da” ma “fatta attraverso”, la donna che mise in comunicazione due mondi agli antipodi. E rese visibile l’invisibile.

Hilma af Klint

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Artemisia Gentileschi, la donna che ha dato voce alla pittura

Storie calme di donne inquiete/24

“L’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità. (…) Nulla in lei della peinture de femme che è così evidente nel collegio delle sorelle Anguissola, in Lavinia Fontana, in Madonna Galizia Fede, eccetera (…)”. Ma vien voglia di dire questa è la donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo!”.

E’ il 1916 quando  Roberto Longhi sdogana la pittura della pittora Artemisia Gentileschi nata nel 1593. Trecentoventitrè anni. 323 anni per restituire all’Italia e al mondo il tratto geniale della nostra Caravaggio femmina. Roberto Longhi guarda il Giuditta e Oloferne di Capodimonte e resta fulminato. Nessuno prima di lui l’ha neanche mai citata nei libri di storia dell’arte. Artemisia Gentileschi figlia di Orazio, pittore in Roma, che alla tavolozza del padre si avvinghia quando presto le muore la mamma. Artemisia approdata alle cronache del suo e degli altri tempi non per il talento ma per aver subito violenza da Agostino Tassi, pittore al quale il padre l’aveva affidata per il tutoraggio. Lei descriverà così, come se le parole fossero un pennello furioso, quello sbotto di violenza:

“Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne”.

Dopo averla violentata Tassi la prende pure in giro con la promessa di nozze riparatrici che non arriveranno mai. Orazio, il padre, col cavolo che interviene. Lei alla fine lo denuncia. Siamo nel Seicento, il suo è un atto eroico. E solitario. Viene esposta a tutto: giudici, visite ginecologiche lunghe e umilianti, la curiosità morbosa della plebe di Roma, pure agli occhi di un notaio che deve scrivere il verbale. Tassi alla fine viene condannato a 5 anni di prigione a l’allontanamento perpetuo da Roma, lui sceglie l’allontanamento e col cavolo che se ne va. Lei sarà costretta a sposarsi un inetto, neanche ve lo nomino, col quale prima espatria a Firenze e poi a Roma poi a Venezia e Napoli e l’Inghilterra. Lui, lo schiantato marito, riesce anche a coprirla di debiti. Lei continua a sfornare capolavori. Lei e tutto l’orrore che la accompagnerà sempre sono in quella Giuditta che decapita Oloferne, 1620, una GiudittArtemisia che continuerà a trovare la sua unica vendetta e riscossa sulle tele, per tutta la vita. Perché le pennellate di Artemisia questo hanno: gridano.

Artemisia Giuditta Oloferne

Dovremmo parlare della sua grande arte e invece siamo ancora qui a narrare di un processo. Ma è proprio la tempra di questa donna battagliera e geniale che imprime un cambiamento di percezione epocale: è come se tutte le donne, fino ad allora subalterne, remissive, silenti, acquistassero con lei voce e “tratto” e iniziassero a scrivere e dipingere una nuova storia. Sì, le donne possono dipingere. E denunciare. E ribellarsi. E competere con gli uomini. Pur continuando ahimè anche a soccombere.

Artemisia ritratto

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Perché piangevo. E mi tremavano le mani

Se la storia potesse essere racchiusa in un poker di foto quella sarebbe una delle quattro.

Molti anni dopo quel 9 maggio 1978 ho conosciuto il fotografo che tra i primi arrivò davanti alla Renault rossa di via Caetani.

Non il primo a scattare, il primo – o fra i primissimi- ad arrivare. Lavoravamo nello stesso giornale. E quando gli chiesi perché la prima foto non fosse stata la sua lui rispose

-Perché piangevo. E mi tremavano le mani

Moro Via Caetani

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Le cappotton

Le cappottòn

Macron cappotton

Emmanuel Macron e Brigitte Trogneux

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Balla come se nessuno ti vedesse, ama come se nessuno ti avesse mai ferita

Ancor più di quelli che Volevamo essere gli U2 son quelle che Volevamo essere Audrey.

E’ l’unica della quale abbia invidiato più o meno tutto ma una cosa per volta, ogni quinquennio circa: la magrezza filiforme, le braccia lunghissime, la frangetta cortissima, il cappello nero a falde larghe, Humphrey Bogart, l’incedere elegante anche con un asciugamano in testa, il gatto Gatto, Tiffany, l’Unicef, persino il sito. Di Audrey Hepburn è probabile che non ci sia più nulla che non sia stato già scritto, fotografato, riprodotto, stampato, gadgettato. Non credo lei ne sarebbe entusiasta ma così è andata. Cose che succedono alle immortali. Anche dopo ventiquattranni che siamo senza.

A lei, che oggi avrebbe compiuto anni 88, dobbiamo la via d’uscita dalla frustrazione di impegni e di anelli che non arrivavano mai perché, si sa, i brillanti prima dei quaranta fanno cafona. E ha funzionato anche dopo i quarantuno. A lei dobbiamo anche lacrimevoli serate a consumare Dvd di “Colazione da Tiffany” che, a una prima sommaria indagine, è tra tutti i suoi film il più looppato nella fascia di età femminile 9-89, dalle nipoti alle bisnonne. Ed è a Holly Golightly che, in tempi di crisi, possiamo guardare con fiducia e senza paura: l’unica in grado di passare alla storia per aver trovato da Tiffany un regalo da sei dollari e settantacinque tassa federale compresa.

Ci lasciò un Bignami del glamour: “Per avere occhi belli, guarda solo il bello negli altri, per avere labbra belle, pronuncia solo parole gentili, e per un bel portamento cammina sapendo che non sei mai sola”. E uno della serenità: “Cogli l’attimo, vivi la giornata come viene, le persone per come sono”. E “balla come se nessuno ti vedesse. Ama come se nessuno ti avesse mai ferita. Canta come se nessuno ascoltasse. Vivi come se il paradiso fosse in terra”. Financo uno dell’educazione civica: “Credo fermamente che tutto cominci da qui, dalla gentilezza. Come sarebbe diverso il mondo se tutti la mettessero al primo posto”.

E, dunque, qual è la lezione primaria che oraessempre vale più di prima? State in guardia dai formanumero telefonici e dalle persone volgari: puntate piuttosto sui pacchetti di noccioline e sulla gentilezza.

Audrey in Rome

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Primo Postulato sul diritto all’opinione

Aggiungere, e di corsa, alla Dichiarazione universale dei Diritti umani questo Primo Postulato:
“Non si ha diritto di avere un’opinione ma di avere una opinione informata. Nessuno ha il diritto di essere ignorante”. (Harlan Ellison)

Human Rights

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