Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Stasera mi butting

C’è un momento preciso, per chi abiti a Roma ma poesse che succeda pure a quelli di Monfalcone, tipo, in cui esci una mattina e ti rendi improvvisamente conto che tutto ciò che hai addosso è sbagliato. Pesante. E non sono solo i vestiti.

Non so cosa sia, una luce, un’aria, un qualcheccosa che lo dice chiaro e tondo. Dalle calze 40 denari allo stivale, dal piumotto alla borsona.. l’imperativo è solo uno: alleggerire.

Appena varcato il portone senti nell’aria c’è già, e vorresti risalire immediatamente a cambiarti e a cambiare. Posponi. Ma è lì’ che si annida il germe del butting.

Il butting è quell’irrefrenabile voglia di alleggerirsi. Dai vestiti, ai cibi, alle suppellettili in casa, alle piramidi di imperdibili ritagli di giornali accumulati nel tetro inverno, al plaid sul divano al tomo di Guerra e Pace che pure quest’anno ahimè resterà intonso.

Il butting non è il cambio armadi e non è il pedaggio pagato al senso di colpa consumista nel Giorno Della Terra (quale oggi è): il butting è soprattutto quella cosa che inizia buttando oggetti e non sai mai dove ti porterà a buttare. Per fare spazio. Spazio al nuovo. A volte si inizia dall’armadio e si finisce al letto passando per la dispensa.

Ecco dunque una breve guida al Butting Consapevole che, non sfuggirà a un occhio attento, vale anche come Prontuario Scegli Compagno:

1) se non ti è stato utile nell’ultimo anno non ti serve

2) se non ti dà soddisfazione portarlo è inutile conservarlo

3) se non ti dà gioia pensare di averlo può essere che sia addirittura dannoso

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Uno a capo e una a piedi e tutteddue alla neuro

In uno dei fondamentali studi sulle coppie segnalo anche l’imperdibile “Dimmi come dormi e ti dirò se lo ami”. Una sorta di anello di congiunzione tra il Kamasutra nella fase Rem, il Consultorio Asl e il Tso, trattamento sanitario obbligato. Oltre all’ormai celeberrima nanna a seggiolina del fu premier, abbiamo quindi il cucchiaio, il koala, la cerniera lampo e via dicendo. Senonché apprendiamo che,  se ti prende a calci o pugni di notte agitandosi scompostamente e costringendoti alla ritirata in un cantuccio e nei casi estremi sul divano di là,  poesse che il partner non ne possa più di te anche di giorno. Allo stesso modo si apprende che pure il russare molesto fa parte degli indizi non trascurabili del fatto che lui vorrebbe agevolare la cacciata dal talamo di lei. O viceversa.

Ma il capolavoro arriva quando si apprende che “Ci sono poi posizioni del tutto stravaganti che riflettono inequivocabilmente il rapporto, come dormire di sbieco o addirittura dormire uno con la testa ai piedi del letto e l’altro con la testa sul cuscino, ad indicare che la vita dei due partner sta andando in direzioni diverse”.

Ripeto: c’è gente che nel lettone dorme uno a capo e una a piedi.

Avete presente come si faceva noi anziani negli anni Settanta barra forse Ottanta quando andavamo a casa di nonna per Pasqua o Natale col raduno parenti? Così.

Ora, scusate, ma se io mi imbattessi in una coppia che quando va a letto si corica uno a capo e una a piedi non mi verrebbe mai in mente che sono in crisi: ma solo che so’ matti.

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Ma basta, fra noi, una parola

Oggi sul socialcoso del cinguettìo c’è un giochino che, con la parola d’ordine lì denominata hashtag, #ScrittriciAmate -promosso dal benemerito @CasaLettori- ha invitato l’utenza tutta a indicare nei 140 caratteri una scrittrice. Amata. Nome e qualcosa.

A lungo tormentata nella moltitudine alla fine ho chiuso gli occhi e la prima che mi è venuta in mente -e da lì non s’è più spostata- è stata Natalia Ginzburg. L’ho scoperta da grande, chiariamolo subito, da parecchio grande. Alcuni anni fa. E incontrandola con “Lessico famigliare” poi ho cercato di recuperarli tutti.

Senza farla troppo lunga dirò che una frase, di quel lessico, mi ha accompagnata da quell’incontro:

“ma basta, fra noi, una parola”

(vi metto tutta la frase, dai:
“Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti, ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nella nostra infanzia. Ci basta dire: “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido solfidrico“, per ritrovare ad un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole”. Natalia Ginzburg, Lessico famigliare).

Per dire che, anche a non vedersi, mai anche a rincontrarsi dopo tanto per strada, anche a stare bendati in un luogo senza vedersi… “ma basta, fra noi, una parola” per ritrovarci.

Lei parlava della sua famiglia. Io l’ho sempre legata al senso dell’amore profondo in generale: se dovessi, anche oggi, definire cosa sia amare qualcuno, anche a dispetto delle incazzature che ci provoca e che gli provochiamo, delle differenze, delle distanze, io direi che amore è quella cosa in cui basta fra noi una parola per ritrovarci. Ognuno ha la sua e ciascuno, con ciò che a un certo punto inizia a sentire come “parte di sé”, sviluppa prima che un sentimento un linguaggio. Che lega. E fa riconoscere.

Ma basta fra noi una parola. Anche solo una. Quella. La nostra.

E quindi per me, al contrario, il segno che l’amore finisce non è quando finisce il sentimento: ma quando finiscono le parole. Quando le “nostre” smettono di appartenere a noi due. E mestamente se ne ritornano allo Zanichelli.

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La regola per salvare la coppia è una sola: non starci proprio

E’ con viva e vibrande soddisfazione che, nella lieta ricorrenza del mio anniversario di matrimonio, di cui si è da poco celebrato il divorzio, riassumo all’utenza le dieci regole salvacoppia testè vergate dalla “psicologa Brunella Gasperini” per Rep. La Gasperini, sostanzialmente, sacrosantamente consiglia (avverto che trattasi di libero adattamento poppico eh):

1) L’amore non basta anzi forse non esiste proprio
2) I sentimenti manco
3) Non bisogna condividere tutto e manco poco
4) Dite pure bugie
5) L’anima gemella per fortuna non esiste
6) Io sono mia ebbasta
7) Traditevi
8 Uscite da soli
9) Il sesso non risolve tutto e anzi niente
10)  Non rinunciate a nulla

Ora io direi, a questo punto, ma che caspita ci dobbiamo stare a fare, in coppia?

Inoltre il Professor Pi, da me interpellato sulle leggi che regolano l’Universo, conferma che dall’unione iniziale degli elementi è nato in effetti un gran botto: il Big Bang, miei cari, sta dunque lì a confermarci senza tema di smentite, che dal letame poesse che nascano pure i fior ma dalla coppia non può nascere altro che casino.

Quindi, concludendo, la regola per salvare la coppia è una sola: non starci proprio. Lasciate perdere.

Dawfulpuntocom

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Chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo

Quindi ci siamo persi Dell’Utri.

Rino Gaetano meglio di Otelma: “Chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo”.

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Stienne sti bbraccelle, ajutame a tirá

Napoli, lungomare, esterno giorno, in uno di quei giorni che Dio manda in terra per ridarti fiducia in tutto, al netto del surriscaldamento globale e delle scie chimiche. Grace trova un posto bello per fermarsi a mangiare, la giovane older trova nel Menù anche la sezione “senza glutine” e gioca il jolly ordinando Gnocchi alla sorrentina.

Prima di andar via la qui presente vecchiazzia aziona il Wc-map e va al bagno. Fila. Fila di donne naturalmente, che la vescica degli uomini sempre libera è uno dei grandi misteri dell’umanità fra i pochi rimasti irrisolti.

La giovane signora davanti a me freme, ogni tanto si affaccia fuori e fa cenni e sorrisi a nonsocchì. Fila lenta, lentissima. Lei freme, fremissima. Finalmente è il suo turno. Quando esce si affaccia e, dove faceva sorrisi, urla:

-Giuvà fa’ priest, nun mme fá spantecá

poi ci guarda e dice

-Scusatemi ma mo’ è ‘o turn da criatura

Si riaffaccia fuori e un signore entra con in braccio una ragazzina di, facciamo, otto anni abbarbicatagli al collo. La mette in braccio alla mamma ed entrano. Poi lei riesce

-Scusatemi ancora ma qualcuno mi può aiutare con la criatura?

Si offrono almeno in quattro, poi una signora dietro di me si stacca dalla fila ed entrano tutte e tre nel microscopico anfratto del bagno.

Mi costituisco a voi spontaneamente dicendo che io è dall’inizio di questa fila che stavo lamentandomi internamente del fatto che “ma è grande e ancora in braccio, e ancora accompagnata e ancora con l’aiuto” e insomma tutto il repertorio pedagogico che le childfree hanno normalmente la lucidità di osservare in queste circostanze.

Senonché dopo un po’ riescono tutte e tre, la Ottenne in mezzo a loro per qualche secondo per poi tornare in braccio alla mamma. Ed è allora che la signora, facendosi largo, ci guarda tutte sorridendo e dice

-Grazie a tutte signò: la criatura non cammina. E ogni volta che bisogna andare a un bagno pubblico è nu turment

Fuori, vedimo’, c’è lo stornellatore che canta ‘O Marenariello. “Méh, stienne sti bbraccelle, ajutame a tirá…”.  Qua. Che c’è chi ogni momento, tutti i giorni, tira’a rezza. Pure se non è marinaro.

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Essere o non tessere

Il presente post per compensare la soddisfazione che mi avete dato col Cristo velato.
Liceo, V superiore
-Profe, prossima settimana saltiamo le sue ore perché andiamo a teatro
-Ah bene e a vedere cosa?
-Shakespeare
-Ottimo e cosa, di Shakespeare?
-Anacleto

(tenchiù a Sara)

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L’arte del togliere e del mancare

(Napoli secondo estratto, nel senso seconda puntata)

Non so come mai fino ad oggi non l’avessi mai visto. Non dico dal vero ma nemmeno in foto. So solo che quando mi ci sono trovata davanti per la prima volta ho avuto paura davanti ad un’opera d’arte. Che probabilmente quando la bellezza e la perfezione superano una certa soglia, lo sbigottimento lascia spazio al timore e, in questo caso, all’inquietudine e allo spavento.

Grace, qualsiasi programma fosse costretta a cambiare di pari passo con le avverse condizioni atmosferiche delle previsioni napoleoniche nel senso di Napoli, concludeva sempre la frase dicendo che, comunque, quello era imprescindibile.

Ed è stato entrando nella Cappella Sansevero, in mezzo alla già magnificente magnificenza che ci ruotava tutto intorno, che ci è apparso poggiato in mezzo alla stanza, questo:

Il Cristo velato. Opera di tal Giuseppe Sammartino, 1753. Ve lo metto anche tutto intero:

Marmo. Ma ditemi un po’, non vi sembra che l’autore invece di agire “per forza di levare” abbia al contrario messo un velo su un corpo e l’abbia nonsoccome marmorizzato dopo? E infatti anche questo hanno ipotizzato: che usasse cadaveri. Poi che usasse formule alchemiche scioglitive. E anche Antonio Canova, incredulo e trasformatosi nel Salieri di Mozart della situazione, pare che una volta, tentando di acquistare l’opera, disse che avrebbe dato dieci anni della propria vita pur di essere considerato l’autore di questo capolavoro.

Dunque il capolavoro nato, come tutte le sculture, dall’arte di togliere. Che se esistesse un corrispettivo sentimentale forse sarebbe l’arte del mancare. E del mancarsi.

Io so solo che lì davanti sono rimasta, perdonate, impietrita. Non ricordo una cosa simile neanche davanti al Michelangelo della Pietà.

Che davvero di fronte a quel marmo tutto si prova tranne il freddo. E ancora oggi, a distanza di giorni, quando ripenso a questo velo poggiato mi viene un brivido lungo la schiena. A pensare a come si possa, in un mondo che tutto tende ad aggiungere e ad accumulare, trasmettere un senso di perfezione e di incomparabile bellezza togliendo.

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Meri Scarpetta

DRIIIINNNNNNN

-Meripo’ ieri mia madre ha scoperto il tuo blog e le è presa la fissa, non legge altro. Poi mi ha chiesto se eri una studiosa del settore
-E che le hai detto?
-No no, mamma, Meri si occupa di amore SOLO da quando si è separata.
E lei:
AH ecco perché… ho sempre amato il genere delle anatomopatologhe

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Anema e cozz

Alla Giovane older hanno regalato uno Smartbox per tre persone, avete presente quei librini che tu li presenti e puoi stare in un posto bello due giorni? I legittimi genitori legittimamente pregustavano la legittima gita quando Ella certificava di essere cresciuta affermando

-Ma io veramente ci vorrei andare con zia Meri e con l’amicasua Grace

Attimi di costernazione seguivano l’annuncio. Subito dopo, però, i legittimi, nella fattispecie soprattutto la legittima madre, si adoperava -scelta come destinazione Napoli- per la buona riuscita dell’operazione predisponendo la biglietteria, la confermeria e l’accompagneria alla casa di zia. Parallelamente si attivavano i canali diplomatici di Grace. Ricordando all’utenza che la Giovane Older, oltre a essere molto sveglia, è anche parecchio celiaca, poco prima della partenza arrivava la telefonata di Grace, impegnata a organizzare le tappe turistiche e culinarie nei migliori templi dell’alimentazione partenopea.

-DRRRRIIIIIINN
-Ciao Grace
-Meripo’ comunque pensavo: meno male che sta trasferta la facciamo insieme alla criatura gluten free e non da sole
-Perché Grà?
-Accussì nun magnamm

L’albergo trovandosi -per dicitura letterale di Grace- in Culonia rispetto alla mappatura preventivata dei giri in centro, acchiappavamo ‘o tassista alla stazione che ci dava in sorte la fila, in verità assai sgangherata, e una volta indicatagli la destinazione Grace esordiva

-Carmelo scusate ma voi, dopo, tenit che ffà? (Dopo avete da fare?)

-Signò no, ch’avvimma fà? (Signora, naturalmente essendo in servizio no, non ho da fare. Perché che dobbiamo fare?)

-Carmè quanto volete per aspettarci e poi riportarci al centro?

-Signò e ditemi voi

Vedevo così nascere la tariffa on demand

-Carmè io credo che per 40 euro ci rientrate che è na bellezza e vi fate pure il pranzo

-Signò facimm 50

-No Carmè 40 e stàmm

-Vabbuò signò. Però io mi chiamo Nico

Una discreta reincarnazione del miglior principe De Curtis ci scarrozzava in su e in giù accompagnando l’illustrazione dei luoghi con estemporanee incursioni in storie e geografie a noi sconosciute ma soprattutto sconosciute a Grace, che napoletana doc è. Insomma proprio un  ”Signora sono a sua completa disposizione, corpo, anima e frattaglie” (Totò).

Ora vi risparmio tutto il resto del particolareggiato racconto della 36 ore che però mi riservo di trascrivere in un tomo dal titolo “Anema e cozz” (credo sia un ristorante, racchiude perfettamente tutto in sole 2 parole e 1 congiunzione, praticamente un affare). Permetterete solo un paio di eccezioni culturali e un altro paio culinarie, strada facendo. Qui mi sia consentito dirvi che, dopo una giornata che diosololosa quanto ci ha fatto girare Grace, sfrantecate a dovere, alle sette di sera addormentateci di botto sul letto dell’albergo, realizzavamo che dovevamo prenotare la pizzeria con il gluten free.

DRIIIIIIIIIIINNNNN

-Signò scusate vorrei prenotare per tre per le 20,30, per la guagliona ci serve la pizza senza glutine

-No, bella, noi il sabato fra le 19,30 e le 21,30 dobbiamo sospendere il senza glutine, venite alle 21,30

-E perché signò sospendete per due ore?

-Perché il sabato sera in quelle due ore ci sta troppa circolazione di farina normale

Ed è in quel di Bagnoli, da Gennaro 2, Via Lucio Silla, che abbiamo trovato uno dei servizi più accurati che io, da zia, abbia finora visto nello stivale nel reparto gluten free. Compresa l’ulteriore attesa alle 21,30 che la corpulenta vigilessa e sceriffa di Gennaro2 così  riassumeva

-Signò dovete aspettare almeno un altro quarto d’ora ca stasera ‘a circolazion d’effarin normali è assaie. E nonva bbuon si s’ammischian ‘è ffarin. Assettatev da fòr che vi chiamo io quando migliora ‘a circolazion

Solo per la cronaca:
-3 pizze (1 gluten free), 3 fritti (1 gluten free), 2 birre, 1 acqua, 1 Coca conto finale 33 euro totali. SQUISITO TUTTO.

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