Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

La vita, all’improvviso

C’è qualcosa di più. Qualcosa più della gioia, dell’orgoglio, del sollievo, della gratitudine e della commozione che ci prende a rivedere e rivedere ancora questa foto, questo video.

Io non riesco a guardare altro da ore e ogni volta che lo vedo comparire postato e ripostato, cioè in continuazione, lo apro e lo riapro da capo.

Forse in quel bambino tirato fuori così, come fosse un altro parto, estratto da quella caverna a mani nude, con la gioia incontenibile di quelli che lo rimettono al mondo, c’è un po’ di ognuno di noi: ognuno di noi nel momento esatto in cui sembra tutto perduto. Quando ci sentiamo precipitare in un gorgo scuro, mentre tutto intorno è, comunque, morte e distruzione.

E invece No. Che la vita è già un miracolo. Ma la vita all’improvviso di più.

 

Terremoto bimbo salvato

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Ho Pi Minh

VIET POP 4/
La cosa che ripete sempre è che, sì, lui è un prof di matematica ma non si occupa di numeri: si occupa di logica. Mi imbattevo nelle immediate conseguenze di questa affermazione quando, all’indomani del Capodanno passato col Chitemmuorto del cigno, si partiva la mattina del primo gennaio con destinazione Mercato all’aperto di Bac Ha, tribù H’mong, divisi in “neri” e “fioriti”.

La notte era stata ampiamente funestata da bombe d’acqua modalità Calcutta monsonica e Giove Pluvio non accennava a placarsi. Dunque azzardavo

-Professor Pi ma come si fa a vedere un mercato all’aperto con questa pioggia?

-Bagnandosi

Ora a uno così cosa gli vuoi dire? Avrei potuto obiettargli con Rita Mae Borown che “se il mondo fosse un luogo logico gli uomini dovrebbero cavalcare all’amazzone” ma preferivo illudermi, con il compagno Einstein,  che “La logica vi porterà da A a B. L’immaginazione vi porterà dappertutto”. Quantomeno al mercato di Bac Ha illesi.

Ci si arrivava imbacuccati come Amudsen sbarcando, è il caso di dire, nella parte “mercato delle vacche” letterale: mandrie di bufali e chianine transumavano nella fanga mentre le bancarelle delle mercanzie tentavano di allestire tendine cerate sorrette da precarissimi zeppi di legno, tendine che riempitesi d’acqua in cinque minuti venivano poi scolate a terra generando fiumi Mekong nei corridoi terrosi che a quel punto rendevano impossibile riattraversare i guadi.

La Lorena, Monica ed io ci ritrovavamo così prigioniere del locale bar, ovvero una panca di legno sulla quale una forzuta signora appartenente alla tribù dei H’mong fioriti aveva accatastato improbabili thermos e sacchetti di plastica contenenti indecifrabili generi alimentari risalenti all’epoca della guerra d’Indocina.

Intorno un agitarsi scomposto di H’uong fioriti e bagnati, sguazzanti nelle pozze con pantofole di plastica uso zattere ma assolutamente impermeabili all’effetto monsone. Ci si addentrava quindi nel suk con trattative per l’acquisto di beni artigianali locali nelle quali rifulgeva la capacità della Lorena di destreggiarsi con il cambio in duong finalmente agganciandolo a qualcosa di conosciuto: la Hanoi beer. Considerati 20mila duong una birra (circa 1 euro) si procedeva a suon di
-Ma quanto costa?
-Mezza birra.

Ma era dopo la successiva notte buia e tempestosissima che Mister Logica calava l’asso:

-Prof ma questa non doveva essere la stagione secca?
-E infatti: ha appena smesso di piovere. Siamo davvero fortunati, possiamo fare il trekking nei villaggi circostanti
-Ma sarà pieno di fango
-Meglio, così non si solleva polvere

Ma certamente: effetto Pronto-mobili. Ci mettevamo rassegnatamente in cammino alle ore 8,30, pervenendo già alle 8,45 dai locali produttori di vino di mais, una cosa che avrà almeno 40 gradi alcolici e che ovviamente ci offrivano per l’immediato tracannamento. Tanto per non restare sguarniti per il prosieguo, ne acquistavamo anche una boccia da asporto.

Ed era poco più in là che, pattinando come la migliore Carolina Kostner sulla fanghiglia senza polvere, si perveniva al seguente villaggetto dove Pi aguzzando lo sguardo intravedeva come un bagliore, un richiamo dorato, un punto cospicuo di luce nella notte: una falce e un martello gialli in campo oro. L’insegna del Partito.

-Prof ma quale Partito?
-L’unico

Fuori tre iscritti a farsi un cannone di Maria, propedeutico alla Relazione unica del segretario unico.

Viet partito cannone

Sede del partito. Cannone di Maria propedeutico al Congresso (Foto Meri Pop)

Entravamo in rispettoso e ossequioso silenzio, il podio allestito per il Congresso, ed era lì che, incoraggiato dagli astanti, Ho Pi Minh  si esibiva in una prolusione su “Il senso dell’infinito”, da quello matematico a quello leopardiano, con i compagni vietconghi che accorrevano dai campi e dalle officine che Contessa e Paolo Pietrangeli je spicciavano la sede, proprio.

Viet Pi prolusione

Ho Pi Minh (Foto Meri Pop)

Così, in un villaggio H’mong del nord Vietnam, corroborati dal vino di mais delle 8 antelucane e dai vapori della Maria delle 11, rinasceva il sogno del Pueblo e della Izquierda se non ancora unida quantomeno, nel frattempo, asciutta.

La giornata trovava il suggello in un’ottima cena preparata dalla famiglia, che si chiudeva con una scambio doni italici avendo portato e offerto panforte del Granducato e torrone avellinese che Pi accettava con un machete testè prestatogli.

Viet torrone machete

Il taglio del torrone col machete

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Va bene l’amore eterno ma manco un biglietto degli U2?

Una zanzara dura un giorno, una rosa tre, un gatto tredici anni, l’amore quanto l’accaparramento di un biglietto degli U2.

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Il chitemmuorto del cigno

VIET POP 3

Lei gli aveva scritto, a scanso di equivoci, più volte prima della partenza.

-Professor Pi ho un ginocchio malconcio, questi brevi trekking ai quali si accenna nel programma sono impegnativi, in particolare quello di 10 km?

-Ma no, cara, si tratta di un falsopiano

Rassicurata nel fisico e nello spirito dal falsopiano la nostra Monica e la ginocchiera si erano iscritte senza indugio.

Il falsopiano ci attendeva giustappunto il 31 dicembre, reduci dal mercato di Tam Douang (i mercati asiatici non vanno intesi come tipo il Lidl per strada: sono raduni tanto epici quanto caotici di popolazioni in costume

Viet mercato1

Mercato di Tam Douang (Foto Meri Pop)

che affluiscono da ogniddove.

Viet mercato 3

Foto Meri Pop

Lo spettacolo dunque non è tanto la merce ma chi la porta) e dal Trom Ton Pass, un’ascesa (in pulmino) che culminava con vista sul Pha Xi Pang, anche detto il Tetto di Indocina, dove un molestissimo gruppo di giapponesi rifuggiva lo scatto con la montagna e si intestardiva a volersene fare uno col Professor Pi, considerato per mole e autorevolezza certamente più imponente dello Pha Xi Pang.

Viet cima Pop

Il Tetto d’Indocina (Foto Meri Pop)

Arrivati in quel di Sapa, la capitale del The North Face tarocco, dopo un frugale pranzo (cioccolata Ritter fondente alle nocciole, spicchi di pere e banane) il nostro Mister Chi, guida professionista, procedeva alle raccomandazioni di rito: crema solare, acqua, zaino, scarponi, annamo.

Era alla prima curva del sentiero che si spalancava questa cosa qui,

Viet trekking

Le risaie a terrazze (Foto Meri Pop)

che la fotografa è quella che è e magari non rende ma vi assicuro che si trattava di una cosa che lì per lì ti dici

-Qualsiasi sforzo ci attenda, questo posto lo merita

E più nel falsopiano si circumnavigavano ste risaie a terrazze

Viet trekking 2

più ci si spalancavano gli occhi e l’anima. E in certo modo pure lo stomaco, che sempre con due banane e un quadratino di Ritter stavamo. Il punto è, però, che dopo tipo un chilometro di sentiero tutto sommato accettabile, ci si spalancava pure la prima impettata de fango. La pora Monica, ginocchiomalconcio munita, strabuzzava l’occhietto ma con la consueta silente signorilità non tradiva il benché minimo disagio, pur dovendosi aggrappare tipo Tarzan a ogni arbusto e anche al bastoncino prestato da Claudia.

Ma è stato arrivati al ponte tibetano sospeso nello strapiombo (che a guardarlo da sopra avevo già ampiamente chitemmuortato) che ci si parava innanzi un cancello di ferro d’accesso sbarrato.

Mister Chi, dopo un conciliabolo con un operaio allocato su una escavatrice, si girava verso di noi annunciando

-It’s closed

Nun te sfugge gnente eh. Spiegava che sì il ponte era quello ma…. ancora non era finito.

-And quindi??

-We faremo un’altra strada, un pochino più lunga

Ed era a bordo escavatrice che ci si spalancava un falsopiano impettato tra le rocce, intervallate da colate di fango, pendenza 70%, pieno di rovi e arbusti. Già arrampicata come un geco sulla parete mi giravo verso Pi e soprattutto verso Monica che, con nonchalance, salutava le valli e i residui legamenti del ginocchio. Mister Chi, piuttosto disorientato, chiedeva l’aiuto di due aiutanti incontrate poco prima. Le quali signore, eccolequà,

Viet trekking aiutanti

Caschi verdi Onu in aiuto sul trekking (Foto Meri Pop)

con le pantofole e il vestituccio, si muovevano in quel casino come fossero stambecchi sulle cime. E prontamente alternavano manate sotto i nostri deretani per issarci in salita e braccia spalancate per raccoglierci in discesa. Il tutto confezionando, strada facendo, delle specie di origami con fuscelli d’erba raccolti all’uopo.

Giustappunto in uno di questi passaggi fangosi e rocciosi in discesa, a un tratto scorgevo la Lorena, inzaccherata come Indiana Jones, lanciarsi leggiadra giù dalla scarpata planando da Mister Chi come la Abbagnato nelle braccia di Bolle ne Il chitemmuorto del cigno.

Dieci chilometri. Dieci chilometri così.

-Ma potevano essere quattordici Meripo’, ho scelto il percorso breve, Maremmabbreviata, non ti sta mai bene niente

chiosava Pi mentre l’esausto ma indomito Vincenzo si detergeva il sudore con la sciarpa dell’Avellino calcio e Christian, stambecco delle nostrane cime italiche, si improvvisava pure lui Barysnikov nel raccoglimento di noialtre discendenti dai fanghi.

A un certo punto, mancando due chilometri al villaggio di arrivo, Chi e Pi lanciavano una ciambella di salvataggio con

-Ce la fate a proseguire o volete che chiamiamo il pulmino a prenderci qui?

che la risposta di ogni essere senziente sano di mente avrebbe dovuto essere

-E ce lo chiedi pure? Esci fuori subito sto pulmino

invece iniziava una sequela di

-Mah, come preferite voi, per me è uguale

Per me era uguale un par di palle. Ma no, non avevo fiato manco per protestare. Infangati come neanche dopo una seduta ad Abano Terme, dopo quattro ore e svariati slalom tra villaggetti rurali, si perveniva alle ore 18,30 della sera di Capodanno in quel di Tan Van ove avremmo soggiornato ospiti di una casa locale. La quale, a dir la verità, ci appariva bellissima, col parquet per terra, riscaldamenti accesi, materassi nel soppalco pronti ad ospitarci allineati in numero di sedici, otto per noi e otto per Vattelappesca chi.

E dopo giorni e giorni di noodlespapponi finalmente ci aspettava anche una cena coi controcavoli e rivoli di Hanoi Beer come fosse il Mekong.

Infine sì, il Capodanno brindando con il rice wine in un villaggio vietnamita per poi avvoltolarsi nel sacco a pelo della Stayhome entra, decisamente, sul podio. Come l’immagine della pora Lorena avvoltolata in sacco lenzuolo dentro sacco a pelo come Nefertiti colà intrappolatavisi fino alla mattina dopo.

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Sotto il cappello

In ogni caso il più vasto territorio da esplorare è sotto il cappello.

Cappello Viet Pop

Viet Pop Hat (Foto Professor Pi)

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Viet Pop2/ Quando un uomo col carrarmato

Viet Nam. La prima volta in cui l’Occidente seppe che esisteva un posto simile (e ci credette, al contrario di quanto accade ancora oggi col Molise) era il 1954: a Dien Bien Phu un tal generale Giap stracciava l’esercito francese dopo due mesi di guerriglia. Sarà l’inizio della fine dell’occupazione coloniale in Indocina.

Ora, secondo voi, qual è stata la prima tappa che Pi ha messo in programma di questo imperdibile “Tribù nord Vietnam”? Il generale Ho Pi Minh, coadiuvato dalla nostra guida Mister Chi (il cui nome avete già capito sarà fonte di infiniti disguidi del tipo “Ma Chi viene? Viene lui. Ma lui chi? Chi”), sul pulmino d’ordinanza e dopo ore ore e ore di curve stracurve strapiombi e infinite ciotole di Noodle soup e (scusate) anche dei vomitini di Pi dal finestrino (Chiarè, torna la saga gastrica)
(altra parentesi, scusate ma io poi dico
-Vuoi che ci fermiamo?
-E perché?
-Pi ma perché non ti prendi qualcosa contro il mal d’auto?
-Offiguriamoci, Maremma bona, m’affaccio e vomito icchè problema sc’è?
ma infatti, m’affaccio e vomito, no? maremminabona unn’è che sci si pole fermare pel vomitino)

dicevo che dopo traversie stradali e gastriche (ariscusate, no, non posso dirvi con che classe la Lorena affrontasse la sua prima bettola asiatica, sorseggiando Pho da una tazza con accumulo stratiforme di umanità precedente e proveniente da cucine inguardabili, come fosse davanti a un Martini a Calle Vallaresso da Cipriani) si perveniva in quel di Dien Bien Phu, luogo del trionfo del generale Giap, l’inventore della strategia “della tigre e dell’elefante”, basata sulla tattica della tigre di rintanarsi nella giungla e colpire il pachiderma con assalti a blitz prima di tornare a nascondersi.

Il Memoriale di Giap

viet-museo

riservava la dimostrazione plastica di come -pur inferiori per mezzi, armi, taglia (che i vietnamiti son piccoli assai) e numero, coi sandali ai piedi e in bicicletta ma incazzati come picchi- i vietnamiti sbaragliarono i francesi e per la prima volta una popolazione del cosiddetto terzo mondo, senza alcun aiuto esterno, ebbe la meglio su una potenza occidentale.

Non si può dire l’orgoglio di Pi davanti al busto bronzeo di Giap ove, mi sembra, gli si inumidì financo il comunista ciglio.

viet-giap

Busto del comandante Giap al Giap Museum (foto Meri Pop)

Poco più in là del Museo non ci si risparmiava neanche il pattugliamento, trincea per trincea, del sacro luogo della battaglia.

Meripo’ si ma co sto pippone di strategia di guerra che ci vuoi dire?

Voglio dirvi che quando l’uomo col carrarmato incontra l’uomo con la bicicletta disperato, l’uomo col carrarmato è morto.

E voglio dirvi anche un’altra cosa: che quelli piccoli non li dovete fare incazzare. Mai.


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Viet Pop 1/ Sai le risaie

Stavolta è iniziata così:
DRIIIIINNNN
-Professor Pi che periodo terribile, la scienza come lo definirebbe?
-Un casino
-Ah ecco, s’adegua pure lei. Ma un aiuto scientifico?
-Il Vietnam
-Eh?
-Andiamo in Vietnam
-E dove sarebbe l’aiuto scientifico?
-Nella teoria del caos. L’idea che piccole variazioni iniziali possono portare a grandi cambiamenti finali di un sistema. Anche detto “effetto farfalla”. Pensa se ognuno di noi fosse la piccola variazione iniziale di un grande cambiamento finale.
-Continua a sfuggirmi la connessione col Vietnam
-E’ il paese delle farfalle, anche
-Cioè noi si va lì dove ste farfalle spostano i caspita di elettroni e si risistema il sistema?
-Beh quantomeno andiamo all’origine del casino, nei dati di ingresso
-Mh. E tocca andare fino al Vietnam?
-Dopo un anno del genere qui ti pare che puoi temere il Vietnam?
-In effetti. E poi tutto sommato un’incursione nelle metropoli di Saigon, Hanoi…
-Veramente andremo prevalentemente dalle tribù del Nord. E siccome oltre a essere il Paese delle farfalle, è soprattutto quello delle risaie, mi raccomando: preferibilmente solo bagaglio a mano, sacco lenzuolo, scarponi da trekking adatti a luoghi umidi, che a bordo risaia c’è il fango. Dai dai, che ci divertiremo

-E come no, sai le risaie, proprio

risaie
Ciononostante si aggregavano alla spedizione anche quella che era mia amica Lorena, e che dunque al termine del viaggio comprensibilmente non lo sarebbe più stata, e la mia amica 2.0 Monica (nel senso amica del socialcoso) che comprensibilmente pure lei al termine mi avrebbe mandato un chitemmuorto, sia pure solo 2.0.

Inutile ogni tentativo di dissuadere la Lorena. Il punto è che per scoraggiarla l’avevo convocata in un’enoteca e al termine della serata, e della bottiglia, ci era sembrata affrontabile financo Roma, che Saigon in confronto era Disneyland.

Neanche vi dico quanti tentativi di composizione del bagaglio a mano avevo fatto, dovendo mettervi financo un sacco a pelo (che -Meripo’ nel Nord staremo nelle loro case, ci daranno il materasso e una coperta ma portati anche un sacco a pelo che tu sei freddolosa), cose che Silvan me spiccia casa.

Ma tant’è. Il gruppo convocato in quel di Fiumicino si preparava alle sedici ore del Roma-Guangzhou e alle restanti dieci fra scali e altro in dirittura di Hanoi.

E in mente una sola domanda: sì, va bene la teoria del caos e ste farfalle e i cambiamenti inziali e finali.  Ma perché caspita proprio il cambiamento mio doveva partire da bordo risaie? Eh??

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L’arte del togliere

Mia nonna Aida diceva che di fronte all’orrore bisogna cercare riparo nella meraviglia. Per questo, durante la guerra, leggeva a mia madre e ai suoi fratelli piccoletti, da profughi sfollati in un fondaco umido e maleodorante, I promessi sposi.

Così stamattina, con ancora addosso l’orrore di Berlino e di Ankara, mi è tornato in mente il Cristo velato. Non so come mai non l’avessi mai visto fino alla veneranda età di un par d’anni fa. Non dico dal vero ma nemmeno in foto. Ci portò Grace, a me e alla giovane older. E so solo che quando mi ci sono trovata davanti per la prima volta ho avuto paura davanti ad un’opera d’arte. Che probabilmente quando la bellezza e la perfezione superano una certa soglia, lo sbigottimento lascia spazio al timore e, in questo caso, all’inquietudine e allo spavento.

Ed è stato entrando nella Cappella Sansevero, in mezzo alla già magnificente magnificenza che ci ruotava tutto intorno, che ci è apparso poggiato in mezzo alla stanza, questo:

Napoli, Cappella Sansevero

Napoli, Cappella Sansevero

Il Cristo velato. Opera di tal Giuseppe Sammartino, 1753. Ve lo metto anche tutto intero:

cristo-velato-figura-intera

Marmo. Ma ditemi un po’, non vi sembra che l’autore invece di agire “per forza di levare” abbia al contrario messo un velo su un corpo e l’abbia nonsoccome marmorizzato dopo? E infatti anche questo hanno ipotizzato: che usasse cadaveri. Poi che usasse formule alchemiche scioglitive. E ancheAntonio Canova, incredulo e trasformatosi nel Salieri di Mozart della situazione, pare che una volta, tentando di acquistare l’opera, disse che avrebbe dato dieci anni della propria vita pur di essere considerato l’autore di questo capolavoro.

Dunque il capolavoro nato, come tutte le sculture, dall’arte di togliere. Che se esistesse un corrispettivo sentimentale forse sarebbe l’arte del mancare. E del mancarsi.

Io so solo che lì davanti sono rimasta, perdonate, impietrita. Non ricordo una cosa simile neanche davanti al Michelangelo della Pietà.

Che davvero di fronte a quel marmo tutto si prova tranne il freddo. E ancora oggi, quando ripenso a questo velo poggiato mi viene un brivido lungo la schiena. A pensare a come si possa, in un mondo che tutto tende ad aggiungere e ad accumulare, trasmettere un senso di perfezione e di incomparabile bellezza togliendo.

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Dimmi quanti quanti quanti

“Quanti mariti ho avuto? Miei o delle altre?“
Addio a Zsa Zsa Gabor

zsa-zsa-gabor

Zsa Zsa Gabor

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Via con l’Avvento/La passione non chiede permesso

di Ramerrez

Ti sei iscritto con tuo fratello all’istituto tecnico agrario nelle vicinanze di Sidney e incontri altri due coetanei. Ti accorgi di avere una voce bella e invece di fare un complessino con la chitarra elettrica ti metti a cantare con gli altri tre “a cappella”, sarebbe a dire usando solo la voce. Poi ti appassioni allo stile “doo wop”, che è uno dei versi strani che i gruppi degli anni 50 (spesso italoamericani) usavano per fare il suono degli strumenti, insieme a “bomp” e “sh-boom“.

Prima provi a vendere profumi, il tuo amico fa il fisioterapista, tentate di intraprendere una vita “normale” ma non c’è niente da fare: la passione per la musica è troppo grande e vi rimettete a cantare.

Alla fine arriva il successo e noi qui ci godiamo un delizioso video di Natale con una canzone sentita mille volte cantata così bene da avere l’impressione di sentirla per la prima volta.

avvento-human-nature

Human nature

Perché alla fine è bello fare qualcosa di nuovo, ma senza dimenticarsi che solo quello che è veramente moderno è degno di diventare antico, come il Natale.

(Questo per dire che la passione è come il Natale ma anche ahimè come l’amore: non chiede permesso, sfonda la porta. E quando arriva, arriva, bomp bomp sh-boooommmm
Meripo’)

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