Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

La scelta

Pochi sono gli incontri veri, quelli capaci di cambiarti la vita. E pochi sono gli incontri che trasformano la vita in un destino. Non lo sa ancora, Matteo, ragazzo di famiglia destinato a diventare ingegnere, quando a 20 anni conosce un prete, don Roberto Sardelli, che si occupa dei baraccati -184 famiglie- accampati all’Acquedotto Felice, a Roma.

Eccola, l’altra Roma del 1968, che di questo parliamo:

Quanto ci vuole a cambiare il corso di una vita?
Un attimo. QUELL’attimo. L’attimo in cui ogni volta ciascuno di noi compie una scelta.

E quello studente si ritroverà di lì a poco ad abbandonare casa, genitori, fratelli (e con quanto dolore, sapendo che li avrebbe persi sul serio per un’incomprensibile e ai loro occhi folle scelta) e passare dal comodo letto della sua stanza a una brandina poggiata in una cucina di una baracca.

E’ iniziato così, il suo 1968. Le sue barricate hanno i confini di una stanzetta dalla quale esce la mattina per andare a coltivare i campi e rientra la sera, stremato, aprendosi una brandina in cucina per dormire, dopo aver insegnato nel pomeriggio alla Baracca 725 -cioè la scuola per i ragazzi baraccati. Perché don Sardelli su questo non transige: “il povero che non prende coscienza della sua condizione è fottuto”. E il povero ha un’unica strada per riscattarsi: studiare. Non c’è elettricità, nella Baracca 725, alle quattro del pomeriggio è già buio, e non c’è acqua, nonostante stiano accampati sui muri dell’Acquedotto. Ma nessuno si tira indietro, tantomeno Matteo. Davanti c’è don Sardelli, dietro c’è don Milani.

In quella Baracca i ragazzi imparano a conoscere e amare Martin Luther King, Gandhi, Malcom X, a leggere i libri editi dalla casa editrice fondata da Adriano Olivetti, stanno sì nelle baracche ma in sottofondo ascoltano Beethoven e Vivaldi. Quei ragazzi si interrogano, chiedono, apprendono, crescono, si riscattano.

E no Matteo non si farà prete, si farà anzi parecchio comunista (che allora, in certi casi, era la stessa cosa). E paladino della lotta all’emarginazione, ovunque la veda. Mai però in solitaria, sempre “con”, “insieme a”: ai suoi compagni, a sindacati, braccianti, disoccupati, contadini. Dopo la Scuola 725 arriveranno le lotte accanto ai cavatori di pietra, l’inclusione nel lavoro dei portatori di handicap, degli ex detenuti, sarà Direttore della Comunità di Capodarco e molto altro ancora.

Come non bastasse tutto questo putiferio a un certo punto si accorge che ci sono dei terreni incolti tra la Laurentina e la Pontina: immense distese in completo abbandono dove transita solo qualche pecora randagia. Si chiama Le Tre Decime. E’ considerata terra di nessuno. E per questo stanno per metterci le mani i palazzinari, per sventrare tutto e costruire selvaggiamente. E’ terra piena di reperti archeologici, resti di insediamenti romani ed è terra buona da mettere a frutto.

Ora però, dicoio, già hai messo in campo attività che basterebbero a riempire dieci vite, ma pensa a quelle, no? NO. E dunque insieme ai suoi compagni che fanno? E’ il 2 luglio del 1977 quando una strana colonna di braccianti, contadini, disoccupati e volontari si mette in marcia sulla Pontina.

La madre di Matteo sta davanti al Tg1 quando rivede quel figlio “scomparso”: sta occupando insieme agli altri quelle terre. Pacificamente ma convintamente, diciamo. Per poco non ci rimane secca, racconta oggi lui.
Ed eccola la foto delle tronchesi che tagliano i lucchetti: sta nascendo la Cooperativa Agricoltura Nuova.

Chi è di Roma forse sa di cosa parlo e agli altri dico Venite a conoscerla. Io ci ho abitato accanto un matrimonio fa, per dodici anni. E dico Venite a vedere.

Oggi quei 180 ettari di terreni incolti sono diventati un’azienda agricola all’avanguardia, che ha introdotto il chilometro zero e il biologico e il rispetto dei tempi della natura quando nessuno sapeva neanche cosa significasse. In quell’azienda-comunità lavorano anche portatori di handicap, ex detenuti, i fondatori accanto ai nuovi operai.

In quell’azienda -e accanto a Matteo a ai suoi fondatori- è passata la storia. Sì, la storia. Tu dici Agricoltura Nuova e stai parlando di Giulio Carlo Argan, di Luigi Petroselli, di don Di Liegro, Pio La Torre, Antonio Cederna, Danilo Dolci, Emanuele Macaluso, Natalia Ginzburg, Carlo Lizzani, Ennio Calabria, Liliana Cavani, Tullio De Mauro e ancora Clara Sereni e Raffaele Paganini (sì lui, il ballerino) e perdonatemi ma sono una marea.

Questo signore si chiama Matteo Amati e su questa storia collettiva e su tutti questi incontri ha scritto un libro che si chiama “Animali abbandonati in pascoli abusivi”:

il titolo arriva proprio da un ragazzo della Comunità di Capodarco, con un grave handicap motorio, che Matteo portò con sé a vendere i prodotti agricoli su un banchetto all’Appio. Lui osservò, chiese, si informò su tutto quello che stava dietro quelle patate e quei broccoletti e insomma alla fine esclamò: “mi sembrate animali abbandonati in pascoli abusivi”.”E io pensai -scrive Matteo Amati- che aveva proprio ragione”.

Se penso di dover spiegare cosa sia stato il 1968, se penso di doverlo raccontare oggi a mia nipote, cinquant’anni dopo, io penso soprattutto a questo ’68, quello di questi ragazzi sognatori che volevano cambiare il mondo. E un po’ l’hanno cambiato davvero.

E se penso a Matteo Amati io penso a quell’attimo. Quello nel quale abbiamo perso un ingegnere. E abbiamo guadagnato questo pezzo di storia del quale andare orgogliosi. Accanto, e insieme a lui, il libro restituisce l’immagine e la testimonianza di un’Italia che si rimbocca le maniche e rischia in prima persona e aiuta e sogna in grande e raggiunge i propri sogni e cambia la qualità della vita di chi incontra.

E’ un’Italia aperta, generosa, impegnata, quella che troverete in questo libro. Un’Italia che oggi più che mai avrebbe bisogno di essere intercettata, valorizzata, rappresentata, moltiplicata. “Un’Italia -scrive Guido Crainz nella Prefazione-  che non potrà mai vincere, forse, ma neppure essere sconfitta”. Viva l’Italia. Questa Italia.

Matteo Amati
Animali abbandonati in pascoli abusivi. Un ’68 diverso
Edizioni Viella

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Claude Monet, l’uomo che riuscì a raccogliere aria e luce e le imprigionò su una tela

Dice allora andiamo a Giverny per scendere nel nucleo atomico dell’Impressionismo, a casa Monet. E chiunque dovrebbe prima o poi sperimentare questa sequenza: effettivamente partire da Parigi aeroporto, arrivare a Giverny (con l’ulteriore aggravio di una trentina di inutili chilometri, che il Navicoso si era spento e siamo spuntate alla Defense invece che verso Giverny), dormirci -a Giverny- alzarsi la mattina dopo, consumare una colazione effettivamente molto impressionante, scrutare il cielo, scrutarci noi  e con un’occhiata decidere, con i biglietti già acquistati in tasca, che no: con le secchiate d’acqua a quei giardini no. Non stamattina. Non così.

Inutilmente l’ostessa che ci ospitava strabuzzava il ceruleo e normanno occhio
-Ma come, parbleau, e prendetevi un parapluie! Mavviparemai che avete fatto tutta questa strada e ve ne andate senza vederla?
Dirò di più: senza nemmeno passarci davanti. Che Grace quando va in fissa è irremovibile. “Meripo’, lo faremo al ritorno, che i giardini di Monet con il monsone proprio no, jàmm”.

L’irremovibile Grace, manco a dirlo, aveva ragione. Perché riallocato il Navicoso sulla via del ritorno verso Paris, quindici giorni dopo, e dopo aver perimetrato Bretagna e Normandia in lungo e in largo, arisbucavamo a Giverny in una splendida giornata di gialli e di azzurri. Che nemmeno se ce li avesse dipinti il padrone di casa, sarebbero stati così.

Tutto questo pippone per dirvi Andate. Fatevi questo regalo se ancora non ve lo siete fatto e fatevi questo viaggetto sui posti veri che crearono quei capolavori dipinti di Claude Monet. E se non tutti andate almeno alla fermata finale, a Giverny, dove creò un Paradiso prima in un giardino e poi sulle tele, lì dove ormai praticamente cieco dolentemente confessò: “Questi riflessi sono diventati un’ossessione. E’ una cosa che va al di là delle mie forze di vecchio, e tuttavia voglio riuscire in quello che sento”.

E, neanche a dirlo, ci riuscì. Claude Monet, morto il 5 dicembre di 92 anni fa, lì, fra l’aria e la luce che non vedeva più ma che aveva raccolto per tutta la vita, imprigionandole nelle sue tele.

Giardini di Giverny, foto Meri Pop


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Nilde Iotti, quanto ci manchi, quanto ci sei ancora

La prima donna -e pure comunista- a ricoprire una delle tre più alte cariche dello Stato venne eletta nel 1979. Fu Presidente della Camera per tre legislature e nessuna l’ha ancora eguagliata, non solo in durata.

Ma Leonile Iotti detta Nilde è stata anche partigiana, staffetta, combattente, indomita, ha fatto parte del primo nucleo di politici che ha preparato il Parlamento Europeo e soprattutto è stata una donna che, nonostante i ruoli pubblici, non ha rinunciato all’amore nel privato (e l’ha pagato a caro prezzo, quell’amore, confinata in una soffitta). Nilde Iotti che a quell’amore impossibile in tempi bacchettoni scrive “… Ti amerò sempre come ti ho amato dal primo giorno, come ti amo oggi” ma allo stesso tempo aggiunge “Nella mia vita potrei accettare di tutto, salvo che di non lavorare, di non essere me stessa”.

Con quell’amore illegittimo ha intanto anche adottato una figliola.

E’ il 20 giugno del 1979 quando per la prima volta sale sullo scranno più alto della Camera ed è la prima donna a poterlo fare. E questo, tra l’altro, dice:

“Io stessa – non ve lo nascondo – vivo quasi in modo emblematico questo momento, avvertendo in esso un significato profondo, che supera la mia persona e investe milioni di donne che attraverso lotte faticose, pazienti e tenaci si sono aperte la strada verso la loro emancipazione. Essere stata una di loro e aver speso tanta parte del mio impegno di lavoro per il loro riscatto, per l’affermazione di una loro pari responsabilità sociale e umana, costituisce e costituirà sempre un motivo di orgoglio della mia vita”.

Rinunciò a tutti gli incarichi per motivi di salute il 18 novembre 1999. La sua lettera fu accolta alla Camera con un grandissimo applauso. Morì pochi giorni dopo, il 4 dicembre, oggi.

Nilde Iotti: ragione e sentimento. Ma soprattutto il fascino dell’intelligenza.
Ricordiamole, ricordiamole sempre, le persone capaci. Quelle delle quali nessuno ha avuto bisogno di notare o sottolineare più di tanto che fossero donne: erano, semplicemente, le persone migliori in quei posti.

 


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Vorrei la pelle nera

Confessiamolo: ciascuno di noi prima o poi sente il desiderio di lasciare una traccia di sé nel mondo, per non pensare di essere passati invano. Tra l’eterno niente che c’è prima di noi e l’eterno niente del dopo di noi, ci azzecchiamo nel mondo per una frazione di tempo, un lampo, un impercettibile e insignificante momento. Eppure inseguiamo l’idea di poterne lasciare testimonianza, “Ognuno col suo viaggio, ognuno diverso”, come canta quello.

Ordunque, miei cari, si pensi a quegli ardimentosi del Comune di Codroipo che, incaricati di redigere un nuovo regolamento per l’asilo nido locale, improvvisamente si illuminano, reciprocamente si guardano e vedono il lampo del proprio genio rischiarare il buio dell’anonimato: sì, lasceremo una traccia ai posteri pure noi.

E decidono di consegnarsi alla storia così, con una firma. Sotto alla frase “è vietato ogni riferimento alle diverse culture o alle culture di provenienza degli alunni”. E cioè mobbasta giocare coi bambolotti con la pelle nera.

Sono lontani i tempi nei quali Nino Ferrer, conscio del fatto che mai avrebbe raggiunto le vette canore di James Brown e Wilson Pickett, implorava invece a squarciagola VORREI LA PELLE NERA.

Darwin, perdonaci.


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Louisa May Alcott, piccola grande donna

Primancora degli oroscopi di Paolo Fox e dei test di IodonnatudonnaElladonna fu lei a disegnare le quattro categorie in cui ciascuna donna, da quel momento in poi, avrebbe potuto riconoscersi. E forse è stato questo il successo inarrivabile del suo capolavoro, “Piccole donne”, 1868: Louisa May Alcott, che nacque 186 anni fa oggi a Germantown, città della Pennsylvania oggi parte dell’area di Philadelphia.

Perché chi di noi non ha trovato almeno una delle sorelle March ch’entro le ruggeva? Quando non un po’ di tutte. Quante fragili Beth, sagge Meg, buffe Amy e tumultuose Jo March si sono riconosciute in quelle pagine? Quanta forza ci ha dato Jo che voleva scrivere e non sposarsi, in un’epoca nella quale senza matrimonio ci si consegnava all’insignificanza e all’invisibilità?

Louisa May Alcott non si sposò mai e volle che anche Jo non lo facesse. Una volta raccontò,  in pieno puritanesimo americano, di essere rimasta nubile perché nella vita “mi sono sempre innamorata di molte ragazze carine, ma mai una volta di un uomo”.

A un certo punto iniziarono pressioni fortissime da parte del pubblico perché sta benedetta Jo si sposasse con Laurie, il ragazzo della porta accanto. Alla fine Louisa cedette ma niente ragazzo bello, giovane, ricco, che la adorava: le diede in marito il professore Bhaer. Scegliere per amore. Non si usava.

Louisa May Alcott, dunque attivista femminista, antischiavista, insegnante, domestica, governante e scrittrice, ma soprattutto disegnatrice di caratteri femminili. Suo padre Amos Bronson Alcott, era un insegnante e fissato trascendentalista kantiano, sempre in ambasce e in bolletta. E fu lei che, per aiutare la famiglia, si dovette rimboccare le maniche anzi i pennini. Si guardò intorno e vide le sue tre sorelle da raccontare. Perché Piccole donne è la sua storia, quella della sua famiglia. Compresa la morte della sorella più giovane e il matrimonio della più anziana.

Alla fine degli anni Quaranta dell’Ottocento, Louisa May Alcott si appassionò ai diritti delle donne e soprattutto l’estensione del diritto di voto. Diventò la prima donna a iscriversi negli elenchi per l’elezione di un consiglio d’istituto scolastico a Concord. Lavorò come infermiera durante la Guerra Civile, ma si ammalò gravemente di tifo.

Anni Cinquanta, ancora guai finanziari per la famiglia. Lei si sentiva angosciata perché non trovava un lavoro adatto a sostenerla. Ebbe una forte depressione e meditò persino il suicidio.

Ma è nel 1868 che scrisse il libro che non aveva nessuna intenzione di scrivere. Poi, capito che l’editore non avrebbe mai fatto scrivere un libro a suo padre (che di quel libro stava facendo una malattia) se lei non ne avesse scritto uno per ragazzi, si decise. E scrisse Piccole donne in 10  settimane, come una forsennata, spesso dimenticandosi anche di mangiare. “Questo lavoro non mi piace per niente”, disse del lavoro che doveva consegnarla alla storia.

L’anno dopo uscì anche Piccole donne crescono. Nel frattempo stava facendo i conti  con una malattia autoimmune cronica, forse lupus, che la debilitava giorno per giorno (un’altra ipotesi è che soffrisse di un avvelenamento da mercurio, causato dai trattamenti subiti per curare il tifo).

Morì a 55 anni per un ictus il 6 marzo del 1888 a Boston, due giorni dopo la morte del padre.

È sepolta allo Sleepy Hollow Cemetery di Concord, poco distante dalle tombe di altri grandi autori americani come Henry David Thoureau e Ralph Waldo Emerson.

Le quattro sorelle March, invece hanno 150 anni. E sono più vive che mai.


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21 novembre. Quello

“Tutti coloro che si troveranno ancora in paese o sulle montagne circostanti saranno considerati ribelli e ad essi sarà riservato il trattamento stabilito dalle leggi di guerra dell’esercito germanico”. Cioè la fucilazione sul posto. E no, gli abitanti di Pietransieri non ubbidirono ai nazisti. Si rifugiarono nel bosco di Limmari. Ma fu proprio lì che li raggiunsero e li fucilarono, uno per uno: morirono così 128 persone fra le quali 34 bambini al di sotto dei 10 anni e un bimbo di un mese. Era il 21 novembre 1943. I corpi restarono abbandonati nella boscaglia, sepolti dalla neve, fino alla primavera del 1944.

I tedeschi, comandati dal tenente Schulemburg, all’inizio si accanirono contro il bestiame razziato, mitragliato e abbandonato. Poi passarono alle persone. La strage si compì fra il 16 e il 21 novembre. “Alcuni pietransieresi,vennero sorpresi e fatti saltare all’interno dei casolari. Molti altri vennero uccisi, con fucilazioni di massa, l’unica superstite fu Virginia Macerelli, una bambina di sei anni che fu occultata e protetta dalle vesti della mamma”.

Eccidio Pietransieri

“Il sangue dei Limmari” (foto da http://chieti.blogspot.it/2009/08/per-custodire-la-memoria.html)

L’eccidio di Limmari, o eccidio di Pietransieri, è rimasto, fra gli orrori di guerra, un po’ come quei corpi sotto la neve nella boscaglia: occultato. Così come nascosti sono rimasti l’eroismo e il sacrificio della Valle del Sangro, nell’autunno del 1943, dove i tedeschi sul Trigno contrastarono più duramente l’avanzata degli alleati.

Pietransieri, oggi frazione del comune di Roccaraso, non ha dimenticato mai. Ha eretto anche un sacrario, nel quale mi accompagnò qualche anno fa il mio amico Pasquale di San Pietro Avellana. Arrivò un giorno sulla piazza del paese e mi disse

-Vai a cambiarti, scarpe comode e pelo sullo stomaco
-Ma dove andiamo?
-Nell’inferno

Arrivammo al sacrario di Pietransieri, in cima a una salita, un tempio le cui le pareti sono interamente coperte di targhette di pietra con il nome e l’età di ciascuno degli uccisi. Tutto intorno silenzio. E in silenzio siamo stati lui ed io anche per il viaggio di ritorno a San Pietro.

Sacrario di Pietransieri

Sacrario di Pietransieri (foto da http://www.goticoabruzzese.it/pietransieri-eccidio-limmari/)

Su questo eccidio, dimenticato, è arrivata solo l’anno scorso una sentenza storica, dopo quasi 75 anni: la Germania, in quanto Paese successore del Terzo Reich, è stata dichiarata colpevole dell’eccidio dei Limmari e condannata dal tribunale di Sulmona anche al risarcimento (1,6 milioni di euro al Comune di Roccaraso e circa 5 milioni di euro da versare a gran parte degli eredi delle vittime).

Una sentenza storica e coraggiosa che porta la firma di una donna, la giudice Giovanna Bilò, magistrato dal 2012. “La verità -scrive- è che una simile strage fu resa possibile proprio dalla sistematica accondiscendenza, quando non dalla sollecitazione, da parte dei vertici dell’esercito tedesco di tali atti di assassinio, sterminio, deportazione e violazione della vita privata ai danni della popolazione civile e con il dichiarato fine di contrastare qualsivoglia pericolo alla supremazia tedesca”.

A che serve, 75 anni dopo? Serve.
Perché “E’ proibito piangere senza imparare,
svegliarti la mattina senza sapere che fare
e avere paura dei tuoi ricordi”.
(Pablo Neruda)


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Quello che potremmo fare ioettè

Esterno sera. Un bar all’aperto, complice quelle sere d’estate che Roma ti regala e che nessun’altra città al mondo potrà darti mai.

Due tavolini vicini. Lei si gira e chiede un accendino, glielo allunga lui. Quanto ci sarà voluto? Cinque secondi. Ci si può consegnare prigionieri negli occhi di un altro in cinque secondi? Sì, si può. Si uniscono i tavolini. Si uniscono anche le anime. Dopo un’ora, al secondo giro di quei caspita di Spritz con la cannuccia che solo Roma sa darti e che tanto fanno incavolare la mia friulana amica Franca, i giochi sono già chiusi.

Io e te, io e te dentro un bar a bere e a riderè.

Iniziano lì, quei giorni perduti a rincorrere il ponentino. E a mandare in tilt whatsapp. Quello che potremmo fare io e te. Non lo puoi neanche crederè.

Ma l’amore non può dirsi completo senza complicazioni. Ed eccole le tre di lui: 38, 10 e 7 anni. Compaiono quasi subito, in questa storia. Senza scuse, senza infingimenti. No, non ci sono matrimoni in crisi, non ci sono separazionincasa (l’Italia è una Repubblica fondata sui separati in casa ma lui no, questa meschinità proprio no). Non si può.

Ma l’amore non può dirsi completo senza i ritorni. Passano mesi e lui la cerca di nuovo: senza non ce la faccio. Non so come fare neanche con.
Sai che ho pensato sempre,
quasi continuamente,
che non sei mai stato mio.
Dovevi sempre andar via.

L’amore non può dirsi completo manco senza giorni di infiniti rovelli. Che lo trasformano in altro: né con te né senza di te. Che non è amore: è tormento. Quello che c’è ora. E quello che verrebbe da qui in poi.

Così è lei che gioca il jolly. A quel tavolino lo ha convocato due sere fa: ha tirato fuori una busta bianca dalla borsa e gliel’ha consegnata. E’ un biglietto. Un biglietto per un concerto. Vasco Rossi a Milano. Giugno 2019. Lei ne ha un altro, al posto accanto. Da qui a lì io non ci sarò più per te. Se ti troverò seduto alla fila 5 posto 30 vorrà invece dire che potrò. Che potrai. Che potremo.
Che potremmo fare io e te
Non l’ho mai detto a nessuno
Però ne sono sicuro
Quello che potremmo fare ioettè
Non si può neanche immaginarè.

Io e te.
Sdraiati sul divano, parlar del più e del meno io e te.
Come nelle favolè.


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Un giorno, tre autunni

Era iniziata come spesso iniziano le storie d’amore: su un binario. Perché alla fine è questo che accettiamo di fare quando Cupido si muove: muoverci anche noi, fare un pezzo di strada insieme. Lei saliva, lui scendeva. Anche in senso geografico. La Roma-Milano-Roma è trafficatissima anche per questo.

Naturalmente, perché sia davvero un grande amore, non basta il cuore: occorre prima di tutto un ostacolo. Oltre il quale pensare di gettare il cuore. E questo ostacolo, se ci innamoriamo a nacerta, prende spesso le sembianze di una vita precedente: l’amore statisticamente arriva mentre almeno uno dei due è occupato. Dunque iniziò quella fase di infinito e doloroso sganciamento del 50% precedente. Anni. Passarono anni di fronte ai quali però nessuno dei due indietreggiò. Nessuno si arrese anche quando le cose diventarono difficili. Fu quando diventarono evidentemente insormontabili che lui sparì. Così. Una mattina. Perché anche questo va detto: dopo anni di dibattiti su come ci si lascia financo io ho dovuto rivalutare in certi taluni casi la sparizione.

Perché cosa vuoi riuscire a dire, nell’ora dell’indicibile? Un bel tacer non fu mai scritto, figuriamoci telefonato.

A quella scomparsa lei sembrava essersi rassegnata. In linea di massima c’è sempre quel rifugio consolatorio secondo il quale “Due anime che si separano è una cosa triste, ma due anime che non si incontrano mai è una tragedia”. Bello comunque averlo avuto. Sissì. Come no. Però. Mh.

“Un giorno, tre autunni”, dice un proverbio cinese per indicare quando ti manca qualcuno così tanto, che un giorno pesa come fossero tre anni. Sennonché ora tre autunni sono pure effettivamente passati. E hai voglia a contare.

Comunque è successo che invece l”ho rivista io, a pranzo qualche giorno fa, qui a Roma, lei. Non l’ha mai nominato, avevamo altre urgenze, salvo alla fine dirmi, giusto mentre mi salutava:
-Eppure, Meripo’, sento che sto per rincontrarlo.
In questi casi si risponde con un consolatorio:
-Ah sì?
che nasconde un pragmatico
Maffiguriamoci.

Sennonché ieri lei era nuovamente sul solito binario: si incammina verso la carrozza, un’occhiata al posto assegnato, una al trolley. Ma ecco che sul trambusto casinista della salita-discesa a un certo punto senza motivo alcuno lei si volta. E da lontano lo vede. Stesso binario, in fondo. Un giorno, tre autunni. Tre autunni, un attimo.

Vedi, quando meno te lo aspetti la vita ti viene incontro. E tu puoi cambiare il corso delle cose. Puoi cambiare aspettando pochi attimi: aspettare che il suo sguardo arrivi al tuo incrocio. E darti-darsi un’altra chance.

Ed è lì che lei, invece, spiazza il destino. E sale. Senza voltarsi più.


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L’amica Preziosa

E’ successo un pomeriggio. Le due ragazzine stavano giocando su un muretto, in paese. Qualche chiacchiera, qualche rincorsa, qualche scambio di sassi. Il mondo può essere un posto molto semplice, a undici anni.
A un certo punto arrivano dei ragazzini e iniziano a prendere di mira quella a destra:

-Guardateqquà ci sta la profuga, Pròfuga proòfuga

Perché il mondo può essere anche un posto molto crudele, a undici anni.

Sei profuga anche se abitavi solo venti chilometri più in là. Ma là c’è la guerra. E qui ce n’è di meno. E allora scappi. E quella parola ora ti mortifica, ti umilia.

-Pròfuga pròfuga
continuano a schernirla

E’ a quel punto che la ragazzina a sinistra la prende per mano e le dice

-Non starli a sentire, andiamo.

Cinque parole. Non-starli-a sentire-andiamo

Si può salvare la vita di una persona con cinque parole?

Sì, io ho visto che si può.

Perché la bambina di destra di questa istantanea della storia è mia madre. E quella di sinistra si chiamava Preziosa. Ed è morta ieri mattina. Settantaquattro anni dopo.

Eppure per tutti questi anni mia madre non l’ha mai dimenticata, anche se non l’ha più rivista. L’ha idealmente sfiorata questa estate, quando due cari, anzi preziosi, amici -che qui nuovamente ringrazio- hanno fatto sì che mia madre ritornasse a Carovilli, il paese nel quale era sfollata e che, al netto di qualche ragazzino sgarbato, l’ha accolta e l’ha messa in salvo. L’ha messa in salvo, nel tempo, anche con quelle cinque parole. Ma questa estate Preziosa stava già poco bene e non ce l’ha fatta a venire. E’ però venuto il fratello e ha portato a mia madre quella carezza ideale, a oltre settant’anni di distanza.

Cinque parole garbate. Pensate quanto ci vuole poco, certe volte, per essere messi in salvo. E quanto possa essere Preziosa, con poco, la vita.

Foto da “L’amica geniale”


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Yad Vashem, la Cappella Sistina della memoria

E’ la sera del 9 novembre e sono passate da poco le 22 quando un discorso di Joseph Goebbels dà il via alla più violenta ondata di saccheggi, devastazioni e distruzioni contro gli ebrei. E’ il 1938. E’ la notte dei cristalli. Quella in cui migliaia di vetrine di negozi ebraici furono infrante a colpi di bastoni, circa 1.400 sinagoghe e case di preghiera ebraiche incendiate o vandalizzate e trentamila ebrei tirati giù dai letti nel cuore della notte, mentre altri buttavano dalle finestre i loro mobili, per poi trasferirli nei campi di Dachau e Buchenwald. “Una catastrofe prima della catastrofe” la chiamò lo storico Dan Diner.

Lo scempio finì trasformando le piazze delle città in enormi bracieri nei quali furono dati alle fiamme Bibbie, libri di preghiera e migliaia di volumi non graditi ai nazisti. La profezia di Heinrich Heine andava incontro alla sua tragica realizzazione: “Ricordatevi che prima si bruciano i libri e poi si bruciano gli uomini”.

Il resto, purtroppo, lo conosciamo. Ma per quanto lo si possa leggere, ritrovare nelle foto, rintracciare nelle cronache e nei documenti, è niente rispetto al pugno allo stomaco che ti prende quando entri lì. Che di questo viaggio in Israele una sola cosa avevo chiesto ai miei cinque compagni di viaggio: andare insieme allo Yad Vashem di Gerusalemme. Che da sola non ce l’avrei fatta mai. Che sì, il muro del pianto. Ma certi conti in sospeso restano soprattutto su quello della memoria.

E quindi, mentre un tramonto rosso fuoco incendiava il cielo di Gerusalemme, siamo entrati nel grigio perenne freddo di quel Tempio.

Ora chiudete gli occhi ed entrate in un mondo senza odori, senza rumori, neanche quello dei propri passi. Sospesi in un lungo tunnel di cemento grigio, altissimo eppure così opprimente. Sospesi come il fiato che vi manca e come quel vagone di treno che troneggia in una delle sale. Sospesi e attoniti. Con l’orologio della storia e il cuore fermi anche se i piedi vanno avanti in quello slalom infinito tra documenti, flebili voci di superstiti, foto che riportano in vita per l’ultima volta chi non tornerà più da quei campi, da quei treni.

La memoria. Che dolore è perderla e che altro dolore è conservarla. E farlo insieme, con persone che mi sono così care accanto, è stata la salvezza ma a un certo punto è diventato troppo ugualmente. E il passo ha iniziato ad accelerare. Perché c’è un limite anche alla capacità di trattenere il dolore. E si ha voglia di scapparne via.

Yad Vashem, la Cappella Sistina della memoria.

Yad Vashem, che significa monumento e nome. Che senza nome niente e nessuno esiste.

Yad Vashem per ricordare i sei milioni di morti e i Giusti che cercarono di salvarne qualcuno.
Che da soli non ci si salva mai. Come anche questo viaggio mi ha insegnato.
E chi salva una vita salva il mondo intero. Se solo lo ricordassimo ancora.

Andarci oggi, ottant’anni dopo, avrebbe dovuto rafforzarmi nel sentimento di Mai più. E invece mai come questa volta ho avuto la netta sensazione che lo stiamo già dimenticando. Perché la memoria ha un solo difetto: se non si tramanda, può scomparire in un attimo.


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