Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Figli di un Do minore

Perché la stessa musica può piacere per secoli? Com’è possibile che ciò che Johann Sebastian Bach ha scritto nel 1720 (la Ciaccona dalla Seconda partita per violino solo) piaccia ancora dopo 300 anni? “Guerre, vaiolo, peste,  vita media intorno ai 40 anni, analfabetismo, poche medicine, niente luce artificiale”, insomma un altro mondo. Ma un mondo che continua a parlarci e farci emozionare. Insomma cos’è che trasforma un brano in un momento di immortalità?

Io lo sapevo che in quell’invito c’era un trucco. Ma non avevo capito quale

-Meripo’, sabato sera andiamo al teatro romano di Fiesole?

-Uh bello professor Pi, non ci sono mai stata. E che fanno?

Ero pronta da Shakespeare alla Turandot alla tragedia greca aaaa… no, Darwin non me lo doveva fare

-C’è “Dal Baroque al Rock. Con Darwin nella natura delle specie musicali”

-Eeeehhh???

-Meripo’ è un monologo per voce recitante. Due ore.

Vedete la fretta dei sì? La sventurata rispose. E invece. Invece, signori miei, che vi devo dire, poesse che io appresso a Pi mi sia proprio rimba però sono state due ore di magia. L’autore di questa incursione avanti e indietro nel tempo si chiama Luigi Dei, ed è uno scienziato.

Che già il posto meritava di suo

Teatro romano Fiesole

Dunque, dicevamo, cos’è che unisce nell’immortalità Bach e i Beatles o Jimi Hendrix? E Beethoven e i King Crimson? (Non guardate me che io fino a sabato sera non sapevo manco chi fossero, i secondi). E insomma è qui che irrompe Darwin. E pure Luigi Dei:

“I brani musicali sono come gli esseri viventi: ognuno, alla lunga, è imparentato con tutti gli altri! Come tutti noi siamo discesi da un quadrupede peloso e fornito di coda, anche il Jude dei tuoi ‘scarafaggi’ discende probabilmente da quella Sarabanda del signor Johann Sebastian”.

Insomma tutti figli di un dio maggiore, e di un Do, maggiore. O minore.

E allora, cari, pensavo: magari si applica anche alle persone, che ci piacciono? Perché alcuni ci piacciono per sempre, altri per nulla, altri ancora solo per un po’? Non so. Intanto, nell’attesa, mi riascolto Bach. Ma pure i Led Zeppelin. Che entrambi, in qualche modo, continuano a portarci in alto. Stairway to Heaven.

 

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A cena nella storia

Proprio mentre scorrono le immagini di C’eravamo tanto amati (su Rai Movie, giusto mo’) mi è venuto in mente che giusto ieri sera, trovandomi ancora ospite del Professor Pi nel Granducato di Toscana, egli, per sfuggire alla calura che attanagliava anche l’Arno, a un certo punto dice

-Dai Meripo’ ora ti porto a cena in collina

Dopo una serie di tornanti si giungeva in un’amena strada sulla quale compariva l’insegna “Zocchi”. Entrati in un gran pienone di genti i cui deschi emanavano profumi dal tartufo, alla lasagna alla Margherita la pizza, ci accomodavamo di fronte a un piatto di zucchine e funghi fritti. Ed è stato a quel punto che il professor Pi mi ha detto

-Meripo’ hai capito dove siamo seduti?

-Di fronte a un piatto di buonissimi fritti, professor Pi

-Sì Meripo’ ma siamo seduti anche in mezzo a un pezzo di storia d’Italia

Considerato che il Professor Pi è un fisico pensavo tra me e me “Aò, magari ha un concetto molto esteso della storia, tipo la storia della fungologia fritta applicata”. E lui:

-Meri, questo è il ristorante della Marisa Zocchi

Di fronte alla mia perenne faccia a punto interrogativo incalzava con quel dolcissimo suono che hanno le 6 parole

-Tu sei troppo piccola per ricordarti….

E insomma Marisa Zocchi, lo dico per tutti quelli piccoli, è stata una campionessa di Lascia o raddoppia, moglie di Guido Boni, ciclista, lei diva tv e pupilla di Bartali, specializzata proprio nel ciclismo. E sentite che storia:

“Raggiunto un monte premi di due milioni e mezzo ed arrivata alla puntata finale Bongiorno le chiese, appunto, lascia o raddoppia? Nelle puntate precedenti era andata avanti alla grande e forse dentro di se pensava di poter rispondere anche alla domanda da cinque milioni (erano tantissimi soldi ai quei tempi). Ebbe un attimo di esitazione coinvolgendo sul piano emotivo qualche milione di telespettatori. Un attimo che sembrò un’eternità. Poi confessò a Bongiorno: “Lascio perché i soldi già vinti mi servono per curare mia madre molto malata”. Su quella sua scelta così umana, così struggente, tutti provarono verso di lei tenerezza e simpatia. Tra costoro anche il re dell’Egitto Faruk che, attraverso l’attore Folco Lulli, fece arrivare a Marisa Zocchi un assegno di due milioni e mezzo, cioè la cifra alla quale la ragazza aveva rinunciato”.

Nel frattempo, essendo arrivati anche i miei pici cacio e pepe, mi sono ritrovata catapultata, oltre che nel colesterolo, anche in un salto indietro nel tempo, in un tempo infinito nel quale l’Italia rinasceva dalle ceneri di una guerra e lo faceva insieme alla tv, piena di ottimismo, di speranza e fiducia. Un’Italia in cui la Marisa Zocchi rinunciò alla gloria per curare la mamma e il re d’Egitto (manco Walt Disney avrebbe potuto sceneggiarla meglio) le manda l’assegno della cifra alla quale ha rinunciato.

Che vi devo dire? Che davanti alla crostata ricotta e fichi (ve l’ho detto che in collina faceva un certo frescolino e le papille gustative si erano scatenate) mi sono rivista la signora Marisa e la signora Italia. E mi è venuta una grande nostalgia. Di tutte e due. Anche se la Marisa non l’ho conosciuta. E tutto sommato neanche l’Italia, l’Italia che crede fermamente che ce la farà. E si rimbocca le maniche per farcela.

Marisa Zocchi

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Single con te

Se non fosse che tutti i motivi per cui “voglio essere single, ma insieme a te” sono esattamente quelli per i quali, poi, li lasciamo.

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Al meno tu nell’Universo

Comunque la prova che nell’Universo esistono altre forme di vita intelligenti non sta tanto nelle foto della Nasa quanto nel fatto che nessuna di esse ha mai provato a contattarci.
(Semicit Bill Watterson)

Kepler

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I giorni dell’Iran/ I fiori non hanno spalle

In occasione dell’annuncio di un viaggio in Nuova Zelanda essendosi sviluppato un sottodibattito sui viaggi in Iran ripropongo all’utenza, come incoraggiamento, uno dei momenti-clou del viaggio di due anni orsono.

30 luglio – Zanjan, Tabriz, Kandovan, Tabriz

La mattina alle 8 si ripartiva con destinazione Tabriz per un serratissimo e lunghissimo programma che veniva interrotto e modificato già alle 8,30: il nostro autista, Nasser, iniziava a clacsonare più veementemente del solito e a vociare dal finestrino inveendo contro una solitaria macchina che ci precedeva. Anche il solitamente pacatissimo aiuto-autista, Baktash si univa all’inveenza. Il che mi faceva legittimamente sospettare l’inizio di una mediorientale faida stradale dai cupi esiti.

In realtà erano dei loro parenti e l’inveenza era felice giubilo. Scusandosi ripetutamente con noi Nasser e Baktash accostavano per poterli salutare poi però Nasser risaliva a bordo e pregava Iraj di dirci che i suoi parenti sarebbero stati felici di poterci offrire un tè e frutta, che avremmo potuto cogliere ad libitum dagli alberi della loro terra con casetta che si trovava poco lontano dal ciglio dell’accosto.

Naturalmente non li scoraggiava il fatto che noi fossimo in 16. La giovin figlia, bellissima,

si offriva di guidarci a piedi tra le frasche mentre il babbo riportava indietro la macchina. Iniziava così un tortuoso percorso stile attraversamento foresta amazzonica tra liane, rovi, sassi e guadi.

Si, certo che l’ho pensato! (-Meripo’ scusa ma non hai pensato che magari era un agguato, una trappola, un che ne so, una cosa quantomeno sospetta?). E l’ho pensato vieppiù quando uno dei nostri, mentre attraversavamo il letto del fiume a secco, ha esclamatao

-Ragazzi, pensate se ora aprono  la diga

Dopo il tortuoso cammino si sbucava invece in un piccolo Paradiso coltivato a pesche, susine e noci, uva e ancora fiori e poi galline e un ruscelletto al bordo del quale era costruita una monostanza in cemento, completamente rivestita di tappeti e cuscini dentro. Fuori, sul fuoco, una teiera nera in ebollizione si preparava ad accogliere foglie di tè di grande bontà: si chiama, infatti, “Tè al fuoco”

Ci accoglieva sull’uscio la mamma nerobardata della giovin ragazza e ci faceva prima cogliere qualsiasi cosa ci venisse in mente di commestibile dalla loro proprietà, poi ci faceva accomodare tutti in cerchio nella casetta. Scoprivo finalmente, tra l’altro, che le iraniane zollette di zucchero dure come serci (romanesco, trad: sassi) non devono essere inutilmente disintegrate nella tazza ma piuttosto si succhiano o si inzuppano un po’, si mordono e poi ci si beve sopra l’ambrato liquido.

La conversazione avveniva prevalentemente a grandi sorrisi, inchini, mani giunte, mani sul cuore. E ci siamo detti, a onor del vero, tanto. La signora nerovestita chiedeva a Iraj di dirci che era mortificata perché, sapendolo prima, sarebbe stata felice di offrirci un pranzo ma ci era grata per aver accettato il tè. La gallina che faceva capolino da fuori, improvvisamente rinfrancata, ci era grata ancora di più.

Anche il Professor Pi a quel punto, come in tutti gli scambi diplomatici che si rispettino, teneva il suo discorso di gradimento all’ambasciatrice e le diceva, interpretando il fumetto che aleggiava sulle nostre teste, che l’onore semmai era nostro e che le eravamo tutti molto grati per averci offerto qualcosa di molto più prezioso e raro per chi se ne vada “a giro per il mondo” che non sono né i monumenti né i paesaggi ma è l’ospitalità.

Ed è stato mentre Giovanna si scusava, dato il cerchio irregolare, dicendo

-Perdonate le spalle

che la nerovelata signora rispondesse, citando un poeta persiano

-I fiori non hanno spalle

Così, a freddo in quel caldo, in mezzo a un orto persiano, ci è arrivata quella schioppettata di poesia e delicatezza d’animo.
I fiori non hanno spalle.

Iran mamma e figlia

 

Ma quello che non dimenticherò mai è che, arrivando, la signora nerovelata mi (ci) accoglieva a braccia spalancate, prima baciandomi tre volte e poi stingendomi forte a se’. In un lampo mi sono passati davanti parecchi degli ultimi miei anni. E mi è sembrato che, anche a fronte di momenti dei quali avrei volentieri fatto a meno, poi la vita trova sempre il modo -nei luoghi e nei tempi più impensabili- di riappacificarti  se non con il mondo almeno con te stessa. E stringerti in un abbraccio infinito.

E ho pensato che tutto sommato era valsa la pena in questi anni fare tutta questa strada, a volte impervia a volte proprio al limite delle possibilità, per poi andarsi a prendere quell’abbraccio sconosciuto a Tabriz, Islamic Republic of Iran.

In cambio di seimila chilometri, eh, che qua niente è gratis, sia chiaro.

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Quest’anno vacanze in collina

-Meripo’ ma non sarebbe ora di rifare un viaggetto?

-Si, professor Pi, ma dove?

-Io direi su una collinetta, poco più di 300 metri, una cosa tranquilla

-Cioè a Bagno Vignoni, Chiusi, Montespertoli?

-Beh in realtà pensavo su quella che ha il nome geografico più lungo del mondo,Taumatawhakatangihangakoauauotamateaturipukakapikimaungahoronukupokaiwhenuakitanatahu. È composto da 85 lettere e significa “la vetta dove Tamatea, l’uomo dalle grandi ginocchia conquistatore di montagne, salì e suonò il flauto per la sua amata”

-Mh. E dove sarebbe?

-In Nuova Zelanda

Nuova Zelanda collinetta

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Bel Paese

Bello quel Paese che decide in materia di diritti civili non perché glielo impone un tribunale internazionale o perché glielo vieta il Vaticano.

Umbrellas floating 1

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Nino

Ogni ufficio, gruppo o consesso di persone che lavorano insieme dovrebbe averne uno. Un Nino. Nino è quella persona discreta, schiva ed efficiente della quale, se si è un discreto numero, potresti anche non accorgerti per anni. Ma della quale non puoi fare a meno anche se non lo sai. Un Nino è la persona che, se si è in tanti, presumibilmente puoi frequentare di più in ascensore. Ed è lì che apprezzerai il fatto che non parla né del tempo né di altre amenità: se non ha qualcosa da dire tace. Ma, sempre, ti sorride. Se sei donna ti cede il passo. Nino è quello che tiene la mano sulla cellula per evitare un prematuro stritolamento.

Con me, per dire, entrando nell’angusta cabina dotata di un tristanzuolo specchio, essendosi lui posizionato di fronte a me e io davanti allo specchio, si spostava e diceva “Mi sposto, che voi avete sempre qualcosa da controllare”.

Un Nino ti segue e ti conosce più di quanto tu possa dire di conoscere lui. Un Nino, in qualche modo, ti “capta”. E quando lo incontri sai che ti sa. E, nella maggior parte dei casi, non c’è molto da aggiungere.

Un Nino, in definitiva, c’è sempre. Anche quando sei tu per una volta a captare che sul suo fisico qualcosa sta cambiando.

Ed è proprio per questo che quando è arrivato l’sms io mi son detta che è impossibile. Perché sull’sms c’era scritto “Nino se n’è andato poco fa”. E ho pensato solo una cosa: “Poi torna”.

Ascensore

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Atacamose

Sono le 9,30 del mattino e a Roma fanno 32 gradi, percepiti 45. Ho preso tre autobus tutti con l’aria condizionata rotta. Ieri altrettanto, dopo ore di attesa. Lo so, lo so che avete fatto il più grande piano di piste ciclabili del pianeta. Dico però che, ogni mattina in cui fate salire le persone sui mezzi pubblici in queste condizioni, è come diceste a ciascuna “A me, di te, non frega un beneamato piffero”.

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Il signore dell’anello

La scorsa settimana il Professor Pi è sceso dal Granducato con un Frecciarossa. Sceso dal Frecciarossa con cui scendeva dal Granducato è sceso a casa Pop e, mentre tentava inutili creazioni di corrente tra una stanza e l’altra per combattere l’afa capitolina, a un certo punto, da stanza attigua, in un misto di stupore attonito e di mattugguarda ha esclamato:

-Meripo’ mi stavo dimenticando ma guarda un po’ che ho trovato sul bus che mi ha portato alla stazione…

Nel percorso dovestavoio-dovestavalui (all’incirca dieci passi, vantaggio delle case piccole) stavo già immaginando una terna di possibilità (un gagliardetto della Fiorentina, un tomo sulla fisica degli spazi ristretti dei mezzi pubblici, una copia dell’ultimo libro di Moccia, in ordine di sfiga) egli invece estraeva dalla tasca un perfetto cerchio con dell’alluminio intorno. Un anello. Semplicissimo. Tipo quello uscito dal pacchetto di noccioline di Holly Golightly in Colazione da Tiffany.

Bando ai facili entusiasmi romantici afferravo l’insperato suo ritrovamento tentando di capire ove risiedesse il motivo di cotanto stupore. Rigira che ti rigira me ne stavo lì a osservare il metallo invero anche un po’ tristanzuolo quando Pi dice:

-Meri guardalo bene, intorno

E dunque ecco qua: tutto intorno alla sfera -e a una croce- c’era inciso il Padre nostro

Anello Padre nostro
Per un ateo praticante quale è Pi si trattava effettivamente di un ritrovamento archeologico semi incomprensibile tipo la stele di Rosetta: lo stupore era invece il mio a osservare il suo gran bel stupore. L’irruzione non prevista del trascendente sul discendente (discendendo lui dal bus). L’autobus -mi spiegava- passa oltre che alla stazione anche vicino a un convento. Qualcuno l’aveva dimenticato. Lui l’ha raccolto. E l’ha portato fino a Roma.

Ora, direte voi, Meripo’ embeh?

Embeh da quel giorno quell’anello sta qui, sul tavolinetto, tra il pc e il mouse nella stanza in cui faccio quasi tutto. Sostanzialmente è come una telecamera: mi osserva passare avanti e indietro, scrivere, chattare, guardare la tv, pensarvi, mangiare. Io lo sbircio. Lui sta lì. E parla standosene zitto. Perché sarò anche scomunicata per i noti fatti divorziativi ma io, di Lui, mi ricordo sempre. Lui il Principale, intendo. Anche di Pi mi ricordo sempre eh. Specie mo’.

Ci passo davanti e ogni giorno mi ricorda una riga diversa. E insomma ci passo da una settimana e lo guardo sempre un po’ con sospetto e ammiccando quasi a dire Mbeh oggi che t’inventi? Poco fa, dunque, ci son passata dopo le notizie del cosiddetto accordo per la Grecia. Ed è stato allora che quello, zitto zitto, mi fa:

-Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori

Sapete che c’è? Che mi è venuto un brivido. E ce ne vuole. Visto che fuori, e mi sa pure dentro, fanno 38 gradi.

 

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