Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

It’s a kind of magic

-Ehi, Yancey, come sarà Kickstarter fra cinque anni??

-Mmhh. Più o meno come adesso. È il resto del mondo che, fra cinque anni, sarà molto più simile a Kickstarter.

Dunque, miei cari, lui -quello in mezzo con la camicia bianca- si chiama Jancey Strickler, è uno dei due fondatori di Kickstarter, il più grande sito web di finanziamento di idee creative: a oggi conta 150 mila campagne finanziate per un totale di 4 miliardi di dollari raccolti.

È su Kickstarter che sono nate le “Storie della buonanotte per bambine ribelli”.

E venerdì a Heroes meet in Maratea abbiamo raccontato la sua storia.

Tre quarti d’ora di monologo teatrale durante il quale ha riso, fatto foto e video.

Poi questa foto. Con:
Da sinistra la vostra quippresente autrice del testo
Tiziana Sensi
, la regista che ha trasformato in vita le parole di carta
Fabio Pappacena, l’attore che ci ha trasportati da Brooklyn al Giappone a Firenze a Milano ma sempre stando sullo stesso palco
Andrea Fusacchia che ha messo il tocco magico del sax
Andrea Dotti, coraggioso produttore e ideatore di Companies Talks

Insomma, pare gli sia piaciuta. E alla fine Yancey ci ha guardati come a dire
-Really? Ma overamente ho fatto questo?

Grazie, davvero, a tutti. Forse manco la Poppins sarebbe riuscita in una magìa così.

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E tu

V’ho viste (e visti) sa’, sabato sera…

Un popolo di ciniche e disilluse. Fino a che parte “E tu”. E’ così da 44 anni. Ve lo ripeto: “E tu” ha 44 anni. Noi invece ne abbiamo sempre 18, quando parte lei. Sempre e ovunque.

Sì, sono 44 anni che stiamo “accoccolati ad ascoltare il mare” e 44 che siamo lì senza fiatare. Ed ed è ancora l’unico posto nel quale, a qualsiasi età, siamo “fatti di sguardi tu e di sorrisi ingenui tu”

E’ la cartina di tornasole del nostro cuore: a chi pensi, quando parte? Con chi vorresti ballarla?

E’ il nostro manuale di resistenza, di ognivvoltache “restavo zitto io per non sciupare tutto io”.

E’ il nostro fisicamente dondolarci appena ci aggredisce alle spalle per “poi fermarci stupiti”. Ed è l’unico momento nel quale ci prendiamo il lusso di dire che “io vorrei cioé” ma sì porcamiseriaccia sì “ho bisogno di te, dammi un po’ d’amore”.

E’ il nostro “fermarci stupiti” e “fermarci a giocare con una formica” (che mo’ però sta formica sulla spiaggia, maquandomai Clà, evvabbè).

Tutte le hai azzeccate in questa, tutte: parole, musica e pure il clavicembalo della prima versione.

Sono passati gli anni ma si fermano ogni volta in cui, in quei 4 minuti e 40 secondi, ovunque siamo, noi possiamo “chiudere gli occhi e non pensare più senti freddo anche tu”. E sì, siamo piene di cicatrici ma ci scopriamo “più belle coi capelli in su e mi piaci di più”.

La canzone del sogno ma anche dell’onestà finale. Quella in cui dopo esserci dette che “e adesso non ci sei che tu soltanto tu che stai scoppiando dentro al cuore mio” “però io che cosa mai farei se ora non ci fossi tu ad inventare questo amore”. Dove la presa di coscienza definitiva nonché parola-chiave non era amore: era inventare. Purtroppo il punto è che “Non ci credevo, io”
“E ti tenevo stretta, io”.

Grazie a te E tu, che hai trovato il modo di fermare il tempo con un click. Quello di “Play”. Che, forse non a caso, vuol dire anche giocare.

 

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Ma è la tenerezza che ci fa paura

Stamattina sul 51, fucìna di resistenza civile, a un certo punto un’avventora ha detto all’amica:

-Cheppoi, se ce pensi, il problema non so’ i grandi amori che te stravolgono all’improvviso la vita
-Ah no, e quali so’, il problema?
-L’altri: quelli che nell’anima c’entrano de fino e se mettono de chiatto

Che inutilmente fu Gianna ad avvertirci dodici anni orsono. “Sei nell’anima”, minacciò. Già una che con quel titolo poi invece inizia con “vado punto e a capo” e “spegnerò le luci e da qui sparirai” fa ben comprendere lo spread fra intenzioni e realtà: starai pure nell’anima ma intanto vediamo come portarci avanti col lavoro per il control cancel.

Poi però dice una cosa che è “Quanta tenerezza, non fa più paura” e qui veniamo all’area 51, quella dell’autobus di stamattina: che certe volte le cose che fanno più paura sono proprio quelle che partono piano e senza fuochi d’artificio ma a un tratto t’hanno conquistato e manco te ne sei accorta-a accorto-o. E sono quelle nelle quali si rischia di più: perché quello-o quella-a te la ritrovi piazzata lì, nell’anima, e non sai manco come caspita ci sia arrivata-a arrivato-o.

Insomma succede che, sì, “Sei in ogni parte di me” ma siccome  tu quel “Ti sento scendere Fra respiro e battito” invece non l’avevi sentito proprio, datosi che ormai quello s’è piazzato “In questo spazio indifeso” e datosi che non avevamo attivato le difese Onu e datosi infine che “Inizia Tutto con te e Non ci serve un perché” allora già che sei nell’animà e manco me ne ero accorta tanto vale che ti ci lasci.

E dunque sì, “Sei nell’anima/ e lì ti lascio per sempre/ sospeso e immobile/ fermo immagine un segno che non passa mai”, senonché avendo dal vocabolario abolito -alla luce dei pregressi e per scaramanzia dei futuri- le parole “per sempre” e “mai” è chiaro che sei nell’anima, sì, e lì ti lascio. Abbastanza.

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Come Parigi ci ha insegnato a vivere. E a guidare

La generazione-Sabrina ci è cresciuta, a Parigi. E ha sempre pensato che fosse una buona idea. Tanto che ha continuato ad andarci nelle diverse stagioni atmosferiche e della vita. Ed è per questo che, ultimato il percorso del viaggio Bretagna-Normandia, Grace ha detto

“e poi tre giorni a Parigi. Che è sempre quella buona idea”.

Io a Parigi, stavolta, ci sono entrata guidando. Guidando una macchina (che mi sentivo Napoleone ma senza cavallo), dopo otto anni in cui non lo facevo più. L’ho fatto, come facciamo tutti i passi avanti della vita, per disperazione, che è arrivata sottoforma di blocco della schiena di Grace. E “La disperazione è la madre dell’originalità”. Per cui su un’autostrada in Bretagna a un certo punto ha messo la freccia, ha accostato, ha tolto le chiavi dal cruscotto e me le ha passate dicendo

-Ora non puoi più rimandare

E in quel preciso istante, veloggiuro, da quella playlist da paura che Grace ha sul cellulare, è partita la musica di Rocky Balboa. Questa:

Non sapevo se ridere o piangere per cui mi sono acconciata a fare tutte e due le cose insieme, sempre col sottofondo di panico, sia chiaro. E insomma strada francese, navigatore in inglese, Grace schiantata ma vigile, macchina mai vista prima, ho ingranato la D (del cambio automatico) e sono partita.

Embeh strada facendo non ho trovato un gancio in mezzo al cielo ma sì ho sentito la strada far battere il tuo cuore, per il panico più che altro, e sì a un certo punto ho financo visto più amore. Nel senso che mi è tornata in mente la frase di un mio saggio amico psicologo, una volta in cui gli chiesi

-Ma secondo te esiste una ricetta per far funzionare una relazione o siamo destinati a finire sempre fuori strada?

E lui mi rispose

-Sì esiste: non consegnare il volante in mano al bambino che ci portiamo dentro

Quel bambino, o bambina, spaventato, insicuro, disorientato, che cerca l’amore perfetto al quale si era abituato da piccolino, con la mamma sempre presente, sempre pronta lì a capire di cosa avesse bisogno senza doverglielo manco spiegare.

Non consegnare il volante in mano alla bambina. Che sembra facile e invece, diciamocelo, quante volte le nostre decisioni amorose le prende lei al posto nostro. Quella pupa un po’ smarrita e bisognosa di tutto che mattiparemai che ti devo spiegare cosa voglio, chenonlocapiscidasolo? E tiparemai che non mi dai tu tutto quellochevvoglioio?

E insomma vediunpocotu se una deve andare fino alla Bretagna e alla Normandia per sbarcare su un pochetto di consapevolezza.  Che poi, però, forse scoprirlo viaggiando è proprio il momento migliore. Viaggiare. Cioè questo continuo esercizio: cercare, trovare, godere, ripartire, lasciar andare. Che se ci pensate è lo stesso ciclo vitale dell’amore.

La generazione-Sabrina non ha ancora imparato a rompere le uova con una sola mano ma ci prova.

Ma la generazione-Sabrina si è stampata dentro che “È notte ed è molto tardi, qualcuno qui attorno sta suonando La vie en rose. È la maniera francese per dire: “Sto guardando il mondo con degli occhiali colorati di rosa” ed è esattamente quello che provo io adesso. Ho imparato tante cose qui, e non soltanto come si fa il canard à l’orange o la crème à la vichy, ma una ricetta molto più importante: ho imparato a vivere. Ho imparato ad essere qualcosa di questo mondo che ci circonda, senza stare lì in disparte a guardare. Stai pur certo che ormai non la fuggirò più la vita… e neanche l’amore”.

Sabrina amore

E dunque la generazione-Sabrina a Parigi ha imparato a vivere, a guidare. E certune anche a ri-guidare. E intende continuare a farlo.

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Il magico potere del riciccio

Lo so, siete in quella fase in cui vorreste imbracciare la katana e rendere Uma Thurman una principiante. O forse in quella in cui vorreste affogarvi nel barattolo della Nutella mai più riemergendone. E’ stato a sbomballarvi mesi, forse anni, con promesse, illusioni, miraggi, assaggi, tiraemmollaggi. All’inizio manco ve ne importava molto. Poi ci siete cascate. Ma vi ha veramente fregate quando s’è dato. E’ così: la terra gira intorno al sole, la forza di gravità si percepisce davvero dopo i 50 e taluni spariscono appena arrivano al traguardo.

Matematicamente, però, tutti ricicciano. Anche Cocciante ci mise in guardia: “Non si perde nessuno”, cantò fra un cervo a primavera e una cornuta d’inverno. Non ci credemmo. Sbagliavamo. Perché fa parte delle leggi della fisica: Nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si riciccia. Si ripropone. Come il peparuolo mbuttito.

Uno dei nostri primi fari, a rischiarar le tenebre dell’iniziale smacco, fu: Jennifer. Jennifer che, al riciccio di Brad con un tristanzuolo invito a cena, mentre s’asciugava lo smalto sulle unghie a katana, disse

Grazie ma non ho tempo

Brad che l’aveva mollata per Angelinagiolì, eh, non per pizzaeffichi.

Eppure. Eppure qualcosa rimane, evidentemente, tra le pagine chiare e le pagine scure e pure tra quelle mezzeemmezze della vita, e confonde i suoi alibi e le tue ragioni e viceversa. Perché dopo due anni da quel Grazie-non-ho-tempo e dopo che le labbra le avevano entrambi spedite a un indirizzo nuovo, oggi Jennifer e Brad pare che forse sì, lei il tempo l’abbia trovato e, complice la villa di Clooney su quel ramo del lago di Como che altri Promessi sposi accolse, forse ricicciano.

E qualcosa rimane, dunque. E prima o poi qualcuno riuscirà pure  a spiegarci perché. E cosa sia un legame e come possa sopravvivere pure ad Angelina. Cercando una parola mi viene in mente “intimità”. Se ne può anche andare l’amore ma spesso è lei che resta: l’intimità. Questa:

Non è intimità
ciò che scopre o tocca.
È intimità
ciò che, anche a distanza,
lega.
E. Sayfadaki Gondelirer

 

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Simone Weil, che rinunciò all’amore ma non ad amare

I primi cinque minuti durante i quali lui mi offriva la suggestione di un post su di lei, li abbiamo passati a parlare di due persone diverse che si chiamano più o meno nello stesso modo. Perché l’essere figura impetuosa ma a lento rilascio deve essere evidentemente il suo karma. Di lei, Simone Weil. L‘altra: la filosofa, mistica, pensatrice. Che continuavo a confondere con Simone Veil, signora di Francia e d’Europa. Chiarito l’equivoco si è però spalancato il mondo. Talmente spalancato che mi è difficile richiudere le finestre e trattenerne e riassumerne un po’ anche perché lei pare essere come l’aria: più cerchi di afferrarla più ti scappa.

Quella, dunque. Quella Simone Weil insegnante di filosofia che comprava i libri agli studenti più poveri, che teneva corsi serali gratuiti per gli operai e che però non esitò un attimo a mollare l’insegnamento della filosofia per andare a lavorare come fresatrice alla Renault, già che non si può certo dire di occuparsi della condizione degli operai se non se ne sperimenta sulla propria pelle il peso. Quella Simone Weil che andò a manifestare ovunque sentisse che bisognava portare il proprio corpo a farlo e lo portò davvero ovunque: contro la guerra, contro l’oppressione, contro il nazismo, a favore della guerra civile spagnola arruolandosi nella colonna anarchica Buenaventura Durruti e fu operaia in fabbrica e contadina nelle Ardeche, dormendo per terra e nutrendosi di frutta selvatica dopo aver regalato ai poveri le sue tessere annonarie.

Trasportare il corpo ovunque e contemporaneamente, un po’, rinnegarlo: vestì sempre di nero, capelli sempre scarmigliati, pesanti occhiali tondi, si truccò solo una volta in vita sua, prima di sostenere il colloquio di assunzione alla Renault di Billancourt. Come volesse dimenticare, e farci dimenticare, di essere una donna. Donna che fu perseguitata tutta la vita dai nazisti e dai dolori: mal di testa perenni e malattie a ripetizione.

Nei “Quaderni” a un certo punto la spiega ironicamente così: una donna bella rischia di identificarsi solo con la sua immagine riflessa allo specchio mentre una donna brutta non corre questo rischio. Ma non odia affatto la bellezza: è che pensa che la bellezza sia essenzialità. E lo fa in un tempo in cui trionfa l’eccesso. “Il popolo ha bisogno di poesia come di pane”. Quindi di bellezza.

Quella Simone Weil dotata di “un coraggio estremo attirato dall’impossibile” (per dirla con Georges Bataille) e che rinunciò all’amore ma non ad amare. E no, una relazione sentimentale pare non la volle mai. Ma sì, consentiamocelo su un blog sentimentale, ci consegna lo stesso una perla di rara saggezza:

“Bisogna essere in un deserto. Perché colui che dobbiamo amare è assente”.

Quella Simone Weil nata in una famiglia ebraica ma che spazia ovunque e a un certo punto lancia l’idea della “decreazione”: l’atto creativo di Dio interpretato come una limitazione della sua divinità. Rinchiuderlo in un atto, per quanto supremo, lo limita.

Quella i cui unici fari furono la verità e l’attenzione:
“Il bisogno di verità è il più sacro di tutti. Eppure non se ne parla mai. La lettura fa spavento, quando ci si sia resi conto della quantità e dell’enormità di menzogne materiali, diffuse senza vergogna anche nei libri degli autori più amati. E così leggiamo come se si bevesse acqua di un pozzo sospetto”. Profetica.

E l’attenzione. Verso lo studio (paragonabile a una forma di preghiera) e verso l’altro, immedesimandosi in lui per capire di cosa davvero abbia bisogno.

Dunque «l’adempimento di un diritto non proviene da chi lo possiede, bensì dagli altri uomini che si riconoscono nei suoi confronti obbligati a qualcosa», altrimenti lo si otterrà solo a condizione di avere la forza per sostenerlo.

Quanto è illuminante e doloroso scriverne mentre scorrono le immagini di tutti i diritti calpestati per terra per cielo e per mare.

Inclassificabile, indomabile, scomoda. In soli 34 anni. Che a quell’età calò il sipario sulla sua vita, con una tubercolosi. Il 17 agosto 1943 fu portata in ospedale in condizioni che portarono il medico a scrivere “troppo grave per essere esaminata come si deve”.

E lei, che per tutta la vita non si era mai appoggiata alla bellezza, pare abbia detto, entrando nella sua ultima stanza d’ospedale il 24 agosto 1943, “sì, bella per morirci”.


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Stiamo freschi

Iniziare cercando l’amore eterno e finire anelando il Pinguino De Longhi.
In sintesi il segreto della vita: tenere basse le aspettative e alta l’aria condizionata.


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La rivoluzione degli educati

“La maleducazione è arrivata molto in alto. La nostra freddezza li ha lasciati lavorare. Adesso la ribellione spetta a noi. Non si era mai visto nella storia: la rivoluzione degli educati”.

Auguri a Franca Valeri.

E a tutti gli educati.

 

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Bruno Neri, calciatore partigiano: a testa alta e braccia lungo i fianchi

“Quando si riceve la palla bisogna sempre avere già deciso come giocarla. Perché nel calcio la palla si gioca quando non la si ha”. E’ così che Bruno Neri intende il calcio e la vita. Un gioco di testa. Sempre.

Bruno Neri nato a Faenza nel 1910, una vita da mediano. A 14 anni è già in panchina nella squadra della sua città, studia e si allena, studia e si allena. A 16 anni è titolare, sempre a Faenza. Studia, legge e si allena, studia, legge e si allena. Legge Montale, studia Campana, legge Pavese e recita, dipinge, approfondisce, pensa, frequenta musei e pinacoteche, è di casa al Bar delle Giubbe Rosse di Firenze, dove siede ai tavoli con Montale, Landolfi, Carlo Bo e Delfini.

Nell’estate del 1929 a 19 anni Bruno Neri viene acquistato dalla Fiorentina per la spropositata somma di 10 mila lire. Presidente del club Viola è il marchese Ridolfi, fascista e squadrista della prima ora, Mussolini lo considera un buon gerarca: vuole una squadra competitiva e vincente, vuole passare nella serie A. La Fiorentina si aggiudica un buon quarto posto e la sua stella è Neri, lodato ovunque.

Il 13 settembre del 1931 la Fiorentina gioca allo Stadio Giovanni Berta la gara inaugurale del nuovo impianto, costruito apposta per il Duce dall’architetto Pier Luigi Nervi e progettato, appunto, a forma di “D”: si chiama Giovanni Berta proprio in onore dello squadrista fiorentino (successivamente diventerà“Stadio Comunale” e poi“Artemio Franchi”).

In quel pomeriggio lo stadio Berta è dunque un enorme, entusiastico contenitore non solo di sostenitori calcistici ma soprattutto della sbornia fascista. Manca solo Benito, che pure era atteso. Ed è in quel pomeriggio che Neri decide che sì, come sempre, lascerà il suo segno di fuoriclasse in partita.

Le squadre arrivano, entrano in campo e si schierano. Quando l’arbitro fischia, i giocatori della Fiorentina sollevano il braccio destro come omaggio ai rappresentanti del regime. Ed è allora, appena gli altri tendono il braccio, che lui decide di rimanere con le mani sui fianchi. Così:

Passa un po’ di tempo. Al momento dell’entrata in guerra Neri allena il Faenza ma è già, segretamente, il “calciatore partigiano”. Conosce Giovanni Gronchi e don Luigi Sturzo e, grazie a queste nuove amicizie, dopo l’armistizio di Cassibile del 1943 Neri deve nuovamente scegliere, come quel giorno in campo. E sceglierà la parte più difficile. Ma giusta: sui monti. A fare la Resistenza.

Il 10 luglio 1944 è con il compagno partigiano “Nico”, Vittorio Bellenghi, a Gamogna. nella Romagna toscana, vicino a Marradi. Chissà quando li sente arrivare, chissà cosa pensa, se ha il tempo di pensare, mentre partono le raffiche naziste.
“Quando si riceve la palla bisogna sempre avere già deciso come giocarla. Perché nel calcio la palla si gioca quando non la si ha”.

E’ così che muore il comandante Neri. Ma non il suo gesto.
Non il suo coraggio.
E se questa estate andate a Gamogna portategli un fiore.

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Mo’ basta

Diceva Nelson Mandela che “Nella vita di qualunque Nazione viene sempre il momento in cui restano solo due opzioni: arrendersi o combattere”.
Credo sia arrivato quel momento. Il momento della seconda.

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