Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Riunioni civili

Se poi il fervore contro lo sfruttamento del corpo della donna perdurasse anche oltre la localizzazione uterina sarebbe perfetto.

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Saving Mrs Banks

Grazie all’assist del libraiodellaversiliadimeripo’, l’Andrea Geloni di Nina a Pietrasanta, che giustamente celebra Mrs. Banks nell’odierno anniversario della concessione del diritto di voto alle donne in Italia, nell ‘anno di grazia 1945, e reduci dai due caldi weekend sul tema estensione dei diritti civili, mi è qui gradito ricordare all’utenza che se per votare s’è dovuto aspettare il 1945, per entrare in magistratura s’è dovuto aspettare il ’63 -il 1963-, che l’adulterio non è più stato reato nel 1968 e che che lo stupro è diventato un delitto contro la persona e non più contro la morale nel 1996.

Quindi direi che per il resto non dobbiamo scoraggiarci. Ma metterci comodi magari sì,  mejo.

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Disneyland è Saigon in confronto

Stavo pensando al fatto che il più grande intrattenitore dei bambini di tutto il mondo, il signor Walt Disney al quale anche la sempresialodata Mary Poppins col marito di fatto Bert deve tutto, nello spettacolare curriculum cinematografico accumulato ha prevalentemente gente orfana -da Cenerentola a Biancaneve a Lilo e Stich alla Bella addormentata- o con un genitore solo -da Pocahontas alla Sirenetta a Nemo a Pinocchio- per non dire di gente che ha solo lo zio, come Quiqquoqquà.

Insomma il luogo più pericoloso per la famiglia tradizionale, signorimiei, e non da oggi, non è il Parlamento: è Disneyland.

Disney personaggi

 

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La parrucchiera dell’Imperatrice

E’ che io, non avendo mai posseduto una Barbie, con la principessa Sissi ci sono cresciuta. Col film, intendo. E dunque stavo ferma lì, al fumettone con Romy Schneider, al punto che l’anno scorso quando il professor Pi mi portò a Merano non facevo altro che inseguirne le orme su “la passeggiata di Sissi”, nonostante nel frattempo si fosse appurato che non era principessa e manco si chiamava Sissi.

Comunque, il mito dell’eterea -al netto dei miei traumi da assenza di Barbie- resiste al punto che financo Chanel poco più di un anno fa l’ha presa come testimonial facendone girare un corto a Lagerfeld con Cara Delevingne.

E’ con questo curriculum che quindi ieri sera ho fatto il mio leggiadro ingresso accompagnata dalla fida Shylock al teatro Tor di Nona di Roma per la prima de “La parrucchiera dell’Imperatrice, ossia la vera storia della principessa Sissi” perché, lo dico subito, stavolta tutto il ponte di comando dello spettacolo è amicamia. Che su sto ponte son tutte donne.

Un’ora e quaranta di monologo. In cui l’improbabile eterea e patinata Sissi lascia il posto a un gioco di specchi fra Sissi e Fanny, la sua parrucchiera di corte. La padrona e la serva, la vittima e la carnefice, così distanti nella scala sociale ma così vicine nell’infelicità. Tutte e due nell’unico corpo, voce, anima di Tiziana Sensi.

Che è amicamia, ve l’ho detto. Come lo è Franca De Angelis che ha scritto questo monologo come un vestito su misura per lei. Come uno dei magnifici vestiti di Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach. Franca De Angelis che con Sissi si era misurata insieme ad altri colleghi per scriverne il film tv e sempre, anche sui titoli di coda, le era rimasta impressa e in sospeso Fanny, Fanny Angerer, la parrucchiera di corte, che era stata al fianco dell’imperatrice –ossessionata dalla cura dei propri capelli – per decenni. Due donne che riescono a farsi spazio in un mondo dominato da uomini. Ma il cui prezzo è altissimo.

Dunque Tiziana Sensi. Un’ora e quaranta di gioco delle parti,

Sissi Titti

Tiziana Sensi-Fanny-Sissi

di disperazione e di gioia, di salti e di paralisi, di altezzoso sguardo e di popolana veracità tutto insieme nel corpo di Tiziana e che io non lo so come caspita faccia. Che già l’idea di dover mandare a memoria un’ora e quaranta di cinquant’anni di storia e di personali e sociali tormenti è roba per me inimmaginabile, una mole epica

-Tipo l’esame di procedura penale…
chiosava esterrefatta alla fine Natalia, mentre anche Bea strabuzzava l’occhio in corso d’opera sgranandomelo addosso come per reciprocamente convincerci

-Ma che, davero?

Insomma, cinquanta chili scarsi lì a sprigionare energia come una centrale nucleare.
Il finale non ve lo dico. Vi dico solo che ci sto ancora pensando. E che stamattina quando ho preso la spazzola l’ho guardata ben bene e le ho detto

-Incredibile, amicamia, quante cose potresti raccontare anche tu

Perché, si, e non solo per Sissi, la nostra forza spesso parte dall’alto. Dai capelli, per la precisione

LA PARRUCCHIERA DELL’IMPERATRICE
ossia la vera storia della principessa Sissi
di Franca De Angelis
regia Anna Cianca 
con Tiziana Sensi

Teatro Tor Di Nona, Roma
Fino al 7 febbraio

 

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La maledizione del Mutandari

E lo so però pure noi facemmo mettere le braghe ai nudi di Michelangelo nella Cappella Sistina. Era il 1564, un anno dopo la fine del Concilio di Trento. Per fortuna Michelangelo era già morto. E fu proprio un amico suo, Daniele da Volterra, che poi passò alla gloria eterna come Il Braghettone, a imbracare il Giudizio Universale.

E la storia degli imbracamenti nostrani è lunga e religiosamente trasversale e arriva fino a quando fu un articolo dell’Osservatore Romano, nel 1956, a costringere la Rai di Ettore Bernabei a far indossare mutandoni alle ballerine in tv (e qui il malcapitato Braghettone si chiamava Filiberto Guala e si dimise subito dopo l’imbracamento) perché si era, nientemeno, violato il Concordato….

Certo però su questa cosa che si sono coperte le statue per non urtare la sensibilità dei nostri ospiti iraniani ci sono rimasta male. Gli assidui del blogghe che seguirono i resoconti de I giorni dell’Iran sanno -e agli altri lo dico- che quel viaggio resta sul podio dei viaggi più ricchi di fascino, di cultura, di umanità. Chi vada a conoscerli lì sa che la cultura millenaria dell’antica Persia, devastata, sfregiata, messa in pericolo da ottusaggini antiche e recenti, ancora è un grande baluardo e alberga -anche di nascosto e contro tutto e tutti- nel cuore e nell’essenza delle persone.

Nonostante la cultura millenaria, però, a chi vada lì è fatto divieto di andare a capo scoperto, di scoprire braccia e gambe, di truccarsi vistosamente, di fumare in pubblico, di portare riviste o pubblicazioni con immagini che possano risultare offensive o blasfeme dunque anche la sottoscritta ha girato venti giorni dentro a uno scafandro con 40 gradi all’ombra.

Di conseguenza mi aspetterei che, venendo loro qui, si potesse applicare il principio di reciprocità.

“L’allievo Tse Kung chiese: Esiste una parola che possa esser la norma di tutta una vita? Il maestro rispose: Questa parola è ‘reciprocità’. E cioè, non comportarti con gli altri come non vuoi che gli altri si comportino con te”, disse Confucio.

Se vuoi essere rispettato dagli altri, la cosa più grande è rispettare te stesso. Solo in quel modo, solo con il rispetto di te stesso, tu obblighi gli altri a rispettarti, incalzava il compagno Fëdor Dostoevskij.

Perché come potremo mai farci rispettare se siamo noi i primi a non essere convinti del nostro valore e delle nostre ragioni?

Che le statue non stanno lì per mostrare il brisbolino, le poppe o altri attributi (ma la Venere capitolina, o Venere pudica, lungimirante, è dal II secolo avanti Cristo che si copre):

Venere capitolina

Venere capitolina

stanno lì a testimoniare la nostra cultura, che è anche rappresentazione del corpo. Perché, chessòio, fosse Rohuani andato in visita a Firenze icché si faceva? Gli s’incartavano il Davide, il Perseo e tutta la loggia dei Lanzi?

Si conferma dunque che tutto il mondo è Paese. Ed è soprattutto mutanda, al massimo Mutandari.

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L’amore tra uguali non è così diverso

Per questo blogghe è un grande classico, come il tubino nero, il cappotto color cammello e gli occhiali neri (“Nessun uomo ti farà sentire protetta e al sicuro come un cappotto di cachemire e un paio di occhiali neri”, Coco Chanel)

E’ una delle migliori performance della giovane older da piccola. Il tema era l’amore tra uguali. Che non è poi così diverso (come recitava un cartello sfilatomi sotto casa poco tempo fa). Questo non è uno spot a favore del matrimonio omosessuale. Questo non è uno spot. Lo trovo, piuttosto, un esempio di logica stringente.

Dunque lei aveva otto anni e la mamma, mia sorella, mi aveva regalato un anello. La cosa l’aveva divertita molto e, una volta rimaste sole, mi fa:

-Zia, sembrate quasi fidanzate
-Beh, se aspettiamo che ce li regalino gli uomini, gli anelli…
-Due donne che si fidanzano veramente sono gay?
-Si
-Ma non si possono sposare, vero?
-No
-E perché?
-Perché per sposarsi bisogna essere di due sessi diversi
Silenzio. Poi:
-Ah. Io pensavo che bastasse volersi bene. Se invece bisogna essere pure diversi poi non è che ci possiamo lamentare che non funziona.

Amore tra uguali

Foto Meri Pop (gay pride Roma, 2015)

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Sòcc, il bonso col zellulare

Quando, ogni volta che mi trascina in loco, chiedo al professor Pi ma come caspita ti è venuto in mente stopostoqquà lui mi risponde che

-Meripo’, cerchiamo di vedere cose che fra poco non ci saranno più o non saranno più come sono state finora

Naturalmente la rassicurazione di essere presumibilmente testimoni del chissàchenesarà di norma non compensa il disagio di machiccaspitacelofaffà. Però, ad esempio, giusto qualche giorno fa Nicki Sventola mi diceva che si sta prosciugando la fonte d’acqua di Dallol, Dancalia, Etiopia, i feroci Afar. E la Dancalia, in assoluto, è stato l’Everest del machiccaspitacelofaffà. Eppure è stato anche l’Everest dell’emozione.

Tutto questo pippone per dire che, giunti dopo gli slalom immunitari che sapete a Luang Prabang, patrimonio dell’Umanità e anche del nostro viaggio -con la bellezza dei suoi templi, il fascino coloniale rimasto quasi immutato e l’affastellarsi di colori, odori e sapori del mercato, delle sue strade e delle sue persone ma soprattutto giunti alle baguette e ai croissant- ci si rendeva conto che è probabile che pure questo bello spirito lao lao abbia le sue belle ore contate.

Dunque potrei dirvi delle bellezze racchiuse nell’ex Palazzo reale, ora museo nazionale, della magnificenza dei suoi monasteri, i suoi Vat

Laos Mauro templi

Foto Mauro Fraboni

della cerimonia con la quale salgono sulla collina del Phou Si e liberano gli uccellini dalle gabbiette (comprati già inscatolati làssotto) come offerta votiva.

Ma sono i monaci la presenza, vera o percepita, che tutto sovrasta o sottende. I monaci che entrano in monastero già a 9 anni -nove anni- e vengono istruiti sui doveri del Sangha, apprendono a leggere e scrivere in lingua pali e devono rispettare i 10 precetti fondamentali che fanno divieto di sopprimere ogni forma di vita, rubare, mentire, usare sostanze inebrianti, violare la castità, assumere cibo dopo mezzogiorno, usare profumi, possedere gioielli o ornamenti, dormire nei letti, accettare denaro o regali personali, frequentare luoghi affollati, ascoltare musica profana e assistere a spettacoli di ogni genere.

Il punto è che i monaci li abbiamo visti anche nei ristoranti, in giro per monumenti con le macchine fotografiche, intenti a farsi i selfie. Ed è stato avvistando l’ennesimo

Laos meri bonzo cellulare

Il bonso col zellulare – Foto Meri Pop

che Mauro ha racchiuso in un’unica frase il senso del cambiamento che sta avvolgendo anche il pacifico, apparentemente imperturbabile e nirvanico Laosse, chiosando sbigottito

-Sòcc…. il bonso con zellulare!

Ma sarebbe un po’ come pretendere, che ne so, che Bertone abitasse in canonica. E certamente non è per la leggerezza di qualcuno che si può trarre conclusioni su tutti. Ma è chiaro che il cambiamento avanza, comunque.

Al netto di tutto ciò e di molto altro ancora forse lo spirito di Luang Prabang sta -ancora- nel Tak bat,

Laos Meri takbat

Tak bat a Luang Prabang – Foto Meri Pop

la processione con la quale i monaci escono all’alba da tutti i conventi per la questua del cibo. E sembrano fluttuare nel buio, in fila indiana, scalzi

Laos Mauro Tak bat

Foto Mauro Fraboni

come un’unica onda arancio e ocra che avvolge la città.

Laos Mauro Takbat2

Foto Mauro Fraboni

Va detto che, essendo stabilita l’ora della levataccia alle 5,30, la spedizione italica si restringeva a Mauro e Meripo’, il resto del gruppo attestandosi sul programma “diamolo per visto”.

Dunque uscivamo nel buio dell’alba in direzione strade centrali ed ecco che intanto iniziavamo a vedere i venditori di cibo e merendine (sì, anche le merendine) per i monaci in pratiche schiscette take away, l’affitto dei seggiolini sui quali aspettare che arrivino i monaci, addirittura a un certo punto sono arrivati tipo degli uomini della sicurezza per tenere lontani i turisti che si assiepavano

-Socc, Meripo’, mo son come gli Uan Dirèssion

chiosava il mio nuovo intellettuale di riferimento.

E sì, la ressa dei turisti, i flash, i bodyguard, il prezzario delle schiscette precotte, i monacelli con le bustone di plastica ove riversare tutto ciò che non entrava più nella bisaccia, tutto vero.

Però. Però dico la verità quel lento fluttuare silenzioso nella notte, quei capi chini in fila, quei piedi scalzi, quelle teste rasate tutte uguali, le persone in ginocchio a bordo marciapiede che li aspettano e mettono un pugno di riso nella bisaccia e beh insomma un certoqual effetto me l’hanno fatto.

Dunque andate. Andate a Luang Prabang. Andate a codesto Laosse anche senza sapere bene indoll’è. Prima che tutto cambi. E non come nel Gattopardo: qui sta già cambiando sul serio.

Un aforisma pare coniato dai francesi dice che “I vietnamiti piantano il riso, i cambogiani lo guardano germogliare, i laotiani lo ascoltano crescere”. Illaosse non vi stupirà con effetti speciali, non è ruffiano come i suoi vicini, non è abbagliante come il Myanmar e non compiace in alcun modo i turisti. Ma andate. Anche solo per ascoltare.

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Foto Roby D’Aria

E grazie a Claudia, Mauro, Monica e Roby

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L’invasione degli Anticorpi

Giusto domenica scorsa eravamo con Shylock e il professor Pi a pranzo in un posticino carinassai al Flaminio quando, portandoci il polpettone con accanto salsa di mirtilli e verdurine, scartavo il cetriolo crudo. Intanto per prevenzione: che i cetrioli son sempre sospetti. Ma soprattutto per riflesso condizionato, dopo aver scansato verdure crude, ghiaccio e acqua non sigillata per tutto il viaggio. Che viaggiare è anche questo: accorgersi, tornando, dell’immensa fortuna di potersi mangiare pure la fetta di cetriolo. E lavarsi i denti con l’acqua corrente. E lavarsi i denti punto. E lavarsi punto. E punto. Insomma a volte si viaggia dillà anche per capire quanto vale ciò che abbiamo, e diamo troppo per scontato, diqquà.

Il punto più infimo della scala Richter del pericolo smottamento intestinale lo raggiungevamo nella pausa pranzo del viaggio di discesa verso Luang Prabang sulla strada per Nang Khiow quando, fattasi na certa e chiesto al temibile Batong un posto dove poter mangiare qualcosa, ello ci scodellava su una piazza di un sobborgo di un qualchepposto ove affacciavano circa dieci catapecchie all’aperto di friggitorie sudestasiatiche una peggio dell’altra che farebbero impallidire tutte le serie di “Cucine da incubo”.

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L’invasione degli anticorpi 1 – Foto Mauro Fraboni

Al punto che, scendendo dal pulmino, il sintetizzatore Mauro (cioè il campione della sintesi, colpito dalla legge del contrappasso essendo lui uno stellato ristoratore) così apostrofava solo a vederlo il culinario approdo:

-Sòcc, ragassi, mo qui muoriaaaamo

con ciò tutti però accomodandoci nella culla di tutti i vibrioni

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L’invasione degli anticorpi inside – Foto Mauro Fraboni

più che altro per non contrariare il temibile Batong. Vi risparmio i particolari. Aggiungo che la prussiana Monik sbarrava i teutonici occhioni in cerca di salvezza in qualche Nononnò che però nessuno aveva il coraggio di pronunciare.

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Anticorpi grigliati – Foto Mauro Fraboni

Sul tavolaccio albergavano bacilli travestiti da stoviglie che inutilmente la profe C tentava di disinfestare con un pezzo di carta igienica (pulita, messa lì a mo’ di tovaglioli) ma infine ordinando per tutti

-OVVIA, LA CI DIA UN POHO DI CODESTO FRITTO, icché friggendo almeno s’ammazzan un po’ di vibrioni

(e mi è qui gradito sottolineare che, visto il livello di asianinglisc dei locali, l’unico metodo di soluzione delle controversie nonché l’unica possibilità di farsi intendere da codesti, per tutto il viaggio, è stato manco la Lis, la lingua dei segni, ma direttamente il vernaholo fiorentino della profe C, al netto dei camei bolognesi del Maurino).

Il codesto fritto veniva spacciato come maiale. E nessuno si peritava minimamente di metterlo in dubbio. Anche perché poco prima, fermi a un delizioso mercatino, s’era notata questa bancarella

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Pannocchie & topo al mercatino – Foto Meri Pop

in cui, ovemai non ve ne foste accorti, l’ultimo allineato a destra vicino alle pannocchie E’ UN TOPO

Accompagnato con il solito sticky rice, riso glutinoso, o meglio riso appiccicoso: riso -senza glutine quindi celiaci fatevi sotto- che loro usano tipo mastice, anche appallottolandolo con la mano sinistra usato a mo’ di pane da accompagno, mentre con la destra maneggiano bastoncini.

E qui va detto che anche la quippresente, che maneggiava bastoncini con la stessa disinvoltura con cui maneggia il black and decker -cioè nulla- diventava la Silvan dei chopsticks in un battibaleno pur di non usare le posate, pur generosamente messe a tavola con insetti e residui di cibo precedente incorporati. Il tutto veniva accompagnato da una bella BeerLao tiepida.

Vi aggiungo che, costretta a usufruire del bagno per una urgentissima e irrimandabile pipì, costretta a passare per la cucina, ne ricavavo che il bagno era certamente più pulito della cucina.

Visitato quindi il locale mercato degli alcolici da brindisi di Capodanno, ci si parava innanzi questa bella sfilata di simil grappa di riso con un bel cobra reale a galleggiare dentro:

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Il brindisi del cobra reale – Foto Mauro Fraboni

Che infatti anche la Rettore avvertiva che “il cobra non èèèè un serpenteee”. Qua è direttamente un Glen Grant.

Immaginate dunque il sollievo quando, finalmente approdati a Luang Prabang, si scopriva che l’antica città coloniale aveva mantenuto intatte alcune tradizioni, tra le quali la baguette e i croissant. Che in certi casi, e SOLO in questi, come dice il mio amico Enry “aridatece le colonie”.

E comunque stasera quando tornerete a casa fate una carezza alla vostra cacio e pepe. E ditele “Questa te la manda Meripo’”.

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The River

Ogni viaggio, come ogni incontro, ha il suo “momento”. Cioè quell’attimo, quella sensazione, quell’immagine che per prima e sempre ti apparirà e accompagnerà quando ci pensi. A lui, a lei o al viaggio.

E di codesto Laosse -che ancora nessuno sa bene indoll’è- più dei massaggi, delle tribù, delle impettate e delle risaie, c’è alla fine un unico, grande protagonista: il Mekong, la madre di tutte le acque. Il Mekong non è un fiume: è uno stato dell’anima. E’ una cosa immensa. Un mare, un Oceano, una piena che fluisce all’infinito. Che parte dall’altopiano del Tibet e attraversa la Cina dello Yunnan, la Birmania, la Thailandia, Illaosse, la Cambogia e il Vietnam.

E dunque, lasciata Nong Khiaw su una barca e attraversato il Nam Ou fino al villaggetto di tal Pak Nga Dam si cambiava barca e si cambiava fiume per andare alle grotte di Pak Ou, uno dei più incredibili luoghi di devozione

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Pak Ou caves – Foto Roby D’Aria

con oltre quattromila -QUATTROMILA- statue del Buddha di metallo, gesso, bronzo, terracotta e simil oro ammassate dentro grotte pensili alle quali si accede,  e come te sbagli, solo via fiume prima e a piedi poi con una discreta impettata di gradoni su una parete calcarea.

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Foto Roby D’Aria

Ed è stato da sopra alla collinetta della grotta che l’ho visto, là sotto, per la prima volta nella sua maestà

Laos Mekong da Pak Ou caves

Il Mekong dalle grotte di Pak Ou

E nonsoccome ma mi si è innescato in automatico The Boss nelle orecchie

The River. Quel, River. E ho pensato a quanto venisse da lontano, a quanta strada avesse già fatto e quanta ne avesse ancora da fare, quanta roba si fosse già trascinato via e quanta nuova ne avrebbe incontrato. Un po’ come una persona. Una personciona. Che a stare su una barca su quel fiumone col Boss che ti accompagna nel rullaggio meritava, sì, i due giorni di viaggio per arrivarci e gli altrettanti per tornartene a casa.

The River: che mentre scorre nutre i villaggi che gli si affacciano in braccio ( e come è cambiato, il paesaggio, appena abbiamo lasciato il nord e abbiamo incontrato l’acqua), che culla i naviganti e innaffia le risaie e sì a volte esonda e devasta e che, a pensarci, è un po’ quello che succede pure dentro di noi quando ci invade qualche passione.

Sì. Guardando quell’immensità chiamata fiume, mentre il Boss faceva la sua parte nelle orecchie, me ne sono convinta ancora di più: le passioni sono fiumi. Fiumi anche in piena. Che a volte ci nutrono e ci cullano e a volte ci devastano. Ma poi passano, continuano a fluire. E lasciano spazio ad acqua nuova. Che potrà rigenerarci. E tornerà a trasportarci e a cullarci durante la navigazione. A farci nuovamente viaggiare. Perché, alla fine, i viaggi e i fiumi sono come le storie d’amore: iniziano molto prima di iniziare e finiscono molto dopo esser conclusi. A volte -a volte- non finiscono mai.

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Dei diritti e delle pene

Dice Meripo’ perché non hai detto niente sulla vicenda unioni civili. Dico non ho detto niente perché sono disorientata e non ho basi giuridiche o costituzionali o vattelappesche per lanciarmi con qualche fondamento in un’intemerata di alcun genere. Cerco di approfondire, di leggere, di documentarmi e più ne leggo più mi confondo.

D’altra parte ci sono cotanti rappresentanti che a mio nome sono chiamati a farlo in Parlamento dunque confido che lo stiano facendo con scienza e coscienza.

Però una cosa, una cosa sì, al netto dei tomi e delle pile di link accumulati per Poistudio, mi dispiace più delle altre, anzi due.

La prima è che la riserva indiana dei cattolici sembra emergere e battere un colpo prevalentemente quando si tratti di bussare in sala parto, sala rianimazione e camera da letto. Mi conforterebbe, certi giorni, vedere un documento anche solo dei tre moschettieri tipo contro l’evasione fiscale. O contro la cialtronaggine. Certi giorni financo contro gli imbonitori di scie chimiche e antivaccini (che c’è un limite etico anche a consentire la dabbenaggine altrui). Tanto per ribadire che se proprio si deve parlare in nome e per conto del Principale lo si faccia cercando di difenderne gli insegnamenti ovunque.

E poi un’altra cosa mi dispiace anzi mi addolora: che il presidente della Conferenza Episcopale Italiana archivi la questione dei diritti con Emmasonobbenaltriiproblemi, che ineffetti prima ci sono la disoccupazione, i giovani, l’economia stagnante e le cavallette, stilando una classifica di irrimandabili emergenze che però, da che mondo è mondo, si tenta di affrontare quotidianamente con alterni insuccessi senza che ciò abbia impedito, nel frattempo, di abolire la schiavitù, il divieto di far votare le donne e il delitto d’onore, tipo. E la lista è lunga, per fortuna.

No, non sono in grado di dissertare con cognizione di causa sulle differenze tra istituto giuridico del matrimonio e altre fattispecie alla luce della cornice Costituzionale e no, non sono in grado di pontificare sulle adozioni per coppie omosessuali (tema sul quale posso portare un’unica testimonianza dopo aver conosciuto uno splendido ragazzino con due mamme, molto più equilibrato, educato e maturo di tanti altri ragazzini con mamma e babbo, ma tranquilli non intendo trarne conseguenze universali).

Ma io sì, preferirei che, parlandoinnomeepperconto di Quell’Alto, almeno non gli si facessero dire delle banalità. No, non me lo immagino che alle nozze di Cana, quando gli dicono che il vino è finito s’alza e dice

-Icché, con questo tasso di disoccupazione e con la peste e le piaghe d’Egitto mi venite a parlare del Tavernello?

no, Quello s’è alzato e ha risolto il problema, tanto per cominciare.

E addirittura io preferirei che, sempre in nomepperconto, al limite mi si dicesse che no, quelli non sono diritti per cui per ora non se ne parla proprio. Invece di pontificare che i diritti arrivano sempre alla fine e dopo qualcos’altro. Col rischio che non arrivino mai.

Banksy band aid balloon

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