Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Il finto fidanzato noi ce l’abbiamo già. Gratis

Dice
-Meripo’ ma che pensi della App finti fidanzati?
Dunque, si chiama Invisible boyfriend.
L’acchiappo pubblicitario dice “Finalmente! Un fidanzato credibile per la tua famiglia”.
E’ una app che permette di messaggiare con fidanzati immaginari con sms scritti però da operatori veri.
Nelle intenzioni vorrebbe essere un dissuasore degli scassamaroni che si intromettono nella vita sentimentale. Tipo parenti fino al quarto grado, amici, condomini.
Ti iscrivi e imposti l’identikit scegliendo caratteristiche fisiche, interessi, personalità, hobby e tutto il cucuzzaro.
Lui ti scriverà, risponderà ai tuoi messaggi ma senza alcun coinvolgimento sentimentale e in assenza di alcun tipo di appuntamenti reali o reali intenzioni di progetti di vita: sfruttamento intensivo del tempo presente scritto con divieto di ipotesi sul tempo futuro di persona.
Poi strisci la carta di credito e inizi a pagarlo 20 euro al mese.
Caitlin Dewey del Washington Post l’ha provato. E ha dovuto smettere perché si stava affezionando.

Ora il vero limite di tutta questa operazione è uno solo: che noi i finti fidanzati ce li abbiamo già. Veri. Ma sono gratis

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Professoré, da Auschwitz nun po’ tornà nessuno

Ve lo ripropongo ogni anno, da due anni. Perché non trovo ancora altre parole che queste.

Un governo, una separazione e due lavori fa Meri Pop decise di non farsi mancare proprio nulla e accettò di verificare se era in grado di sopravvivere anche al Ministero della Pubblica Istruzione.
Un giorno la chiamò il ministro e le disse: “Meripo’ sto andando ad Auschwitz. Con i ragazzi. Copriti bene”.

Arrivarono una mattina di gennaio davanti a una montagna di neve bianca dalla quale spuntava un cancello di ferro nero. E sotto una gelida nevicata iniziarono a camminare a fatica tra le stradine dell’inferno. I ragazzi accompagnavano il ministro, Meri Pop i giornalisti, il ghiaccio e il silenzio accompagnavano tutti.

Andarono nelle baracche delle donne, in quelle degli uomini, in quelle dei bambini. Poi andarono anche al museo: cataste di abiti, occhiali, capelli, protesi dentarie, scarpe. Davanti a una scarpina singola taglia bambina la linea Maginot di Meri Pop crollò.
E cominciarono a scendere: tante, calde, veloci.

E’ a quel punto che, dal gruppetto degli studenti, se ne staccò uno -primo liceo scientifico, 14 anni massimo 15- e le si avvicinò, facendo cadere un’altra Maginot, quella che in qualche modo aveva tenuto una distanza di sicurezza e di comprensibile reverenzial timore tra i due.  E, dopo ventiquattr’ore di viaggio e di “Dottorè”, il ragazzo le poggiò un vigoroso braccio sulla spalluccia piangente, ed ora anche scossa, ed esclamò:
“Professorè, io me sto a trattenè da un’ora e mo’ tu sbraghi?”

E’ uno dei momenti salienti della Hall of Fame della mia vita. Uno di quelli ai quali ogni tanto attingo nei fotogrammi No. Insieme al fatto che, poche mattine fa, ero su un autobus e a un certo punto ho sentito uno che richiamava l’attenzione di tutto il jumbobus con:

“Professorèèè! Se ricorda?”
e con aria complice e abbassando la voce come dovesse rivelarmi la comune appartenenza alla Massoneria aggiungeva
“semo stati insieme ad Auschwitz”.

Ovviamente non l’ho riconosciuto ma dimenticare è, appunto, impossibile.
Ci siamo scambiati qualche battuta, ha già fatto la maturità. Poi gli ho chiesto quanti anni erano passati da quando eravamo tornati da Auschwitz.

Mi ha guardata e ha preso fiato. Poi:

“Professorè, mica lo so. Me sa che da Auschwitz nun po’ tornà nessuno. Io certe volte ce ripenso e me sembra che sto ancora là”.

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Scarpe diem

Il punto è che, nel momento in cui finisce, da qualche parte nella testolina ti tornerà in mente di quella volta tra le prime volte in cui, di sfuggita e come un lampo, avevi già percepito il punto debole. Un Mmhh. Un fastidio, un rumore di fondo. Ma all’inizio c’era già scritta la fine.

Ora sta spopolando il test delle 36 domande per innamorarsi in 45 minuti, ignorando che i migliori danni noi li si fa dandoci direttamente una risposta nei primi 5 minuti, nei quali di solito si pensa “Ma tugguarda che caspita di stronzo” cui segue immediatamente, manco a dirlo, dunque-lo-voglio. Non è mai quello il luogo dei punti interrogativi. Non è mai quello il luogo delle domande. Ma quello, spesso, è il luogo del campanellino: forse è un istinto di sopravvivenza a farlo suonare. Ed è un istinto di femmina quello di metterlo subito a tacere. Sappiamo che non gli apriremo la porta. Ma, se non è cosa per noi, dopo esserci ben incaponite e fustigate, prima o poi risuonerà.

E dunque, se al posto delle 36 domande vi leggete 3 righe di Nora Ephron -nell’imperdibile “Quello che avrei voluto sapere” posto nel fondamentale tomo “Il collo mi fa impazzire”- lo scoprirete meglio:

-Se solo un terzo del tuo guardaroba è sbagliato, stai andando alla grande

e soprattutto

-Se le scarpe non ti vanno bene al negozio, non ti andranno bene mai

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Il senso della misura

Unità di misura dell’evoluzione: tempo che intercorre tra avvenimenti riguardanti donne e comparsa della parola “sesso”.
#GretaeVanessa #Gasparri

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La spinta al Paese e quella alla Tipo di Angelino

Comunque, al netto di altri tipi di spinte al Paese, ‘a cosa ca nun me scord è la Tipo bianca di Angelino, il clochard di Monti, spinta a mano e rimessa vicino casa Napolitano. Che in quella Tipo Angelino ci abitava. Gliel’avevano regalata gli abitanti del quartiere, a Monti, ed era stata rimossa per motivi di sicurezza quando Napolitano fu eletto Presidente della Repubblica. Così Clio e Giorgio ce la fecero rimettere. A spinta, perché era senza benzina, come tutte le case che si rispettino.

Oggi che Clio e Giorgio Napolitano tornano a casa, la casa-macchina e Angelino non ci sono più perché lui è rivolato su qualche anno fa. Ma resta, e come, quella viva e vibrante spinta.

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La scelta di Emma

Due separazioni dallo stesso marito fa, in una fredda e piovosa sera romana, tornavo a casa a piedi sotto a un miniombrello. Via di Torre Argentina era deserta fatta eccezione per una figura minuta poco più avanti che si stava inzuppando per bene.

Mi avvicinai e le chiesi: “Posso darle un passaggio?”. Lei si voltò e rispose: “Grazie, sì. Lei capisce: donna, piccola, sola, radicale e pure bagnata”. Era Emma Bonino. La rividi durante l’ultimo governo Prodi: lei ministro, io portavoce di suo collega: donna, piccola, sola, radicale e sempre tosta. Finalmente all’asciutto.

Ho ripensato a lei in occasione della mia udienza di separazione in tribunale, quella definitiva, al termine della quale anche io mi ritrovavo donna, piccola, sola, cattolica e quasi libera. Ho comunque pensato che io, cattolica, senza quella donna piccola, sola e radicale non sarei mai stata affatto libera e sarei rimasta imprigionata tutta la vita in uno stato civile indissolubile. E le sono stata molto grata. Pur avendola avversata da giovane. Che gli anni che passano a qualcosa pure servono.

Non mi stupisce che affronti la sua malattia come ha fatto con tutto il resto della sua vita: a viso aperto. Mi stupisce, piuttosto, il fatto che gli anni che passano non siano mai serviti a convincerci fino in fondo -o a convincere la maggioranza- che, sì, meritavamo un Presidente così.

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Cosa ci salva

Due cose ci salvano nella vita: amare e ridere. Se ne avete una va bene. Se le avete tutte e due siete invincibili.

Tarun Tejpal

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Non pensare all’orso

Si intitola “The imitation  game” e racconta la storia di Alan Turing, matematico inglese che con altri analisti riuscì a decrittare i codici segreti dei nazisti durante la Seconda Guerra mondiale. Ma non è quello nazista l’unico enigma che ci si trova ad affrontare una volta planati sulla poltrona del cinema. Turing è una personalità che oggi definiremmo borderline e a un certo punto, descrivendo la difficoltà di rapporto che ha con gli altri, dice che anche il linguaggio fra le persone è un problema di codici e, al contrario del rompicapo nazista, i linguaggi degli uomini lui non è in grado di decifrarli. Turing, in sostanza, è il babbo del computer. E quando gli chiederanno, ad inizio avventura

-Ma perché affronti questa sfida impossibile?

lui risponderà

-Perché a me piace risolvere problemi

Non per vincere la guerra, non per la gloria, non per la fama ma per un irrefrenabile desiderio di affrontare, capire, risolvere.

Ed è a un certo punto che si narra una storiella: ci sono due uomini in un bosco e a un tratto si imbattono in un enorme orso. Il primo comincia a tremare e pregare, il secondo inzia ad allacciarsi gli stivali. Il primo gli dice
“Guarda che non ce la farai mai a correre più dell’orso..”.
“Lo so -risponde l’altro- ma sarà sufficiente che riesca a correre più di te”.

Al netto del cinismo mi è venuto in mente che questo potrebbe essere un buon metodo per affrontare problemi più grossi di noi. Che dice la storiella? Che se devi battere l’orso non devi pensare all’orso. Ma a te. O meglio alle tue risorse.

Perché è questo che alla fine fa Turing: mette in campo la matematica per sconfiggere il nemico. E, in qualche modo, vincerà anche la guerra.

P.S.
La frase-guida:
Sono le persone che nessuno immagina possano fare certe cose quelle che fanno cose che nessuno può immaginare.

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Piantatelo

Per imperscrutabili ragioni che a ridosso del capodanno non è opportuno indagare, c’è che per questo Natale avevamo programmato con il Professor Pi un viaggio fra le tribù del Nord del Laos in canoa. Cosicché il 25 mattina ci si ritrovava sulla A22 direzione Alto Adige in macchina. Che indubbiamente è Nord. Ma è contemporaneamente Sud,Tirolo. Questo a ricordarci, tra l’altro, che siamo sempre a valle di qualcun altro. Nella geografia e nella vita.

Ci si addentrava dunque non già negli insediamenti tribali laotiani ma in quelli dei popoli altoatesini per un “viaggio della memoria”. Perché è a quelle latitudini che il Professor Pi svernava l’estate da piccolo. Raggiunto l’epicentro del fenomeno memorialistico, in quel di Merano, sopraffatta dalla grandeur austroungarica e anche da un Brezel con il wurstel, venivo condotta di fronte a un imponente edificio ottocentesco stile liberty al centro del cui giardino svettava un ancor più imponente albero spinoso svettante su un azzurrissimo e marmato (nel senso freddo) cielo. Ed è stato a quel punto che, guardandolo ammirati a nasi in su, il Professor Pi con financo un accenno di commozione mi ha detto

-Questo, Meripo’, è l’alberino che avevo piantato con lo zio

contestualmente mettendo le mani a cassetta a indicare una lunghezza pari si e no a una baguette, per dar l’idea di quanto fosse bonsai in partenza.

L'albero cui tendevi (quello alto in mezzo) Foto Professor Pi

Dice un saggio che “ci sono tre cose che puoi fare per guadagnarti l’immortalità: mettere al mondo un figlio; scrivere un libro; e piantare un albero”. Sorvolerei, a ridosso delle festività, sul dispendio intellettuale ed energetico richiesto dai primi due. Ma, come primo proposito del 2015, direi convintamente Piantatelo. E per un giorno, e per un post, non mi riferisco all’eventuale fedifrago di turno. Piantatelo, un albero. Mettetelo lì a guardia del tempo e dello spazio. Ma soprattutto del casino. Che quando tutto si fa troppo duro e insopportabile si possa trovare riparo lì sotto e scambiare ossigeno.

E che ciascuno di noi, come quell’albero, realizzi ciò per cui sente di esser nato e trovi il posto che davvero sta cercando nel mondo. Quantomeno nel giardino.

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Via con l’Avvento/ Eppure soffia ancora

di Ramerrez

E’ nato a Sassuolo, nel pieno dell’Emilia, dove hanno inventato le piastrelle. E’ morto troppo presto perché è  nato troppo presto, nel 1942: non avevano ancora scoperto il vaccino contro la poliomielite che sarebbe arrivato solo dieci anni dopo. A tre anni questa terribile malattia lo colpì e lo costrinse per sempre in carrozzella. Questo non gli impedì tuttavia di vivere una vita breve, ma intensa. L’impegno politico, una moglie amata e tre figli, la chitarra da autodidatta ed un amico che aveva suonato la chitarra con Caterina Caselli negli anni 60 quando era il casco d’oro degli italiani. Intanto la bionda cantante era diventata la moglie di un discografico importante, e lo convinse a scritturare questo sconosciuto per incidere il suo primo LP, “Eppure soffia” che uscì il giorno del suo trentaquattresimo compleanno, come dimostrato dalla carta d’identità che compare nella copertina del disco. Era novembre, e qualcosa sul Natale ci stava.

Infatti nel disco c’è anche questa canzone, che ci ricorda che stanotte è Natale persino in galera, e dentro alle case di cura. Per non farci dimenticare che domani, dopo la festa, la vita ritorna più dura. Ed in effetti ha ragione, perché nella notte di Natale, mentre baciamo quelli che ci passano accanto, non possiamo proprio dimenticarci di chi è più sfortunato di noi.

Perché se non pensiamo a loro, che Natale è?

Allora è arrivato Natale, Natale la festa di tutti,

si scorda chi è stato cattivo, si baciano i belli ed i brutti
si mandan gli auguri agli amici, scopriamo che c’è il panettone
bottiglie di vino moscato e c’è il premio di produzione.
Astro del ciel, pargol divin, mite agnello re…
Natale! Natale! Natale!
C’è l’angolo per il presepio e l’albero per i bambini
i magi, la stella cometa e tanti altri cosi divini
i preti tirati a parata la legge racconta che è onesta
le fabbriche vanno più piano, insomma è un giorno di festa.
Astro del ciel, pargol divin, mite agnello re…
Natale! Natale! Natale!
È festa persino in galera e dentro alle case di cura
soltanto che dopo la festa la vita ritornerà dura
ma oggi baciamo il nemico o quelli che passano accanto
o l’asino dentro la greppia Natale il giorno più santo.

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