Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Marc Gasol, coast to coast

Il figaccione della foto qui sotto si chiama Marc Gasol Sáez, classe 1985, di Barcellona.

Di lavoro fa il giocatore di basket e gioca nei Memphis Grizzlies nella NBA, cioè l’Olimpo del basket.
E’ alto 216 centimetri ed è un “centro”.
Cresciuto nelle categorie inferiori con la seconda squadra del Barcellona, nella stagione 2005-06 entra a far parte in modo definitivo nella prima squadra dei blaugrana.
Nella stagione 2008-09 esordisce nella NBA con i Memphis Grizzlies, la stessa squadra in cui aveva esordito il fratello maggiore Pau, poi passato ai Los Angeles Lakers.
A Memphis, Marc dimostra di non essere solo il fratello di Pau Gasol ma di essere un grande centro, soprattutto in fase difensiva.
Proprio per le sue qualità di difensore nel 2013 vince il premio come miglior difensore NBA.
Ha partecipato a 3 All Star Game Nba.
Con la Spagna è stato campione del Mondo, 2 volte campione d’Europa e ha vinto due argenti olimpici.
Ha un contratto da 24 milioni di dollari l’anno.

Marc Gasol Saez passa parte della sua off-season aiutando gli immigrati nel Mediterraneo. Ed è uno dei volontari dell’equipaggio di Open Arms che ha portato a termine il salvataggio di Josefa. Questa dunque è l’altra sua foto.

Perché lo fa? Perché da padre, “pensando ai miei due figli ho deciso che dovevo fare qualcosa”.

Gioco, partita, incontro.

P.S.
Coast to coast, nel basket, è una prestazione atletica e tecnica straordinaria che consiste nell’impossessarsi del pallone sotto il proprio canestro e da lì da soli attraversare tutto il campo della squadra avversaria fino al canestro opposto, mettendo a segno i due punti (da un estremo all’altro). Coast to coast. In campo. E in mare.


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Leonà, non ci resta che piangere overamente

Avendo lungamente sbomballato anche io a lei i cabasisi sulla questione “certo però guarda come i francesi hanno costruito la propria fortuna sugli artisti italiani” e nella fattispecie osservando la fila chilometrica che serve per entrare nell’ultima dimora di Leonardo Da Vinci nel Castello di Clos Lucè -Valle della Loira-, lei aveva in un primo momento effettivamente assecondato la rivendicazione patriottica mia con l’esclamazione

-Uànema, Meripo’, laggènt

vieppiù rafforzata dal fatto che, dopo un percorso di visite a L’ultimo studio di Leonardo


Il Parco di Leonardo percorso paesaggistico sulle sue orme con venti macchine a grandezza naturale azionabili e quaranta teli trasparenti rappresentanti dettagli di suoi dipinti
il Giardino di Leonardo, con i suoi disegni botanici, studi geologici e idrodinamici e paesaggi: il ponte a due piani da lui progettato
gli attrezzi di Leonardo,
la seggiola di Leonardo
la cucina di Leonardo
eravamo infine sbucate dentro al gift shop finale a base di: Birra Leonardo da Vinci, Cereali Leonardo da Vinci, Carta igienica e salvietta netta deretano (vero, eccola) Leonardo da Vinci.

Che certamente l’idea di ingannare le attese al bagno in compagnia dell’Uomo Vitruviano invece che della Settimana Enigmistica, ha un ineguagliabile fascino snob.

Senonché mentre di fronte a tanta perizia di marketing ripartiva il frustrante riflesso condizionato del

Ridateci la Gioconda

lì apprendevamo che Leonardo arrivò in Francia nell’autunno del 1516 accogliendo l’invito di Francesco I, re di Francia, a risiedere presso di lui. E perché lo fa? Perché ha 64 anni, è indebolito dall’età e ha una paralisi alla mano destra e a Roma è morto a marzo il suo grande protettore Giuliano de’ Medici. Quindi non sa bene come sbarcare il lunario, in Italia. E se ne va.

Valica le Alpi con i due discepoli Francesco Melzi e Battista de Villanis e con un seguito di bauli e borse piene di manoscritti, appunti, quaderni e tre tele: la Monna Lisa, il San Giovanni Battista e la Sant’Anna.

Francesco I è un amante dell’arte italiana e suo grandissimo estimatore. E onorerà la presenza del genio italiano, il più grande di tutti i tempi, dandogli alloggio nel castello di Clos-Lucé, e fregiandolo del titolo di “premier peintre, architecte, et mecanicien du roi” ma soprattutto gli darà un vitalizio di 5000 scudi.

Gli ultimi anni che Leonardo trascorrerà in Francia saranno i più sereni della sua vita. Nonostante debolezza e paralisi riuscirà a portare avanti le sue ricerche e i suoi studi aiutato dagli allievi e dedicandosi alle sue prime passioni ossia scienza e fisica.

Leonardo è stato il primo cervello in fuga. Facciamocene una ragione.

E la Gioconda non ce l’ha rubata purtroppo nessuno, tantomeno Napoleone: anche questa, come tante, è una bufala. La Gioconda è legittima proprietà della Francia perché Leonardo la vendette a Francesco I nel 1518 per riuscire a campare.

E dunque il mesto ritorno alla realtà, lì in mezzo ai castelli della Loira, trovava la finale sintesi nella chiosa di Grace:

-Meripo’, la verità è che questi sono riusciti a vendere Leonardo pure sulla carta del cesso. E noi non siamo riusciti nemmeno a trattenerlo in Italia.

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Anna Politkovskaya, donna non rieducabile

La Corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato poco fa la Russia per “non aver attuato le opportune misure investigative per identificare i mandanti dell’omicidio” della giornalista Anna Politkovskaya, avvenuto nel 2006. “Lo Stato russo – si legge in una nota – non ha rispettato gli obblighi relativi all’efficacia e alla durata dell’indagine imposti dalla Convenzione europea sui diritti umani”.

“Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all’estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me.
Eppure tutti i più alti funzionari accettano d’incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un’indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all’aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie.
Sono felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto. È una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci”. E’ questo quello che Anna Politkovskaya scrive di se stessa in un saggio che verrà pubblicato postumo nel 2007.

Anna Politkovskaja, classe 1958, giornalista russa e attivista per i diritti umani, viene trovata cadavere nell’ascensore del suo palazzo il 7 ottobre 2006, giorno del compleanno di Putin. Freddata da quattro colpi di pistola più un altro “di sicurezza” alla nuca.

Muore così dopo una serie di minacce sferratele dai vertici militari, oggetto delle denunce della giornalista nelle sue inchieste sugli abusi, le torture, i soprusi e le umiliazioni nei confronti dei civili ceceni. “Io vedo tutto. Questo è il mio problema”, riassunse lei.

Anna Politkovskaja che il regime classificò, poco prima della morte “Donna non rieducabile”.


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Maturo

Quella parola di sette lettere gli è piombata addosso proprio in mezzo all’anno scolastico: linfoma. Ha richiuso la busta, l’ha riaperta ma lei era ancora lì, ancora la stessa.

Lo ha aggredito alle spalle una mattina di marzo, a tre mesi esatti dall’inizio dei suoi esami di maturità. Un anticipo di prova. Almeno così lui si è detto. Un anticipo di maturità. E’ così che la sua Aula si è ristretta in una stanza. Bianca. Candida. A prova di batteri. I batteri. Microrganismi unicellulari di tipo procariotico. Sì battteri lo so.

Parole. Parole da capire, da sopportare, da farti entrare nelle vene.
Parole che ti fanno cadere i capelli.

Parole che fanno male ma che lo fanno per farti star bene. Dopo. Intanto si sta.
Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

Ungaretti, Ungaretti ce l’ho sì.

E poi parole che leniscono: casa. Insieme a parole che si riaccaniscono: pronto soccorso notturno.

Parole che non finiscono mai anche se sono cortissime: amore. Quello che resiste a tutto. Che a 18 anni si ama così sempre, senza rete.

Parole che sono lì a farti misurare e definire il limite. Il limite di una funzione. Il tuo, anche. E così anche la matematica è sistemata. E l’ultima chemio pure. Alla vigilia degli orali.

Parole che lottano: gli scritti in ospedale ma gli orali a scuola. Insieme agli altri.

Parole che alla fine, solo alla fine, si liberano ed esplodono: promosso.
Promosso come meglio non si potrebbe.
Come solo chi si conquista ogni parola, ogni giorno, può.


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Liliana Segre, la colpa di essere nati

A un certo punto ha lievemente rallentato il ritmo del discorso, ha fatto una breve pausa e ha detto: non sono mai tornati per la colpa di essere nati. La colpa di essere nati. Cinque parole nelle quali Liliana Segre domenica sera ha asciugato chilometri di inchiostro e ore di prolusioni su Olocausto e nuovi razzismi e l’ha messa così, asciutta e senza fronzoli.

Liliana Segre, numero di matricola 75190 tatuata sul braccio, deportata a 13 anni da Milano ad Auschwitz e Birkenau il 30 gennaio 1944 con il padre, che non rivide mai più, qualche mese prima dei nonni, anche loro uccisi all’arrivo.

Il vero male si chiama indifferenza, ha detto dal palco di Passaggi Festival a Fano domenica sera, intervistata da Bianca Berlinguer. E cos’è l’indifferenza? Una domanda senza risposta.

Si alza da quella nuvola di capelli candidi e da una calma apparentemente imperturbabile la forza di questa donna che nessun male ha piegato. La voce per raccontare l’indicibile è difficile trovarla, aggiunge, ma a un certo punto per me è diventato impossibile continuare a tacere. La voce l’ha trovata solo dal 1990, quarantasei anni dopo l’indicibile, ma da quel momento non l’ha più messa a tacere.

La memoria, dice oggi che di anni ne ha 88, è una liberazione e un dovere.

La Berlinguer a un certo punto le chiede

-Ma è vero che, alla tua età, volevi salire sulla nave Aquarius?
-Sì
-E perché?
-Per dire loro “Io lo so come si sta quando nessuno ti vuole. E beh io vi voglio, io vi voglio bene”.

Lei c’è stata a lungo, in quella terra di nessuno in cui nessuno ti vuole. E anche quando il male è apparentemente passato ed è arrivata la Liberazione e sono arrivati gli affetti, l’amore, il marito, i figli e la vita le si è riaperta in ogni forma, ha continuato a pagare il pedaggio a quell’oscurità. Che è arrivata sotto forma di esaurimento nervoso e di altro ancora. Ed è lì che a un certo punto ha capito che doveva trovare la voce. La voce per raccontare l’indicibile.

-Di cosa hai sofferto di più? Le chiede ancora la Berlinguer su quel palco mentre una piazza gremita fino all’inverosimile ascolta da un’ora in un silenzio irreale quella voce

E qui una si aspetterebbe la fame, il freddo, le privazioni, l’orrore, l’aver visto sterminare affetti, legami, storie. E invece lei risponde

-La solitudine

Cosa significa, oggi, avere umanità?
-Fare una scelta. Essere umanità nascosta significa, alla fine fare una scelta.

Liliana Segre, la voce ritrovata. Una voce mai alta. Ma sempre, sempre, ferma.

A lei è andato il premio Passaggi 2018 a cura di Nando dalla Chiesa, presidente del comitato scientifico di Passaggi Festival e Giovanni Belfiori, ideatore e direttore del Festival. Un’edizione intitolata “Il Paese delle Donne”. Che davvero, a vederle tutte insieme lì a Fano, dalla B di Letizia Battaglia alla S di Segre, c’è stato di che rincuorarsi e ricominciare a sperare un po’.

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La casa del mago

Sostiene Butler Yeats che “Il mondo è pieno di cose magiche, pazientemente in attesa che i nostri sensi si acuiscano”. La pazienza della Basilicata nei confronti dei miei sensi si è allungata fino a che, due anni fa, arrivò ad opera di Lorenza il trascinamento a Matera. Ora il trascinamento è avvenuto ad opera di Patrizia, Scassaminx per gli amici. E capite che il potere di convincimento di una che si chiama così è indiscutibile.

La parola-chiave, stavolta, non è stata però né viaggetto, né peperone crusco e nemmeno “A Meripo’ se non vieni te meno”. No, stavolta la parola-chiave è stata “La casa del mago”.

Si può dire di No a una che ti dice

-Meripo’ ci vieni con me alla Casa del Mago di Castelmezzano?

Il punto è che in ciascuno di noi, a qualsiasi età, sonnecchia un pupo che aspetta di essere stupito. Ma l’altro punto è che spesso l’incantesimo dimora nei posti più impensati. E, onestamente, mai avrei associato l’idea di magìa con il nome di Castelmezzano. Che, detto tra noi, non sapevo neanche dove fosse. Senonché è in Basilicata. E senonché per arrivarci bisogna faticare un po’. Perché il treno vi farà sbarcare a Potenza. E lì noi abbiamo trovato perlappunto il santuomo, Pierfrancesco, che ci aspettava con un coso mobile comodissimo con il quale ci ha scarrozzate fino a Castelmezzano e senonché La casa del mago è la sua. Ora.

Perché in realtà prima era di un mago veramente, molto conosciuto in Basilicata,  Giuseppe Calvello, detto  il Ferramosca. Un guaritore dai metodi non proprio ortodossi, uno che preferiva guarire le femmine anziché i masculi e insomma signorimiei un bel filibustiere. Al cui fascino e alla cui notorietà si sottrassero in pochi e alla cui porta un giorno bussò financo Ernesto De Martino, sissignori l’etnologo, che lo fece finire ampiamente citato -insieme alla sua Casa- nel celeberrimo saggio  “Sud e magia”, che giustamente troneggia nell’ingresso della casa.

Senonché Pierfrancesco ci ha raccontato che la Casa è molto più antica e risale ai tempi in cui erano ancora visibili le mura del castello dell’antico Castro Mediano, attorno all’anno Mille. E fu a quei tempi che nerborute braccia scavarono a mano il cuore della casa: ed ecco le tre nicchie in roccia che ora compongono le camere da letto e la cucina ma anche le scale che dal portone di pietra portano su.

E sarà la suggestione, sarà l’aria (15 gradi a giugno, regolatevi) saranno i peperoni cruschi con la birretta che avevano preceduto l’impatto, appena sono entrata ho sentito che le nerborute braccia che avevano scavato erano in qualche modo rimaste ad accogliere gli ospiti dei secoli dei secoli.

La Casa del Mago è stata abitata anche  dalla mamma, di Pierfrancesco, Teri Volini, ospite della zia Marietta durante le vacanze estive. Ed è proprio lì che, neanche a dirlo, una strega buona le ha fatto l’incantesimo artistico: e Teri prima ha iniziato con la serie pittorica de “La Montagna Stregata” ma a un certo punto si è messa in testa di cucire il cielo.

Sissignori, questa donna nel 1999 ha realizzato una grande “tessitura” tra le Piccole Dolomiti: una gigantesca Ragnatela in filo rosso, a rappresentare il senso di unione tra tutti gli esseri e la natura e il rispetto che le dobbiamo.

Teri Volini, La ragnatela

Un’installazione tra i picchi rocciosi, oltre 6000 metri quadrati. Nastro rosso, corda, chiodi e materiale da alpinismo.

Ed eccola, mentre tesseva il cielo come una Penelope volante.

Non è forse magìa anche questa? Teri ha tessuto il cielo come una Penelope volante. Ed è la prova di quanto avesse ragione anche il caro Goethe:

“La magia è credere, e credere in se stessi: se riusciamo a farlo, allora possiamo far accadere qualsiasi cosa”. Anche cucire il cielo.

Quasi tutto, a Castelmezzano, vi parlerà degli incantesimi. Li troverete in ogni pietra e soprattutto li ascolterete nel Percorso delle Sette Pietre. un antico sentiero contadino di 2 km, che collega Pietrapertosa e Castelmezzano (che a farli in macchina di chilometri sono 20. In volo uno e mezzo ma del volo riparleremo) e che sale e scende a mammamia, da 920 metri a Pietrapertosa fino a 660 metri nella valle attraversata dal torrente Caperrino e risale a 770 metri a Castelmezzano.L’impettata di turno prende ispirazione dai racconti tramandati oralmente di generazione in generazione e dall’immaginario collettivo su cui si fonda il testo Vito ballava con le streghe di Mimmo Sammartino. Mentre vi spantecate su e giù troverete sette punti per rifiatare, ciascuno con una pietra sulla quale è incisa una parola. E no eh, mica ve le dico, ve le dovete andare a leggere anche perché mentre starete lì a leggere sentirete alzarsi una musica e una voce, sì è l’altoparlante ma la prima volta là in mezzo al bosco con tutto quel silenzio ve piglia un colpo, santocielo. Comunque questo è l’Antro delle streghe

Antro delle streghe, Percorso delle Sette Pietre

E vorrete forse voi farvi sfuggire il ponte nepalese e l’accidentato percorso per arrivarvicivisi?

La buona notizia è che, alla fine dell’inghianata e del saliscendi sbucherete a Pietrapertosa, incantevole e incantata come Castelmezzano, dove arrancando per un’altra manciata di gradoni impettati arisbucherete alla pasticceria della signora Anna e lì potrete scofanarvi i mini bignè di pasta choux alla crema: io solo uno per via dell’LDL che non è una sostanza stupefacente ma il colesterolo cattivo. Ma chi può abbondi.

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Qualcuno volò sul nido della cicogna nera

Partirei dalla fine. Cioè dalla cima. Partirei cioè da quella frazione di secondo nella quale -dopo due ore di impettata, un dislivello di 600 metri, i primi chilometri sotto una pioggia battente, 12 gradi di temperatura e 45 di inclinazione del terreno- ho detto il mio solito MOBBASTA. Mancavano poche centinaia di metri al tuppo (alla cima) e io avevo già esaurito tutto il fiato, la pazienza, le energie, il menisco anche quello di scorta e i chitemmuorti.

Però.

Però stavolta è successo qualcosa. E’ successo che mi son passati davanti in un attimo tutti i Mobbasta detti a cento metri dal traguardo. Il primo è stato nel Wadi Rum (tipo nel 2006), l’ultimo in Vietnam (tipo nel 2016).

Dieci anni di cime in vista ma mai raggiunte. Perché la cima è così: non è gratis e va bene. Inoltre ti sembra di aver già dato tutto, tutto. E invece quella, pur sapendo che ti sei spantecata e sfrantummata, proprio a un passo da lei ti chiede quella nticchia di più. E io di quel di più ho sempre pensato di averlo già esaurito.

E così stavolta il Mobbasta l’ho detto a Saby, che sarebbe la mia autosabotatrice professionale, anni e anni di successi nel campo. Dunque dopo due “Vi aspetto qui” mi sono veramente incazzata e le ho detto Adesso ti faccio vedere io. La cima. Ho mosso il fondo schiena e ho continuato ad aggrapparmi alla qualunque per arrivarci. E sì, quel momento, quel preciso momento in cui dal pietrame, dai rovi, dalle vertigini e dal caldo è spuntato quel picco, io non lo dimenticherò. E manco lei, la cima. Poveraccia.

Si chiama Lu tupp dell’uv, La cima dell’uovo. Fa parte delle piccole Dolomiti lucane e sta a Castelmezzano. Ci sono arrivata perché Patrizia mi ci ha invitata e sostenuta, Pierfrancesco mi ci ha condotta, Giuliana mi ci ha sorretta, io mi ci sono incaponita. Quattro ore. Quattro ore e seicento metri di dislivello è costato quel momento.

Panorama da Lu Tupp dell’uv

Ma.

Ma a un certo punto Pierfrancesco, che è praticamente StarTrek nel senso è il re del trekking, guida, naturalista e tutto il cucuzzaro, mentre attraversavamo nonmiricordopiù quale passaggio, passati dalla pioggia al fango al sole che incocciava, ha alzato lo sguardo al cielo e ha urlato

-MADò ECCOLA!

Sopra le nostre riverite teste volteggiava un coso nero che con la mia perizia ornitologica classificavo in “un aquilone (nel senso grande aquila) gigantesco”: era la cicogna nera. Una che non è proprio socievolissima e che anche lui che di impettate se ne è fatte, ha incontrato pochissimo in vita sua. E no, la foto non ce l’ho…

Giusto il tempo di darci l’illusione di averla con noi e puf, spariva dietro uno dei giganti di pietra.

Che così è sempre: tutte le cose magiche, per durare, devono sparire in fretta. O farsi vedere poco. E soprattutto deve esserci costato molto conquistarle.

P.S.
Una volta ridiscesi ci siamo accasciati sul tavolino di Spadino, un ristorante che quel piatto di cavatelli cacioricotta e peperoni cruschi ora lo segnalo all’Unesco.
Lì Rocco ci ha elencato i nomi in dialetto dei vari passaggi di quell’impettata tra i Giganti. E, già che siamo in tema di ristorante, siccome “Usare le parole per descrivere la magia è come usare un cacciavite per tagliare il roast-beef”
(Tom Robbins), le parole usiamole solo se necessarie e qui lo sono.
Il percorso quindi è:
Punta della difesa
L’aja trignita (lì dove ballavano le streghe)
L’arm pizzuta (arma per difendersi dai Saraceni)
Cannata marchesa (valico tra due rocce, e non voglio sapere altro)
Tupp dell’uv
E allora, questa sequenza le merita o no quattro ore del vostro tempo e dei vostri mobbasta?

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Stadio dell’evoluzione del mondo

Ieri le autorità iraniane hanno permesso per la prima volta alle donne di assistere a una partita di calcio in luoghi pubblici.

E solo per la partita Iran-Spagna, sia chiaro.

Ma “se tutto va bene potrebbe essere il preludio per l’abolizione generale del divieto per le donne negli stadi” ha detto l’avvocata Tayebeh Siavoshi. 

Eccole qua, belle e agguerrite.

E ricordate sempre che “L’evoluzione è troppo lenta. Non contate su di lei per l’eliminazione delle assurdità”.
(grazie ad Andrea Draghetti per la foto e per il tifo evolutivo)


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Nilde Iotti, quanto ci manchi, quanto ci sei ancora

La prima donna -e pure comunista- a ricoprire una delle tre più alte cariche dello Stato: venne eletta oggi, il 20 giugno del 1979 Presidente della Camera (lo è stata per tre legislature e nessuna l’ha ancora eguagliata, non solo in durata).

Ma Leonile Iotti detta Nilde è stata anche partigiana, staffetta, combattente, indomita, ha fatto parte del primo nucleo di politici che ha preparato il Parlamento Europeo e soprattutto è stata una donna che, nonostante i ruoli pubblici, non ha rinunciato all’amore nel privato (e l’ha pagato a caro prezzo, quell’amore, confinata in una soffitta). Con quell’amore illegittimo ha anche adottato una figliola.

Rinunciò a tutti gli incarichi per motivi di salute pochi giorni prima di morire.
La sua lettera fu accolta alla Camera con un grandissimo applauso.

A un certo punto scrisse: “Le cronache di tutti i giorni ci dicono di violenze di ogni genere all’interno e fuori della famiglia, nella società, compiute da anziani su giovani e bambini, da figli contro i genitori, come se si stesse diffondendo uno spirito di rivolta, contro i sentimenti e i valori della persona umana. Quale cultura sta generandosi, forse anche per i nostri ritardi? È con inquietudine che mi pongo queste domande”.

Nilde Iotti: ragione e sentimento. Ma soprattutto il fascino dell’intelligenza.
Ricordiamole, ricordiamole sempre, le persone capaci. Quelle delle quali nessuno ha avuto bisogno di notare o sottolineare più di tanto che fossero donne: erano, semplicemente, le persone migliori in quei posti.


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Emily Dickinson, che non sopportò di vivere a voce alta

Facciamo finta che vi svegliate una mattina e vi accorgete che parlate una lingua che non capisce nessuno. Prima i familiari, poi il barista, poi il vicino. Niente. Voi parlate, loro non capiscono cosa volete dire.
E’ così che si è svegliata ogni mattina per tutta la vita Emily Dickinson. Poetessa del Massachusetts nata con il corpo nell’Ottocento puritano -il 10 dicembre 1830- ma con una testa e un linguaggio che appartenevano al Poidopo laico.

Emily Dickinson, una vita passata chiusa in una stanza a scrivere lettere di notte. Emily che racconterà nelle sue poesie il mondo, la natura, l’animo umano, sostanzialmente senza mai essere uscita dalla casa del padre.

Dice Pascal che “Tutta l’infelicità dell’uomo deriva dalla sua incapacità di starsene nella sua stanza da solo”. E lei che invece riuscì a vivere solo in quella stanza poi la felicità non la raggiunse lo stesso. Ma la tregua sì: e ci si autosegregò.

A quiet passion è il film di Terence Davies che ce la restituisce oggi. Appena ho detto a Grace

-Andiamo, scegli tu il cinema

sapevo che mi stavo autocondannando alla versione originale al Cinema Olimpia (ma ha i sottotitoli eh): c’è una Cynthia Nixon magistrale nella quale Sex and the city è un ricordo lontanissimo.

Emily Dickinson, la donna che

Non sopportavo di vivere
a voce alta-
mi vergognavo-
del baccano.

e di

Dove tu sei, quella è casa

e di

“Che l’Amore è tutto
È tutto ciò che sappiamo dell’Amore,
È abbastanza, il carico dev’essere
Proporzionato al solco”.

e di

Sarei forse più sola
senza la mia solitudine.

Ma qui le trovate tutte.

Emily Dickinson che non uscì di casa per quindici anni, si vestì sempre di bianco e ci regalò un modo nuovo di guardare il mondo e di azionare il cervello. Senza mai muoversi.

 


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