La Bisiacaria non è come la Dancalia. I bisiachi sono un popolo pacifico, ospitale. E FANNO PURE IL PANE IN CASA, santocielo. Buono come loro. E pure il caffè. E’ assai buono. Va detto che io ho fatto la splendida con la macchinetta di Clooney (chediolobenedica) ma la Frà ci ha una Ferrari testarossa, che le fa il caffè. E quando la mattina dopo mi ha portata al bar, a prenderlo, alla signorina ha detto:
-Il mio (tipo una cosa del genere) e uno normale
E allora ho detto
-Ma il tuo in che senso?
-Come quello di casa
-Allora anche io il tuo
-Bene, allora due miei
I bisiachi sono buoni ma secondo me è meglio non contraddirli. Così, per precauzione. E comunque il “suo”, caffè, effettivamente merita. Ci terrei anche a specificare che sto caffè l’abbiamo preso a Pieris che E’ IL PASESE DI FABIO CAPELLO. L’ha scritto pure Gimbo, ieri, nei commenti su sto blogghe: che in sostanza tutti sapevano dei bisiachi, evidentemente anche per via tricologica, tranne la qui presente tenutaria.
Dunque the day after la Frà mi scarrozzava in lungo e in largo nella Bisiacaria e nella Veneziagiulia (non prima di avermi messo un pane fatto in casa con la pasta madre nella valigia), compresa una patriottica sosta a Redipuglia e infine imboccava una strada bellissima lungo il mare per recarci entrambe a Trieste, dalla Vale. Senonchè, sotto un piccolo tunnel scavato nella roccia, la Frà e tutti quelli avanti e dietro la Frà-mobile, strombazzavano il clacson. Io subito pensavo “ci deve essere un matrimonio” invece la Frà così mi spiegava:
-Sotto il buco si suona
Ora, così come Venezia era “Oddiomaquaèpienod’acqua”, è impossibile capire perché ma oltre una certa latitudine, per me, il nord nel senso da sopra Firenze era tipo un’unica pianura padana. Col mare, si, perché almeno le foto della Barcolana le avevo viste. E dunque, da circa dodici ore, l’unico intercalare che riuscissi ad avere erano vocali stupite variamente declinate che attraversavano la gamma soprattutto degli “ooooohhhh” e anche “uuuuhhhhhh”.
Arrivate a Trieste finalmente la finivo. Restavo a bocca aperta e punto: mi era sbocciata Trieste, l’estate, la Franca, la Vale, la piazza Unità d’Italia, insomma la primavera del Botticelli in confronto sembrava una mentecatta. Aggiungo inoltre che st’appuntamento al buio fra me e Franca lo sarebbe stato anche per Franca e Vale che oltretutto, poracce, entrambe già conoscevano singolarmente la qui presente, che è roba eh, ma non tra loro. E un po’ me ne stavo rendendo conto quando ormai era troppo tardi, cioè al momento dell’impatto tra le due.
Si sappia che le bisiache son gente davvero a modo e così anche le triestine: esse non si picchiavano, non si -neanche- insultavano, non si ignoravano. Esse, signore e signori, si piacevano. Forse anche unite dal comune problema della meripoppica gestione. Ma tant’è. Tipo come se anche loro due non avessero fatto altro nella vita che vedersi il sabato a Trieste a giocare alle signore.
Devo dire che, recandoci al castello di Miramare -altra meraviglia che madovecaspitaso’andataper50anniinvecedivenirciprima,qua?- anche noi tre assumevamo progressivamente un portamento regale anzi granducale anzi arciduchessale: scese dalla macchina in modalità tradizionale ci trovavamo al cospetto di cotal magnificenza

al punto che, immantinente, procedevamo in modalità Meri, Franca und Vale di Sassonia-Coburgo d’Asburgo Serpelloni Mazzantiviendalmare. E ivi sostavamo per un frugal arciduchessico paninozzo nei giardini all’taliana che lo circondano, a picco sul mare. Io, ve lo dico, a guardarmi da fuori, assisa con cotante amiche in quella imperialasburgica cornice, mi autocomunicavo:
-Anvedi però Meripo’ che casino regal piccola casa che hai combinato
Ed è a quel punto che ha trovato appagamento, con una trentina d’anni di ritardo, una cosa che ho sempre sognato di fare e vorrei proprio sapere perché caspita non abbia mai fatto: sedermi a tutti i caffè storici di trieste: il Caffè degli Specchi in piazza dell’Unità e il Tommaseo là dietro. Là, insieme: la Franca, la Vale, Meri Pop con Stendhal, Joyce, Svevo, Saba e pure Magris che lo sa che “il caffè è il luogo in cui si può stare contemporaneamente da soli e fra la gente”.
Passi per i sogni impossibili tipo il centrosinistra unito o un centrodestra decente o un deficit pubblico sotto controllo o mangiare senza ingrassare ma voi me lo sapete dire perché una insegue trent’anni un caffè, per quanto storico? Che quello non è che chissà dove fosse: era lì. Dalla Vale. Per dire. Ci si arriva comodamente con un treno due treni.
Il punto è che il treno dei desideri -e dei miei pensieri- fino a poco tempo fa è andato proprio come diceva Celentano: all’incontrario. Più volevo qualcosa più me ne allontanavo. Finchè una volta, per prendere finalmente sto treno dei desideri, in realtà ho dovuto prima prendere un aereo e andarmene a rifletterci un po’ su. A Cuba. Che a volte la linea più breve tra due punti non è necessariamente la retta, via, ma l’obliqua.
E dunque la via più breve per arrivare da te al desiderio può essere, parafrasando Flaiano, pure un arabesco. Anzi, a volte persino una miscela arabica. (segue)
P.S.
“In Italia la linea più breve tra due punti è un arabesco”. Ennio Flaiano
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