Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Love me Tinder

E dunque dopo la pizza a domicilio e il taxi fatto in casa ecco che irrompe sul podio delle maipiùsenzApp, scansandole, quella dell’incontramose. Si chiama Tinder e nei primi quattro mesi 2015 ha fatto registrare +130% nel mondo e +30% in Italia per un totale globale di 50 milioni di utenti.

Si va dalla richiesta mordi e fuggi all’upgrade della storia comesideve sconfinando persino in quella d’amore.

Come funziona? Ci si collega attraverso il proprio profilo Facebook -spiega Lorenza Castagneri su La Stampa- dopodichè entra in gioco la geolocalizzazione Cupidica, “compaiono i profili dei “lui” o delle “lei” più vicino a noi: foto, nome, età e informazioni di base. Se non ti interessa, gli dai una “X”, se ti piace, gli invii un “cuoricino”. Solamente se il nostro oggetto del desiderio contraccambia il like si apre la casella chat e si può cominciare a chiacchierare”.

Orario preferito dalle 20 alle 21 serali. Dunque sì ore pasti. E c’è anche un tutorial, “Tinder for experts”.

Considerando una platea di 7 miliardi di mondial popolazione, al netto delle zone non coperte dalla rete e tolti bambini e categorie protette, presumibilmente i sei gradi di separazione sono ormai annullati e, se solo uscite a buttare la munnizza, potreste svoltare fino al prossimo anno bisestile.

Ordunque però, a vedere le statistiche in crescita esponenziale degli inconsolabili spajati, dobbiamo concludere che l’unica fase che funzioni alla grande di questa app è quella, per l’appunto, dello “scaricare”.

E ora, finalmente, lui:

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La filosofia della panchina

“Abbi cura di lui, fallo sentire importante. Se ci riesci avrete un matrimonio felice e meraviglioso: come il 10% delle coppie”.

Alla fine sta tutto qui, “A piedi nudi nel parco”: sta in questa frase e su una panchina. Quella di Washington Square Park, quella sulla quale finisce a ubriacarsi Robert Paul-Redford dopodiché inizia la passeggiatina più famosa della storia filmica sentimentale. Come un fachiro sugli spuntoni del cuore. Che “andare a piedi nudi nel parco non è sensato, ma è divertente”, aveva urlato a Paul sua moglie Jane-Corie Fonda.

Che funziona sempre così: all’inizio è tutto meraviglioso, il mondo vi sorride da ovunque, anche dalla stanza scamuffa, dai materassi a terra, dalla luce non ancora attaccata e lei-lui è perfetto per voi. Ma è proprio lì che si comincia a dire

-Oh che meraviglia sei, adesso vediamo come posso cambiarti

Quando però lei vede come si è ridotto lui, pur di diventare come voleva lei, ecco che scatta lo statisticamente improbabile lieto fine della riconciliazione e dell’accettazione. Di norma qui invece scatta l’avvocato e arrivederci-eggrazzie.

Ma la “filosofia della panchina” resta. Resta il momento in cui ci si ferma. A cercare una via d’uscita ma soprattutto a cercarsi. E sulla panchina, mentre pensi di cercare l’altro, il più delle volte ri-incontri te stesso. E ti chiedi che fine abbia fatto tu. A volte, poche, si capisce che i sogni sono ancora gli stessi ma li si sta inseguendo per strade diverse. Altre si capisce che ti sei perso e basta. Dunque, invece di alzarti ubriaco e toglierti le scarpe, è il caso che ti prenda un bel caffè e ti rimetta i calzini tuoi.

Insomma in ogni curriculum sentimentale che si rispetti non manca mai quella panchina. L’importante è che, anche se vi ci sedete ubriachi, decidiate di alzarvi e prendere decisioni solo quando siete nuovamente sobri.

Dopodiché -al netto del genio di Neil Simon- c’è che stando a Roma il mio amico Tommaso (ispiratore del presente post) ha trovato il modo di sedersi qui davanti:

Fontana di Trevi, foto Tommaso Carmassi

che non è una panchina ma lo capite da voi che, come dice Tommaso, se le idee si rabbuiano e non son chiare meglio sedersi “con il fragore dell’acqua a sovrastare il suono dei pensieri”.

E buona panchina a tutti.

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Non si tratta, disse, di quanto hai viaggiato

La parte bella dei viaggi è che cominciano mooolto prima di quando iniziano. Che sognarli prima e immaginarli strada facendo è entusiasmante assai. Farli, in taluni casi, potrebbe addirittura essere la fase meno avvincente. E la parte che di norma anche io preferisco è il prima (anche perché vorrei vedere voi a viaggiare con Pi, la tenda, il sacco lenzuolo, il Biokill, il Dissenten e quant’altro).

Comunque sia l’altro giorno è sbarcato, per l’appunto Pi, con una mappa della Nuova Zelanda. Che il mio amico Giambe stamani mi ha detto “Uh, lo Hobbit, il Signore degli Anelli…” mentre invece Stefà aveva detto: “Vai da Avatar?”

Certo nessuno ha ancora detto “Uh Meri Taumatawhakatangihangakoauauotamateaturipukakapikimaungahoronukupokaiwhenuakitanatahu (detta anche Taumata se non avete mezz’ora di tempo per pronunciarla, una collina vicina a Porangahau, nota per il suo nome composto da 92 lettere cioè il più lungo del mondo).

Ma il punto è che, in realtà, la parte più bella dei viaggi per me è il dopo. Quando torni e te li porti dietro, e dentro, finché la capoccia e la memoria ti assistono. E infatti giusto ieri mi si è illuminata questa cosa, quando su Rep è apparsa una paginata di John F. Burns che parlava di Tiziano Terzani. E a un certo punto, citandolo, chiude così:

“Non si tratta, disse, di quanto hai viaggiato ma di ciò che hai riportato indietro”.

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Evolùscion

Evoluzione della specie: tempo intercorso tra l’annuncio della candidatura di Hillary Clinton e la comparsa nei commenti del cognome Lewinsky.

‪#‎Hillary2016‬

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L’amante

“Gli uomini si fanno l’amante per restar sposati, le donne per cambiar marito”.

Veronique Ovaldé, “E il mio cuore trasparente”

Oggi ‪#‎ConsigliounLibro‬ perché a me lo consigliò il libraiodellaVersiliadiMeripo’, Andrea Geloni, sempresialodato

Veronique Ovaldè fotografata da Samuel Kirszenbaum

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Le sfogline della Luci

Tra i motivi per i quali non ringrazierò mai abbastanza Zuckercoso c’è anche il fatto che sul socialcoso ho conosciuto Shylock, che mi abitava praticamente sul pianerottolo. E tramite lei ho poi acquisito un “pacchetto” di benefit fra i quali spicca senz’altro la sua origine emiliana. E la sua origine emiliano-modenese è la Luci. Cioè la sua mamma. Dalla quale poi tutto discende. Discendendo  a noi soprattutto tortellini fatti a mano che lèvati. Di norma la convocazione avviene tramite Uozzappo recante la dicitura “Sta arrivando la Luci”.

Senonché la Luci arriva con una borsa se possibile ancor più stichespiralidosamente piena di ognibendiddio di quella della Poppins. E dunque ella sbarcando a Termini per il ponte pasquale, stavolta veniva munita financo del “brodo vero”, che si trascinava -congelato in una bottiglia di vetro con tappo meccanico con guarnizione arancio- dal modenese all’Esquilino.

Ed è stato al termine della ripresa della seconda scodella che ho maturato la convinzione che il tortellinoinbrodo della Luci dovrebbe entrare nel Patrimonio dell’umanità. Dovrebbe comunque entrare più spesso in casamia. O della Shylock. Che sostanzialmente ormai è la stessa cosa. La casa.

Ma credo che proprio la Luci dovrebbe entrare nel Patrimonio dell’umanità. E dovrebbe entrarci col suo seguito di bottiglie di brodo, tagliatelle, ragù, bolliti, tigelle e sfoglie. Ma soprattutto con la sua, umanità. Perchè la Luci ha messo su nel frattempo una “scuola di sfoglia”, o di “sfooia, Meripo’ mi raccomando con la O chiusa” lassù da lei. Una scuola per donne immigrate o che ne hanno passate di ogni e vogliono cambiar pagina o semplicemente vogliono rimettersi in gioco. Insegna un mestiere -la sfoglina- e consegna loro il testimone di un’arte antica e nobile. Che è quella di tirare la sfoglia. Ma è soprattutto l’arte di ricostruirsi una vita.

Le "sfogline" della Luci

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Cocchì?

Assemblate e predisposte per una concione su donne e politica, opportunamente preceduta da un’immissione di prosecco e corallina il tanto che bastava per invocare lo stato di ebbrezza ove interrogate, eravamo quattro amiche al Bar anzi al BeaCafè iersera allorquando -nell’ambito di un generale quiz sulle differenze uomo-donna nell’approccio alla vita, ci si chiedeva di testarci sulle differenze uomo-donna nell’approccio alle corna.

La domanda, che il nostro interlocuintervistatore poneva alle quattro donne e a tutta la platea mista, suonava più o meno così:

Lui/lei vi confessa di avervi tradito. Qual è la prima cosa che pensate?
A) stronzo/a
2) con chi?

Immantinente dalla platea, nel generale brusìo, si distingueva in prima battuta Grace che chiosava
-Ma quando maaaaiii, ma quando mai lui-vi-confessa, piuttosto siamo-noi-che-lo-scopriamo…

Appurato che, in ogni caso e con qualsiasi modalità, prima o poi in una carriera sentimentale che si rispetti si perviene alla condizione di cornificato/a, una sollevazione generale femminile si scagliava contro l’ipotesi A, ritenendola assolutamente irreale, a favore dell’unica reazione possibile nel momento in cui l’esponente di turno del sesso a noi avverso e delle corna a noi apposte si svela: se ne faceva portavoce il duo Ema-Michy alzandosi veementemente dalla seggiola e prorompendo in un

-E no eh, non esiste l’ipotesi stronzo, esiste solo l’ipotesi con chi
Poi, con le mani sui fianchi stile la migliore Anna Magnani, aggiungevano: anzi, peffavore, COCCHì??? tuttoattaccato, mi raccomando Meripo’ se decidessi di farci un post LODEVISCRIVERETUTTOATTACCATO, COCCHì

Che questo è, signorimiei: al fatal momento della rivelazione ce ne importa ben poco se siate stronzi voi, l’unica domanda è chi sia la stronza lei.

Per il resto vige incontrastato il primo Teorema di Riondino: “La coppia è l’insieme di tre persone di cui una è momentaneamente assente”

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Sestaserasonoqui

Come diceva la zia Maggie (Thatcher)

“In politica, se vuoi che qualcosa venga detto, chiedi ad un uomo. Se vuoi che qualcosa venga fatto, chiedi ad una donna”

Staserasiamoqui

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Mangia, cuoci, ama

Dopo alcuni anni ho ritrovato davanti a un bicchiere di rosso d’annata il mio collega e amico, che chiameremo Gigino. Entrambi essendo stati accomunati da un biennio lavorativo da panico brillantemente superato tipo Cast Away, abbiamo ritenuto di suggellare il reciproco ritrovamento e lui, gourmet e gran maestro di vini, dopo avermi in quegli anni fatto sperimentare cuochi di fascia AAA+++, si è stavolta offerto di cucinare personalmente. L’ho ritrovato quindi a cena a casa sua con la sua nuova compagna, Gigina, che a sua volta ha due gigetti, Gigetto di 16 anni e Gigetta di 10, io accompagnata dal professor Pi sceso appositamente dal Granducato.

Tanto per suggellare il ritrovamento si è iniziato con
-gambi di sedano col gorgonzola e crostoni di pane caldo
innaffiati da un inusuale connubio di prosecchino e Coca Cola (non mischiati eh, ciascuno a seconda dell’età alzava il proprio calice riempito)
seguiti da
-torta rustica di spinaci, toma piemontese e coppa di spalla
ma a quel punto eravamo già -mi pare- a un Barolo (il mio tasso alcolico già era in overbooking)
incalzata da una
-minestra di verdure e cozze
strabiliante
mentre, dopo una prolungata pausa conviviale di assestamento stomaci, si riprendeva la degustazione con
-spezzatino di tonno e patate
-alette di pollo alla nonsocché ma buonissime tipo tex mex (particolarmente apprezzate da quelli non Flinstones della tavolata)
e si chiudeva, con l’amichevole partecipazione di un vino passito invecchiato più dei due Gigetti messi insieme

Ora, appurato che Gigino è veramente quello chef che AntoninoCannavacciuolostaisereno, c’è che a un certo punto -mentre conversavo amabilmente con i gigetti che magari avercene figlioli piacevoli ed educati così- Gigino mi si è avvicinato e ha bisbigliato
-Meripò… è la prima volta che i gigetti sono a cena da me, speriamo bene

Ed ecco che, pensavo, davvero l’amore è come la cucina: un incontro sapiente di ingredienti da saper assemblare, dosare, far stare insieme in modo che ciascun componente aiuti ad esaltare l’altro senza che nessuno prevalga. Avere ottimi ingredienti aiuta ma non basta. Poi ci vuole tempo, costanza, passione, pazienza. Ci vuole, in sostanza, amore.

Pensavo anche a tutte e tutti quelli della seconda chance: quelli che ricominciano. Che quando finisce un rapporto coerentemente ne traggono le conseguenze e coraggiosamente si rimettono in gioco. Che a una certa tutti ci arriviamo con una due, tre vite dietro e magari con i nostri gigetti e gigette. E’ un lavoro complesso, delicato, quello di riassemblarsi. Come in cucina appunto.

E infine pensavo a quei parlamentari che hanno in mano le sorti legislative legate ai temi della separazione e del divorzio -molti dei quali seguono questo blog: a loro dico che ricominciare è sempre un lavoro faticoso per il quale, oltre tutte le doti che servono in cucina, serve pure un compagno-a all’altezza. Credetemi, non è una miscela così diffusa. Aiutate le persone a ricominciare.

Aiutate quelli che, coerentemente, sanno scrivere la parola FINE quando questa è inevitabile. E con costanza, e spesso con i gigetti, scommettono sulla fatica di ri-amare. Anziché lasciare le macerie regolarmente in piedi per godersi il ricominciamento di nascosto.

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Spajamenti

I calzini ci insegnano che non sempre essere fatti l’uno per l’altra significa stare insieme
(Francesina, su twitter)

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