Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

M’illumino d’intenso

Prima che Papa Francesco la aprisse ai clochard, Grace una settimana fa la aprì anche a me.

In una convocazione dell’ultimo minuto (-Mi piovve un biglietto in più per i Vespri di stasera nella Cappella Sistina, prendi un taxi e vola) mi fece precipitare alla Porta di Bronzo (che dopo una settimana in cui di norma prevalgono le facce, anche appressarsi al portone -di bronzo- è un salto di qualità imperdibile). Non prima di esserci scolate un Crodino e una Coca light dissertando del mondo emerso.

Dunque, radunate anche Mercie e Clà, ci appressavamo oltre le colonne di San Pietro e ci disponevamo in una variegata coda di ordini monastici e turisti nei quali risaltavano gli occhi scintillanti di Grace e la bella sciarpa viola quaresimale mia regalata da Shylock.

Nella Cappella Sistina ci ero stata non molto tempo fa, accompagnando degli amici piovuti dal cielo, nel senso arrivati in aereo da lontano, e pensavo di essermi emozionata già abbastanza allora, rivedendola per la prima volta dopo il restauro. E ho ostentato una certa qual familiarità con lo spettacolare luogo di fronte alle mie compartecipanti.

Ma quando ci siamo assise sulle poltroncine, si sono abbassate un po’ le luci e la Schola cantorum ha iniziato a cantare i Vespri e beh ecco io io ecco ehm. Mi son mancate le parole e financo i pensieri. Un po’ atmosfera Il nome della rosa, un po’ Piero Angela un po’, anche se sei quell’incallito miscredente, il dubbio -verso la fine anche un barlume di certezza- ti assale.

Che davvero lì dentro senti -e in quel caso ascolti- cosa sia il divino.

Come ciò non bastasse, quasi tutti oscillando a testa in su verso la Creazione di Adamo e verso l’appollaiamento a metà della schola cantorum e verso il basso dall’istoriato pavimento nonché l’organista, a un certo punto Grace, che mi era incantatamente seduta accanto, mi ha preso per un po’ la mano. Non vorrei sdilinquirmi troppo perché sennò quella mi riempie di mazzate. Però, però io a quel punto mi sono sentita davvero come Adamo:

Dubitando che quel tocco potesse essere -e già era tantissimo- solo quello della mia amica (ok, Grace, mobbasta).

Insomma tutto questo per dirvi che era stata Mercie a rimediare questi foglietti verdi di invito ai Vespri nella Sistina (ci vorrebbe un instant book per spiegarvi come li avesse avuti però vi dico che Mercie è argentina, capisciammè). E che certamente, per la teoria dei sei gradi di separazione, quel foglietto verde esiste per tutti. Cercate di scalare i gradi. Scalate i gradi e regalatevi un momento così. Anche, e soprattutto, se non ci credete. Credetemi. Fatevi raggiungere da quel tocco. Anche, e soprattutto, se finora il massimo del tocco che ci è capitato in sorte è stato quello di E.T.

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Auguri, staffetta Gabriella, signorina-ma-non-per-forza

Auguri, staffetta Gabriella, cento chilometri al giorno in bicicletta e una gran fame.

Auguri, staffetta Gabriella, pronta a morire a 17 anni “che ogni volta che uscivo di casa pregavo di non dover sparare”.

Auguri, staffetta Gabriella, che una notte a Castelfranco arrestò un’ombra nella piazza che non ricordava la parola d’ordine. E quell’ombra era suo padre. Perseguitato dai fascisti.

Auguri, staffetta Gabriella, che andò casa per casa a incoraggiare le donne a prendersi il diritto di votare per la prima volta. E ancora oggi si chiede “perché per noi donne gli esami non finiscono mai. Come se essere maschio fosse un lasciapassare per la consapevolezza democratica”.

Auguri, staffetta Gabriella, che ricorda quando Togliatti  -riguardo la decisione da prendere sul voto alle donne- disse: “Sentite prima quello che ne pensa De Gasperi”.

Auguri, staffetta Gabriella, quando essere sindacaliste significava difendere “le mani lessate delle filandiere”.

Auguri, staffetta Gabriella, cattolica col botto che “tuttavia non ricordo di avere mai avuto uno di quei colloqui dei quali è purtroppo invalsa l’abitudine di vantarsi  veri o falsi che siano con cardinali ed eminenze grigie dalle quali si andava per avere qualche placet”.

Auguri, staffetta Gabriella, che quando ti chiedevano se rimpiangevi la condizione di “signorina” e il non aver avuto figli, rispondevi, dietro suggerimento della Sandra Codazzi, “Signorina, ma non per forza”.

Auguri, staffetta Gabriella, prima donna ministro nella storia della Repubblica. E instancabile “acchiappa fantasmi” della Commissione d’Inchiesta sulla P2.

Auguri, staffetta Gabriella, che “con gli anni si diventa leggeri forse perché ci si avvicina all’ultimo approdo e ci si libera dei bagagli inutili, ingombranti e si conserva l’essenziale”.

Auguri, a te e a tutti noi, Tina Anselmi.

(questi auguri li pubblicai qui qua)

(e li ripubblico anche quest’anno, che non è mai troppo parlarne. Grazie a Carla, Carla Trudu, che mi regalò il libro da cui son tratte queste perle: “Tina Anselmi con Anna Vinci – Storia di una passione politica. La gioia condivisa di un impegno – Sperling&Kupfer)

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La lista

Abito vicino a Via Tasso. E ci sono giorni in cui, anche quando non è di strada, allungo il giro e passo sotto a quelle finestre. Quelle murate. A volte salgo, altre resto là sotto.

Una volta che son salita c’era un sopravvissuto alle Fosse Ardeatine. Stava facendo fare il giro dell’orrore di quelle stanze a una scolaresca. Mi sono chiesta quanta forza, proprio nel senso quanto peso di forza, occorra per ritornare in posti nei quali si è sofferto al punto da desiderare la morte. E invece lui a un certo punto, quasi incredulo durante il racconto, con un senso di pena ma non per sé, si ferma, li guarda e dice:

“Mi sono sempre chiesto che razza di persona possa essere uno che ne ammazza 335 considerandole solo crocette da spuntare su una lista”

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L’equazione “permanente” di Gigliola

Si chiama Gigliola. Gigliola Staffilani. E domani è il suo compleanno. Embeh Meripo’? Embeh questa signora qui è l’unica professoressa di Matematica pura del MIT di Boston: ed è, appunto, italiana.

E’ nata a Martinsicuro, provincia di Teramo, da genitori contadini: “il primo giorno di scuola -racconta- ho fatto i bastoncini. E fino ad allora non parlavo nemmeno italiano, parlavo dialetto, e quindi ho imparato la lingua italiana andando a scuola”. Il papà muore quando lei ha dieci anni “e mia mamma poverina da sola, manteneva mio fratello all’università e non poteva mantenerci tutti e due, e io ero anche più piccola. E lei mi ha detto: “Tu magari andrai a fare la parrucchiera.” E la mia grande fortuna è che ho i capelli ricci e l’ho sempre odiato, per cui dissi “no, la parrucchiera no”. È stata la mia fortuna insomma”. Lo racconta in una bella intervista qui. E oggi l’hanno rintervistata pure qua, a Radio 3 Scienza.

Dopodiché sotto a quei ricci abitava una testa molto determinata e dunque riesce a laurearsi in matematica a Bologna, a prendere un dottorato a Chicago e a lavorare all’Institute for Advanced Study di Princeton. Ciò non le impedisce di avere un marito e due gemelli che eccoli:

E insomma questa cosa che una si ritrova da Martinsicuro al Mit di Boston perché odia i ricci conferma che il luogo decisivo per indirizzare il nostro futuro non è la scuola ma il parrucchiere. E’ il luogo nel quale di solito si decide di dare un taglio pure al passato. Ma l’altra cosa che mi è qui gradito segnalare è che a un certo punto le chiedono di cosa si occupi:

“Io lavoro nel campo delle derivate parziali e in particolare delle equazioni dispersive. (…) In particolare mi occupo delle equazioni di tipo Schrodinger o KdV (ndr.: Korteweg-de Vries) non lineari”. E fin qui -se non interviene il professor Pi- ne so quanto prima. Ma poi aggiunge:

“e le questioni di cui mi occupo sono relative all’esistenza delle soluzioni, le loro proprietà, unicità, stabilità. Non mi occupo molto di come vengano derivate, da dove arrivino, quale sia il modello fisico che le governa”. Non mi preoccupo da dove arrivino ma come si risolvono. E dunque, senza nulla togliere alle derivate parziali e alle equazioni dispersive, è questo il Primo Teorema di Gigliola al quale dare, subito, piena applicazione.

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‘A Cass’ azion

-Oh, guardate che è rapina sottrarre il cellulare al potenziale fedifrago per spiare gli sms

-Uà Meripo’ e chill lo deve scoprire, che tu l’hai scoperto

-Eh, tesò, certo. Ma se lo scopri e vuoi vendicarti come fai a dirglielo?

-Dirglielo???? Ma quale dirglielo, Meripo’:  rifarglielo

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Auguri, Italia. E pure Maria

E dunque sono parecchi anni che stiamo insieme, cara Italia. E come in tutte le storie d’amore che si rispettino non è sempre stato facile. Hanno provato a dividerci, da quando ci eravamo riuniti, a secessionarci, a mandarci al tribunale fallimentare ma eccoci qua, ancora uniti. Ma avrei un’idea, un’idea in testa, di cosa sia a tenerci insieme anche quando è difficile. E questa idea in testa sono i capelli, i capelli di Maria D’Antuono.

Maria D’Antuono, 98 anni, fu  trovata viva dopo 30 ore sotto le macerie a Paganica, nel terremoto che sconquassò L’Aquila.

Appena la tirarono fuori, dopo un giorno e mezzo trascorsi sotto ai calcinacci, oltre ai soccorritori trovò pure l’assedio di telecamere  e giornalisti che, nell’assoluta impossibilità di tacere, le chiesero cosa avesse fatto in quelle 30 ore là sotto. Che un bel tacer non fu mai scritto e meno ancora televisionato.

Lei, frastornata ma più lucida degli interlocutori, non si sottrasse e replicò: “cosa ho fatto tutto questo tempo? Ho lavorato, ho fatto l’uncinetto, ho mangiato qualche cracker”. Poi sbottò: “Ma almeno fatemi pettinare!”.

Quando la fiducia italica vacilla io mi aggrappo a quei capelli, a quell’uncinetto e quella spazzola. Non necessariamente in quest’ordine. Cioè mi aggrappo all’idea che dalle macerie -di qualsiasi tipo di macerie- si possa non solo riemergere ma farlo con dignità e vigore. Certo ci vorrebbe non dico una corda di sicurezza ma almeno una spazzola. Quantomeno un uncinetto.

E allora Auguri, Italia. Italia fatta di Marie e di Marii. Di gente che resiste e non si arrende. E magari si lagna pure. Ma poi si arrotola le maniche -e anche le spazzole- e si dà da fare.

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Esta manana

Anni di studi sull’avversione per il lunedì mirabilmente riassunti dall’amica espanola di Grace che, levantatasi presto, sotto la piovia, encasinada y saltando de un casino a un otro, a elle che le chiedìa como è andata, enfine dijò

“Esta manana fuè una mierda atomica”.

E buona settimana a tutti

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Le corna di Enzo e quelle di Nora

Essendo l’odierna giornata nata e proseguita sotto il segno delle corna, mi è gradito fornire un esempio di come lo stesso materiale, finendo su teste diverse, possa trovarne il completo riscatto fino ad assurgere alla glorificazione dell’arte. Che Enzo-agenziapubblicitaria ci scrive la letterina-marketing che abbiamo letto e lei un capolavoro di film, “Heartburn, affari di cuore”

Parliamo delle corna di Nora Ephron. Quelle che le inscrisse il suo secondo marito, Carl Bernstein (sì, proprio uno dei due eroi dello scandalo Watergate). Nora lo sposò nel 1976 per divorziarne nel 1979 quando ella, incinta del secondo figlio, venne a sapere che Carl la tradiva con la figlia del Primo ministro britannico.

Vi lascio immaginare traumi e ferite ma, ebbe a dire, “sono sopravvissuta. Ci ho scritto un romanzo. Con i soldi guadagnati ho comprato una casa”. Che Enzo invece si comprò una pagina del Corriere.

Ma il momento-clou che volevo sottoporvi non è nemmeno quello in cui Nora nel libro si abbandona alle descrizioni più di lei che del fedifrago (raccontando di un marito “capace di fare sesso con una tenda veneziana” e dell’aspetto di lei come quello di una giraffa dai “grandi piedi”). No, il momento è quello in cui devono andare, ancora insieme Nora e Carl, a una cena da amici e lei prepara una torta al limone. “Mezz’ora per farla, la sera, quando tutti dormono. Girare e rigirare il cucchiaio nella crema meringata -scrive Angela Frenda sul Corriere- osservandone le onde irregolari e ipnotiche” per poi la sera dopo attendere fino al termine della cena, alzarsi, andare a prendere il vassoio, riavvicinarsi al tavolo e SPLAFF, davanti a tutti, spiaccicargliela in faccia.

Dunque sì, la vendetta è un piatto. Che va consumato e spiaccicato freddo.

(Ed ecco la ricetta, per ogni evenienza)

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Il Frecciarotta

Spiace constatare che il soprassalto di consapevolezza per gli effetti nefasti della velocità sulla nostra vita ricicci sempre in occasione della discussione in Parlamento delle norme sul cosiddetto “divorzio breve” (cioè consentire a coppie sposate e senza figli, che siano d’accordo sul da farsi senza scannarsi, di poter sciogliere il vincolo matrimoniale dopo un anno dalla separazione). Filosofia della lentezza che ha, sia chiaro, ottime ragioni dalla sua, in generale.

Dunque capisco tutto. Ma insisto: sostenere che il divorzio breve accorcia i matrimoni è come sostenere che il Frecciarossa ha ristretto l’Italia.

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La Laustralia

Una madeleine a forma di mammozzone australiano, a forma di Ayers Rock, Uluru: è quella che m’è sovvenuta oggi, aprendo Repubblica sezione Viaggi pagina 45. Dove troneggiava questa:

E mi ha fatto rimembrare questa:

Meri a Oodnadatta (foto Professor Pi)

L’occasione mi è peraltro propizia per inviare una lacrimuccia nostalgica al resto del gruppone viaggiante. E anche a quel cappello con la retina proteggi mosquitos.

Mi ci trascinò, al solito, con l’inganno. Lui, il professor Pi.

-Meripo’, andiamo in Australia?
-Maccerto professor Pi, che beeello
Dopodiché dal radar della cartina immaginaria sparirono tutte le località più note di norma associate con l’idea di questa terra del desiderio, la Laustralia. Niente Perth, Adelaide, Canberra, Hobart… Però, signorimiei, mo’ ditemi chi conoscete che sia stato a William Creek (10 abitanti, di cui 1 fa il pubbista e 1, per fortuna, il gommista, che mica penserete che in quel viaggio le ruote se ne so state tutte intere al posto loro, no?).

Insomma quella nostra Laustralia durò un mese, UN MESE IN TENDA, dal gelo in quel di Orange al deserto, senza risparmiarci nulla dei gradi Celsius possibili, né delle millemila specie di schifosissimi insetti ovverossia anche dei mastodontici coleotteri nonché animali più velenosi dell’Universo che lì trovano la più alta concentrazione planetaria.

Che avrei dovuto capire tutto dal primo incontro al primo cesso del primo campeggio, quando una indigena locale mi apostrofò in fila dicendo:

Ohueriùcamfrom? (da indove caspita vieni?)
e tu rispondi “Italy”
e lei anziché dirti entusiasticamente ”Ohhhuuuu-welcome-in-our-wonderful-land”
si ferma, very perplessa, si incupisce e chiede:
-E che ci siete venuti a fare?

Ecco, appunto. E invece vedi poi che il tempo è galantuomo e oggi, a onor del vero, credo sia stato uno dei viaggi più belli. Perché mi costrinse, come spesso accade, a fare i conti con gli insetti di fuori e i fantasmi di dentro. Che tutta quella terra difficile, spesso ostile, dura, infinita, disabitata e pericolosa, ti si srotola davanti come fosse, davvero, un po’ la vita tua. E capisci che l’unico modo per sopravviverle è affrontarla un pezzetto per volta. E insieme, in gruppo. Perchè pure se vedete tutto nero alla partenza poi andate lì e se trovate le persone giuste vedete improvvisamente tutto rosa, come nella fotona qua sopra.

Però certe volte pure se andate là e pure se siete felici improvvisamente arivedete tutto nero, ma per poco. Cioè finché non se ne vanno le mosche:

Meri Burka (Foto Professor Pi)

E certo potreste trovare parecchi ostacoli sulla vostra strada

Rolled stones (Foto Professor Pi)

ma l’importante è scansarsi in tempo:

Ahia (Foto Meri Pop)

Potrà capitarvi di trovarvi in mezzo a un guado e pensare di non farcela (ma intanto famose na doccetta)

Quel ponte sul fiume Indovai (Foto Carlina)

e scoprire che invece potete osare dove pochi avevano già osato, anche fare cose osè Mosè

Meri M-osè (Foto Professor Pi)

E insomma se poi, come diceva poi quell’altro, “Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”, vedendo come ero ridotta io capite bene che caspita di viaggio è stato. Indimenticabile. Specie per i poveracci che m’hanno dovuto sopportare.

Tutto sto sproloquio per dirvi: se vi capita, meglio ancora se vi trascinano, andate. Andate alla Laustralia. E’ lontanissima, si, vero. Ma vi avvicinerà a risorse e parti di voi che manco pensereste mai di avere. E a volte occorre fare 38 mila chilometri (15 mila andare, 15 mila tornare e 8mila in mezzo) per scoprire qualcosa che vi è a un tiro di schioppo dal naso, una cosa che si chiama cuore.

Tutti i numeri che abbiamo dato:
Km. 8888
Dei quali sballonzolati su pista 6000
Km a piedi: 70
Ore di volo: 63. Ripeto: ses-san-ta-tre
Jeep: tre due
Eroi: 11
Tende: sei cinque
Fusi orari cambiati: 3
Stati attraversati: 5
Bagagli in chili alla partenza: 220
Bagagli in chili al ritorno: 180
Chili di zavorra lasciati in cestini ostello Cairns: 40
Temperatura minima 0 (aò ma quale 0, famo pure -10)
Temperatura massima 35
Litri d’acqua consumati nel bush: 400
Litri di gasolio: 5.100
Casuari avvistati a casuaccio: 1
Canguri vivi: 30
Canguri morti: 300
Aquile: 20
Coccodrilli: 10

Grazie -ancora- ad Ago, Carla, Cris, Dario, Enza, Mariella, Mauro, Tino, Paola, Pietro


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