Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Zitti e Muti

Nell’indimenticabile viaggio a Londra scortata dalla mia amica Mariapà scoprii, oltre alle mie radici di Viale dei Ciliegi, il fascino dello stalkeraggio artistico, cioè viaggiare inseguendo non solo bellezze ma anche bellezzi. Cioè sostanzialmente noi eravamo lì all’inseguimento di Jude Law versione Enrico V (intercettammo anche un Colin Firth seduto in prima fila). In realtà Mariapà poi insegue anche la Signora in giallo e svariati altri artisti e ogni tanto si regala questi piccoli grandi risarcimenti per l’anima: due giorni con volo low cost e alberghetto per afferrare questi sprazzi di mistero chiamata arte. E Mariapà non è l’unica.

Tutto questo per dire che Riccardo Muti lascia l’Opera di Roma per impraticabilità del campo.  Troppo casino, dice sostanzialmente. La mia amica Rossella sta già mettendo in rampa di lancio l’hashtag #nciafacc. Se una decisione simile l’avessero presa Totti o Tevez probabilmente oggi saremmo travolti da uno psicodramma collettivo. Per ora lo psicodramma ha riguardato di certo Grace, me e alcuni altri che aspettavano di fiondarsi sui biglietti dell’Aida che avrebbe diretto a novembre. Siamo purtroppo recidive e anche un po’ monotone, lo so: non ci è mai andata giù quella cosa di far saltare la Boheme a Caracalla e non perché si sia ostili ai sindacati e alla difesa dei diritti dei lavoratori ma perché, in questo caso, l’effetto finale è uno solo e danneggia tutti: affossare il prestigio del posto nel quale si lavora.

Dunque Muti fa le valigie. E Muti non è solo un direttore d’orchestra per cui Muto un direttore se ne fa suonare un altro: Muti è un marchio. Muti è la nostra pizza doc, il nostro Brunello di Montalcino, la nostra Ferrari. Attira attenzione, interesse, soldi, turismo. E trovo sconcertante che si rivolgano appelli “per farlo tornare”: come se il produttore del Brunello denunciasse che l’uva è immangiabile e invece di dirgli “ok, cambiamo l’uva” gli si dicesse “eddai, rifacci il vino anche se è una ciofeca”.

Non è Muti che deve tornare: son le cose che devono cambiare perché Muti torni. E queste cose hanno nomi, cognomi e responsabilità.

Stamattina, in una romantica telefonata di inizio settimana, chiedevo al Professor Pi, nell’ordine
-Senti, quando scendi a trovarmi? E come si propaga il suono?
Lui imperturbabile ha risposto:
1) Venerdì con il treno 2) Con l’atmosfera e l’ambiente

Perché le onde sonore si propaghino è necessaria l’atmosfera giusta, è necessario l’ambiente. Altrimenti l’onda resta ferma. E muta. Ma in questo caso rischia, pur stando ferma e muta, di travolgerci tutti.

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Oltre al buio che c’è e al silenzio che lentamente si fa

Qualche sera fa la mia amica Shylock ed io siamo state al Globe Theatre di Roma a spararci tre ore di Shakespeare. E anche un hot dog con un prosecchino. Ma questi due prima di entrare. Dopo l’ebbrezza alcolica, nel volgere del primo atto, passavamo agevolmente a quella di

“eccomi qua
sono venuto a vedere
lo strano effetto che fa”.

Una delle cose che mi stupisce sempre, ogni volta che vado a teatro, è

“e quanta gente ci sta
e se stasera si alza una lira
per questa voce che dovrebbe arrivare
fino all’ultima fila”.

E ogni volta mi sembra un miracolo. Che le persone ci siano. Fino all’ultima fila. Lì c’erano. Pure sedute per terra.

Tutto questo pippone introduttivo per dire che quando la mia amica Tiziana Sensi mi ha detto che insieme a Franca De Angelis e altre amiche coi controcavoli avevano messo su una scuola di recitazione teatrale sul modello anglosassone (che io infatti ho chiesto
-Tizià e che è sto modello anglosassone?
e lei mi ha detto
-Meripo’ se non lo sai tu che atterri nei giardini di Londra..
vabbè una cosa del genere)

ecco dicevo appena mi ha detto che avevano messo su questa scuola di recitazione io mi son detta
-Santocielo che coraggio

Poi dopo sono andata al Globe e ho trovato tutto pienissimo e poi sono andata anche alla Sala Umberto da Strimpelli e Vinile e ho trovato pieno pure là

allora ho detto
-Santocielo che figata

E Tiziana mi ha detto
“se conosci dei ragazzi che vogliono imparare il mestiere dell’attore, con una preparazione di altissimo livello e la possibilità di andare in scena almeno 9 volte alla fine del triennio con tanti registi confrontandosi con varie drammaturgie, sappi che noi ci siamo”.

Insomma una scuola “per questa voce che dovrebbe arrivare
fino all’ultima fila
oltre al buio che c’è
e al silenzio che lentamente si fa”.

Che deve essere un’emozione immensa. Quando ti spengono le luci e resti là.  Che “siamo l’amante e la sposa
arrivati fin qua
l’attore e la sciantosa
e siamo pronti a qualsiasi cosa
pur di stare qua”.

Che d’altra parte che son tre anni di scuola. Che, come diceva Clark Gable, “non dimenticate che nel mestiere dell’attore solo i primi trent’anni son duri”.

Bottega Teatro Attivo
infochiocciolinabottegateatroattivopuntoit

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L’amore ai tempi della crisi: sospendere le seconde nozze

DRIIIIIINNNNN

-Meripo’ volevo metterti a parte della mia nuova policy: non parteciperò più a secondi matrimoni
-Sei contraria alla seconda chance?
-No, sono contraria alle ricadute economiche. Qua sta la crisi, avevamo appena finito con le prime comunioni degli eredi nati dai primi e mo’ avimm ricomincià con le liste di nozze dei secondi, matrimoni, è nu guaio. Pensa se poi si riproducono anche nei secondi turni
-Epperò Grà così non si aiuta la ripresa dell’economia
-E no Meripo’ qua è una questione di priorità e urgenze: prima la mia, economia. Che non è solo un problema di regalo anzi io quello lo faccio eccome ma linkata nel file matrimonio c’è tutta una serie di spese a cascata, tutto l’indotto dell’outfit, tu capisci. Quelli (i maschi, ndr) se la cavano con la giacchetta grigia ma per noi con Facebook è una tragedia
-Con Facebook?
-La foto su Facebook ti inchioda al cambio abito. Una volta riuscii a partecipare il sabato a prime nozze a Udine e la domenica a prime nozze a  Napoli però stesso outfit, giusto il viaggio e sia chiaro che fu pure bellassai. Ma tu te lo immagini, oggi? No no, amatevi, riproducetevi, siate felici ma per favore sospendete le seconde nozze. Almeno finché non intercettiamo la ripresa. Vabbuo ciao Meripo’
-Ciao Grà

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Della soluzione semplice di problemi complessi

Primo Disastro Amoroso Adolescenziale, 13 anni cadauno. Lei -Adolescente 1- vuole lui ma lui non vuole lei. Da ora in poi sarà sempre così ma Adolescente 1 ancora non lo sa. Adolescente 2 viene chiamata a un pronto soccorso emotivo notturno uozzappico

Adolescente 1 -Sono disperata, io mi sono VERAMENTE innamorata!!!

Adolescente 2 -Ma se l’hai visto solo 2 volte!!!

Adolescente 1 -Si ma io mi sono VERAMENTE VERAMENTE innamorata dalla prima e ora non so che fare!!!

Adolescente 2 -Io sì

Adolescente 1 -E allora  ke devo fare???

Adolescente 2 -Vai in cucina e sparati la Nutella. Poi domani a scuola ne parliamo. Ammesso che su questo punto valga la pena perdere tempo PURE domani mattina

Adolescente 1 -Ma ora la mia vita non ha senso…

Adolescente 2 -E ti credo, se la perdi appresso a uno che non ti vuole

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L’estate in cui viaggiai senza muovermi

E’ con Edmond Dantès che sono partita questa estate, il conte di Montecristo.

Nell’assoluta impossibilità di seguire il Professor Pi a Samarcanda, nell’assoluta inabilità a farmene una ragione e nell’assoluta rassegnabilità del perché invece di essere lì con lui e Tamerlano dovessi restare qui con Dibba e Brunetta, decidevo di inaugurare la stagione del viaggiare da fermi.

Una volta recatami in una zona inospitale per le onde elettromagnetiche situata in Maremma, che non ci si può immergere in 1200 pagine, attraversare 25 anni e un bel pezzo di Oriente e Occidente con il richiamo compulsivo dell’internet funzionante accanto, predisponevo tutto l’occorrente: tomo e sdrajo.

Era a quel punto che sbarcavo dal trialberi Pharaon al porto di Marsiglia iniziando uno dei viaggi più avvincenti e tremebondi in carriera.

A questo punto intendo anche chiedere pubblicamente scusa al Professor Pi per tutte le volte in cui gli ho sfrantecato i cabasisi in giro per il mondo: quando mi sono ritrovata sbattuta in una delle segrete del castello d’If ho rivalutato non solo i feroci Afar ma anche i tagliatori di teste del Borneo, che almeno quelli ti facevano secco subito senza lasciarti a marcire quattordici anni là sotto. Ugualmente chiedo scusa per tutte le volte in cui mi sono lamentata di qualche incomprensione con i compagni di viaggio: provate ad accompagnarvi con gente come Caderousse, de Villefort, Danglars e Mondego e poi ne riparliamo. Per vendicarmi e dare una lezione a quei quattro stronzi traditori ho impiegato dieci anni e quasi tutta la settimana di ferie.

Avevo letto Il conte di Montecristo non so più manco quando. E ricordavo fosse un libro sulla vendetta. Tema in questi giorni tornato malamente in auge con la vicenda franzosa di Valerie Rottweiler della quale trattammo giusto qui. Invece, a rileggerlo da attempata, l’ho trovato uno dei viaggi più esaustivi intorno al matrimonio e all’animo umano. E sui nefasti effetti che entrambi, il matrimonio e l’animo umano, possono provocare sul prossimo e sull’ordinamento del mondo se non si prendono le opportune precauzioni.

E dunque dovendo distillare da milleduecentopagine un solo tweet sceglierei questa perla:

“Che cosa è il meraviglioso? Quello che non comprendiamo. Quale è un bene davvero desiderabile? Un bene che non possiamo avere”

E dicevo che è anche un viaggio attorno e dentro al matrimonio. E qui distillerei questa:

“Quanto alla moglie la salutò al modo che certi mariti salutano le mogli e dal quale i celibi possono farsi un’idea  solo dopo pche sarà pubblicato un grosso codice della condizione coniugale”

e della misura precauzionale:

“Non vedo perché, senza una necessità assoluta, devo ingombrare la mia vita con un compagno perpetuo”.

Dalla mia sdrajo, ove cercavo di allocarmi la mattina molto presto, vedevo il monte Argentario. Dunque a un tiro di schioppo da Montecristo. Ma in realtà quel maxischermo impiantato nel cervello chiamato immaginazione, che Dumas mi ha azionato per una settimana, mi ha fatto attraversare mezzo mondo, mi ha fatto recuperare infiniti rimandi alla musica, al teatro, alla pittura e alle arti di tutto il cucuzzaro delle Muse. E non solo non avevo l’Abate Faria ma non avevo manco Google per tentare di raccapezzarmici meglio.

E poi prendi treni, scendi dai treni, prendi battelli, prendi trialberi, sbarca dai trialberi, vai in galera, fatti buttare a mare, nuota come un disperato, prendi la carrozza, lascia la carrozza, Ne sono uscita esausta. Al punto che quando il professor Pi è rientrato, dopo aver trascorso venti giorni sulla rotta di Marco Polo, ho potuto finalmente accoglierlo come ho sempre sognato di fare:

Uzbekistan, Tajikistan e Kirghizistan? Beato te, caro: io mi son dovuta fare il giro del mondo sopra e sott’acqua. In una settimana.

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Il segno di Zara

Vorrei che tu mi guardassi come un marito guarda la porta d’uscita di Zara.
(MaxMangione sul socialcoso)

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Metti una sera accesa

E’ finita che, applaudendo e ridendo, mi si è avvicinata all’orecchio e mi ci ha urlato dentro PROMOSSI! Che Grace è un bijoux di donna ma è pure abbastanza scassacabasisi in quanto a esigenze artistico estetiche eh (Grà, si scherza). E da Strimpelli&Vinile ce l’avevo portata io, al buio. Nel senso che era la prima. La prima serata e la prima produzione di Papik e la prima volta che sentivo parlare di questi due, che poi erano tre. Che si chiamano Attilio Fontana, Emiliano Reggente e Ilaria Porceddu.

Lo spettacolo si chiama invece Strimpelli&Vinile e con la scusa di parlare della storia di Joe Strimpelli e Gigi Vinile, in realtà poi ci porta a spasso nel tempo e nella bravura artistica a tutto campo.

Diciamo una cavalcata dall’Istituto Luce ai Muppets e ai Teletubbies. A Meripo’ e che è? Epperciò vi dico, andate. Sta alla sala Umberto, a Roma ed è tipo una commedia musicale, anni Cinquanta e ci sono tre musicisti che lèvati, e c’è questo Emiliano Reggente che è il mio preferito che è tipo Carlo Verdone ma anche un po’ Christian De Sica unito a Fregoli e canta, balla, imita, si dinoccola, insomma figo, senza nulla togliere a tutti gli altri, siachiaro.

Dicevamo anche dei musicisti. Coi controcavoli. La mia canzone preferita non so come si chiami ma fa tipo Turuttuttuttu ed è da ieri sera che porca miseria ce l’ho nelle orecchie  turuttuttuttu e mi viene di ballarla pure seduta sulla scrivania, turuttuttuttu.

Poi vi ho detto come è finita. E uscendo, turuttuttuttu, pensavo che Maria letizia Maffei e Fabrizio Pizzari, i produttori, sono dunque due coraggiosi. Ma non due incoscienti, turuttuttuttu.

E c’è che la canzone di turuttuttuttu dice “svegliati svegliati che ci aspetta una salita” e sapete com’è siccome qua le discese è un po’ che non si vedono io direi premuniamoci.

Ma dice anche “Via di qua via di qua da questa notte un po’ assassina/ Ci aspetta un dolce naufragare su un’isola rossa di felicità” quindi, voglio dire, magari poesse che ci sia pure na speranza. E parla pure “di una luna piena e di una nuvola piena di felicità” e quando Grace ed io siamo uscite, turuttuttuttu, in cielo c’era la Supermoon, turuttuttuttu. Quindi io direi, turuttuttuttu, fatevela spuntare pure voi la luna, turuttuttuttu. Alla Sala Umberto. Fino al 21 settembre.

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Iran, dove “le idee sono come l’acqua”

Oggi siamo qui. Con questo:

“Il femminismo è obsoleto. E Shahla Sherkat non deve più scriverne”. Così ha sentenziato la censura della Repubblica Islamica dell’Iran nel cui mirino è finita il direttore di “Zanan-e Emruz”. Accusata di “femminismo” dagli ambienti ultraconservatori per aver scritto a favore dei diritti delle donne. Da qui la decisione dell’apparato giudiziario di processarla a Teheran davanti ad un apposito “Tribunale per i media”.

Quando ho letto la notizia ho pensato a Tahmineh e a una cena a casa sua, a Teheran. Tahmien ha 25 anni ed è laureata in Ingegneria idraulica, si occupa di acquedotti e grandi opere. Ma il suo capolavoro infrastrutturale, per quella sera, fu il Gormeh sabzi, un piatto a base di agnello variamente assemblato con spinaci, fagioli, cipolla, curcuma e coriandolo.

Si mangia seduti in terra sul tappeto del salotto, scarpe lasciate all’ingresso. A cena ha invitato, oltre me, alcune amiche. Tra i 20 e i 30 anni, tutte laureate, tutte con un impiego. Sono la carampana della situazione. Sono anche l’unica intabarrata nel velo: il loro è appena poggiato in cima alla crocchia di capelli variamente acconciata. Sono l’unica non truccata, l’unica non fumatrice. Una Flinstones occidentale. Accanto alla sfilata di sublimi pietanze c’è una scrivania con un computer acceso. Accanto al computer una finestra dalla quale fa capolino una parabola. Accanto alla parabola satellitare una libreria. Piena. Da una borsa spunta un tablet. Da ogni tasca un telefonino.

“Il femminismo è obsoleto. E Shahla Sherkat non deve più scriverne”, ripensavo a quell’accusa oggi. Paradossalmente è proprio così: perché sotto tanti aspetti il femminismo, in Iran, è già storia quotidiana di diritti acquisiti di fatto. E’ il velo che arretra sempre più sui capelli freschi di acconciature. E’ il trucco che avanza. E’ il filtro aggira-divieti per collegarsi al proibito Internet e alla vietata parabola.

A ogni divieto corrisponde una spinta uguale e contraria: chiudi una rivista, nascono dieci siti. Censuri un film, si schiudono cento download. Chiudere e proibire: due verbi che abitano al tribunale dei media. Ma non nelle case, nelle borsette, sulle scrivanie.

Sostanzialmente come svuotare mari con cucchiaini. Mentre la “rivoluzione” avviene, giorno per giorno, altrove. Perché, per dirla con una collega ingegnera idraulica come Tahmineh, “le idee sono come l’acqua: se tenti di bloccarne il flusso da una parte, quella si incanala da un’altra”.

@LaveraMeriPop

Foto Professor Pi

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Del tenersi alla larga dai pranzi di fidanzamento

Trama: un repentino e drammatico cambiamento di vita avviene a seguito di un pranzo di fidanzamento. Seguono quattordici anni di prigionia e dieci anni di vendetta. Ma non è un libro sul divorzio. Si chiama “Il conte di Montecristo”.

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Ouì, tu sì catastrophé

Della vicenda si parlò qui in tempi non sospetti per bocca di Grace, l’anello di congiunzione fra Cassandra e Luciano De Crescenzo, quando cioè Valèrie fu ricoverata per la crisi di nervi susseguente alla pubblicazione delle foto della crisi di corna, post dall’esaustivo titolo

Valerì si tu sapiv sticcos te n’aviva ì prima

nel quale si teorizzò della necessità di andarsene quando le corna si apprendono, non quando ne viene resa pubblica la notizia fotocorredata. E e ne scrisse mentre la signora giaceva in un letto d’ospedale in preda a una crisi di nervi.

Senonché, finite le pasticche, la signora ha imbracciato la tastiera invece che un kalashnikov ma raggiungendone risultati finali molto simili in fragore e devastazione, confezionando lo sputtanam la cronistoria sotto l’ulteriore sfregio del grato titolo “Grazie per questo momento”.

Ordunque non so cosa abbia deciso in proposito il mio guru Andrea Libraiodellaversiliadimeripo’. So, perché segnalommelo stamane il professor Pi, che alcuni colleghi francesi di Andrea hanno or deciso di non vendere il libro di Valèrie Rottweiler nel quale l’ex compagna del presidente della Repubblica francese Hollande rende improvvisamente incruenta, al confronto, la vendetta modalità Lorena Bobbit. Nel senso che lo fa proprio a fette. A le presidànt.

“Spiacenti non abbiamo il libro di Trierweiler, ma ci restano Balzac, Dumas, Maupassant, ecc”, hanno apposto gli ammutinati fuori dalle loro vetrine mentre in realtà stanno andando esaurite le prime 200 mila copie di tiratura (dunque sti 200mila dove se lo sono accattato?).

La riga di giornale dalla quale non riesco a disincagliarmi è però un’altra, quella che recita:

“Hollande ne ha letto degli stralci e poi ha mandato un sms a una conoscente: ‘Je suis catastrophé”. “Per me è una catastrofe”.

Mo’, Presidè, dico io, hai capito che già affidando alla supposta (nel senso ipotizzata) donna della vita tua alcuni momenti di intimità te li sei poi ritrovati tirati in 200mila copie tantopercominciare. Come ti può venire in mente di mandare un sms a “una conoscente”? Eh? Presidé, non so come dirtelo ma Ouì, tu sì catastrophè. Sì ‘na catastrofe.

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