Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Aspettando gli Amish

Comunque financo il Papa ha appena nominato una donna sottosegretario dei Rapporti con gli Stati alla Segreteria di Stato vaticana. E’ Francesca Di Giovanni (nella foto è nella sala dell’Onu)

Fate pure con calma, eh. Diteci solo quando saremo pronti per essere superati pure dagli Amish.


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Tullia Zevi, la signora della Forza

Non a caso l’unica sua biografia, al netto della chiacchierata con la nipote Nathania, sta in una collana chiamata “Farfalle”, creata da Clara Sereni, per farla “volare così in alto da urtare contro quel tetto di vetro che nei secoli è stato imposto alla parola delle donne”. Il libro, a cura di Puma Valentina Scricciolo, è un continuo tessere fili, ricami, punti a croce ricavati dalle testimonianze dei figli, dei nipoti Tobia e Nathania, del genero Matteo Amati (ne abbiamo parlato qui per la Cooperativa Agricoltura Nuova), degli amici, dei testimoni.

Oggi, che non ci sono più né Clara né Tullia, mi è venuta voglia di parlarvene anche perché stasera RaiStoria alle 21,10 manderà in onda il documentario “Tullia Zevi, la signora delle minoranze”.

Tullia Calabi Zevi oggi avrebbe 101 anni e ha lasciato un segno profondo ma discreto in tutti quelli che ha attraversato. Costretta all’esilio dopo che nel 1939 vengono promulgate le Leggi razziali, in America incontra si innamora e sposa Tullio Zevi. Rientra in Italia dove nascono Adachiara e Luca. Prima donna a essere eletta Presidente dell’Ucei, e non sarà facile convertire i suoi  interlocutori tuttimaschi, è lei che firmerà l’Intesa fra comunità ebraiche e Stato italiano, lei che per la prima volta accoglierà un Papa in Sinagoga, lei che stringerà la mano ad Arafat in Campidoglio, lei che farà lavoro di tessitura, dialogo, incontro a livello internazionale.

Da giornalista sarà reporter sia al processo di Norimberga che al processo ad Eichmann in Argentina: una vittima che assiste al processo dei suoi carnefici ma ci assiste da giornalista. Ritrovarseli di fronte, guardarli negli occhi, distaccarsene, scriverne, raccontarcelo. Quanta forza ci vuole?

Ma c’è un episodio che più di tutti mi ha reso “la signora dell’ebraismo italiano” indimenticabile. Da Presidente Ucei si trova ad affrontare il caso Priebke, il responsabile dei 335 martiri delle Fosse Ardeatine. Segue le udienze ed è in Aula anche il 1 agosto 1996 quando la Corte decreta la scarcerazione, il non luogo a procedere. L’efferatezza è a piede libero. Si scatena il finimondo, il Tribunale viene occupato e a quel punto, per motivi di sicurezza, lei resta chiusa nella stessa stanza con Priebke. La vittima e il carnefice. I conti della storia a portata di mano. Lì, davanti a lei. Da soli.

Ed è allora che lei decide di colpirlo. Con l’unica arma che ritiene di saper maneggiare: l’indifferenza. Con le braccia e le gambe conserte si siede di spalle al nazista. Muta. Immobile. Sono le sliding doors della storia e della dignità. E’ tarda sera quando finalmente li fanno uscire. Ed è allora che lei si reca alle Fosse Ardeatine con un fiore. La seguiranno in molti, in quella processione notturna.

Questa è l’immagine che porto con me di lei. Lei così composta, elegante, discreta, sobria. Ma così forte. Così invincibile.

 

Tullia Calabi Zevi
di Puma Valentina Scricciolo
Alino Editrice


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Delle rivoluzioni e dei pranzi di gala

Escluso che lo abbiano fatto per gestirsi in santa pace l’account Instagram, che pure aprirlo era stato un reale sgarbo ed è lì sul socialcoso più glamour che hanno dato l’annuncio urbi et orbi, dunque dicevo esclusa la ragion di social, resta effettivamente in piedi l’ipotesi che lei si sia sfracassata i cabasisi della real gabbia e della real parentela e sostanzialmente abbia realizzato che in ostaggio degli scones e dei tramezzini tondi al cetriolo delle 17 lei proprio non ci vuole stare (effettivamente ci si può pensare di stare solo se sono quelli preparati da Lady Violet). Dunque a proposito di cetriolo, lei potrebbe effettivamente aver deciso che no, mobbasta.

Dice ma lei lo sapeva che sposava un principe. E lui pure lo sapeva che sposava una recidiva dei divorzi. Ma il punto, scusate, è: davvero ci si può dimettere dalla royal family? Davvero si può fare da ogni cosa unpassoindietro? Ah sì? Pensiamo davvero che basti dare un annuncio di rinuncia per essere fuori da oneri e onori di un casato reale? Chi sarebbe -e chi sarà- la cazzuta donna che oggi rinuncia alla corona degli altri se non fosse stata PRIMA ciò che aveva accettato di essere? Non da tutto si può tornare indietro: o meglio si può annunciare di farlo e lo si può anche poi effettivamente fare ma il “Si amano, lasciateli in pace” non riusciamo a renderlo credibile neanche più nei film figuriamoci nella storia e “Qui esisto ma non vivo” sta bene sì e no in un testo per Sanremo candidato ad arrivare quarto.

La Megxit (che lui manco il nome ha potuto dare al gesto avanguardistico) avverrà -come ha osservato il mio amico Andrea- in Canada e cioè zona Commonwealth. E il vogliamo lavorare ed essere indipendenti è molto onorevole. Ma per ora poco credibile sul piano della realtà. Lei che manda un curriculum, intendo. Lo farà, certo. Ma… ci siamo capiti, no?

Per ora sembra un po’ come quei giovini che vanno a vivere da soli e continuano a portare la roba da lavare e ad andare a pranzo da mammà.

Indietro non si torna, Meghan: o meglio, ora ci si torna ma da “ex”. E non è proprio la stessa cosa. La rivoluzione non è un pranzo di gala, è vero. Ma purtroppo non basta rinunciare al pranzo di gala per farla.


(Inogniccaso leggetevi Sciandi su Il Foglio)


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Il cielo sopra il letto

Tutto in una notte. E’ questo il tempo a disposizione di due ex amanti che si ritrovano. Una sola notte per riamarsi e riperdersi, per ritrovare la passione erotica ma anche le incolmabili differenze ideologiche, etiche, morali, civili. Una notte per Saverio, imprenditore benestante mangiapreti e mangiabene -ha una catena di aziende di ristorazione- ed Elisabetta, insegnante in una scuola di periferia che vive in una casa modestissima e che spezza in due gli spaghetti prima di cuocerli.

Il cielo sopra il letto è quello che Saverio, ora vedovo, ha fatto costruire a sua moglie quando si è ammalata, un soffitto di vetro per farla morire guardando le cose che le piacciono, alberi foglie uccelli cielo. Lei, Elisabetta, se ne era già andata dalla sua vita, scappata. Si ritrovano a un anno dalla morte di lei. Per una sola notte.

Que reste-t-il de nos amours, cantava Charles Trenet. Cosa resta degli amori che si rincontrano? Nel pluripremiato testo di David Hare, scrittore, sceneggiatore e regista britannico, la voglia di vicinanza resterà schiacciata sotto un cumulo di sensi di colpa e di lontananze.

Ma in questo allestimento dell’Eliseo c’è un aspetto in più: che a recitare le due parti ci sono due attori che si sono amati  e si rincontrano da ex -qui- pure loro e a 20 anni da quando lo recitarono per la prima volta, quando cioè stavano ancora insieme: Lucrezia Lante Della Rovere e Luca Barbareschi. Ed è così che su quel palco di reincontri ne vanno in scena due. Ed è impossibile, seguendo Saverio ed Elisabetta, ignorare Luca e Lucrezia. E ciascuno di noi che oggi è quello che è ma che torna a essere, in quella loro notte, l’ex di qualcun altro. E immagina. E ricorda. E torna a chiedersi: cosa resta degli amori che si rincontrano? Cosa resta dell’amore lasciato dietro di noi senza più padroni?

Il cielo sopra il letto. Skylight
di David Hare
Teatro Eliseo, Roma
dal 17 dicembre al 5 gennaio

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Jane Austen, quello che le donne non dicono. Ma scrivono

Quando esce quello che è considerato il suo capolavoro, nel 1811, in copertina c’è soltanto l’intestazione “by a Lady”. Scritto da una donna. Il libro si chiama “Orgoglio e Pregiudizio” e la donna è Jane Austen. Nata oggi nel 1775.  Tanto per capire la lungimiranza degli editori aggiungiamo subito che il libro esce grazie al fratello che glielo paga, dopo che altri editori l’avevano rifiutato. Per “una donna” il cui volto verrà stampato sulla moneta nazionale, tanto per capire la strada che ha fatto da allora.

Jane Austen, la donna dell’ e-e (Ragione e sentimento, Orgoglio e pregiudizio) ma anche dell’o-o, che o la ami o la odi e se la ami non la molli più. Jane Austen che alla fine di romanzi ne ha scritti solo sei e di quelli dobbiamo campare. Altri non ce ne saranno. Eppure in qualche modo è come se li aspettassimo. Jane Austen che tutti e sei si concludono con il Matrimonio perché lì alla fine è sempre l’agognato approdo. Garantito da una che non si sposò mai. E possiamo discutere all’infinito, sul fatto che ciò sia antifemminista, antivero e antiattuale. Eppure, di nascosto, vergognandosene, c’è sempre nella vita un momento in cui la Cenerentolitudine si affaccia ed entro ci rugge. E noi il sogno del Principe lo vogliamo eccome. A costo di baciare rospi tutta la vita.

Jane Austen che per la prima volta al centro della scena mette sorelle, madri, amanti, amiche. Cioè le donne. Che gli uomini, come intuirà lei e dirà più in là Coco, possono indossare ciò che vogliono ma resteranno sempre un accessorio della donna.

Donne messe in guardia per tempo: donne che se si lasciano trasportare dal sentimento e trascurano la ragione andranno incontro alla sofferenza. Per tempo ma inutilmente. Che noi, Austeniane per ragione ma Masochiste per sentimento, se non si soffre non ci piace. Che il problema alla fine non è mai stato quello che le donne non dicono ma quello che dicono, lanciando il cuore oltre l’ostacolo prima e lanciando troppi chi t’è stramuorto dopo. Tutte Austeniane per ragione e Tucheseidiverso Almenotunelluniverso per sentimento. E non è mai stato neanche che le donne amano troppo: è che amano male.

Jane, tu ce l’hai scritto in tutti i modi. Ma mentre indicavi la luna noi guardavamo il signor Darcy e aspettavamo, con Mia Martini, quello di Minuetto. Che, siamai, “Rinnegare una passione no, ma non posso dirti sempre si’” perché alla fine
“Troppo cara la felicità per la mia ingenuità. Continuo ad aspettarti nelle sere per elemosinare amore”.

Jane, scusaci. E buon compleanno a te e a noi.

Jane Austen


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Brave a letto

Prosegue il dibattito scatenato da un quotidiano italiano a seguito della fiction su Nilde Iotti sulla presunta “esuberanza delle emiliane a letto”. Concita De Gregorio, chiesto al Direttore del giornale cosa intendessero per “essere brave a letto” non ha comprensibilmente ottenuto risposte. Per altre vie, provando a cercare su Google, alla locuzione “essere brave a letto” otterrete circa 9.290.000 risultati.

Dice Meripo’ ma mo’ perché te ne occupi? Me ne occupo perché la curiosità di cosa un uomo intenda con l’espressione “brava a letto” l’ho sempre avuta e mai è stata soddisfatta. Al contrario ho quasi sempre sentito uomini accusare donne di non esserlo per ritorsione: ovvero quando sono stati piantati malamente, quando le cose non hanno funzionato per loro o mentre erano in preda a rivendicazioni -anche legittime per carità- su altri piani. Il modo in cui la rabbia di una lite a un certo punto si incanala è anche quella del “non eri manco brava a letto”.

Io non dubito che in tutti questi casi essi, gli uomini, avessero ragione nel rimproverare una performance poco entusiasmante. Il punto perdonatemi però è: ma, esattamente, cosa vi ha fatto credere che dipendesse solo da lei? Lo chiedo soprattutto alla luce del fatto che, in linea di massima, e senza voler con questo sottovalutare il problema della frigidità femminile, mentre l’uomo è riuscito ad arrivare sulla luna, nei segreti del genoma, in quelli dell’universo e della fisica quantistica, ebbene pare che ancora stenti ad arrivare al punto G.

Non vorrei infine scomodare Harrytipresentosally ma, insomma, ci siamo capiti, credo, Direttore.

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Il giorno di Marta Cartabia, la prima donna presidente della Consulta

Si chiama Marta Cartabia e poco fa è stata eletta presidente della Corte Costituzionale.
Per la prima volta in Italia una donna arriva al vertice della Consulta. Alla Corte costituzionale, arriva nel 2011: è la terza donna dopo Fernanda Contri e Maria Rita Saulle ed è una dei giudici costituzionali più giovani della storia della Consulta. A volerla, a soli 48 anni, è il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano Dal 2014 è vicepresidente, ed è docente di diritto costituzionale. Cattolica che piace ai laici ha un profilo internazionale per studi e pubblicazioni.

Le sue prime parole sono queste: “Ho rotto un cristallo spero di fare da apripista. La neo presidente finlandese ha detto che età e sesso non contano più. In Italia ancora un po’ contano. Spero presto di poter dire che non contano più”.

La scorsa estate il suo nome circolava come quello di possibile presidente del Consiglio, prima che arrivasse il Conte bis. Perché per lei, e per molte donne con profili alti, i momenti in cui le si chiama a ricoprire ruoli di responsabilità non sono nemmeno dati dalla quota rosa ma dalla quota disperazione. Donne come Marta Cartabia e tante altre arrivano quando davvero non sanno più che caspita fare.

Siamo pieni di dichiarazioni auspicanti, per le donne. Questo finalmente è un fatto. E i fatti sono la cosa più ostinata del mondo.


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L’aria ruffiana e leggera del martedì sera

Cara Meri,
dopo anni e anni di onorato servizio nel comparto speciale delle “donne del martedì”, finalmente ho capito, si è alzato il velo sulla sostanziale differenza che c’è tra un appuntamento nei giorni lavorativi ed uno nel week end.
Dopo un’attenta analisi, dopo aver archiviato tanti di quegli appuntamenti infrasettimanali da far invidia all’ufficio anagrafe del comune di Roma, posso con certezza, pressoché scientifica, asserire che: se un uomo ti invita ad uscire dal lunedì al giovedì non gli piaci abbastanza, gliene importa ben poco di te.
Restano fuori dalla ricerca antropologica gli uomini che svolgono lavori nel week end, come cuochi, chirurghi del pronto soccorso e calciatori della Serie A.
L’indice di gradimento di un uomo, nei confronti di una donna, che invita ad uscire, è direttamente proporzionale alla scelta del giorno dell’appuntamento in questione: più è vicino al week end più gli piaci e quindi c’è possibilità che abbia intenzioni serie di vederti ancora.
Gli appuntamenti durante la settimana hanno sempre una via di uscita: “domani lavoro sul primo turno, è meglio andare… non posso dormire da te, c’è tanto traffico da casa tua al mio ufficio… ho scongelato una fettina da portare in ufficio per il pranzo di domani, sarebbe un peccatore sprecarla…”.
Tutto cambia se l’appuntamento si svolge dal venerdì sera in poi: lui sa che non ha scuse per non dormire con te, sa che potrebbe saltare il pranzo da mammà, che se va tutto bene, c’è anche la possibilità di non riuscire a vedere la partita sacra della domenica pomeriggio. E se un uomo è pronto a correre rischi così seri, l’unico motivo è che sia realmente interessato a te, tutto il resto è noia, come si dice, solo un modo per impegnare la settimana.
È nel week end che scegliamo di fare ciò che ci piace veramente.

Meri, e sai come ho capito tutto questo? L’ho capito solo quando ho iniziato anch’io a ricevere inviti per il week end, quando Marco ha iniziato ad invitarmi per il pranzo del sabato o, meglio, per il brunch della domenica che poi si è prolungato fino alla colazione del lunedì, prima di andare lui a lavoro ed io all’università, con la voglia e la sicurezza di rivedersi ancora.
Questo per dire che non è mai troppo tardi per cambiare lo status di “abbonata alle uscite del martedì”!
Raffa

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Sanna Claus

E dunque arriva dal Paese di Babbo Natale, Sanna Marin. Questa prima ministra donna della Finlandia che, con i suoi 34 anni, oggi diventa la prima ministra più giovane del mondo. Come non bastasse lei, guiderà un governo di coalizione con altri quattro partiti di centrosinistra, tutti guidati da donne: l’Alleanza di sinistra da Li Anderson, 32 anni; la Lega Verde da Maria Ohisalo, 34 anni; il Partito di Centro da Katri Kulmuni, 32 anni; il Partito Popolare Svedese di Finlandia, che rappresenta la minoranza linguistica svedese del paese, di Anna-Maja Henriksson, 55 anni.

Il suo programma ha tre voci: crisi climatica, lavoro, disuguaglianze. Vedremo cosa saranno capaci di fare, tutte e tutti. Per ora questo viso sta facendo improvvisamente invecchiare il resto del mondo politico oltre quanto già lo fosse fino a ieri.

Non credo che la carta d’identità e il corredo cromosomico siano un valore, lo dico da donna e dall’alto della mia menopausa. Credo però che certi gesti e certe scelte possano aiutare tutti, uomini e donne, a fare qualche passo avanti, ad avere meno paura.

Leggo infine entusiasti commenti di politici nostrani maschi i cui staff si compongono di maschi e che promuovono in ruoli di potere soli maschi. Attendo quindi che Babbo Natale ci porti anche le conseguenze di questo entusiasmo in termini più concreti e impegnativi di una dichiarazione alle agenzie di stampa.

Sanna Claus, confidiamo in te.

 

 


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Nilde Iotti, quanto ci sei, quanto ci manchi

Vi ho viste e visti, sa, ieri sera incollati davanti a Rai1 con gli occhi che ogni tanto trattenevano i lucciconi. Vi ho viste e visti al cospetto di Nilde Iotti, seguirla mentre scalava con fatica ma anche con determinazione le montagne del diritto di una donna di far parte della vita del partito, del Paese, del cuore.

Lei, la prima donna -e pure comunista- a ricoprire una delle tre più alte cariche dello Stato, venne eletta nel 1979. Fu Presidente della Camera per tre legislature e nessuna l’ha ancora eguagliata, non solo in durata.

Ma Leonile Iotti detta Nilde è stata anche partigiana, staffetta, combattente, ha fatto parte del primo nucleo di politici che ha preparato il Parlamento Europeo e soprattutto è stata una donna che, nonostante i ruoli pubblici, non ha rinunciato all’amore nel privato (e l’ha pagato a caro prezzo, quell’amore, confinata in una soffitta). Nilde Iotti che a quell’amore impossibile in tempi bacchettoni scrive “… Ti amerò sempre come ti ho amato dal primo giorno, come ti amo oggi” ma allo stesso tempo aggiunge “Nella mia vita potrei accettare di tutto, salvo che di non lavorare, di non essere me stessa”. Con quell’amore illegittimo adottò anche una figliola.

Il film la segue parallelamente alla vita di una bimba che assiste all’attentato a Togliatti e che crescerà seguendo la scia luminosa del suo impegno e del suo sguardo diventando poi giornalista. E ieri sera c’è stata anche chi, nei filmati di repertorio, si è riconosciuta giovane e piena di speranze accanto a lei mentre Nilde saliva e scendeva sull’altrui scale della Sapienza.

Nilde Iotti, lo sguardo più sereno e indomito della Repubblica. Quello sguardo e quella determinazione con i quali terrà testa a tutti i leader di Pci e Dc aiutando il cammino delle donne e del Paese, comprese le battaglia di divorzio e aborto. Quando il 20 giugno del 1979 per la prima volta sale sullo scranno più alto della Camera questo, tra l’altro, dice:

“Io stessa – non ve lo nascondo – vivo quasi in modo emblematico questo momento, avvertendo in esso un significato profondo, che supera la mia persona e investe milioni di donne che attraverso lotte faticose, pazienti e tenaci si sono aperte la strada verso la loro emancipazione. Essere stata una di loro e aver speso tanta parte del mio impegno di lavoro per il loro riscatto, per l’affermazione di una loro pari responsabilità sociale e umana, costituisce e costituirà sempre un motivo di orgoglio della mia vita”.

Rinunciò a tutti gli incarichi per motivi di salute il 18 novembre 1999. La sua lettera fu accolta alla Camera con un grandissimo applauso. Morì pochi giorni dopo, il 4 dicembre.

Nilde Iotti: ragione e sentimento. Ma soprattutto il fascino dell’intelligenza.
Ricordiamole, ricordiamole sempre, le persone capaci. Quelle delle quali nessuno ha avuto bisogno di notare o sottolineare più di tanto che fossero donne: erano, semplicemente, le persone migliori in quei posti.

E ieri sera, sui titoli di coda, un solo pensiero e un brivido mi hanno attraversata: dove saremmo, oggi, se lei ieri si fosse arresa?

 


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