Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Le Cinque

Le cinque fasi dell’amore:

Attrazione
Innamoramento
Esplosione emozioni
Disillusione
Mi prendo un gatto

#Giornatadelgatto

 

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San Valentino

Un pensiero solidale a tutti quelli che stasera entreranno al ristorante come Al Bano e Romina e usciranno come Morgan e Bugo.

 


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…io ti rispondo ho amato, ho amato tutto, eh

E insomma eravamo lì, sedute sul divano, bevevamo la Barbera delle Langhe, che la Mongu quando porta il vino non si fa parlare dietro, e mangiavamo cose che le papille stavano facendo la ola da mezz’ora, che quando cucina Ippo non si fa parlare dietro e manco davanti, ed eravamo in una casa bellissima le cui finestre si affacciano su Giordano Bruno, lì sempre a ricordarci che basta poco per essere mandati arrosto.

E insomma avevamo cantato a squarciagola “Perdere l’amore”, soprassedendo sul rosso Biscardi dei capelli di Massimo, gesummio massimì ma pecchè?, imbracciando lo spicchio di pizza di Roscioli come microfono.

E insomma era la serata perfetta per volare leggere, nonostante la lasagna e il riso pilaf e la pasta crema di broccoli e pancetta croccante, che ci vuole ben altro a noi per appesantirci.

E insomma a un certo punto la Rizzi tenta di sedare il combinato disposto provocato da Prosecco e Langhe ma non ci riesce. Noi ancora sulla scia di Perdere-l’amore-maledetta-sera, ma sulla scia di perdere soprattutto la malinconia di quel tempo passato che sta scolpito sui capelli di Massimo e sulle rughette di Tiziano e che da qualchepparte hai certamente anche tu.

E insomma a un certo punto, a quel punto, “Tre passi e dentro alla finestra il cielo si fa muto e resto lì a guardare”. E si fa muto anche Giordano. E financo noi. “Perché io so cantare so suonare so reagire ad un addio. Ma stasera non mi riesce niente”. Adesso, poi, non ne parliamo proprio. Passa ancora un calice di Barbera ma “è Perfettamente inutile cercare di fermare l’onda che Ci annega e ci lascia senza fiato”.

E insomma “Se è vero che il tempo ci rincorre” è vero soprattutto che ci prende sempre alle spalle. A tradimento. Qui, su un divano.

Ed è lì. E lì “L’attimo fatale in cui mi sono arresa. E come un pesce che non può più respirare Come un palazzo intero che sta per cadere”, Tosca mannaggiattè. “Tu sei l’unica messa a cui io sono andata Un treno che è partito Sparito in mezzo al blu”. Tosca, mannaggia a questa voce, mannaggia persino a quei ferretti in testa.

“E io adesso farei qualsiasi cosa Per averti fra le braccia Per rivederti” ma anche solo per tornare al rosso Biscardi dei capelli di Massimo. E io adesso farei qualsiasi cosa solo pe’ sapè che cazzarola di stregoneria ci ha fatto questa ieri sera -altro che Giordanobbruno- che ancora oggi non riesco ad ascoltare, e a pensare, ad altro.

Ma Se tu mi chiedi in questa vita cosa ho fatto io ti rispondo ho amato. Ho amato tutto. Eh.

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Lasciate ogni speranza

Si esce ma non si entra. La metro Barberini, altra grande metafora dell’amore.

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Ma angeli cosa, perché?

Ma Angeli cosa? Ma perché? Scienziate. Sono due scienziate. Ebbasta.
E sono Concetta Castilletti, responsabile dell’Unità virus emergenti dell’Istituto Spallanzani e Francesca Colavita, 30 anni, ricercatrice, precaria: se volete scomodare categorie celesti cercatele piuttosto un Santo in Paradiso che la stabilizzi.

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Donne de-vote. Il giorno in cui ci fu “concesso” votare

Nuova Zelanda, 1893
Australia, 1895
Granducato di Finlandia, 1907
Norvegia, 1913
Russia, 1918
Canada, 1918
Gran Bretagna, Germania, Olanda 1919
Stati Uniti, 1920
Turchia, 1926
Italia, 1 febbraio 1945

Abbiamo trasmesso una breve storia del diritto di voto alle donne. Che in Italia è arrivato con un provvedimento deliberato 75 anni fa, il 30 gennaio 1945 e che si chiamava “concessione” del diritto di elettorato attivo e passivo. Fu approvato dal Consiglio dei ministri e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 1 febbraio 1945: le donne italiane (con più di 21 anni ad eccezione delle prostitute che esercitavano «il meretricio fuori dei locali autorizzati») hanno potuto farlo  per la prima volta nelle elezioni amministrative del 1946 ma furono dichiarate eleggibili solo con un decreto successivo, il 10 marzo del 1946.

Se alla fine l’abbiamo spuntata –la storia è lunga e dolorosa– lo dobbiamo in gran parte a una donna cocciuta che si chiamava Anna Maria Mozzoni,  che nel 1877, rifacendosi a tutti quelli che l’avevano già ottenuto, presentò una petizione al governo «per il voto politico alle donne», la prima di una lunga serie di bocciature e di No. Morirà nel 1920 senza veder raggiunto il traguardo.


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Parlami d’amore Meripo’

Neanche la scoperta della particella di Dio è riuscita a risolvere il problema della smaterializzazione improvvisa degli amanti.
Quelli che scompaiono. Servisse rivolgergli un appello gli diremmo: bastano tre parole per uscirne come uno statista, Scusa-è-finita. Fatti sto regalo.

Tre paroline per entrare nella Hall of fame di quelli che, un giorno, andremo a ripescare nello specchietto retrovisore della nostalgia.

Credeteci: arriva il giorno in cui ci mancano un pochino financo l’inaffidabile e il bugiardo. Ma il codardo, o la codarda, proprio No.

Ma la priorità non è, ora, quello che avrebbero dovuto fare gli altri quando lo fanno-male. È cosa dobbiamo fare noi quando ci capita.
E cioè… (Continua su Repubblica Live… In edicola, sapete quei luoghi… per amatori, ecco appunto).


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Quante altre Elly state tenendo un passo indietro?

La prima persona che me ne parlò è la mia amica Grazia. La persona che me l’ha invece fatta conoscere è la mia amica Michela. A novembre, nel monastero delle Clarisse eremite a Fara Sabina, Michela organizzò una cosa chiamata FARE, femminista, ambientalista, radicale, europeista. E per la lettera F, femminista, mi disse

-Meripo’, ci vieni a moderare un dibattito? Ho invitato Elly.

Già, Elly. Ellyyyy… EllyCosa, con quel cognome strano.

Elly che quelle 4 parole le riunisce tutte, in realtà. In quel momento in pochi, mediaticamente, se la filavano. Lei un caterpillar. Preparata, determinata, puntuale, mai fuffosa nelle risposte, mai adulatrice nelle domande. Essenziale. Femminista e femminile senza un filo di trucco, con quell’ipad sulle ginocchia pieno di spunti, idee, cose fatte ma soprattutto cose da FARE.

E sarà stato il convento, la sorellanza, il senso di sconforto che ci veniva a guardare le foto dei panel solo maschi, dei convegni solo maschi, degli esperti solo maschi, della politica solo maschi, dei posti di responsabilità a solo maschi, fatto sta che alla fine, mentre guardavo Elly esprimere la propria competenza e il proprio carisma, mi sono chiesta:

ma perché una così sta nelle retroguardie?

E in questa domanda c’è la risposta a tante nostre odierne disgrazie. Oggi che, risvegliatici dall’incubo del pericolo scampato, c’è modo di accorgerci che da sola ha intercettato 22mila preferenze, recordwoman ovunque, oggi che come lei nessuno mai embeh allora ve lo richiedo:

Perché una così l’avete lasciata fino ad oggi nelle retroguardie nonostante la sua cazzimma e la sua competenza fossero lampanti e si fossero già espresse, nonostante la giovane età, fino alle Aule del Parlamento europeo?

E quante altre Elly state nascondendo?
Quante altre devono stare un passo indietro altrimenti vi fanno ombra davanti?
Perché, diciamolo, non è un problema solo di Amadeus, questa propensione a lasciarvi la scena intatta facendovi aiutare solo di sguincio sennò mi si ammoscia il Leader.

E dove potremmo essere, oggi, se lo aveste capito già ieri, che fare spazio a quelle brave non vi ammoscia ma, al contrario, ci fa andare avanti tutti insieme?


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Professorè, da Auschwitz nun po’ tornà nessuno

Ve lo ripropongo ogni anno. Perché non trovo altre parole che queste. Soprattutto oggi.

Alcuni governi, una separazione e tre lavori fa Meri Pop decise di non farsi mancare proprio nulla e accettò di verificare se era in grado di sopravvivere anche al Ministero della Pubblica Istruzione.
Un giorno la chiamò il ministro e le disse: “Meripo’ sto andando ad Auschwitz. Con i ragazzi. Copriti bene”.

Arrivarono una mattina di gennaio davanti a una montagna di neve bianca dalla quale spuntava un cancello di ferro nero. E sotto una gelida nevicata iniziarono a camminare a fatica tra le stradine dell’inferno. I ragazzi accompagnavano il ministro, Meri Pop i giornalisti, il ghiaccio e il silenzio accompagnavano tutti.

Andarono nelle baracche delle donne, in quelle degli uomini, in quelle dei bambini. Poi andarono anche al museo: cataste di abiti, occhiali, capelli, protesi dentarie, scarpe. Davanti a una scarpina singola taglia bambina la linea Maginot di Meri Pop crollò.

E cominciarono a scendere: tante, calde, veloci.

E’ a quel punto che, dal gruppetto degli studenti, se ne staccò uno -primo liceo scientifico, 14 anni massimo 15- e le si avvicinò, facendo cadere un’altra Maginot, quella che in qualche modo aveva tenuto una distanza di sicurezza e di comprensibile reverenzial timore tra i due.  E, dopo ventiquattr’ore di viaggio e di “Dottorè”, il ragazzo le poggiò un vigoroso braccio sulla spalluccia piangente, ed ora anche scossa, ed esclamò:

“Professorè, io me sto a trattenè da un’ora e mo’ tu sbraghi?”

E’ uno dei momenti salienti della Hall of Fame della mia vita. Uno di quelli ai quali ogni tanto attingo nei fotogrammi No. Insieme al fatto che, poche mattine fa, ero su un autobus e a un certo punto ho sentito uno che richiamava l’attenzione di tutto il jumbobus con:

“Professorèèè! Se ricorda?”
e con aria complice e abbassando la voce come dovesse rivelarmi la comune appartenenza alla Massoneria aggiungeva
“semo stati insieme ad Auschwitz”.

Ovviamente non l’ho riconosciuto ma dimenticare è, appunto, impossibile.
Ci siamo scambiati qualche battuta, ha già fatto la maturità. Poi gli ho chiesto quanti anni erano passati da quando eravamo tornati da Auschwitz.

Mi ha guardata e ha preso fiato. Poi:

“Professorè, mica lo so. Me sa che da Auschwitz nun po’ tornà nessuno. Io certe volte ce ripenso e me sembra che sto ancora là”.


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Virginia Woolf, che ci spinse all’abitudine del coraggio e della libertà

“Se guarderemo in faccia il fatto – perché è un fatto – che non c’è neanche un braccio al quale dobbiamo appoggiarci ma che dobbiamo camminare da sole e dobbiamo entrare in rapporto con il mondo della realtà e non soltanto con il mondo degli uomini e delle donne, allora si presenterà l’opportunità”.

E’ la giornata di Virginia Woolf, nata oggi 138 anni fa. Giornata di Stanze tutte per sé e di Femminismi e di Woolfismi e di Citazionismi.

Ma se da tutto il profluvio woolfiano dovessi fare un Bignami Woolf, un Ricordabile Woolf,  direi che, ieri come oggi, è ancora questo: “non c’è neanche un braccio al quale dobbiamo appoggiarci”. E’ solo occasionalmente che ne troveremo uno -di braccio- e sarà provvisorio, che quel milione di scale di Eugenio Montale che-ho-sceso-dandoti-il-braccio, di norma sono solo un accidente della vita, la regola restando l’aggrapparsi semmai al corrimano.

Per dirla in nove paroline occorre-prendere-l’abitudine alla libertà e al coraggio. Perché oggi come ieri potremmo con lei ripetere:

“Come contiamo poco e come tutte queste moltitudini annaspano per restare a galla”.

E’ per questo che lei la stanza tutta per sé la costruì prima di tutto nella sua spaziale testa.

“L’unica vita eccitante è quella immaginaria. Appena metto in moto le rotelle nella mia testa non ho più molto bisogno di soldi o di vestiti, e neppure di una credenza, un letto a Rodmell o un divano”.

Adeline Virginia Stephen incitò le donne a farsi largo nel mondo per tutta la vita. Ma un giorno, stanca e depressa, al largo decise di andarci lei: scese al fiume, si riempì le tasche di sassi e, senza alcun braccio al quale aggrapparsi, si lasciò morire nell’Ouse.

Virginia Woolf2

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