Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Col tractor en tangenziale vamos a ringraziare

Galapagos 11
Last but not least

In linea di massima a noi Pechino Express ce ha spicciado casa. E anche se io parlo lo spagnolo come Tina Cipollari c’è che Pi conduce mejo di Costantino della Gherardesca.

Ora, in conclusione, potrei dirvi di quel giorno che ci ritrovammo appesi a una cabinovia nel vuoto della giungla in quel di Mindo mentre pioveva come in Frankenstein junior.

Mindo. Quattro ore di pullman per arrivarci e cinque minuti per rendersi conto d’aver fatto na cazzata stupidaggine. Scesi dal veicolo essendo attrezzati come per scendere a buttare la mondezza al cassonetto -chi con le cioce chi con sandàlia chi con la pinza in testa- sentivo scendere anche gocce d’acqua dal cielo e, siccome non mi sfugge niente, dicevo a Pi
-Ma piove…
e Pi
-No no, le nuvole sono alt…
SSSSSCROOOOOOOOOOOSSSSSSSSSSSSSHHHHHHHHHHHHHHH
Sotto una pioggia battente ci si ritrovava a decidere intorno a un’agenzia di rafting quale tipo di percorso fare per arrivare alle stracaspita di cascate: sospesi col cavo o dentro una cabinovia? Inutilmente Angela cercava di riportare la deriva Indianajones a più miti consigli:

-Ma ‘un la si potrebbe andare al centro delle farfalle e delle orchideeee?

Nada. Todos si mettevano in marcia verso una sedicente cascatella alla quale si sarebbe dovuti pervenire dopo 20 minutos de jungla fangosa. Vedevo Pi avvicinarsi alla conducadora de cabine e confabulare, restandone infine deluso. Lei l’avrà dissuaso, continuavo a illudermi aggrappandomi all’ultima speranza prima di aggrapparmi alla cabinovia. Niente.

-Vamos, che qui alle 16 chiudono. Erano le 15,15

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Mindo vamos?

Dopo 20 minuti di fango, acqua e imprecazioni sentivo Ale (che nel nostro cumulativo dress-code si confermava la più Vogue, con pantaloncino leggero, maglietta verde militare e sciarpina camouflage) esclamare

-Basta, torno indietro

Non aveva neanche finito di dire Ba’ che già le ero alle calcagna e iniziavo la risalita verso la gabbiovia. Giusto allora, però, trovavo Pi all’arrivo, bagnato fradicio, che era risalito da mo’

-Si è messo a piovere forte e sono risalito
-Scusa, per curiosità, ma che cosa ti eri detto con la guardiana?
-Le avevo chiesto se aveva un sacco dell’immondizia condominiale
-Ma con questo casino ti preoccupi della raccolta rifiuti?
-No: l’avrei bucato e me lo sarei messo in capo, per fare tranquillamente tutto il percorso. Purtroppo non ce l’aveva

Purtroppo. Ma tu a uno così ma che je devi dì?

Oppure potrei dirvi di quell’altro giorno appresso, quando Pi disse
-Ragazzi, domani tutta vita, tirate fuori i costumi che si va alle terme di Papallacta, pozze di acqua calda nei pressi di Quito, relax, goduria.

e non ci sembrava vero. Peccato che giunti al caspita di Papallacta che sta a 3.000 metri di altitudine, fuori da ste pozze, pioveva che dio la mandava e facevano 8 gradi, puercamiseria. E dunque l’avventore avrebbe potuto vedere questa masnada di gente che, spogliatasi nelle cabine, ne usciva fuori in mutande correndo e trattenendo il fiato -con le ceste in mano piene dei vestiti da portarsi appresso- tipo Beep Beep fino alla piscina.

Ma no. Vi dirò solo dell’ultima sera prima di partire dalle Galapagos, quando Rafel Rubio Cana ci diciò

-Domani alle 8,30 vi riaccompagneremo all’aeroporto. Ma domani alle 5 de la manana vi porteremo da un’altra parte

Alle 5,45 della manana Rafael Rubio Cana ci sbarcava su North Seymour Island. Dove ci ritrovavamo soli con l’alba e l’immensità del mare di fronte e l’alba e l’immensità dell’isola dietro. In mezzo, ovunque guardassimo, leoni marini, albatros in amore, fregate innamoratissime con tutti i gozzi rossi gonfi, sule dai piedi azzurri, sule dai piedi rossi e poi sulle scogliere tipo quelle bianche di Dover un silenzio che mai come quella mattina parlava.

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Foto Professor Pi

A quel punto parlava anche Rafael Rubio Cana, sottovoce e avvicinandomisi mentre, senza fiato, guardavo tutto quel nonsoddirvi.

-Esto es un momiento. Un momiento que recordarà por siempre

Dice Meripo’ tu ti lamenti ti lamenti ma poi però ariparti. Ma perché?

Per quel momiento

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Foto Professor Pi

Per quei momienti. Porquè giusto ieri, mentre stavo abbastanza sgastianita e incazada porquè l’autobus no pasaba e porquè invece demasiados idiotas todos los dias ce sfracassano los cabasisi o ci amareggiano le giornate, all’improvviso quel momiento mi ha assalita alle spalle. A tradimento.  Ed è un gran bel momiento quello in cui un cretino te sta davanti e la sula dai piedi azzurri ti fa toc toc alle spalle e te estrappa una sonrisa mentre stai en el traffico de Plaza Venezia.

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Blue footed Boobye – Foto Luca

Sì, viaggiare. Per permettere alla sula azzurra, in ogni momiento, di vendicarci di fronte alle avversità o alle brutture che ci capitano e che non possiamo cambiare. Viaggiare come atto di resistenza.

Ultimo pero no menos importante: un viaggio, dice Pi, è fatto di posti ma anche di persone. Quelle che incontri ma soprattutto quelle insieme alle quali parti. E noi, lo sapete, si parte in linea di massima con persone sconosciute, effetto cioccolatino-Forrest Gump: non sai mai chi ti capita. E siccome el idiota in grado di rovinarte el viaje sta sempre in agguato, sempresialodato Darwin per questi che mi son capitati qui, che je vorrei fare un busto bronzeo.

E arisiccome in Ecuador c’è tanta bellezza ma anche tanta Laura Pausini, possiamo far partire l’inno, cantato a squarciagola variamiente sul pulmino:

E ari-arisiccome in viaggio c’è stata anche little big Sofia di anni 12, in viaggio c’è venuto pure Rovazzi e dunque ora, col trattore in tangenziale, andiamo a ringraziare:

Alessandra, Angela, Anna Rita, Carlo, Caterina, Danilo, Elena, Emanuele, Francesco, Irene, Luca, Paola, Paolo, Pietro e Sofia…. fue todo supercalifragiliEstichéspiralidoso. Grazie, muchas grazie.
Vuestra Meripo’

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Ecchice a Bartolomè – Foto Alessandra Rossi

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A-Pop-calypse Now

Galapagos 10

Premesso che io sto alla geografia come Di Maio al Venezuela e premesso pure che sto ormai alla penultima puntata e quindi daje che sediovuole andiamo a rientrare, ma secondo voi perché una che parte per una crociera alle Galapagos si ritrova dopo una settimana a fare una scuola di sopravvivenza nella foresta amazzonica? Avete presente la teoria dei sei gradi di separazione? L’ipotesi secondo la quale ogni persona può essere collegata a qualunque altra persona o COSA attraverso una catena di conoscenze con non più di 5 intermediari? Embeh a me per passare da Superquark a Apocalypto è bastato un passaggio solo: Pi.

Dico io: stiamo facendo sto bel viaggio, Oceano, leonesse marine, tartarughe giganti e ciaff ciaff voi nell’acqua (io col ciufolo che mi sono buttata  a fare snorkelling con l’acqua a 20 gradi). Ma porquè porquè porquè dobbiamo fare “un salto nella foresta amazzonica”? Eh??

Comunque pure qui altro sudoku di bagagli: tornati dalle Galapagos a Quito (ove avevamo lasciato i bagaglioni in un albergo), arismontavamo i bagaglini dell’Oceano e rimontavamo i bagaglini della giungla. Perché noi, en la foresta, ci siamo arrivati così:

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Ecchices – Foto Professor Pi

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El barco de las Amazzonia con nuestra guida – Foto Luca

Il Liana Lodge, in verità, si presentava muy muy agradable

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Liana Lodge a Tena – Foto Professor Pi

Non eravamo ancora sbarcati dal trabiccolo che la senorita del Lodge ci convocava per un otro briefing. E pensando di rassicurarci così esordiva

-Buenos dias. Escucha a me: qui tenemos le zanzares ma no tenemos né la malaria né il dengue y nemmanco zika. Però mettetevi los repellentes porquè tenemos mosquito muy aggressivi y otros insectos peligrosi

Panico. Nuvole di Autan si alzavano dai sediolini degli astanti come il napalm da Apocalypse Now. Spiegava poi che chiunque avesse voluto inoltrarsi nella foresta avrebbe dovuto farlo con riserva d’acqua sufficiente, repellenti, cappello, camicia a maniche lunghe, stivali e una guida obbligatoria. Ci si preparava dunque per il primo impatto.

Poco dopo il briefing, passando per uno dei viali, sentivo però provenire da una casupola di legno dei mugolii e dei gridolini

-Dai, dai, ancora, ancora

Era la voce di Pi, puerca la miserias. Ma è stato al

-Così così, spingi, spingi, ora tira

che ho fatto irruzione spalancando la porta. E ivi trovavo il poro Paolo, sudato e sfinito, che tentava di sfilare un par di galosce numero 47 dalla gambona di Pi, con El Prof che se teneba aggrappado alla panchina mentre el otro je tiraba invano lo stivale.

Era la “casa de las botas”, il deposito degli stivali dati in dotazione agli ospiti dal lodge. Finalmente, trovato un par di galosce numero 48, ci mettevamo in marcia. Alle ocho de la manana la temperatura era già a 30 gradi con tasso di umidità 92%. La nostra guida si presentava in maglietta pantaloncini e machete al grido di -Vamos!

Vamos un par de pelotas. Dopo un quarto d’ora eravamo più disidratati dei liofilizzati Knorr. El Machete si faceva largo annanz, noi tentavamo di inerpicarci sulla caspita di jungla amazzonica arret, todo en salita y todo sconnesso.

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Nosostros en la foresta – Foto Professor Pi

Io mi aggrappavo come potevo a liane e tronchi e stavo giusto costì quando lui, el hombre col machete, chiede uno stop e ci dice

-No ve afferrate a nada che sugli alberi ce està la Formica conga. La sua puntura puede provocar paralisi y dolor muy terrible e ventiquattr’ore di fiebre alta

Io me paralizaba no per la formica ma per el panico che me prendiò. Mosso a compassione, poco più in là, el hombre staccava un pezzo de palma e mi faceva una specie di bastone di appoggio, alla faccia de la formica conga. Da non confondere con la pora formica trabajadora, che si fa un mazzo tanto, trascinandosi pesi inauditi nell’indifferenza generale, cioè tipo la classe operaia e qui El Kompagno Pi aveva un mancamiento ma solo nostalgico.

Caldo che non vi dico, sudore a zampilli pure ne las bragas, effetto liofilizzato Knorr pure, mosquitos muy eccitatos.

El hombre a un certo punto si fermava vicino a un termitaio, faceva un buco nella crosta, aspettava che le termiti gli riempissero la mano e iniziava a spalmarsele spiaccicandosele tutte addosso

-Oddio Meripo’
-Eh
Perché dice che per loro quello è come l’Autan, le termiti spiaccicate emanano un odore che allontana i mosquitos

Poco più avanti ello se rifermaba vicino a una foglia che ce stava pendiendo sulla cabeza e con nonchalance diceva

-Esto es el ragno toro

una specie di microscopico ragnetto stava facendo tricot tra foglia e ramo

-Embeh?

-Embeh el suo morso puede matar a un toro! Regolateve!

E dunque, bellimiei, dopo ore di arrancaggio e dopo tutto sto sbattimento de formiche conga e ragni toro, sapete qual è la più grande lezione che ci viene da sta bella ammazzata nella foresta della caspita di Amazzonia?

Che quelli piccoli non li dovete fa’ incazzà, che so’ terribili.

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Meri, su guida y su machete en el bosque – Foto Professor Pi

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La cosmologia delle relazioni amorose e la sula dai piedi azzurri

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Cos’è l’amore? Da cosa si origina? Come si evolve? E cosa diventiamo noi, quando siamo innamorati?

-Meripo’ hai esagerato col canelazo? Che c’entra ‘sta deriva cosmologica con le Galapagos?

Vado a illuminarvi. Prima di partire ero andata a cena dalla mia amica Patrizia, che alle Galapagos c’è stata un po’ di anni fa. E, tra una portata di pesce e una Falanghina, a un certo punto aveva riscartabellato le foto e me ne aveva mostrata una sola: quella della sula dai piedi azzurri. E m’aveva detto: solo lei vale il viaggio.

In sostanza, per la gioia dei feticisti, sono partita in cerca di un paio di piedi palmati blù. E, dopo alcuni trasbordi nautici con conseguenti approdi tra un’isola e l’altra, li ho finalmente trovati in quel di Espanola. Scoprendo, o meglio confermando, che non si è mai pronti a incontrare davvero ciò che si è molto desiderato. Perché in luogo di quel mitizzato uccello del desiderio (marescià stia calmo) si faceva avanti una delle cose più ridicole che abbia mai incontrato in vitamia, questa:

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Una specie di Mr Bean palmato. Che raggiunge il picco del ridicolo nella danza d’amore. La sula, come tutte le donne possono ben comprendere, ritiene che il massimo della libido -per scatenare il sesso a sé avverso- risieda nelle estremità (per noi anche detta Sindrome Imelda Marcos).

Senonché qui parliamo di un maschio. Che si gioca tutto, quando va all’imbrocco, con una danza ancora più ridicola della sua espressione generale che già lo sarebbe abbastanza, sollevando a intermittenza prima una palmotta poi l’altra e contemporaneamente dandosi delle scrollatine.

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Sula Hoop – Foto Angela Faller

E si vede che ci crede. E si sente figoassai. Per meglio dire irresistibile: e più si autocompiace e si esibisce più innesca un effetto comico parossistico.

Il punto è che la sua partner, effettivamente, ce casca e in quel Mr Bean inizia a vedere Roberto Bolle e si dice

-Anvedi che Sulo

Vi ricorda qualcosa? Vi ricorda qualcuno? Cos’è dunque -come cantava il poeta- che ci spezza il cuore tra canzoni e amore che ci fa cantare e amare sempre più? E’ l’effetto-sula: guardi Mr Bean e vedi Bolle. Poi un giorno ti svegli e dici

-..Azzo è diventato Mr Bean

No, tesoro, lo era anche prima. Ma tu eri persa nel blu dipinto di blu. Dei piedi.

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Blue Footed Booby – Foto Sofia

 

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La sula e il sulino (figlio) – Foto Angela Faller

 

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Full Metal Jackie

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No, alle Galapagos non si va per abbronzarsi. Ci si cuoce direttamente. A 36 ore dai primi sbarchi i nostri dieciseis eroi deambulavano in su e in giù per la “Darwin”, la barca, e per le spiagge di approdo, recanti le stimmate della sfiga solare: ti cuocerai quando indosserai occhiali, ciabatte, calzini, maniche corte e bermuda. Con relativi segni bianchi su sfondo rosso: dunque tatuaggi dadaisti, più che abbronzatura.

Se poi uno ti dice

-Meripo’ quest’anno crociera alle Galapagos

tu legittimamente ti metti in modalità Jackie a Capri

Bastava il primo serale “briefing” con Rafael Rubio Cana, guida naturalista nonché nostro ranger, a 24 ore dall’imbarco. Già il fatto che in crociera serva un briefing avrebbe dovuto allertarmi. Insomma Rafael spiegava che:

1 La sveglia ogni mattina sarà fra le 5 e le 6 per sbarcare prima che possa arrivare chiunque altro
2 La notte si viaggia, e prendetevi le pillole che si balla, e di giorno si sbarca sulle isole
3 Gli sbarchi potranno essere asciutti o bagnati, con ciò intendendo su roccia o in mezzo all’Oceano perché non ci si può avvicinare a terra dunque di volta in volta vi dirò che scarpe e che “attrezzatura” serve
4 Orari pasti, ricreazione, snorkelling e attività verranno affissi ogni sera per il giorno dopo così come difficoltà delle escursioni, avvertenze e “pericoli”

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Nuestro barco Darwin a Santa Fe – Foto Luca

Ed era così che precipitavo in un amen da Jackie a Full Metal Jacket.

Stiamo poi trascurando di dire che il professor Pi soffre il mal di mare. Anzi, non è che soffre: il mare lo annocca proprio e, che mi risulti, è l’unico elemento in grado di farlo. In sostanza il mare riesce laddove non sono riusciti manco Berlusconi e i peperoni di sera. Gli assidui del blogghe ricorderanno le performance della Nuova Zelandia, mirabilante viaggio che la mia amica Chiara, che ha la dote della sintesi, riassunse con “in sostanza molto vomito”. (io intanto vi metto un po’ di foto delle isole, tanto per spezzare il transito geastrico)

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Las iguanas a Espanola – Foto Luca

Ora perché uno che soffre a sta maniera decide di fare un viaggio che prevede una settimana in mezzo all’Oceano in tempesta?

(-A Meripo’ ma quale tempesta, che stavi all’Equatore
-Ah bellimiei, la Sventola ha passato tutta la settimana sua con i tutti i partecipanti suoi sul ponte coi sacchetti, essi che imploravano di essere sbarcati e naturalmente lei col ciufolo che l’ha fatti scendere, qua dovete soffrì).

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Nuestro sbarco imbarco – Foto Irene

Perché Pi non è che va a fare una vacanza o un viaggio: Pi va. Punto. Sono io che cerco rassicurazioni, assicurazioni, appigli negli scompigli. In questo caso cercavo pure delle pillole contro il mal di mare. Che io, finora, non ho mai sofferto ma per lui e comunque pure per me nonsisammai. E così il mio medico viaggiatore -che conosce la stazza di Pi- mi aveva consigliato un bombardone pilloloso.

-Meripo’, con queste credo che non avrà più problemi. E di conseguenza nemmeno tu

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Isla Floreana – Foto Luca

Ettecredo: dopo aver ingurgitato la prima è entrato in coma vigile per due giorni, i primi del gran trasferimento notturno diurno. Ronfava, si alzava come un automa, mangiava, ricadeva in catalessi. Una pacchia. Poi però Angela gli ha dato le pasticche allo zenzero, Paola-Darwin gli ha inchiavardato un braccialetto ayurvedico al polso e la ricreazione è finita.

-Forza, sbrighiamoci, unfoppeddivvelo ma domani sveglia alle cinque, icchéstatefacendo che è tardi
con ciò riprecipitandoci in modalità Sergente Maggiore Hartman

In ogni caso s’è fatto una settimana di millemiglia marine con le perturbazioni e i cavalloni senza manco un vomitino (aggiornamenti gastrici a uso di Chiara).

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La leona ronfa in Santa Cruz – Foto Luca

Si diceva della vita di bordo a Galapagos. Aggiugete poi che non è che faccia tutto sto caldo per cui a ‘nacerta si iniziavano a indossare pile e giaccame vario. Ma di giorno el sol es muy caliente. Dunque avevo iniziato a sdoganare la protezione 50 e la mia inseparabile crema Nivea idratante. Ora ‘sta Nivea, formato mignon piccolo bagaglio, lì a Galapagos aveva una consistenza anomala: all’inizio fluida ma appena iniziavo a spalmarmela per bene ovunque, essa estaba solidificada, lasciava strisce, seccava anziché idratare.

En breve: una mierda. Ma continuavo a dare la responsabilità a tutto il frullare di altitudini e latitudini. A questo proposito si sappia che aprendo un qualsiasi flacone di crema a Galapagos provenendo da Quito, sita a 2.850, esso esplode. Primo teorema de Meripo’ che Paola Darwin sperimenterà di lì a poco con l’Amuchina per le mani uscitale come un geyser e andata ad allocarsi direttamente nell’occhio.

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Foto di Sofia

Fatto sta che solo alla fine della settimana, incavolata a bestia contro la Nivea, leggendo meglio l’etiqueta, vi trovavo scritto Nivea CREMA DA BAGNO: cioè io per sei giorni mi son spalmata sapone anziché crema.

Angela, appresolo, finalmente confessava:

-Ah ma ecco il perché di tutte quelle strisce in faccia, vedipoi, e io che mi dicevo “Vedi brava, la si mette tutta hodesta protezione solare a mastice”.

Io sì, protesto con Pi. Ma è pure vero che questo ancora s’incolla a giro per il mondo una che per una settimana s’è panata nel bagnoschiuma anziché nel doposole.

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La espectacular Bartolomè – Foto Professor Pi

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e Bartolomè vista da Sofia

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Uccellacci e uccellini

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Darwin, dicevamo. Che, diciamo pure questo, alle Galapagos c’è stato 45 giorni. Ripeto. 45 giorni. Pensavo ci avesse passato la vita, a raccogliere erbette e catalogare fringuelli, uccelletti e penname vario.

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Foto Paolo Fina

Una roba che altro che i francobolli, sta collezione doveva avergli prodotto la barbona bianca e anche un certo discendimento di cabasisi. E invece lui quel viaggio lo fece a 22 anni e alle Galapagos ci restò poco più di un mese. Ma soprattutto ci andò come naturalista a bordo su una barca che era lì tipo per spionaggio industriale, per mappare e riportare confini geografici e idrografici.

Invece, mattugguarda certe volte, a cena sul brigantino Beagle gli servono cotal nandù. Tipo uno struzzo. Ma un nandù più piccolo di quello di cui gli avevano parlato certi argentini amicisuoi. E lì, sotto alla forchetta, a Darwin inizia ad accendersi una lucina in testa. Il nandù è simile a quell’altro. Ma non uguale. Mh. Ma come, si dice, non sono stati creati tutti uguali? E perché una specie cambia? Naturalmente Charles non sapeva nulla di dna, genetica, gameti, mutazioni (-Anvedi Meripo’ ti diletti pure di scienze? -Se, beatavvoi, ho chiesto a Paola, Paola Darwin, che m’ha spiegato via WhatsApp e ha molto rimpianto i suoi studenti a constatare quanto fossi zuccona io. Comunque non tutti i suoi studenti, non esageriamo).

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Foto Paolo Fina

Ma torniamo a Darwin Charles. Egli si stava dunque pappandosi, in sostanza, la svolta della sua vita. Serendipity, amici miei, serendipity. Mentre stai cercando una cosa ne trovi un’altra mejoancora.

Ora, diciamocelo, quali intuizioni che hanno cambiato la vita del mondo abbiamo avuto finora noi a tavola? Io, peccarità, ogni volta che sto davanti ai tortellini della Luci o alla Pavlova della Lorenza o al salotto papale della Ippolita o ai manicaretti delle amichemie ho delle intuizioni sull’effettiva esistenza del bene -quantomeno del buono- nel mondo. Ma Darwin trasforma l’arrosto in una prova biogeografica. I nandù sono diversi perché hanno avuto un antenato comune ma poi qualcosa li ha divisi e si sono trasformati nel tempo.

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Fregata. Nel senso il volatile – Foto Paolo Fina

E comunque, sia messo agli atti, lui lì a Galapagos ancora non ci ha capito un beneamato ca.. fringuello.

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Fregata maschio che gonfia la gorgia come richiamo d’amore – Foto Professor Pi

Vede (come anche noi abbiamo potuto fare) meraviglie assolute, tocca (non si può), raccoglie (maisia), inscatola (peccarità, vi arrestano).

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Yellow uccellin – Foto Emanuele

Poi manda tutto a casa. O meglio spedisce. A Londra. E quando torna apre le scatole e inizia un secondo viaggio: quello nella sua testa. Cerca, e trova, connessioni nuove tra cose vecchie. Trova link, diremmo oggi. Collega. Che poi è la ricetta dell’intelligenza: fare collegamenti, stabilire connessioni fra cose apparentemente diverse. Avvicinare ciò che sembra lontano.

E qui finalmente una cosa accomuna anche me a Charles: il secondo viaggio. Quello che anche io faccio ogni volta che finisce il primo, viaggio. Quando inizia, a casa e nella memoria, il viaggio nella testa. Per raccontarvelo. Che io, diciamolo, dovrei pagarvi. Perché a scrivervelo posso rifarmelo. In santa pace. A casa mia. Con la doccia calda, il letto comodo e senza i caspita di marshmallow.

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Gufo galapaguegno – Foto Paolo Fina

-Vabbè, dopo tutto sto pippone, in conclusione Meripo’?

In conclusione appuntatevi questo: “Non sopravvive la specie più forte o la più intelligente ma quella che si adatta meglio al cambiamento”. Capito? Meno pippementali più datevenamossa.

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Galapagos, un apostrofo eroso tra le parole….

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Il motivo per cui sto contenendo le lamentele al minimo sindacale è che, alla fine, questo viaggio l’ho scelto io. Chiariamo: Pi m’aveva sottoposto una lista di ipotesi dalle quali aveva già scremato ciò che non gli aggradava (Maldive soft, Seychelles Wow, Polinesia e altre godurie) lasciandomi un Vietnam (in ogni senso) di destinazioni fra le quali Sikkim e Irian Jaya cioè roba che era certo avrei escluso ancor prima di finir di capire come si pronunciassero. In ogni caso appena avevo visto comparire Galapagos, lo capite da voi, mi ci ero tuffata a snorkelling.

Qui dalla regia intanto dovrebbe partire la sigla di Superquark

Grazie.

In ogni caso ciascuno di noi, prima o poi, arriva a un punto della vita nel quale andare a regolare i conti con Darwin. Quel sòla di Darwin, che ci ha illusi con la teoria dell’evoluzione e poi ci ha fregati con la pratica di Giovanardi.

E a questo punto dovrebbe comparire Alberto Angela (l’occasione mi è gradita per ossequiare le #angelers delle quali mi onoro di far parte, Astrid-Antonia e socie ArcheoPop sempresiatelodate).

L’appuntamento con Darwin (e con Alberto Angela) era in sospeso quantomeno dalla Laustralia, ove Paola-Darwin perlappunto mi introdusse alla mirabile scoperta di un tomo di 3.500 pagine tutto d’uccelli ed erbette da avvistamento, delle quali i tre quarti colà viventi erano velenosi, e che compulsivamente interpellava come gli aruspici ogniqualvolta ci imbattevamo in un qualcheccosa vivente.

Espletato l’ennesimo sudoku di bagaglio -Pi aveva avvertito: “portate un piccolo zaino perché alle Galapagos non si portano valigie grandi in quanto le cabine in barca sono molto piccole; il bagaglio principale lo lasceremo nel continente (ma indove?? vabbè) e verrà ripreso al ritorno a Quito (ma come? arivabbè)”, mo’ ditemi voi se una può viaggià così-, dicevo fatto l’ennesimo trasbordo di panni e suppellettili ci si recava all’imbarco di un aereo che ci avrebbe portato all’imbarco di un pulman che ci avrebbe portato all’imbarco di un canotto che ci avrebbe portato all’imbarco di una barca.

Però ve lo dico: già in vista della pista

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Il cielo sopra di noi, Galapagos sotto di noi – Foto Irene Davì

e all’imbarco del canotto, al porticciolino di Baltra, e trovati ad accoglierci Rafael Rubio Cano (il biologo-guida obbligatorio messoci alle calcagna dal Regno di Galapagos) e una leonessa marina spiaggiata sul pontile di fronte a una distesa di Oceano blù, beh io già lì ho avuto quello che chiameremo il Cedimento Emotivo Numero 1.

Sì, sovvecchia, evidentemente. Perché trasbordati con un canotto alla barca e ivi sistemati i bagaglini e ivi ripartiti alla volta di Mosquera, arisbarcavamo a una “prima spiaggia di ambientamento” (tipo i campi di acclimatamento dell’Everest) ove di leonesse marine ce n’erano spiaggiate a decine e decine, coi propri leonini e leonine. Assolutamente indifferenti a noi che gli sbarcavamo praticamente addosso.

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Leonesse marine – Foto professor Pi

Isola loro. Senza altro che loro.

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Primi leoni marini – Foto Professor Pi

Dentro e fuori dall’acqua.

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Secondi leoni marini – Foto Luca

E noi lì, dieciseis spettatori attoniti e silenti di un posto nel quale gli animali sono rimasti padroni del proprio territorio. Como en el cielo asì tambien en la tierra. E en el mare. Leoni marini che non si scansano, uccelli che non scappano, pesci che ti nuotano. E beh lì così contornata io ho avuto pure il Cedimento Emotivo Numero 2.

In ogni caso, subito dopo aver mosso i primi passi vagando en la playa stordita dalla bellezza, dal sole e dal jet lag, notavo un anfratto all’ombra contornato da rocce nere Mi stavo giustappunto accasciando su un ciottolone quando, a 30 centimetri dal disastro, mi accorgevo che mi stavo sedendo su una leonessa marina. Placida. Immobile. Coi baffoni all’erta mi degnava di un pietoso e compassionevole sguardo corredandolo di uno sputacchio a lunga gittata e si rigirava a dormire.

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Cià – Foto Emanuele

Angela, invece, inaugurava il soggiorno darwiniano con l’impatto frontale tra il suo piede e un sasso, vero, che le sfracellava un par di ossetti di un par di dita, senza alcuna altra conseguenza che un discreto florilegio lessicale e una ingessatura all’amatriciana anzi alla fiorentina approntata lìpperlì con un par di Salvelox.

E sì, al cedimento Emotivo Numero 3 del primo tramonto a Galapagos

Galapagos tramonto Irene

Foto Irene Davì

ho preso la manona di Pi e gli ho detto

-…Te possino

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El tomblero

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Dopo il determinante contributo all’approvigionamento energetico di Alausì ci si apprestava a farci queste sette ore di pulman con destino Quito, reduce da altre scosse di terremoto. El tomblero, come ho sentito dire a una signora di Quito, non trovando però questa parola in nessun vocabolario.

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E qui devo dirvi una cosa che riguarderebbe la fine del viaggio, 20 giorni dopo la puntata odierna di Quito. E cioè che quando la prudenza incontra il destino, la prudenza è spacciata. Perché è stato questo l’unico pensiero venutomi in mente quando, a fine viaggio, usciti dopo due giorni di foresta amazzonica senza luce e senza internet, ci ha raggiunti all’amaZoonico di Tena la prima frammentaria notizia di un terremoto in Italia. Lì dove il terremoto ha colpito duro quattro mesi fa, con un bilancio di 660 morti, 29.000 senza tetto e milioni di danni, lì dove per tutto il nostro soggiorno il fantasma di altre scosse ci ha affiancati sempre, e in un caso ci ha anche trovati a distanza ravvicinata, ecco lì dove a lungo avevo riflettuto se fosse il caso di andare, in quel momento ho pensato che a volte non c’è argine al destino. Che può ignorarti a Quito e venire a prenderti sotto casa. Un viaggio che sul finale ci ha dato, insieme a tanta bellezza, un’ansia implacabile per le notizie che iniziavano ad arrivare dall’Italia. E il dolore dell’impotenza. Che così è la vida, come cantava Joan Baez, quella che mi ha dado tanto, que ce ha dado la risa y ce ha dado el llanto.
E ora andiamo a continuare. E a comandare. Che con una viaggiatrice al seguito di anni 12 ci ha accompagnati pure Rovazzi.

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Continuiamo dunque aprendo una doverosa altra parentesi dedicata agli alberghi. Anzi agli “alberghetti”, perché è così che Pi scrive quando ci manda le istruzioni del viaggio alla voce “Pernottamenti”: alberghetti.

Capite da voi che la sòla si annida in quel diminutivo e attraversa la distanza tra le 3 sillabe della prima parola e le 4 della seconda. E oltretutto, in caso di ricorso al giudice di pace per chiedere i danni, pure el senor juez de paz me direbbe

-Meripopas, pero el profesor Pi escribió hoteles pequeños, y mo’ que caspita quieres tu da me?

Va detto che fino a Quito ello, el profesor Pi, había sorprendido a nosotros con una serie de alberghete niente male, segnalazione speciale che -se i dieciseis estan d’acuerdo- darei all’Hostal Orquidea de Cuenca,

Galapagos hotel Cuenca Pi

Hotel Orquidea, Cuenca – Foto Professor Pi

Borrero 9-31 y Bolìvar, ambientazione moresca, pieno centro storico, patio e ballatoi circondati da vetrate da giardino d’inverno.

Ecuador Cuenca hostal

Meri Pop en la Orquidea a Cuenca

La ricerca dell’alloggio a Quito si rivelava meno charmant, in quanto el hombre che avrebbbe dovuto prenotare -lo stesso del trenino- non l’habia fatto manco peggnente dunque la signora di Cuenca dice che aveva chiamato un’amicasua per un “equivalente hostel”.

El poro Alejandro, el conducador del pulmino, si gettava dunque sulle discese ardite ma soprattutto sulle risalite de Quito pervenendo a una specie di quartiere di tagliagole e narcos, ove tirava el freno a mano in front of una mefitica friggitoria accanto a decadente stamberguccia con todos i fili elettrici appesi de foris. Colì scendeva. L’ultimo refolo de esperanza attraversava i sedili

-Sarà sceso a chiedere informazioni sull’indirizzo esatto

invece quello si ripresentava alla portiera con la sentienza senza appello

-Estamos aquì, llegamos

-LLEGAMOS UN PAR DE PELOTAS… Io rimango aquì sopra – avrei voluto dire, prima di ricordarmi della fazenda di “alberghetti” e del senor juez de la pas

Immaginate un’ambientazione film di Zorro ma dentro a uno splendiore che fu, completamente decaduto. Con los bagnos da dividere con la famiglia della padrona de las casa. Il punto è, signorimiei, che di fronte all’accrocco attuale, nelle cui assi di legno vissuto dei pavimenti, nelle mattorelle istoriate e scheggiate, nei paramenti sbiaditi e beh invece di attaccare il solito pippone a Pi, appunto, mi son guardata intorno e gli ho detto

-Però, in qualche modo esta decadienza è affascinante

Il che, lo capite, certifica la resa, el rendimiento final

E dunque all’una di notte, quando stremati eravamo finalmente svenuti nell’improbabile letto del Big Mama House de Quito, ecco che venivamo svegliati da un boato, accompagnato da un tremore di suppellettili e vetri.

El tomblero. Il terremoto. La vita che ti passa davanti in un attimo, il cuore in gola, i residui neuroni ancora attivi alla ricerca delle rudimentali regole dell’emergenza, niente ascensori (ma quali ascensori), cercare i muri portanti eccetera. In realtà Pi ronfava della grossa.

El panico che me prendiò mi consentiva comunque di dargli due manate sulle spallone, così scuotendolo per trarlo in salvo con me, quando ello, El Pi, aperto un solo e contrariato occhio, bofonchiava

-Che c’è?

-Profesor Pi, il terremoto, un altro…

ed è stato lì che, aperto anche l’altro occhio, riacciuffandomi e riportandomi sul letto con la possente sua manona sentenziava

-Meripo’, è l’escavadora

-Eh?

-Stanno asfaltando la strada, è il martello pneumatico, rimettiti giù e dormi

-Ma è l’una di notte, quale escavadora??

-Embeh, sarà l’escavadora notturna, ho detto Dormi

Ora, dicoio, por todas las escavadora, ma a te, assessore ai lavori pubblici de Quito, ma come caspita te viene en la cabeza di rifare il manto stradale con l’escavadora all’una de notte la sera seguiente un terremoto?? Come? Eh?

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Ciuff ciuff

Galapagos 4

La notte, che di norma dovrebbe portare consiglio, continuava a portare un trapanante svampimento di cabeza. Ma alzandomi dal letto notavo anche un improvviso, crescente formicolìo alle mani che, sulla punta di todos los ditos, diventava vero e proprio sciame di scosse elettriche. Una specie di sensazione continua di dita nella corrente.

La gravità della questione veniva così affrontata da Pi

-Professor Pi sento come delle scosse elettriche sulle dita…

-Mh

-Hai capito?

-Sì

-E che pensi di fare?

-Meripo’ e che devo fare? Prendi l’adattatore che ci ricarico il cellulare

-Tu stai sottovalutando la situazione

-No, Meripo’, io ottimizzo

L’Ottimizzatore riteneva che una colazione come si deve avrebbe rinfrancato l’umore e scaricato i watt prensili. E a colazione, di fronte al solito uevo frito, scoprivo che con la stessa questione elettrica alle mani era alle prese la mia compagna di distaccamento Diamox. Notizia che, pur non risolvendo un ciufolo, allentava la presa ansiosa anche se non quella elettrica.

Ma è stato salendo sul caspita di trenino delle Ande -dal rassicurante nome La Nariz del Diablo (una sfida ingegneristica di binari sul costone della montagna, senza curve,

Ecuador treno Ema

Cambio de pendiente zigzagando – Foto Ema

per cui si va avanti e indietro a zig zag sullo strapiombo col macchinista che scende, cambia gli scambi e si mette a riguidare dalla carrozza finale che passa in testa, en la cabeza)-

La nariz del diablo - Foto Professor Pi

La nariz del diablo – Foto Professor Pi

dicevo era salendo su sta Nariz che, nel vagone in cui ero con Pi, quattro nostre vicine indigene, nel senso del luogo, tentavano di farsi un quadriselfie con resultados embarazantes.

Era a quel punto che mi offrivo volontaria dicendo

-Si tu quieres te scatto io la fotos

E nel preciso istante in cui ella me porgìa el telefono e io lo acchiappaba, partiva una schicchera elettrica che lèvati, tipo centrale di Civitavecchia. Entrambe sobbalzavamo atterrite rimpallandoci il telefono ed è stato allora che lei, furibonda scusandosi con me e rivolta alla madre, ha detto:

-Esta mierda de celular… està maldido!

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Pop must go on

Interrompiamo momentaneamente le trasmissioni dei dispacci Galapaguegni perché oggi Freddie Mercury avrebbe compiuto 70 anni. E gli assidui del blogghe sanno. Sanno che lui era il re del rock. E io la cialtrona Pop. Ripubblico, quindi, a universale monito. Freddie, ovunque tu sia, se puoi perdonami. E sappi che, ogni volta in cui in ufficio passa un servizio del Tg su di te -tipo oggi in continuazione- si alzano tutti in piedi dicendo
-A Meripo’…te possino

Mi ricordo ancora dove ero seduta. E dove era seduta Paola. La mia collega. E pure Emanuela, per dire.
Redazione Interni, io alle agenzie. Tipo vigile urbano.
-Meripo’ avverti se succede qualcosa
-Certo

Un giorno di ordinaria calma semipiatta. Certo c’era sto nome ricorrente ma era a Spettacoli. E che io sono Spettacoli? No, Interni. Certo arrivavano i messaggi di cordoglio. Parecchi. Un fiume. E che io sono Fabozzionoranze?

Poi a un certo punto arriva il cordoglio della Regina d’Inghilterra. Ed è lì che calo il jolly. Sottovoce:

-E’ morto un certo Freddie Mercury
-EEHH????? (Paola)
-CHECCOSAAAA???? (il capo)
Schiarendomi la voce
-E’ MORTO… TRE ORE FA

In ogni caso è stata un’esperienza interessante spolverare scrivanie nei sei mesi successivi.

Freddie re

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Aria sottile

Galapagos 3

Giunti i nuestros dieciseis eroi col poderoso pulmino in quel di Alausì per prendere il Ferrocarril Transandino, sulla colazione dell’Hotel San Pedro -uevo, agua caliente, panada con queso- calava, oltre alla marmellata de guava, la notizia che a Quito nella notte c’era stato un nuovo terremoto. Più lieve di quello di quattro mesi fa. ma sempre sti 4,7 gradi era. E secondo voi i dieciseis ove erano diretti?

Dunque, tutti si dirigevano come un sol uomo al Ferrocarril ove scoprivamo che el hombre che avrebbe dovuto prenotare el treno non l’aveva fatto manco per el cavolo.

Si affacciava a quel punto l’ipotesi -essendoci giusto dieciseis puesti per il giorno dopo- di poterci fermare un altro giorno ad Alausì per il caspita di trenino e così mettere un altro giorno in mezzo fra noi e il terremoto di Quito (prime notizie parlavano di frane sulle strade).

E che si sarebbe potuto fare hoy para matar el tiempo? Una bella ascensione al Chimborazo, 6.310 metri, la vetta più alta delle Ande ecuadoriane nonché quella con la cima la più distante dal centro della terra, cosa che ne fa la regina anche rispetto all’Everest.

Pensando che un paio di estati in Trentino e qualche trekking all’Orsigna avessero fatto di me una provetta Messner mi predisponevo all’ascensione andina. Senonché già nel pulmino, superati i 3.000 metri di altitudine, sentivo la testa tipo dentro alle ganasce di uno schiaccianoci. Questione che arrivati al campo base dei 4.200 si era trasformata in una trapanatura continua di cabeza tipo dentista che scava nei molari. Si chiama “soroche”, mal di montagna. Da non augurare a nessuno, insieme a traslochi e divorzi.

Caricata a bordo la guida obbligatoria, un Quechua non quello di Decathlon (e qui finalmente trovavo spiegazione all’incomprensibile marca, ovvero le popolazioni delle Ande centrali) il pulmino ci portava su un sentiero a picco in mezzo alla cordigliera, semidesierto abitato solo da splendide vigogne, a 4.800 metri.

image

Vigogna Quechua – Foto Angela Faller

E’ stato a quel punto che, una volta scesa, mi è tornato in mente il titolo di un bel libro di Jon Krakauer, Aria sottile, resoconto di una disastrosa spedizione sull’Everest a cui anche lui prese parte. Già dal predellino sentivo un effetto aspiratore, come se qualcuno avesse azionato un Folletto risucchiando tutta l’aria circostante. Testa vuota (più del solito, intendo) e trapanata, respiro boccheggiante e andatura da cosmonauta Yuri Gagarin.

Aria sottile, appunto. Imprendibile, poco immagazzinabile. Ogni passo accelerato un tonfo nel petto. Aria sottile. Aria preziosissima. Ma sempre più inafferrabile.

Ecuador Chimborazo Ema

Cima Chimborazo – Foto Emanuele

Ecuador Chimborazo Cate

Arieccolo – Foto Caterina De Zanche

A quel punto il professor Pi spiegava che chi avesse voluto poteva tentare l’ascensione che prevedeva due fasi: 5.000 e 5.100, aggiungeva che si sarebbe trattato di una operazione “impegnativa”, di valutare bene quindi le proprie condizioni fisiche di sostenibilità. Da quando lo conosco credo fosse la prima volta che gli sentivo scomodare l’aggettivo “impegnativo”, ancor oggi apostrofando i 16 km di giungla malese con 95% di umidità come ‘na passeggiata di salute, tanto per darvi un ordine di grandezza.

Lui, Pi, da parte sua, sarebbe rimasto con noi al campo base, con noi intendendo il plotone di sfiatati con trapanatura di cabeza del quale a tutti gli effetti facevo inequivocabilmente parte. Senonché, rifugiatici nell’amena caffetteria del campo-base, ecco che appariva sul tavolo la cioccolata calda con i caspita -di nuovo- di marshmallow (che gli assidui del disgusto ricorderanno dalla Nuova Zelandia). E contestualmente appariva pure Pi facendo capolino col capoccione e dicendo

-Tento solo qualche breve passo e scendo

con ciò ripresentandosi dopo due ore avendo fatto tutto il percorso fino ai 5.100, arrivando terzo e tosto ridisceso fresco come tornasse dal monte Morello.

Il gruppo cioccolata, tramortito non si sa se più dal soroche o dai marshcosi, si distingueva per un “distaccamento Diamox”, ovvero la sottoscritta e Angela, che sopportata abbondantemente la trapanatura de cabeza tentava di porle fine ingerendo la medicina consigliata, un diuretico. Che, va detto, il mio viaggiantissimo dottore mi aveva prescritto  sapendo del tipo di viaggio e di altitudine ma pensando soprattutto a Pi come utilizzatore finale, dato che pure ci ha nacerta, nacerta più di me che già ci ho nacerta, intendo.

Lui, appunto, ridisceso dal Chimborazo Morello come tornasse da una scampagnata nella Piana, zompettante come una vigogna nel pieno fermento adolescenziale e forse canticchiandosi pure “Vecchio scarpone quanto tempo è passato”, in attesa del resto degli ascensionisti si tuffava nella cioccolata. Ed è stato lì che il marshmallow ha colpito perché, coincidenza o no, subito dopo averla finita si accasciava sulla sedia sfinito e ciondolante.

Angela del gruppo Diamox, spintasi nel circondario per far foto, doveva arrendersi al soroche e rientrare. E commenterà qualche giorno dopo, riguardando le immagini

-Hodeste vigogne… mi son costate un polmone (vedi foto piùssù)

Una volta rientrato anche l’ultimo ascensore (nel senso di colui che ascende) si ridiscendeva col pulmino a più ragionevoli 4.100.

Non starò qui a dirvi le facce dei nostri eroi che vorrei menzionare uno cadauno: Carlo, Caterina, Elena, Emanuele, Francesco, Irene, Luca, Pietro, Paola, Paolo. Tutte diversamente stravolte ma tutte con lo stesso fumetto impresso sopra:

Cielos! (traduzione: Miiiiiiiinchiachebbotta)

ma anche

AriCielos! (trad: Miiinchiachesoddisfazione)

Ecuador Chimborazo2 Ema

El Chimborazo – Foto Emanuele

Il distaccamento Diamox sentiva vagamente allentare la morsa della trapanatura ma non l’effetto ganascia. Tornati ai 2.500 metri di Alausì, decimati e silenti, ci si recava a un ristorantino ove ci si tuffava in una zuppa de quinoa e aridove un canelazo faceva poi il miracolo finale.

Dice Meripo’ e allora?

Allora, bellimiei, riguardo alla vicenda aria sottile la questione è questa: forse le cose davvero importanti sono tipo l’ossigeno nell’aria. Non si vedono. E ci si rende conto di quanto siano vitali solo quando ci vengono a mancare. E dobbiamo riconquistarle da capo. In ogni caso i marshcosi fanno schifo a qualsiasi latitudine e altitudine.

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