Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Anche le grandi cadono. Ma solo le grandissime sanno rialzarsi con stile

Tempo fa sperimentammo su questo blogghe le proprietà terapeutiche del Daje. Vi ricordate? L’amico piccolino e l’amico grande grande s’erano trovati in mare aperto con una tempesta in corso. Per tutti e due si era messa in moto una catena che, riassumendo, avevo definito “del daje”. Che è romanesco, sì. Ma la catena dell’”orsù” non ha la stessa spinta propulsiva, diciamo.

Mi è tornata un mente questa cosa della catena e della spinta del Daje perché domani mattina una amica ha un appuntamento importante. Torna libera. O meglio ha la prima puntata del tornalibera. Ha un’udienza di separazione. Che è un momento doloroso, molto. Intanto perché si entra in un tribunale. E non tutti pensano, quando si sposano, che se le cose non vanno tocca presentarsi da un giudice. Il prete o il sindaco, tutto sommato, sono meno impegnativi. Insomma uno entra lì per certificare il proprio fallimento. Tipo con gli scatoloni di Lehman Brothers in braccio.

E la sera prima è complicata: non passa mai. Anche la mattina, in verità. Ma la si riempie facilmente con ansie vestitorie di ogni tipo. Dunque, amica nostra, approfittando anche del fatto che siamo nella Paris Fashion Week, domani come su una passerella. Anche le più grandi cadono. Ma solo le grandissime sanno rialzarsi con stile. Daje.

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Dell’andare a “vedere” una mostra

La prima cosa da dire è che io non sapevo nemmeno come si pronunciasse. E continuavo a dirgli che lo avrei portato a vedere la mostra di Escher con ch di chiesa. E lui continuava a dirmi
-Certo, ci vengo volentieri alla mostra di Escer
C’è poi da aggiungere che in realtà io non portavo proprio nessuno: non volevo andarci da sola. A incontrare l’opera di un formidabile nonché inquietante genio che dice cose tipo
“Io non uso droghe, i miei sogni sono già abbastanza terrificanti”.
Che però dice pure “Siete davvero sicuri che un pavimento non possa diventare un soffitto?”

E anche: “Solo coloro che tentano l’assurdo raggiungeranno l’impossibile”.

Fatto sta che ho aspettato che planasse a Roma il professor Pi e ci siamo portati al Chiostro del Bramante dove ad aspettarci c’erano 150 opere di Maurits Cornelius Escher, litografo dell’impossibile plausibile, dell’arte che incontra l’aritmetica, la geometria, la cristallografia, la fisica, l’architettura, insomma avete capito perché mi son portata Virgilio, nel senso il badante.

Il punto è che, passando davanti a quei misteri chiamati quadri, rimanevo lì a sguerciarmi spesso senza “vedere” ciò che avrei dovuto e vedendo invece ciò che non c’era; perché questa cosa di Escher non è stato andare-a-una-mostra: è stato entrare in quell’antro buio e misterioso chiamato dentro-di-sè.

Tu guardi ma non necessariamente vedi. E vedi ciò che è possibile e impossibile allo stesso momento. Insomma un casino. Aggravato dal fatto che c’erano persino dei pannelli di spiegazione delle leggi ottiche o fisiche o matematiche applicate.

E lì la tragedia ulteriore: stavo fissa sul quadro con la faccia a punto interrogativo finché una mano compassionevole mi si poggiava sulla spalla e una voce dall’alto alle mie spalle diceva
-Meripo’ vedi, questo è ciò che sta alla base della teoria dei frattali
-Meripo’ vedi il dodecaedro?
-Meripo’ vedi qui la regola della buona forma? EEEHHH?? Cioè che qualsiasi cosa vediamo tendiamo a percepire sempre la struttura più semplice

I frattali. Il dodecaedro. La buona forma. Un continuo e fallimentare annaspamento nei ricordi di scuola. Finché, al Nastro di Moebius, il professor Pi ha addirittura preso il cartoncino della mostra e me lo ha piegato per spiegarmi dal vivo il concetto.

Vi risparmio tutto il resto della psicologia della Gestalt. Le cui 8 regole (rappresentate nei quadri del genio) voglio comunque elencarvi (Wikipedia santa subito):

  1. buona forma (la struttura percepita è sempre la più semplice);
  2. prossimità (gli elementi sono raggruppati in funzione delle distanze);
  3. somiglianza (tendenza a raggruppare gli elementi simili);
  4. buona continuità (tutti gli elementi sono percepiti come appartenenti ad un insieme coerente e continuo);
  5. destino comune (se gli elementi sono in movimento, vengono raggruppati quelli con uno spostamento coerente);
  6. figura-sfondo (tutte le parti di una zona si possono interpretare sia come oggetto sia come sfondo);
  7. movimento indotto (uno schema di riferimento formato da alcune strutture che consente la percezione degli oggetti);
  8. pregnanza (nel caso gli stimoli siano ambigui, la percezione sarà buona in base alle informazioni prese dalla retina).

Ora, sostanzialmente, quello che ho capito -e con queste premesse lo capite da soli quanto io sia affidabile- è che non vediamo quello che guardiamo ma vediamo quello che pensiamo. Me sto a incartà. Cioè vediamo quello che siamo pronti a vedere non quello che realmente c’è.

Spero non vi stia sfuggendo la ricaduta da Escher a Giovanni. Intendo dire il passaggio di questo concetto dai frattali alle frattaglie dei nostri presunti uomini ideali. Quello che vediamo, quello che vogliamo vedere e quello che realmente sono.

E dunque da quella mostra si esce con un unico grande punto interrogativo: ma noi in effetti, quando crediamo di vedere, che caspita vediamo in realtà? E vediamo la realtà o ciò che riusciamo a percepire e accettare?

Bellimiei, guardate in che razza di guaio ci si può trovare solo per aver detto
-Andiamo a vedere una mostra?

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La silenziosa strage dei bottoni

Fra le sorprendenti scoperte della giornata c’è che io, oggi, non indosso neanche un bottone.

Dice Meripo’ non ci hai proprio un tubo da fare, eh? In realtà avevo aperto due mail, tre giornali, due video, Uozzappa e anche il socialcoso2 quando l’occhio mi è andato sull’articolo del giorno che secondo me è questo di Giacomo Papi su Il Post: “Quella mattina decisi di contarmi i bottoni”. Cioè sostanzialmente la storia di una specie di Gregor Samsa che invece di svegliarsi accorgendosi che è diventato uno scarafaggio si sveglia accorgendosi che indossa 33 bottoni. La metà rispetto ai 70 ritratti in una foto del 1947 addosso a un uomo dell’epoca.

“Una strage avvenuta nell’indifferenza generale”, chiosa lo sbigottito Botton Samsa. Come non bastasse “I bottoni reali sono dimezzati, ma le categorie (di lavoratori legati all’uso dei bottoni) sono 13 volte di meno”. Bottom Samsa parte da qui per dimostrare quanto sia cambiato il mondo della produzione, del lavoro e della necessità di fare riclassificazioni “larghe” delle categorie (“Tanto più l’interesse è definito, tanto meno persone riguarderà. Redattore, cronista, redattore, inviato, inviato speciale, reporter, corrispondente, informatore, giornalista… A rileggere la classificazione Istat 1971 sembra di vedere scribi, gazzettieri, frati amanuensi che sgomitano per una definizione, anche se sono morti da secoli).

A me invece è venuto in mente che uno dei “tesori” inestimabili di quando ero piccola era La Scatola Dei Bottoni Di Nonna Quintina: nonna era sarta, “sarta rifinita”, e in 70 anni di lavoro -che iniziò a 13 anni- aveva conservato tutti i bottoni avanzati e li aveva riposti in una scatola di latta. Da quelli dei cappotti Loden a quelli degli abiti da sera, da quelli di legno agli strass. La scatola, che si riempiva di anno in anno, era chiusa in un cassettone ma a volte nonna la tirava fuori e mi permetteva di aprirla e affondarci le mani dentro. Assicuro che il tuffo delle mani nei bottoni ha un potere catartico come poche cose hanno. Quando nonna è morta non ho fatto in tempo a recuperare la scatola prima che arrivasse lo svuota cantine. Ci penso ogni giorno, da circa vent’anni.

E dunque la silenziosa strage dei bottoni mi colpisce su tanti fronti. Perché, dopo la scatola taumaturgica, ora spariscono pure loro: i bottoni. Dice ma è il progresso, Meripo’. Io, per dire, oggi ho una lampo e un gancetto ai pantaloni e niente sulla maglia.

E’ un mondo che se ne è andato da un pezzo ma del quale sento il vero dolore della perdita solo oggi. Come è successo con la scatola. E con nonna. E come succede anche con le stelle. Che noi continuiamo a veder splendere in cielo. Ma molte di loro già non ci sono più da tempo. Però secondo me in questo c’è anche una bella notizia: quando guardiamo le stelle di notte, le vediamo come erano. Cioè le vediamo ancora. Anche se non ci sono più. Bello, no?

E voi quanti bottoni vi vedete addosso, oggi? E quanti ne avete veramente?

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I dieci stadi dell’amore

Al termine di un congruo periodo di osservazione, incrociando anche evidenze scientifiche rilevate nella comunità internazionale, riterrei utile pubblicare una prima sommaria classificazione in scala Pop dei dieci stadi dell’amore:

1 Che stronzo
2 Che dannatissimo stronzo
3 Apperò
4 Granfico
5 Mio
6 Stronza
7 Che dannatissima stronza
8 Suo
9 Stronzo
10 Che dannatissimo stronzo

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Zitti e Muti

Nell’indimenticabile viaggio a Londra scortata dalla mia amica Mariapà scoprii, oltre alle mie radici di Viale dei Ciliegi, il fascino dello stalkeraggio artistico, cioè viaggiare inseguendo non solo bellezze ma anche bellezzi. Cioè sostanzialmente noi eravamo lì all’inseguimento di Jude Law versione Enrico V (intercettammo anche un Colin Firth seduto in prima fila). In realtà Mariapà poi insegue anche la Signora in giallo e svariati altri artisti e ogni tanto si regala questi piccoli grandi risarcimenti per l’anima: due giorni con volo low cost e alberghetto per afferrare questi sprazzi di mistero chiamata arte. E Mariapà non è l’unica.

Tutto questo per dire che Riccardo Muti lascia l’Opera di Roma per impraticabilità del campo.  Troppo casino, dice sostanzialmente. La mia amica Rossella sta già mettendo in rampa di lancio l’hashtag #nciafacc. Se una decisione simile l’avessero presa Totti o Tevez probabilmente oggi saremmo travolti da uno psicodramma collettivo. Per ora lo psicodramma ha riguardato di certo Grace, me e alcuni altri che aspettavano di fiondarsi sui biglietti dell’Aida che avrebbe diretto a novembre. Siamo purtroppo recidive e anche un po’ monotone, lo so: non ci è mai andata giù quella cosa di far saltare la Boheme a Caracalla e non perché si sia ostili ai sindacati e alla difesa dei diritti dei lavoratori ma perché, in questo caso, l’effetto finale è uno solo e danneggia tutti: affossare il prestigio del posto nel quale si lavora.

Dunque Muti fa le valigie. E Muti non è solo un direttore d’orchestra per cui Muto un direttore se ne fa suonare un altro: Muti è un marchio. Muti è la nostra pizza doc, il nostro Brunello di Montalcino, la nostra Ferrari. Attira attenzione, interesse, soldi, turismo. E trovo sconcertante che si rivolgano appelli “per farlo tornare”: come se il produttore del Brunello denunciasse che l’uva è immangiabile e invece di dirgli “ok, cambiamo l’uva” gli si dicesse “eddai, rifacci il vino anche se è una ciofeca”.

Non è Muti che deve tornare: son le cose che devono cambiare perché Muti torni. E queste cose hanno nomi, cognomi e responsabilità.

Stamattina, in una romantica telefonata di inizio settimana, chiedevo al Professor Pi, nell’ordine
-Senti, quando scendi a trovarmi? E come si propaga il suono?
Lui imperturbabile ha risposto:
1) Venerdì con il treno 2) Con l’atmosfera e l’ambiente

Perché le onde sonore si propaghino è necessaria l’atmosfera giusta, è necessario l’ambiente. Altrimenti l’onda resta ferma. E muta. Ma in questo caso rischia, pur stando ferma e muta, di travolgerci tutti.

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Oltre al buio che c’è e al silenzio che lentamente si fa

Qualche sera fa la mia amica Shylock ed io siamo state al Globe Theatre di Roma a spararci tre ore di Shakespeare. E anche un hot dog con un prosecchino. Ma questi due prima di entrare. Dopo l’ebbrezza alcolica, nel volgere del primo atto, passavamo agevolmente a quella di

“eccomi qua
sono venuto a vedere
lo strano effetto che fa”.

Una delle cose che mi stupisce sempre, ogni volta che vado a teatro, è

“e quanta gente ci sta
e se stasera si alza una lira
per questa voce che dovrebbe arrivare
fino all’ultima fila”.

E ogni volta mi sembra un miracolo. Che le persone ci siano. Fino all’ultima fila. Lì c’erano. Pure sedute per terra.

Tutto questo pippone introduttivo per dire che quando la mia amica Tiziana Sensi mi ha detto che insieme a Franca De Angelis e altre amiche coi controcavoli avevano messo su una scuola di recitazione teatrale sul modello anglosassone (che io infatti ho chiesto
-Tizià e che è sto modello anglosassone?
e lei mi ha detto
-Meripo’ se non lo sai tu che atterri nei giardini di Londra..
vabbè una cosa del genere)

ecco dicevo appena mi ha detto che avevano messo su questa scuola di recitazione io mi son detta
-Santocielo che coraggio

Poi dopo sono andata al Globe e ho trovato tutto pienissimo e poi sono andata anche alla Sala Umberto da Strimpelli e Vinile e ho trovato pieno pure là

allora ho detto
-Santocielo che figata

E Tiziana mi ha detto
“se conosci dei ragazzi che vogliono imparare il mestiere dell’attore, con una preparazione di altissimo livello e la possibilità di andare in scena almeno 9 volte alla fine del triennio con tanti registi confrontandosi con varie drammaturgie, sappi che noi ci siamo”.

Insomma una scuola “per questa voce che dovrebbe arrivare
fino all’ultima fila
oltre al buio che c’è
e al silenzio che lentamente si fa”.

Che deve essere un’emozione immensa. Quando ti spengono le luci e resti là.  Che “siamo l’amante e la sposa
arrivati fin qua
l’attore e la sciantosa
e siamo pronti a qualsiasi cosa
pur di stare qua”.

Che d’altra parte che son tre anni di scuola. Che, come diceva Clark Gable, “non dimenticate che nel mestiere dell’attore solo i primi trent’anni son duri”.

Bottega Teatro Attivo
infochiocciolinabottegateatroattivopuntoit

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L’amore ai tempi della crisi: sospendere le seconde nozze

DRIIIIIINNNNN

-Meripo’ volevo metterti a parte della mia nuova policy: non parteciperò più a secondi matrimoni
-Sei contraria alla seconda chance?
-No, sono contraria alle ricadute economiche. Qua sta la crisi, avevamo appena finito con le prime comunioni degli eredi nati dai primi e mo’ avimm ricomincià con le liste di nozze dei secondi, matrimoni, è nu guaio. Pensa se poi si riproducono anche nei secondi turni
-Epperò Grà così non si aiuta la ripresa dell’economia
-E no Meripo’ qua è una questione di priorità e urgenze: prima la mia, economia. Che non è solo un problema di regalo anzi io quello lo faccio eccome ma linkata nel file matrimonio c’è tutta una serie di spese a cascata, tutto l’indotto dell’outfit, tu capisci. Quelli (i maschi, ndr) se la cavano con la giacchetta grigia ma per noi con Facebook è una tragedia
-Con Facebook?
-La foto su Facebook ti inchioda al cambio abito. Una volta riuscii a partecipare il sabato a prime nozze a Udine e la domenica a prime nozze a  Napoli però stesso outfit, giusto il viaggio e sia chiaro che fu pure bellassai. Ma tu te lo immagini, oggi? No no, amatevi, riproducetevi, siate felici ma per favore sospendete le seconde nozze. Almeno finché non intercettiamo la ripresa. Vabbuo ciao Meripo’
-Ciao Grà

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Della soluzione semplice di problemi complessi

Primo Disastro Amoroso Adolescenziale, 13 anni cadauno. Lei -Adolescente 1- vuole lui ma lui non vuole lei. Da ora in poi sarà sempre così ma Adolescente 1 ancora non lo sa. Adolescente 2 viene chiamata a un pronto soccorso emotivo notturno uozzappico

Adolescente 1 -Sono disperata, io mi sono VERAMENTE innamorata!!!

Adolescente 2 -Ma se l’hai visto solo 2 volte!!!

Adolescente 1 -Si ma io mi sono VERAMENTE VERAMENTE innamorata dalla prima e ora non so che fare!!!

Adolescente 2 -Io sì

Adolescente 1 -E allora  ke devo fare???

Adolescente 2 -Vai in cucina e sparati la Nutella. Poi domani a scuola ne parliamo. Ammesso che su questo punto valga la pena perdere tempo PURE domani mattina

Adolescente 1 -Ma ora la mia vita non ha senso…

Adolescente 2 -E ti credo, se la perdi appresso a uno che non ti vuole

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L’estate in cui viaggiai senza muovermi

E’ con Edmond Dantès che sono partita questa estate, il conte di Montecristo.

Nell’assoluta impossibilità di seguire il Professor Pi a Samarcanda, nell’assoluta inabilità a farmene una ragione e nell’assoluta rassegnabilità del perché invece di essere lì con lui e Tamerlano dovessi restare qui con Dibba e Brunetta, decidevo di inaugurare la stagione del viaggiare da fermi.

Una volta recatami in una zona inospitale per le onde elettromagnetiche situata in Maremma, che non ci si può immergere in 1200 pagine, attraversare 25 anni e un bel pezzo di Oriente e Occidente con il richiamo compulsivo dell’internet funzionante accanto, predisponevo tutto l’occorrente: tomo e sdrajo.

Era a quel punto che sbarcavo dal trialberi Pharaon al porto di Marsiglia iniziando uno dei viaggi più avvincenti e tremebondi in carriera.

A questo punto intendo anche chiedere pubblicamente scusa al Professor Pi per tutte le volte in cui gli ho sfrantecato i cabasisi in giro per il mondo: quando mi sono ritrovata sbattuta in una delle segrete del castello d’If ho rivalutato non solo i feroci Afar ma anche i tagliatori di teste del Borneo, che almeno quelli ti facevano secco subito senza lasciarti a marcire quattordici anni là sotto. Ugualmente chiedo scusa per tutte le volte in cui mi sono lamentata di qualche incomprensione con i compagni di viaggio: provate ad accompagnarvi con gente come Caderousse, de Villefort, Danglars e Mondego e poi ne riparliamo. Per vendicarmi e dare una lezione a quei quattro stronzi traditori ho impiegato dieci anni e quasi tutta la settimana di ferie.

Avevo letto Il conte di Montecristo non so più manco quando. E ricordavo fosse un libro sulla vendetta. Tema in questi giorni tornato malamente in auge con la vicenda franzosa di Valerie Rottweiler della quale trattammo giusto qui. Invece, a rileggerlo da attempata, l’ho trovato uno dei viaggi più esaustivi intorno al matrimonio e all’animo umano. E sui nefasti effetti che entrambi, il matrimonio e l’animo umano, possono provocare sul prossimo e sull’ordinamento del mondo se non si prendono le opportune precauzioni.

E dunque dovendo distillare da milleduecentopagine un solo tweet sceglierei questa perla:

“Che cosa è il meraviglioso? Quello che non comprendiamo. Quale è un bene davvero desiderabile? Un bene che non possiamo avere”

E dicevo che è anche un viaggio attorno e dentro al matrimonio. E qui distillerei questa:

“Quanto alla moglie la salutò al modo che certi mariti salutano le mogli e dal quale i celibi possono farsi un’idea  solo dopo pche sarà pubblicato un grosso codice della condizione coniugale”

e della misura precauzionale:

“Non vedo perché, senza una necessità assoluta, devo ingombrare la mia vita con un compagno perpetuo”.

Dalla mia sdrajo, ove cercavo di allocarmi la mattina molto presto, vedevo il monte Argentario. Dunque a un tiro di schioppo da Montecristo. Ma in realtà quel maxischermo impiantato nel cervello chiamato immaginazione, che Dumas mi ha azionato per una settimana, mi ha fatto attraversare mezzo mondo, mi ha fatto recuperare infiniti rimandi alla musica, al teatro, alla pittura e alle arti di tutto il cucuzzaro delle Muse. E non solo non avevo l’Abate Faria ma non avevo manco Google per tentare di raccapezzarmici meglio.

E poi prendi treni, scendi dai treni, prendi battelli, prendi trialberi, sbarca dai trialberi, vai in galera, fatti buttare a mare, nuota come un disperato, prendi la carrozza, lascia la carrozza, Ne sono uscita esausta. Al punto che quando il professor Pi è rientrato, dopo aver trascorso venti giorni sulla rotta di Marco Polo, ho potuto finalmente accoglierlo come ho sempre sognato di fare:

Uzbekistan, Tajikistan e Kirghizistan? Beato te, caro: io mi son dovuta fare il giro del mondo sopra e sott’acqua. In una settimana.

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Il segno di Zara

Vorrei che tu mi guardassi come un marito guarda la porta d’uscita di Zara.
(MaxMangione sul socialcoso)

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