Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Il filo è a piombo ma il Teatro crolla

Il filo è a piombo ma la casa è storta. Mio nonno, muratore, è così che mi spiegava l’inspiegabile. Nonno Giuseppe era anche un grande appassionato di opera lirica ed è dalla sua voce roca ma appassionata che ho ascoltato per la prima volta le arie più belle.

I conti sono sani, per il 2014  il piano di risanamento non prevede né mobilità né licenziamenti e dunque stasera salta per la terza volta la Bohème a Caracalla e martedì all’ordine del giorno del Cda dell’Opera di Roma ci sarà la liquidazione coatta. Il filo è a piombo ma il Teatro crolla. Non son bastati 19 incontri con i sindacati -ha raccontato ieri uno sconsolato sovrintendente a Valerio Cappelli del Corriere della sera- per scongiurare il disastro. C’è chi dice No. Due sindacati. C’è anche chi dice Sì e sono il 70% dei dipendenti. Ma il filo è a piombo e il Teatro crolla.

Ciò che, confesso, sconcerta di più è che tutto ciò stia succedendo praticamente in silenzio: bella legge del contrappasso per un teatro lirico. Non è mai successo, da quando i teatri non son più regno di impresari privati ma proprietà di Fondazioni con il 90% di partecipazione pubblica, che chiudesse un teatro.

Ma tant’è. Per un relitto che riemerge c’è una gloriosa nave che sta per inabissarsi. Ma senza neanche una telecamera intorno.

Ed è questo silenzio il castigo peggiore. Perché la voce dell’Italia nel mondo è una voce che, soprattutto, canta. E’ la tradizione dell’Opera italiana che ci rappresenta ovunque. E noi la stiamo spegnendo così. In silenzio.

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Il gelo in una stanza

Cara Meri,
giusto ieri leggevo il commento della tua amica Gilda sul post del Tururù “Meglio un gelato da accompagno che un compagno gelato”. E giusto oggi il tipo che sto frequentando da un po’ mi fa
- ho deciso di congelare la mia vita sentimentale per un paio di anni
A un successivo approfondimento ha spiegato che comunque vuole congelare solo il cuore mentre tutto il resto può tranquillamente restare a temperatura ambiente e in uso.
In linea di massima che ne pensi e che ne pensa anche il Comitato Pop?
Tua Donna Summer

Cara Donna Summer,
giro il quesito al comitato Indesit che ormai mi coadiuva. Dico che l’idea, ora che sta tornando il caldo, non mi pare invece affatto malvagia. Adottala, anzi, anche tu: congelati la Jolanda.
Tua Meri

P.S.
Vabbè comunque la cosa più bella è la definizione spazio temporale: congelamento per due anni. Tipo emissione di titoli a breve termine. Spettacolo puro. Donnasà, questo non te lo perdere per nessun motivo al mondo: congelati il cervello e divertitici. Divertitici, si dice, si?

L’occasione mi è rigradita per riproporre l’intramontabile

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Delle Tururù in cerca di guai con quel telefono che non suona mai

PSE, Pronto Soccorso Emotivo (scusate è urgente)

Se il tururù ha 2.490.790 visualizzazioni un motivo ci sarà: direi almeno cinque milioni di motivi, a occhio e croce, di uomini che fanno essere le donne tururù in cerca di guai donne al telefono che non suona mai. Eppure, bellemie, Zucchero ce l’aveva detto subito dopo: donne in mezzo a una via, donne allo sbando senza compagnia.

Che così è: son quelle del giorno dopo. Quelle che aspettano. Una telefonata, le sognatrici. Un sms, le ottimiste e un uozzàpp le più realiste.

Dice
-Meripo’ ieri sera ha detto che è stato benissimo e ha scomodato parole riguardanti sentimenti e promesse dunque perché oggi non chiama?

Ecco appunto, l’ha detto ieri: che la memoria a breve è una delle emergenze planetarie e non riguarda solo voi. Affrontammo la questione nell’annosa serie di post dedicati al “Se telefonante, Galateo del giorno dopo” , azione pedagogica che ebbe minor successo anche rispetto a quelle intentate nei confronti del senatore Razzi Anghepecché.

Invano suggerimmo: “Ciao, buongiorno, grazie, è stato bello, volevo dirtelo”. Otto parole. Otto micragnose parole che però vi saranno sufficienti a passare il guado degli stronzi ingrati per approdare nella terra promessa dei “riconoscenti e indimenticabili”.

Niente. E dunque donne in mezzo a una via, donne allo sbando senza compagnia, manco quella di un dlin dlin.

E comunque Zucchero invano avvertì: “Negli occhi hanno dei consigli”. Appunto: negli occhi. Non basta: sti consigli dovete averli altrove. Nella tenacia e nella pazienza, intendo, marescià. Insomma le donne hanno gli occhi a consiglio e tanta voglia di avventure E se hanno fatto molti sbagli  Sono piene di paure.

Qua invece siamo piene di sòle, più che altro. E, dopo le 72 ore, passata la fase 1) FNPIT “Forse non prende il telefono” la 2) FDSI Forse dovrei scrivergli io e anche la 3) STRONZO subentra rassegnatamente la 4) FUR, farsene una ragione, la fase più critica.

Ora, se abbiamo trasformato nel nostro Inno la canzone di uno che declama che le donne tururù negli occhi, oltre ai consigli, hanno pure “gli aeroplani per volare ad alta quota dove si respira l’aria e la vita non è vuota”, è chiaro che il problema siamo però pure noi.

Dunque, bellemie, se non volete finire a “le vedi camminare insieme Nella pioggia o sotto il sole Dentro pomeriggi opachi Senza gioia né dolore” fatemi sta cortesia: silenziatelo proprio, sto telefono. E Zucchero pure. Che “Basta un poco di zucchero” vuol dire tutt’altro eh.

Poi, archiviato il poverino, uscite nella pioggia o sotto il sole e cercatevi, finalmente, un uomo.

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Non sempre il matrimonio è la tomba dell’amore

Lei cattolica, il marito protestante. Non gli permisero di essere seppelliti insieme. E loro…

Roermond, Olanda, 1888

(grazie a GioVezz)

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Investire in tempo di crisi: il Sentimental Bot

Pizzeria interno giorno. A tavola una marinara, una Margherita e una Grace particolarmente radiosa e abbronzata nonostante fuori impazzi il diluvio modalità Nuova Delhi. Mi ragguaglia su alcuni suoi incontri di lavoro attinenti al comparto broker-finanza-mercati. Poi

-Insomma Meripo’ è soprattutto nei periodi di crisi che occorre applicarsi con metodo, pianificare e rilanciare gli investimenti
-Possiamo studiarne anche un’applicazione sentimentale?
-E’ soprattutto lì che occorre agire perché è lì che si concentrano le crisi di sistema, diciamo
-Dunque per quanto riguarda la scarsità di materie prime sul mercato cosa consiglieresti?

Nel frattempo uno dei due manager attavolati sul tavolo azzeccato al nostro aziona l’orecchio a parabola

-Qui occorre riabilitare le categorie intermedie: ma che è sta fissazione che bisogna sempre aspettare il principe azzurro?

-E dunque, una ricetta per le nostre investitrici?

-E dunque Meripo’ ci son fior di dignitari o anche di valvassini che possono garantire la soddisfazione orizzontale a breve termine. Un tipo di diversificazione sicuro e senza impegno.

-Cioè una specie di Sentimental Bot?

-Si. Naturalmente continuiamo a lavorare creando condizioni di mercato che consentano un investimento verticale nel medio-lungo periodo.

E’ a quel punto che il manager attavolato ha definitivamente ruotato la testa verso di noi che nel frattempo ci alzavamo soddisfatte e satolle e, guardando in tralice Grace, ha alzato le mani in segno di resa.

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Subbaqqui

Su Rieducational Channel

Foto di Cosimo Errede

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Financo le parallele s’incontrano. Quelle miopi mai

Non so voi ma io, dei miei professori, oggi ricordo solo se fossero bravi o pessimi. Di nessuno ho mai saputo, né mi ha mai punto vaghezza sapere,  cosa facesse nei dintorni della camera da letto, essendo più che sufficiente avere a che fare con quello che faceva o non faceva in Aula. Alcuni di loro ancora mi accompagnano nelle sliding doors della vita, altri sono stati consegnati all’oblìo -cinque minuti dopo averli lasciati- dalla loro stessa mediocrità. E non c’è dubbio che tutte le scelte degli studi successivi alla terza media siano state determinate da quanto fossero appassionati o pippe loro, ancor prima che io, nelle materie che erano chiamati a insegnare. In Aula, appunto.

Ne parlo ogni tanto con il Professor Pi, che insegna analisi matematica. E che, senza nulla togliere alle gratificanti soddisfazioni che mi offre oggi in altri campi, avrei tanto voluto incontrare prima quando -ad esempio- si susseguivano insegnanti che mi hanno convinta del fatto che la matematica fosse una indigeribile mappazza di numeri. Senonché oggi la scopro invece come uno dei fondamenti della conoscenza, della costruzione del pensiero logico, roba della cui assenza nella mia vita mi accorgo e mi dolgo ahimè ogni giorno e si accorgono certamente i miei interlocutori quando sfarfallo e svalvolo.

Dice Meripo’ e che è sto pippone proprio di lunedì?

E’ che da un paio di giorni sfarfallo attorno alla vicenda della prof alla quale una scuola paritaria non avrebbe rinnovato il contratto perché gay. Uso il condizionale perché una parte di me ancora spera che, all’accertamento dei fatti, si scopra che così non è stato.

Una cosa, in particolare mi ha colpita. Cioè che la madresuperiora preside, chiamata la prof a conferire chiedendole spiegazioni in merito a voci sulle sue tendenze sessuali, si sia giustificata dicendo:

-Ho doveri educativi
-Io sono responsabile di mille studenti e 137 dipendenti
-L’ho convocata, giuntami voce che era lesbica, per sapere se vivesse un problema personale e come aiutarla a risolverlo

Mi è tornata in mente la questione della matematica, intesa come applicazione di strumenti logici. Cioè mi chiedevo, ad esempio, che caspita ci azzecchi la tutela di studenti e dipendenti con la presunta fidanzata della prof. E, ancora, che c’entri sta fidanzata con il compito di estrapolare (educazione: educere, tirar fuori) e potenziare qualità, competenze e talenti espressi e inespressi. Deve essere, mi son detta, una fidanzata talebana, una che ha fatto rincoglionire la prof al punto di obnubilarle le capacità didattiche. Delle quali capacità, sia chiaro, non risulta però si sia parlato un solo minuto nel colloquio.

E allora forse alla madresuperiora, mi dicevo, non è venuto a mancare il senno o l’applicazione della Costituzione (tipo l’articolo 3: È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese). Deve esserle mancata la matematica. Non è quindi colpa di Lesbo. E’ proprio colpa del V Postulato di quel caspita di Euclide: financo due rette parallele alla fine -all’infinito- si incontrano. Ma se una non ha proprio voglia di capire allora no, non si incontreranno mai.

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Atac che ti passa

-Scusi è già passato l’85?
-Si signò, ieri. Ormai regolari passano solo l’acquazzoni
‪#‎romatiamo‬

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Parmigiano da Tiffany

Poche cose danno soddisfazioni gratis come offrirsi volontariamente di recarsi da Tiffany a Via del Babuino per “dare un’occhiata per i ciondolini, vedi se c’è qualcosa da prendere per Clara sotto i 150″. Naturalmente essendoci “sotto i 150″ niente, neanche il laccetto di caucciù, l’occasone mi era comunque gradita per dare almeno l’occhiata e sentirmi Audrey per venti minuti.

Ed è così che la vostra volontaria si recava, al termine di una giornata priva di altre soddisfazioni gratis ma neanche a pagamento, in quel del Babuino a farsi aprire il portone dal bonazzo di turno. Naturalmente, in previsione della visita del tardi meriggio, già dalla mattina sceglievo con accortezza nel guardaroba un dress-code “abitino acconcio” ma senza ricadute in “modalità Messa della domenica”.

Saltato del tutto il piano terra mi recavo direttamente all’ascensore (i ciondolini eventualmente abbordabili sono relegati in un anfratto del primo piano, fronte parure) come una di casa insomma, modalità per la donna che non deve chiedere mai.

Era allo schiudersi delle porte automatiche dell’ascensore che mi si faceva incontro il commesso beta (essendo l’alfa al guardaportone) che iniziava a ricoprirmi di inspiegabili salamelecchi e attenzioni. Signora prego, signora come posso esserle utile, signora si accomodi, il tutto essendo ancora all’oscuro del budget disponibile, già esaurito al terzo salamelecco e proprompendo in un imbarazzante

-D’altra parte vedo che è tra le nostre migliori clienti

Escluso che avesse potuto desumerlo dagli orecchini a forma di Mary Poppins regalatimi da Elisa e Daniele che pure adornavano i quipresenti lobi, al mio sguardo a punto interrogativo fissava il suo, di sguardo, sulla mia giugulare e sì, santocielo sì, ricordavo di aver opportunamente indossato un bellissimo girocollo loro che la mia amica Rita regalommi per uno storico genetliaco.

Sentendomi ormai appajata con la clientela storica da Liz Taylor alla Callas,  ma infine non trovando nulla, portavo il mio regale incedere verso la cassa dove il commesso-beta voleva a tutti i costi farmi omaggio di un biglietto da visita e mi porgeva contestualmente un cartonato Pineider ghiaccio, istoriato argento, sul quale lasciare i miei riveriti dati. Appostovi NOME e COGNOME rimaneva intonsa la casella TITOLO. E richiestagli una spiegazione egli, sussieguosamente, ammiccava

-TITOLO nobiliare, signora, se ne ha

Sulla reazione scatenata da quel “se ne ha” potremmo scrivere dei tomi. Vi basti sapere che ora da Tiffany di via del Babuino esiste una scheda con apposizione di mio nome cognome e al titolo troneggia un nobilissimo articolo determinativo femminile singolare: LA.

Ma è stato infine aprendo la mia borsina Hervè Chapelier Paris, comprata in liquidazione con la mia amica Mietta anni orsono per la cifra di euro trenta, che ho dato un senso ai miei venti minuti di glamour: perché sì, nella borsina Chapelier comprata a Parigi ove dovevo introdurre il biglietto Tiffany N.Y faceva capolino -giusto mentre il commesso si sporgeva con lo sguardo- il prodotto manufatto in zona terremotata e alluvionata, acquistato via mail dalla mia amica Barbara e recapitatomi giusto prima di uscire in direzione Tiffany: un dorato quarto di Parmigiano Reggiano sottovuoto.

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Mi chiamavano Mimì

Per onorare la tradizione con Grace secondo la quale l’estate viene ufficialmente proclamata solo dopo la scelta e l’acquisto dei biglietti per Caracalla, stamattina mi recavo al botteghino del teatro Costanzi in Roma (chè dice -Meripo’ esiste l’onlàin, si  ma io sono vintage e devo recarmi in loco, farmi mostrare dalle signorine tutti gli ordini di posto, sbirciarli da dietro l’oblò, uscire e godermi la facciata dell’Opera) dicevo stamattina mi recavo ad acquistare il lasciapassare della Bohème per una delle repliche, ché stasera c’è la prima.

Nonostante l’uggiosità di questo luglio autunnale al botteghino c’era la fila: quasi tutti stranieri, va detto, ma movimentava la situazione anche un nutrito gruppo di melomani nostrani. In particolare due tedeschi accanto a me farfugliavano una serie di consonanti senza vocali nelle quali rintracciavo però schegge di frasi conosciute fra le quali l’apice di un “ke celida manina” accompagnato da un languido “si mi kiamano mimì”.

Segnalo anche la presenza di una signora di-una-certa, pensionata, che guardava scorrere i prezzi e, verificato che con il biglietto da 25 euro

-Signò purtroppo io ce sento poco, se me mette in piccionaia pe’ me è come stà a guardà i firm muti

e verificato che la signorina dei biglietti faceva di tutto per agevolarle l’acquisto di quello da 40 scontato (signora è over 65? ha la tessera di Feltrinelli, della Conad, dell’autobus, una qualsiasi tessera?? )

me ne andavo rinfrancata pensando che sì, siamo pur sempre un grande Paese.

Ora leggo che, a meno di un miracolo dell’ultimo minuto, è stato proclamato uno sciopero per far saltare la “prima” di stasera. Ne sta seguendo una lite fra sigle sindacali a colpi di “noi siamo di più e la faremo saltare” “no noi invece ci saremo”.

Ci saranno motivi certamente seri e fondati per giustificare lo stato di agitazione delle maestranze. E’ che a me, appena l’ho letto, è venuto da pensare solo a tutte quelle persone compostamente in fila, arrivate da tutte le parti del pianeta. Penso ai nipponici che quandocaspitajericapita di poter avere un’emozione come quella che solo Caracalla sa dare, al netto dell’interpretazione artistica, già solo come scenario naturale. Penso anche a tutti quelli per i quali quelle due ore sono il sollievo di giornate quotidianamente complesse, penso a chi mette da parte euro dopo euro (ne conosco) per regalarsi quell’emozione.

Ora, chiedo: noi detentori della più grande fetta di patrimonio artistico del mondo, possiamo permetterci di fare ste figuredelcavolo globali? Possiamo permetterci, in un momento di crisi così, di continuare a segare i rami sui quali ogni tanto poggiamo un pochino di credibilità? Possiamo permetterci di fare del paradiso dell’arte una Cialtronia a cielo aperto?

Qui non si tratta di deludere gli ingioiellati delle prime: qui si tratta di difendere la nostra reputazione e il nostro portafoglio santocielo.

Ci crediamo o no al fatto che l’arte è un servizio essenziale, un bene di prima necessità?  Che la messa in scena di un’Opera lirica sia elemento di sussistenza al pari di un assegno sociale e una badante? Perché, capiamoci, qui non si può continuare a dire che la cultura è il nostro petrolio e contemporaneamente continuare a sparare e a fare buchi ai bidoni che lo contengono eh.

In conclusione: la nostra credibilità in certi momenti dipende più dall’apertura della soffitta di Mimì che dalle Borse. E questo è uno di quei momenti.

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