Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Io e te tre metri sopra al gelo

9-10 agosto Tongariro National Park

Aveva detto e scritto: “Portate cose adatte per la pioggia, ve lo ripeto: il problema non è il freddo”.
Aveva specificato: “Sì certo lì sarà inverno ma non come il nostro”.
Aveva finanche chiosato: “e comunque l’isola del Nord ha un clima più temperato, un po’ di freddo lo troveremo al Sud”.
Temperato un par de maori, porcamiseria: dopo i parchi sulfurei di Rotorua, i geyser, i supergeyser, i finti maori che facevano una danzetta de panza, arrivando la sera del 9 agosto -ripeto 9 agosto- verso il Tongariro National Park, già dalla macchina iniziavo a sentire un certo qual gelo.

Lui, Pi, alla guida, diceva “Ma no, è un’impressione. Dai, alzo un po’ il riscaldamento”. A venti chilometri dall’arrivo in quello che doveva essere un soggiorno nella foresta con trekking di boschi, la vedo, là, a bordo strada nella cunetta: NEVE. La neve.

Comprensibilmente agghiacciata gli dico
-Professor Pi scusa ma questa che è?

-Neve, Meripo’, si chiama neve: è un tipo di precipitazione atmosferica in forma di acqua che solidifica. E’ formata da una moltitudine di minuscoli cristalli di ghiaccio, tutti aventi di base una simmetria esagonale.

-E’ TUTTO QUELLO CHE HAI DA DIRE??

-Beh aggiungo che spesso i cristalli hanno anche una geometria frattale

Ma sì certo, continuiamo ad andare in giro per il mondo coi professori di matematica

-Scusa eh ma qui non doveva essere il posto più caldo?

-Si Meripo’ ma io ho statistiche dei viaggi precedenti, non la palla di vetro: non è che posso prevedere sconvolgimenti climatici inattesi.

Sconvolgimenti climatici inattesi. MENO SEI, porcaccialamiseria. Meno sei gradi, ovviamente nell’ostello più spartano della mappa dell’intero viaggio zelandico. Approdati nella stanza mi gettavo di peso contro il termosifone e ivi vi restavo aggrappata come un geco sul muro.
Tiepido.

-Professor Pi il termosifone è TIEPIDO.

-Sì, Meripo’, ma c’è il bagno in camera

Ecco ma a uno così tu che gli devi dire?

Intanto la squadra MasterChef (Paola e Rob) si recava in cucina per approntare una cena che, viste le inattese circostanze, Pi autorizzava a comporre con più portate. O meglio, mangiare come non ci fosse un domani:

-Addirittura un aperitivo con tartine al formaggio e birretta neozelandica
-Zuppa a scelta (pollo, funghi, zucca)
-Cosce di pollo alla birra
-4 costine alle spezie
-Insalata

Ci si immergeva infine nel gelido letto con la solita vestizione Antartica già sperimentata.

Quanto al risveglio della mattina dopo a -11, MENO UNDICI, fate conto di programmare una escursione al bosco della Tuscia viterbese d’agosto e ritrovarvi sul sentiero artico delle Svalbard a novembre. Il titolo del programmino iniziale era “Tama lakes tramping track”: 5-6 ore, 17 chilometri. Alla luce dei recenti e imprevedibili “sconvolgimenti climatici inattesi” chiedevo a Pi se anche quel programma avrebbe subito modifiche. Cioè restarsene al rifugio a bere thè caldo, OVVERO l’unica ipotesi sensata degna di uno scienziato che abbia ancora un po’ di logica residua funzionante.

-Beh andiamo lì e poi vediamo

NZ Tongariro 1

Tongariro Gelido Park (Foto professor Pi)

Andiamo lì e che caspita vuoi vedere? Cumuli di neve e ghiaccio a perdita d’occhio. Gelo ovunque. Avete presente la situazione Amudsen? Ma senza manco i cani da slitta: A PIEDI. Il nostro equipaggiamento da trekking estivo non sembrava impensierire nessuno degli astanti. Pi, ispezionando le suole delle mie cioce estive, riservava alla pratica un laconico

-Hai un buon grip, a posto

Il fu sentiero boschivo si presentava come una esile trincea scavata tra montagne di neve, fate pure riferimento letterario a Mario Rigoni Stern per “Il sergente nella neve”.

NZ Tongariro 2

Tongariro Gelida Way (Foto Meri Pop)

Impavidi e temerari i nostri si avviavano nel ghiaccio perenne come fossero a luglio al parco di Yellowstone. Ora vada per Ago che è atleta e uomo di montagna ma financo la calabrisella Nonna sembrava essersi sempre abbeverata alla scuola di Messner. E sì, anche la quippresente iniziava la spedizione nell’Artico con vento tagliente a raffiche. Inutile tentare di sollevare l’obiezione “Scusate ma dove caspita andiamo?”.

Andata giù alla prima lastra di ghiaccio, con meripoppica scioltezza tentavo il risollevamento affondando la mano col guanto di pile della famosa marca tecnica “La Zucca stregata” nella gelida e bagnata neve.

NZ Tongariro 3

Tongariro Stremescion Trekking (Foto Meri Pop)

Un’ora. A questo supplizio ho resistito un’ora. Poi, dopo giramenti di testa e di cabasisi, e dopo aver inutilmente chiesto

-Scusate, ma esattamente quando pensiamo di arrenderci?

alzavo unilateralmente bandiera bianca e prima di svenire in braccio a Pi gli rantolavo

-Prof scusa ma io non ce la faccio più

Ello, invece della legittima incazzatura, mostrava addirittura una cosa che credo fosse un sorriso, o forse era una emiparesi da freddo, ma insomma avvicinandosi nella tormenta diceva:

-Meri, non ti preoccupare. Ti riaccompagno giù

Proprio così. Ha detto – e fatto- così. Sto dicendo che ha rinunciato a proseguire. E credo ci tenesse. Parecchio

A quel punto anche laNonna ne approfittava

-Beh se proprio tornate indietro voi, io certo non vi lascio da soli: vi accompagno…

Dopo un’altra ora di marcia indietro, di acrobatiche culate e scivolate, riaccompagnata laNonna all’ostello, Pi ed io ce ne tornavamo ad aspettare a bordo gelo che gli altri finissero il giro fin dove potevano. Ed è stato allora che, invece che al Centro Visitatori, mi ha portata in un vicino Caffè. Dove, lo dico, ho collezionato un altro di quei “momenti”, di quelle tesserine magari insignificanti che però sono quelle che mi ricorderò di più: Pi ed io davanti a due cioccolate bollenti (i neozelandi non avevo ancora capito capito perché le accompagnano con due mashmallow a bordo tazza, poi ve lo spiego) e un crumble di mele

NZ Tongariro 4

Tongariro Ciocco Moment (Foto Meri Pop)

qui:

NZ Tongariro 6

Tongariro Uonderful Baretto (Foto Meri Pop)

Ecco. Per quanto incredibile questo è stato un altro dei motivi che giustificava i ventimila chilometri.

 

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Non si arriva mai tanto lontano come quando non si sa dove si va

8 agosto

Dice -Meripo’ ma come ti è venuta in mente la Nuova Zelanda?
A meee?? A me non sarebbe venuta in mente mai. Se non fosse che il professor Pi aveva avanzato una rosa di mète evidentemente provocatorie, dal Sud Sudan (ma dico io come caspita se le pensa) a Panama (solo in testa o se sei sarto) alla Kamchatka (solo se stai giocando a Risiko). E avendo accennato di sfuggita alla Zelandia mi era sembrato il nome più potabile pur non sapendone nulla fatta eccezione per l’esistenza di quei santantoni degli All Blacks. Senonché gli chiesi

-Professor Pi ma dove sta la Nuova Zelanda?

e lo sventurato rispose

-Esattamente agli antipodi di dove sei adesso: se buchi Roma, più profondamente di quanto sia già bucata, sbuchi in Nuova Zelanda. E’ il posto più lontano raggiungibile da qui.

Ecco a me questa cosa dell’andare che più lontano non si può aveva in un primo tempo addirittura affascinata. Prima di salire sul primo e sui seguenti aerei, intendo.

Così mentre si saliva da Paihia, della quale mi preme segnalare la biblioteca pubblica,

NZ Paihia's Library

a WakaWaka, Whitianga, Coromandel, una sequela di posti il cui nome già evocava il concetto di dovecaspitasei, sbucando da una curva su cose così

NZ norain 1

Foto professor Pi

e facendo sosta prima alla Hot Water beach incontrando questo:

NZ hot water beach

Hot water beach (Foto professor Pi)

ma soprattutto questo

NZ surfista

Surfista neozelando all’alba (Foto Meri Pop)

e poi arisbucando, previo il solito trekking di avvicinamento sempre con pantalone cerato antipioggia, scafandro e cazzimme varie, su Cathedral Cove

NZ Cathedral

Cathedral Cove (Foto Meri Pop)

era Paola Gran Canon a dare dignità filosofica all’ennesima impettata e ridiscesa di scale, dirupi e sentieri, riassumendo

“Ecco dove sei, quando non ci sei”. Ecco dove vai a finire, caro sole che ogni tanto pure ti fai spazio tra la pioggia, quando scompari dalla val Badia e dal Colosseo e dalla cupola del Brunelleschi e dalla Valle dei Templi.

Intendo qui poi pubblicamente ammettere che io, prima di partire, non leggo neanche il programma di viaggio perché quando vai in giro con Pi meno ne sai e meglio è. Leggo solo la lista delle cose da portare e dell’abbigliamento consigliato: e da lì ne traggo le dovute conseguenze. Dunque non è che io vada nei posti: mi ci ritrovo catapultata praticamente a mia insaputa.

E dunque, a quattro giorni dal complesso sbarco posso tranquillamente affermare Goethe (ma c’è chi lo attribuisce a Cristoforo, Colombo) che “Non si arriva mai tanto lontano come quando non si sa dove si va”. E io, su questo non c’è dubbio, non avevo ancora capito un cavolo di dove caspita mi trovassi. Stato d’animo che, sia chiaro, mi prende pure all’Esquilino.

Dunque direi che, senza arrivare alla Zelandia e volendo provare questo stesso senso di sperdimento nel tempo e nello spazio, potreste provare a partire dal Casilino e arrivare al centro di Roma coi mezzi.

 

 

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Quando siete felici, e al ristorante, fateci caso. Che chissà quando ve ricapita

6 agosto

Ridestatici all’alba dall’ibernazione notturna in quel di Ahipara, l’amatriciana di Paola e il fuso orario avendo prodotto l’effetto inpiedialle5 e anche le secchiate d’acqua avendo offerto una tregua, l’australe gruppo si recava con le luci dell’alba a sopralluogare l’ameno e deserto sito, mèta di surfisti. Paola Gran Canon provvedeva a magistralmente sintetizzare il senso del luogo: “Se vuoi sparire dal mondo Ahipara può essere una buona scelta”.

Dopo una sosta al Museo del Kauri in quel di Matakohe (ci sono scelte che a pioggia battente non vanno sindacate, se sono luoghi al chiuso, che sto Kauri sarebbe l’alberone locale loro, come se uno venisse qua e andasse al museo del pino), ci si dirigeva senza indugio alla punta estrema dell’isola del Nord, Cape Reinga.

E qui, signori miei, dopo tre giorni di machiccaspitamelohafattofarammè ci si spalancava davanti uno dei motivi per cui si possono giustificare ventimila chilometri. Questo:

NZ Cape Reinga

Il faro di Cape Reinga (foto Meri Pop)

E’ a Cape Reinga (Te Rerenga Wairua) che si incontrano Mar di Tasmania e Oceano Pacifico, il maschile e il femminile come dicono i Maori (e infatti c’è un’acqua incazzata che lèvati). Cape Reinga, where the spiritd head home: il  luogo sacro in cui le anime dei morti lasciano la terra per entrare nell’aldilà.

Insomma arrampicatici sul cucuzzolo del monte di questa ultima lingua di terra prima del niente,

NZ Cape Reinga cartello

Il più a nord del sud (Foto professor Pi)

da soli in modalità Don Backy (nell’immensitàààààààà)

mi è venuto in mente Ennio Flaiano: “Viaggiare è come tenere i rubinetti aperti e vedere il tempo che va via, sprecato, liquido, intrattenibile”. E dunque, mentre lui scorre, noi possiamo trattenerne solo frammenti: collezioniamo piccoli momenti. Da ricordare. Di conseguenza mi è venuto in mente pure Kurt Vonnegut:

“Quando siete felici, fateci caso”. Che chissà quando ve ricapita.

Notazione che mi si è riproposta anche poco dopo, quando dopo una successione di spiagge mozzafiato, ci siamo fermati in tal Mangonui (allego foto)

Mangonui fishandchips

Mangonui e mangioio – Foto professor Pi

della qual foto la parte importante è la scritta “fish shop”. E anche “world famous”. Perché è qui che, al diavolo i postumi della congestione, ho mangiato smezzandolo col professor Pi uno dei migliori fish&chips in carriera.

NZ fish&chips foto Paola

Fish&chips a Mangonui (foto Paola Gallorini che intanto si scofanava cozze)

E la presente giornata passa di diritto nella top ten del viaggio non solo per il bendiddio di atmosfere e paesaggi ma anche per quello portatoci in tavola a pranzo e cena, entrambi in ristorante, dunque rinunciando alle delizie dell’autocucinamento negli ostelli.

Vi dico solo che, tenendo Rob i conti della spesa ma tenendo Pi materialmente la saccoccia coi denari avvinghiata tipo microchip sottopelle, a ogni entrata di supermercato metteva in guardia sul costo della vita e del giro vita, costringendoci a una continua spending review che manco Cottarelli. Il Signore dei Borselli, per dire, autorizzava sì l’acquisto di già preparate zuppe e addirittura di un quarto di Camembert da dividere in otto ma si pronunciava contro la deriva della Nutella. Salvo poi, non riuscendo più ad arginarne la conseguente protesta, chiedere di aggiungere anche il suo adorato e immangiabile burro di noccioline. Che però è andato a ruba pure quello.

Si sappia solo che a Maci, che di zuppe non ne mangia, sono stati una volta rifilati gli avanzi di pasta della sera prima -trasportati nonvelopossodirecome e dove- ripassati in padella con ciò ulteriormente facendo squaqquerare la locale tipologia di pasta. Sostanzialmente lui cenando con il Ciappi.

Dunque quando siete al ristorante, viaggiando con Pi, fateci caso. Che chissà quando ve ricapita.

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La signora degli ombrelli

5 agosto

Acqua. Elemento fondamentale di tutte le forme di vita conosciute. Che però quando ti si riversa addosso dal cielo, oltre a stazionare nella baia poi ritrasformandosi in nebbia e quindi in aripioggia, diventa elemento fondamentale di scassamento di cabasisi. Il campione molestamente piovoso di Auckland sarà nulla in confronto alle secchiate che i giorni a venire ci riserveranno. Ed è meglio chiarire sin d’ora che i detrattori del fondamentale elemento è bene cerchino altre mete.

Insomma io della baia di Auckland, avvolta da nebbia pioggia e vento

NZ Auckland Paola

Cinquanta sfumature di grigio a Auckland (foto Paola Gallorini)

posso dirvi solo che c’è un bar strepitoso sotto ai portici. Si chiama BarAbra (Area5 Shed 23 Princess Wharf, nel caso decideste), era l’unico aperto e ci siamo andati a fare colazione la mattina dopo.

In concomitanza con l’ultimo atterraggio a Auckland avevo poi trovato il modo di complicare vieppiù lo sbarco facendomi venire una congestione da succo d’arancia del secondo breakfast del caspita di Emirates.

Senonché dopo un digiuno di una ventina di ore la tarte tatin di Barabra entra di diritto nella Hall of Fame. Fame in tutti i sensi. Ma anche chi non proveniva dai sopracitati smottamenti gastrici confermava che sì, la colazione da BarAbra meritasse una menzione.

Barabra

Bar-Barabra ciccì cocò (foto professor Pi che infatti non vi è)

Le tre ore complessive trascorse ad Auckland, di cui una passata in banca a cambiar denari, ci costavano 80 dollari di colazione più 48 per due ore di parcheggio per un totale di 128 dollari neozelandi pari a circa 80 eurini. Voi capite che con questi ritmi qui non sopravvive mezza giornata in Zelandia manco Warren Buffet, checché ne scriva Forbes.

Comunque mentre io mi misuravo con i cessi dell’ostello, una coraggiosa parte del gruppo fuoriusciva nottetempo e vide addirittura questo:

NZ Auckland3 Paola

Auckland by night (Foto Paola Gallorini)

Ma non distraiamoci. Dunque Rob, la nostra cassiera, anche detta Christine Lagarde, intimava non già di ripartire da Auckland ma di fuggirne immediatamente. Già che ci siamo provvederei a rendervi edotti, oltre che sulla composizione dell’acqua, anche su quella del gruppo di viaggio.

Capitanata dal professor Pi la formazione comprendeva:
Massimo detto Maci
Rob detta Christine Lagarde ma anche Emergency per motivi che non vi sfuggiranno
Paola detta Gran Canon data la compulsione fotografica (ma la troveremo protagonista anche di indimenticabili amatriciane)
Marina detta Marina
Bianca detta laNonna
e Agostino detto Ago che i più assidui ricorderanno per l’indimenticabile performance dell’entrata a Normanton, Australia, in jeep trainata con cordino da bucato.

Fuggiti da Auckland si percorrevano agevolmente quei 400 e passa chilometri di strada e d’acqua che ci separavano da Ahipara ove si giungeva stremati di notte, dopo aver chiesto aiuto pure ai vigili del fuoco per cercare il caspita di ostello sperduto nelle brume. Ma ci si giungeva soprattutto dopo chilometri di tornanti che davano il colpo di grazia anche al granitico stomaco del professor Pi. Il quale professor Pi, finalmente arrivato alla recinzione del caspita di ostello, scendeva, ci lasciava le chiavi della macchina rantolando un

-Bene, procedete pure che io devo fare una cosa

e con ciò signorilmente avviandosi verso una staccionata come dovesse dirigersi sul confinante green del golf center, si affacciava alla balaustra e ivi vomitava pure i confetti della Prima Comunione che non ha mai fatto.

L’acqua riiniziando a scendere a secchiate, noi dirigendoci nel bungalow con cucina annessa, pioggia e vento come non ci fosse un domani, effettivamente iniziavo a rivedere il mio imperativo categorico dell’ “Ovunque fuorché rimanere ai 39 gradi di Roma”: che tutto sommato anche sventagliarsi dona un’illusione di nobiltà.

Non riuscendo a ingurgitare più di 7 penne all’olio osservavo invece la disinvoltura con cui il professor Pi, completamente ristabilitosi dopo l’affacciata di balaustra, si faceva fuori il suo piatto di penne all’amatriciana, con successivo rabbocco e scarpetta, sublime opera del periodo coppa&spada di Paola Gran Canon. Pi rifiutava solo il calice di rosso che il sommelier Maci gli porgeva, ivi specificandogli

-No, grazie, non vorrei appesantirmi

Vorrei risparmiarvi il rito dell’immissione in letto umido di bungalow non riscaldato in inverno australe. Ma non lo farò. L’opera di svestizione notturna veniva seguita da una subitanea rivestizione con il seguente equipaggiamento:

-pantalone di pigiama di pile
-maglietta della salute
-sopramaglia termica a maniche lunghe
-pile da notte
-calzini della Emirates
-2 gocce di Chanel numero 5 e 200 di pioggia

Così percosso e attonito il Professor Pi augurava infine la buonanotte:

-Meripo’, se hai bisogno anche della papalina non fare complimenti

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Ventimila leghe sotto i fari

4 agosto

Si comincia con un atterraggio di emergenza a Perth. Per sbarcare un ragazzo che si è sentito male in volo, ha vomitato anche l’anima e alla fine è sotto ossigeno da ore, tre sedili dietro al nostro. Dunque si comincia con la prima lezione: qualsiasi tipo di lamentazione sul fatto che qui non si arriva mai (e ne avrei, e come se ne avrei) è superata dal constatare che noi ci stiamo comunque arrivando. E’ a questo ragazzo che ho poi pensato per tutta la durata del viaggio. E ancora oggi vorrei scrivere al signor Emirates per chiedere come sta.

Al complesso sbarco e al rifornimento di ossigeno seguiva l’annuncio che avevamo ghiaccio sulle ali e dunque aspettiamo gli sbrinatori di ali. Dopo due ore e mezza -che arrivavano dopo le 6+12+3 di volo effettivo esclusi scali e altre attese- si era ancora a far su e giù per i corridoi. Intanto in prossimità dei bagni veniva allestita l’area stretching. Capannelli di passeggeri improvvisavano corner di conforto culinario internazionale: a me arrivava un pezzo di cioccolata fondente all’arancia gran cru da tre americani. Alla terza ora e mezza il comandante annunciava che forse jelapotevamofare. Destinazione Melbourne. E poi Auckland.

Ad Auckland si arriva dall’acqua. Anche se si scende dal cielo. L’aeromobile sorvola la baia, si accosta e sul ciglio della costa tiene un’ala sempre sull’acqua. La mia. Di ala. Per cui dopo le nostre 5+12+3+4+nonmeloricordo ore di volo effettivo, atte a coprire i ventimila chilometri di distanza, guardo il Professor Pi e lo dico:

-Ma che, si atterra in acqua??

Già il fatto che parti il 2 e atterri il 4 dovrebbe spiegare abbastanza della ulteriormente compromessa situazione fisica e mentale che già di norma è quello che è.

Auckland. Sedici gradi, nuvoloni, pioggia. Ma ho promesso di limitare le lamentele all’essenziale quindi riserviamole per l’ostello. La Nuova Zelanda è carissima. Un caro direttamente proporzionale alla distanza, diciamo: il professor Pi avvertiva sin dall’Italia che il nostro permanere notturno si sarebbe svolto negli ostelli (e avendoci fatto passare un mese in tenda in Australia, credetemi, questo sembrava già un gran passo avanti nel lusso). Ci invitava dunque a fare la tessera degli Ostelli Internazionali della Gioventù (YHA), lasciapassare per sconti nei suddetti e per il wi-fi gratis.

E’ del tutto evidente però che la locuzione OSTELLO DELLA GIOVENTù, dopo l’immediata lusinga della parola “gioventù” nella mia testa si associava piuttosto a lasciapassare per potenziali topaie. Iniziamo allora col dire che quello di Auckland era decisamente spartano ma pulito e dignitoso. Non vedendo la porta del bagno si incaricava il professor Pi di specificare

-Meripo’ ora ti ci accompagno
-Mi accompagni dove?
-Al bagno
-Guarda che sono sì provata dalle 48 ore di viaggio ma ce la faccio ancora ad entrarci da sola, al bagno, voglio solo sapere dov’è la porta
-E’ in corridoio
-EEEEEEHHHHH??
-Meripo’ il corridoio: per quanto dignitoso è un ostello e il bagno è in comune.

Per fortuna sua dopo 5+12+3+4+varie ore di volo una non è che abbia la forza di stare a fare simposi su cessi, accatastamenti e classificazione degli ostelli per cui, saltata anche la cena, svenivamo direttamente sul letto dopo una fugacissima pipì nel comune cesso che però, va detto, risultava anch’egli pulito e dignitoso.

Concludendo, per dirla con Italo Calvino, “Di una città non apprezzi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà ad una tua domanda”.

E questa domanda, convenivo con me stessa, almeno la prima sera non poteva essere: “Dov’è il cesso?”.

NZ Emirates

 

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Il segway nuovo dell’Imperatore

Diventi il Re dei 200 e al giro d’onore ti oscura l’Imperatore degli imbecilli.
Una discreta metafora della vita.

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Chi siete, dove andate, come tornate

Oh, è talmente vero che, come dice il saggio, “chi torna da un viaggio non è mai la stessa persona che è partita” che pur avendo passato indenne la frontiera, stamattina Zuckercoso ha detto che non posso essere Meri Pop. Poi mi ha chiesto i documenti e ha detto Lefaremosapere.

E insomma mi chiedo: ma se uno rientra a casa ma non su Facebook, è rientrato veramente?

Meri Pop NZ South Pole

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Bugiarda no, reticente

Bugiarda no, reticente. La migliore autosintesi clorofilliana in tre parole: che infatti compongono il titolo del suo libro. Quello di Franca Valeri. Che oggi compie 95 anni. La citazione del titolo è della mamma della Franca:

«Le affermazioni della mamma erano considerate storiche nell’ambito modesto della storia familiare. Per esempio ha detto: “La Franca non è bugiarda, è reticente”».

Il libro me l’ha regalato la mia amica Rita. E Da allora, da cinque anni, se ne sta fisso sul comodino a monitorarmi le serate con quello sguardo acuto e di sbieco.

Franca Valeri

Insomma tutto quello che di lei c’è da dire lo ha già detto lei. Direi che, per festeggiare questi 95 anni di intelligenza continua, bastano tre righe. Le sue. Quelle dedicate alla grande emergenza nazionale e planetaria, la maleducazione.

“La maleducazione è arrivata molto in alto. La nostra freddezza li ha lasciati lavorare. Adesso la ribellione spetta a noi. Non si era mai visto nella storia: la rivoluzione degli educati”.

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Figli di un Do minore

Perché la stessa musica può piacere per secoli? Com’è possibile che ciò che Johann Sebastian Bach ha scritto nel 1720 (la Ciaccona dalla Seconda partita per violino solo) piaccia ancora dopo 300 anni? “Guerre, vaiolo, peste,  vita media intorno ai 40 anni, analfabetismo, poche medicine, niente luce artificiale”, insomma un altro mondo. Ma un mondo che continua a parlarci e farci emozionare. Insomma cos’è che trasforma un brano in un momento di immortalità?

Io lo sapevo che in quell’invito c’era un trucco. Ma non avevo capito quale

-Meripo’, sabato sera andiamo al teatro romano di Fiesole?

-Uh bello professor Pi, non ci sono mai stata. E che fanno?

Ero pronta da Shakespeare alla Turandot alla tragedia greca aaaa… no, Darwin non me lo doveva fare

-C’è “Dal Baroque al Rock. Con Darwin nella natura delle specie musicali”

-Eeeehhh???

-Meripo’ è un monologo per voce recitante. Due ore.

Vedete la fretta dei sì? La sventurata rispose. E invece. Invece, signori miei, che vi devo dire, poesse che io appresso a Pi mi sia proprio rimba però sono state due ore di magia. L’autore di questa incursione avanti e indietro nel tempo si chiama Luigi Dei, ed è uno scienziato.

Che già il posto meritava di suo

Teatro romano Fiesole

Dunque, dicevamo, cos’è che unisce nell’immortalità Bach e i Beatles o Jimi Hendrix? E Beethoven e i King Crimson? (Non guardate me che io fino a sabato sera non sapevo manco chi fossero, i secondi). E insomma è qui che irrompe Darwin. E pure Luigi Dei:

“I brani musicali sono come gli esseri viventi: ognuno, alla lunga, è imparentato con tutti gli altri! Come tutti noi siamo discesi da un quadrupede peloso e fornito di coda, anche il Jude dei tuoi ‘scarafaggi’ discende probabilmente da quella Sarabanda del signor Johann Sebastian”.

Insomma tutti figli di un dio maggiore, e di un Do, maggiore. O minore.

E allora, cari, pensavo: magari si applica anche alle persone, che ci piacciono? Perché alcuni ci piacciono per sempre, altri per nulla, altri ancora solo per un po’? Non so. Intanto, nell’attesa, mi riascolto Bach. Ma pure i Led Zeppelin. Che entrambi, in qualche modo, continuano a portarci in alto. Stairway to Heaven.

 

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A cena nella storia

Proprio mentre scorrono le immagini di C’eravamo tanto amati (su Rai Movie, giusto mo’) mi è venuto in mente che giusto ieri sera, trovandomi ancora ospite del Professor Pi nel Granducato di Toscana, egli, per sfuggire alla calura che attanagliava anche l’Arno, a un certo punto dice

-Dai Meripo’ ora ti porto a cena in collina

Dopo una serie di tornanti si giungeva in un’amena strada sulla quale compariva l’insegna “Zocchi”. Entrati in un gran pienone di genti i cui deschi emanavano profumi dal tartufo, alla lasagna alla Margherita la pizza, ci accomodavamo di fronte a un piatto di zucchine e funghi fritti. Ed è stato a quel punto che il professor Pi mi ha detto

-Meripo’ hai capito dove siamo seduti?

-Di fronte a un piatto di buonissimi fritti, professor Pi

-Sì Meripo’ ma siamo seduti anche in mezzo a un pezzo di storia d’Italia

Considerato che il Professor Pi è un fisico pensavo tra me e me “Aò, magari ha un concetto molto esteso della storia, tipo la storia della fungologia fritta applicata”. E lui:

-Meri, questo è il ristorante della Marisa Zocchi

Di fronte alla mia perenne faccia a punto interrogativo incalzava con quel dolcissimo suono che hanno le 6 parole

-Tu sei troppo piccola per ricordarti….

E insomma Marisa Zocchi, lo dico per tutti quelli piccoli, è stata una campionessa di Lascia o raddoppia, moglie di Guido Boni, ciclista, lei diva tv e pupilla di Bartali, specializzata proprio nel ciclismo. E sentite che storia:

“Raggiunto un monte premi di due milioni e mezzo ed arrivata alla puntata finale Bongiorno le chiese, appunto, lascia o raddoppia? Nelle puntate precedenti era andata avanti alla grande e forse dentro di se pensava di poter rispondere anche alla domanda da cinque milioni (erano tantissimi soldi ai quei tempi). Ebbe un attimo di esitazione coinvolgendo sul piano emotivo qualche milione di telespettatori. Un attimo che sembrò un’eternità. Poi confessò a Bongiorno: “Lascio perché i soldi già vinti mi servono per curare mia madre molto malata”. Su quella sua scelta così umana, così struggente, tutti provarono verso di lei tenerezza e simpatia. Tra costoro anche il re dell’Egitto Faruk che, attraverso l’attore Folco Lulli, fece arrivare a Marisa Zocchi un assegno di due milioni e mezzo, cioè la cifra alla quale la ragazza aveva rinunciato”.

Nel frattempo, essendo arrivati anche i miei pici cacio e pepe, mi sono ritrovata catapultata, oltre che nel colesterolo, anche in un salto indietro nel tempo, in un tempo infinito nel quale l’Italia rinasceva dalle ceneri di una guerra e lo faceva insieme alla tv, piena di ottimismo, di speranza e fiducia. Un’Italia in cui la Marisa Zocchi rinunciò alla gloria per curare la mamma e il re d’Egitto (manco Walt Disney avrebbe potuto sceneggiarla meglio) le manda l’assegno della cifra alla quale ha rinunciato.

Che vi devo dire? Che davanti alla crostata ricotta e fichi (ve l’ho detto che in collina faceva un certo frescolino e le papille gustative si erano scatenate) mi sono rivista la signora Marisa e la signora Italia. E mi è venuta una grande nostalgia. Di tutte e due. Anche se la Marisa non l’ho conosciuta. E tutto sommato neanche l’Italia, l’Italia che crede fermamente che ce la farà. E si rimbocca le maniche per farcela.

Marisa Zocchi

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