Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Anche la storia bussa sempre due volte

Dura cinque minuti e mostra la distruzione, in sostanza, della nostra infanzia passata sul sussidiario. E’ un video. Un video diffuso dall’Is nel quale per cinque interminabili minuti i miliziani si accaniscono con picconi, mazze e trapani sui reperti archeologici di Mosul, città irachena considerata l’antica Ninive.

E Ninive nella mia testolina di ottenne e novenne era abbinato a Mesopotamia e Assurbanipal, il re degli Assiri. Nomi che ci misi mesi a imparare e ricordare ma che ancora oggi son lì fermi e granitici, senza per altro aver mai capito chi caspita fossero e dove si trovassero né Assurbanipal e né gli Assiri, possedendo all’epoca un’autonomia geografica compresa fra casa mia, il Grande Raccordo Anulare e al massimo l’A24 per andare dai nonni.

Cinque minuti di mazzate contro migliaia di anni di cultura. Non avevo mai visto la storia presa a martellate così bene e così in diretta. Ma il momento surreale, in cui il dramma è sfociato nel grottesco, è stato quello in cui uno di questi figuri acchiappa un trapano elettrico e inizia ad accanirsi sul fianco di una millenaria statua come fosse stato il ripiano della libreria Billy da imbullonare. Lì il cuore squaccherato ha dovuto cedere il posto per un attimo allo strabuzzo d’occhi e all’incredulo sorriso amaro del “ma che davero?”.

Sì purtroppo, davvero. Davvero “la storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”. (Karl Marx). E qui siamo anche oltre la farsa. Senza sapere quale baratro ci attende subito dopo.

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La sindrome del caciocavallo

Oggi parleremo dei caciocavalli. E’ una delle cose che mi mancano di più di quando ero piccola: la visione di tutti quei caciocavalli appesi nel fondaco di nonna. In quel di San Pietro Avellana,  Molise quello tosto. Lei li vendeva in negozio ma è nel fondaco che andavano fatti stagionare. Odori e sapori che stanno lì a far da amarcord. Che ognuno ha avuto le sue merendine. E io i caciocavalli. Oggi probabilmente irromperebbe Jean Claude Juncker in persona, corroborato da squadre di funzionari Ue, e glieli farebbe tirar giù tutti.

Ora, dice, che caspita c’entra il caciocavallo con i tradizionali guainostri d’amore? C’entra. C’entra perché è da anni che la mia amica Teresa aspetta che lui si decida a decidersi e che scelga di sceglierla. E’ una situazione, come dire, sospesa. E ce lo diciamo sempre, che è sospesa. Ma ieri a un certo punto alla domanda

-Allora novità?
-No, sempre in sospeso. Come una nuvola

mi è tornata in mente la scena di quando nonno scendeva a tastare e testare caciocavalli per decidere quale fosse pronto per esser tirato giù. E dunque, Teresa, volevo dirti che se invece di sospesa diciamo appesa secondo me diamo un contributo alla causa.

Perché, pensiamoci Teré, dire che ti tiene in sospeso come una nuvola è tutto sommato anche molto poetico. E dunque propongo che, dalla prossima volta,la presa di coscienza viri più realisticamente su

-Allora, novità?
-No, sempre appesa. Come un caciocavallo

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Birdwoman

Curioso osservare come, insieme a un’avanzata di riflusso sottomissionista, le donne italiane non abbiano mai alzato così in alto la testa come ora. E non intendo solo la testa di Samantha Cristoforetti che se ne sta proprio fra le stelle ma non fra le nuvole: penso a quel red carpet che stanotte è diventato green-white-red con l’Oscar a Milena Canonero per i costumi di Grand Budapest Hotel. E penso anche a Fabiola Gianotti, prima donna a guidare il Cern. Penso, inoltrre, a tutte le eccellenze che ho intorno, alcune vanno sui giornali ma la maggior parte no ed eccellono, come spesso accade alle donne, in silenzio.

Tutto questo per dire cosa? Che la migliore risposta alle ondate remissiviste, sottomissioniste, geishiste, oscurantiste e statevacasiste e quant’altro, le donne la stanno dando in silenzio: con i fatti. Perché, diciamocelo, quale migliore risposta può esserci a chi invita a starsene a casa a fare la calzetta, se non quella di vincere un Oscar come costumista?

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L’uomo che imparò a volare

Per quegli inspiegabili meccanismi di emulazione accadde che, dall’alto del mio metro e mezzo abbondante, nella mia vita precedente mi appassionassi al basket. E mi ci appassionai quando il motivo per cui decisi di commutare lo stato civile da nubile a sposata mi fece conoscere Michael Jordan. Nel senso tramite la tv. Michael Jordan -che oggi compie 52 anni- è l’unico uomo che io abbia visto volare. Nel senso senza deltaplani e altri ausilii che non fossero la spinta e la potenza delle proprie gambe. Volare con una palla in mano.

Per quel che ce ne racconta oggi Wikipedia questo santantonio di figaccione che lèvati, cioè  ”il giovane Michael”, ” frequenta la Emsley A. Laney High School, ma è un ragazzo molto timido; segue addirittura un corso di economia domestica, per paura di non riuscire a trovare una donna da sposare una volta cresciuto. Di conseguenza, impegna tutte le sue energie nello sport”.

Dunque eccone un altro, come tipo Zuckerberg:

lezione numero 1) spesso c’è un casino amoroso all’origine delle fortune. Se ne tenga conto

E una volta, parlando di Phil Jackson, disse:  ”È l’unico che sia riuscito a tirare fuori sempre il meglio di me, l’uomo che mi ha fatto diventare un vincente. Fra me e lui era una continua sfida a livello mentale. Mi ha spesso messo in difficoltà nello spogliatoio con i compagni, ma lo faceva per fortificarmi. Non mi sorprende che continui ad avere successo a Los Angeles: è un mago nel mischiare la personalità dei giocatori. Perché -ed eccoci alla lezione numero 2- con il talento e basta non si vince”.

Ma la lezione più importante che ho imparato da Michael Jordan è la lezione numero 3:

“Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri, ho perso quasi trecento partite, ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto”.

Buon compleanno

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Auguri

Soprattutto a quelli che, amandole, hanno reso migliori persone che poi hanno scelto altri.

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L’anguillismo del Lealiano mimanchismo

A ridosso dell’inizio del florovivaistivo Festival si verificava la solita escalation di Mimanchismo (se ne parlò già qui): uomini ovunque dispersi nel globo terracqueo dello scorso weekend mandavano sms con la fatale locuzione a donne sdilinquite, ovunque disperse anche loro ma disperse da sole. Nel senso che il mandante trascorreva la vacazione con moglie e figli regolarmente riconosciuti e messi a bilancio.

Ora c’è che la maggior parte dei mandanti non si limitava allo struggente sms ma inviava proprio il link alla sdilinquente nenia dell’ipertricotico urlatore. Che, giusto per ricordarvelo, ci tormenta e inutilmente ci mette in guardia dal Festival del 1988.

Dunque il sabato sera, con già dodici ore di convivenza parentale coatta, approfittando dell’ora che volge al butting della mondezza cioè
“quando il sole da’ la mano all’orizzonte,
quando il buio spegne il chiasso della gente “

si precipitavano sull’aifonio e compulsavano il “Mi manchi” alla tapina sola e abbandonata in città.

La dedica del “Mi manchi” Faustolealista segna, di norma, il punto più anguillesco della illegal relazione:  perché il fedifrago sa che la lusinga della descrizione contenuta

”nei tuoi sguardi e in quel sorriso un po’ incosciente/ nelle scuse di quei tuoi probabilmente”

culminante in

”sei quel nodo in gola che non scende giù”

sposta definitivamente il piano della realtà: guarda che sei tu quello dal sorriso parecchio incosciente, che mette scuse e fa vivere lei di “probabilmente” (soprassiedo sul nodo in gola che invece te lo meriteresti al collo, scorsoio, anche).

Come da denuncia per circonvenzione d’incapace, di lei, risulta essere anche il prosieguo a base di: “Mi manchi…mi manchi/ posso far finta di star bene, ma mi manchi”. Che te l’ha ordinato il dottore di non fare ordine nel tuo stato civile?

Per non dire del “Mi manchi/ e potrei cercarmi un’altra donna ma m’ingannerei”. N’altra?

E infine ci avviamo a sprazzi di onestà con quel

“sei il mio rimorso senza fine (era ora)/il freddo delle mie mattine/ quando mi guardo intorno e sento che mi manchi”.

Quindi?

Quindi per favore chiudete quel caspita di Iutubb e aprite gli occhi. Perché mentre quello ”cammina a piedi nudi dentro l’anima” voi state proprio a piedi. In mezzo a una strada. Capito?

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Il Festival di Saremmo

Tutti i casini sentimentali che si rispettino iniziano di norma da un condizionale. E dunque mi è gradito ricordare, alla vigilia del sempiterno florovivaistico Festival, che “Come saprei”, signore e signori, ha 20 anni.

“Come saprei amarti io nessuno saprebbe mai”: generazioni di Florence Nightingale dell’emisfero destro del cervello incontrano l’esponente del sesso a noi avverso renitente al sentimento, lo squadrano, lo detestano e, a un passo dalla salvezza del ma-figuriamoci, precipitano invece repente nel Come saprei/ richiamare gli occhi tuoi/ incollarli ai miei.

Era il 1995 quando Giorgia dal palco dell’infiorata ligure calava il jolly dell’illusione suprema: “Come saprei/capire l’uomo che sei/Come saprei scoprire poi/Le fantasie che vuoi”.

Sorde a secoli di Macchittel’hachiesto le indomite crocerossine della sindrome maschia dell’indifferenza insistono brandendo Giorgia come una clava 2.0 sulla maschil pigrizia emotiva:

“Io ci arriverei/ Nel profondo dentro te/ Nei silenzi tuoi”. Non è che lui è micragnoso dentro: son le colleghe nostre, ostetriche sentimentali scarsissime, che non lo sanno tirare fuori.

Poi la condanna di quel gerundio: Emozionando. Semprepiù

“Come saprei/ stupire l’uomo che sei/ Quando stai lì/ E non sai che voli prendere”.  Ora a meno che quello non si trovi a Fiumicino con la coincidenza persa, in realtà tutta sta pippa di verso ha un solo scopo: giustificare la nostra masochistica ostinazione. Stronzo, sei? Ottimo, dunque redimibile. Da ME.

La deriva si completa sul finale: “Come saprei amarti io/ Nessuno saprebbe mai/ Come saprei riuscirci io/ Ancora non lo sai”.

Potresti metterti in salvo e lasciargli questo eterno dubbio e uscirne, sana e salva, da madre della Patria. E invece no: sei già su Whatsapp, cioè il moderno citofono della mentale pippa, per precipitare dal limbo del dubbio agli Inferi della certezza.

Come saprei. Se solo lo sapessimo. Che la felicità di solito risiede prevalentemente nel futuro. Ma le sòle, è certo, sempre nel condizionale.

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Hasta la lista

E voi mi state ancora alla lista Falciani

Foto da Facebook "Insegnare la grammatica italiana a chi crea gruppi"

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Le Rose di Mark

Insomma ieri mentre mi aiutava a ricostruire la vicenda di Pride,  il mio amico Roberto -rabdomante musicale di classe AAA+++- ha iniziato a raccontarmi la storia di Bread and Roses. Poi, mentre ulteriormente mi ci appassionavo, e visto l’innesco Amarcord in tanti di noi qui e sul socialcoso, gli ho chiesto di raccontarcelo a voce alta. E alla fine ce le ha pure cantate… Che anche le canzoni, come le rose, si regalano a dozzine.
Meri

Già il nome era un segno: Rose.

E’ suo, di Rose Schneiderman femminista e socialista leader della Woman Trade Union League, il discorso che ispirò lo slogan Bread and Roses. Lo pronunciò davanti ad platea di suffragette benestanti, ci dice l’enciclopedia in rete, di Cleveland.

“The worker must have bread, but she must have roses, too. Help, you women of privilege, give her the ballot to fight with”.

Era il primo gennaio del 1912 e i lavoratori tessili di Lawrence, Massachusetts, iniziarono uno sciopero che durò 9 settimane.

Durante una delle manifestazioni un gruppo di donne portò uno striscione che aveva proprio quelle parole stampate sopra: pane e rose. Era la loro richiesta ad un trattamento lavorativo e salariale come gli uomini

James Oppenheim, poeta e scrittore americano che ha dedicato la sua opera al mondo del lavoro, fa diventare le parole di Rose una poesia e Martha Coleman musica il testo: Bread and Roses diventa così una delle canzoni dell’American working-class.

P.S. Sarà l’età, sarà che Meri Pop me la ritrovo alla scrivania accanto, ma quando penso a Rose Schneiderman che parla davanti alle suffragette l’immagine che torna alla memoria è quella, nel film Mary Poppins, della signora Banks che va alla marcia.

P.P. S.Tutto nasce intorno a delle chiacchiere sul (bel) film Pride. Il protagonista di quel film nella vita reale, Mark Ashton, se ne è andato
nel 1987, portato via da quella “grande malattia con un piccolo nome”.

Ashton nella sua breve vita ha avuto tra i suoi amici Jimmy Somerville, cantante dei Bronski Beat e poi con Richard Coles nei Communards. Gli hanno dedicato questa canzone:

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Sì, anche le rose

Lunedì sera con Pat, la mia rabdomante cinematografica, siamo andate a vedere Pride. Sostanzialmente una proiezione privata: di post-domenica per un film ormai sulla rampa di lancio di uscita dai cinema con l’intera sala per sei persone.

Pride, la storia vera del sostegno degli attivisti gay allo storico sciopero dei minatori inglesi in pieno regno Thatcher: LGSM, Lesbian and Gay Support the Miners. I miners all’inizio, in realtà, non lo volevano proprio per niente, quell’ “imbarazzante” sostegno. Senonché i gay non si scoraggiarono e li aiutarono lo stesso. Con ciò facendo nascere un’amicizia prima e un’alleanza poi che, dal piccolo sperduto paesino del Galles in cui nacque, si propagò ovunque, fino a culminare nel fatto che, per esempio, l’energica signora Sian James -moglie di minatore che durante lo sciopero preparava pasti per mille famiglie a settimana e che venne incoraggiata a rimettersi a studiare dal fascinoso Jonathan Blake (Dominic West) - oggi è un membro del Parlamento per il Labour Party. E dal Parlamento oggi è lei che Support, e come.

Imperciocché uno dei momenti in cui la quippresente è dovuta ricorrere al soccorso dei Kleenex è stato quello in cui si alzano in piedi tutti, supermachi e gay, morigerate mogli e disinvolte lesbiche, e cantano insieme Bread and roses:

The worker must have bread, but she must have roses, too.
L’operaia deve avere il pane, ma deve avere anche le rose.

Non basta il diritto di esistere, serve anche quello di vivere. E vivere degnamente. Valeva per le lavoratrici allora, quando quelle parole le pronunciò Rose Schneiderman per il diritto di voto, vale per tutti oggi.

Ora accade che, nell’anno di grazia 2015, noi si debba ancora star qui ad assistere a intolleranti che attaccano sedi gay, offendono, insultano quando non peggio.

Qui siamo ancora al pane, evidentemente. Merita dunque rammentare la storia di Pride: perché lì il pane lo conquistarono tutti insieme, etero e gay, per tutti. Compresi i minatori gay. Che c’erano. Dunque appuntarselo: i-diritti-si-conquistano-tutti-insieme-per-tutti.

Ordunque, se non volete diventare tolleranti per il senso di civiltà tocca che vi rassegnate: fatelo per il pane. Noi, intanto, lavoriamo per le rose.

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