Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Caro Zuckercoso, miliardario grazie a me

Oggi siamo qui. Con questa che inizia così:
Caro Zuckercoso, è probabile che dopo lo sbarco in Borsa di Facebook anche i Peanuts sbarcheranno da un avvocato e ti facciano causa. Perché, a giudicare dalla mole di postamento quotidiano che vedo scorrere, le strisce di Charles Schulz sono il 60 per cento del traffico di contenuti della tua geniale invenzione, il resto essendo equamente diviso tra le foto delle vacanze mie e le scemenze che ci diciamo con gli amici miei: sostanzialmente i Peanuts, le mie vacanze e le scemenze viaggiano su Facebook come i neutrini nel tunnel della Gelmini.

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Sex and the Cipol

E’ successo che il Professor Pi doveva partire per la Cappadocia. Ma stavolta io non potevo andare. E’ un uomo fortunato, a volte.
Dunque io non potevo andare però lui ha detto
-Meripo’ visto che ho l’aereo all’alba che dici se passo a salutarti e con l’occasione mi ospiti la sera prima?
-Certo Professor Pi anzi se con l’occasione poi mi insegni qualche altra ricetta, che sono cinque inviti a cena di seguito che faccio la tua pasta alla siciliana rivisitata
E lui ha detto
-Certo Meripo’, potremmo fare il riso pilaf , ora ti dico cosa comprare.
E così io sono uscita a fare la spesa e lui ha preso un treno ed è venuto a trovarmi.

Io, ve lo devo dire, non è che avessi mai ospitato uno scienziato e allora mi sono preparata. Ho studiato. Ho studiato tutta la settimana. Come dovevo vestirmi. Tipo gonna tattica, maglietta, tacco 12. 10. 8 (no, scusate, se mi presento col tacco 12 a Termini potrei dare adito a pettegolezzi).

E insomma sono andata a prenderlo e me lo sono trascinato e l’ho accompagnato a casa.

Sapete com’è, una chiacchiera tira l’altra e intanto avevo stappato un 15 gradi rosso e cin cin e salutino e sorsetto e poi questo caspita di Professor Pi me ne fa passare di tutti i colori e mi porta in posti che manco so dove stanno e come si pronuncino e però ecco lui ha un suo fascino. Così beh, avete capito, si era creata una certa atmosfera, io avevo messo pure Chiara Civello di sottofondo, a Roma c’era il tramonto che faceva capolino dalla finestra e allora lui si è avvicinato e anche io e lui ancora un altro po’ e io pure e sostanzialmente eravamo come la collisione del Titanic con l’iceberg, ho chiuso gli occhi, ho sentito la sua bocca avvicinarsi al mio orecchio ed è allora che mi ha sussurrato
-Meripo’ hai una cipolla?

Ha detto Meripo’ haiunacipolla

Io prima ho visto se c’era la telecamera di Scherzi a parte poi ho guardato il calice del rosso chemagarihoesgaeratoehocapitomale e poi ho guardato lui che ancora stavo stesa, nel senso dallo stupore e allora lui ha detto
-Mi sono dimenticato di dirti di comprare la cipolla. Non ne hai vero?
-No.

E lui allora ha sfoderato il sorriso da bel tenebroso
E io mi sono detta: Ambeh me stava a prende in giro, volevo dire…
E lui a quel punto si è alzato in direzione suo zainetto, l’ha aperto e ha tirato fuori un incartamento argentato e, sempre come il beltenebrosando ridens, me l’ha sventolata, la cipolla d’argento, e ha detto:

-Lo immaginavo, non importa, l’ho portata da casa.
Poi si è messo a cucinare.


Adesso, guardate, ci deve solo provare a dirmi che mi vuole portare tipo dai cannibali. Anzi, ci provi: che gliela do’ io la ricetta a quelli per sbocconcellarselo in casseruola.
Il Professor Pi-laf, lo faccio diventare.
Con la cipolla, s’intende.
Giuro che me la porto da Roma.

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Là dove financo le parallele s’incontrano (Ma l’uomogiusto mai)

Caro Professor Pi,
a seguito di decenni di esperienza amorosa mi chiedo: ma non sarà che uomini e donne sono un po’ come due rette parallele, destinate a non incontrarsi mai? E perché invece si incaponiscono nel volersi incontrare a ogni costo? E, soprattutto, davvero non c’è alcun modo di farle non dico incontrare ma almeno comunicare, metterle in relazione senza farsi male? Perché sarà un caso ma poi l’unico incontro fra parallele arriva tramite una trasversale che le taglia entrambe. E addio.
Angela

Risponde il Professor Pi

Cara Angela,
l’errore che commettiamo, secondo la mia modesta opinione,  è quello di pensare che le nostre vite si svolgano seguendo i postulati della geometria euclidea, l’idea cioè di vivere in un mondo dove ci si possa sempre muovere (coerentemente?) in linea retta (rettamente?) e dove, assiomaticamente (V postulato di Euclide), rette parallele sono destinate a non incontrarsi mai.

In realtà il mondo delle relazioni è non lineare, certamente più ellittico che Euclideo e, come ci ha insegnato Riemann, in una geometria ellittica due rette, anche se parallele, finiscono sempre con l’incontrarsi. Dove la geometria trova il suo limite è che non è in grado di dirci quanto tempo occorre perché l’incontro avvenga.

Le variabili sono troppe e tutte legate alla nostra capacità di non stare fermi, di percorrere queste rette. Credo che dovremmo, tutti, essere più attenti a comprendere e a godere delle scoperte che facciamo nel percorso, piuttosto che essere unicamente tesi all’incontro (finale?).
Suo Pi

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Basta che funzioni

In occasione della Giornata contro l’omofobia mi è qui gradito riproporre l’approfondita analisi che la Giovane older (ottenne) ebbe a tenere in abitacolo macchina.

Mia sorella mi ha regalato un anello. La cosa ha divertito molto la giovane older che, una volta rimaste sole, ha chiosato:
-Zia, sembrate quasi fidanzate
-Beh, se aspettiamo che ce li regalino gli uomini, gli anelli…
-Due donne che si fidanzano veramente sono gay?
-Si
-Ma non si possono sposare, vero?
-No
-E perchè?
-Perchè per sposarsi bisogna essere di due sessi diversi
-Ah. Io pensavo che bastasse volersi bene. Se invece bisogna essere pure diversi poi non è che ci possiamo lamentare che non funziona.

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Carinzia3/fine: della Banda della magliaia assisa ovunque

Complicato raccontare cosa sia l’amicizia fra donne. Molto più semplice attovagliarle a quei caffè  e stare ad osservare la scena: le tre arciduchesse di CoburgoSassonia assise tra un vassoio di delizie di pasticceria asburgica, contornate da austroungarici bicchieri pieni ora di infusi al ghiaccio ora di cappuccini frappati, padrone di quella distesa a perdita d’occhio di piazza che veniva sommersa, oltre che da un sole che manco la costiera amalfitana, di chiacchiere, ciacole, petteguless e varie  

Caffè degli Specchi, Trieste

ivi trascorrean liete sto par d’orette stile tricoteuse, sorta di Banda della magliaia mitteleuropea assai.

Ancora sotto l’effetto dell’imperituro amore fra Maria Carlotta Amelia Augustina Vittoria Clementina Leopoldina di Sassonia-Coburgo-Gotha detta Carlotta del Belgio con Massimiliano D’Asburgo, racchiuso nelle imperiali stanze del Miramar castello, si procedeva invece a sezionare il periturissimo nei nostri tempi amor, escluso quello dei presenti. 

Esaurite le formalità conviviali e dopo aver attraversato pedibus calcantibus tutta la città, che il cammino di Santiago di Compostela in confronto fa ridere (ah, mi raccomando, entrate nella Chiesa greco ortodossa, San Nicolò dei greci: se non vi piace vi risarcisco io, eccovela)  

Chiesa greco ortodossa San Nicolò

dicevo, dopo aver battuto palmo a palmo la città finalmente ci attovagliavamo di nuovo attorno, stavolta, a un tavolaccio di legno sturmunddrang, per coerentemente chiudere l’austroungarica giornata con:
prosciutto cotto (no, non Fiorucci, una cosa mastodontica und buonissima)
porzina con capuzi (bollito di porcina con crauti) col kren
patate in tecia
ri-crauti
birretta 

Per capirse: mai avrei ritenuto possibile, prima di essere assisa con le altre due arciduchesse, che tutto ciò potesse essere contenuto in un unico stomaco. Roba che quando te la magni te ga come un tsunami en nel estomaco.
A questa quantità serale va inoltre aggiunta la colazione de mattina che me ciapa fame:
capo in B (eh, questo l’adoro: caffè macchiato al vetro, mittelgenii)
cornetto tipo presnitz
pasta crema di Basovizza (una specie di diplomatico ma a tre piani e lungo come il ponte di Calatrava a Venezia). 

Si consideri che nel frattempo la sera prima la Frà mi aveva lasciata nelle amorevoli cure della Vale e del povero Gigio, che della Vale è il coniuge (che amor xè amor, no xè brodo de fasoi – trad: che anfatti l’amore certe volte sono cazzi cavoli crauti amari, no barzellette, lo stesso valga per il marito della Frà, sempresianlodati).  

Si sappia, inoltre, che a fronte dell’estate di venerdì e sabato, per il sabato sera c’era l’allerta della Protession Sivil per la Bora e, uditeudite,  pure i Santi de iazo, che marzo e otobre per matìo, i se somea come pare e fio e anche maggio comunque no schersa eh.
Nottetempo udivansi tormente. Ma era la porzina en el stomaco.
Invece il povero Gigio, all’albeggiar, era già in giro a verificare la situazione metereologica e al suo rientro, en el coridoio, se sentia
-Gigio, neverin?
-No, Bora  

Chevelodicoaffà, na tragedia: ma quale vento, è come stare sulla pista di Formula 1 solo non ai bordi ma proprio sull’asfalto, ghiacciato, mentre ti trapassa una fucilata alla velocità della Williams con Maldonado a bordo. La Vale mi prestava uno scafandro per tentare di uscire. Mi zavorravano con pesi di varia caratura e in cotal modo mi scortavano prima al caffè poi sul Carso, nella Grotta gigante (e anche qui, vi prego, andate): una cosa sottoterra così immensa che potrebbe contenere la cupola di San Pietro. Cinquecento scalini a scendere, altrettanti a risalire (400mila metricubi di volume, 10 milioni di anni, 167 metri di lunghezza, 98 di altezza). 

Perché, infine, negarci lo sconfinamento in Slovenia (e vi dico che erano appena le 11 del mattino) ove a Lipizza giustamente sconfinavamo sui cavalli lipizzani

Vi dico solo che quando, alfin, Gigio e Vale mi han sbarcata al binario nove e tre quarti con destino Venezia, i miei piedi hanno inviato un cablogramma di ringraziamento all’Onu. 

Conclusioni:
1 – Io a Zuckercoso je devo effettivamente fa’ un momumento, sennò ste due col cavolo crauto che le avrei mai incontrate
2 – Venezia è ancora piena di acqua ma pure di amore
3 – Trieste pure
4 - I bisiachi guai a chi me li tocca
5 – “Il viaggio sempre ricomincia, ha sempre da ricominciare, come l’esistenza”. Aò l’ha detto Claudio Magris. Quindi se mi vi presento un’altra volta prendetevela con lui.

e pure De Gregori, l’ha detto: “Come del resto alla fine di un viaggio c’è sempre un viaggio da ricominciare”. Poveravvoi, amichemie.

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Carinzia2/La via più breve tra te e il desiderio non è una retta né un arabesco ma una miscela arabica

La Bisiacaria non è come la Dancalia. I bisiachi sono un popolo pacifico, ospitale. E FANNO PURE IL PANE IN CASA, santocielo. Buono come loro. E pure il caffè. E’ assai buono. Va detto che io ho fatto la splendida con la macchinetta di Clooney (chediolobenedica) ma la Frà ci ha una Ferrari testarossa, che le fa il caffè. E quando la mattina dopo mi ha portata al bar, a prenderlo, alla signorina ha detto:
-Il mio (tipo una cosa del genere) e uno normale
E allora ho detto
-Ma il tuo in che senso?
-Come quello di casa
-Allora anche io il tuo
-Bene, allora due miei

I bisiachi sono buoni ma secondo me è meglio non contraddirli. Così, per precauzione. E comunque il “suo”, caffè, effettivamente merita. Ci terrei anche a specificare che sto caffè l’abbiamo preso a Pieris che E’ IL PASESE DI FABIO CAPELLO. L’ha scritto pure Gimbo, ieri, nei commenti su sto blogghe: che in sostanza tutti sapevano dei bisiachi, evidentemente anche per via tricologica, tranne la qui presente tenutaria.

Dunque the day after la Frà mi scarrozzava  in lungo e in largo nella Bisiacaria e nella Veneziagiulia (non prima di avermi messo un pane fatto in casa con la pasta madre nella valigia), compresa una patriottica sosta a Redipuglia e infine imboccava una strada bellissima lungo il mare per recarci entrambe a Trieste, dalla Vale. Senonchè, sotto un piccolo tunnel scavato nella roccia, la Frà e tutti quelli avanti e dietro la Frà-mobile, strombazzavano il clacson. Io subito pensavo “ci deve essere un matrimonio” invece la Frà così mi spiegava:
-Sotto il buco si suona

Ora, così come Venezia era “Oddiomaquaèpienod’acqua”, è impossibile capire perché ma oltre una certa latitudine, per me, il nord nel senso da sopra Firenze era tipo un’unica pianura padana. Col mare, si, perché almeno le foto della Barcolana le avevo viste. E dunque, da circa dodici ore, l’unico intercalare che riuscissi ad avere erano vocali stupite variamente declinate che attraversavano la gamma soprattutto degli “ooooohhhh” e anche “uuuuhhhhhh”.

Arrivate a Trieste finalmente la finivo. Restavo a bocca aperta e punto: mi era sbocciata Trieste, l’estate, la Franca, la Vale, la piazza Unità d’Italia, insomma la primavera del Botticelli in confronto sembrava una mentecatta. Aggiungo inoltre che st’appuntamento al buio fra me e Franca lo sarebbe stato anche per Franca e Vale che oltretutto, poracce, entrambe già conoscevano singolarmente la qui presente, che è roba eh, ma non tra loro. E un po’ me ne stavo rendendo conto quando ormai era troppo tardi, cioè al momento dell’impatto tra le due.

Si sappia che le bisiache son gente davvero a modo e così anche le triestine: esse non si picchiavano, non si -neanche- insultavano, non si ignoravano. Esse, signore e signori, si piacevano. Forse anche unite dal comune problema della meripoppica gestione. Ma tant’è. Tipo come se anche loro due non avessero fatto altro nella vita che vedersi il sabato a Trieste a giocare alle signore.

Devo dire che, recandoci al castello di Miramare -altra meraviglia che madovecaspitaso’andataper50anniinvecedivenirciprima,qua?- anche noi tre assumevamo progressivamente un portamento regale anzi granducale anzi arciduchessale: scese dalla macchina in modalità tradizionale ci trovavamo al cospetto di cotal magnificenza

al punto che, immantinente, procedevamo in modalità Meri, Franca und Vale di Sassonia-Coburgo d’Asburgo Serpelloni Mazzantiviendalmare. E ivi sostavamo per un frugal arciduchessico paninozzo nei giardini all’taliana che lo circondano, a picco sul mare. Io, ve lo dico, a guardarmi da fuori, assisa con cotante amiche in quella imperialasburgica cornice, mi autocomunicavo:
-Anvedi però Meripo’ che casino regal piccola casa che hai combinato

Ed è a quel punto che ha trovato appagamento, con una trentina d’anni di ritardo, una cosa che ho sempre sognato di fare e vorrei proprio sapere perché caspita non abbia mai fatto: sedermi a tutti i caffè storici di trieste: il Caffè degli Specchi in piazza dell’Unità e il Tommaseo là dietro. Là, insieme: la Franca, la Vale, Meri Pop con Stendhal, Joyce, Svevo, Saba e pure Magris che lo sa che “il caffè è il luogo in cui si può stare contemporaneamente da soli e fra la gente”.

Passi per i sogni impossibili tipo il centrosinistra unito o un centrodestra decente o un deficit pubblico sotto controllo o mangiare senza ingrassare ma voi me lo sapete dire perché una insegue trent’anni un caffè, per quanto storico? Che quello non è che chissà dove fosse: era lì. Dalla Vale. Per dire. Ci si arriva comodamente con un treno due treni.

Il punto è che il treno dei desideri -e dei miei pensieri- fino a poco tempo fa è andato proprio come diceva Celentano: all’incontrario. Più volevo qualcosa più me ne allontanavo. Finchè una volta, per prendere finalmente sto treno dei desideri, in realtà ho dovuto prima prendere un aereo e andarmene a rifletterci un po’ su. A Cuba. Che a volte la linea più breve tra due punti non è necessariamente la retta, via, ma l’obliqua.

E dunque la via più breve per arrivare da te al desiderio può essere, parafrasando Flaiano, pure un arabesco. Anzi, a volte persino una miscela arabica. (segue)

P.S.
“In Italia la linea più breve tra due punti è un arabesco”. Ennio Flaiano

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Carinzia1: com’è triste Venezia lo sapevamo solo io e Charles

Cioè io per andare in Carinzia ho preso talmente tanti treni e vi ho risparmiato una mole tanta di Co2 che può essere che se sia richiuso un pochetto pure il buco nell’ozono. E’ che io avevo proprio detto all’omino
-Senta allora Roma-Veneziasantalucia e poi Venezia Monfalcone e poi Gorizia e poi Trieste e poi avojaaviaggiare….

E’ che io con Venezia ho un conto in sospeso. Cioè ma se po’ andà a Venezia con l’innamorato, che era il poveruomo ex, esattamente nel passaggio della sfiga in equinozio? Che quando finalmente noi eravamo riusciti ad arrivare a Venezia l’amore già se n’era andato da un’altra parte. Tra l’altro, la volta della sfiga in equinozio amoroso, faceva un freddo che non vi dico e insomma com’è triste Venezia lo sapevamo solo io e Charles. Aznavour.

E dunque, mentre facevo il biglietto, dico all’omino che volevo scendere a Venezia e aspettare la coincidenza del trenino quell’altro (tipo un’ora…) affacciata sul canal Grande. Che, ora va detto anche questo, quella volta che mi ci aveva portata il poveruomo ex, egli era uscito con me dal portone della stazione e io, mollata la valigia a terra con gran tonfo, avevo esclamato

-Oddio ma qua è pieno d’acqua (dunque sto poveruomo poi ha avuto anche i suoi bei perché se s’è, infine, dato)

Ciò detto, dopo aver frecciarossato per cinque ore, passata Mestre metto mano al biglietto e leggo che, invece, l’omino mi aveva fatto il biglietto fino a Mestre. MESTRE. Dico io cosa mi mandi a Mestre? Ed è lì che, infine, ho acchiappato il cellulare nel panico da persafermatadovedovevoscendereperandaredalleCarinzieamichemie, e faccio il numero della Franca
DRIIIIIIIIIIIIIINNNN
-Siii??? dice la vocina scoppiettante veneziagiuliana
-Franca cara, comincia a familiarizzare con ciò che ti attende: ho sbagliato fermata, non sono scesa a Mestre, disastroooooooo
Ed è a quel punto che con calma olimpica la vocina ha detto
-Meri, stai tranquilla, alla prossima c’è il mare: non puoi comunque andare oltre

Rassicurata dall’ineluttabilità dei grandi spazi acquatici e riflettendo sul fatto che io la voce di Franca non l’avevo sentita mai, che noi solo voce di tastiera ci scambiavamo su Facebook, mi predisponevo dunque a scendere dovevolevoscendere per prendere ugualmente la coincidenza perdovemiaspettavalaFranca.

Dunque la vostra qui presente scendeva a Santalucia come sulmareluccica, attraversava i pochi passi di atrio e si affacciava su “Oddiomaquaèpienod’acqua”. Vi dico la verità: pure stavolta ho mollato la borsina meripoppica con gran tonfo di stupore epperò stavolta ho detto:
-Cazzo Caspiterina!

E mi sono fermata lì, a guardarla. A bocca aperta. C’era un sole che lèvati. L’arietta. Insoma ammazza quanto sei bella, Venè, le ho proprio detto. E mentre me ne stavo imbambolata come una scema a guardare i vaporetti e il ponte e San Simeon Piccolo (effinalmente ho pure scoperto come caspita si chiama il cupolone verde di fronte) mi è scivolato in acqua pure il tempo e già dovevo farmi il biglietto per Mestre e andarmene. Non prima di dirle pure:
-Venè, la prossima ci torniamo insieme. Io e l’amore. Nel senso prima che lui se ne vada. L’amore

E dunque, salita sul regional local veneziagiulian, me ne stavo bel bella a leggermi Claudio Magris (che triestino è) e mi leggo che, da qualche parte qua intorno, esistevano anche i ciribiri (giuro) e i bisiachi. I bisiachi della Bisiacaria. Bi-sia-ca-ri-a. Pensino ora i miei 25 lettori che impressione dovesse fare sull’animo della poveretta qui presente quel nome. I bisiachi mi sembravano una cosa tipo gli Afar della Dancalia, popoli duri e all’occorrenza spietati con indesiderabili stranieri. I bisiachi. Marò.

Ma mentre mi terrorizzavo coi bisiachi ecco che infine arrivava la mia fermata. Mi sentivo parecchio emozionata. Sono scesa e lei stava lì. Ad aspettarmi. Tipo da sempre. Una cosa che come con Lamicamia tu la vai a incontrare ora ma lei c’era già.

E allora adesso potrei dirvi che mi ha proprio presa in consegna, mi ha spalancato casa sua (che invece di “Ma qui è pieno d’acqua” io ho detto “Ma qui è pieno di prato!”), mi ha portata a cena in un posto che io non so come ho fatto fino ad oggi a non sapere che c’era, e che si chiama Grado, che mi ha portata a cena da Ovidio e chevelodicoaffare quanto ho mangiato, compreso il boreto. E a tavola lei mi ha chiesto

-Meri domani dove vuoi andare?
-Frà, dove ti pare. Certo però mi devi dire una cosa: ma (tirando fuori il libro e sfogliandolo alla pagina incriminata) sti capita di bisiachi dove stanno? Sono molto ostili? Accettano lo straniero? Sta Bisiacaria ci ha il filo spinato?

E lei, sempre con calma olimpica
-Meri, in Bisiacaria ci dormi stasera. Che io lì sto

(segue. segue pure figura del cavolo crauto, mannaggia)

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Edith Piaf a noi ce spiccia casa

Due anni fa a quest’ora si era in sala parto, così conciati:

-Ramon, ci sei?
-Che c’è?
-Questo blog finto che mi hai fatto per esercitarmi è fichissimo
-Si
-Ma quello vero quando sarà pronto?
-Boh
-Quindi qua posso scriverci quel che caspita mi pare tanto non lo legge nessuno?
-Si, pure su quell’altro
-Eh?
-Quello vero: i blog non li legge più nessuno
-Ah. E allora perchè mi aiuti ad aprirlo?
-Perchè mi hai detto che ti eri stufata di mandare sms lunghi alle amiche
-Mh. E quanto costa aprire un blog?
-Trenta euro
-Beh allora. Tanto si buttano via un sacco di soldi
-Ecco appunto, buttiamo via pure questi
-Grazie, Ramon
-Pregociao

Io, ecco, insomma, volevo dirvi che ormai lo sapete, si, che quando ho iniziato a scrivere su sto coso stavo abbastanza una schifezza, non proprio una tragedia che quella già si era consumata ma abbastanza una chiavica, ancora.

Ovvio. Quando stiamo così c’entra sempre un uomo. O ci esce sempre, un uomo, nel caso di specie. E ma poi com’era quella storia? Che quando si chiude una porta si spalanca un portone ma di solito lo prendiamo bello in faccia pure il portone, che vi credete.

Eppure non lo so com’è ma stavolta s’è spalancato il portone, il pianerottolo, l’edificio, il quartiere e pure sto blogghe.

Che questo, in sostanza vi volevo dire: a volte, specie dopo che eravamo due e poi ci ritroviamo uno, ci sentiamo appunto soli, quella cosa monotona e forse pure un po’ stonata che sappiamo. Piatta. Senza frizzo e senza guizzo.
Poi a un certo punto non si sa come ma pare che vada, finalmente, tutto dove deve andare: a quel paese, direte. No, non sempre. E’ che non è che sei solo: stai a fa’ il solista e sei da solo si, ma poi il resto arriva.

Beh io il resto l’ho trovato anche in mezzo a voi. E quando stiamo insieme, anche qua sopra, è così che mi fate sentì:

Buon compleanno, supercalifragilini, anche da Edith. Piaf. Che no, je neregretrien. E manco voi, mi raccomando.

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Di appuntamenti al buio in Carinzia

Ristorante, interno giorno. Meri Pop e mamma Pop

-Allora che fai questo weekend, cara?
-Mamma parto, vado in Carinzia
-Dove vai, cara?
-In Carinzia: dalle CAReINZIeme amiche mie
-E, volendo circoscrivere meglio questo concetto, chi sono, cara?
-La mia amica Franca e la mia amica Vale: direzione Mitteleuropa
-E la tua amica Franca io l’ho mai vista?
-No, mamma, ma neanche io
-EEEHHH????
-Perciò ci vado, vado a conoscerla: siamo amiche su Fèisbuc
-ODDIO MERIPO’, MA UN ALTRO APPUNTAMENTO AL BUIO???

Il cameriere, tutto il tavolo accanto e anche la cassiera si voltano e scrutano questo bel pezzo di metroemezzo scarso.

Mia madre abbassando la voce:
-Oddio Meripo’ maunaltroappuntamentoalbuio? (nel senso che io già l’altra volta ero andata a trovare Lamicamia un’altra chenon la conoscevo)

-ECCERTO, VISTO COM’è STATO ECCITANTE L’ALTRO

Il cameriere vacilla insieme al cabaret dei tiramisù e un po’ però anche sghignazza. Poi

-Signò vadavada, tanto co sto casino de crisi che c’è alla luce der sole, che altro cazzo de peggio je po’ succede, ar buio?

E allora io quasiquasi lo prendo, sto treno.

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Mario chi?

Ti accorgi che sei fuori dal tunnel, ma dentro l’Alzheimer, quando incontri la tua ex vicina che ti dice:
-Sai, ho rivisto Mario
e tu
-Mario chi?

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