Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

L’altra metà del cielo sfregiata nell’altra metà del mondo

Si chiama Isfahan, “perla di Persia”, “l’altra metà del mondo”. Su quanto fosse non una delle città più belle della Persia ma proprio del mondo vi avevo già ampiamente ammorbato qui, con il racconto del viaggio iraniano. Non so quante cose abbiate visto nella vostra vita ma fate di tutto per trovarvi almeno una volta al tramonto a Imam Square. Vi restituisco i soldi del biglietto se arrivati lì, in mezzo al cuore del mondo, non inizierà a battervi forte pure il vostro. Non ci provo nemmeno, a descrivervela. Fate conto 100 volte Place de Vosges a Parigi issata in mezzo al cielo e sui quattro sconfinati lati uno spicchio di Paradiso a forma di cupola, minareto, oro e azzurro e ancora oro in mezzo al cielo e turchesi in mezzo all’oro.

Isfahan, Imam Square - foto Professor Pi

Ed è incredibile che proprio nell’abbraccio di spazio di tanta bellezza si possa estrarre una bottiglia di acido e buttarlo addosso a donne accusate di indossare male il velo. Succede da tre settimane. La prima ad essere sfregiata si chiama Soheila Jurkash e ha 27 anni. Che ogni tanto bisogna dare anche nomi e cognomi all’orrore: Soheila Jurkash ha viso, braccia e gambe bruciate e ha perso un occhio.

Non si sa neanche con certezza quante donne, dopo di lei, abbiano subito la stessa violenza. Si sa che ora le ragazze vanno in giro con una maschera bianca sul viso per non essere sfregiate. E si sa che, piano piano, gli iraniani si sono mossi e sono scesi in piazza a Isfahan, fino a diventare migliaia al grido di “Fermate la violenza sulle donne, non si diffonde la virtù con l’acido”. Nel Paese in cui quattro ragazzi che cantavano Happy sono stati condannati a sei mesi di carcere e 91 frustate rischiano grossissimo anche questi eroi della protesta pacifica. Ma è anche lo stesso Paese nel quale ti si accoglie a braccia e case aperte, in cui ti si ferma per strada per salutarti, chiacchierare, sapere e offrirti un thè speziato. Un Paese dall’animo aperto e dai governanti chiusi, nonostante gli sforzi del loro presidente, Rohani.

L’altra metà del cielo sfregiata nell’altra metà del mondo. E noi? Che si fa? All’inizio ho pensato: facciamo lo sciopero del turismo, facciamogli sapere che non ci andremo finché non contrasteranno quest’orrore, che con la difesa della morale non c’entra un beneamato piffero. Ma poi ho anche pensato che, proprio nel momento in cui cercano di aprirsi, risbattergli la porta in faccia forse non sarebbe giusto.

E quindi sto qua, che non so che fare. E pensare. E allora mi riguardo questi visi qui, belli, aperti, coraggiosi e penso che queste donne hanno già vinto. Ma il prezzo è carissimo. E non possiamo farglielo pagare in solitudine.

Foto Flavio Favero

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Le vittime di Fonzie che hanno sempre scansato Richie

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la seguente cazziata

Cara Meripo’,

stavo spulciando Supercali e non trovavo, senza nulla togliere a quelle gradevolissime delle donne,  molte lettere scritte da uomini nella tua posta melanzana. Forse questa mia potrebbe essere l’occasione per incoraggiare i colleghi più riservati,  anche perché tra i tuoi follouers ce ne stanno di assai simpatici e dalle penne felici. Quanto alle rubriche di posta sentimentale questa mi pare un luogo adatto anche per i timidi anche perché, diciamoci la verità, quella di Savage sull’Internazionale è un pochettino estrema.

Comunque, Meripò, ti scrivo per dirti una cosa sulla quale rifletto da un po’ di tempo. Partiamo da un presupposto: i miei colleghi di genere, gli uomini, stanno un poco inguaiati. Con buona pace di qualche esemplare, diciamoci la verità proprio pochi, gli uomini sono proprio lontani pure da una striminzita sufficienza. Non sto parlando di un aspetto in particolare, infatti la cosa è gravissima.

Sono portatore di un totale sentimento di disistima nei confronti del maschio italico. Li vedo, incapaci di sostenere il peso di una relazione degna di questo nome con fidanzate/mogli/compagne/amiche/amanti. Sempre pronti a lamentarsi, fanno finta di lavorare per non tornare a casa e quando ci tornano, Meripò, che disastro! Se non fosse per le donne, secondo me, staremmo ancora all’età della pietra.

Ma non è di questo che ti voglio parlare, che ad infierire su mariti, ex mariti e futuri mariti c’è una letteratura sin troppo vasta.
Quello di cui ti voglio parlare sono le cause di tutto questo. E qua c’entrate voi però. Lungi da me l’idea di volervi dare ancora altre responsabilità ed incombenze oltre a tutte quelle che vi abbiamo storicamente addossato, però la selezione, Meripò, la selezione la fate voi.

Tra Fonzie e Richie Cunningham, Meripò, chi avete sempre scelto? E non parliamo proprio di Ralph e Potsie (fate pure fatica a ricordarveli, mica solo quelli del telefilm, dico proprio tutti i Ralph e tutti i Potsie che avete incontrato nella vita vostra).
A scuola, tra quello che vi portava i libri e quello che non vi filava proprio, chi agognavate?

Devi essere sincera Meripò, il maschietto affidabile e di buon cuore non ha mai battuto chiodo. Lo chiamano “sfigato” proprio per questo.
E da lì parte tutto, perché quello che voi selezionate ancora implume, per tutti noi diventa il modello da seguire. E alla fine, la cosa peggiore, diventa il modello pure per voi.

Poi ad un certo punto li guardate i vostri uomini, su divani, abbandonati a telecomandi in mano (cit.) e io lo so che vi pentite della selezione che avete fatto, solo che ormai è troppo tardi. E siete talmente tanto abituate a quel modello, che vi pare brutto pretendere (ma persino chiedere) qualcosa in più.

E allora, cara Meripò, il consiglio che vorrei dare a te a te e a tutte le tue lettrici è questo: non vi stancate mai di pretendere, non rinunciate a chiedere. L’uomo è pigro e ogni domanda che non fate, ogni volta che vi dite “ma che glielo chiedo a fare, faccio più presto a farlo io” avremo un uomo un po’ peggiore e una donna un po’ più avvilita.

Tanti auguri Meripò, che è stato il tuo compleanno e te li meriti proprio
Tuo
Stighespiralidoso


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Pensavo fossero corna invece era la matematica

C’è che la mia amica Chiara invitommi alla Mostra dei numeri e io, dandoli spesso, capii che era arrivato il momento di misurarmici.

Intendevo recarmici con il Professor Pi, tanto per mitigare la frustrazione, e con lui improvvisare una visita “Matematica for dummies” senonché invece ieri sera il Professor Pi (il cui nome per esteso, lo ricordo all’utenza, è Professor Pi greco) trovavasi a svariati chilometraggi di distanza e dunque io mi portai lì con la mia amica Shylock.

Shylock di matematica ne sa ma signorilmente faceva finta invece di no.

Il primo segnale di incoraggiamento agli avventori arrivava proprio all’ingresso del Palazzo delle Esposizioni, ove è allestita, lì campeggiando una scritta a caratteri cubitali che recita:

“Non preoccuparti delle tue difficoltà in matematica: posso assicurarti che le mie sono ancora maggiori”. Firmata da Albert Einstein

Ora non starò a dirvi del fatto che, giusto a inizio di percorso, tentando di partecipare a un gioco interattivo di tiro bastoncini per individuare il 3,14 del succitato Pi greco, dopo esserci incaponite a lungo sulla pista di lancio senza individuare manco i pulsanti luminosi dell’1,2,3 tira, si avvicinava dopo un quarto d’ora uno della vigilanza a dirci “signorì, questo è rotto”.

Recuperata quasi completamente l’ autostima ci dirigevamo in lungo e in largo e in altezza e volume e in tutto il cucuzzaro attraversando indenni i campi magnetici della quadratura del cerchio, del numero aureo, del teorema di Fermat e della seie di Fibonacci, infine pervenivamo alla seguente spiegazione del bernoccolo della matematica:

Ed è stato a quel punto che dalla frustrazione si è passate al sollievo e un sorriso lieto si è finalmente dipinto sui nostri volti riscattando anni e anni di incomprensioni e amori scientifici non corrisposti:

-Il bernoccolo della matematica! E io che pensavo fossero corna

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Hai voluto la bicicletta

E comunque dire “andate in bicicletta” senza risolvere il casino delle macchine rischia di diventare il nuovo “dategli le brioches”.

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Il divorzio non è mai facile

Però per favore non chiamatelo “divorzio facile”: approvare una norma che non ti fa affogare nella burocrazia non vuol dire renderti facile il divorzio, vuol dire rendere dignitosa la giustizia. (Capito Giovanà?)

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Da Trieste in giù

In linea di massima le aree geografiche delle quali preoccuparmi in caso di avverse condizioni meteo, per la cerchia stretta di famiglia, fino a cinque anni fa erano geolocalizzabili fra l’agro romano, la Tuscia e il Sannio con episodiche incursioni nel Granducato di Toscana.

Giusto oggi, per la prima volta, mi sono resa conto che all’allerta del Friuli Venezia Giulia e nei giorni scorsi a quella di Genova e Liguria, ero balzata sulla sedia per andare a verificare, al di là del dovere di cronaca e della partecipazione umana, le effettive aree di emergenza, di criticità o di rischio confinanti con le mie nuove case.

Un balzo sulla sedia che ormai si estende per tutto lo Stivale. Perché, per dire, e non vorrei proprio fare nomi specifici per includere tutti, per laprima volta mi sono resa conto di aver acquisito case dalla Bisiacaria a Scilla e Cariddi (dove, e disciamolo, stanno Franca su e Maria e Luisa giù) passando da Trieste, Vale, a Napoli (lunghissimo, troppe) e risalendo e riscendendo ovunque, tarallucci pugliesi compresi.

Tipo ieri in ufficio un collega ha letto un’agenzia dicendo “aò, è cascato un pezzetto del portico di San Luca a Bologna” e mentre tutti continuavano a leggere io balzavo dalla sediola senza fiato urlando

-Ma comeeee quandooo? Come se il manufatto mi fosse appena crollato sulla cabeza

E’ perché lì c’è Marco. Questo ovviamente i miei colleghi non lo sanno per cui ormai, delicatamente, attribuiscono questi stati ansiogeni alla premenopausa. L’occasione mi è quindi gradita per fargli sapere che invece è perché ci sono dei pezzi di casa e di famiglia 2.0 -che poi son diventati in tanti casi 1-1-, sparsi da Trieste in giù.

Marescià, giusto per chiarire, ste case che ci ho sparse ovunque sono comunque le loro quindi siccome oggi scade la Tasi non si faccia strane idee. Tutto ciò premesso si tratta di una cosa impagabile. Ma gratis. Un affare. Marescià, senta a me, se metta su Facebook pure lei con nome e cognome.

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Ignoranza a oltranza

Un uomo di 24 anni, ripeto 24 anni, si accanisce su un ragazzino di 14 con un compressore nell’intestino perché grasso. La madre, la madre, lo giustifica dicendo “Era uno scherzo”. Lui, quello di 24 anni, una volta in carcere chiede scusa aggiungendo “Non volevo fargli del male, era un gioco”.

Non sarà il pil e non sarà la Bce e non sarà il Fondo salvastati e non sarà l’Ue e non saranno le scie chimiche ad affondarci: sta già operando indisturbata, e da tempo, l’ignoranza.

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La resa

Uozzappa

-Cara, allora oggi faccio io la spesa prima di rientrare
-Si
-Prendo i fagiolini e la frutta da quello del biologico
-Non t’allargare, la lista la faccio io
-Si ma lo so anche io quello che manca
-Comprare: 1 kg patate, cipolle bianche, carote confezione in busta da mezzo chilo, un cespo di lattuga, 1 kg zucchine con fiore, pere kaiser, mele verdi, carta per cucina,  uova allevate a terra, latte intero della Centrale, Pavesini.
-Ok
-No fagiolini che costano ancora troppo
-Ok
-Bene, grazie. Ciao amore
-Ok

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Le posate buone

Nell’ambito del generale risveglio della Donna Letizia che mi abita dentro, e nella più generale riapertura del faldone del Galateo di monsignor della Casa, a opera del professor Pi, avendo egli -Pi, non il monsignore- constatato che a seguito della rottamazione coatta o spontanea dei precedenti cimeli denominati “avanzi dalla lista di nozze”, il professor Pi convocava un paio di cene nella mia magione in cui lui cucinava e io apparecchiavo. A seguito di suddette cene ci si accorgeva che erano venute a mancare anche le suppellettili base (tipo eravamo sei e il gelato lo poterono mangiare nelle coppette solo in quattro, noidue avvalendoci dei bicchieri Ikea) dunque egli decideva di condurmi in uno stupefacente tour nei migliori negozi di stoviglieria della Capitale.

Per chi è residente da congruo tempo a Roma specificherò che, approfittando di una svendita coi controcavoli, ci si era fiondati dalle Sorelle Adamoli di Via del Plebiscito, storico loco stovigliario contiguo con casa Berlusconi. Ne eravamo infine usciti con due scatole da sei di posate di acciaio comesideve di Villeroy e Bosch, acquistate al prezzo di quelle precedentemente prese alla Upim.

Le scatole delle posate erano dunque state scaffalate nello stanzino, reparto  ”posate buone”. Accanto ai “bicchieri buoni”, sotto ai “piatti buoni”. Con ciò, vi è chiaro, automaticamente relegando allo scomparto scarrafone tutto ciò che era in quotidiano uso.

Sperimentatene consistenza, comodità ed efficacia dell’inforco, mestamente si era tornate al quotidiano uso delle Upim ma sempre rimpiangendo quelle buone. Al punto che avevo tenuto un cucchiaino del serviziobbuono per lo yogurt della mattina, cucchiaino che, non so come, dava l’impressione di rendere più buono financo il cibo che ivi conteneva.

Va altresì aggiunto che la frequenza statistica di queste “cene buone” per le quali si riteneva di dover scomodare “il serviziobbuono” era piuttosto rarefatta e, in più, quali erano i criteri per catalogare le “cene buone”? Che forse dipendeva dai commensali? Giammai.

C’è da aggiungere che ancor oggi in famiglia si narra del giorno in cui nonno Gigi aveva ricevuto una bottiglia di vino molto buono che mia nonna Aida gli aveva prontamente sequestrato e messo da parte “per le occasioni”. Dopo mesi e mesi di attesa di questa “per le occasioni”, un giorno nonno sottrasse la bottiglia alla refurtiva accantonata da nonna, la mise a tavola e veementemente disse

-Adesso basta, l’occasione è oggi. Perché chi è meglio di noi per godersi una bottiglia buona?

Insomma, signori miei, io ieri, al termine di giorni di meditazione e di adocchiamento scatole chiuse, ho disimballato le posate buone e le ho sostituite a quelle della Upim.

E mi sono autodetta alla mia famiglia

-Meripo’ adesso basta, l’occasione è oggi. Perché chi è meglio di noi per godersi le posate buone?

Dunque il vero buon proposito per l’anno è già stato realizzato: la grande occasione è ogni giorno. Perché come diceva quello La vita è adesso e la forchetta pure.

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Anche le grandi cadono. Ma solo le grandissime sanno rialzarsi con stile

Tempo fa sperimentammo su questo blogghe le proprietà terapeutiche del Daje. Vi ricordate? L’amico piccolino e l’amico grande grande s’erano trovati in mare aperto con una tempesta in corso. Per tutti e due si era messa in moto una catena che, riassumendo, avevo definito “del daje”. Che è romanesco, sì. Ma la catena dell’”orsù” non ha la stessa spinta propulsiva, diciamo.

Mi è tornata un mente questa cosa della catena e della spinta del Daje perché domani mattina una amica ha un appuntamento importante. Torna libera. O meglio ha la prima puntata del tornalibera. Ha un’udienza di separazione. Che è un momento doloroso, molto. Intanto perché si entra in un tribunale. E non tutti pensano, quando si sposano, che se le cose non vanno tocca presentarsi da un giudice. Il prete o il sindaco, tutto sommato, sono meno impegnativi. Insomma uno entra lì per certificare il proprio fallimento. Tipo con gli scatoloni di Lehman Brothers in braccio.

E la sera prima è complicata: non passa mai. Anche la mattina, in verità. Ma la si riempie facilmente con ansie vestitorie di ogni tipo. Dunque, amica nostra, approfittando anche del fatto che siamo nella Paris Fashion Week, domani come su una passerella. Anche le più grandi cadono. Ma solo le grandissime sanno rialzarsi con stile. Daje.

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