Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Occidentali’s calma

Credo nell’arte come metodo di risoluzione delle controversie e di guarigione dagli amarezzismi. Cosicchè ieri, vistosi che il periodo gli è molto alto nell’indice del dimerdismo, ho accettato l’invito di una delle mie archeognok e mi son diretta alla Galleria Corsini ove sono in mostra anche due gioielli di Daniele Da Volterra, solitamente chiusi in casa dei conti Pannocchieschi d’Elci di Siena, faldone Serpelloni Mazzanti Viendalmare.

Ed è stato così che, mirando interminati spazi di fronte alla Madonna col Bambino, mi è sovvenuto se non l’eterno certamente sovrumani silenzi e profondissima quiete.

Questo Daniele da Volterra, pur amico di Michelangelo, non esitò a infilar braghe a mezzo del suo Giudizio Universale quando il Concilio di Trento sconfinò nella censura artistica delle impudiche nudità. Per questo, da allora, è detto il Braghettone. Eppure, in questa Madonna col Bambino, la tetta ancillare gli fuoriuscì bel bella e colà rimase.

Danilo da Volterra Madonna

Danilo da Volterra, Madonna col Bambino, Galleria Corsini

Segno che mai nulla è per sempre. E che comunque vada panta rei. And singing in the rain (paracit).

Credo nell’arte come metodo di risoluzione delle controversie, dicevo, interne ed esterne. Credo cioè che certuni scazzamenti, opportunamente allocati, potrebbero avere esiti diversi. Intendo dire che sotto la volta scrausa di un’affrettata rigenerazione urbana gentrificata il girodiscatolismo troverebbe ulteriori motivazioni a josa, sotto a quella della Cappella Sistina no e, schiacciati dalla magnificenza michelangiolesca, anche i più feroci propugnatori del muoiasansonismo sarebbero costretti alla resa. Per cui, ad esempio, convocherei i mondiali contendenti non all’Onu ma nella Camera degli sposi.

Danilo da Volterra Isaia

Daniele da Volterra, Elia nel Deserto, Galleria Corsini

Che anche l’arrendersi può diventare soave se l’antagonista, in luogo di Mario, diventa Michelangelo.

E dunque, ora e sempre, rifugiamoci nell’immensità. E se a qualcosa dovete arrendervi fatelo lì.

Arrendersi al più grande no. Arrendersi alla grandezza sì.

(Andate, andate fino al 7 maggio. La mostra è curata da Barbara Agosti e Vittoria Romani. Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Corsini, Via della Lungara 10, Roma)

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Quella seta tenace come l’acciaio

Prima l’alluvione, poi il fallimento, poi mesi e Natali senza stipendio quindi il licenziamento. Mancavano solo le cavallette. E invece loro non si sono arrese e il 7 marzo -poi dice le date- sono andate da un notaio. Il 4 aprile erano già chine sulle nuove macchine da cucire. E’ la storia della Red Colour, una cooperativa di donne nata dopo il fallimento dell’azienda tessile nella quale erano assunte. Ve ne avevo parlato quando mi invitarono a Orvieto Destination Wedding, lì dove grazie all’energia di un’altra donna, Maria Rosa, le ho conosciute.

Smesso di cucire maniche, di fronte al disastro della disoccupazione se le sono rimboccate. E hanno ricominciato da capo, insieme. A Orvieto, a sfilare con tutti gli altri abiti, arrivò anche il modello “Mary Poppins” in onore della quippresente creato proprio da loro, insieme ad abiti da sera che lèvati proprio. Fu un incontro tessile-emotivo indimenticabile

Meri e Mary Orvieto

Oggi nelle sale di quel magnifico creare che è il taglia e cuci è entrata Fiammetta, un’altra della categoria donnetoste, e ha fatto una diretta sulla pagina di Cronache Italiane, quella delle testate locali del gruppo de l’Espresso. “Per noi -le hanno detto- aver salvato il posto di lavoro è stato come rinascere”.

La parola crisi, scritta in cinese -pare dicesse John Fitzgerald Kennedy- è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l’altro rappresenta l’opportunità. Loro son riuscite a trasformare quella parola in metà seta e metà chiffon. E la seta, lo sapevate?, è tenace come l’acciaio.

Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia, teorizzava dalla sua Albert Einstein.

Il video lo trovate qui. Loro le trovate alla Red Color a Orvieto. La loro grinta ovunque

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La suola delle mie scarpe

VIET POP The End

Ora, per concludere degnamente la saga, forse dovrei parlarvi dell’incommensurabile stupore che mi prendeva quando, dopo un percorso di infinito pulmino e di infine aliscafo, si sbucava ai confini con la Cina sbarcando nella baia di Ha Long, che letteralmente significa “dove il drago scende in mare” e dove effettivamente si capisce perché sia considerata una delle Sette Meraviglie del Mondo. E magari un giorno ve ne parlerò diffusamente.

Invece oggi ho bisogno di parlarvi delle mie scarpe. Delle mie scarpe da trekking, queste:

Viet scarpe

In my shoes (Foto Meri Pop)

quelle che comprai per il mio primo viaggio della mia seconda vita, Cuba. Lì dove in qualche modo tutto ri-iniziò. Quelle che mi hanno accompagnata per questi sette anni, quelli che Brad Pitt passò in Tibet e io negli scarponi.

Sono scarpe che hanno attraversato mezzo mondo e sono sopravvissute al deserto della Dancalia come ai ghiacci della Nuova Zelanda, alla terra rossa dell’Australia e a quella arancio dell’Omo River. Hanno sfidato le guardie della moralità in Iran e i feroci Afar in Etiopia e si sono inchinate davanti alla magnificenza della sula dai piedi azzurri alle Galapagos.

Mi hanno fatto fare quello che, presumibilmente, nessun altro paio di scarpe mi farà fare, non foss’altro perché per alcuni Continenti la prima è stata anche l’ultima volta. Che quaranta ore di aereo per la Zelandia anche mobbasta eh.

Sono state la mia casa quando casa mia distava millemila chilometri. Hanno camminato insieme ai cammellieri in Etiopia, ai monaci scalzi in Laos e ai bambini in sandali di pneumatico in Mozambico. E non mi hanno mai tradita.

E’ per questo che le ho indossate e portate anche in Vietnam. Certo l’usura si sente, una cucitura che cede al lato, un rialzino scomparso dietro. Ma hanno continuato, pur sofferenti, ad aiutarmi su ogni strada. Nella fanga però ho iniziato a notare che scivolavo più del previsto. Un pochino ogni giorno. Ogni giorno di più.

Ed è stato proprio sbarcando nella bellezza mozzafiato di Ha Long che, per la prima volta, le ho girate dalla parte della suola. E mi sono accorta di quanto si fossero consumate: i millemila chilometri avevano allisciato la suola scolpita, tipo gli pneumatici a fine corsa.

Le mie scarpe. Proprio loro, così comode, così casa, così mie mi stavano abbandonando. E, peggio, stavano diventando pericolose. Perché avrebbero potuto darmi il colpo di grazia senza altro preavviso, mentre io mi concentravo solo sulla loro immutata comodità.

Non c’era molta scelta. Perché di questo passo, è il caso di dirlo, ci saremmo solo fatte male. Ho pensato che, proprio per il bene che ci siamo volute e per la strada che mi hanno aiutato a fare, meritassero rispetto e soprattutto meritassero di finire in un posto all’altezza della loro storia, non nel cestino dell’albergo scrauso di Hanoi.

Eravamo o no in una delle Sette Meraviglie del mondo? Ed è così che ho aspettato di rimanere da sola, mentre gli altri rientravano dall’impettata rocciosa di turno, e me le sono tolte. Qui:

Viet scarpe1

Cioè, aspè, quella è dall’alto. Qui:

Viet scarpe3

Le ho guardate per un po’ e le ho ringraziate, cose che Marie Kondo -la vestale del butting- m’avrebbe dato un bacio in fronte, e poi… me le sono rinfilate, che sulla barca mica ci potevo risalire scalza eh. Ma poi sì, le ho lasciate. Le ho lasciate andare.

Insomma questo volevo dirvi: forse viaggiare è un esercizio di vita perché impari a lasciarti andare ma anche a lasciar andare. Arrivi in posti che ti riempiono di immensità ma non te ne appropri, non ti impossessi mai di quello che incontri per strada: ne godi finché ci sei ma poi devi lasciarlo andare. E ripartire, per continuare a goderne in altro modo.

Dice Meripo’ sei andata a finire fino al Vietnam per dirci questo? No no, la cosa più importante ve la manda a dire dalla Baia di Ha Long la suola delle mie scarpe. Spesso non è quello che sentiamo, a farci più male: è quello che non vogliamo vedere.

Grazie a: Christian, Claudia, Lorena, Luisa, Monica, Pietro e Vincenzo

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Chapeau

“Comprate cappelli di paglia in inverno. L’estate sicuramente arriverà”. (Bernard Baruch)
In ogni caso compratevi pure un ombrello.

Viet Hat

Viet Hat (foto Professor Pi)

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Chi va in bici sa che nella vita niente è mai piatto

VIET POP 8

Dice lui vabbè allora dopo la mattinata di impettate alla Pagoda oggi pomeriggio prendiamo le biciclette e facciamo un giro delle risaie. Dico io menomale, così almeno stiamo un po’ seduti. Pi e Chi ci conducevano su uno sterrato di pietraia in quel di Ninh Binh che altro che biciclette, neanche coi cingolati. Pietrato e salitoso. Cioè una volta che dovevamo farla a piedi lui ci mette sulle biciclette. Capite, sì? Si partiva per acciottolati e bordofango.

Viet Biciclette

Ninh Binh

A conferma di quanto sosteneva tal Renè Fallet secondo il quale “Quelli che vanno in bicicletta sanno che nella vita niente è mai piatto”. Come ben sanno ormai pure quelli che vanno con Pi.

Ero giusto lì lì per avanzare un flebile gemito di protesta, mentre attraversavamo un villaggetto a Tam Coc, quando Mister Chi -che mi precedeva- improvvisamente inchiodava apperciocchè io gli planavo praticamente addosso, essendo la frenata sdrucciola venutami una ciofeca.

-Celimonia, celimonia, lito lito, nel tempio c’è un lito, andiamo andiamo

gridava giulivo. Ci avvicinavamo al locale Tempio ove vedevamo radunata una copiosa folla di astanti. Dentro si stava preparando lei:

Viet rito 2

Rito (Foto Meri Pop)

contornata da un cerchio di preparatrici. Ed è così che assistevamo a una delle cerimonie più suggestive che abbia mai visto, un frammento di usi e costumi vero, non l’animazione per i turisti del caso. Come entrare in un pezzo, intimo, della vita di qualcuno che non hai mai visto ma che ti accoglie spalancandoti le porte di casa o del tempio suo. Una cerimonia propiziatoria organizzata da una famiglia locale, spiegava Mister Chi, come richiesta di protezione, favori augurali, benessere per la propria famiglia e per i contigui. Una cosa tipo “Auguri a lei e famiglia” ma di un par d’ore e fatto come si deve.

A un certo punto la protagonista, dopo aver fatto danze con ventagli, candele, nastri e cotillon, prendeva un vassoio di mandarini e iniziava a lanciarli agli astanti. Io lo prendevo giustappunto quasi in fronte, Mister Chi sostenendo che il frontale fosse proprio un buon segno. Mo’ tu pensa quando invece ti arriva il segno cattivo.

Viet rito 4

Foto Meri Pop

Infine, tra canti, danze, mandarinate e giubili, iniziava una pioggia di soldi. Veri. Banconote vietconghe dal cielo sempre al canto di un Anghingonghe.

Viet rito 5

Pioggia di duong

Ora immaginatevi una cosa del genere, cheneso, a Roma. Tipo ‘na pioggia di soldi a Piazza dei Mirti. Che si potrebbe scatenare?

Beh lì non s’è mosso nessuno. A chi, fermo e composto, capitava sulla testa la discendente banconota la raccoglieva, il resto fermi. Lei ne prendeva un po’ e iniziava a distribuirle agli astanti. A Luisa ne affidava una mazzetta che manco il miglior mariuolo a Tangentopoli. Modestamente anche la quippresente ne rimediava del significativo e apprezzabile briciolame. Stavo giusto lì a interrogarmi sul senso della superstizione nel mondo quando mi ricordavo che prima della partenza avevo acquistato un biglietto della Lotteria Italia. Rivelatosi poi meno redditizio della banconota vietconga.

Terminato il tutto ci si rimetteva in sella e, fatte poche centinaia di metri di sterrato pietroso, vedevo macchine con lampeggianti gialli come per una segnalazione di incidente. Infatti. Era in corso il servizio fotografico di un matrimonio. Un capolavoro la cui tristezza e premonizione racchiuderò in questa foto. Il senso del “per sempre”, proprio.

Viet matrimonio triste

Bellamia, sarà sempre così (Foto Meri Pop)

Ci si rimetteva di nuovo in marcia e mentre tutto il resto del gruppo sfrecciava come Moser verso altre fantastiche acciottolate, la quippresente arrancava in maniera vergognosa restando ultima, ormai però su strada asfaltata.

-Ecco -sbuffavo a voce alta con Christian e Luisa, anime pie venutemi in soccorso- è proprio il segno che ci ho nacerta, porcamiseria

-No Meripo’, scusa ma è proprio il segno che hai bucato

Così è: attraversi indenne fango e pietraie. Poi quando finalmente ti rimetti in sesto e ti sovviene la speranza che forse jelapoifare, buchi sull’asfalto.

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Le salite ardite e le ririsalite

VIET POP 7

Io non lo so questo come fa ma a un certo punto ti porta sempre in un posto che sta solo in salita. Tu sali e dici Beh ora verrà la discesa. Tipo il giorno dell’imbarco a Ben Duc, quello dove solo le donne remano. La barca ci portava -dopo un’ora di remate femmine e uno sventato disastro masculo (l’unico uomo che pilotava una barca, di ferro a motore, stava prendendo in pieno una delle nostre barchette a remi ma prontamente Mister Chi trasformatosi in Supelman, Superman cinese,  con una manata che manco Hulk, ne respingeva la prua, che ancora oggi ci ripensiamo e ci chiediamo come cazzarola ci sia riuscito) verso la Pagoda dei profumi.

Ma tra l’approdo e la Pagoda c’erano circa due ore, stimate per difetto, di impettata tra le rocce. A quel punto Pi rassicurava l’uditorio: “Si può salire con la funivia, poi scenderemo a piedi”. Tu dici Ottimo. Poi scendi dalla funivia e continui a salire a piedi. E salirò salirò che manco Daniele Silvestri a San Remo, Santo Remo di barca proprio.

Finalmente ci appariva una discesa: una discesa di scalini. Tipo duecentocinquanta, per scendere a vedere la caspita di Pagoda che sì, è considerata la più bella del Vietnam, ma dicoio allora vediamola dall’alto, no?

Viet Pagoda profumata

La Pagoda dei profumi (Foto Professor Pi)

No. E però dicosempreio come li trova Pi dei posti in cui si sale solo? Dice ma lui si occupa di fisica quantistica. Infatti: MAQUANTO cazzarola si deve salire prima che sia ora di scendere? Ma gli scalini si scendevano. Sì, ma per ririsalirli.

Viet salite

Più che un itinerario mi appariva una discreta metafora della vita, in cui vai solo in salita e quando finalmente inizia la discesa ti accorgi che è un dirupo.

E’ stato solo davanti all’autoammutinamento coatto del gruppo che iniziava la promessa della discesa: discesa a picco di scaloni di roccia. Dopo il falsopiano si appalesava dunque il falsoscala. Il mio ginocchio iniziava a dare segni di cedimento, quello della pora Monica neanche ve lo dico mentre la Lorena nulla perdeva del suo incedere regale che, per dirla con Pi, “o per risaie o per strapiombi sembra sempre su Via Condotti”. Il poro Vincè risdoganava il tessile vessillo, cingendosi l’italica e sudata testa non già dell’elmo di Scipio ma, come un kamikaze giapponese con l’Hachimaki, di quello dell’Avellino calcio.

E’ giusto il caso di osservare che, in contemporanea, venivamo superati e surclassati, in salita, dai locali che in ciabatte di plastica si incollavano frigoriferi

Viet portatori 2

Portatori verso la Pagoda dei profumi (Foto Professor Pi)

e altre quintalate di materiali

Viet portatori

Daje (Foto Professor Pi)

in vista dei prossimi grandi festeggiamenti di marzo di Huong Pagoda Festival: che tutti i chilometri di gradoni vengono allestiti ai lati con bancarelle e tricche e tracche. Portati fino in cima, su e giù per mesi, a piedi in ciabatte, come fossero sul bagnasciuga di Milano Marittima. Una vita in equilibrio sulle spalle. O sulle biciclette. O sui motorini. Sempre, in ogni caso, precaria. Ma ferma.

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Professorè, da Auschwitz nun po’ tornà nessuno

Ve lo ripropongo praticamente ogni anno. Perché non trovo ancora altre parole che queste.

Un governo, una separazione e due lavori fa Meri Pop decise di non farsi mancare proprio nulla e accettò di verificare se era in grado di sopravvivere anche al Ministero della Pubblica Istruzione.
Un giorno la chiamò il ministro e le disse: “Meripo’ sto andando ad Auschwitz. Con i ragazzi. Copriti bene”.

Arrivarono una mattina di gennaio davanti a una montagna di neve bianca dalla quale spuntava un cancello di ferro nero. E sotto una gelida nevicata iniziarono a camminare a fatica tra le stradine dell’inferno. I ragazzi accompagnavano il ministro, Meri Pop i giornalisti, il ghiaccio e il silenzio accompagnavano tutti.

Andarono nelle baracche delle donne, in quelle degli uomini, in quelle dei bambini. Poi andarono anche al museo: cataste di abiti, occhiali, capelli, protesi dentarie, scarpe. Davanti a una scarpina singola taglia bambina la linea Maginot di Meri Pop crollò.
E cominciarono a scendere: tante, calde, veloci.

E’ a quel punto che, dal gruppetto degli studenti, se ne staccò uno -primo liceo scientifico, 14 anni massimo 15- e le si avvicinò, facendo cadere un’altra Maginot, quella che in qualche modo aveva tenuto una distanza di sicurezza e di comprensibile reverenzial timore tra i due.  E, dopo ventiquattr’ore di viaggio e di “Dottorè”, il ragazzo le poggiò un vigoroso braccio sulla spalluccia piangente, ed ora anche scossa, ed esclamò:
“Professorè, io me sto a trattenè da un’ora e mo’ tu sbraghi?”

E’ uno dei momenti salienti della Hall of Fame della mia vita. Uno di quelli ai quali ogni tanto attingo nei fotogrammi No. Insieme al fatto che, poche mattine fa, ero su un autobus e a un certo punto ho sentito uno che richiamava l’attenzione di tutto il jumbobus con:

“Professorèèè! Se ricorda?”
e con aria complice e abbassando la voce come dovesse rivelarmi la comune appartenenza alla Massoneria aggiungeva
“semo stati insieme ad Auschwitz”.

Ovviamente non l’ho riconosciuto ma dimenticare è, appunto, impossibile.
Ci siamo scambiati qualche battuta, ha già fatto la maturità. Poi gli ho chiesto quanti anni erano passati da quando eravamo tornati da Auschwitz.

Mi ha guardata e ha preso fiato. Poi:

“Professorè, mica lo so. Me sa che da Auschwitz nun po’ tornà nessuno. Io certe volte ce ripenso e me sembra che sto ancora là”.

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Da quelle che corrono coi lupi a quelle che remano coi piedi

VIET POP 6

Archiviata la breve ma intensa parentesi di goduria tricologica, uomini e femminazze rientravano in modalità profondissima fanga per sfociare, è proprio il caso di dirlo, sull’elemento principale del Vietnam: l’acqua. Acqua di fiume. Quella del Fiume Rosso, Red River. Che una pensa al Tevere, all’Arno, all’Isonzo. Ma i fiumi del sud est asiatico hanno qualcosa di diverso: più che fiumi sono stati d’animo. Tu ci arrivi sopra e, improvvisamente, fluisci pure tu. Nel silenzio. Intervallato solo dallo splot delle remate. Le remate delle donne. Che a Ben Duc -e non soltanto qui- le barche le portano solo loro.

Viet rematrice

La nostra rematrice sul Red River (Foto Meri Pop)

Non ci si crede. Ma gli uomini (e nella foto i mariti) al massimo fanno i passeggeri. Come spesso accade anche fuori dalle barche. E dal sud est asiatico.

Viet coppia in barca

Moglie ai remi (Foto Meri Pop)

Donne ai remi, ovunque. Anche con i piedi. Non solo pedalano senza sosta in terra ma si estendono anche in acqua: se la bicicletta è, insieme ai motorini, il simbolo nazionale, le donne viet all’eventuale “hai voluto la bicicletta e mo’ pedala” eroicamente corrispondono pedalando pure in acqua.

Viet rematrice coi piedi

Rematrice a piedi (Foto Meri Pop)

come a Bac Ha (ma qui almeno remano pure gli uomini). Le donne viet si fanno un mazzo tanto.

Viet mamma

Women at work, mercato (Foto Meri Pop)

Se lo fanno ovunque, dai mercati ai cantieri edili

Viet mamma 2

Women at work, cantiere (Foto Meri Pop)

a quelli stradali. E se lo fanno coi figli sempre allacciati addosso.

Viet bimbo allacciato

Foto Professor Pi

Le ho viste tappare buche in strada, impastare cemento,

Viet operaie edili

Operaie a Bac Ha (Foto Professor Pi)

saldare con la fiamma ossidrica, smazzarsi chili di filo di rame, le ho viste sbudellare e lavare interiora di bestie col piede in un catino d’acqua e l’altro poggiato fuori a terra tenendo per mano i figli. Claudio Baglioni aveva visto Le ragazze dell’est, “piccole regine”, “stringere le lacrime di una primavera che non venne mai”. Io ho visto quelle del sud est asiatico fare la stessa cosa. E non riesco a dimenticarle.

 

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Cose che a un certo punto prendono una bella piega

VIET POP 5

E venne il tempo in cui il gruppo delle femminazze, dopo i giorni della fanga, vide finalmente la luce. La luce pulsata. Dell’insegna di un parrucchiere. Certo le risaie a terrazze, i montagnard, le minoranze etniche, le città coloniali, il museo di Ho Chi Minh, i H’mong neri blu e fioriti e i materassi a terra e il saccappelo. Ma poi viene pure il giorno che mobbasta eh. E quel giorno arrivava in quel di Bac Ha.

Lì, signoremie, in una stradina in cui ci accompagnava bel bello il professor Pi, il miraggio prendeva le fattezze di un parrucchiere vietnamita in cui, statemiattente, la piega… te la fanno da sdraiate:

Viet parrucchiere

Viet Libera e Bell (foto Professor Pi)

Pure con la copertina addosso e la poltrona letto imbottita. Il poro coiffeur thai, sorpreso nel sonnacchioso pomeriggio della fanga thai, veniva assalito da sto squadrone de italiche femminazze toste determinate e compatte, un attacco che manco gli elicotteri del tenente colonnello Kilgore di Apocalypse Now. Il pattuglione si doveva dividere in due negozi, per evitare che l’assalto venisse appajato a un atto di guerra ostile, a un’occupazione coatta e forzosa del territorio straniero.

Ora, perché, dicoio, perché non lo possiamo fare pure qua, che una deve arrampicarsi per risaie e melma per riuscire a farsi na piega relax, con massaggetto alla cabeza e pure lo scrub facciale incluso? Eh? Non vi dico la goduria. Ve la faccio proprio vedere.

Viet parrucchiere 3 Pi

Viet Coiffeur (Foto Professor Pi)

(Noterete il motorino sullo sfondo, garage coiffeur)
Marina mia perdonami ma non ho resistito. E t’ho tradita. Ma ritornerò in ginocchio sui ceci da te. In ogni caso quella accanto a me stava facendo una roba più da Centro Nasa che da parrucchiere, tipo un tiraggio spaziale (e Vidal Sassoon è arrivato pure là, Marinabella).

Viet parrucchiere 2

Tiraggio Thai, Sasson style (Foto Meri Pop)

Io sul lettino di pelle, mentre un miraggio a forma di parrucchiera giovanissima mi massaggiava, mi ci addormentavo proprio. Finché venivo risvegliata da una sferzata sulla cabeza tutta pungente: quella mi stava grattando tutto il capoccione con le unghie, le sue unghie, lunghissime. E le usava tipo pettine compulsivo. Una cosa, diciamolo, terribile. Però efficace.

Poi Edward mani di forbice, finita la rastrellatura, iniziava a impastarmi qualcosa in faccia. Tentavo un subitaneo rialzo dal lettino per dire “No No in faccia no” (non so in che lingua, dapperciocché ci si esprimeva solo a gesti) ma quella mi risbatteva energicamente sdraiata e rimpastava un qualcheccosa alternato a schiaffetti. Attimi che mi facevano rimpiangere i trekking nella fanga. Ma per pochissimo eh.

Infine, tamponatami faccia e testa con un asciugamano, mi tirava su dalle spalle e mi rimetteva seduta facendomi prima scendere e poi traslare all’asciugatura, nella Mani di forbice del parrucchiere masculo. Il quale procedeva a una messa in piega senza manco una spazzola: solo a manate.

Che vi devo dire? Io dopo un’ora (che tanto durava tutta la procedura) mi sentivo rinata, siapure con le guance in fiamme (che sto scrub era stato tipo uno scuoiamento). Il conto era l’equivalente di due euro (o due birre, per usare il metro del Monguzzo anziché il duong). E quasi mi sembrava improvvisamente di aver avuto una grandissima idea, il giorno in cui mi ero iscritta a questo viaggio.

La morale è che, anche quando ci si trova sepolti da un mare di fanga (per non dire di altro) a volte basta svoltare l’angolo perché le cose prendano improvvisamente una bella piega. E ancora: sì, va bene l’amore. Ma certe volte pure un cazzarola de parrucchiere come si deve può fare il suo.

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La vita, all’improvviso

C’è qualcosa di più. Qualcosa più della gioia, dell’orgoglio, del sollievo, della gratitudine e della commozione che ci prende a rivedere e rivedere ancora questa foto, questo video.

Io non riesco a guardare altro da ore e ogni volta che lo vedo comparire postato e ripostato, cioè in continuazione, lo apro e lo riapro da capo.

Forse in quel bambino tirato fuori così, come fosse un altro parto, estratto da quella caverna a mani nude, con la gioia incontenibile di quelli che lo rimettono al mondo, c’è un po’ di ognuno di noi: ognuno di noi nel momento esatto in cui sembra tutto perduto. Quando ci sentiamo precipitare in un gorgo scuro, mentre tutto intorno è, comunque, morte e distruzione.

E invece No. Che la vita è già un miracolo. Ma la vita all’improvviso di più.

 

Terremoto bimbo salvato

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